Posti limitati (c’è spazio solo per un bambino su quattro), liste d’attesa interminabili, rette sopra i 550 euro al mese. Mentre a sinistra ci si batte per la maternità surrogata, le famiglie con figli piccoli sono abbandonate a sé stesse.

All’interno tre casi: Milano, Napoli, Reggio Calabria

Mentre il Pd di Elly Schlein si sbraccia in favore della maternità surrogata, mettendola al centro del dibattito politico, passano in secondo piano i problemi quotidiani della maggioranza delle famiglie. A cominciare dalla difficoltà di trovare un posto in un asilo nido, un tema che assilla le donne lavoratrici. Ogni anno i genitori sono alle prese con la ricerca di un asilo nido e l’equilibrismo tra vita lavorativa e privata è sempre più precario e condiziona il desiderio di maternità. L’iscrizione alle strutture pubbliche comporta liste d’attesa interminabili e talvolta anche quelle private sono affollate e comunque le rette (oltre i 550 euro al mese) non sono accessibili a tutti. Questa sì è una emergenza che però fa poco clamore mediatico e soprattutto scarso marketing politico. Il welfare familiare, dopo un decennio di tagli indiscriminati, solo recentemente con il Pnrr è tornato d’attualità, su sollecitazione dell’Europa che ha posto obiettivi minimi per la copertura dei servizi all’infanzia. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede 3 miliardi di euro per potenziare asili nido e scuole per i primi anni di vita. Entro il 2027, i Comuni devono garantire 33 posti nelle strutture ogni 100 bambini residenti tra i 3 e i 36 mesi. Si vorrebbe così favorire l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro o il ritorno dopo una gravidanza. Staremo a vedere.

La situazione di partenza è preoccupante per gran parte del Paese.

In base agli obiettivi posti dal Consiglio europeo nel 2002, entro il 2010 avremmo dovuto raggiungere una copertura del 33% nei nidi per i bambini sotto i tre anni. A distanza di vent’anni poco è stato fatto e il 29 novembre scorso, il Consiglio dell’Unione, ha ripreso in mano il tema e ha fissato il target più ambizioso del 45% di copertura entro il 2030 per gli under 3 anni.

Una elaborazione effettuata da Openpolis insieme a «Con i Bambini», impresa sociale per il contrasto alla povertà educativa, su dati Istat, fa uno scenario della distribuzione dei nidi. La media di copertura è del 27,2% e solo sei regioni superano il 33% mentre tutto il Mezzogiorno, con l’eccezione della Sardegna, è sotto la media nazionale. Le sei regioni virtuose sono Valle d’Aosta (40,6%), Umbria (44%), Emilia-Romagna (40,7%), Toscana (37,6%), Lazio (35,3%) e Friuli-Venezia Giulia (34,8%), mentre in coda abbiamo Campania (11%), Calabria (11,9%) e Sicilia (12,5%). Le maggiori regioni meridionali sono in fondo alla classifica. Campania e Calabria si attestano poco sopra i 10 posti ogni 100 bimbi, in Sicilia sono poco più di 12. La Puglia presenta dati più elevati (19,6) ma è comunque quart’ultima.

Una elaborazione del Centro studi enti locali (Csel), basata su dati del Viminale, ha evidenziato che mancano all’appello 15.639 posti negli asili nido di 17 regioni. A fronte di una popolazione media al di sotto dei 3 anni composta da 1.200.586 bambini nel triennio 2017-2019, gli utenti dei nidi sono stati solo 312.473, ovvero il 26% del totale. Ma anche se venissero centrati gli obiettivi posti dall’Europa, grazie agli investimenti del Pnrr, mancherebbero 32 mila educatori. Gli enti locali sono in forte difficoltà nel reclutamento di tali figure professionali soprattutto da quando (dal 2017) la qualifica richiesta per l’assunzione nei nidi è la laurea universitaria triennale. I giovani laureati hanno altri obiettivi di impiego. I nuovi nidi quindi rischiano di essere scoperti.

Nonostante ci sia un bisogno così forte e riconosciuto di aumentare l’offerta, i bandi per l’assegnazione dei fondi del Pnrr hanno avuto un percorso travagliato. Il paradosso è che i Comuni non hanno fatto la corsa per accaparrarsi le risorse. Anzi il ministero dell’Istruzione ha dovuto rincorrerli. Alla data della scadenza del bando, il 28 febbraio 2022, erano giunte richieste per solo 1,2 miliardi circa, su 2,4 miliardi disponibili. Il ministero ha quindi riaperto i termini fino al 31 marzo ma neanche questo è stato sufficiente. Le domande, seppure aumentate significativamente (1.676 contro le 973 del mese precedente, +76%), avevano lasciato sul tavolo 70 milioni di euro. Da lì la decisione di dare una terza chance, stavolta riservata ai Comuni delle Regioni del Mezzogiorno, con priorità a Basilicata, Molise, Sicilia, che avevano presentato meno candidature. Al terzo slittamento dei termini al 31 maggio scorso, sono arrivate altre 74 domande, per un totale di richieste di finanziamento per 81.199.333,64 euro. Ci dovremmo essere, ma c’è sempre l’incognita dell’attuazione dei progetti e della rendicontazione.

C’è poi il tema del caro asili. Nei nidi privati la retta supera talvolta 620 euro al mese, ovvero oltre un quinto del reddito medio di una famiglia. Ed è quasi una scelta obbligata considerate le liste d’attesa dei nidi pubblici. Altroconsumo ha fatto una ricognizione su 350 strutture private accreditate o autorizzate dal Comune, in otto città chiedendo la tariffa mensile per orario massimo e minimo (in media 5 ore). E’ emerso un costo medio di 620 euro circa (inclusi pasti, pannolini e spese di iscrizione) per un massimo di dieci ore. Per 5 ore la retta mensile in proporzione è più salata: 480 euro. C’è poi il problema dell’apertura estiva. Ad agosto 7 nidi su 10 chiudono; solo il 12% resta aperto, l’8% per una o due settimane mentre nell’11% dei casi la disponibilità è su richiesta.

Per chi non ha nonni disponibili o un buon reddito e vorrebbe continuare a lavorare, la maternità non è una scelta facile. Sono questi i veri problemi delle famiglie. La politica è avvisata.


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