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2025-04-03
Asse rom-maranza per ripulire i milanesi
Ansa
I predoni del suburbio milanese, quelli degli assalti in metropolitana, dei furti con strappo, delle rapine violente, spesso minorenni, romeni, egiziani, libici e marocchini di seconda generazione, per gli inquirenti che ieri mattina hanno deciso di contrastare il fenomeno dei maranza con una risposta muscolare sarebbero stati guidati da «un’associazione a delinquere». Diciotto arrestati, tutti minorenni. E tutti accusati di rapina aggravata. Trentadue fermati, tutti maggiorenni, otto dei quali accusati anche del reato associativo. Giovani, ma con curriculum criminali già pesanti. Molti di loro sono risultati irregolari sul territorio italiano, altri già noti alle forze dell’ordine per reati simili. Con un solo centro di ricettazione. Una vera e propria organizzazione criminale smantellata dalla Squadra mobile di Milano con un’operazione imponente, coordinata dalla Procura della Repubblica e dalla Procura per i minorenni. Nella documentazione giudiziaria, con una sequenza impressionante, vengono ricostruite le azioni, ripetute sempre nello stesso modo: gli indagati strappano una catenina o sfilano orologi e portafogli; oppure se li fanno consegnare. L’oro, facile da rivendere e semplice da camuffare, sarebbe finito in un mercato parallelo che ruoterebbe attorno a un unico centro di smistamento: un appartamento occupato abusivamente nel quartiere San Siro. A gestirlo, hanno scoperto gli investigatori, una famiglia di sette persone, tutte di origine romena. L’organizzazione, definita come «efficiente», funzionava come su un nastro trasportatore: i rapinatori consegnavano la refurtiva, gli intermediari si occupavano del giro d’affari, l’oro veniva lavorato, trasformato, nascosto e spedito in Romania. Il business, ormai consolidato, è stato stroncato dalla polizia dopo mesi di intercettazioni, telecamere nascoste, pedinamenti, controlli negli aeroporti e ai confini. Le indagini sono partite da un episodio chiave: la rapina di un orologio Cartier lo scorso luglio. Da lì, il lavoro incessante degli investigatori, guidati dal capo della Squadra mobile Alfonso Iadevaia, ha portato alla scoperta dell’appartamento di San Siro, monitorato con telecamere nascoste e microspie. Ogni fase della filiera criminale è stata documentata: l’arrivo della refurtiva, la sua trasformazione per cancellare segni distintivi, il trasporto verso la Romania. In due occasioni, i corrieri sono stati fermati a Orio al Serio con chili d’oro nelle tasche. La polizia ha ricostruito con certezza almeno 23 rapine. Ma il numero reale, spiega chi ha indagato, è probabilmente molto più alto. Altri chili d’oro sono saltati fuori durante le perquisizioni, oltre a 33.000 euro in contanti. Complesso anche il lavoro di identificazione dei predoni: gli investigatori hanno dovuto incrociare frame delle telecamere di videosorveglianza, foto segnaletiche, profili social. Infine, molte delle vittime hanno riconosciuto i sospettati quando gli investigatori hanno mostrato loro gli album fotografici. Dalle intercettazioni è emerso che i maranza seguivano «la borsa dei valori»: «È sceso, non è come prima», dice uno degli arrestati. La risposta di una delle donne rom indagate: «Sapeva già i prezzi… per questo non ha dato di più». Poco dopo, la stessa donna, comunica via WhatsApp: «Sono venuti pure gli zingari, hanno portato forse 26 grammi di oro e hanno preso gli orologi. Erano sei o sette e li venderanno al mercato». E per non dare nell’occhio sarebbero stati impiegati come corrieri anche i più piccoli della famiglia: «Li ho riempiti tutti d’oro, anche i bambini». Oppure bastava ficcare i monili «nel reggiseno». Non mancano i retroscena folk. Una delle indagate spiega alla madre che da un anello avrebbero tolto «la pietra nera», perché somigliava «a un occhio ed è contro il malocchio». Una delle operazioni però finisce male. Prima di imbarcarsi per la Romania all’aeroporto di Bergamo gli agenti si avvicinano a due indagate. «Sono stati attirati dalle borse Chanel e Vuitton, pure quelle rubate», commenta dopo il sequestro a telefono una delle due. Poi aggiunge: «Sarebbe stata la quantità più grossa mai portata». La madre, però, sarebbe riuscita a passarla liscia. Riuscendo a transitare con il carico. «Meno male che non hanno preso quello che avevi tu», commenta la figlia. Mentre uno degli egiziani, minorenne, hanno scoperto gli investigatori, usava ben 14 alias oltre al suo nome. E il suo curriculum criminale contava già otto precedenti di polizia. Compresa un’evasione da una casa famiglia di Priverno (Latina) dove era stato affidato in prova ai servizi sociali. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è subito complimentato per l’operazione: «È l’ennesima dimostrazione dell’impegno delle forze di polizia nel contrasto alla delinquenza e all’illegalità sulle nostre strade». Un colpo durissimo a un sistema che, per troppo tempo, ha prosperato nell’ombra. Ora Milano prova a rialzarsi. Nonostante un imbarazzante Beppe Sala che se ne è uscito con una dichiarazione surreale: «La prossima campagna elettorale a Milano si giocherà sui temi della sicurezza, pur non essendo i dati drammatici». Per poi aggiungere: «Anche se il Comune può fino a un certo punto». Subito dopo, infatti, si è lanciato in un discorso da vero equilibrista: «Io penso e spero che ci debba essere un atteggiamento fermo rispetto a questi ragazzi che da un lato vanno seguiti, educati, però dall’altro, quando sbagliano ripetutamente, e quelli fermati oggi hanno sbagliato ripetutamente, devono scontare la pena». Di tutt’altro avviso è il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana: «Non mi preoccupano gli arresti ma la diffusione di una criminalità sempre più invasiva e organizzata. È un problema che si faceva finta di non vedere, soprattutto da una certa parte politica. Adesso i nodi vengono al pettine e bisogna correre ai ripari». D’altra parte, se un’organizzazione criminale ha potuto prosperare indisturbata per anni, significa che chi doveva vigilare ha chiuso un occhio. O forse entrambi.
Inps, con le inchieste stabilizzati 49.000 posti
Fino a ieri erano lavoratori «invisibili», operai in balia dei cosiddetti serbatoi di manodopera, società responsabili di una vera e propria somministrazione illecita di forza lavoro. Ora non più. In base a quanto risulta dagli archivi del ministero del Lavoro, ben 49.000 lavoratori sono stati stabilizzati come conseguenza delle indagini che la Procura di Milano ha portato avanti su 19 società che ad oggi hanno permesso al fisco di recuperare oltre 552 milioni di euro.Da Dhl a Gls, da Schenker a Esselunga, da Bennet a Geodis, le società erano in grado di fornire manodopera a basso costo grazie ad una catena di appalti e un escamotage in particolare: la sistematica omissione del versamento di tasse e contributi Inps.
Il dato sulla messa in regola e stabilizzazione dei lavoratori è stato certificato dalla Direzione regionale Lombardia dell’Inps e arriva come il risultato concreto del lavoro della Procura di Milano che proprio ieri ha effettuato due maxi sequestri preventivi d’urgenza da circa 33 milioni di euro per evasione dell’Iva nei confronti del gruppo di supermercati Iperal e della multinazionale svizzera della logistica Kuehne+Nagel. Al centro delle indagini condotte dai PM Paolo Storari e Valentina Mondovì, l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e l’esternalizzazione dei servizi di logistica a «società filtro» che a loro volta si avvalevano di cooperative, le cosiddette società serbatoio in grado di offrire un costo del lavoro stracciato proprio perché inadempienti. Sistematica infatti l’omissione del versamento dell’Iva, degli oneri previdenziali e assistenziali. Un quadro di estremo sfruttamento vissuto dai lavoratori come sintetizzato dai magistrati. «In estrema sintesi», scrivono, «in tale approccio tayloristico gli operai appaiono mere appendici delle macchine», con le macchine che «hanno il più totale controllo dell’organizzazione e dei ritmi lavorativi». Tra i problemi riscontrati nel corso dell’inchiesta il costante peggioramento dell’attrezzatura fornita ai lavoratori, meno ore pagate rispetto al dovuto, controllo rigido attraverso telecamere interne e casi di licenziamenti avvenuti via mail.Un meccanismo che secondo gli inquirenti e i rilievi del Nucleo Per della Guardia di finanza di Milano, vedrebbe la piena consapevolezza da parte del committente rispetto alla situazione di sfruttamento dei lavoratori, e quindi la responsabilità amministrativa delle società in oggetto in base alla legge 231del 2001. Lo aveva ben spiegato Giuseppe Esposito, manager della Samag Holding logistics, società romana finita nell’inchiesta sulla logistica di GSL nel 2024. Secondo Esposito infatti sarebbe proprio il committente, a stabilire la tariffa e ad «imporre» alla società serbatoio di «trovare il modo» per fornire i servizi al costo desiderato. Il modo, neanche a dirlo, era sempre il mancato versamento dei contributi. Con buona pace, si fa per dire, dei lavoratori.
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La Mobile ha arrestato 18 minorenni, accusati di rapina aggravata per gli scippi sul metrò. In totale i fermati sono 50: saldatura tra romeni e nordafricani di seconda generazione. Sala si sveglia e cambia linea: «La prossima campagna si giocherà sulla sicurezza». I lavoratori regolarizzati erano gestiti dalle società «serbatoio» di manopodera. Lo speciale contiene due articoli.I predoni del suburbio milanese, quelli degli assalti in metropolitana, dei furti con strappo, delle rapine violente, spesso minorenni, romeni, egiziani, libici e marocchini di seconda generazione, per gli inquirenti che ieri mattina hanno deciso di contrastare il fenomeno dei maranza con una risposta muscolare sarebbero stati guidati da «un’associazione a delinquere». Diciotto arrestati, tutti minorenni. E tutti accusati di rapina aggravata. Trentadue fermati, tutti maggiorenni, otto dei quali accusati anche del reato associativo. Giovani, ma con curriculum criminali già pesanti. Molti di loro sono risultati irregolari sul territorio italiano, altri già noti alle forze dell’ordine per reati simili. Con un solo centro di ricettazione. Una vera e propria organizzazione criminale smantellata dalla Squadra mobile di Milano con un’operazione imponente, coordinata dalla Procura della Repubblica e dalla Procura per i minorenni. Nella documentazione giudiziaria, con una sequenza impressionante, vengono ricostruite le azioni, ripetute sempre nello stesso modo: gli indagati strappano una catenina o sfilano orologi e portafogli; oppure se li fanno consegnare. L’oro, facile da rivendere e semplice da camuffare, sarebbe finito in un mercato parallelo che ruoterebbe attorno a un unico centro di smistamento: un appartamento occupato abusivamente nel quartiere San Siro. A gestirlo, hanno scoperto gli investigatori, una famiglia di sette persone, tutte di origine romena. L’organizzazione, definita come «efficiente», funzionava come su un nastro trasportatore: i rapinatori consegnavano la refurtiva, gli intermediari si occupavano del giro d’affari, l’oro veniva lavorato, trasformato, nascosto e spedito in Romania. Il business, ormai consolidato, è stato stroncato dalla polizia dopo mesi di intercettazioni, telecamere nascoste, pedinamenti, controlli negli aeroporti e ai confini. Le indagini sono partite da un episodio chiave: la rapina di un orologio Cartier lo scorso luglio. Da lì, il lavoro incessante degli investigatori, guidati dal capo della Squadra mobile Alfonso Iadevaia, ha portato alla scoperta dell’appartamento di San Siro, monitorato con telecamere nascoste e microspie. Ogni fase della filiera criminale è stata documentata: l’arrivo della refurtiva, la sua trasformazione per cancellare segni distintivi, il trasporto verso la Romania. In due occasioni, i corrieri sono stati fermati a Orio al Serio con chili d’oro nelle tasche. La polizia ha ricostruito con certezza almeno 23 rapine. Ma il numero reale, spiega chi ha indagato, è probabilmente molto più alto. Altri chili d’oro sono saltati fuori durante le perquisizioni, oltre a 33.000 euro in contanti. Complesso anche il lavoro di identificazione dei predoni: gli investigatori hanno dovuto incrociare frame delle telecamere di videosorveglianza, foto segnaletiche, profili social. Infine, molte delle vittime hanno riconosciuto i sospettati quando gli investigatori hanno mostrato loro gli album fotografici. Dalle intercettazioni è emerso che i maranza seguivano «la borsa dei valori»: «È sceso, non è come prima», dice uno degli arrestati. La risposta di una delle donne rom indagate: «Sapeva già i prezzi… per questo non ha dato di più». Poco dopo, la stessa donna, comunica via WhatsApp: «Sono venuti pure gli zingari, hanno portato forse 26 grammi di oro e hanno preso gli orologi. Erano sei o sette e li venderanno al mercato». E per non dare nell’occhio sarebbero stati impiegati come corrieri anche i più piccoli della famiglia: «Li ho riempiti tutti d’oro, anche i bambini». Oppure bastava ficcare i monili «nel reggiseno». Non mancano i retroscena folk. Una delle indagate spiega alla madre che da un anello avrebbero tolto «la pietra nera», perché somigliava «a un occhio ed è contro il malocchio». Una delle operazioni però finisce male. Prima di imbarcarsi per la Romania all’aeroporto di Bergamo gli agenti si avvicinano a due indagate. «Sono stati attirati dalle borse Chanel e Vuitton, pure quelle rubate», commenta dopo il sequestro a telefono una delle due. Poi aggiunge: «Sarebbe stata la quantità più grossa mai portata». La madre, però, sarebbe riuscita a passarla liscia. Riuscendo a transitare con il carico. «Meno male che non hanno preso quello che avevi tu», commenta la figlia. Mentre uno degli egiziani, minorenne, hanno scoperto gli investigatori, usava ben 14 alias oltre al suo nome. E il suo curriculum criminale contava già otto precedenti di polizia. Compresa un’evasione da una casa famiglia di Priverno (Latina) dove era stato affidato in prova ai servizi sociali. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è subito complimentato per l’operazione: «È l’ennesima dimostrazione dell’impegno delle forze di polizia nel contrasto alla delinquenza e all’illegalità sulle nostre strade». Un colpo durissimo a un sistema che, per troppo tempo, ha prosperato nell’ombra. Ora Milano prova a rialzarsi. Nonostante un imbarazzante Beppe Sala che se ne è uscito con una dichiarazione surreale: «La prossima campagna elettorale a Milano si giocherà sui temi della sicurezza, pur non essendo i dati drammatici». Per poi aggiungere: «Anche se il Comune può fino a un certo punto». Subito dopo, infatti, si è lanciato in un discorso da vero equilibrista: «Io penso e spero che ci debba essere un atteggiamento fermo rispetto a questi ragazzi che da un lato vanno seguiti, educati, però dall’altro, quando sbagliano ripetutamente, e quelli fermati oggi hanno sbagliato ripetutamente, devono scontare la pena». Di tutt’altro avviso è il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana: «Non mi preoccupano gli arresti ma la diffusione di una criminalità sempre più invasiva e organizzata. È un problema che si faceva finta di non vedere, soprattutto da una certa parte politica. Adesso i nodi vengono al pettine e bisogna correre ai ripari». D’altra parte, se un’organizzazione criminale ha potuto prosperare indisturbata per anni, significa che chi doveva vigilare ha chiuso un occhio. 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In base a quanto risulta dagli archivi del ministero del Lavoro, ben 49.000 lavoratori sono stati stabilizzati come conseguenza delle indagini che la Procura di Milano ha portato avanti su 19 società che ad oggi hanno permesso al fisco di recuperare oltre 552 milioni di euro.Da Dhl a Gls, da Schenker a Esselunga, da Bennet a Geodis, le società erano in grado di fornire manodopera a basso costo grazie ad una catena di appalti e un escamotage in particolare: la sistematica omissione del versamento di tasse e contributi Inps.Il dato sulla messa in regola e stabilizzazione dei lavoratori è stato certificato dalla Direzione regionale Lombardia dell’Inps e arriva come il risultato concreto del lavoro della Procura di Milano che proprio ieri ha effettuato due maxi sequestri preventivi d’urgenza da circa 33 milioni di euro per evasione dell’Iva nei confronti del gruppo di supermercati Iperal e della multinazionale svizzera della logistica Kuehne+Nagel. Al centro delle indagini condotte dai PM Paolo Storari e Valentina Mondovì, l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e l’esternalizzazione dei servizi di logistica a «società filtro» che a loro volta si avvalevano di cooperative, le cosiddette società serbatoio in grado di offrire un costo del lavoro stracciato proprio perché inadempienti. Sistematica infatti l’omissione del versamento dell’Iva, degli oneri previdenziali e assistenziali. Un quadro di estremo sfruttamento vissuto dai lavoratori come sintetizzato dai magistrati. «In estrema sintesi», scrivono, «in tale approccio tayloristico gli operai appaiono mere appendici delle macchine», con le macchine che «hanno il più totale controllo dell’organizzazione e dei ritmi lavorativi». Tra i problemi riscontrati nel corso dell’inchiesta il costante peggioramento dell’attrezzatura fornita ai lavoratori, meno ore pagate rispetto al dovuto, controllo rigido attraverso telecamere interne e casi di licenziamenti avvenuti via mail.Un meccanismo che secondo gli inquirenti e i rilievi del Nucleo Per della Guardia di finanza di Milano, vedrebbe la piena consapevolezza da parte del committente rispetto alla situazione di sfruttamento dei lavoratori, e quindi la responsabilità amministrativa delle società in oggetto in base alla legge 231del 2001. Lo aveva ben spiegato Giuseppe Esposito, manager della Samag Holding logistics, società romana finita nell’inchiesta sulla logistica di GSL nel 2024. Secondo Esposito infatti sarebbe proprio il committente, a stabilire la tariffa e ad «imporre» alla società serbatoio di «trovare il modo» per fornire i servizi al costo desiderato. Il modo, neanche a dirlo, era sempre il mancato versamento dei contributi. Con buona pace, si fa per dire, dei lavoratori.
Padiglione Enel con modello di centrale nucleare alla Fiera Campionaria di Milano, aprile 1976. (Archivio Fondazione Fiera Milano)
Nel 1976 gli effetti della crisi petrolifera mondiale scatenata tre anni prima dalla guerra dello Yom Kippur si facevano ancora sentire in modo preoccupante. Il rincaro del petrolio e dei suoi derivati avevano eroso pesantemente la crescita delle economie ed i governi occidentali, non ultimo quello italiano, erano alla ricerca affannosa di fonti energetiche alternative all’oro nero. L’energia nucleare era considerata una delle frontiere su cui i Paesi contavano maggiormente. L’Italia, fin dal decennio precedente (che vide la nascita dell’azienda nazionale Enel dalla nazionalizzazione delle compagnie private) si era trovata all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo dell’energia atomica. Dal 1964 tre centrali di prima generazione erano in funzione sul territorio nazionale: quelle di Borgo Sabotino (Latina), di Sessa Aurunca (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli), con i reattori realizzati da Ansaldo su licenza General Electric. Dal 1971 era in costruzione la quarta e più evoluta centrale di Caorso (Piacenza), e nello stesso periodo il Piano Energetico Nazionale del 1975 (noto come piano Donat-Cattin dal cognome del ministro dell’Industria) d’intesa tra governo, Enel e Cnen (poi Enea) avrebbe dovuto portare in 10 anni alla costruzione di ben 20 centrali nucleari in Italia. Anche l’industria pesante e l’Eni furono coinvolti, con quest’ultimo che avrebbe dovuto occuparsi della trasformazione dell’Uranio francese tramite un accordo con Edf, mentre le grandi aziende come Ansaldo già avevano sviluppato un ottimo know-how grazie alle numerose commesse ottenute all’estero. I tempi, insomma, sembravano maturi in quella primavera del 1976 quando si aprì la annuale Fiera Campionaria di Milano, appuntamento-vetrina per l’industria italiana. L’Enel si presentò con un padiglione divulgativo dedicato prevalentemente all’energia dell’atomo, particolarmente studiato per sensibilizzare i milioni di visitatori di quella 54a edizione, aperta poco dopo un convegno presso l’Accademia dei Lincei dove il presidente dell’Enel Arnaldo Maria Angelini indicò nella crescente richiesta di energia dell’ultimo anno il segno di una ripresa industriale alle porte, sottolineando quanto la crescita dei prezzi dell’olio combustibile per l’industria avesse pesato sulla ripresa (800 miliardi di lire), lamentandosi dei ritardi nella costruzione delle altre due centrali (Caorso e Montalto di Castro ndr) e dei crescenti costi per la loro realizzazione. Il ministro «enfant terrible della Dc» usò il padiglione Enel per rimarcare l’intenzione di sbloccare le grandi commesse pubbliche per l’elettronucleare davanti agli operatori del settore, a poca distanza dal plastico realizzato in ogni dettaglio della futura centrale di Caorso, dotata di un reattore di seconda generazione ad acqua leggera e uranio leggermente impoverito di tipo Bwr (Boiling water reactor). Nei grandi pannelli informativi del padiglione l’esaltazione dell’energia nucleare come soluzione alla dipendenza dal petrolio, come fonte pulita, efficiente, alternativa e soprattutto descritta come assolutamente sicura.
Dopo le giornate «radiose» della Fiera tuttavia, la storia del nucleare italiano che pareva allora proiettare il Paese tra i primi tre produttori di energia dalla fissione atomica, fu costellata di ostacoli di varia natura, che in brevissimo tempo metteranno la parola fine all’energia alternativa al petrolio e alle altre fonti importate. Se la centrale di Caorso vedrà la luce (pur con ritardo) nel 1981, quella di Montalto di Castro, iniziata nel 1982, non entrerà mai in funzione con grave perdita per Enel. Inoltre giocò un ruolo di opposizione la politica locale, con gli scontri sulla localizzazione delle aree destinate al nucleare che rallentarono ulteriormente la marcia dell’atomo italiano. Determinanti furono poi gli incidenti agli impianti nucleari all’estero. Il 28 marzo 1979 si verificò un grave incidente alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, dove un principio di fusione del nocciolo fece rischiare la catastrofe, evitata solo perché le strutture di contenimento ressero. Ma il panico si diffuse anche in Europa, dove contemporaneamente nascevano i movimenti contro l’energia atomica. Nel 1978, intanto, era stata fermata la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca per manutenzione. La poca vita rimanente dell’impianto e la paura per la localizzazione dell’impianto in zona sismica dopo il terremoto del 1980 ne decretarono la dismissione nel 1982.
Il 1986, esattamente un decennio dopo quell’ edizione della Fiera di Milano dedicata ai traguardi del nucleare, fu l’annus terribilis per l’energia atomica, con l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’anno seguente un referendum mise la parola fine al nucleare italiano e tutte le centrali italiane furono fermate e successivamente smantellate.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.