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2025-04-25
Raid su Kiev, Donald sgrida Putin: «Piantala e facciamo questa pace»
Soccorritori sul luogo dell'attacco russo a Kiev (Ansa)
Dopo la tregua di 30 ore concessa dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, all’Ucraina per la solennità della Pasqua, nella notte tra mercoledì e giovedì Mosca ha lanciato un nuovo attacco con una settantina di missili balistici e circa 150 droni diretto sulle le città di Kiev e Kharkiv. Nei raid sulla capitale i russi dicono di avere preso di mira industrie del settore militare, e secondo una nota diffusa dal ministero della Difesa, i bombardamenti hanno colpito imprese nei settori dell’aviazione, dei missili e dello spazio, dell’ingegneria meccanica e dei veicoli blindati, nonché per la produzione di carburante per missili e polvere da sparo.
I servizi di emergenza e i media ucraini riportano un bilancio complessivo di 12 morti e una novantina di feriti, rinvenuti soprattutto tra le macerie degli edifici distrutti nel distretto di Svjatošyn, il più colpito. Intanto, il sindaco di Kiev, Vitalij Klyčko, ha proclamato per oggi una giornata di lutto nazionale «in memoria delle vittime del massiccio attacco russo, tra i quali sei bambini».
Ma l’attacco russo non è passato sotto silenzio e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha tuonato un duro messaggio di critica al capo del Cremlino tramite un post pubblicato sul suo social network Truth. «Non sono contento degli attacchi russi a Kiev. Non sono necessari e avvengono in un pessimo momento. Vladimir, fermati! Stanno morendo 5.000 soldati a settimana. Facciamo in modo che l’accordo di pace si concluda», sono state le sue parole, seguite dalla convinzione che Putin accoglierà il suo appello a fermare gli attacchi sull’Ucraina. Poi, a margine del ricevimento del premier norvegese Jonas Gahr Støre ha riferito alla stampa: «Credo fortemente che Volodymyr Zelensky e Putin vogliano la pace ma devono venire al tavolo dei negoziati. È passato troppo tempo e ho una mia scadenza tassativa sulla questione, dopo la quale le cose andranno diversamente», ha detto, anche se non ha ancora annunciato la data di tale scadenza. Poi ha affermato: «Ucraina e Russia accetteranno l’accordo, sto facendo una forte pressing».
Intanto, il presidente ucraino è atterrato ieri mattina a Pretoria, in Sudafrica, che quest’anno ospiterà il vertice del G20. La visita di Zelensky nel Paese africano ha l’obiettivo di ribadire la necessità di intensificare gli sforzi diplomatici a livello globale. «Gli attacchi devono essere fermati immediatamente e senza condizioni. Contiamo anche sul sostegno nelle questioni umanitarie, nel ritorno dei nostri prigionieri e dei bambini ucraini rapiti dalla Russia», ha dichiarato al presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, il quale si dichiara «profondamente preoccupato per il perdurare del conflitto in Ucraina, per la morte dei civili, per i danni alle infrastrutture critiche e per il deterioramento della situazione umanitaria», ritenendo che l’unica via per la pace sia la diplomazia. Secondo Zelensky, inoltre, «il massiccio attacco russo è stato un tentativo di fare pressione sull’Ucraina e sugli Stati Uniti». In particolare, il Cremlino «non vuole che l’Ucraina costruisca relazioni normali con i Paesi africani», ma «Kiev non si farà fermare».
Emergono altri dettagli sulla trattativa per la pace. Gli Stati Uniti chiederanno a Mosca di accettare il diritto dell’Ucraina ad avere il proprio esercito e un’industria della difesa nell’ambito dell’accordo di pace. A darne notizia è l’agenzia Bloomberg, che cita fonti secondo le quali l’amministrazione Trump intende anche chiedere alla Russia di restituire la centrale nucleare di Zaporizhzhia.
Da parte loro, i russi propongono di considerare la ripresa del flusso del loro gas tramite il condotto che attraversa l’Ucraina e che Kiev aveva deciso di interrompere lo scorso primo gennaio, solo come «una questione commerciale», senza smentire la possibilità che l’infrastruttura sia controllata dagli Stati Uniti nel quadro di un accordo per la pace. «Bisogna procedere da questa prospettiva. C’è un venditore di gas, ci sono acquirenti potenziali. E se gli acquirenti dimostrano interesse, se il transito funziona, il venditore sarà pronto a discutere la ripresa. Nessuno nega o respinge nulla», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, solo poche ore dopo il bombardamento di Kiev, a chi gli chiedeva dei chiarimenti su quanto dichiarato in una intervista al settimanale francese Le Point. Al giornalista che gli aveva chiesto se la cessione agli Stati Uniti del controllo del gasdotto Suzhba sarebbe stata positiva per Mosca, Peskov ha risposto che la questione del transito del gas russo dall’Ucraina non deve essere politicizzata. «Se il nuovo proprietario accetta di firmare un contratto con Gazprom, allora perché no? È una questione prettamente commerciale. Siamo pronti a negoziare sul nostro gas».
Da questo lato della barricata si levano invece le voci della Commissione europea. In particolare è intervenuto l’alto rappresentate per gli Affari esteri della Commissione, Kaja Kallas, che, a Chisinau, in conferenza stampa con la presidente della Moldavia, Maia Sandu, ha affermato: « L’Unione europea è un progetto di pace, è chiaro che vogliamo la pace. La vogliono i moldavi, la vogliono gli ucraini, la vogliono gli europei. Ma la realtà è che Putin sta intensificando gli attacchi e sta rendendo chiaro che non la vuole». «La guerra di Mosca», ha aggiunto, «ha implicazioni dirette per la Moldavia. Dal ricatto energetico alle campagne di disinformazione, fino alle ripetute violazioni dello spazio aereo moldavo, la pressione della Russia è stata persistente. Per questo motivo l’Unione europea continuerà a sostenere la Moldavia nel rafforzamento della sua sicurezza».
Adesso i dem «scoprono» la Crimea
Tenere duro sulla Crimea, fino a compromettere le speranze di una pace in Ucraina. Se fosse solo la posizione di Volodymr Zelensky, si potrebbe anche capire. Ma pur di andare contro Donald Trump, la cui proposta di pace comprende il controllo di diritto della Crimea per la Russia, il centrosinistra italiano è pronto a dimenticarsi di quanto è stato ambiguo fin dal 2014, ovvero prima dell’invasione del febbraio 2022, pur di mantenere buoni rapporti con Vladimir Putin. A cominciare dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per arrivare a Paolo Gentiloni e a Enrico Letta.
Sono passati undici anni dall’invasione della Crimea e l’unico che non ha cambiato idea è Zelensky. Ieri era in Sudafrica in visita ufficiale e ha ribadito: «L’Ucraina fa tutto quello che vogliono gli alleati, ma non può cambiare idea sulla Crimea». Parole dirette a Trump, per il quale riconoscere i diritti della Russia su questa regione con sbocco sul mare è la prima base per poi trattare sul resto.
Oggi le opposizioni al governo Meloni sono in massima parte schierate completamente con Kiev, ma questo improvviso amore per la Crimea è un po’ sospetto. Prima dell’invasione del 24 febbraio 2022, su questa regione, al massimo si sono sprecate parole vuote e qualche appello poco convinto. Tutto per non perdere la possibilità di dialogare con Putin e farci affari.
Il presidente Mattarella, dopo l’occupazione della primavera 2014, ha tenuto un profilo bassissimo con Mosca. A marzo di quell’anno, a Roma, ci sono le prime manifestazioni di protesta degli ucraini, che chiedono il suo intervento, ma non sono ascoltati. Il primo luglio, sempre del 2014, il capo dello Stato va in visita nelle tre repubbliche baltiche, dove si respira un’ansia crescente per l’espansionismo di Mosca, ma lui si limita a confermare che il dialogo con la Russia è necessario e preferisce dedicarsi al tema dell’immigrazione.
Grandissima prudenza anche nel luglio del 2019, quando Putin va a Roma, ai tempi del governo gialloverde, per incontrare papa Francesco, Giuseppe Conte e Mattarella. Già un anno prima, Conte aveva chiesto la fine delle sanzioni alla Russia. Il Putin che arriva in Italia è tutt’altro che isolato, ottiene grandi aperture dal premier grillino, incontra i suoi vice, Matteo Salvini e Luigi Di Maio in un clima cordiale, poi ha un colloquio serenissimo con il capo dello Stato. Il giorno dopo l’invasione dell’Ucraina, sono i radicali a chiedere a Mattarella di revocare 22 onorificenze concesse a esponenti del regime russo perché «quelle medaglie grondano sangue».
Per l’occupazione della Crimea, la Russia si prese delle sanzioni da parte dell’Ue, ma l’Italia ha sempre chiesto che fossero moderate. Per esempio, l’allora premier del Pd Paolo Gentiloni, il 17 novembre del 2014, ammetteva che era impossibile avallare l’invasione, ma appoggiava la linea europea di «non prevedere un’escalation qualitativa delle sanzioni». Apriva anche a una futura discussione degli equilibri «per tutta l’Ucraina e per tutta la regione, quando ci saranno le condizioni». Un anno dopo, da ministro degli Esteri, lo stesso Gentiloni auspicava: «La ferita aperta dalla crisi ucraina va rimarginata, applicando gli accordi di Minsk, nell’interesse strategico dell’Europa e a mio avviso anche della Russia». Non esattamente una linea della fermezza, perché quegli accordi non imponevano di restituire agli ucraini la Crimea, ma anzi, esigevano maggiori autonomie politiche a Lugansk e Donetsk. E l’8 giugno del 2015, Gentiloni si spingeva oltre, dichiarando: «L’Italia è consapevole e soddisfatta (del rapporto speciale di cui aveva parlato Putin, ndr). Il rapporto privilegiato viene dalla constatazione che l’Italia fa la sua parte al fianco degli alleati europei e americani con coerenza e fermezza, ma al tempo stesso non vuole chiudere il dialogo con Mosca».
Il «precedente Crimea» non ha mai incrinato la voglia di dialogo con Mosca. Anche Enrico Letta, da segretario del Pd, un mese dopo lo scoppio della guerra sottolinea: «Penso che noi dobbiamo fare di tutto perchè la Russia un giorno torni nell’alveo dei Paesi e delle nazioni con le quali si dialoga, si discute e si riesce a fare cose positive». A costo di chiudere un occhio sulla Crimea, «invasione sciagurata», per Letta, ma nulla più. E sempre a marzo di tre anni fa, Carlo Calenda ammetteva: «Quello che sta accadendo oggi (l’invasione dell’Ucraina, ndr) è frutto anche della debole risposta occidentale all’annessione della Crimea». Undici anni e una guerra dopo, è difficile tramutare quella debolezza in improvviso rigore.
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Ancora missili sulla capitale ucraina, morti e feriti. Donald Trump alza la voce: «È già tardi, ma sto facendo pressing per un accordo. C’è una data di scadenza». Dialoghi in corso sulla centrale di Zaporizhzhia e sui flussi di gas.Pur di andare contro il piano di tregua proposto dal leader americano, la sinistra tricolore dimentica le sue ambiguità sull’annessione russa della Crimea nel 2014.Lo speciale contiene due articoliDopo la tregua di 30 ore concessa dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, all’Ucraina per la solennità della Pasqua, nella notte tra mercoledì e giovedì Mosca ha lanciato un nuovo attacco con una settantina di missili balistici e circa 150 droni diretto sulle le città di Kiev e Kharkiv. Nei raid sulla capitale i russi dicono di avere preso di mira industrie del settore militare, e secondo una nota diffusa dal ministero della Difesa, i bombardamenti hanno colpito imprese nei settori dell’aviazione, dei missili e dello spazio, dell’ingegneria meccanica e dei veicoli blindati, nonché per la produzione di carburante per missili e polvere da sparo. I servizi di emergenza e i media ucraini riportano un bilancio complessivo di 12 morti e una novantina di feriti, rinvenuti soprattutto tra le macerie degli edifici distrutti nel distretto di Svjatošyn, il più colpito. Intanto, il sindaco di Kiev, Vitalij Klyčko, ha proclamato per oggi una giornata di lutto nazionale «in memoria delle vittime del massiccio attacco russo, tra i quali sei bambini».Ma l’attacco russo non è passato sotto silenzio e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha tuonato un duro messaggio di critica al capo del Cremlino tramite un post pubblicato sul suo social network Truth. «Non sono contento degli attacchi russi a Kiev. Non sono necessari e avvengono in un pessimo momento. Vladimir, fermati! Stanno morendo 5.000 soldati a settimana. Facciamo in modo che l’accordo di pace si concluda», sono state le sue parole, seguite dalla convinzione che Putin accoglierà il suo appello a fermare gli attacchi sull’Ucraina. Poi, a margine del ricevimento del premier norvegese Jonas Gahr Støre ha riferito alla stampa: «Credo fortemente che Volodymyr Zelensky e Putin vogliano la pace ma devono venire al tavolo dei negoziati. È passato troppo tempo e ho una mia scadenza tassativa sulla questione, dopo la quale le cose andranno diversamente», ha detto, anche se non ha ancora annunciato la data di tale scadenza. Poi ha affermato: «Ucraina e Russia accetteranno l’accordo, sto facendo una forte pressing».Intanto, il presidente ucraino è atterrato ieri mattina a Pretoria, in Sudafrica, che quest’anno ospiterà il vertice del G20. La visita di Zelensky nel Paese africano ha l’obiettivo di ribadire la necessità di intensificare gli sforzi diplomatici a livello globale. «Gli attacchi devono essere fermati immediatamente e senza condizioni. Contiamo anche sul sostegno nelle questioni umanitarie, nel ritorno dei nostri prigionieri e dei bambini ucraini rapiti dalla Russia», ha dichiarato al presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, il quale si dichiara «profondamente preoccupato per il perdurare del conflitto in Ucraina, per la morte dei civili, per i danni alle infrastrutture critiche e per il deterioramento della situazione umanitaria», ritenendo che l’unica via per la pace sia la diplomazia. Secondo Zelensky, inoltre, «il massiccio attacco russo è stato un tentativo di fare pressione sull’Ucraina e sugli Stati Uniti». In particolare, il Cremlino «non vuole che l’Ucraina costruisca relazioni normali con i Paesi africani», ma «Kiev non si farà fermare». Emergono altri dettagli sulla trattativa per la pace. Gli Stati Uniti chiederanno a Mosca di accettare il diritto dell’Ucraina ad avere il proprio esercito e un’industria della difesa nell’ambito dell’accordo di pace. A darne notizia è l’agenzia Bloomberg, che cita fonti secondo le quali l’amministrazione Trump intende anche chiedere alla Russia di restituire la centrale nucleare di Zaporizhzhia. Da parte loro, i russi propongono di considerare la ripresa del flusso del loro gas tramite il condotto che attraversa l’Ucraina e che Kiev aveva deciso di interrompere lo scorso primo gennaio, solo come «una questione commerciale», senza smentire la possibilità che l’infrastruttura sia controllata dagli Stati Uniti nel quadro di un accordo per la pace. «Bisogna procedere da questa prospettiva. C’è un venditore di gas, ci sono acquirenti potenziali. E se gli acquirenti dimostrano interesse, se il transito funziona, il venditore sarà pronto a discutere la ripresa. Nessuno nega o respinge nulla», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, solo poche ore dopo il bombardamento di Kiev, a chi gli chiedeva dei chiarimenti su quanto dichiarato in una intervista al settimanale francese Le Point. Al giornalista che gli aveva chiesto se la cessione agli Stati Uniti del controllo del gasdotto Suzhba sarebbe stata positiva per Mosca, Peskov ha risposto che la questione del transito del gas russo dall’Ucraina non deve essere politicizzata. «Se il nuovo proprietario accetta di firmare un contratto con Gazprom, allora perché no? È una questione prettamente commerciale. Siamo pronti a negoziare sul nostro gas».Da questo lato della barricata si levano invece le voci della Commissione europea. In particolare è intervenuto l’alto rappresentate per gli Affari esteri della Commissione, Kaja Kallas, che, a Chisinau, in conferenza stampa con la presidente della Moldavia, Maia Sandu, ha affermato: « L’Unione europea è un progetto di pace, è chiaro che vogliamo la pace. La vogliono i moldavi, la vogliono gli ucraini, la vogliono gli europei. Ma la realtà è che Putin sta intensificando gli attacchi e sta rendendo chiaro che non la vuole». «La guerra di Mosca», ha aggiunto, «ha implicazioni dirette per la Moldavia. Dal ricatto energetico alle campagne di disinformazione, fino alle ripetute violazioni dello spazio aereo moldavo, la pressione della Russia è stata persistente. Per questo motivo l’Unione europea continuerà a sostenere la Moldavia nel rafforzamento della sua sicurezza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attacchi-russia-ucraina-donald-trump-2671840844.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="adesso-i-dem-scoprono-la-crimea" data-post-id="2671840844" data-published-at="1745528392" data-use-pagination="False"> Adesso i dem «scoprono» la Crimea Tenere duro sulla Crimea, fino a compromettere le speranze di una pace in Ucraina. Se fosse solo la posizione di Volodymr Zelensky, si potrebbe anche capire. Ma pur di andare contro Donald Trump, la cui proposta di pace comprende il controllo di diritto della Crimea per la Russia, il centrosinistra italiano è pronto a dimenticarsi di quanto è stato ambiguo fin dal 2014, ovvero prima dell’invasione del febbraio 2022, pur di mantenere buoni rapporti con Vladimir Putin. A cominciare dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per arrivare a Paolo Gentiloni e a Enrico Letta. Sono passati undici anni dall’invasione della Crimea e l’unico che non ha cambiato idea è Zelensky. Ieri era in Sudafrica in visita ufficiale e ha ribadito: «L’Ucraina fa tutto quello che vogliono gli alleati, ma non può cambiare idea sulla Crimea». Parole dirette a Trump, per il quale riconoscere i diritti della Russia su questa regione con sbocco sul mare è la prima base per poi trattare sul resto. Oggi le opposizioni al governo Meloni sono in massima parte schierate completamente con Kiev, ma questo improvviso amore per la Crimea è un po’ sospetto. Prima dell’invasione del 24 febbraio 2022, su questa regione, al massimo si sono sprecate parole vuote e qualche appello poco convinto. Tutto per non perdere la possibilità di dialogare con Putin e farci affari. Il presidente Mattarella, dopo l’occupazione della primavera 2014, ha tenuto un profilo bassissimo con Mosca. A marzo di quell’anno, a Roma, ci sono le prime manifestazioni di protesta degli ucraini, che chiedono il suo intervento, ma non sono ascoltati. Il primo luglio, sempre del 2014, il capo dello Stato va in visita nelle tre repubbliche baltiche, dove si respira un’ansia crescente per l’espansionismo di Mosca, ma lui si limita a confermare che il dialogo con la Russia è necessario e preferisce dedicarsi al tema dell’immigrazione. Grandissima prudenza anche nel luglio del 2019, quando Putin va a Roma, ai tempi del governo gialloverde, per incontrare papa Francesco, Giuseppe Conte e Mattarella. Già un anno prima, Conte aveva chiesto la fine delle sanzioni alla Russia. Il Putin che arriva in Italia è tutt’altro che isolato, ottiene grandi aperture dal premier grillino, incontra i suoi vice, Matteo Salvini e Luigi Di Maio in un clima cordiale, poi ha un colloquio serenissimo con il capo dello Stato. Il giorno dopo l’invasione dell’Ucraina, sono i radicali a chiedere a Mattarella di revocare 22 onorificenze concesse a esponenti del regime russo perché «quelle medaglie grondano sangue». Per l’occupazione della Crimea, la Russia si prese delle sanzioni da parte dell’Ue, ma l’Italia ha sempre chiesto che fossero moderate. Per esempio, l’allora premier del Pd Paolo Gentiloni, il 17 novembre del 2014, ammetteva che era impossibile avallare l’invasione, ma appoggiava la linea europea di «non prevedere un’escalation qualitativa delle sanzioni». Apriva anche a una futura discussione degli equilibri «per tutta l’Ucraina e per tutta la regione, quando ci saranno le condizioni». Un anno dopo, da ministro degli Esteri, lo stesso Gentiloni auspicava: «La ferita aperta dalla crisi ucraina va rimarginata, applicando gli accordi di Minsk, nell’interesse strategico dell’Europa e a mio avviso anche della Russia». Non esattamente una linea della fermezza, perché quegli accordi non imponevano di restituire agli ucraini la Crimea, ma anzi, esigevano maggiori autonomie politiche a Lugansk e Donetsk. E l’8 giugno del 2015, Gentiloni si spingeva oltre, dichiarando: «L’Italia è consapevole e soddisfatta (del rapporto speciale di cui aveva parlato Putin, ndr). Il rapporto privilegiato viene dalla constatazione che l’Italia fa la sua parte al fianco degli alleati europei e americani con coerenza e fermezza, ma al tempo stesso non vuole chiudere il dialogo con Mosca». Il «precedente Crimea» non ha mai incrinato la voglia di dialogo con Mosca. Anche Enrico Letta, da segretario del Pd, un mese dopo lo scoppio della guerra sottolinea: «Penso che noi dobbiamo fare di tutto perchè la Russia un giorno torni nell’alveo dei Paesi e delle nazioni con le quali si dialoga, si discute e si riesce a fare cose positive». A costo di chiudere un occhio sulla Crimea, «invasione sciagurata», per Letta, ma nulla più. E sempre a marzo di tre anni fa, Carlo Calenda ammetteva: «Quello che sta accadendo oggi (l’invasione dell’Ucraina, ndr) è frutto anche della debole risposta occidentale all’annessione della Crimea». Undici anni e una guerra dopo, è difficile tramutare quella debolezza in improvviso rigore.
Niente algoritmi, niente satelliti, niente highlights furbetti. Era l’istinto a dominare, quello che servirebbe per capire quali saranno i giocatori-sorpresa dei Mondiali trumpiani al via in Usa, Messico e Canada. Con 48 squadre (un luna park) vuoi non trovare un terzino di buon livello che costi meno dei 55 milioni non di un Camavinga ma di un Marco Palestra?
Ecco i calciatori da tenere d’occhio per le squadre italiane con le pezze al sedere, che fra settlement agreement Uefa (Juventus e Roma), debiti pregressi (Inter) e braccino delle proprietà straniere in confusione (Milan) non riescono più a ingaggiare campioni di prima fila. Un paniere di portieri, esterni a tutta fascia, mezze ali e punte più o meno spuntate che potrebbero fare al caso nostro. Con un avviso ai naviganti: sarebbero da opzionare al volo, prima che facciano passerella globale. Perché se uno sconosciuto segna un gol di gluteo o fa un assist di sponda ai Mondiali, il prezzo passa in automatico da due datteri a 20 milioni.
A custodire la porta svizzera c’è un tipaccio che può fare la differenza. Dopo gli exploit di Yann Sommer (ora bollito) ai mondiali di Russia e Qatar, tocca a Gregor Kobel. Armadio di Zurigo tutt’altro che ignoto, anche se non conosciutissimo dal tifoso canottierato da divano. È il numero uno del Borussia Dortmund e piace parecchio al Newcastle che potrebbe pure spendere 40 milioni per portarlo a casa. Sicuro fra i pali, felino in uscita e buono nel lavoro con i piedi, pur avendo 28 anni è un emotivo e talvolta entra in corto circuito con se stesso favorendo la papera. Per informazioni sulla sindrome, chiedere a Gigio Donnarumma.
Un altro portiere da tenere d’occhio è Yahia Fofana, francese naturalizzato ivoriano, estremo difensore della Costa D’Avorio. Ha 25 anni e ottimi riflessi, è esplosivo e nelle parate d’istinto somiglia ad André Onana. Come per il collega, i problemi cominciano quando deve pensare. Nonostante l’altezza (1.96) non è sicurissimo nelle uscite, nel senso che tende a sfarfallare. Per questo verrebbe via dal Caykur Rizespor (Turchia) a poco: meno di 10 milioni. Il terzo da segnalare è un turco vero e proprio, Ugurcan Cakir, estremo difensore del Galatasaray, 30 anni, esperto, pure pararigori. Servono 18 milioni come minimo.
Nel calcio woke tutto impostazione e gente multitasking i difensori rocciosi ormai sono pochi e chi li ha se li tiene. Tre comprimari di livello vanno però segnalati. Il primo è Julian Ryerson, vikingo di 31 anni del Borussia attorno al quale ruota la retroguardia della Norvegia. Le sue sono partite da mal di testa, visto che lo squadrone del grande Nord punta tutto su attaccanti del livello di Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa (quelli che hanno schiantato l’Italia), quindi spesso si sbilancia lasciando praterie per gli avversari. Costa 25 milioni, 12 in più del suo collega Leo Ostigard, che gioca nel Genoa e potrebbe diventare un fattore. Se la Norvegia si conferma, quest’ultimo potrebbe vedere il valore salire e diventare un uomo mercato. Occhio anche ad Armando Obispo, mastino del Psv Eindhoven, 26 anni, pilastro della cenerentola Curaçao. Secondo Transfertmarkt non costa più di 4 milioni, un affarone già prima del fischio d’inizio.
Oggi le partite si decidono sulle fasce, e allora via con la squadra dei velocisti da cento polmoni. Douglas Santos, brasiliano dello Zenit di San Pietroburgo, ha la sua bella età (32) ma garantisce corsa ed esperienza. Soprattutto è in saldo: 7,5 milioni. Per Europa League o Conference basta e avanza. Ben diverso lo scenario per un piccolo fenomeno come Valentín Barco, argentino dello Strasburgo, 21 anni, destinato alle platee più nobili. Vale 40 milioni e il Chelsea gli ha messo le mani sopra. Poiché gli inglesi hanno a bilancio una quarantina di calciatori, potrebbe essere un prestito vincente. Stessa squadra, destino simile per Guela Douè, (23) ai Mondiali con la maglia della Costa d’Avorio. Qualche giorno fa ha dato un dispiacere alla Francia in amichevole. È uno dei rookies più attesi: per puntarlo servono 20 milioni a salire, astenersi perditempo. Un nome di ritorno è Tajon Buchanan, canadese di 27 anni, che dopo il fallimento all’Inter ha vissuto una resurrezione divina al Villarreal come ala destra: 7 gol, quasi sempre titolare. Prezzo di partenza 12 milioni ma se la sua nazionale va avanti il valore lievita.
A centrocampo brillano tre stelline vecchie e nuove. Tomas Soucek (31) è un pilastro della Repubblica Ceca, mediano o regista senza problemi, specialista nei calci piazzati. È retrocesso con il West Ham, quindi è sul mercato per ripianare i debiti e costa poco: 10 milioni, un affare per chi lo prende. Ben altro profilo è quello di una baby star del Marocco, che arriva ai Mondiali con l’obiettivo di raggiungere almeno i quarti: Ayyoub Bouaddi ha 18 anni, un’enorme personalità, sembra Adrien Rabiot, gioca (per ora) nel Lille ed è sul taccuino di mezza Europa. Bayern, Arsenal, Manchester United. Base d’asta 40 milioni. Chi non può permetterselo dovrà consolarsi con Richard Rios, colombiano del Benfica, 26 anni, medianone dal dribbling letale. Si parte da 25 milioni.
I rifinitori alla Paulo Dybala sono merce rarissima. Accendiamo il lanternino per scoprire chi c’è oltre i grandi 10 da sogno, quindi fuori budget. Un profilo interessante sarebbe Lennart Karl, tedesco di 19 anni, che salterà i Mondiali per infortunio ma che il Bayern potrebbe mandare a farsi le ossa in una squadra italiana come ha fatto il Real Madrid con Nico Paz. Il ct Julian Nagelsmann ha convocato al suo posto Assane Ouedraogo (20 anni) del Lipsia; se ha spazio è un fattore sicuro. Per 30 milioni può fare felice qualunque tifoseria. Come Kerim Alajbegovic, il bosniaco che ci ha eliminato nello spareggio della vergogna: 18 anni e un grande futuro davanti a sé. Il Salisburgo lo valuta 22 milioni, avanti chi ha coraggio.
Poiché alcune signore hanno il diritto di guardarsi le partite in senso estetico, due consigli sexy: il portiere tedesco Kevin Trapp e il difensore olandese del Tottenham Mickey Vandeven sono tipacci da pubblicità della schiuma da barba. Dopo il siparietto, riflettori sulle punte, quelli che fanno gol e vedono lievitare il valore a ogni centro. Il più atteso è un bambino che arriva dall’Ecuador, Kendry Páez (19), con lampi da fenomeno e al River Plate utilizzato come fantasista. Il cartellino dice 8 milioni ma suona falso perché è già del solito Chelsea, la kinderheim d’Europa, che difficilmente se ne priverà. Un altro caratterino è Gianluca Prestianni (20), argentino del Benfica, protagonista della famosa rissa razzista con Vinicius junior, difeso a spada tratta da Josè Mourinho. Costa 20 milioni ma sembra avere bisogno di un tutor.
Si va sul sicuro con Folarin Balogun (24) centravanti del Monaco e degli Stati Uniti. Sarà l’idolo di casa, costo 40 milioni sempre che la sua gigantografia non finisca a Times Square. Un sogno impossibile per quasi tutti è Yan Diomandé (22) che indossa la maglia della Costa d’Avorio; nel Lipsia ha segnato 13 gol più 9 assist. Il club ha fatto il prezzo: 100 milioni. Per stizza verrebbe voglia di ripiegare sul più abbordabile Raul Jiménez, nonno messicano delle aree di rigore, puntero del Fulham, destinato a fare coppia con Santi Gimenez del Milan. E a consolarlo. Raul ha il record del saldo: 3 milioni. Anche perché ha 35 anni suonati.
Per chi ama il tutto gratis c’è un’occasione imperdibile. È un monumento panamense, idolo locale per aver segnato il gol che ha mandato la sua nazionale al Mondiale. Ha 37 anni e si chiama Cecilio Waterman. Andrebbe ingaggiato solo per il nome.
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@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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