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2025-04-25
Raid su Kiev, Donald sgrida Putin: «Piantala e facciamo questa pace»
Soccorritori sul luogo dell'attacco russo a Kiev (Ansa)
Dopo la tregua di 30 ore concessa dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, all’Ucraina per la solennità della Pasqua, nella notte tra mercoledì e giovedì Mosca ha lanciato un nuovo attacco con una settantina di missili balistici e circa 150 droni diretto sulle le città di Kiev e Kharkiv. Nei raid sulla capitale i russi dicono di avere preso di mira industrie del settore militare, e secondo una nota diffusa dal ministero della Difesa, i bombardamenti hanno colpito imprese nei settori dell’aviazione, dei missili e dello spazio, dell’ingegneria meccanica e dei veicoli blindati, nonché per la produzione di carburante per missili e polvere da sparo.
I servizi di emergenza e i media ucraini riportano un bilancio complessivo di 12 morti e una novantina di feriti, rinvenuti soprattutto tra le macerie degli edifici distrutti nel distretto di Svjatošyn, il più colpito. Intanto, il sindaco di Kiev, Vitalij Klyčko, ha proclamato per oggi una giornata di lutto nazionale «in memoria delle vittime del massiccio attacco russo, tra i quali sei bambini».
Ma l’attacco russo non è passato sotto silenzio e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha tuonato un duro messaggio di critica al capo del Cremlino tramite un post pubblicato sul suo social network Truth. «Non sono contento degli attacchi russi a Kiev. Non sono necessari e avvengono in un pessimo momento. Vladimir, fermati! Stanno morendo 5.000 soldati a settimana. Facciamo in modo che l’accordo di pace si concluda», sono state le sue parole, seguite dalla convinzione che Putin accoglierà il suo appello a fermare gli attacchi sull’Ucraina. Poi, a margine del ricevimento del premier norvegese Jonas Gahr Støre ha riferito alla stampa: «Credo fortemente che Volodymyr Zelensky e Putin vogliano la pace ma devono venire al tavolo dei negoziati. È passato troppo tempo e ho una mia scadenza tassativa sulla questione, dopo la quale le cose andranno diversamente», ha detto, anche se non ha ancora annunciato la data di tale scadenza. Poi ha affermato: «Ucraina e Russia accetteranno l’accordo, sto facendo una forte pressing».
Intanto, il presidente ucraino è atterrato ieri mattina a Pretoria, in Sudafrica, che quest’anno ospiterà il vertice del G20. La visita di Zelensky nel Paese africano ha l’obiettivo di ribadire la necessità di intensificare gli sforzi diplomatici a livello globale. «Gli attacchi devono essere fermati immediatamente e senza condizioni. Contiamo anche sul sostegno nelle questioni umanitarie, nel ritorno dei nostri prigionieri e dei bambini ucraini rapiti dalla Russia», ha dichiarato al presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, il quale si dichiara «profondamente preoccupato per il perdurare del conflitto in Ucraina, per la morte dei civili, per i danni alle infrastrutture critiche e per il deterioramento della situazione umanitaria», ritenendo che l’unica via per la pace sia la diplomazia. Secondo Zelensky, inoltre, «il massiccio attacco russo è stato un tentativo di fare pressione sull’Ucraina e sugli Stati Uniti». In particolare, il Cremlino «non vuole che l’Ucraina costruisca relazioni normali con i Paesi africani», ma «Kiev non si farà fermare».
Emergono altri dettagli sulla trattativa per la pace. Gli Stati Uniti chiederanno a Mosca di accettare il diritto dell’Ucraina ad avere il proprio esercito e un’industria della difesa nell’ambito dell’accordo di pace. A darne notizia è l’agenzia Bloomberg, che cita fonti secondo le quali l’amministrazione Trump intende anche chiedere alla Russia di restituire la centrale nucleare di Zaporizhzhia.
Da parte loro, i russi propongono di considerare la ripresa del flusso del loro gas tramite il condotto che attraversa l’Ucraina e che Kiev aveva deciso di interrompere lo scorso primo gennaio, solo come «una questione commerciale», senza smentire la possibilità che l’infrastruttura sia controllata dagli Stati Uniti nel quadro di un accordo per la pace. «Bisogna procedere da questa prospettiva. C’è un venditore di gas, ci sono acquirenti potenziali. E se gli acquirenti dimostrano interesse, se il transito funziona, il venditore sarà pronto a discutere la ripresa. Nessuno nega o respinge nulla», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, solo poche ore dopo il bombardamento di Kiev, a chi gli chiedeva dei chiarimenti su quanto dichiarato in una intervista al settimanale francese Le Point. Al giornalista che gli aveva chiesto se la cessione agli Stati Uniti del controllo del gasdotto Suzhba sarebbe stata positiva per Mosca, Peskov ha risposto che la questione del transito del gas russo dall’Ucraina non deve essere politicizzata. «Se il nuovo proprietario accetta di firmare un contratto con Gazprom, allora perché no? È una questione prettamente commerciale. Siamo pronti a negoziare sul nostro gas».
Da questo lato della barricata si levano invece le voci della Commissione europea. In particolare è intervenuto l’alto rappresentate per gli Affari esteri della Commissione, Kaja Kallas, che, a Chisinau, in conferenza stampa con la presidente della Moldavia, Maia Sandu, ha affermato: « L’Unione europea è un progetto di pace, è chiaro che vogliamo la pace. La vogliono i moldavi, la vogliono gli ucraini, la vogliono gli europei. Ma la realtà è che Putin sta intensificando gli attacchi e sta rendendo chiaro che non la vuole». «La guerra di Mosca», ha aggiunto, «ha implicazioni dirette per la Moldavia. Dal ricatto energetico alle campagne di disinformazione, fino alle ripetute violazioni dello spazio aereo moldavo, la pressione della Russia è stata persistente. Per questo motivo l’Unione europea continuerà a sostenere la Moldavia nel rafforzamento della sua sicurezza».
Adesso i dem «scoprono» la Crimea
Tenere duro sulla Crimea, fino a compromettere le speranze di una pace in Ucraina. Se fosse solo la posizione di Volodymr Zelensky, si potrebbe anche capire. Ma pur di andare contro Donald Trump, la cui proposta di pace comprende il controllo di diritto della Crimea per la Russia, il centrosinistra italiano è pronto a dimenticarsi di quanto è stato ambiguo fin dal 2014, ovvero prima dell’invasione del febbraio 2022, pur di mantenere buoni rapporti con Vladimir Putin. A cominciare dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per arrivare a Paolo Gentiloni e a Enrico Letta.
Sono passati undici anni dall’invasione della Crimea e l’unico che non ha cambiato idea è Zelensky. Ieri era in Sudafrica in visita ufficiale e ha ribadito: «L’Ucraina fa tutto quello che vogliono gli alleati, ma non può cambiare idea sulla Crimea». Parole dirette a Trump, per il quale riconoscere i diritti della Russia su questa regione con sbocco sul mare è la prima base per poi trattare sul resto.
Oggi le opposizioni al governo Meloni sono in massima parte schierate completamente con Kiev, ma questo improvviso amore per la Crimea è un po’ sospetto. Prima dell’invasione del 24 febbraio 2022, su questa regione, al massimo si sono sprecate parole vuote e qualche appello poco convinto. Tutto per non perdere la possibilità di dialogare con Putin e farci affari.
Il presidente Mattarella, dopo l’occupazione della primavera 2014, ha tenuto un profilo bassissimo con Mosca. A marzo di quell’anno, a Roma, ci sono le prime manifestazioni di protesta degli ucraini, che chiedono il suo intervento, ma non sono ascoltati. Il primo luglio, sempre del 2014, il capo dello Stato va in visita nelle tre repubbliche baltiche, dove si respira un’ansia crescente per l’espansionismo di Mosca, ma lui si limita a confermare che il dialogo con la Russia è necessario e preferisce dedicarsi al tema dell’immigrazione.
Grandissima prudenza anche nel luglio del 2019, quando Putin va a Roma, ai tempi del governo gialloverde, per incontrare papa Francesco, Giuseppe Conte e Mattarella. Già un anno prima, Conte aveva chiesto la fine delle sanzioni alla Russia. Il Putin che arriva in Italia è tutt’altro che isolato, ottiene grandi aperture dal premier grillino, incontra i suoi vice, Matteo Salvini e Luigi Di Maio in un clima cordiale, poi ha un colloquio serenissimo con il capo dello Stato. Il giorno dopo l’invasione dell’Ucraina, sono i radicali a chiedere a Mattarella di revocare 22 onorificenze concesse a esponenti del regime russo perché «quelle medaglie grondano sangue».
Per l’occupazione della Crimea, la Russia si prese delle sanzioni da parte dell’Ue, ma l’Italia ha sempre chiesto che fossero moderate. Per esempio, l’allora premier del Pd Paolo Gentiloni, il 17 novembre del 2014, ammetteva che era impossibile avallare l’invasione, ma appoggiava la linea europea di «non prevedere un’escalation qualitativa delle sanzioni». Apriva anche a una futura discussione degli equilibri «per tutta l’Ucraina e per tutta la regione, quando ci saranno le condizioni». Un anno dopo, da ministro degli Esteri, lo stesso Gentiloni auspicava: «La ferita aperta dalla crisi ucraina va rimarginata, applicando gli accordi di Minsk, nell’interesse strategico dell’Europa e a mio avviso anche della Russia». Non esattamente una linea della fermezza, perché quegli accordi non imponevano di restituire agli ucraini la Crimea, ma anzi, esigevano maggiori autonomie politiche a Lugansk e Donetsk. E l’8 giugno del 2015, Gentiloni si spingeva oltre, dichiarando: «L’Italia è consapevole e soddisfatta (del rapporto speciale di cui aveva parlato Putin, ndr). Il rapporto privilegiato viene dalla constatazione che l’Italia fa la sua parte al fianco degli alleati europei e americani con coerenza e fermezza, ma al tempo stesso non vuole chiudere il dialogo con Mosca».
Il «precedente Crimea» non ha mai incrinato la voglia di dialogo con Mosca. Anche Enrico Letta, da segretario del Pd, un mese dopo lo scoppio della guerra sottolinea: «Penso che noi dobbiamo fare di tutto perchè la Russia un giorno torni nell’alveo dei Paesi e delle nazioni con le quali si dialoga, si discute e si riesce a fare cose positive». A costo di chiudere un occhio sulla Crimea, «invasione sciagurata», per Letta, ma nulla più. E sempre a marzo di tre anni fa, Carlo Calenda ammetteva: «Quello che sta accadendo oggi (l’invasione dell’Ucraina, ndr) è frutto anche della debole risposta occidentale all’annessione della Crimea». Undici anni e una guerra dopo, è difficile tramutare quella debolezza in improvviso rigore.
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Ancora missili sulla capitale ucraina, morti e feriti. Donald Trump alza la voce: «È già tardi, ma sto facendo pressing per un accordo. C’è una data di scadenza». Dialoghi in corso sulla centrale di Zaporizhzhia e sui flussi di gas.Pur di andare contro il piano di tregua proposto dal leader americano, la sinistra tricolore dimentica le sue ambiguità sull’annessione russa della Crimea nel 2014.Lo speciale contiene due articoliDopo la tregua di 30 ore concessa dal presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, all’Ucraina per la solennità della Pasqua, nella notte tra mercoledì e giovedì Mosca ha lanciato un nuovo attacco con una settantina di missili balistici e circa 150 droni diretto sulle le città di Kiev e Kharkiv. Nei raid sulla capitale i russi dicono di avere preso di mira industrie del settore militare, e secondo una nota diffusa dal ministero della Difesa, i bombardamenti hanno colpito imprese nei settori dell’aviazione, dei missili e dello spazio, dell’ingegneria meccanica e dei veicoli blindati, nonché per la produzione di carburante per missili e polvere da sparo. I servizi di emergenza e i media ucraini riportano un bilancio complessivo di 12 morti e una novantina di feriti, rinvenuti soprattutto tra le macerie degli edifici distrutti nel distretto di Svjatošyn, il più colpito. Intanto, il sindaco di Kiev, Vitalij Klyčko, ha proclamato per oggi una giornata di lutto nazionale «in memoria delle vittime del massiccio attacco russo, tra i quali sei bambini».Ma l’attacco russo non è passato sotto silenzio e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha tuonato un duro messaggio di critica al capo del Cremlino tramite un post pubblicato sul suo social network Truth. «Non sono contento degli attacchi russi a Kiev. Non sono necessari e avvengono in un pessimo momento. Vladimir, fermati! Stanno morendo 5.000 soldati a settimana. Facciamo in modo che l’accordo di pace si concluda», sono state le sue parole, seguite dalla convinzione che Putin accoglierà il suo appello a fermare gli attacchi sull’Ucraina. Poi, a margine del ricevimento del premier norvegese Jonas Gahr Støre ha riferito alla stampa: «Credo fortemente che Volodymyr Zelensky e Putin vogliano la pace ma devono venire al tavolo dei negoziati. È passato troppo tempo e ho una mia scadenza tassativa sulla questione, dopo la quale le cose andranno diversamente», ha detto, anche se non ha ancora annunciato la data di tale scadenza. Poi ha affermato: «Ucraina e Russia accetteranno l’accordo, sto facendo una forte pressing».Intanto, il presidente ucraino è atterrato ieri mattina a Pretoria, in Sudafrica, che quest’anno ospiterà il vertice del G20. La visita di Zelensky nel Paese africano ha l’obiettivo di ribadire la necessità di intensificare gli sforzi diplomatici a livello globale. «Gli attacchi devono essere fermati immediatamente e senza condizioni. Contiamo anche sul sostegno nelle questioni umanitarie, nel ritorno dei nostri prigionieri e dei bambini ucraini rapiti dalla Russia», ha dichiarato al presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, il quale si dichiara «profondamente preoccupato per il perdurare del conflitto in Ucraina, per la morte dei civili, per i danni alle infrastrutture critiche e per il deterioramento della situazione umanitaria», ritenendo che l’unica via per la pace sia la diplomazia. Secondo Zelensky, inoltre, «il massiccio attacco russo è stato un tentativo di fare pressione sull’Ucraina e sugli Stati Uniti». In particolare, il Cremlino «non vuole che l’Ucraina costruisca relazioni normali con i Paesi africani», ma «Kiev non si farà fermare». Emergono altri dettagli sulla trattativa per la pace. Gli Stati Uniti chiederanno a Mosca di accettare il diritto dell’Ucraina ad avere il proprio esercito e un’industria della difesa nell’ambito dell’accordo di pace. A darne notizia è l’agenzia Bloomberg, che cita fonti secondo le quali l’amministrazione Trump intende anche chiedere alla Russia di restituire la centrale nucleare di Zaporizhzhia. Da parte loro, i russi propongono di considerare la ripresa del flusso del loro gas tramite il condotto che attraversa l’Ucraina e che Kiev aveva deciso di interrompere lo scorso primo gennaio, solo come «una questione commerciale», senza smentire la possibilità che l’infrastruttura sia controllata dagli Stati Uniti nel quadro di un accordo per la pace. «Bisogna procedere da questa prospettiva. C’è un venditore di gas, ci sono acquirenti potenziali. E se gli acquirenti dimostrano interesse, se il transito funziona, il venditore sarà pronto a discutere la ripresa. Nessuno nega o respinge nulla», ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, solo poche ore dopo il bombardamento di Kiev, a chi gli chiedeva dei chiarimenti su quanto dichiarato in una intervista al settimanale francese Le Point. Al giornalista che gli aveva chiesto se la cessione agli Stati Uniti del controllo del gasdotto Suzhba sarebbe stata positiva per Mosca, Peskov ha risposto che la questione del transito del gas russo dall’Ucraina non deve essere politicizzata. «Se il nuovo proprietario accetta di firmare un contratto con Gazprom, allora perché no? È una questione prettamente commerciale. Siamo pronti a negoziare sul nostro gas».Da questo lato della barricata si levano invece le voci della Commissione europea. In particolare è intervenuto l’alto rappresentate per gli Affari esteri della Commissione, Kaja Kallas, che, a Chisinau, in conferenza stampa con la presidente della Moldavia, Maia Sandu, ha affermato: « L’Unione europea è un progetto di pace, è chiaro che vogliamo la pace. La vogliono i moldavi, la vogliono gli ucraini, la vogliono gli europei. Ma la realtà è che Putin sta intensificando gli attacchi e sta rendendo chiaro che non la vuole». «La guerra di Mosca», ha aggiunto, «ha implicazioni dirette per la Moldavia. Dal ricatto energetico alle campagne di disinformazione, fino alle ripetute violazioni dello spazio aereo moldavo, la pressione della Russia è stata persistente. Per questo motivo l’Unione europea continuerà a sostenere la Moldavia nel rafforzamento della sua sicurezza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attacchi-russia-ucraina-donald-trump-2671840844.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="adesso-i-dem-scoprono-la-crimea" data-post-id="2671840844" data-published-at="1745528392" data-use-pagination="False"> Adesso i dem «scoprono» la Crimea Tenere duro sulla Crimea, fino a compromettere le speranze di una pace in Ucraina. Se fosse solo la posizione di Volodymr Zelensky, si potrebbe anche capire. Ma pur di andare contro Donald Trump, la cui proposta di pace comprende il controllo di diritto della Crimea per la Russia, il centrosinistra italiano è pronto a dimenticarsi di quanto è stato ambiguo fin dal 2014, ovvero prima dell’invasione del febbraio 2022, pur di mantenere buoni rapporti con Vladimir Putin. A cominciare dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per arrivare a Paolo Gentiloni e a Enrico Letta. Sono passati undici anni dall’invasione della Crimea e l’unico che non ha cambiato idea è Zelensky. Ieri era in Sudafrica in visita ufficiale e ha ribadito: «L’Ucraina fa tutto quello che vogliono gli alleati, ma non può cambiare idea sulla Crimea». Parole dirette a Trump, per il quale riconoscere i diritti della Russia su questa regione con sbocco sul mare è la prima base per poi trattare sul resto. Oggi le opposizioni al governo Meloni sono in massima parte schierate completamente con Kiev, ma questo improvviso amore per la Crimea è un po’ sospetto. Prima dell’invasione del 24 febbraio 2022, su questa regione, al massimo si sono sprecate parole vuote e qualche appello poco convinto. Tutto per non perdere la possibilità di dialogare con Putin e farci affari. Il presidente Mattarella, dopo l’occupazione della primavera 2014, ha tenuto un profilo bassissimo con Mosca. A marzo di quell’anno, a Roma, ci sono le prime manifestazioni di protesta degli ucraini, che chiedono il suo intervento, ma non sono ascoltati. Il primo luglio, sempre del 2014, il capo dello Stato va in visita nelle tre repubbliche baltiche, dove si respira un’ansia crescente per l’espansionismo di Mosca, ma lui si limita a confermare che il dialogo con la Russia è necessario e preferisce dedicarsi al tema dell’immigrazione. Grandissima prudenza anche nel luglio del 2019, quando Putin va a Roma, ai tempi del governo gialloverde, per incontrare papa Francesco, Giuseppe Conte e Mattarella. Già un anno prima, Conte aveva chiesto la fine delle sanzioni alla Russia. Il Putin che arriva in Italia è tutt’altro che isolato, ottiene grandi aperture dal premier grillino, incontra i suoi vice, Matteo Salvini e Luigi Di Maio in un clima cordiale, poi ha un colloquio serenissimo con il capo dello Stato. Il giorno dopo l’invasione dell’Ucraina, sono i radicali a chiedere a Mattarella di revocare 22 onorificenze concesse a esponenti del regime russo perché «quelle medaglie grondano sangue». Per l’occupazione della Crimea, la Russia si prese delle sanzioni da parte dell’Ue, ma l’Italia ha sempre chiesto che fossero moderate. Per esempio, l’allora premier del Pd Paolo Gentiloni, il 17 novembre del 2014, ammetteva che era impossibile avallare l’invasione, ma appoggiava la linea europea di «non prevedere un’escalation qualitativa delle sanzioni». Apriva anche a una futura discussione degli equilibri «per tutta l’Ucraina e per tutta la regione, quando ci saranno le condizioni». Un anno dopo, da ministro degli Esteri, lo stesso Gentiloni auspicava: «La ferita aperta dalla crisi ucraina va rimarginata, applicando gli accordi di Minsk, nell’interesse strategico dell’Europa e a mio avviso anche della Russia». Non esattamente una linea della fermezza, perché quegli accordi non imponevano di restituire agli ucraini la Crimea, ma anzi, esigevano maggiori autonomie politiche a Lugansk e Donetsk. E l’8 giugno del 2015, Gentiloni si spingeva oltre, dichiarando: «L’Italia è consapevole e soddisfatta (del rapporto speciale di cui aveva parlato Putin, ndr). Il rapporto privilegiato viene dalla constatazione che l’Italia fa la sua parte al fianco degli alleati europei e americani con coerenza e fermezza, ma al tempo stesso non vuole chiudere il dialogo con Mosca». Il «precedente Crimea» non ha mai incrinato la voglia di dialogo con Mosca. Anche Enrico Letta, da segretario del Pd, un mese dopo lo scoppio della guerra sottolinea: «Penso che noi dobbiamo fare di tutto perchè la Russia un giorno torni nell’alveo dei Paesi e delle nazioni con le quali si dialoga, si discute e si riesce a fare cose positive». A costo di chiudere un occhio sulla Crimea, «invasione sciagurata», per Letta, ma nulla più. E sempre a marzo di tre anni fa, Carlo Calenda ammetteva: «Quello che sta accadendo oggi (l’invasione dell’Ucraina, ndr) è frutto anche della debole risposta occidentale all’annessione della Crimea». Undici anni e una guerra dopo, è difficile tramutare quella debolezza in improvviso rigore.
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Una sentenza da applaudire, per le motivazioni esposte dai giudici. Intanto il giovane, però, ha lasciato la scuola e nemmeno riesce a trovare un lavoro stabile «perché appena sentono il suo nome, commercianti e titolari di azienda lo associano al ragazzo rinchiuso dopo il Tso», spiega l’avvocato Nicola Peverelli, legale di Tellenio. Una storia incredibile, purtroppo come tante altre accadute durante la pandemia quando umanità, legalità, senso civico, rispetto dell’individuo finirono calpestati nel silenzio pressoché generale.
Valerio frequentava il penultimo anno dell’istituto professionale di Fano, i professori l’avevano descritto come uno studente bravo, attento. Desiderava solo tornare in classe, dopo i lunghi periodi della didattica a distanza che era stata imposta, ma non sopportava la mascherina, leggeva che le posizioni scientifiche erano molto diverse sulla protezione offerta da uno schermo facciale.
Per questo a scuola era stato ripreso più volte, la direttrice scolastica aveva chiamato i vigili e anche i carabinieri per allontanarlo dalla classe sebbene non fosse un disturbatore. Il 4 maggio 2021, stanco di continui richiami, si lega al banco con un lucchetto a catena per bicicletta, poi accetta di liberarsi. Il giorno seguente ci riprova, allora la preside chiama polizia e 118. «Valerio non si era messo a urlare, a rompere arredi scolastici. Protestava in silenzio, non faceva nulla di pericoloso per sé e per i compagni di classe», raccontò allora alla Verità l’avvocato.
Al pronto soccorso due medici decisero di applicargli il Tso perché il giovane «rappresentava una minaccia per la salute pubblica» e il sindaco di Fano Massimo Seri (eletto con il Pd, oggi in Azione) firmò «senza informarsi sul giovane. Nemmeno andò a parlargli, eppure era uno studente di 18 anni, mica un delinquente», spiegava Peverelli.
Senza che i genitori potessero opporsi, Valerio venne mandato nel dipartimento di salute mentale dell’ospedale San Salvatore Muraglia, a Pesaro. Ci restò quattro giorni, neanche fosse uno squilibrato da rinchiudere. Gli venne tolto il cellulare e il suo letto aveva le cinghie. Il giudice tutelare convalidò il Tso e i familiari di Valerio impugnarono quella convalida. Il Tribunale di Pesaro respinse il ricorso e la Corte d’appello di Ancona confermò la decisione di primo grado.
Per fortuna è intervenuta la Corte di Cassazione a riportare un po’ di giustizia nella vicenda del giovane di Fano. Il «Tso non è una misura di difesa sociale ma a tutela della salute dell’interessato», dichiarano i giudici della suprema Corte. Questo significa che «in casi limite, possano essere adottate misure contro la volontà del soggetto, anche quando le finalità di protezione sociale sono assenti, ma deve nondimeno proteggersi il bene salute in quanto espressione anch’esso della dignità dell’essere umano. Dignità significa, tuttavia, anche il diritto di potersi difendere quando sono adottate, o meglio si discute se debbano essere adottate, misure che comprimono la libertà personale, e il diritto della persona di partecipare, debitamente informato, ai processi in cui si discute del suo interesse».
Doveva essere sentito il ragazzo, il provvedimento che impone il ricovero coattivo fu adottato applicando una norma «dichiarata costituzionalmente illegittima» senza audizione del giovane, senza la comunicazione del Tso al legale. E il giudice tutelare non aveva effettuato «alcuna indagine», dalla quale sarebbe risultato evidente come il referto psichiatrico conteneva anche «una accurata descrizione dei comportamenti tenuti a scuola […] non di per sé sintomo di patologia».
Inoltre, altri psichiatri dopo il ricovero formularono una diagnosi «diversa da quella della psichiatra che aveva convalidato la proposta» del Tso, eppure i giudici d’Appello «trascurarono di verificare» questi elementi fondamentali. La sentenza afferma anche un sacrosanto principio, ovvero che la manifestazione di idee anticonvenzionali non rappresenta un segnale patologico che può dar luogo a un Tso: «Occorre anche superare lo stereotipo in virtù del quale ogni manifestazione di “alienazione” intesa come diversità rispetto ai modelli convenzionali costituisca di per sé indice di pericolosità e di malattia mentale, da contrastare necessariamente mediante una limitazione della libertà».
Uno studente di 18 anni che non aveva problemi mentali fu trattato come un pazzo furioso mentre aveva solo «convinzioni anticonvenzionali», affermano gli Ermellini. Chi paga per questa ingiustizia, ribadita anche in appello? «Non potrò mai cancellare quello che mi è accaduto», disse alla Verità il diciottenne che lasciò gli studi.
Adesso il legale, assieme all’avvocato dei genitori di Valerio, Isabella Giampaoli, presenterà azioni risarcitorie. E si attendono almeno le scuse dell’ex sindaco, Seri, eletto alle ultime Regionali nella lista «Matteo Ricci presidente». Pensare che lo scorso ottobre ebbe la faccia tosta di dichiarare: «L’elezione è anche un riconoscimento al mio impegno basato sui contenuti e sul rispetto delle persone».
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Il fumo si alza dal porto di La Guaira dopo che a Caracas, in Venezuela, sono state udite esplosioni e aerei a bassa quota (Getty Images)
Sarebbe stata colpita anche la rete di distribuzione dell'energia elettrica, con alcuni quartieri rimasti al buio, soprattutto quelli dove sono presenti le sedi dei ministeri governativi, in primis quello della Difesa e il Parlamento. Il governo venezuelano ha affermato che anche gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira sono stati bersagliati e che gli attacchi mirerebbero a impadronirsi degli impianti petroliferi e le delle miniere. Il resto lo hanno fatto le squadre speciali dei Navy Seal (lo stesso Corpo che ha catturato Bin Laden), trasportate dai più grandi elicotteri Boeing CH-47 Chinook, che hanno agito in coordinamento con gli agenti dell'antidroga (Dea, Drug Enforcement Administration), in quella che pare un’operazione militare speciale organizzata e condotta da manuale. Tutto è accaduto in poco più di cinque ore con un unico obiettivo reale definito da Donald Trump: rovesciare il governo di Nicolàs Maduro, ma comprendendo che non avrebbe potuto, né voluto, usare la forza contro i venezuelani in genere, ma contro un sistema definito da lui stesso un narco-Stato. Per questo da mesi la Cia e la Marina avevano intercettato, distruggendole, imbarcazioni usate per il trasporto di droga che Maduro aveva invece definito semplici pescherecci (ma dai filmati, non parevano certo lenti scafi da pesca, bensì veloci unità d'altura).
Caccia a un trafficante, non a un leader
Di fatto il presidente Trump ha impostato la sua iniziativa non come un’operazione politico-militare, ma come una missione di sicurezza interna per la quale aveva dichiarato. «Ogni carico di droga causa milioni di dollari di danni agli Stati Uniti».
Dunque Nicolàs Maduro, che insieme alla moglie sarebbero stati portati fuori dal loro Paese, non era un bersaglio come Capo di Stato ma perché capo di un’organizzazione di criminali che distribuiva droga. Quindi non un leader da eliminare come Saddam Hussein fu per Bush, ma un trafficante da incriminare per cospirazione e narcotraffico nonché di trasporto illegale di armi pesanti verso gli Usa. Come hanno anche dichiarato le Autorità federali degli Stati di Washington, New York e Florida lo scorso marzo. In questo modo Trump era pienamente legittimato ad agire e per i Democratici del Congresso Usa sarà molto difficile additare diversamente l'operazione anche se il Congresso non ha deliberato alcun provvedimento di guerra. È innegabile che tycoon abbia ottenuto alcuni obiettivi in un unico colpo: ha rimosso il capo di un regime ostile, ha inferto un duro colpo al traffico di droga, ha dimostrato di poter risolvere un'altra situazione che si trascinava da decenni e contro la quale le amministrazioni democratiche avevano fatto poco. Infine, ha mostrato di colpire senza esitare come ha fatto nel 2025 in Iran, Yemen e Africa. Un messaggio per i Paesi solidali con Caracas: Colombia (il cui confine con il Venezuela è sotto il controllo delle milizie ELN (Ejército de Liberación Nacional, non del governo), la Bolivia, m anche Turchia. Quanto alla dimostrazione di forza, le possibili reazioni militari venezuelane non sarebbero state in grado di impedirla o arginarla, tanto che al momento non si ha notizia di perdite tra i soldati statunitensi. Quanto al fin troppo citato «diritto internazionale», certamente questa è una aggressione, ma soltanto nella sinistra nostrana si tende a dimenticare che in guerra (perché sono stati impiegati i militari), tale diritto cessa di essere applicato.
Un governo di militari divenuti petrolieri e rischio guerra civile
In Europa e in Italia dobbiamo essere realisti: l'arresto del leader di Caracas è un fatto violento ma per noi costituisce una notizia ottima come lo è per il futuro del Venezuela. Sempre che l'arresto del presidente coincida anche con la fine del suo governo, poiché la vicepresidente Delcy Rodríguez sarebbe ancora in carica e ha subito chiesto a Washington una dimostrazione sul fatto che l'ormai ex presidente e sua moglie Cilia Flores siano vivi. Lo ha fatto mentre sospendeva le garanzie istituzionali sui diritti civili derivanti dall'entrata del Paese in stato d'emergenza. Ricordiamo che il governo venezuelano è composto in larga parte da ex-militari divenuti ministri, gli stessi soggetti che dirigono gli impianti petroliferi e guadagnano da essi. C'è poi un lato meno probabile ma comunque possibile in questa vicenda: con questa operazione gli Usa potrebbero aver salvato il presidente da una popolazione inferocita e soprattutto dai capi dei narcotrafficanti che le accuse statunitensi vogliono complici e sostenitori del suo regime. Soltanto se Maduro fosse in futuro riconsegnato ai venezuelani per essere processato in patria, magari da un governo più democratico meno ostile a Washington, allora si potrà dire che l'operazione voluta da Trump sarà stata positiva. Se invece il leader rimosso sarà processato e detenuto negli Usa, ovvero questa volta sarà del tutto ignorato il diritto internazionale, allora ci sarà un doppio rischio: quello di una guerra civile in Venezuela e quello di una perdita di popolarità per il Tycoon proprio a ridosso delle elezioni di medio termine. Nelle ore subito successive ai fatti è già apparsa un fotografia che il 3 gennaio sembra la una copertina del 2026: Nicolàs Maduro stretto tra due agenti della Dea, apparentemente scesi da un jet executive a New York, un aeroplano in grado di fare viaggi intercontinentali ma non di decollare dalla portaerei Ford.
Dunque vicino alla capitale, oppure in uno stato amico degli Usa, c'era una base aerea sicura nella quale trasferire «l'obiettivo pregiato» dall'elicottero sul quale lo avevano messo i Navy Seal e gli agenti della Dea e consentire il trasferimento nelle prigioni Usa. Le prossime ore saranno fondamentali per capire che cosa accadrà al prezzo del barile di petrolio, se Putin era stato informato e se ci saranno sviluppi positivi per il nostro connazionale Alberto Trentini, cooperante in carcere da mesi senza un'accusa precisa.
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Tra Ilary Blasi e Francesco Totti (prossima udienza del processo per il divorzio a marzo) ci mancava solo la tipica lite tra padrone di casa e affittuario.
La showgirl vive a Roma in zona Eur-Torrino con i figli in una magione di 25 vani (972 metri quadrati di aree coperte), con due piscine, campi da calcetto e da padel. In questo momento Ilary è l’inquilina e Francesco il proprietario. Nella villa, a novembre, è crollato un controsoffitto (come si può vedere nel video esclusivo pubblicato dalla Verità) nella zona dove sono ubicate la sala cinema e la celebre stanza delle maglie da calcio di Totti. Un incidente che ha completamente reso inutilizzabili i locali che, come si vede nelle immagini, sembrano colpiti da un’esplosione. Il cedimento sarebbe stato causato da un’importante infiltrazione di umidità. L’intonaco, cadendo, ha svelato grandi macchie di muffa e disperso un odore insopportabile. L’inquilina Ilary ha chiesto al proprietario Francesco di mettere mano al portafogli per questo intervento di manutenzione straordinaria che, per legge, spetta al titolare dell’immobile. I due litiganti, sempre a novembre, avrebbero effettuato un sopralluogo con i rispettivi tecnici, senza trovare un accordo. Allora Ilary, tramite l’avvocato Marco De Santis dello studio Andrea Pietrolucci (specializzato anche in contrattualistica immobiliare), ha chiesto un intervento immediato, attivando un cosiddetto articolo 700 in Tribunale. Il codice di procedura civile spiega che cosa sia questo strumento: «Chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d'urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito».
In attesa della decisione del giudice Ilary avrebbe avviato, tramite i suoi legali, un accesso agli atti in Comune per verificare la regolarità urbanistica del manufatto. Infatti le stanze dovrebbero trovarsi in un’area che sarebbe accatastata come garage (C6), 150 metri quadrati che nel 2011 hanno subito una variazione nel classamento. Nello stesso anno la Bel Eur del costruttore Luca Parnasi ha venduto al Capitano la villa (all’epoca di 36 vani) in cambio di 7.911.700 euro: 2,6 sono stati versati sull’unghia, il restante tramite un mutuo acceso con Unicredit. Recentemente gli avvocati dei due litiganti (sia i civilisti Antonio Conte, Alessandro Simeone e Pompilia Rossi che i penalisti Gianluca Tognozzi e Fabio Lattanzi) hanno provato a trovare un accordo tombale, usando l’immobile come merce di scambio: la Blasi avrebbe dovuto acquistare a spese proprie un appartamento, ma avrebbe dovuto essere risarcita della spesa al momento della vendita della villa da mettere sul mercato a precise e concordate condizioni. Ma l’accordo non è stato trovato e la casa è, adesso, al centro di questa ennesima querelle.
Le immagini dei danni causati dal cedimento del controsoffitto
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