L’asse tra Mosca e Pechino si salda in Africa
Mentre la Federazione organizza golpe nel continente, le due potenze s’incontrano nel Sahel: gli uomini di Xi Jinping riforniscono i mercenari di Wagner. Obiettivo: scalzare gli occidentali, già cacciati dal Mali. Intanto i miliziani privati dalla Libia muovono verso il Donbass.

Una decina di giorni fa, vicino ad Aqaba, cittadina giordana che si affaccia sul mar Rosso, si è tenuto un incontro a porte chiuse tra i vertici militari locali, capi di stato maggiore di una dozzina di Paesi africani e gli inviati di Stephen J. Townsend, comandante di Africom, il comando militare statunitense per il continente nero. A presiedere, Abdullah, il re di Giordania, impegnato nell’ultima settimana anche a coordinare incontri con Egitto, Emirati e Iraq in vista del viaggio del segretario Usa, Antony Blinken, in Israele. Nel deserto, vicino ad Aqaba, si è parlato a lungo di Ucraina, ma anche dell’ordine del giorno: la presenza cinese nel Sahel e il rapporto sempre più stretto con i mercenari russi che operano sotto la bandiera di Wagner.

Il gruppo fondato da Evgenji Prigozin registrava, sei anni fa, circa 1.000 dipendenti; da quanto risulta alla Verità, adesso i mercenari di Wagner sarebbero circa 250.000. Pur comprendendo addetti alla logistica e all’amministrazione, si arriva a un numero esorbitante, pari a quello di un esercito vero e proprio. Un dato che serve a comprendere come Vladimir Putin stia da tempo preparando una morsa sull’Africa e un ritorno agli schemi della guerra fredda. Nell’ultimo anno ci sono stati ben sette colpi di Stato. Cinque sono andati a segno. È accaduto in Sudan, in Mali, in Guinea, in Ciad e da ultimo in Burkina Faso. In almeno tre, la presenza dei russi è palesemente tracciabile, anche perché Mosca ha cominciato a usare i paramilitari per ampliare la dottrina del soft power. Non sono più soltanto tagliagole, ma servono a gestire i rapporti economici dei Paesi con i quali lavorano. Servono a distribuire medicine o ad assistere la popolazione locale, proteggendola dalle incursioni delle milizie avversarie. Si pone però il problema dei pagamenti. Stati tecnicamente falliti come il Mali tendono a pagare i militari privati direttamente con concessioni minerarie. I cui frutti vengono rivenduti immediatamente alla Cina, che sfrutta a quel punto la propria logistica ufficiale che va dall’Africa all’Asia. Al tempo stesso, stando a quanto emerso dal vertice ristretto di Aqaba, sfruttando la corsia inversa della logistica, sarebbe la stessa Cina a rifornire Wagner di armi, munizioni, mezzi e del necessario per muoversi in luoghi ostili. Un patto che salda la presa sul Sahel e permette ai due colossi di aggredire la presenza europea e occidentale. Permette anche alla Cina di superare le proprie difficoltà in loco. Pechino ha da sempre difficoltà a misurarsi militarmente con jihadisti o fazioni africane.

Tende, infatti, a preferire l’approccio economico e la persuasione del potenziale arricchimento. Solo che non basta in Africa. Per affrontare società così fratturate ci vuole quella aggressività lucida dimostrata dalla lunga mano di Putin. Tanto più efficace perché è supportata in parallelo dai legami ufficiali. Da quando i francesi sono stati letteralmente cacciati dal Mali (anche i militari italiani della missione Takuba sono stati indotti a ripiegare in Niger), Mosca ha spinto il piede sull’acceleratore. Non mancano immagini di Antonov che atterrano nei pressi di Bamako per scaricare elicotteri russi e istruttori militari. Ovviamente, almeno per ora, non può esserci saldatura tra il mondo dei militari che indossano la divisa e quello dei mercenari, ma il rischio che accada grazie all’amicizia cinese è concreto.

Nel frattempo il Sahel è luogo che garantisce anche la triangolazione della destabilizzazione. Secondo fonti di intelligence Uk e americane, già almeno un migliaio di operatori Wagner avrebbero lasciato la Libia per l’Ucraina via Siria. Sono segnalate anche società di sicurezza siriane (che operano per conto di Wagner) impegnate a organizzare voli da Benghazi fino in Siria e poi lo smistamento dei mercenari su voli civili. Si tratta di poche unità, anche perché le giunte militari del mali e del Burkina Faso avrebbero al momento dato parere negativo all’arruolamento di propri ex militari tra le file di Wagner.

Il motivo è molto semplice. Non desiderano farsi immischiare nella guerra ucraina e finire nella morsa delle sanzioni Usa o dell’intelligence inglese. La domanda però è: per quanto tempo temeranno la reazione occidentale ed europea? La risposta è complessa. Da un lato dipende dalla nostra volontà di intervenire. Che la Russia e la Cina ormai siano nostri avversari in Africa è palese. La politica (compreso il governo italiano) si sveglierà soltanto quando Wagner avrà preso possesso di metà Libia e a quel punto forse sarà tardi. Invece bisognerebbe muoversi subito riorganizzando una presenza militare in Africa e poi con una politica ufficiale verso i Paesi africani che spezzi la catena delle materie prime. Se il fronte dell’Est si saldasse per via della crisi energetica e si interrompesse il flusso di gas facendo saltare il predominio del dollaro, Russia, Cina e India trasformerebbero l’Africa nel loro supermercato. È chiaro che cosa succederebbe a chi vive in Europa: povertà e flussi migratori fuori controllo.

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