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2025-04-25
Raid su Kiev, Donald sgrida Putin: «Piantala e facciamo questa pace»
Soccorritori sul luogo dell'attacco russo a Kiev (Ansa)
Dopo la tregua di 30 ore concessa dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, all’Ucraina per la solennità della Pasqua, nella notte tra mercoledì e giovedì Mosca ha lanciato un nuovo attacco con una settantina di missili balistici e circa 150 droni diretto sulle le città di Kiev e Kharkiv. Nei raid sulla capitale i russi dicono di avere preso di mira industrie del settore militare, e secondo una nota diffusa dal ministero della Difesa, i bombardamenti hanno colpito imprese nei settori dell’aviazione, dei missili e dello spazio, dell’ingegneria meccanica e dei veicoli blindati, nonché per la produzione di carburante per missili e polvere da sparo.
I servizi di emergenza e i media ucraini riportano un bilancio complessivo di 12 morti e una novantina di feriti, rinvenuti soprattutto tra le macerie degli edifici distrutti nel distretto di Svjatošyn, il più colpito. Intanto, il sindaco di Kiev, Vitalij Klyčko, ha proclamato per oggi una giornata di lutto nazionale «in memoria delle vittime del massiccio attacco russo, tra i quali sei bambini».
Ma l’attacco russo non è passato sotto silenzio e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha tuonato un duro messaggio di critica al capo del Cremlino tramite un post pubblicato sul suo social network Truth. «Non sono contento degli attacchi russi a Kiev. Non sono necessari e avvengono in un pessimo momento. Vladimir, fermati! Stanno morendo 5.000 soldati a settimana. Facciamo in modo che l’accordo di pace si concluda», sono state le sue parole, seguite dalla convinzione che Putin accoglierà il suo appello a fermare gli attacchi sull’Ucraina. Poi, a margine del ricevimento del premier norvegese Jonas Gahr Støre ha riferito alla stampa: «Credo fortemente che Volodymyr Zelensky e Putin vogliano la pace ma devono venire al tavolo dei negoziati. È passato troppo tempo e ho una mia scadenza tassativa sulla questione, dopo la quale le cose andranno diversamente», ha detto, anche se non ha ancora annunciato la data di tale scadenza. Poi ha affermato: «Ucraina e Russia accetteranno l’accordo, sto facendo una forte pressing».
Intanto, il presidente ucraino è atterrato ieri mattina a Pretoria, in Sudafrica, che quest’anno ospiterà il vertice del G20. La visita di Zelensky nel Paese africano ha l’obiettivo di ribadire la necessità di intensificare gli sforzi diplomatici a livello globale. «Gli attacchi devono essere fermati immediatamente e senza condizioni. Contiamo anche sul sostegno nelle questioni umanitarie, nel ritorno dei nostri prigionieri e dei bambini ucraini rapiti dalla Russia», ha dichiarato al presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, il quale si dichiara «profondamente preoccupato per il perdurare del conflitto in Ucraina, per la morte dei civili, per i danni alle infrastrutture critiche e per il deterioramento della situazione umanitaria», ritenendo che l’unica via per la pace sia la diplomazia. Secondo Zelensky, inoltre, «il massiccio attacco russo è stato un tentativo di fare pressione sull’Ucraina e sugli Stati Uniti». In particolare, il Cremlino «non vuole che l’Ucraina costruisca relazioni normali con i Paesi africani», ma «Kiev non si farà fermare».
Emergono altri dettagli sulla trattativa per la pace. Gli Stati Uniti chiederanno a Mosca di accettare il diritto dell’Ucraina ad avere il proprio esercito e un’industria della difesa nell’ambito dell’accordo di pace. A darne notizia è l’agenzia Bloomberg, che cita fonti secondo le quali l’amministrazione Trump intende anche chiedere alla Russia di restituire la centrale nucleare di Zaporizhzhia.
Da parte loro, i russi propongono di considerare la ripresa del flusso del loro gas tramite il condotto che attraversa l’Ucraina e che Kiev aveva deciso di interrompere lo scorso primo gennaio, solo come «una questione commerciale», senza smentire la possibilità che l’infrastruttura sia controllata dagli Stati Uniti nel quadro di un accordo per la pace. «Bisogna procedere da questa prospettiva. C’è un venditore di gas, ci sono acquirenti potenziali. E se gli acquirenti dimostrano interesse, se il transito funziona, il venditore sarà pronto a discutere la ripresa. Nessuno nega o respinge nulla», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, solo poche ore dopo il bombardamento di Kiev, a chi gli chiedeva dei chiarimenti su quanto dichiarato in una intervista al settimanale francese Le Point. Al giornalista che gli aveva chiesto se la cessione agli Stati Uniti del controllo del gasdotto Suzhba sarebbe stata positiva per Mosca, Peskov ha risposto che la questione del transito del gas russo dall’Ucraina non deve essere politicizzata. «Se il nuovo proprietario accetta di firmare un contratto con Gazprom, allora perché no? È una questione prettamente commerciale. Siamo pronti a negoziare sul nostro gas».
Da questo lato della barricata si levano invece le voci della Commissione europea. In particolare è intervenuto l’alto rappresentate per gli Affari esteri della Commissione, Kaja Kallas, che, a Chisinau, in conferenza stampa con la presidente della Moldavia, Maia Sandu, ha affermato: « L’Unione europea è un progetto di pace, è chiaro che vogliamo la pace. La vogliono i moldavi, la vogliono gli ucraini, la vogliono gli europei. Ma la realtà è che Putin sta intensificando gli attacchi e sta rendendo chiaro che non la vuole». «La guerra di Mosca», ha aggiunto, «ha implicazioni dirette per la Moldavia. Dal ricatto energetico alle campagne di disinformazione, fino alle ripetute violazioni dello spazio aereo moldavo, la pressione della Russia è stata persistente. Per questo motivo l’Unione europea continuerà a sostenere la Moldavia nel rafforzamento della sua sicurezza».
Adesso i dem «scoprono» la Crimea
Tenere duro sulla Crimea, fino a compromettere le speranze di una pace in Ucraina. Se fosse solo la posizione di Volodymr Zelensky, si potrebbe anche capire. Ma pur di andare contro Donald Trump, la cui proposta di pace comprende il controllo di diritto della Crimea per la Russia, il centrosinistra italiano è pronto a dimenticarsi di quanto è stato ambiguo fin dal 2014, ovvero prima dell’invasione del febbraio 2022, pur di mantenere buoni rapporti con Vladimir Putin. A cominciare dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per arrivare a Paolo Gentiloni e a Enrico Letta.
Sono passati undici anni dall’invasione della Crimea e l’unico che non ha cambiato idea è Zelensky. Ieri era in Sudafrica in visita ufficiale e ha ribadito: «L’Ucraina fa tutto quello che vogliono gli alleati, ma non può cambiare idea sulla Crimea». Parole dirette a Trump, per il quale riconoscere i diritti della Russia su questa regione con sbocco sul mare è la prima base per poi trattare sul resto.
Oggi le opposizioni al governo Meloni sono in massima parte schierate completamente con Kiev, ma questo improvviso amore per la Crimea è un po’ sospetto. Prima dell’invasione del 24 febbraio 2022, su questa regione, al massimo si sono sprecate parole vuote e qualche appello poco convinto. Tutto per non perdere la possibilità di dialogare con Putin e farci affari.
Il presidente Mattarella, dopo l’occupazione della primavera 2014, ha tenuto un profilo bassissimo con Mosca. A marzo di quell’anno, a Roma, ci sono le prime manifestazioni di protesta degli ucraini, che chiedono il suo intervento, ma non sono ascoltati. Il primo luglio, sempre del 2014, il capo dello Stato va in visita nelle tre repubbliche baltiche, dove si respira un’ansia crescente per l’espansionismo di Mosca, ma lui si limita a confermare che il dialogo con la Russia è necessario e preferisce dedicarsi al tema dell’immigrazione.
Grandissima prudenza anche nel luglio del 2019, quando Putin va a Roma, ai tempi del governo gialloverde, per incontrare papa Francesco, Giuseppe Conte e Mattarella. Già un anno prima, Conte aveva chiesto la fine delle sanzioni alla Russia. Il Putin che arriva in Italia è tutt’altro che isolato, ottiene grandi aperture dal premier grillino, incontra i suoi vice, Matteo Salvini e Luigi Di Maio in un clima cordiale, poi ha un colloquio serenissimo con il capo dello Stato. Il giorno dopo l’invasione dell’Ucraina, sono i radicali a chiedere a Mattarella di revocare 22 onorificenze concesse a esponenti del regime russo perché «quelle medaglie grondano sangue».
Per l’occupazione della Crimea, la Russia si prese delle sanzioni da parte dell’Ue, ma l’Italia ha sempre chiesto che fossero moderate. Per esempio, l’allora premier del Pd Paolo Gentiloni, il 17 novembre del 2014, ammetteva che era impossibile avallare l’invasione, ma appoggiava la linea europea di «non prevedere un’escalation qualitativa delle sanzioni». Apriva anche a una futura discussione degli equilibri «per tutta l’Ucraina e per tutta la regione, quando ci saranno le condizioni». Un anno dopo, da ministro degli Esteri, lo stesso Gentiloni auspicava: «La ferita aperta dalla crisi ucraina va rimarginata, applicando gli accordi di Minsk, nell’interesse strategico dell’Europa e a mio avviso anche della Russia». Non esattamente una linea della fermezza, perché quegli accordi non imponevano di restituire agli ucraini la Crimea, ma anzi, esigevano maggiori autonomie politiche a Lugansk e Donetsk. E l’8 giugno del 2015, Gentiloni si spingeva oltre, dichiarando: «L’Italia è consapevole e soddisfatta (del rapporto speciale di cui aveva parlato Putin, ndr). Il rapporto privilegiato viene dalla constatazione che l’Italia fa la sua parte al fianco degli alleati europei e americani con coerenza e fermezza, ma al tempo stesso non vuole chiudere il dialogo con Mosca».
Il «precedente Crimea» non ha mai incrinato la voglia di dialogo con Mosca. Anche Enrico Letta, da segretario del Pd, un mese dopo lo scoppio della guerra sottolinea: «Penso che noi dobbiamo fare di tutto perchè la Russia un giorno torni nell’alveo dei Paesi e delle nazioni con le quali si dialoga, si discute e si riesce a fare cose positive». A costo di chiudere un occhio sulla Crimea, «invasione sciagurata», per Letta, ma nulla più. E sempre a marzo di tre anni fa, Carlo Calenda ammetteva: «Quello che sta accadendo oggi (l’invasione dell’Ucraina, ndr) è frutto anche della debole risposta occidentale all’annessione della Crimea». Undici anni e una guerra dopo, è difficile tramutare quella debolezza in improvviso rigore.
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Ancora missili sulla capitale ucraina, morti e feriti. Donald Trump alza la voce: «È già tardi, ma sto facendo pressing per un accordo. C’è una data di scadenza». Dialoghi in corso sulla centrale di Zaporizhzhia e sui flussi di gas.Pur di andare contro il piano di tregua proposto dal leader americano, la sinistra tricolore dimentica le sue ambiguità sull’annessione russa della Crimea nel 2014.Lo speciale contiene due articoliDopo la tregua di 30 ore concessa dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, all’Ucraina per la solennità della Pasqua, nella notte tra mercoledì e giovedì Mosca ha lanciato un nuovo attacco con una settantina di missili balistici e circa 150 droni diretto sulle le città di Kiev e Kharkiv. Nei raid sulla capitale i russi dicono di avere preso di mira industrie del settore militare, e secondo una nota diffusa dal ministero della Difesa, i bombardamenti hanno colpito imprese nei settori dell’aviazione, dei missili e dello spazio, dell’ingegneria meccanica e dei veicoli blindati, nonché per la produzione di carburante per missili e polvere da sparo. I servizi di emergenza e i media ucraini riportano un bilancio complessivo di 12 morti e una novantina di feriti, rinvenuti soprattutto tra le macerie degli edifici distrutti nel distretto di Svjatošyn, il più colpito. Intanto, il sindaco di Kiev, Vitalij Klyčko, ha proclamato per oggi una giornata di lutto nazionale «in memoria delle vittime del massiccio attacco russo, tra i quali sei bambini».Ma l’attacco russo non è passato sotto silenzio e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha tuonato un duro messaggio di critica al capo del Cremlino tramite un post pubblicato sul suo social network Truth. «Non sono contento degli attacchi russi a Kiev. Non sono necessari e avvengono in un pessimo momento. Vladimir, fermati! Stanno morendo 5.000 soldati a settimana. Facciamo in modo che l’accordo di pace si concluda», sono state le sue parole, seguite dalla convinzione che Putin accoglierà il suo appello a fermare gli attacchi sull’Ucraina. Poi, a margine del ricevimento del premier norvegese Jonas Gahr Støre ha riferito alla stampa: «Credo fortemente che Volodymyr Zelensky e Putin vogliano la pace ma devono venire al tavolo dei negoziati. È passato troppo tempo e ho una mia scadenza tassativa sulla questione, dopo la quale le cose andranno diversamente», ha detto, anche se non ha ancora annunciato la data di tale scadenza. Poi ha affermato: «Ucraina e Russia accetteranno l’accordo, sto facendo una forte pressing».Intanto, il presidente ucraino è atterrato ieri mattina a Pretoria, in Sudafrica, che quest’anno ospiterà il vertice del G20. La visita di Zelensky nel Paese africano ha l’obiettivo di ribadire la necessità di intensificare gli sforzi diplomatici a livello globale. «Gli attacchi devono essere fermati immediatamente e senza condizioni. Contiamo anche sul sostegno nelle questioni umanitarie, nel ritorno dei nostri prigionieri e dei bambini ucraini rapiti dalla Russia», ha dichiarato al presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, il quale si dichiara «profondamente preoccupato per il perdurare del conflitto in Ucraina, per la morte dei civili, per i danni alle infrastrutture critiche e per il deterioramento della situazione umanitaria», ritenendo che l’unica via per la pace sia la diplomazia. Secondo Zelensky, inoltre, «il massiccio attacco russo è stato un tentativo di fare pressione sull’Ucraina e sugli Stati Uniti». In particolare, il Cremlino «non vuole che l’Ucraina costruisca relazioni normali con i Paesi africani», ma «Kiev non si farà fermare». Emergono altri dettagli sulla trattativa per la pace. Gli Stati Uniti chiederanno a Mosca di accettare il diritto dell’Ucraina ad avere il proprio esercito e un’industria della difesa nell’ambito dell’accordo di pace. A darne notizia è l’agenzia Bloomberg, che cita fonti secondo le quali l’amministrazione Trump intende anche chiedere alla Russia di restituire la centrale nucleare di Zaporizhzhia. Da parte loro, i russi propongono di considerare la ripresa del flusso del loro gas tramite il condotto che attraversa l’Ucraina e che Kiev aveva deciso di interrompere lo scorso primo gennaio, solo come «una questione commerciale», senza smentire la possibilità che l’infrastruttura sia controllata dagli Stati Uniti nel quadro di un accordo per la pace. «Bisogna procedere da questa prospettiva. C’è un venditore di gas, ci sono acquirenti potenziali. E se gli acquirenti dimostrano interesse, se il transito funziona, il venditore sarà pronto a discutere la ripresa. Nessuno nega o respinge nulla», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, solo poche ore dopo il bombardamento di Kiev, a chi gli chiedeva dei chiarimenti su quanto dichiarato in una intervista al settimanale francese Le Point. Al giornalista che gli aveva chiesto se la cessione agli Stati Uniti del controllo del gasdotto Suzhba sarebbe stata positiva per Mosca, Peskov ha risposto che la questione del transito del gas russo dall’Ucraina non deve essere politicizzata. «Se il nuovo proprietario accetta di firmare un contratto con Gazprom, allora perché no? È una questione prettamente commerciale. Siamo pronti a negoziare sul nostro gas».Da questo lato della barricata si levano invece le voci della Commissione europea. In particolare è intervenuto l’alto rappresentate per gli Affari esteri della Commissione, Kaja Kallas, che, a Chisinau, in conferenza stampa con la presidente della Moldavia, Maia Sandu, ha affermato: « L’Unione europea è un progetto di pace, è chiaro che vogliamo la pace. La vogliono i moldavi, la vogliono gli ucraini, la vogliono gli europei. Ma la realtà è che Putin sta intensificando gli attacchi e sta rendendo chiaro che non la vuole». «La guerra di Mosca», ha aggiunto, «ha implicazioni dirette per la Moldavia. Dal ricatto energetico alle campagne di disinformazione, fino alle ripetute violazioni dello spazio aereo moldavo, la pressione della Russia è stata persistente. Per questo motivo l’Unione europea continuerà a sostenere la Moldavia nel rafforzamento della sua sicurezza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attacchi-russia-ucraina-donald-trump-2671840844.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="adesso-i-dem-scoprono-la-crimea" data-post-id="2671840844" data-published-at="1745528392" data-use-pagination="False"> Adesso i dem «scoprono» la Crimea Tenere duro sulla Crimea, fino a compromettere le speranze di una pace in Ucraina. Se fosse solo la posizione di Volodymr Zelensky, si potrebbe anche capire. Ma pur di andare contro Donald Trump, la cui proposta di pace comprende il controllo di diritto della Crimea per la Russia, il centrosinistra italiano è pronto a dimenticarsi di quanto è stato ambiguo fin dal 2014, ovvero prima dell’invasione del febbraio 2022, pur di mantenere buoni rapporti con Vladimir Putin. A cominciare dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per arrivare a Paolo Gentiloni e a Enrico Letta. Sono passati undici anni dall’invasione della Crimea e l’unico che non ha cambiato idea è Zelensky. Ieri era in Sudafrica in visita ufficiale e ha ribadito: «L’Ucraina fa tutto quello che vogliono gli alleati, ma non può cambiare idea sulla Crimea». Parole dirette a Trump, per il quale riconoscere i diritti della Russia su questa regione con sbocco sul mare è la prima base per poi trattare sul resto. Oggi le opposizioni al governo Meloni sono in massima parte schierate completamente con Kiev, ma questo improvviso amore per la Crimea è un po’ sospetto. Prima dell’invasione del 24 febbraio 2022, su questa regione, al massimo si sono sprecate parole vuote e qualche appello poco convinto. Tutto per non perdere la possibilità di dialogare con Putin e farci affari. Il presidente Mattarella, dopo l’occupazione della primavera 2014, ha tenuto un profilo bassissimo con Mosca. A marzo di quell’anno, a Roma, ci sono le prime manifestazioni di protesta degli ucraini, che chiedono il suo intervento, ma non sono ascoltati. Il primo luglio, sempre del 2014, il capo dello Stato va in visita nelle tre repubbliche baltiche, dove si respira un’ansia crescente per l’espansionismo di Mosca, ma lui si limita a confermare che il dialogo con la Russia è necessario e preferisce dedicarsi al tema dell’immigrazione. Grandissima prudenza anche nel luglio del 2019, quando Putin va a Roma, ai tempi del governo gialloverde, per incontrare papa Francesco, Giuseppe Conte e Mattarella. Già un anno prima, Conte aveva chiesto la fine delle sanzioni alla Russia. Il Putin che arriva in Italia è tutt’altro che isolato, ottiene grandi aperture dal premier grillino, incontra i suoi vice, Matteo Salvini e Luigi Di Maio in un clima cordiale, poi ha un colloquio serenissimo con il capo dello Stato. Il giorno dopo l’invasione dell’Ucraina, sono i radicali a chiedere a Mattarella di revocare 22 onorificenze concesse a esponenti del regime russo perché «quelle medaglie grondano sangue». Per l’occupazione della Crimea, la Russia si prese delle sanzioni da parte dell’Ue, ma l’Italia ha sempre chiesto che fossero moderate. Per esempio, l’allora premier del Pd Paolo Gentiloni, il 17 novembre del 2014, ammetteva che era impossibile avallare l’invasione, ma appoggiava la linea europea di «non prevedere un’escalation qualitativa delle sanzioni». Apriva anche a una futura discussione degli equilibri «per tutta l’Ucraina e per tutta la regione, quando ci saranno le condizioni». Un anno dopo, da ministro degli Esteri, lo stesso Gentiloni auspicava: «La ferita aperta dalla crisi ucraina va rimarginata, applicando gli accordi di Minsk, nell’interesse strategico dell’Europa e a mio avviso anche della Russia». Non esattamente una linea della fermezza, perché quegli accordi non imponevano di restituire agli ucraini la Crimea, ma anzi, esigevano maggiori autonomie politiche a Lugansk e Donetsk. E l’8 giugno del 2015, Gentiloni si spingeva oltre, dichiarando: «L’Italia è consapevole e soddisfatta (del rapporto speciale di cui aveva parlato Putin, ndr). Il rapporto privilegiato viene dalla constatazione che l’Italia fa la sua parte al fianco degli alleati europei e americani con coerenza e fermezza, ma al tempo stesso non vuole chiudere il dialogo con Mosca». Il «precedente Crimea» non ha mai incrinato la voglia di dialogo con Mosca. Anche Enrico Letta, da segretario del Pd, un mese dopo lo scoppio della guerra sottolinea: «Penso che noi dobbiamo fare di tutto perchè la Russia un giorno torni nell’alveo dei Paesi e delle nazioni con le quali si dialoga, si discute e si riesce a fare cose positive». A costo di chiudere un occhio sulla Crimea, «invasione sciagurata», per Letta, ma nulla più. E sempre a marzo di tre anni fa, Carlo Calenda ammetteva: «Quello che sta accadendo oggi (l’invasione dell’Ucraina, ndr) è frutto anche della debole risposta occidentale all’annessione della Crimea». Undici anni e una guerra dopo, è difficile tramutare quella debolezza in improvviso rigore.
Un braccio di mare lungo 50 chilometri e largo massimo 26, da cui transita quasi il 12% del commercio mondiale marittimo di petrolio. È un passaggio che, sulla direttrice che porta al canale di Suez e quindi al Mediterraneo, insiste sul Mar Rosso già presidiato dalle navi Usa e dalla missione europea Aspides. Le quali si sono rivelate insufficienti a neutralizzare le doti offensive del nemico: tra il 2024 e il 2025, gli Huthi hanno affondato quattro imbarcazioni; intanto, la coalizione occidentale ha speso oltre un miliardo di dollari in testate antimissile e antiaeree. Il giudizio di Reuters, che ne ha scritto pochi giorni fa, è stato definitivo: si parla di proteggere Hormuz, ma il «tentativo simile» nel Mar Rosso «alla fine è fallito».
La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente ci espone, in quanto italiani ed europei, anche sul piano militare. Inutile nascondersi: quando l’Ue e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno risposto all’appello di Donald Trump per il Golfo proponendo di rafforzare Aspides, lo hanno fatto anche per trarsi d’impaccio dalla polveriera di Hormuz. Ma ora la stessa tensione potrebbe riproporsi a Bab el-Mandeb. E noi ci siamo dentro fino al collo.
«Gli Huthi non hanno la capacità per bloccare lo Stretto come hanno fatto gli iraniani», spiega alla Verità il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani. Tuttavia, segnala il generale Marco Bartolini, «un’operazione che si svolge in mare chiuso, lungo costa, dove ci si trova costantemente sotto tiro, presenta difficoltà molto maggiori rispetto a una in mare aperto». I ribelli hanno a disposizione sciami di droni e missili da crociera in abbondanza. La nostra incognita riguarda proprio gli approvvigionamenti. Per rispondere agli attacchi dovremmo utilizzare, continua Gaiani, «cannoni con munizionamento antidrone e missili da difesa aerea». Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, sottolinea che, contro i velivoli senza pilota, abbiamo già usato, «con grande soddisfazione, il cannone da 76 millimetri, reso ancor più efficace dal munizionamento guidato. Tant’è che Leonardo ne ha prodotto anche una versione terrestre», oltre a quella per le navi. Tuttavia, avverte Gaiani, «noi abbiamo un problema di quantità. Già l’anno scorso, gli americani hanno provato a colpire depositi e infrastrutture degli Huthi, a differenza degli europei, che si limitavano ad abbattere le minacce sul mare. Ma persino gli statunitensi hanno finito i missili antiaerei sulle navi e, nonostante i raid, non hanno distrutto i depositi sotterranei degli Huthi. Per riuscire nell’intento, bisognerebbe avere molte navi, con molti missili e con molti proiettili; cosa che nessuno, oggi, ha».
Prima che si aprissero le ostilità con Teheran, gli Usa erano riusciti a raggiungere un accordo con i ribelli: voi non provate a colpire i natanti, noi smettiamo di colpire voi. Il punto è che, alla luce delle permanenti insidie, alle quali le compagnie assicurative hanno peraltro risposto prontamente, sospendendo in vari casi le polizze, molti mercantili hanno già smesso di avventurarsi nel Mar Rosso, preferendo circumnavigare l’Africa. Aggirare il pericolo, però, comporta un aggravio di costi indipendente dall’effettivo blocco manu militari di Bab el-Mandem. La minaccia di chiudere lo Stretto è essa stessa la chiusura dello Stretto.
Il nostro Paese, protagonista di alcuni interventi a protezione delle imbarcazioni civili, ha contribuito ad Aspides con i pezzi d’élite della Marina, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio e Andrea Doria e le fregate Virginio Fasan e Federico Martinengo. Roma svolge un ruolo da protagonista: la guida della missione, il 2 luglio 2025, era stata trasferita dal contrammiraglio greco Michail Pantouvakis al contrammiraglio italiano Andrea Quondamatteo; il comando tattico, invece, è in capo a un gruppo composto da otto Paesi membri e, lo scorso 14 marzo, a bordo della frega italiana Luigi Rizzo, che fungerà da quartier generale, è stato affidato al contrammiraglio friulano Milos Argenton. Il 23 febbraio, cinque giorni prima che Trump iniziasse a bersagliare l’Iran, l’Ue aveva prorogato Aspides fino al 28 febbraio 2027, stanziando altri 15 milioni. Poi, è arrivata la promessa di potenziarla con più navi e migliori capacità d’intercettazione dei vettori nemici. Sarebbe più difficile adattarne il mandato giuridico: Bruxelles si vanta di aver varato un’operazione puramente difensiva, che in quanto tale, però, non può rendere gli Huthi inoffensivi. Adesso, oltre ad aver subìto una guerra che non voleva, l’Europa potrebbe essere anche costretta a combatterla.
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Ilaria Salis con Angelo Bonelli (Ansa)
I fatti, per chi ha ancora la pazienza di frequentarli, dicono questo: le forze dell’ordine si presentano all’alba per un controllo preventivo, atto dovuto dopo una segnalazione internazionale. La polizia tedesca aveva emanato qualche settimana fa un alert nei confronti della Salis - il motivo non è noto - che è scattato in automatico nel momento in cui la signora ha presentato i documenti nell’albergo romano in cui ha soggiornato per partecipare alla manifestazione «No Kings» indetta dalle sinistre contro le guerre. In base ai trattati internazionali, l’Italia non poteva che aderire alla richiesta, insomma routine amministrativa, roba che capita a chiunque abbia un curriculum giudiziario «movimentato» all’estero. Ma per la Salis no. Per lei è «Stato di polizia», è il «regime della Meloni» che le bussa alla porta per intimidirla. Insomma, la solita cagnara.
Siamo alle solite: la sinistra ha bisogno di martiri come l’ossigeno e, se non ci sono, se li inventa. Non le è bastato farsi eleggere per sfuggire alle carceri ungheresi - operazione simpatia riuscita grazie alla complicità di chi scambia l’antifascismo militante con il diritto a spaccare teste -, ora pretende anche un’immunità speciale: quella dal buon senso. Secondo la narrazione di Avs, un’europarlamentare dovrebbe essere intoccabile, una sorta di divinità laica sopra ogni controllo, specialmente se quel controllo ricorda al mondo che il suo passato non è esattamente quello di una damigella di San Vincenzo.
La verità è che la Salis soffre di una forma acuta di narcisismo politico che, per altro, ha trasformato una banale richiesta di documenti in una «perquisizione» mai avvenuta (gli agenti sono rimasti sulla porta della camera). Ogni divisa è un nemico, ogni regola è un sopruso, ogni procedura è un attentato alla democrazia. Grida al regime mentre siede comodamente su uno scranno pagato dai contribuenti europei, gli stessi a cui chiede di ignorare le accuse pendenti a Budapest.
La questura ha chiarito subito: «atto dovuto». Ma per la «maestrina» e per i suoi sponsor, la chiarezza è un optional fastidioso. Meglio urlare alla dittatura, meglio alimentare il fuoco di una piazza che non aspetta altro che un pretesto per incendiare il clima. Cara Salis, rassegnati: farsi controllare i documenti non è una persecuzione politica, è la legge. Quella cosa che per voi vale solo quando colpisce gli avversari, ma che diventa «fascismo» quando osa bussare alla vostra porta.
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