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2023-01-25
L'impressionante ascesa della China National Tobacco Corporation
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A differenza di queste tradizionali società Big Tobacco, l’impressionante ascesa di China Tobacco è passata sotto silenzio in gran parte del mondo. Tutto questo però sta cambiando rapidamente mentre la società si espande in modo aggressivo in nuovi Paesi come parte della controversa iniziativa Belt and Road di Pechino. I giornalisti dell'Occrp (Organized Crime and Corruption Reporting Project) in una recente inchiesta hanno descritto come l’azienda cinese ha perseguito una strategia di espansione che è eticamente dubbia e non di rado illegale. Anche se CNTC è diventata la più grande compagnia di sigarette al mondo, si sa relativamente poco del gigante cinese del tabacco che grazie ad una complicatissima rete si società satellite, joint venture e altre società, alcune con collegamenti a reti di contrabbando, ha letteralmente inondato i mercati illegalmente con i suoi marchi.
L’ascesa è iniziata nel 2015 quando il gigante statale Cntc ha sfruttato la Belt and Road: il gigantesco piano per lo sviluppo delle infrastrutture e del commercio cinese a livello globale e così China Tobacco, ha spinto in modo aggressivo le sue sigarette in nuovi mercati e ha ampliato la produzione di tabacco in altri Paesi. Per la dottoressa Judith Mackay, nemica giurata delle aziende Big Tobacco, esperta dell'industria globale delle sigarette: «I cinesi stanno cercando il dominio globale e un posto nel mondo». L'azienda cinese si è conquistata il favore dei consumatori anche attraverso la pubblicità e finanziando progetti comunitari in patria e all'estero, entrambi i quali violano gli impegni della Cina nei confronti della Convenzione quadro sul controllo del tabacco (Fctc), un trattato globale supervisionato dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
China National Tobacco Corporation ha copiato i modelli di sviluppo delle Big Tobacco Philip Morris International (Pmi), British American Tobacco (Bat), Imperial Brands e Japan Tobacco International (Jti) che negli anni sono state tutte colpite da una serie di scandali riguardanti il contrabbando e le attività pubblicitarie giudicate non etiche: «Come modello, si potrebbe sostenere che questo è proprio ciò che la Cina sta facendo ora e non è diverso da quello che hanno imparato dal resto del mondo», ha affermato Judith Mackay. Ma i cinesi hanno imparato bene la lezione tanto che secondo una stima del 2019 del suo più grande concorrente, PMI, «China Tobacco controlla circa il 45% del mercato globale delle sigarette e delle unità di tabacco riscaldato. Questa è una quota maggiore rispetto a Pmi, Bat, Jti e Imperial Brands». Poiché Cntc è interamente di proprietà statale, a differenza dei suoi concorrenti Big Tobacco, il suo successo mette il governo cinese nella scomoda posizione di lavorare direttamente contro i propri obblighi Fctc.
Ma come sempre sono i soldi a fare la differenza e China Tobacco è la quarta azienda più redditizia del Paese e già nel del 2017 un articolo pubblicato sulla rivista Global Public Health raccontava che la Cntc forniva già allora più dell'11% delle entrate fiscali statali della Cina e secondo Jennifer Fang, una delle autrici dell'articolo ed esperta del settore del tabacco in Asia presso la Simon Fraser University, l'attenzione di China Tobacco per le vendite interne spiega molto bene la mancanza di informazioni sulle attività in altri Paesi: «Il mercato principale di Cntc rimane in Cina e non è ben noto all'estero al di là della diaspora cinese. Penso che questo sia il motivo principale per cui è passato inosservato ai ricercatori, alle istituzioni, ai media, sul controllo del tabacco». La ricercatrice ha aggiunto: «Più approfondiamo, più ci rendiamo conto di quanto sia stata aggressiva la Cntc riguardo alla sua strategia di globalizzazione, poiché prende di mira materie prime, prodotti, sviluppo del marchio e operazioni». L’inchiesta dei giornalisti dell'Occrp ha svelato che le filiali della Cntc continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo: «Alcune sono responsabili dell'acquisto di foglie di tabacco e della produzione di sigarette. Anche le filiali in Paesi come il Brasile e lo Zimbabwe sono diventate attori importanti nella coltivazione, e tutto questo a danno degli agricoltori locali. China Tobacco sta anche forgiando nuovi mercati, spesso paesi in cui i loro marchi non sono venduti legalmente». L'indagine dell'Occrp rivela anche come persone e aziende collegate al Cntc hanno consegnato sigarette ai contrabbandieri per essere vendute sul mercato nero in Europa e in America Latina: «È una strategia ben documentata che Pmi ha utilizzato in Colombia negli anni Novanta, quando le sue sigarette Marlboro hanno invaso illegalmente il mercato. Il governo ha quindi deciso di legalizzare e tassare il marchio Pmi. In questi giorni, la Colombia è piena di marchi come Golden Deer e Silver Elephant».
L’Italia non è certo immune ai traffici illeciti e il sospetto è che la Cntc possa usare la stessa tattica, incoraggiando la proliferazione di sigarette poco costose, che vengono contrabbandate nel paese o fabbricate illegalmente. Secondo Cosimo De Giorgi, ufficiale della Guardia di Finanza, «le sigarette si chiamano Regina, un nome legato alla tradizione italiana, alla lingua italiana e questo potrebbe anche essere un cavallo di Troia».
Le principali rotte globali delle reti di contrabbando
Come detto il traffico di tabacco è un'attività che genera profitti multimiliardari in tutto il mondo. Una delle principali rotte globali di contrabbando passa attraverso i Balcani dall'Europa orientale fino al Nord Africa, dove la totale mancanza di sicurezza, la dilagante corruzione, i confini porosi e la scarsa cooperazione tra i paesi hanno creato un terreno fertile per ogni commercio illecito. Come si legge nel report Ittp Nexus in Europe and Beyond nel 2017 più di 10 miliardi di sigarette prodotte nella zona di libero scambio di Jebel Ali negli Emirati Arabi Uniti sono state contrabbandate in Nord Africa direttamente o attraverso la Grecia e i Balcani. Di questi, quasi quattro miliardi sono stati spediti in Tunisia e due miliardi in Libia. Molte di queste sigarette sono state poi trafficate verso i mercati illeciti dell'Europa occidentale. La Libia grazie alla sua posizione strategica tra l'Europa meridionale, gli Stati del Golfo e il Sahel, è un centro di traffico attraente per i contrabbandieri. Il caotico contesto politico e di sicurezza del Paese ha compromesso lo stato di diritto, consentendo ai sindacati dell'Europa sudorientale e alla mafia italiana di distribuire sigarette illecite a livello locale e regionale. Come scrive Abdelkader Abderrahmane, ricercatore senior presso l’Osservatorio regionale della criminalità organizzata dell'Africa occidentale, progetto Enact, Istituto per gli studi sulla sicurezza (Iss): «I volumi di contrabbando trafficati in Nord Africa sono sconcertanti. Tra il 2014 e il 2018, oltre 20 milioni di confezioni di sigarette Cleopatra sono state prodotte ogni anno in Albania ed esportate in Libia. Una volta lì, sono stati contrabbandati attraverso il confine in Egitto. Nel 2015, le autorità greche hanno intercettato una nave da carico che trasportava 146 tonnellate di sigarette Cleopatra diretta in Libia. Solo nel 2016, 11,5 milioni di spedizioni di sigarette Cleopatra sono state esportate dall'Albania alla Libia attraverso Malta». Sempre a proposito di Libia si stima che 1,5 miliardi di sigarette siano state contrabbandate dalla Grecia nel 2017. E nel 2018, la dogana maltese ha sequestrato 37 milioni di sigarette contraffatte legate alla mafia italiana e destinate alla Libia. Ma è la Tunisia il luogo prediletto dai contrabbandieri, che spostano i loro carichi direttamente dall'Europa meridionale o dalla Libia. Tra il 2018 e il 2020, la dogana tunisina ha intercettato almeno 15 milioni di pacchetti di sigarette di contrabbando. La Tunisia pare non avere gli anticorpi necessari per contrastare i fenomeni criminali, visto che dalla caduta del presidente Zine El Abidine Ben Ali durante la rivoluzione del 2011 di fatto ha minato lo stato di diritto della Tunisia. I criminali non temono più la polizia o le forze di sicurezza mal equipaggiate, e di conseguenza il numero di contrabbandieri e trafficanti è aumentato come racconta il report di Kpmg Illicit cigarette consumption in the Eu, Uk, Norway and Switzerland (2021) nel quale si racconta di come i contrabbandieri «spesso vedono la cooperazione con i funzionari statali e i servizi di sicurezza come il modo più sicuro per garantire la loro protezione. Le informazioni e i pagamenti vengono scambiati per la possibilità di perseguire attività illegali». Altro aspetto rilevante relativo alla Tunisia è la differenza di prezzo tra marchi stranieri fabbricati localmente o autentici e le importazioni illegali. Poiché il governo tunisino ha il monopolio dell’industria del tabacco, il mercato è altamente regolamentato. Ma gli individui corrotti coinvolti nel mercato legale delle sigarette creano deliberatamente carenze di scorte, aumentando la domanda di fumo di contrabbando e contraffatto. Secondo Abdelkader Abderrahmanen «i trafficanti usano due metodi principali per contrabbandare sigarette verso e all'interno del Nord Africa. Dall'Europa meridionale e dai Balcani, le merci vengono solitamente trasportate in Libia da una nave da un porto marittimo, come Bar in Montenegro, utilizzando scartoffie fittizie». Secondo un contrabbandiere libico che ha parlato con i ricercatori del Enact «i trafficanti europei organizzano anche il trasbordo tra navi in mare nel Mediterraneo. Con l'aiuto delle milizie, i contrabbandieri libici scambiano la benzina con sigarette illecite e talvolta alcol o altri prodotti».
La rotta balcanica
A proposito di instabilità endemica non ci si può certo dimenticare dei Balcani che svolgono un ruolo significativo nel contrabbando di sigarette verso il Nord Africa. Il continuo ribollire di tensioni etnico-religiose e nei Balcani non ha fatto altro che indebolire lo stato di diritto, un fatto che ha consentito ai funzionari statali di partecipare alla criminalità organizzata, tra cui il traffico di sigarette, droga e armi, estorsioni e rapimenti. Queste rotte illegali delle sigarette sono rese più complesse dalla fabbrica della China Tobacco International Europe Company (Ctiec) costruita nel 2007 in Romania. L'industria funge da principale avamposto della Cina per l'espansione delle vendite a livello globale. Evidente come per la Ctiec, la Libia sia la porta d'accesso ai mercati africani ed europei. Nel 2021, due contrabbandieri e un alto dirigente Ctiec sono stati sorpresi a pianificare di trafficare un container di 17 tonnellate di sigarette dall'Italia attraverso la Libia. Per contrastare questi traffici servirebbe una più stretta cooperazione in materia di sicurezza tra i paesi europei in particolare i Balcani, la Libia e la Tunisia che oggi presenta gravi carenze. Nella situazione attuale, tuttavia, è altamente probabile che il contrabbando di sigarette continui indisturbato per tutto il Nord Africa, i Balcani e l'Europa sudorientale.
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La Cntc è la più grande azienda di tabacco al mondo e rappresenta quasi la metà della produzione mondiale di sigarette. Sostenuta dallo Stato, detiene una sorta di monopolio virtuale nel gigantesco mercato del tabacco cinese, il più grande del mondo, che vende più di Philip Morris, British American Tobacco, Imperial Brands e Japan Tobacco International messi insieme.A differenza di queste tradizionali società Big Tobacco, l’impressionante ascesa di China Tobacco è passata sotto silenzio in gran parte del mondo. Tutto questo però sta cambiando rapidamente mentre la società si espande in modo aggressivo in nuovi Paesi come parte della controversa iniziativa Belt and Road di Pechino. I giornalisti dell'Occrp (Organized Crime and Corruption Reporting Project) in una recente inchiesta hanno descritto come l’azienda cinese ha perseguito una strategia di espansione che è eticamente dubbia e non di rado illegale. Anche se CNTC è diventata la più grande compagnia di sigarette al mondo, si sa relativamente poco del gigante cinese del tabacco che grazie ad una complicatissima rete si società satellite, joint venture e altre società, alcune con collegamenti a reti di contrabbando, ha letteralmente inondato i mercati illegalmente con i suoi marchi.L’ascesa è iniziata nel 2015 quando il gigante statale Cntc ha sfruttato la Belt and Road: il gigantesco piano per lo sviluppo delle infrastrutture e del commercio cinese a livello globale e così China Tobacco, ha spinto in modo aggressivo le sue sigarette in nuovi mercati e ha ampliato la produzione di tabacco in altri Paesi. Per la dottoressa Judith Mackay, nemica giurata delle aziende Big Tobacco, esperta dell'industria globale delle sigarette: «I cinesi stanno cercando il dominio globale e un posto nel mondo». L'azienda cinese si è conquistata il favore dei consumatori anche attraverso la pubblicità e finanziando progetti comunitari in patria e all'estero, entrambi i quali violano gli impegni della Cina nei confronti della Convenzione quadro sul controllo del tabacco (Fctc), un trattato globale supervisionato dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).China National Tobacco Corporation ha copiato i modelli di sviluppo delle Big Tobacco Philip Morris International (Pmi), British American Tobacco (Bat), Imperial Brands e Japan Tobacco International (Jti) che negli anni sono state tutte colpite da una serie di scandali riguardanti il contrabbando e le attività pubblicitarie giudicate non etiche: «Come modello, si potrebbe sostenere che questo è proprio ciò che la Cina sta facendo ora e non è diverso da quello che hanno imparato dal resto del mondo», ha affermato Judith Mackay. Ma i cinesi hanno imparato bene la lezione tanto che secondo una stima del 2019 del suo più grande concorrente, PMI, «China Tobacco controlla circa il 45% del mercato globale delle sigarette e delle unità di tabacco riscaldato. Questa è una quota maggiore rispetto a Pmi, Bat, Jti e Imperial Brands». Poiché Cntc è interamente di proprietà statale, a differenza dei suoi concorrenti Big Tobacco, il suo successo mette il governo cinese nella scomoda posizione di lavorare direttamente contro i propri obblighi Fctc.Ma come sempre sono i soldi a fare la differenza e China Tobacco è la quarta azienda più redditizia del Paese e già nel del 2017 un articolo pubblicato sulla rivista Global Public Health raccontava che la Cntc forniva già allora più dell'11% delle entrate fiscali statali della Cina e secondo Jennifer Fang, una delle autrici dell'articolo ed esperta del settore del tabacco in Asia presso la Simon Fraser University, l'attenzione di China Tobacco per le vendite interne spiega molto bene la mancanza di informazioni sulle attività in altri Paesi: «Il mercato principale di Cntc rimane in Cina e non è ben noto all'estero al di là della diaspora cinese. Penso che questo sia il motivo principale per cui è passato inosservato ai ricercatori, alle istituzioni, ai media, sul controllo del tabacco». La ricercatrice ha aggiunto: «Più approfondiamo, più ci rendiamo conto di quanto sia stata aggressiva la Cntc riguardo alla sua strategia di globalizzazione, poiché prende di mira materie prime, prodotti, sviluppo del marchio e operazioni». L’inchiesta dei giornalisti dell'Occrp ha svelato che le filiali della Cntc continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo: «Alcune sono responsabili dell'acquisto di foglie di tabacco e della produzione di sigarette. Anche le filiali in Paesi come il Brasile e lo Zimbabwe sono diventate attori importanti nella coltivazione, e tutto questo a danno degli agricoltori locali. China Tobacco sta anche forgiando nuovi mercati, spesso paesi in cui i loro marchi non sono venduti legalmente». L'indagine dell'Occrp rivela anche come persone e aziende collegate al Cntc hanno consegnato sigarette ai contrabbandieri per essere vendute sul mercato nero in Europa e in America Latina: «È una strategia ben documentata che Pmi ha utilizzato in Colombia negli anni Novanta, quando le sue sigarette Marlboro hanno invaso illegalmente il mercato. Il governo ha quindi deciso di legalizzare e tassare il marchio Pmi. In questi giorni, la Colombia è piena di marchi come Golden Deer e Silver Elephant».L’Italia non è certo immune ai traffici illeciti e il sospetto è che la Cntc possa usare la stessa tattica, incoraggiando la proliferazione di sigarette poco costose, che vengono contrabbandate nel paese o fabbricate illegalmente. Secondo Cosimo De Giorgi, ufficiale della Guardia di Finanza, «le sigarette si chiamano Regina, un nome legato alla tradizione italiana, alla lingua italiana e questo potrebbe anche essere un cavallo di Troia».Le principali rotte globali delle reti di contrabbandoCome detto il traffico di tabacco è un'attività che genera profitti multimiliardari in tutto il mondo. Una delle principali rotte globali di contrabbando passa attraverso i Balcani dall'Europa orientale fino al Nord Africa, dove la totale mancanza di sicurezza, la dilagante corruzione, i confini porosi e la scarsa cooperazione tra i paesi hanno creato un terreno fertile per ogni commercio illecito. Come si legge nel report Ittp Nexus in Europe and Beyond nel 2017 più di 10 miliardi di sigarette prodotte nella zona di libero scambio di Jebel Ali negli Emirati Arabi Uniti sono state contrabbandate in Nord Africa direttamente o attraverso la Grecia e i Balcani. Di questi, quasi quattro miliardi sono stati spediti in Tunisia e due miliardi in Libia. Molte di queste sigarette sono state poi trafficate verso i mercati illeciti dell'Europa occidentale. La Libia grazie alla sua posizione strategica tra l'Europa meridionale, gli Stati del Golfo e il Sahel, è un centro di traffico attraente per i contrabbandieri. Il caotico contesto politico e di sicurezza del Paese ha compromesso lo stato di diritto, consentendo ai sindacati dell'Europa sudorientale e alla mafia italiana di distribuire sigarette illecite a livello locale e regionale. Come scrive Abdelkader Abderrahmane, ricercatore senior presso l’Osservatorio regionale della criminalità organizzata dell'Africa occidentale, progetto Enact, Istituto per gli studi sulla sicurezza (Iss): «I volumi di contrabbando trafficati in Nord Africa sono sconcertanti. Tra il 2014 e il 2018, oltre 20 milioni di confezioni di sigarette Cleopatra sono state prodotte ogni anno in Albania ed esportate in Libia. Una volta lì, sono stati contrabbandati attraverso il confine in Egitto. Nel 2015, le autorità greche hanno intercettato una nave da carico che trasportava 146 tonnellate di sigarette Cleopatra diretta in Libia. Solo nel 2016, 11,5 milioni di spedizioni di sigarette Cleopatra sono state esportate dall'Albania alla Libia attraverso Malta». Sempre a proposito di Libia si stima che 1,5 miliardi di sigarette siano state contrabbandate dalla Grecia nel 2017. E nel 2018, la dogana maltese ha sequestrato 37 milioni di sigarette contraffatte legate alla mafia italiana e destinate alla Libia. Ma è la Tunisia il luogo prediletto dai contrabbandieri, che spostano i loro carichi direttamente dall'Europa meridionale o dalla Libia. Tra il 2018 e il 2020, la dogana tunisina ha intercettato almeno 15 milioni di pacchetti di sigarette di contrabbando. La Tunisia pare non avere gli anticorpi necessari per contrastare i fenomeni criminali, visto che dalla caduta del presidente Zine El Abidine Ben Ali durante la rivoluzione del 2011 di fatto ha minato lo stato di diritto della Tunisia. I criminali non temono più la polizia o le forze di sicurezza mal equipaggiate, e di conseguenza il numero di contrabbandieri e trafficanti è aumentato come racconta il report di Kpmg Illicit cigarette consumption in the Eu, Uk, Norway and Switzerland (2021) nel quale si racconta di come i contrabbandieri «spesso vedono la cooperazione con i funzionari statali e i servizi di sicurezza come il modo più sicuro per garantire la loro protezione. Le informazioni e i pagamenti vengono scambiati per la possibilità di perseguire attività illegali». Altro aspetto rilevante relativo alla Tunisia è la differenza di prezzo tra marchi stranieri fabbricati localmente o autentici e le importazioni illegali. Poiché il governo tunisino ha il monopolio dell’industria del tabacco, il mercato è altamente regolamentato. Ma gli individui corrotti coinvolti nel mercato legale delle sigarette creano deliberatamente carenze di scorte, aumentando la domanda di fumo di contrabbando e contraffatto. Secondo Abdelkader Abderrahmanen «i trafficanti usano due metodi principali per contrabbandare sigarette verso e all'interno del Nord Africa. Dall'Europa meridionale e dai Balcani, le merci vengono solitamente trasportate in Libia da una nave da un porto marittimo, come Bar in Montenegro, utilizzando scartoffie fittizie». Secondo un contrabbandiere libico che ha parlato con i ricercatori del Enact «i trafficanti europei organizzano anche il trasbordo tra navi in mare nel Mediterraneo. Con l'aiuto delle milizie, i contrabbandieri libici scambiano la benzina con sigarette illecite e talvolta alcol o altri prodotti».La rotta balcanicaA proposito di instabilità endemica non ci si può certo dimenticare dei Balcani che svolgono un ruolo significativo nel contrabbando di sigarette verso il Nord Africa. Il continuo ribollire di tensioni etnico-religiose e nei Balcani non ha fatto altro che indebolire lo stato di diritto, un fatto che ha consentito ai funzionari statali di partecipare alla criminalità organizzata, tra cui il traffico di sigarette, droga e armi, estorsioni e rapimenti. Queste rotte illegali delle sigarette sono rese più complesse dalla fabbrica della China Tobacco International Europe Company (Ctiec) costruita nel 2007 in Romania. L'industria funge da principale avamposto della Cina per l'espansione delle vendite a livello globale. Evidente come per la Ctiec, la Libia sia la porta d'accesso ai mercati africani ed europei. Nel 2021, due contrabbandieri e un alto dirigente Ctiec sono stati sorpresi a pianificare di trafficare un container di 17 tonnellate di sigarette dall'Italia attraverso la Libia. Per contrastare questi traffici servirebbe una più stretta cooperazione in materia di sicurezza tra i paesi europei in particolare i Balcani, la Libia e la Tunisia che oggi presenta gravi carenze. Nella situazione attuale, tuttavia, è altamente probabile che il contrabbando di sigarette continui indisturbato per tutto il Nord Africa, i Balcani e l'Europa sudorientale.
Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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Rubén Oseguera González (Ansa)
Ma il potente cartello non può dirsi sconfitto dopo l’eliminazione di quello che era probabilmente l’ultimo grande boss della droga messicano. Insieme a El Mencho è stato ucciso anche il suo braccio destro Hugo «H» alias El Tuli, un uomo estremamente influente nel clan che coordinava posti di blocco, incendi di veicoli, attacchi alla Guardia nazionale e agli edifici governativi. El Tuli aveva anche messo una taglia di 20.000 pesos (circa 1.000 euro) per ogni soldato o poliziotto che veniva ucciso. Il cartello Jalisco Nueva Generación, nonostante la perdita dei due uomini più importanti , si sta già riorganizzando scegliendo un nuovo capo da seguire. Due dei figli di El Mencho sono morti tempo fa, mentre un terzo si trova in carcere negli Stati Uniti. Rubén Oseguera González, meglio conosciuto come El Menchito era l’erede designato, ma è stato condannato all’ergastolo più trent’anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di cocaina e metanfetamina negli Usa. Sui giornali messicani sono apparsi ben cinque possibili eredi del pericoloso El Mencho, ma il figlio della moglie del defunto boss appare il grande favorito. Juan Carlos Valencia González, alias El 03, come detto figliastro di Nemesio Oseguera Cervantes, appare come il suo successore naturale. Figlio di un primo matrimonio di Rosalinda González Valencia, conosciuta come La Jefa, che ha sempre avuto molta influenza su El Mencho imponendogli il figlio. Juan Carlos Valencia Gonzalez è nato a Santa Ana in California e ha la cittadinanza statunitense. Negli ultimi anni ha guidato il gruppo «Elite», il braccio armato di Jalisco dimostrandosi sempre molto risoluto e capace di organizzare attacchi e battaglie contro le forze dell’ordine. Lui ha convinto il clan a investire in armamenti sempre più moderni per contrastare l’esercito messicano. Sulla sua testa pende una taglia di 5 milioni da parte della Dea, il Dipartimento antidroga americano. Un altro personaggio da tenere d’occhio potrebbe essere Audias Flores Silva , El Jardinero, responsabile delle operazioni del cartello in diverse entità federali, come Jalisco e Michoacan e dei processi di espansione in altre, come Zacatecas, mentre appare meno probabile una promozione di Gonzalo Mendoza Gaitán, alias El Sapo, responsabile delle operazioni portuali e marittime del cartello in particolare a Manzanillo , il porto più importante del Paese e da cui arrivano la maggior parte dei precursori chimici provenienti da Cina, India e Thailandia. Un ruolo nella nuova organizzazione potrebbe averlo anche la figlia di El Mencho Jessica Johanna Oseguera Gonzalez, detta La Negra, anch’essa con la cittadinanza statunitense. Nel febbraio 2020, è stata arrestata a Washington, mentre si recava all’udienza penale del fratello, ed è stata accusata di cinque capi d’imputazione per transazioni o affari in quanto membro del Cartel de Jalisco Nueva Generacion.
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Matteo Zoppas (Imagoeconomica)
Facciamo il punto. Sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10% annunciati dal Customs and border protection, l’Agenzia delle dogane. Ma questo è solo un primo passo perché Trump punta comunque al 15% annunciato dopo la sentenza della Corte Suprema della scorsa settimana ed è quindi presumibile che stia lavorando per trovare il supporto giuridico per arrivare a questo obiettivo. Nel frattempo il presidente americano avverte che chi «volesse giocare» con la decisione della Corte Suprema, rischia tariffe molto più alte.
Per le esportazioni italiane questo cosa vuol dire?
«È un momento in cui bisogna essere cauti e prudenti. La situazione che si è venuta a creare tra il presidente Donald Trump e la Corte suprema, è una questione interna americana che è da osservare e capire. Dal canto nostro non bisogna abbassare la guardia e fare il massimo dello sforzo per continuare a promuovere gli Usa. Bisogna capire se i dazi passati saranno sostituiti o sommato ad altre aliquote. Il ministro Tajani ha fatto bene a convocare tutte le categorie del sistema Paese e le imprese per dare un aggiornamento sulla situazione. Il messaggio è di non perdere l’impegno a lavorare con gli Usa che comunque sono una destinazione strategica. Un’impresa che ha una consolidata penetrazione negli Stati Uniti usa questo come biglietto di presentazione per accreditarsi su altri mercati. Essere negli States significa essere in una vetrina importante».
Quali sono le informazioni che vi arrivano?
«A quanto pare per l’Europa si torna a un’imposta doganale del 15% per tutti i prodotti, ad eccezione di quelli, come acciaio e alluminio, per i quali i dazi nascono da un’altra normativa. L’aliquota varrà per 150 giorni. Stanno cercando una formula giuridica per arrivare quanto prima a sbloccare l’impasse creato dalla sentenza della Corte suprema e arrivare ad un 15% anche oltre ai 150 giorni. Nel frattempo si raccomanda di non fare dell’allarmismo. Vale l’invito della Farnesina ad evitare una guerra commerciale. Gli imprenditori ci diranno cosa accade alle merci alla dogana. Ora tutta l’attenzione è giustamente e comprensibilmente focalizzata sulle tariffe doganali e la disputa tra la Casa Bianca e la Corte suprema ma c’è un altro nemico, ben più pericoloso per le imprese, ed è il cambio sfavorevole con il dollaro. Questo raddoppia l’onere dei dazi. Auspichiamo che l’Europa si muova con misure che possono aiutare a far fronte a questa situazione penalizzante. Resta la raccomandazione di non abbassare la guardia sugli Usa che, ripeto, sono destinazione strategica».
Temete ritorsioni da parte del presidente Trump qualora qualcosa dovesse andare storto?
«Certo che le temiamo ed è per questo che mai come adesso è necessario muoversi con estrema prudenza. La diplomazia europea e con essa quella italiana, stanno lavorando per tornare ad una situazione di stabilità».
Avete notizie se le esportazioni, alla luce di questa incertezza, si sono bloccate o hanno rallentato?
«È presto per arrivare a valutazioni di questo tipo. Credo che tutti siano in attesa di una schiarita sulle norme attuative. Questa altalena di notizie, prima il 10% poi il 15 non aiutano ma bisogna tenere i nervi saldi».
C’è la tentazione di smarcarsi dagli Usa e cercare nuovi mercati di sbocco?
«Ogni categoria merceologica si comporta in modo diverso ma tutte rispondono alla strategia che, dove c’è un varco con prospettive di mercato interessante, vale la pena inserirsi e andare a vedere. Gli accordi con il Mercosur e con l’India aprono scenari interessanti. Non dimentichiamo che dal 2014 al 2023 siamo passati da 450 a circa 2400 barriere tariffarie a livello globale. Il che vuol dire che la globalizzazione è ancora lontana e c’è molto da fare. Questo non vuol dire smettere di marcare stretto gli Stati Uniti, che restano uno sbocco importante. Per quanto riguarda l’India, il passaggio per il vino da dazi del 150% al 20% è un’apertura incredibile».
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 febbraio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega perché il Pentagono sconsiglia a Donald Trump un intervento in Iran.