True
2025-04-03
Asse rom-maranza per ripulire i milanesi
Ansa
I predoni del suburbio milanese, quelli degli assalti in metropolitana, dei furti con strappo, delle rapine violente, spesso minorenni, romeni, egiziani, libici e marocchini di seconda generazione, per gli inquirenti che ieri mattina hanno deciso di contrastare il fenomeno dei maranza con una risposta muscolare sarebbero stati guidati da «un’associazione a delinquere». Diciotto arrestati, tutti minorenni. E tutti accusati di rapina aggravata. Trentadue fermati, tutti maggiorenni, otto dei quali accusati anche del reato associativo. Giovani, ma con curriculum criminali già pesanti. Molti di loro sono risultati irregolari sul territorio italiano, altri già noti alle forze dell’ordine per reati simili. Con un solo centro di ricettazione. Una vera e propria organizzazione criminale smantellata dalla Squadra mobile di Milano con un’operazione imponente, coordinata dalla Procura della Repubblica e dalla Procura per i minorenni. Nella documentazione giudiziaria, con una sequenza impressionante, vengono ricostruite le azioni, ripetute sempre nello stesso modo: gli indagati strappano una catenina o sfilano orologi e portafogli; oppure se li fanno consegnare. L’oro, facile da rivendere e semplice da camuffare, sarebbe finito in un mercato parallelo che ruoterebbe attorno a un unico centro di smistamento: un appartamento occupato abusivamente nel quartiere San Siro. A gestirlo, hanno scoperto gli investigatori, una famiglia di sette persone, tutte di origine romena. L’organizzazione, definita come «efficiente», funzionava come su un nastro trasportatore: i rapinatori consegnavano la refurtiva, gli intermediari si occupavano del giro d’affari, l’oro veniva lavorato, trasformato, nascosto e spedito in Romania. Il business, ormai consolidato, è stato stroncato dalla polizia dopo mesi di intercettazioni, telecamere nascoste, pedinamenti, controlli negli aeroporti e ai confini. Le indagini sono partite da un episodio chiave: la rapina di un orologio Cartier lo scorso luglio. Da lì, il lavoro incessante degli investigatori, guidati dal capo della Squadra mobile Alfonso Iadevaia, ha portato alla scoperta dell’appartamento di San Siro, monitorato con telecamere nascoste e microspie. Ogni fase della filiera criminale è stata documentata: l’arrivo della refurtiva, la sua trasformazione per cancellare segni distintivi, il trasporto verso la Romania. In due occasioni, i corrieri sono stati fermati a Orio al Serio con chili d’oro nelle tasche. La polizia ha ricostruito con certezza almeno 23 rapine. Ma il numero reale, spiega chi ha indagato, è probabilmente molto più alto. Altri chili d’oro sono saltati fuori durante le perquisizioni, oltre a 33.000 euro in contanti. Complesso anche il lavoro di identificazione dei predoni: gli investigatori hanno dovuto incrociare frame delle telecamere di videosorveglianza, foto segnaletiche, profili social. Infine, molte delle vittime hanno riconosciuto i sospettati quando gli investigatori hanno mostrato loro gli album fotografici. Dalle intercettazioni è emerso che i maranza seguivano «la borsa dei valori»: «È sceso, non è come prima», dice uno degli arrestati. La risposta di una delle donne rom indagate: «Sapeva già i prezzi… per questo non ha dato di più». Poco dopo, la stessa donna, comunica via WhatsApp: «Sono venuti pure gli zingari, hanno portato forse 26 grammi di oro e hanno preso gli orologi. Erano sei o sette e li venderanno al mercato». E per non dare nell’occhio sarebbero stati impiegati come corrieri anche i più piccoli della famiglia: «Li ho riempiti tutti d’oro, anche i bambini». Oppure bastava ficcare i monili «nel reggiseno». Non mancano i retroscena folk. Una delle indagate spiega alla madre che da un anello avrebbero tolto «la pietra nera», perché somigliava «a un occhio ed è contro il malocchio». Una delle operazioni però finisce male. Prima di imbarcarsi per la Romania all’aeroporto di Bergamo gli agenti si avvicinano a due indagate. «Sono stati attirati dalle borse Chanel e Vuitton, pure quelle rubate», commenta dopo il sequestro a telefono una delle due. Poi aggiunge: «Sarebbe stata la quantità più grossa mai portata». La madre, però, sarebbe riuscita a passarla liscia. Riuscendo a transitare con il carico. «Meno male che non hanno preso quello che avevi tu», commenta la figlia. Mentre uno degli egiziani, minorenne, hanno scoperto gli investigatori, usava ben 14 alias oltre al suo nome. E il suo curriculum criminale contava già otto precedenti di polizia. Compresa un’evasione da una casa famiglia di Priverno (Latina) dove era stato affidato in prova ai servizi sociali. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è subito complimentato per l’operazione: «È l’ennesima dimostrazione dell’impegno delle forze di polizia nel contrasto alla delinquenza e all’illegalità sulle nostre strade». Un colpo durissimo a un sistema che, per troppo tempo, ha prosperato nell’ombra. Ora Milano prova a rialzarsi. Nonostante un imbarazzante Beppe Sala che se ne è uscito con una dichiarazione surreale: «La prossima campagna elettorale a Milano si giocherà sui temi della sicurezza, pur non essendo i dati drammatici». Per poi aggiungere: «Anche se il Comune può fino a un certo punto». Subito dopo, infatti, si è lanciato in un discorso da vero equilibrista: «Io penso e spero che ci debba essere un atteggiamento fermo rispetto a questi ragazzi che da un lato vanno seguiti, educati, però dall’altro, quando sbagliano ripetutamente, e quelli fermati oggi hanno sbagliato ripetutamente, devono scontare la pena». Di tutt’altro avviso è il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana: «Non mi preoccupano gli arresti ma la diffusione di una criminalità sempre più invasiva e organizzata. È un problema che si faceva finta di non vedere, soprattutto da una certa parte politica. Adesso i nodi vengono al pettine e bisogna correre ai ripari». D’altra parte, se un’organizzazione criminale ha potuto prosperare indisturbata per anni, significa che chi doveva vigilare ha chiuso un occhio. O forse entrambi.
Inps, con le inchieste stabilizzati 49.000 posti
Fino a ieri erano lavoratori «invisibili», operai in balia dei cosiddetti serbatoi di manodopera, società responsabili di una vera e propria somministrazione illecita di forza lavoro. Ora non più. In base a quanto risulta dagli archivi del ministero del Lavoro, ben 49.000 lavoratori sono stati stabilizzati come conseguenza delle indagini che la Procura di Milano ha portato avanti su 19 società che ad oggi hanno permesso al fisco di recuperare oltre 552 milioni di euro.Da Dhl a Gls, da Schenker a Esselunga, da Bennet a Geodis, le società erano in grado di fornire manodopera a basso costo grazie ad una catena di appalti e un escamotage in particolare: la sistematica omissione del versamento di tasse e contributi Inps.
Il dato sulla messa in regola e stabilizzazione dei lavoratori è stato certificato dalla Direzione regionale Lombardia dell’Inps e arriva come il risultato concreto del lavoro della Procura di Milano che proprio ieri ha effettuato due maxi sequestri preventivi d’urgenza da circa 33 milioni di euro per evasione dell’Iva nei confronti del gruppo di supermercati Iperal e della multinazionale svizzera della logistica Kuehne+Nagel. Al centro delle indagini condotte dai PM Paolo Storari e Valentina Mondovì, l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e l’esternalizzazione dei servizi di logistica a «società filtro» che a loro volta si avvalevano di cooperative, le cosiddette società serbatoio in grado di offrire un costo del lavoro stracciato proprio perché inadempienti. Sistematica infatti l’omissione del versamento dell’Iva, degli oneri previdenziali e assistenziali. Un quadro di estremo sfruttamento vissuto dai lavoratori come sintetizzato dai magistrati. «In estrema sintesi», scrivono, «in tale approccio tayloristico gli operai appaiono mere appendici delle macchine», con le macchine che «hanno il più totale controllo dell’organizzazione e dei ritmi lavorativi». Tra i problemi riscontrati nel corso dell’inchiesta il costante peggioramento dell’attrezzatura fornita ai lavoratori, meno ore pagate rispetto al dovuto, controllo rigido attraverso telecamere interne e casi di licenziamenti avvenuti via mail.Un meccanismo che secondo gli inquirenti e i rilievi del Nucleo Per della Guardia di finanza di Milano, vedrebbe la piena consapevolezza da parte del committente rispetto alla situazione di sfruttamento dei lavoratori, e quindi la responsabilità amministrativa delle società in oggetto in base alla legge 231del 2001. Lo aveva ben spiegato Giuseppe Esposito, manager della Samag Holding logistics, società romana finita nell’inchiesta sulla logistica di GSL nel 2024. Secondo Esposito infatti sarebbe proprio il committente, a stabilire la tariffa e ad «imporre» alla società serbatoio di «trovare il modo» per fornire i servizi al costo desiderato. Il modo, neanche a dirlo, era sempre il mancato versamento dei contributi. Con buona pace, si fa per dire, dei lavoratori.
Continua a leggereRiduci
La Mobile ha arrestato 18 minorenni, accusati di rapina aggravata per gli scippi sul metrò. In totale i fermati sono 50: saldatura tra romeni e nordafricani di seconda generazione. Sala si sveglia e cambia linea: «La prossima campagna si giocherà sulla sicurezza». I lavoratori regolarizzati erano gestiti dalle società «serbatoio» di manopodera. Lo speciale contiene due articoli.I predoni del suburbio milanese, quelli degli assalti in metropolitana, dei furti con strappo, delle rapine violente, spesso minorenni, romeni, egiziani, libici e marocchini di seconda generazione, per gli inquirenti che ieri mattina hanno deciso di contrastare il fenomeno dei maranza con una risposta muscolare sarebbero stati guidati da «un’associazione a delinquere». Diciotto arrestati, tutti minorenni. E tutti accusati di rapina aggravata. Trentadue fermati, tutti maggiorenni, otto dei quali accusati anche del reato associativo. Giovani, ma con curriculum criminali già pesanti. Molti di loro sono risultati irregolari sul territorio italiano, altri già noti alle forze dell’ordine per reati simili. Con un solo centro di ricettazione. Una vera e propria organizzazione criminale smantellata dalla Squadra mobile di Milano con un’operazione imponente, coordinata dalla Procura della Repubblica e dalla Procura per i minorenni. Nella documentazione giudiziaria, con una sequenza impressionante, vengono ricostruite le azioni, ripetute sempre nello stesso modo: gli indagati strappano una catenina o sfilano orologi e portafogli; oppure se li fanno consegnare. L’oro, facile da rivendere e semplice da camuffare, sarebbe finito in un mercato parallelo che ruoterebbe attorno a un unico centro di smistamento: un appartamento occupato abusivamente nel quartiere San Siro. A gestirlo, hanno scoperto gli investigatori, una famiglia di sette persone, tutte di origine romena. L’organizzazione, definita come «efficiente», funzionava come su un nastro trasportatore: i rapinatori consegnavano la refurtiva, gli intermediari si occupavano del giro d’affari, l’oro veniva lavorato, trasformato, nascosto e spedito in Romania. Il business, ormai consolidato, è stato stroncato dalla polizia dopo mesi di intercettazioni, telecamere nascoste, pedinamenti, controlli negli aeroporti e ai confini. Le indagini sono partite da un episodio chiave: la rapina di un orologio Cartier lo scorso luglio. Da lì, il lavoro incessante degli investigatori, guidati dal capo della Squadra mobile Alfonso Iadevaia, ha portato alla scoperta dell’appartamento di San Siro, monitorato con telecamere nascoste e microspie. Ogni fase della filiera criminale è stata documentata: l’arrivo della refurtiva, la sua trasformazione per cancellare segni distintivi, il trasporto verso la Romania. In due occasioni, i corrieri sono stati fermati a Orio al Serio con chili d’oro nelle tasche. La polizia ha ricostruito con certezza almeno 23 rapine. Ma il numero reale, spiega chi ha indagato, è probabilmente molto più alto. Altri chili d’oro sono saltati fuori durante le perquisizioni, oltre a 33.000 euro in contanti. Complesso anche il lavoro di identificazione dei predoni: gli investigatori hanno dovuto incrociare frame delle telecamere di videosorveglianza, foto segnaletiche, profili social. Infine, molte delle vittime hanno riconosciuto i sospettati quando gli investigatori hanno mostrato loro gli album fotografici. Dalle intercettazioni è emerso che i maranza seguivano «la borsa dei valori»: «È sceso, non è come prima», dice uno degli arrestati. La risposta di una delle donne rom indagate: «Sapeva già i prezzi… per questo non ha dato di più». Poco dopo, la stessa donna, comunica via WhatsApp: «Sono venuti pure gli zingari, hanno portato forse 26 grammi di oro e hanno preso gli orologi. Erano sei o sette e li venderanno al mercato». E per non dare nell’occhio sarebbero stati impiegati come corrieri anche i più piccoli della famiglia: «Li ho riempiti tutti d’oro, anche i bambini». Oppure bastava ficcare i monili «nel reggiseno». Non mancano i retroscena folk. Una delle indagate spiega alla madre che da un anello avrebbero tolto «la pietra nera», perché somigliava «a un occhio ed è contro il malocchio». Una delle operazioni però finisce male. Prima di imbarcarsi per la Romania all’aeroporto di Bergamo gli agenti si avvicinano a due indagate. «Sono stati attirati dalle borse Chanel e Vuitton, pure quelle rubate», commenta dopo il sequestro a telefono una delle due. Poi aggiunge: «Sarebbe stata la quantità più grossa mai portata». La madre, però, sarebbe riuscita a passarla liscia. Riuscendo a transitare con il carico. «Meno male che non hanno preso quello che avevi tu», commenta la figlia. Mentre uno degli egiziani, minorenne, hanno scoperto gli investigatori, usava ben 14 alias oltre al suo nome. E il suo curriculum criminale contava già otto precedenti di polizia. Compresa un’evasione da una casa famiglia di Priverno (Latina) dove era stato affidato in prova ai servizi sociali. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è subito complimentato per l’operazione: «È l’ennesima dimostrazione dell’impegno delle forze di polizia nel contrasto alla delinquenza e all’illegalità sulle nostre strade». Un colpo durissimo a un sistema che, per troppo tempo, ha prosperato nell’ombra. Ora Milano prova a rialzarsi. Nonostante un imbarazzante Beppe Sala che se ne è uscito con una dichiarazione surreale: «La prossima campagna elettorale a Milano si giocherà sui temi della sicurezza, pur non essendo i dati drammatici». Per poi aggiungere: «Anche se il Comune può fino a un certo punto». Subito dopo, infatti, si è lanciato in un discorso da vero equilibrista: «Io penso e spero che ci debba essere un atteggiamento fermo rispetto a questi ragazzi che da un lato vanno seguiti, educati, però dall’altro, quando sbagliano ripetutamente, e quelli fermati oggi hanno sbagliato ripetutamente, devono scontare la pena». Di tutt’altro avviso è il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana: «Non mi preoccupano gli arresti ma la diffusione di una criminalità sempre più invasiva e organizzata. È un problema che si faceva finta di non vedere, soprattutto da una certa parte politica. Adesso i nodi vengono al pettine e bisogna correre ai ripari». D’altra parte, se un’organizzazione criminale ha potuto prosperare indisturbata per anni, significa che chi doveva vigilare ha chiuso un occhio. O forse entrambi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asse-rom-maranza-2671669395.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="inps-con-le-inchieste-stabilizzati-49-000-posti" data-post-id="2671669395" data-published-at="1743691574" data-use-pagination="False"> Inps, con le inchieste stabilizzati 49.000 posti Fino a ieri erano lavoratori «invisibili», operai in balia dei cosiddetti serbatoi di manodopera, società responsabili di una vera e propria somministrazione illecita di forza lavoro. Ora non più. In base a quanto risulta dagli archivi del ministero del Lavoro, ben 49.000 lavoratori sono stati stabilizzati come conseguenza delle indagini che la Procura di Milano ha portato avanti su 19 società che ad oggi hanno permesso al fisco di recuperare oltre 552 milioni di euro.Da Dhl a Gls, da Schenker a Esselunga, da Bennet a Geodis, le società erano in grado di fornire manodopera a basso costo grazie ad una catena di appalti e un escamotage in particolare: la sistematica omissione del versamento di tasse e contributi Inps.Il dato sulla messa in regola e stabilizzazione dei lavoratori è stato certificato dalla Direzione regionale Lombardia dell’Inps e arriva come il risultato concreto del lavoro della Procura di Milano che proprio ieri ha effettuato due maxi sequestri preventivi d’urgenza da circa 33 milioni di euro per evasione dell’Iva nei confronti del gruppo di supermercati Iperal e della multinazionale svizzera della logistica Kuehne+Nagel. Al centro delle indagini condotte dai PM Paolo Storari e Valentina Mondovì, l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e l’esternalizzazione dei servizi di logistica a «società filtro» che a loro volta si avvalevano di cooperative, le cosiddette società serbatoio in grado di offrire un costo del lavoro stracciato proprio perché inadempienti. Sistematica infatti l’omissione del versamento dell’Iva, degli oneri previdenziali e assistenziali. Un quadro di estremo sfruttamento vissuto dai lavoratori come sintetizzato dai magistrati. «In estrema sintesi», scrivono, «in tale approccio tayloristico gli operai appaiono mere appendici delle macchine», con le macchine che «hanno il più totale controllo dell’organizzazione e dei ritmi lavorativi». Tra i problemi riscontrati nel corso dell’inchiesta il costante peggioramento dell’attrezzatura fornita ai lavoratori, meno ore pagate rispetto al dovuto, controllo rigido attraverso telecamere interne e casi di licenziamenti avvenuti via mail.Un meccanismo che secondo gli inquirenti e i rilievi del Nucleo Per della Guardia di finanza di Milano, vedrebbe la piena consapevolezza da parte del committente rispetto alla situazione di sfruttamento dei lavoratori, e quindi la responsabilità amministrativa delle società in oggetto in base alla legge 231del 2001. Lo aveva ben spiegato Giuseppe Esposito, manager della Samag Holding logistics, società romana finita nell’inchiesta sulla logistica di GSL nel 2024. Secondo Esposito infatti sarebbe proprio il committente, a stabilire la tariffa e ad «imporre» alla società serbatoio di «trovare il modo» per fornire i servizi al costo desiderato. Il modo, neanche a dirlo, era sempre il mancato versamento dei contributi. Con buona pace, si fa per dire, dei lavoratori.
Francesco Borgonovo, Gianluca Zanella e Luigi Grimaldi fanno il punto sul caso Garlasco: tra nuove indagini, DNA, impronte e filoni paralleli, l’inchiesta si muove ormai su più livelli. Un’analisi rigorosa per capire a che punto siamo, cosa è cambiato davvero e quali nodi restano ancora da sciogliere.
Ansa
Ieri abbiamo raccontato che ha intestati circa 90 immobili acquistati alle aste giudiziarie senza dover accendere mutui. Ora La Verità è in grado di svelare che Abu Rawwa per operare ha aperto un’agenzia immobiliare e investe insieme a un giovane palestinese che appartiene a una famiglia molto religiosa e molto attiva nella difesa della causa palestinese. Ben 12 dei 90 immobili di cui è diventato proprietario per via giudiziaria Abu Rawwa, infatti, sono cointestati (al 50%) con Osama Qasim. Otto sono appartamenti. Alloggi residenziali inseriti nello stesso stabile, con metrature diverse e distribuiti su più piani. Blocchi compatti di unità abitative spalmati su tre strade dello stesso comune della provincia di Reggio Emilia: Castellarano.
Il resto delle proprietà non è abitativo. Ci sono due locali di servizio: accessori funzionali alle case. Gli ultimi due immobili sono strutture non ancora definite, volumi ampi, uno dei quali particolarmente esteso: 603 metri quadri. Entrambi i locali non sono pronti per essere abitati, né sono destinati a un uso immediato. Sono spazi da completare o da trasformare. Un’operazione da immobiliaristi.
Abu Rawwa e Qasim compaiono in visure camerali diverse. Il primo è amministratore unico e socio al 100% dell’Immobiliare My home srls, impresa costituita il 6 dicembre 2023 e iscritta al Registro imprese di Modena il 13 dicembre di quello stesso anno. Capitale sociale da 2.000 euro. Attività dichiarata: «Compravendita di beni immobili effettuata su beni propri», con una specificazione ampia che comprende edifici residenziali, non residenziali, strutture commerciali e terreni. La sede legale è a Sassuolo, in circonvallazione Nord Est. Un solo addetto risultante dai dati Inps.
Osama Qasim, nato a Sassuolo il 3 febbraio 1993, è invece amministratore unico della Qasim srls, società costituita il 24 maggio 2022 con capitale sociale da 3.000 euro. Anche qui l’attività prevalente è immobiliare: «Compravendita di beni immobili effettuata su beni propri». La sede è sempre a Sassuolo, in circonvallazione Nord Est, ma il civico è differente. I soci sono tre: Osama (che è il legale rappresentante e nel frattempo gestisce anche una società di ristorazione a Modena) detiene il 20%, Khawla Ghannam (60 anni), la mamma, il 60%, e Zahi Qasim (62 anni), il papà, il 20%. Un nucleo familiare di cui si sono interessati, negli anni, numerosi giornalisti ma anche la polizia. Su Internet si trova ancora un articolo dell’Herald tribune sulla famiglia Qasim, ripreso in Italia dal Secolo XIX, proprio il giornale di Genova. Risale a 20 anni fa, ma è molto interessante. Anche perché ci racconta che la famiglia di Osama è molto religiosa e ha ricevuto nel tempo anche la visita della polizia italiana dopo alcuni attentati dei tagliagole islamici.
Il padre, Zahi, classe 1963, all’epoca era caposquadra in fabbrica a Sassuolo ed era già «uno degli esponenti più impegnati della comunità». Sua moglie, Khawla, era un’insegnante che «parla fluentemente tre lingue». Osama, all’epoca era un bambino di 12 anni. Il cronista scriveva che il fratello, «l’esuberante Ali, un anno, adora gattonare sulle piastrelle della sala, decorata con illustrazioni di proverbi tratti dal Corano». I Qasim non offrirono né cibo, né bevande al giornalista «perché per loro era in corso il Ramadan». «Ci piacerebbe molto essere italiani», aveva dichiarato Ghannam, con indosso «un hijab color porpora». Ed ecco il passaggio più interessante dell’articolo: «La loro vita, sebbene economicamente agiata, è costellata da continui episodi che ricordano loro che non sono pienamente integrati in un Paese che definiscono casa da 20 anni. A seguito degli attentati a Londra di questa estate (del 2005, ndr), Qasim è stato più volte interrogato dalla polizia che gli ha anche perquisito la casa. L’uomo afferma anche che il suo cellulare è sotto controllo. Quando ha invitato a cena alcuni amici di Torino in occasione del Ramadan, la polizia lo ha chiamato per chiedergli chi fossero quelle persone e l’hanno rimproverato di non aver comunicato che avrebbe avuto ospiti. I tentativi di Qasim di comprare un edificio per aprirvi una scuola islamica domenicale sono stati ostacolati per quattro anni dalle istituzioni locali che ritenevano che il luogo non fosse idoneo per via della mancanza di spazi da adibire al parcheggio». Zahi disse: «È chiaro che tutto questo mi dà fastidio: succede perché sono musulmano e non accadrebbe lo stesso se fossi europeo».
Ricordiamo che all’epoca un islamico sospettato di aver preso parte agli attentati di Londra è stato catturato in Italia, dove si era rifugiato. Ghannam ha spiegato che l’inserimento non è stato sempre facile e che «suo figlio è stato spesso preso in giro per il suo nome, Osama, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre». Quando i Qasim si trasferirono nel loro attuale appartamento, «i vicini italiani si mostrarono freddi e ostili. Tuttavia, il loro atteggiamento è migliorato nel tempo». Zahi ha anche dichiarato di «esser sempre stato trattato con rispetto a lavoro, e gli è stato persino consentito di pregare cinque volte al giorno».
L’articolo contiene anche un’altra notizia interessante: «La famiglia ha una casa a Ramallah e torna laggiù durante le vacanze estive». Anche se la famiglia non si sentiva sicura in Israele: «Ci sono aspetti dell’Islam che vanno bene in Palestina, ma non qui», ha concesso l’uomo con il cronista. Ha anche detto di credere che «gli arresti e il coprifuoco siano soltanto serviti ad aggravare la situazione in Francia». E ha spiegato che «è sbagliato ricorrere alla polizia». Il motivo? «Quando parli con gli altri li fai sentire parte della società. Se li fai sentire emarginati, prima o poi si ribelleranno». Alla fine l’intervistato aveva consegnato al cronista il motto che ripeteva al figlio Osama: «Ignora le offese, lavora più sodo dei tuoi compagni. In fondo i palestinesi sono abituati a essere controllati: pensa solo di essere a Ramallah». Papà Qasim è stato un grande animatore del centro «al Medina» (dell’Associazione della comunità islamica di Sassuolo), fondato nel 1993 da un gruppo di migranti nordafricani, chiuso e poi riaperto varie volte. Qui si riunivano per pregare a turni sino a 600 fedeli per volta. Nel 2018 Zahi, a Casalgrande, è stato tra i promotori del Villaggio islamico, che l’associazione islamica di Sassuolo voleva tirare su nell’area di un ex salumificio. E fu proprio Zahi, col piglio dell’immobiliarista, a spiegare: «Abbiamo comprato l’area per un guadagno, come qualsiasi altro cittadino. A Casalgrande, Veggia e Villalunga abbiamo comprato all’asta circa 6-7 appartamenti».
L’idea di acquistare dai tribunali qualche anno dopo è stata fatta propria dal figlio Osama e da Abu Rawwa. Le indagini della Procura di Genova dovranno stabilire se in questo shopping compulsivo c’entri Hamas.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Tema che dovrebbe stare a cuore di chi si batte per la Palestina, e quindi di tanti ProPal. E invece a quanto pare no. Poco importa se il flusso di denaro che dall’Italia è volato a Gaza avrebbe permesso di acquistare armi e immobili anziché portare cibo e servizi ai civili. La propria solidarietà, più che a quanti avrebbero avuto diritto agli aiuti e a quanto pare non li hanno mai ricevuti, meglio portarla al presidente dei palestinesi in Italia. Colui che nell’ipotesi della procura è l’ideatore di una grande operazione di triangolazione di fondi. E così ieri è scattato il tam tam via social e in 200 si sono radunati davanti al carcere Marassi di Genova per gridare contro quella che viene considerata una vera e propria «offensiva contro tutte le realtà e tutti gli attivisti cosiddetti “ProPal” scatenata dalla propaganda di regime». Tra gli organizzatori del meeting solidale, l’Unione democratica arabo palestinese e Si Cobas Genova che in un post spiega l’architettura che muoverebbe l’indagine della procura.
«Già con la repressione degli ultimi mesi […] è emersa chiaramente la volontà di individuare un nuovo nemico pubblico numero uno nella cosiddetta saldatura tra sinistra radicale e islam. Associare tutta la popolazione che ha manifestato e scioperato contro il genocidio palestinese, e in particolare gli organizzatori di queste mobilitazioni, al terrorismo islamico». Il riferimento è alla revoca del permesso di soggiorno ad Abbas, coordinatore sindacale e destinatario di un foglio di via per due anni da Brescia. Già il 12 dicembre, in occasione del provvedimento, Si Cobas aveva lanciato il medesimo slogan. «La vostra repressione non fermerà le nostre lotte». Ben prima della notizia dell’operazione Domino ma tant’è. L’accusa è buona per tutte le stagioni. E tutte le mobilitazioni. Anche a Piacenza, dove una serie di sigle e associazioni puntano il dito contro la regia di Israele. Tra gli altri Usb, Sgb, Laboratorio popolare della cultura e dell’arte, Collettivo Schiaffo, Resisto, Collettivo 26x1, ControTendenza e Una voce per Gaza. «L’impianto accusatorio - commentano - si basa essenzialmente, come scritto dagli stessi inquirenti, su documenti forniti da Israele», posizione ribadita anche dalle sedi locali di Potere al popolo e Rifondazione comunista in linea con quelle nazionali. «Un’indagine basata su documenti forniti da uno Stato accusato di genocidio dagli organismi internazionali e guidato da un premier condannato e ricercato come criminale di guerra, è in partenza completamente squalificata». Iniziata sabato a Milano poche ore dopo la notizia degli arresti al grido di «Liberi subito» e «La solidarietà non è terrorismo», l’onda delle mobilitazioni in soccorso di Hannoun viaggia in parallelo alle adesioni social, come quella di Alaeddine Kaabouri, consigliere comunale di Thiene, Vicenza, sul suo profilo Instagram. «Criminalizzare tutto questo significa colpire l’idea stessa di solidarietà internazionale e trasformare l’aiuto umanitario in un reato. Sostenere il popolo palestinese non è terrorismo: è un dovere umano e politico».
Intanto, oggi Hannoun incontra il Gip per delle dichiarazioni spontanee. Non si sottoporrà a interrogatorio perché non sono ancora stati recapitati tutti gli atti depositati, spiegano gli avvocati Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo che tengono a precisare che l’attivista ha sempre operato in maniera tracciabile e con associazioni registrate, molte delle quali anche in Israele. Spiegano inoltre che non sarebbe stato in procinto di fuggire per la Turchia, come sostenuto dalla procura, perché il viaggio sarebbe stato parte di regolari attività di beneficenza. Dal 7 ottobre 2023 non aveva più possibilità di operare dall’Italia e, a causa del blocco dei conti, doveva portare i contanti in Turchia o in Egitto. In difesa del leader dei palestinesi in Italia, ieri è sceso anche il figlio e alcuni suoi familiari, che hanno preso parte ad un corteo sempre attorno al carcere di Genova dove non sono mancati cori anche contro la premier Giorgia Meloni: «Meloni fascista, sei tu la terrorista».
Se i «fondi per Gaza» finiti ad Hamas abbiano aiutato i palestinesi, lo chiarirà la procura ma certo è che nelle piazze a oggi non si scorge cenno alcuno che entri nel merito delle iniziative «finto benefiche» di Hannoun. Che pur essendo attualmente solo «presunte», con tutti i condizionali del caso, qualora dovessero essere confermate, costituirebbero un vero e proprio tradimento del popolo palestinese in nome del quale si continua a scendere in piazza.
Continua a leggereRiduci
iStock
L’esperto confronta il trentennio 1960-1990, connotato dalla «crescita travolgente dell’industria farmaceutica con un solo obiettivo comune, la quantità e la qualità di vita dell’uomo - il risultato furono 52 nuove classi di farmaci con il 90% delle patologie guarite o cronicizzate» -, con quanto accadde dopo la nascita del marketing farmacologico. «L’obiettivo viene stravolto, diventa fare il massimo fatturato possibile. Parallelamente la politica capisce che la salute è una grande opportunità per rafforzare il potere e acquistare consenso, per cui trasforma il settore in azienda (nascono le Asl), mettendo a capo delle aziende non un medico ma un politico che per incapacità e clientelismo riesce a sopravvivere grazie a tagli feroci di posti letto, di personale medico e attrezzature».
Il risultato è che da allora il malato diventa per i secondi un potenziale elettore, per i primi un consumatore. «In questo contesto la finanza crea le Big Pharma, attraverso fusioni e acquisizioni delle classiche aziende farmaceutiche», interviene Franco Stocco, 35 anni trascorsi nel settore oncologico e poi nelle aree dell’immunologia di colossi quali Farmitalia Carlo Erba, Aventis Pharma, Sanofi. Aggiunge: «Non si limita a questo, ha un obiettivo ben preciso ovvero creare e raggiungere il nuovo enorme mercato, cioè la popolazione sana». Se per un farmaco il mercato non c’è, basta crearlo.
Il terreno di coltura che ha permesso l’evoluzione del pensiero scientifico verso il presente «risiede nella medicalizzazione della società umana, resa possibile dall’elencare un numero pressoché infinito di malattie le quali descrivono non solo una condizione di rischio, ma una specie di allontanamento più o meno marcato da un archetipo di perfezione. Ogni anomalia o devianza o disfunzione sono in definitiva riconducibili a una patologia o a una sindrome».
Per realizzare il progetto di trasformare le persone sane in potenziali malati, l’industria della salute «vende quindi anche “fattori di rischio”». In quest’ottica i vaccini ricoprono un ruolo chiave. Sfruttando il concetto che prevenire è meglio che curare, radicato nell’opinione comune, sono stati proposti o imposti nuovi prodotti «che non sono antigeni ma approcci genici», sottolinea Stocco.
Se la prevenzione è l’imperativo strategico dettato dalla grande industria farmacologica, che margine di azione ci può essere per impedire che a farne le spese sia il cittadino, non paziente afflitto da patologie, ma anche un servizio sanitario inutilmente gravato da diagnosi non necessarie? «Da un lato c’è il problema sociale di far passare il concetto di una sana sanità, non quella di stare bene subito con qualsiasi mezzo, e per questo obiettivo serve tanta informazione. Dall’altro, è necessario che le associazioni scientifiche siano meno influenzabili dalle case farmaceutiche», osserva Maria Rita Gismondo, già direttrice del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano.
L’iper prevenzione «è una tendenza generalizzata», prosegue la professoressa, «basti vede quello che accade quando si consiglia una Rx e il paziente con un minimo di conoscenza chiede: “Ma non è meglio che faccia una risonanza magnetica o una Tac?”. Si chiede una cosa sempre più sofisticata. Sicuramente questo è dovuto alla pressione da parte delle case farmaceutiche che devono vendere sempre più strumenti, test e servizi, ma si fonda anche su un fatto sociale, su un concetto di salute che è cambiato. Se oggi mi alzo con il mal di testa o il mal di schiena non dico aspetto, mi passerà; c’è un abuso di antidolorifici e anti infiammatori. Su questo atteggiamento si fonda la speculazione della Big Pharma, che trova terreno fertile».
Un protocollo di prevenzione deve partire da una possibilità di ricadute positive superiori a quello che è il rischio della falsa diagnosi. Se lo aggiungiamo alla psicosi di un benessere estremizzato, «le conseguenze sono un dispendio di energie economiche e molto stress da parte del paziente».
Per Gismondo, occorre dunque «interrompere la catena deleteria sponsor-sperimentatore. Dall’altra, il ministero della Salute dovrebbe esercitare un controllo maggiore sulle linee guida date dalle associazioni scientifiche perché non si ecceda con i percorsi diagnostici, che rischiano di diventare inutili se non dannosi».
Continua a leggereRiduci