L’economia cala ma i tassi saliranno
Christine Lagarde (Ansa)
L’indice Pmi della produzione dell’Eurozona scende a 48,8. Malgrado la contrazione in atto, la Bce è pronta ad alzare il costo del denaro. Cipollone: «Scenario cambiato».

La crisi energetica legata al conflitto in Medio Oriente comporta due possibili conseguenze dense di rischi: da un lato una crescita dell’inflazione, legata all’aumento dei prezzi delle materie prime e dei trasporti che si riflette sui prezzi al consumo. Dall’altra il rallentamento della crescita economica, con l’incubo che possa addirittura trasformarsi in recessione.

Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.

È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale – che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie – ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.

Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» – ha detto l’esponente Bce – e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».

Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.

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