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2023-03-27
Asili nido l’emergenza dimenticata
Mentre il Pd di Elly Schlein si sbraccia in favore della maternità surrogata, mettendola al centro del dibattito politico, passano in secondo piano i problemi quotidiani della maggioranza delle famiglie. A cominciare dalla difficoltà di trovare un posto in un asilo nido, un tema che assilla le donne lavoratrici. Ogni anno i genitori sono alle prese con la ricerca di un asilo nido e l’equilibrismo tra vita lavorativa e privata è sempre più precario e condiziona il desiderio di maternità. L’iscrizione alle strutture pubbliche comporta liste d’attesa interminabili e talvolta anche quelle private sono affollate e comunque le rette (oltre i 550 euro al mese) non sono accessibili a tutti. Questa sì è una emergenza che però fa poco clamore mediatico e soprattutto scarso marketing politico. Il welfare familiare, dopo un decennio di tagli indiscriminati, solo recentemente con il Pnrr è tornato d’attualità, su sollecitazione dell’Europa che ha posto obiettivi minimi per la copertura dei servizi all’infanzia. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede 3 miliardi di euro per potenziare asili nido e scuole per i primi anni di vita. Entro il 2027, i Comuni devono garantire 33 posti nelle strutture ogni 100 bambini residenti tra i 3 e i 36 mesi. Si vorrebbe così favorire l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro o il ritorno dopo una gravidanza. Staremo a vedere.
La situazione di partenza è preoccupante per gran parte del Paese.
In base agli obiettivi posti dal Consiglio europeo nel 2002, entro il 2010 avremmo dovuto raggiungere una copertura del 33% nei nidi per i bambini sotto i tre anni. A distanza di vent’anni poco è stato fatto e il 29 novembre scorso, il Consiglio dell’Unione, ha ripreso in mano il tema e ha fissato il target più ambizioso del 45% di copertura entro il 2030 per gli under 3 anni.
Una elaborazione effettuata da Openpolis insieme a «Con i Bambini», impresa sociale per il contrasto alla povertà educativa, su dati Istat, fa uno scenario della distribuzione dei nidi. La media di copertura è del 27,2% e solo sei regioni superano il 33% mentre tutto il Mezzogiorno, con l’eccezione della Sardegna, è sotto la media nazionale. Le sei regioni virtuose sono Valle d’Aosta (40,6%), Umbria (44%), Emilia-Romagna (40,7%), Toscana (37,6%), Lazio (35,3%) e Friuli-Venezia Giulia (34,8%), mentre in coda abbiamo Campania (11%), Calabria (11,9%) e Sicilia (12,5%). Le maggiori regioni meridionali sono in fondo alla classifica. Campania e Calabria si attestano poco sopra i 10 posti ogni 100 bimbi, in Sicilia sono poco più di 12. La Puglia presenta dati più elevati (19,6) ma è comunque quart’ultima.
Una elaborazione del Centro studi enti locali (Csel), basata su dati del Viminale, ha evidenziato che mancano all’appello 15.639 posti negli asili nido di 17 regioni. A fronte di una popolazione media al di sotto dei 3 anni composta da 1.200.586 bambini nel triennio 2017-2019, gli utenti dei nidi sono stati solo 312.473, ovvero il 26% del totale. Ma anche se venissero centrati gli obiettivi posti dall’Europa, grazie agli investimenti del Pnrr, mancherebbero 32 mila educatori. Gli enti locali sono in forte difficoltà nel reclutamento di tali figure professionali soprattutto da quando (dal 2017) la qualifica richiesta per l’assunzione nei nidi è la laurea universitaria triennale. I giovani laureati hanno altri obiettivi di impiego. I nuovi nidi quindi rischiano di essere scoperti.
Nonostante ci sia un bisogno così forte e riconosciuto di aumentare l’offerta, i bandi per l’assegnazione dei fondi del Pnrr hanno avuto un percorso travagliato. Il paradosso è che i Comuni non hanno fatto la corsa per accaparrarsi le risorse. Anzi il ministero dell’Istruzione ha dovuto rincorrerli. Alla data della scadenza del bando, il 28 febbraio 2022, erano giunte richieste per solo 1,2 miliardi circa, su 2,4 miliardi disponibili. Il ministero ha quindi riaperto i termini fino al 31 marzo ma neanche questo è stato sufficiente. Le domande, seppure aumentate significativamente (1.676 contro le 973 del mese precedente, +76%), avevano lasciato sul tavolo 70 milioni di euro. Da lì la decisione di dare una terza chance, stavolta riservata ai Comuni delle Regioni del Mezzogiorno, con priorità a Basilicata, Molise, Sicilia, che avevano presentato meno candidature. Al terzo slittamento dei termini al 31 maggio scorso, sono arrivate altre 74 domande, per un totale di richieste di finanziamento per 81.199.333,64 euro. Ci dovremmo essere, ma c’è sempre l’incognita dell’attuazione dei progetti e della rendicontazione.
C’è poi il tema del caro asili. Nei nidi privati la retta supera talvolta 620 euro al mese, ovvero oltre un quinto del reddito medio di una famiglia. Ed è quasi una scelta obbligata considerate le liste d’attesa dei nidi pubblici. Altroconsumo ha fatto una ricognizione su 350 strutture private accreditate o autorizzate dal Comune, in otto città chiedendo la tariffa mensile per orario massimo e minimo (in media 5 ore). E’ emerso un costo medio di 620 euro circa (inclusi pasti, pannolini e spese di iscrizione) per un massimo di dieci ore. Per 5 ore la retta mensile in proporzione è più salata: 480 euro. C’è poi il problema dell’apertura estiva. Ad agosto 7 nidi su 10 chiudono; solo il 12% resta aperto, l’8% per una o due settimane mentre nell’11% dei casi la disponibilità è su richiesta.
Per chi non ha nonni disponibili o un buon reddito e vorrebbe continuare a lavorare, la maternità non è una scelta facile. Sono questi i veri problemi delle famiglie. La politica è avvisata.
Milano. Pochi operatori pure nel privato
A Milano è diventato difficile trovare un posto anche in una struttura privata. Lo scenario è di Assonidi, l’associazione che riunisce 370 nidi privati, per oltre 7.000 posti, nel capoluogo lombardo. I più ambiti sono gli asili pubblici, per una questione economica che lasciava scoperti alcuni posti nel privato, ma da almeno tre anni, dice l’associazione, si è creato un overbooking su tutta la rete. Forse si spiega con una maggiore natalità o con la maggiore immigrazione.
Nel 2022 il Comune di Milano ha chiuso 8 asili pubblici su un totale che secondo gli Open Data di Regione Lombardia è di 404. La rete si sta restringendo, considerando che, secondo i dati Istat, i bambini ospitati negli asili pubblici milanesi erano 7.916 nel 2017 e 7.592 nel 2020. È un trend che sembra favorire le strutture private nonostante i costi superiori. La retta viaggia su una media di 550 euro al mese ma, come spiega il direttore di Assonidi Milano, Paolo Uniti, «i servizi sono più ampi. La quota comprende anche la mensa, i pannolini e le creme che nel pubblico devono essere pagati a parte. E poi, ciò che fa la differenza, è l’apertura full time, fino oltre le 18 in alcune strutture, e anche durante le festività. Siamo aperti perfino il 24 dicembre».
Il problema però è la mancanza di personale. «In base alla legge Buona Scuola del 2017, per lavorare nei nidi occorre la laurea. A Milano e nell’hinterland mancano 250 professionisti. Finora siamo andati avanti grazie a una deroga della Regione Lombardia che ha consentito l’assunzione di diplomati in pedagogia, ma non può durare a lungo». Come mai non attira lavorare con i bambini? «I laureati preferiscono un posto in Comune per poi intraprendere la carriera amministrativa. Il nido per costoro, è una sorta di parcheggio, in attesa di altro. Poi molti cercano lo smart working. La legge del 2017 ha smantellato i corsi di puericultura, organizzati dalle Province, che formavano il personale destinato non solo ai nidi ma anche ai reparti di ostetricia. Erano corsi che stimolavano la capacità di entrare in empatia con i bambini. Gli studi universitari sono accademici, più freddi, forniscono teorie, ma non verificano se c’è un’attitudine».
Napoli. Il Comune va al risparmio, ma potrebbe spendere
Napoli conta 70 asili nido di cui 21 a gestione indiretta attraverso l’utilizzo dei fondi Siei (Fondo nazionale per il sistema integrato di educazione ed istruzione). «Il numero delle strutture è di gran lunga inferiore alla media nazionale, per non parlare dei livelli europei che sono un obiettivo lontano» commenta Agostino Anselmi, coordinatore generale area funzionale della Cisl Fp di Napoli, e indica le problematiche che affliggono il sistema dei nidi. A cominciare dal rischio della privatizzazione delle strutture pubbliche che costringe le famiglie, che possono premetterselo, ad andare nel privato.
«Fino all’anno scorso, quando si mettevano a bando gli asili per l’affidamento alla gestione indiretta, il Comune alla scadenza dell’appalto alle cooperative, internalizzava tali strutture che quindi tornavano ad essere totalmente pubbliche, aumentando l’offerta sul territorio. Ora il nuovo bando segna una svolta rispetto a questa direzione. Non solo non viene internalizzato nessuno di questi nidi affidati ai privati che continuano ad essere messi in appalto alle cooperative, ma sono messi a gara anche gli asili a gestione diretta del Comune. Noi sindacati abbiamo visto in questo un chiaro segnale di un percorso che porta alla privatizzazione dei servizi all’infanzia». Anselmi poi sottolinea che «non era necessario esternalizzare le strutture. Il loro funzionamento era garantito dal personale educativo che ha vinto il concorso del 2016 e da allora è ancora precario. Quindi c’è un doppio danno: alle famiglie che si vedono sottratti servizi pubblici e al mercato del lavoro. Nel momento cui un nido passa alla gestione del privato, il dipendente pubblico non può essere trasferito».
C’è poi il paradosso delle iscrizioni. «I bambini inseriti nei nidi sono in numero proporzionale agli istruttori socio educativi disponibili. E siccome il Comune per risparmiare non assume, ci sono pochi posti disponibili e le famiglie sono costrette a rivolgersi ai privati. Il personale ha contratti a termine che valgono solo per un anno scolastico e nei periodi vuoti percepisce l’assegno di disoccupazione, sicché all’amministrazione viene a costare più di un dipendente fisso. Chi dice che assumere è impossibile in una situazione di bilancio in amministrazione controllata, dimentica che la scuola va in deroga rispetto a tali vincoli perché è servizio essenziale».
Reggio Calabria. Zero fiducia nel pubblico, alla fine si ricorre ai nonni
A Reggio Calabria ci sono solo 3 asili nido con una capienza complessiva di circa 80 posti che secondo l’assessore al Welfare del comune, Demetrio Delfino, coprono il bisogno delle famiglie con Isee basso. «Appena 80 famiglie hanno fatto la richiesta» è stata la spiegazione del politico. Altre due strutture sono in progetto, utilizzando circa due milioni di euro di Patti per il Sud. Pertanto non è stata presentata la domanda per attingere ai fondi del Pnrr Istruzione. Ma una città come Reggio, in una regione con alto tasso disoccupazione, in fondo alla classifica nazionale per la quantità dei servizi all’infanzia, la domanda così esigua disegna una realtà in cui le aspettative verso il pubblico sono scarse e in cui le famiglie con Isee basso, per lo più monoreddito, invece che mettersi in lista per entrare in una graduatoria, affidano i figli ai parenti o a uno dei due genitori, dal momento che spesso la componente femminile non lavora.
C’è poi il tema della normativa che renderebbe difficile l’utilizzo dei fondi comunitari. Le procedure legate alle risorse europee richiedono una lavorazione complessa, perché considerate fuori bilancio e una rendicontazione laboriosa. Una serie di passaggi di adempimenti tra vari uffici che, per carenze varie, non riescono a evitare accumuli e ritardi. Tant’è che solo a metà 2022 l’amministrazione è riuscita a saldare il debito accumulato da marzo 2021 con le cooperative che, dopo aver vinto un bando, stanno gestendo gli stessi asili nido comunali. L’indagine Eurispes nel 2020 ha messo a confronto la situazione di Reggio Calabria con 3 asili per circa 172.000 abitanti (al 31 dicembre 2021, secondo dati Istat) con Reggio Emilia che con una popolazione inferiore (quasi 169 mila abitanti), ha 60 strutture con un investimento che ammonta a 2.400 euro a bambino l’anno a fronte di 59 euro del capoluogo calabrese.
Secondo Openpolis al 2020, in Calabria sono 5.211 i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 44.000 residenti con meno di 3 anni: una copertura del 11,9%, molto al di sotto della media nazionale (27,2%) e dell’obiettivo del 33% stabilito in sede Ue. Tra le Province, quella con la maggiore copertura potenziale è Reggio Calabria con 14,3 posti ogni 100 bambini. Seguono Crotone (13,8%), Catanzaro (12,7%), Vibo Valentia (12,2%) e Cosenza (8,9%). Complessivamente, in Calabria meno di un comune su 5 offre il servizio, a fronte di una media nazionale del 59,3%.
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Posti limitati (c’è spazio solo per un bambino su quattro), liste d’attesa interminabili, rette sopra i 550 euro al mese. Mentre a sinistra ci si batte per la maternità surrogata, le famiglie con figli piccoli sono abbandonate a sé stesse.All'interno tre casi: Milano, Napoli, Reggio CalabriaMentre il Pd di Elly Schlein si sbraccia in favore della maternità surrogata, mettendola al centro del dibattito politico, passano in secondo piano i problemi quotidiani della maggioranza delle famiglie. A cominciare dalla difficoltà di trovare un posto in un asilo nido, un tema che assilla le donne lavoratrici. Ogni anno i genitori sono alle prese con la ricerca di un asilo nido e l’equilibrismo tra vita lavorativa e privata è sempre più precario e condiziona il desiderio di maternità. L’iscrizione alle strutture pubbliche comporta liste d’attesa interminabili e talvolta anche quelle private sono affollate e comunque le rette (oltre i 550 euro al mese) non sono accessibili a tutti. Questa sì è una emergenza che però fa poco clamore mediatico e soprattutto scarso marketing politico. Il welfare familiare, dopo un decennio di tagli indiscriminati, solo recentemente con il Pnrr è tornato d’attualità, su sollecitazione dell’Europa che ha posto obiettivi minimi per la copertura dei servizi all’infanzia. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede 3 miliardi di euro per potenziare asili nido e scuole per i primi anni di vita. Entro il 2027, i Comuni devono garantire 33 posti nelle strutture ogni 100 bambini residenti tra i 3 e i 36 mesi. Si vorrebbe così favorire l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro o il ritorno dopo una gravidanza. Staremo a vedere.La situazione di partenza è preoccupante per gran parte del Paese. In base agli obiettivi posti dal Consiglio europeo nel 2002, entro il 2010 avremmo dovuto raggiungere una copertura del 33% nei nidi per i bambini sotto i tre anni. A distanza di vent’anni poco è stato fatto e il 29 novembre scorso, il Consiglio dell’Unione, ha ripreso in mano il tema e ha fissato il target più ambizioso del 45% di copertura entro il 2030 per gli under 3 anni. Una elaborazione effettuata da Openpolis insieme a «Con i Bambini», impresa sociale per il contrasto alla povertà educativa, su dati Istat, fa uno scenario della distribuzione dei nidi. La media di copertura è del 27,2% e solo sei regioni superano il 33% mentre tutto il Mezzogiorno, con l’eccezione della Sardegna, è sotto la media nazionale. Le sei regioni virtuose sono Valle d’Aosta (40,6%), Umbria (44%), Emilia-Romagna (40,7%), Toscana (37,6%), Lazio (35,3%) e Friuli-Venezia Giulia (34,8%), mentre in coda abbiamo Campania (11%), Calabria (11,9%) e Sicilia (12,5%). Le maggiori regioni meridionali sono in fondo alla classifica. Campania e Calabria si attestano poco sopra i 10 posti ogni 100 bimbi, in Sicilia sono poco più di 12. La Puglia presenta dati più elevati (19,6) ma è comunque quart’ultima.Una elaborazione del Centro studi enti locali (Csel), basata su dati del Viminale, ha evidenziato che mancano all’appello 15.639 posti negli asili nido di 17 regioni. A fronte di una popolazione media al di sotto dei 3 anni composta da 1.200.586 bambini nel triennio 2017-2019, gli utenti dei nidi sono stati solo 312.473, ovvero il 26% del totale. Ma anche se venissero centrati gli obiettivi posti dall’Europa, grazie agli investimenti del Pnrr, mancherebbero 32 mila educatori. Gli enti locali sono in forte difficoltà nel reclutamento di tali figure professionali soprattutto da quando (dal 2017) la qualifica richiesta per l’assunzione nei nidi è la laurea universitaria triennale. I giovani laureati hanno altri obiettivi di impiego. I nuovi nidi quindi rischiano di essere scoperti.Nonostante ci sia un bisogno così forte e riconosciuto di aumentare l’offerta, i bandi per l’assegnazione dei fondi del Pnrr hanno avuto un percorso travagliato. Il paradosso è che i Comuni non hanno fatto la corsa per accaparrarsi le risorse. Anzi il ministero dell’Istruzione ha dovuto rincorrerli. Alla data della scadenza del bando, il 28 febbraio 2022, erano giunte richieste per solo 1,2 miliardi circa, su 2,4 miliardi disponibili. Il ministero ha quindi riaperto i termini fino al 31 marzo ma neanche questo è stato sufficiente. Le domande, seppure aumentate significativamente (1.676 contro le 973 del mese precedente, +76%), avevano lasciato sul tavolo 70 milioni di euro. Da lì la decisione di dare una terza chance, stavolta riservata ai Comuni delle Regioni del Mezzogiorno, con priorità a Basilicata, Molise, Sicilia, che avevano presentato meno candidature. Al terzo slittamento dei termini al 31 maggio scorso, sono arrivate altre 74 domande, per un totale di richieste di finanziamento per 81.199.333,64 euro. Ci dovremmo essere, ma c’è sempre l’incognita dell’attuazione dei progetti e della rendicontazione.C’è poi il tema del caro asili. Nei nidi privati la retta supera talvolta 620 euro al mese, ovvero oltre un quinto del reddito medio di una famiglia. Ed è quasi una scelta obbligata considerate le liste d’attesa dei nidi pubblici. Altroconsumo ha fatto una ricognizione su 350 strutture private accreditate o autorizzate dal Comune, in otto città chiedendo la tariffa mensile per orario massimo e minimo (in media 5 ore). E’ emerso un costo medio di 620 euro circa (inclusi pasti, pannolini e spese di iscrizione) per un massimo di dieci ore. Per 5 ore la retta mensile in proporzione è più salata: 480 euro. C’è poi il problema dell’apertura estiva. Ad agosto 7 nidi su 10 chiudono; solo il 12% resta aperto, l’8% per una o due settimane mentre nell’11% dei casi la disponibilità è su richiesta.Per chi non ha nonni disponibili o un buon reddito e vorrebbe continuare a lavorare, la maternità non è una scelta facile. Sono questi i veri problemi delle famiglie. La politica è avvisata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asili-nido-lemergenza-dimenticata-2659657465.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="milano-pochi-operatori-pure-nel-privato" data-post-id="2659657465" data-published-at="1679865424" data-use-pagination="False"> Milano. Pochi operatori pure nel privato A Milano è diventato difficile trovare un posto anche in una struttura privata. Lo scenario è di Assonidi, l’associazione che riunisce 370 nidi privati, per oltre 7.000 posti, nel capoluogo lombardo. I più ambiti sono gli asili pubblici, per una questione economica che lasciava scoperti alcuni posti nel privato, ma da almeno tre anni, dice l’associazione, si è creato un overbooking su tutta la rete. Forse si spiega con una maggiore natalità o con la maggiore immigrazione. Nel 2022 il Comune di Milano ha chiuso 8 asili pubblici su un totale che secondo gli Open Data di Regione Lombardia è di 404. La rete si sta restringendo, considerando che, secondo i dati Istat, i bambini ospitati negli asili pubblici milanesi erano 7.916 nel 2017 e 7.592 nel 2020. È un trend che sembra favorire le strutture private nonostante i costi superiori. La retta viaggia su una media di 550 euro al mese ma, come spiega il direttore di Assonidi Milano, Paolo Uniti, «i servizi sono più ampi. La quota comprende anche la mensa, i pannolini e le creme che nel pubblico devono essere pagati a parte. E poi, ciò che fa la differenza, è l’apertura full time, fino oltre le 18 in alcune strutture, e anche durante le festività. Siamo aperti perfino il 24 dicembre». Il problema però è la mancanza di personale. «In base alla legge Buona Scuola del 2017, per lavorare nei nidi occorre la laurea. A Milano e nell’hinterland mancano 250 professionisti. Finora siamo andati avanti grazie a una deroga della Regione Lombardia che ha consentito l’assunzione di diplomati in pedagogia, ma non può durare a lungo». Come mai non attira lavorare con i bambini? «I laureati preferiscono un posto in Comune per poi intraprendere la carriera amministrativa. Il nido per costoro, è una sorta di parcheggio, in attesa di altro. Poi molti cercano lo smart working. La legge del 2017 ha smantellato i corsi di puericultura, organizzati dalle Province, che formavano il personale destinato non solo ai nidi ma anche ai reparti di ostetricia. Erano corsi che stimolavano la capacità di entrare in empatia con i bambini. Gli studi universitari sono accademici, più freddi, forniscono teorie, ma non verificano se c’è un’attitudine». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asili-nido-lemergenza-dimenticata-2659657465.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="napoli-il-comune-va-al-risparmio-ma-potrebbe-spendere" data-post-id="2659657465" data-published-at="1679865424" data-use-pagination="False"> Napoli. Il Comune va al risparmio, ma potrebbe spendere Napoli conta 70 asili nido di cui 21 a gestione indiretta attraverso l’utilizzo dei fondi Siei (Fondo nazionale per il sistema integrato di educazione ed istruzione). «Il numero delle strutture è di gran lunga inferiore alla media nazionale, per non parlare dei livelli europei che sono un obiettivo lontano» commenta Agostino Anselmi, coordinatore generale area funzionale della Cisl Fp di Napoli, e indica le problematiche che affliggono il sistema dei nidi. A cominciare dal rischio della privatizzazione delle strutture pubbliche che costringe le famiglie, che possono premetterselo, ad andare nel privato. «Fino all’anno scorso, quando si mettevano a bando gli asili per l’affidamento alla gestione indiretta, il Comune alla scadenza dell’appalto alle cooperative, internalizzava tali strutture che quindi tornavano ad essere totalmente pubbliche, aumentando l’offerta sul territorio. Ora il nuovo bando segna una svolta rispetto a questa direzione. Non solo non viene internalizzato nessuno di questi nidi affidati ai privati che continuano ad essere messi in appalto alle cooperative, ma sono messi a gara anche gli asili a gestione diretta del Comune. Noi sindacati abbiamo visto in questo un chiaro segnale di un percorso che porta alla privatizzazione dei servizi all’infanzia». Anselmi poi sottolinea che «non era necessario esternalizzare le strutture. Il loro funzionamento era garantito dal personale educativo che ha vinto il concorso del 2016 e da allora è ancora precario. Quindi c’è un doppio danno: alle famiglie che si vedono sottratti servizi pubblici e al mercato del lavoro. Nel momento cui un nido passa alla gestione del privato, il dipendente pubblico non può essere trasferito». C’è poi il paradosso delle iscrizioni. «I bambini inseriti nei nidi sono in numero proporzionale agli istruttori socio educativi disponibili. E siccome il Comune per risparmiare non assume, ci sono pochi posti disponibili e le famiglie sono costrette a rivolgersi ai privati. Il personale ha contratti a termine che valgono solo per un anno scolastico e nei periodi vuoti percepisce l’assegno di disoccupazione, sicché all’amministrazione viene a costare più di un dipendente fisso. Chi dice che assumere è impossibile in una situazione di bilancio in amministrazione controllata, dimentica che la scuola va in deroga rispetto a tali vincoli perché è servizio essenziale». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asili-nido-lemergenza-dimenticata-2659657465.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="reggio-calabria-zero-fiducia-nel-pubblico-alla-fine-si-ricorre-ai-nonni" data-post-id="2659657465" data-published-at="1679865424" data-use-pagination="False"> Reggio Calabria. Zero fiducia nel pubblico, alla fine si ricorre ai nonni A Reggio Calabria ci sono solo 3 asili nido con una capienza complessiva di circa 80 posti che secondo l’assessore al Welfare del comune, Demetrio Delfino, coprono il bisogno delle famiglie con Isee basso. «Appena 80 famiglie hanno fatto la richiesta» è stata la spiegazione del politico. Altre due strutture sono in progetto, utilizzando circa due milioni di euro di Patti per il Sud. Pertanto non è stata presentata la domanda per attingere ai fondi del Pnrr Istruzione. Ma una città come Reggio, in una regione con alto tasso disoccupazione, in fondo alla classifica nazionale per la quantità dei servizi all’infanzia, la domanda così esigua disegna una realtà in cui le aspettative verso il pubblico sono scarse e in cui le famiglie con Isee basso, per lo più monoreddito, invece che mettersi in lista per entrare in una graduatoria, affidano i figli ai parenti o a uno dei due genitori, dal momento che spesso la componente femminile non lavora. C’è poi il tema della normativa che renderebbe difficile l’utilizzo dei fondi comunitari. Le procedure legate alle risorse europee richiedono una lavorazione complessa, perché considerate fuori bilancio e una rendicontazione laboriosa. Una serie di passaggi di adempimenti tra vari uffici che, per carenze varie, non riescono a evitare accumuli e ritardi. Tant’è che solo a metà 2022 l’amministrazione è riuscita a saldare il debito accumulato da marzo 2021 con le cooperative che, dopo aver vinto un bando, stanno gestendo gli stessi asili nido comunali. L’indagine Eurispes nel 2020 ha messo a confronto la situazione di Reggio Calabria con 3 asili per circa 172.000 abitanti (al 31 dicembre 2021, secondo dati Istat) con Reggio Emilia che con una popolazione inferiore (quasi 169 mila abitanti), ha 60 strutture con un investimento che ammonta a 2.400 euro a bambino l’anno a fronte di 59 euro del capoluogo calabrese. Secondo Openpolis al 2020, in Calabria sono 5.211 i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 44.000 residenti con meno di 3 anni: una copertura del 11,9%, molto al di sotto della media nazionale (27,2%) e dell’obiettivo del 33% stabilito in sede Ue. Tra le Province, quella con la maggiore copertura potenziale è Reggio Calabria con 14,3 posti ogni 100 bambini. Seguono Crotone (13,8%), Catanzaro (12,7%), Vibo Valentia (12,2%) e Cosenza (8,9%). Complessivamente, in Calabria meno di un comune su 5 offre il servizio, a fronte di una media nazionale del 59,3%.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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