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2022-04-10
Attacco al ministero. La (cyber) guerra coi russi è già iniziata
In Italia è scattato l’allarme per possibili cyberattacchi da parte della Russia. Non è notizia recente, ma ieri il direttore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Roberto Baldoni, ha voluto ribadirlo pubblicamente, ricordando che «tutte le agenzie occidentali» sono «in massima allerta con condivisione di informazione continua, perché rispondere a quel tipo di attacchi significa anche scambiarsi più informazioni nel più breve tempo possibile per stimolare e alzare la difesa».
Che l’Europa e il nostro Paese siano da tempo nel mirino di cybergang considerate vicine ai russi è noto. Per di più la pandemia e lo smart working hanno esposto le aziende a maggiori rischi: basti pensare al caso di regione Lazio e Laziocrea. Il mese scorso c’è stato un attacco contro Trenitalia, con la richiesta di riscatto di 5 milioni di dollari, ma nelle ultime settimane si è registrato anche il sequestro del sito della Ulss 6 Euganea, l’Asl con le informazioni sensibili di tutti gli abitanti della provincia di Padova. Il Mite ha dovuto spegnere il proprio sito Internet in queste ore. La Procura di Roma indaga su un attacco informatico e tentativo di estorsione ai danni di Tim, dopo il blitz informatico dello scorso 23 marzo, con attacco ransonware molto simile a quello subito proprio da Regione Lazio, quando i pirati si intrufolarono tramite un dipendente in smart working della partecipata Laziocrea. A novembre a finire sotto attacco fu Mediworld.
«In questo momento noi possiamo solo difenderci», spiega alla Verità Pierguido Iezzi, titolare di Swascan polo italiano della cybersicurezza del Gruppo Tinexta, che di recente ha pubblicato una ricerca sulle debolezze infrastrutturali italiane in questo settore. «La Russia è un Paese che ha notevole capacità offensiva cyber. Non dimentichiamoci che l’80% delle cybergang sono considerate vicine alla Russia. E noi allo stesso tempo non possiamo fare il cosiddetto hackback perché la legge ce lo vieta», continua Iezzi. «Più che resilienza, il nostro è un lavoro di resistenza. Per questo motivo il Mite ha deciso di spegnere i propri sistemi. In questo modo è diventato invisibile in attesa di effettuare le opportune bonifiche». La situazione europea e italiana è molto diversa da quella russa. «L’11 marzo la Russia ha attivato runet, un gigantesco scudo, un sorta di firewall nazionale che le permette di essere invisibile all’esterno. Noi non vediamo i loro asset, ma loro vedono i nostri. L’Europa e l’Italia non dispongono di questa soluzione difensiva, di conseguenza la difesa agli attacchi cyber viene di fatto delegata a ogni singola azienda. E serve particolare attenzione alle piccole e medie imprese che lavorano con aziende più grandi o con il governo: da qui passa la sicurezza del nostro Stato perché da loro transitano informazioni sensibili». In sostanza, la debolezza europea si nota anche in questo campo. Ogni Stato membro deve difendersi da sé. Non esiste una Difesa comune, né una strategia comune a livello cyber. «Come ha spiegato anche Baldoni, il pericolo cyber nel nostro Paese incomincerà a farsi sentire soprattutto dopo che il conflitto andrà a poco a poco diminuendo in Ucraina. Quando cioè non ci sarà più il rischio concreto di un conflitto diretto convenzionale tra Nato e Russia», ricorda alla Verità Stefano Mele, studio legale Gianni & Origoni, tra i massimi esperti di cybersecurity in Italia. «Gli attacchi cyber saranno fatti soprattutto in Italia anche per sensibilizzare il cosiddetto partito di Putin del nostro Paese. È un’arma del Cremlino per fare propaganda». Ormai gli attacchi alle aziende del nostro Paese sono quotidiani. «La Russia è una forza primaria in questo campo di battaglia. In Italia si calcolano milioni di attacchi cyber ogni giorno, meno gravi o più gravi, qualcuno da gestire con più attenzione altri meno. Ma ogni maledetta domenica, per citare un vecchio film, il capo della cybersecurity di un’azienda si sveglia e sa che dovrà valutare come la propria rete e i propri sistemi informatici sono stati attaccati. Solo se capiamo la quotidianità degli attacchi nel cyberspazio possiamo iniziare a prendere le misure e imparare a difenderci». Non è una guerra fredda. «È un conflitto armato», conclude Mele, «che ben presto si sposterà soprattutto nel cyberspazio».
A portarlo avanti sono soprattutto le cybergang gang filorusse. Il gruppo Conti, Hive group o Lockbit scorrazzano da tempo tra le reti del nostro Paese. «Lavorano in franchising» conclude Iezzi. «Operano tramite affiliati in tutto il mondo. La gang fornisce il tutorial e i negoziatori. A chi si affilia spetta fino al 70% del riscatto».
In realtà, solo la gang Conti ha annunciato il suo sostegno alla guerra di Putin, come risposta alle campagne di Anonimous. Il 27 febbraio, a tre giorni dall’attacco all’Ucraina e a meno di 48 ore dalle controverse dichiarazioni di sostegno al Cremlino da parte del Conti Team, un ricercatore di sicurezza ucraino ha divulgato diversi anni di log di chat interne all’organizzazione cybercriminale russa e altri dati sensibili. La guerra ormai passa anche da qui.
Kiev denuncia un altro massacro. Lo zar s’affida al veterano della Siria
Chi ha lanciato il missile che ha colpito un gruppo di civili in fuga dalla guerra, alla stazione di Kramatorsk lo scorso 8 aprile? Secondo il portavoce del Pentagono, John Kirby, quanto accaduto «è ancora una volta l’espressione della brutalità della Russia e la loro smentita è poco convincente». Perché gli americani e i russi, che sanno benissimo, grazie ai loro satelliti, chi è stato a lanciare il missile Tochka che ha causato la morte di almeno 55 persone e oltre 109 feriti, non mostrano le prove delle loro affermazioni, lasciando che sulla vicenda aumentino le speculazioni? Per la semplice ragione che nessuna delle due parti vuol far conoscere al nemico i dettagli della tecnologia in uso. E così la verità sulla strage resta sospesa.
Nessun dubbio, invece, per quanto riguarda il nuovo massacro scoperto a Makariv, nella regione di Kiev, dove sono stati trovati 133 cadaveri di persone orribilmente torturate e stuprate, come avvenuto a Bucha.
Non si sblocca, al quarantacinquesimo giorno di guerra, la situazione dei dieci corridoi umanitari per evacuare le popolazioni civili dall’Est dell’Ucraina, così come resta disperata la situazione a Mariupol, la città martire che i russi hanno circondato fin dall’inizio dell’invasione e dove l’esercito russo blocca da più di 24 ore otto bus pieni di civili in fuga. Ma è il Donbass che oggi toglie il sonno alla Nato; qui l’intelligence americana e il segretario generale dell’Alleanza atlantica temono che i russi, smaniosi di un qualche successo a fronte di una campagna militare fin qui disastrosa, ricorrano all’impiego di armi chimiche. E non è un caso che la Nato abbia colto l’occasione per ribadire la determinazione nel fronteggiare una simile eventualità, fornendo, tra l’altro, equipaggiamenti protettivi alle truppe di Kiev. Ma è realistico che in questa guerra vengano utilizzate le armi chimiche? Lo chiediamo al generale di corpo d’armata Maurizio Boni: «Nella sciagurata ipotesi che la Russia decidesse di far uso di questo tipo di armi in Ucraina, il luogo più plausibile è quello del fronte del Donbass, dove i russi eserciteranno il maggiore sforzo offensivo. Questo è forse il luogo dove i russi potrebbero aver pianificato l’impiego di ordigni non convenzionali. Sussisterebbe anche la folle possibilità di colpire centri abitati di rilievo strategico, come Mariupol, per terrorizzare i difensori, militari o civili che siano». È chiaro che molto dipenderà da quanto accadrà sul terreno e dalla concentrazione delle unità e dalla loro mobilità e «dalla percezione che i russi avranno della loro capacità di sostenere l’iniziativa e di non subire quella dell’avversario», dice il generale Boni, «ma in ogni caso sarebbe l’arma dell’ultima risorsa di un esercito disperato, da impiegare soprattutto per gli effetti psicologici che potrebbero conseguire e non sarebbe comunque una soluzione in grado di cambiare il corso della guerra».
La notizia del giorno, però, è la nomina del generale russo Alexander Dvornikov, veterano della guerra in Siria, a nuovo comandante delle operazioni militari in Ucraina: a lui il compito di riportare la vittoria a Mosca entro il 9 maggio, in ossequio ai voleri di Vladimir Putin. Ma è realistica questa data? «Sono sempre scettico», ci spiega il generale Boni, «nell’associare momenti significativi dell’evoluzione di una situazione operativa complessa a date precise. A meno che non vi siano eventi politico militari di una tale rilevanza da poter imprimere un drammatico corso agli eventi che, al momento, rimarrebbero nel campo delle ipotesi. In ogni caso, dal punto di vista puramente militare non ha molto senso. Vediamo coma va a finire nel Donbass, a Mariupol e a Odessa, ammesso che i russi riescano a esprimere uno sforzo offensivo credibile anche in quest’ultimo caso. E vediamo anche se i russi hanno davvero intenzione di aprire una fase negoziale altrettanto credibile».
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Il Mite costretto a scollegare il sito. Roberto Baldoni: «Siamo in allerta». Gli esperti però avvisano: «Europa e Italia impreparate e divise».Kiev denuncia: «Cadaveri di torturati a Makariv». Il generale Boni: «Fine ostilità il 9 maggio? Difficile».Lo speciale contiene due articoli.In Italia è scattato l’allarme per possibili cyberattacchi da parte della Russia. Non è notizia recente, ma ieri il direttore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Roberto Baldoni, ha voluto ribadirlo pubblicamente, ricordando che «tutte le agenzie occidentali» sono «in massima allerta con condivisione di informazione continua, perché rispondere a quel tipo di attacchi significa anche scambiarsi più informazioni nel più breve tempo possibile per stimolare e alzare la difesa». Che l’Europa e il nostro Paese siano da tempo nel mirino di cybergang considerate vicine ai russi è noto. Per di più la pandemia e lo smart working hanno esposto le aziende a maggiori rischi: basti pensare al caso di regione Lazio e Laziocrea. Il mese scorso c’è stato un attacco contro Trenitalia, con la richiesta di riscatto di 5 milioni di dollari, ma nelle ultime settimane si è registrato anche il sequestro del sito della Ulss 6 Euganea, l’Asl con le informazioni sensibili di tutti gli abitanti della provincia di Padova. Il Mite ha dovuto spegnere il proprio sito Internet in queste ore. La Procura di Roma indaga su un attacco informatico e tentativo di estorsione ai danni di Tim, dopo il blitz informatico dello scorso 23 marzo, con attacco ransonware molto simile a quello subito proprio da Regione Lazio, quando i pirati si intrufolarono tramite un dipendente in smart working della partecipata Laziocrea. A novembre a finire sotto attacco fu Mediworld. «In questo momento noi possiamo solo difenderci», spiega alla Verità Pierguido Iezzi, titolare di Swascan polo italiano della cybersicurezza del Gruppo Tinexta, che di recente ha pubblicato una ricerca sulle debolezze infrastrutturali italiane in questo settore. «La Russia è un Paese che ha notevole capacità offensiva cyber. Non dimentichiamoci che l’80% delle cybergang sono considerate vicine alla Russia. E noi allo stesso tempo non possiamo fare il cosiddetto hackback perché la legge ce lo vieta», continua Iezzi. «Più che resilienza, il nostro è un lavoro di resistenza. Per questo motivo il Mite ha deciso di spegnere i propri sistemi. In questo modo è diventato invisibile in attesa di effettuare le opportune bonifiche». La situazione europea e italiana è molto diversa da quella russa. «L’11 marzo la Russia ha attivato runet, un gigantesco scudo, un sorta di firewall nazionale che le permette di essere invisibile all’esterno. Noi non vediamo i loro asset, ma loro vedono i nostri. L’Europa e l’Italia non dispongono di questa soluzione difensiva, di conseguenza la difesa agli attacchi cyber viene di fatto delegata a ogni singola azienda. E serve particolare attenzione alle piccole e medie imprese che lavorano con aziende più grandi o con il governo: da qui passa la sicurezza del nostro Stato perché da loro transitano informazioni sensibili». In sostanza, la debolezza europea si nota anche in questo campo. Ogni Stato membro deve difendersi da sé. Non esiste una Difesa comune, né una strategia comune a livello cyber. «Come ha spiegato anche Baldoni, il pericolo cyber nel nostro Paese incomincerà a farsi sentire soprattutto dopo che il conflitto andrà a poco a poco diminuendo in Ucraina. Quando cioè non ci sarà più il rischio concreto di un conflitto diretto convenzionale tra Nato e Russia», ricorda alla Verità Stefano Mele, studio legale Gianni & Origoni, tra i massimi esperti di cybersecurity in Italia. «Gli attacchi cyber saranno fatti soprattutto in Italia anche per sensibilizzare il cosiddetto partito di Putin del nostro Paese. È un’arma del Cremlino per fare propaganda». Ormai gli attacchi alle aziende del nostro Paese sono quotidiani. «La Russia è una forza primaria in questo campo di battaglia. In Italia si calcolano milioni di attacchi cyber ogni giorno, meno gravi o più gravi, qualcuno da gestire con più attenzione altri meno. Ma ogni maledetta domenica, per citare un vecchio film, il capo della cybersecurity di un’azienda si sveglia e sa che dovrà valutare come la propria rete e i propri sistemi informatici sono stati attaccati. Solo se capiamo la quotidianità degli attacchi nel cyberspazio possiamo iniziare a prendere le misure e imparare a difenderci». Non è una guerra fredda. «È un conflitto armato», conclude Mele, «che ben presto si sposterà soprattutto nel cyberspazio». A portarlo avanti sono soprattutto le cybergang gang filorusse. Il gruppo Conti, Hive group o Lockbit scorrazzano da tempo tra le reti del nostro Paese. «Lavorano in franchising» conclude Iezzi. «Operano tramite affiliati in tutto il mondo. La gang fornisce il tutorial e i negoziatori. A chi si affilia spetta fino al 70% del riscatto». In realtà, solo la gang Conti ha annunciato il suo sostegno alla guerra di Putin, come risposta alle campagne di Anonimous. Il 27 febbraio, a tre giorni dall’attacco all’Ucraina e a meno di 48 ore dalle controverse dichiarazioni di sostegno al Cremlino da parte del Conti Team, un ricercatore di sicurezza ucraino ha divulgato diversi anni di log di chat interne all’organizzazione cybercriminale russa e altri dati sensibili. 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Perché gli americani e i russi, che sanno benissimo, grazie ai loro satelliti, chi è stato a lanciare il missile Tochka che ha causato la morte di almeno 55 persone e oltre 109 feriti, non mostrano le prove delle loro affermazioni, lasciando che sulla vicenda aumentino le speculazioni? Per la semplice ragione che nessuna delle due parti vuol far conoscere al nemico i dettagli della tecnologia in uso. E così la verità sulla strage resta sospesa. Nessun dubbio, invece, per quanto riguarda il nuovo massacro scoperto a Makariv, nella regione di Kiev, dove sono stati trovati 133 cadaveri di persone orribilmente torturate e stuprate, come avvenuto a Bucha. Non si sblocca, al quarantacinquesimo giorno di guerra, la situazione dei dieci corridoi umanitari per evacuare le popolazioni civili dall’Est dell’Ucraina, così come resta disperata la situazione a Mariupol, la città martire che i russi hanno circondato fin dall’inizio dell’invasione e dove l’esercito russo blocca da più di 24 ore otto bus pieni di civili in fuga. Ma è il Donbass che oggi toglie il sonno alla Nato; qui l’intelligence americana e il segretario generale dell’Alleanza atlantica temono che i russi, smaniosi di un qualche successo a fronte di una campagna militare fin qui disastrosa, ricorrano all’impiego di armi chimiche. E non è un caso che la Nato abbia colto l’occasione per ribadire la determinazione nel fronteggiare una simile eventualità, fornendo, tra l’altro, equipaggiamenti protettivi alle truppe di Kiev. Ma è realistico che in questa guerra vengano utilizzate le armi chimiche? Lo chiediamo al generale di corpo d’armata Maurizio Boni: «Nella sciagurata ipotesi che la Russia decidesse di far uso di questo tipo di armi in Ucraina, il luogo più plausibile è quello del fronte del Donbass, dove i russi eserciteranno il maggiore sforzo offensivo. Questo è forse il luogo dove i russi potrebbero aver pianificato l’impiego di ordigni non convenzionali. Sussisterebbe anche la folle possibilità di colpire centri abitati di rilievo strategico, come Mariupol, per terrorizzare i difensori, militari o civili che siano». È chiaro che molto dipenderà da quanto accadrà sul terreno e dalla concentrazione delle unità e dalla loro mobilità e «dalla percezione che i russi avranno della loro capacità di sostenere l’iniziativa e di non subire quella dell’avversario», dice il generale Boni, «ma in ogni caso sarebbe l’arma dell’ultima risorsa di un esercito disperato, da impiegare soprattutto per gli effetti psicologici che potrebbero conseguire e non sarebbe comunque una soluzione in grado di cambiare il corso della guerra». La notizia del giorno, però, è la nomina del generale russo Alexander Dvornikov, veterano della guerra in Siria, a nuovo comandante delle operazioni militari in Ucraina: a lui il compito di riportare la vittoria a Mosca entro il 9 maggio, in ossequio ai voleri di Vladimir Putin. Ma è realistica questa data? «Sono sempre scettico», ci spiega il generale Boni, «nell’associare momenti significativi dell’evoluzione di una situazione operativa complessa a date precise. A meno che non vi siano eventi politico militari di una tale rilevanza da poter imprimere un drammatico corso agli eventi che, al momento, rimarrebbero nel campo delle ipotesi. In ogni caso, dal punto di vista puramente militare non ha molto senso. Vediamo coma va a finire nel Donbass, a Mariupol e a Odessa, ammesso che i russi riescano a esprimere uno sforzo offensivo credibile anche in quest’ultimo caso. E vediamo anche se i russi hanno davvero intenzione di aprire una fase negoziale altrettanto credibile».
Dalle Pmi ai grandi marchi storici e ai Cavalieri del Lavoro, il made in Italy coniuga tradizione, innovazione e responsabilità sociale per uno sviluppo duraturo.
L'Italia affronta le grandi sfide della doppia transizione, della sostenibilità e della competitività globale facendo leva sulla qualità delle produzioni, sulla propria eccellenza manifatturiera e sul made in Italy. Le pagine dell'ultima edizione di Osservatorio sul Merito restituiscono l'immagine di un Paese che, pur tra le complessità, guarda al futuro con fiducia e determinazione, attraverso le testimonianze di rappresentanti delle istituzioni, imprenditori e imprenditrici che ogni giorno contribuiscono alla crescita del sistema Italia.
Capisaldi del made in Italy Tra i protagonisti di questo numero figurano alcuni dei nuovi Cavalieri del Lavoro nominati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: imprenditori e imprenditrici che rappresentano al meglio i valori del merito, della responsabilità sociale e della visione strategica. Le loro storie raccontano come il successo non sia mai il frutto di un percorso individuale, ma il risultato di un ecosistema che valorizza il lavoro, le competenze, la capacità di innovare e di interpretare in anticipo i cambiamenti. Accanto a loro emergono i grandi marchi storici e le imprese familiari che hanno contribuito a costruire l'identità produttiva del Paese. Aziende che, nel corso di decenni e spesso di generazioni, hanno attraversato crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche e mutamenti dei mercati senza smarrire i propri valori fondanti. Al contrario, hanno saputo trasformare le proprie radici in un vantaggio competitivo, alternando continuità e capacità di rinnovamento. Le sfide che attendono il sistema produttivo italiano sono numerose: dall'intelligenza artificiale all'Industria 5.0, dai criteri ESG alla ridefinizione degli equilibri economici globali. In questo scenario, la priorità è preservare e rafforzare un patrimonio fatto di competenze, cultura d'impresa, identità e capacità di adattamento, che continua a generare valore non solo per l'economia nazionale, ma anche per i territori e le comunità in cui queste realtà affondano le proprie radici. È qui che si riconosce uno dei tratti distintivi del capitalismo italiano: un modello d'impresa che mantiene saldo il legame con il territorio e le persone, investe nel capitale umano e scommette sul domani attraverso innovazione, sostenibilità e formazione.
Le traiettorie dello sviluppo A delineare le priorità della politica è il sottosegretario al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fausta Bergamotto, che illustra le strategie del Governo per rafforzare il tessuto delle piccole e medie imprese, accelerare la trasformazione digitale, affrontare la sfida energetica e sostenere la competitività del made in Italy sui mercati internazionali. Ad arricchire il dibattito contribuiscono le riflessioni del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, del vicepresidente di Confindustria Marco Nocivelli, del presidente della Fondazione Nord Est Alberto Baban e del presidente di Confindustria Veneto Raffaele Boscaini, che indicano la necessità di costruire una crescita più solida, strutturale e duratura. Tra i temi centrali emerge quello della semplificazione amministrativa. «La burocrazia è oggi uno dei principali fattori di svantaggio competitivo per le nostre imprese», osserva Boscaini, richiamando l'urgenza di rendere il sistema più efficiente e favorevole agli investimenti. Un obiettivo che si intreccia con il percorso di riforma fiscale illustrato dal viceministro dell'Economia e delle Finanze Maurizio Leo. «La nostra strategia poggia su quattro pilastri: certezza del diritto, semplificazione degli adempimenti, lotta all'evasione e riduzione della pressione fiscale», spiega, delineando una visione orientata a sostenere crescita, legalità e competitività.
Il futuro del Paese Ma il futuro dell'Italia non si costruisce soltanto nelle fabbriche e nei distretti produttivi. Cultura e turismo rappresentano infatti due leve strategiche per lo sviluppo economico e sociale del Paese. La cultura, sottolinea il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni, non è soltanto tutela del patrimonio, ma uno strumento di benessere, inclusione e crescita. Dalle "prescrizioni culturali", che integrano arte e salute nei percorsi di prevenzione e cura, fino alla regolamentazione dell'intelligenza artificiale nell'industria audiovisiva e alla necessità di avvicinare i giovani al patrimonio culturale, il messaggio è chiaro: investire nella cultura significa investire nella coesione sociale e nel dialogo con il mondo contemporaneo. Lo stesso vale per il turismo, sempre più protagonista della crescita nazionale e della promozione dell'immagine del Paese nel mondo. Come evidenzia Elena Nembrini, direttore generale ENIT, la valorizzazione dei territori, dei grandi eventi e delle eccellenze artistiche, paesaggistiche e culturali contribuisce a rafforzare l'attrattività dell'Italia e a generare opportunità diffuse per imprese, comunità locali e nuove generazioni. È in questo intreccio virtuoso tra impresa, cultura, innovazione e territorio che prende forma un'Italia capace di trasformare il merito, il talento e la visione in strumenti concreti di crescita e sviluppo.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Osservatorio sul Merito giugno 2026.pdf
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In occasione dell'Ashura, la ricorrenza più importante per i musulmani sciiti, un corteo ha attraversato il centro di Milano, con ripercussioni sul traffico in via Vittor Pisani. Nel video si vede il corteo diviso in due da un furgone, con il gruppo delle donne che procede isolato in coda.
Alessia Pifferi (Ansa)
La Procura generale della Cassazione ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado con cui la donna era stata condannata a 24 anni di reclusione. In primo grado, alla Pifferi era stato (giustamente) dato l’ergastolo. Poi, però, alla madre assassina sono state concesse le attenuanti.
A riguardo, la sostituta procuratrice generale della Cassazione, Valentina Manuali, è stata durissima. «Gli elementi sulla base dei quali la sentenza fonda il riconoscimento delle attenuanti generiche sono carenti. La bimba è morta perché privata per giorni di acqua e cibo», ha detto, rimarcando poi che «le condizioni psichiche dell’imputata non hanno minimamente inciso sulla sua capacità di intendere e volere». La corte di Cassazione, tuttavia, nel giro di poche ore ha confermato la condanna a 24 anni. E la decisione, va detto, lascia molto perplessi. Per quale motivo si dovrebbero concedere attenuanti a una donna che ha lasciato morire di stenti una bambina piccola, abbandonandola in casa e lasciandola crepare di fame tra sofferenze inaudite? Come si può mostrare clemenza verso una persona del genere? Il fatto che fosse disturbata non significa che non fosse capace di intendere e volere. E se era capace di farlo, per quale motivo si dovrebbe alleviarle la pena per un delitto tanto atroce? Mistero giudiziario. Eppure il dubbio è talmente legittimo che anche la Procura lo ha espresso con forza, ripetutamente. Ma niente da fare.
Quello della Pifferi non è l’unico notevole caso di cronaca nera di cui si è ritornati a parlare in questi giorni. C’è anche la mostruosa vicenda di Alessandro Impagnatiello, che ammazzò con decine di coltellate la compagna Giulia Tramontano incinta di 7 mesi, nel maggio del 2023. Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 9 aprile la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Milano e ha disposto un processo di appello bis, il cui scopo sarebbe quello di rivalutare l’elemento della premeditazione che era stato escluso in appello.
«L’idea di sopprimere Giulia Tramontano potrebbe essere già emersa molti mesi prima dell’episodio aggressivo del 27 maggio 2023», sostengono i giudici della Cassazione, che hanno riesaminato la sentenza dei loro colleghi notando «carenza motivazionale nella parte in cui è stata trascurata la valutazione dell’incremento della somministrazione di veleno per topi proprio nell’ultimo mese e mezzo della gravidanza». Allo stesso modo, sarebbero state trascurate le ricerche risalenti al 7 gennaio 2023 con cui Impagnatiello aveva «assunto informazioni sul quesito “quanto veleno per topi è necessario per uccidere una persona? Veleni inodori e insapori”». Certo, per l’ex barista fattosi killer la condanna rimane la stessa: ergastolo. Tuttavia, l’elemento della premeditazione è determinante. Ed è allucinante che sia stato escluso nel secondo grado di giudizio. Impagnatiello, prima di massacrare a colpi di lama la madre di suo figlio, ha cercato di ucciderla con il topicida per liberarsi di un fardello che non voleva. Ha evidentemente premeditato l’omicidio. Il fatto che poi, scoperto e messo alle strette, abbia deciso rapidamente di ricorrere a metodi più brutali e veloci non cambia lo stato dei fatti.
Viene davvero da chiedersi come operi in certi casi la giustizia italiana, da quale bussola sia guidata. Abbiamo sotto gli occhi due dei più spaventosi casi di cronaca degli ultimi decenni, ed entrambi coinvolgono dei bambini: una piccolissima e uno in procinto di venire al mondo. Si è molto insistito sul carattere di femminicida di Impagnatiello, perché con tutta evidenza il tema stuzzicava editorialisti e politici. Ma sul fatto che abbia eliminato un nascituro si tende a sorvolare. Anzi, forse proprio quel nascituro è stato all’origine dei peggiori progetti criminali. Con tutta evidenza, Impagnatiello è un narcisista patologico e manipolatore, non voleva farsi carico di una famiglia, preferiva vivere la sua vita spensierata fatta di conquiste nei locali e divertimento. In modo analogo, Alessia Pifferi non voleva fare la madre: cercava un uomo che la sollevasse dalle difficoltà dell’esistenza, di quel povero fagottino abbandonato in casa non sapeva che farsene. Dunque ha lasciato sola la figlia con un biberon e si è volatilizzata, donandole una morte terribile e spietata.
Non si tratta di infierire su persone malate o di fare i moralisti fuori tempo massimo. Qui si tratta di capire quali siano i limiti che separano il garantismo dall’ingenuità, la ragionevole sospensione dell’emotività dall’ingiustizia. Leggeremo tutte le motivazioni di questo mondo, per carità. Ma come ci possano essere delicatezza e indulgenza per questi due assassini resta francamente incomprensibile.
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Vladimir Putin (Ansa)
Il nuovo assegno staccato da Bruxelles è stato sancito ieri al vertice sulla Ricostruzione apertosi a Danzica, in Polonia. Nel quadro della Ukraine recovery conference, la Commissione europea ha annunciato una prima tranche da 3,2 miliardi come Macro-financial assistance, in sostanza un puntello per tenere in piedi lo Stato ucraino, altrimenti in bancarotta. Poi, entro pochi giorni, verranno versati altri 6 miliardi destinati alla produzione bellica, specialmente quella dei droni, l’arma su cui Kiev punta il tutto per tutto. Il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha spiegato: «Dall’inizio della guerra, l’Ue ha fornito 200 miliardi di euro in sostegno economico, finanziario e militare. E con il prestito di sostegno all’Ucraina, forniremo ulteriori 90 miliardi nei prossimi due anni». La Von der Leyen ha confermato che l’Ue sfrutterà l’esperienza ucraina per gli stessi programmi di riarmo europei: «L’esperienza dell’Ucraina sul campo di battaglia non ha eguali. Le sue aziende della Difesa sono tra le più innovative. Stanno sviluppando e producendo capacità all’avanguardia, dai droni intercettori ai sistemi di disturbo. Droni progettati in Ucraina vengono prodotti in Germania. Il carburante per i missili Flamingo ucraini sarà presto prodotto in Danimarca. Abbiamo bisogno di ingegno e innovazione ucraini e capacità e know-how industriale europei».
All’orizzonte c’è l’adesione di Kiev all’Unione, ma è lecito chiedersi se Bruxelles non si stia sobbarcando rischi eccessivi, con un impegno finanziario colossale, in un Paese in guerra permanente e così indebitato che in caso, eventuale, di sconfitta o collasso, rischierebbe di tornare nella sfera russa. Perciò la guerra d’Ucraina è sostenuta dall’Ue, che non può permettersi la sconfitta di un così importante creditore. Un portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che si esaminano i programmi d’armamenti ucraini da sostenere: «Stiamo esaminando i programmi di produzione, quindi l’Ucraina può analizzare la situazione sul campo e identificare i prodotti di cui ha bisogno, poi deve comunicarcelo sotto forma di programma di produzione. Per ora, abbiamo ricevuto due programmi. Il primo, sui droni, è già stato approvato e abbiamo appena ricevuto il secondo, in fase di valutazione». Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ne ha parlato con la Von der Leyen, ma solo per telefono. Infatti ha disertato Danzica, facendosi sostituire dalla premier ucraina Yulia Svyrydenko per le tensioni fra Ucraina e Polonia causate dall’intitolazione, da parte ucraina, di un reparto militare alla vecchia Upa filonazista, a cui Varsavia ha reagito ritirando un’onorificenza concessa a Zelensky. A Danzica il premier polacco Donald Tusk ha cercato di smorzare, esortando entrambe le nazioni al «rispetto reciproco della storia». Ma a dividere Kiev e Varsavia, sottobanco, ci sono anche le storiche rivendicazioni sulla regione ucraina di Leopoli (Lvov), che fu parte della Polonia per secoli.
Zelensky ha annunciato nuovi successi nella campagna di attacco con droni alle infrastrutture petrolifere russe. Il servizio segreto ucraino, che dirige i raid di droni, ha incendiato il deposito petrolifero Poltavska, nella regione di Krasnodar, a 300 km dal fronte, e colpito due raffinerie a Ufa, la Bashneft-Ufaneftekhim e la Bashneft-Novoyl, a 1.500 km dal fronte, sebbene i russi ribattano d’aver «respinto l’attacco». Il presidente francese Emmanuel Macron ha, invece, svelato solo ieri che la Marina francese ha abbordato e fermato «martedì al largo della Sicilia» la petroliera Deliver, battente bandiera del Camerun ma reputata inquadrata nella «flotta ombra russa» per aggirare le sanzioni. L’ambasciata russa a Parigi ha protestato: «Non vi sono russi nell’equipaggio della nave. È un atto di pirateria». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha lanciato l’ennesimo appello alla Russia affinché «congeli la linea del fronte» come condizione di negoziato, ma la prosecuzione delle operazioni dimostra che il Cremlino ritiene più vantaggioso mantenere la pressione militare.
L’esercito ucraino ha rivendicato ieri la riconquista della penisola di Kinburn, nella regione di Mykolaiv, avamposto da cui i russi si sono ritirati dopo attacchi alle loro linee logistiche, ma pare un successo marginale. L’istituto americano Isw conferma che i soldati russi «espandono le loro aree di infiltrazione» in settori del fronte presso Slovyansk, una delle chiavi di volta della catena di città-fortezze ucraine del fronte Est. Attacchi aerei russi hanno distrutto treni a Sumy e a Zaporizhzhia, dove è morto un macchinista. Combattimenti urbani continuano per il controllo di Kostantnyvka, da cui i russi potrebbero risalire verso Druzhkivka e Kramatorsk. Lì, secondo la Tass, truppe russe del 1194° reggimento hanno osservato la presenza di «mercenari polacchi e varie donne soldato tra le fila ucraine».
Arruolato con l’inganno dagli ucraini sarebbe, invece, un brasiliano di 23 anni, Herik Ferreira Soares, fatto prigioniero dai russi e la cui vicenda è stata denunciata ieri dal ministero degli Esteri di Mosca e dalla locale ambasciata brasiliana. Soares avrebbe detto in un filmato: «Mi hanno mentito, sono stato attirato con una falsa promessa di lavoro. Brasiliani, non accettate offerte di reclutamento legate ai conflitti armati. I soldi non valgono il rischio».
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