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2025-07-03
Arsenali Usa a secco: stop armi a Kiev. Trump punta tutto sul Medio Oriente
Volodymyr Zelensky (
Washington ha sospeso l’invio di alcuni armamenti a Kiev in attesa di una revisione. Secondo Nbc News, oltre ad alcune decine di missili Patriot, a essere interessati dallo stop sono «migliaia di munizioni Howitzer ad alto esplosivo da 155 millimetri, più di 100 missili Hellfire, oltre 250 sistemi missilistici a guida di precisione noti come Gmlrs e decine tra missili terra-aria Stinger, missili aria-aria Aim e lanciagranate». «Questa decisione è stata presa per mettere al primo posto gli interessi dell’America, in seguito a una revisione del Dipartimento della Difesa del supporto militare e dell’assistenza forniti dal nostro Paese ad altri Paesi in tutto il mondo», ha dichiarato la Casa Bianca.
«Il dipartimento della Difesa continua a offrire al presidente solide opzioni per continuare a fornire aiuti militari all’Ucraina, in linea con il suo obiettivo di porre fine a questa tragica guerra», ha anche dichiarato il sottosegretario alla Difesa americano, Elbridge Colby. «Allo stesso tempo, il Dipartimento sta esaminando e adattando rigorosamente il proprio approccio per raggiungere questo obiettivo, preservando contemporaneamente la prontezza delle forze armate statunitensi per le priorità di difesa dell’amministrazione», ha proseguito.
In particolare, un funzionario statunitense ha riferito alla Cbs che la decisione di sospendere l’invio delle munizioni è dovuta al «timore che le scorte militari statunitensi possano diminuire troppo». «Le munizioni e le altre armi potrebbero essere trattenute fino al completamento della valutazione», hanno fatto sapere altri due funzionari a Nbc News. La stessa testata ha anche riferito che il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha dato l’ok alla sospensione dopo aver emesso una direttiva per effettuare una revisione delle scorte di munizioni statunitensi: scorte che si sarebbero drasticamente ridotte, negli ultimi anni, a seguito del sostegno di Washington all’Ucraina e a Israele. D’altronde, già a novembre scorso, il comandante di Usindopacom, Samuel Paparo, aveva lanciato l’allarme contro il progressivo svuotamento degli arsenali: uno svuotamento che, a suo dire, avrebbe indebolito gli Stati Uniti nell’Indo-pacifico.
Come che sia, la sospensione dell’invio dei missili è stata accolta con una certa freddezza dall’Ucraina. Se il ministero della Difesa ucraino ha detto di non aver ricevuto alcuna notifica ufficiale da parte di Washington, quello degli Esteri ha messo comunque le mani avanti, convocando il vicecapo missione dell’ambasciata statunitense a Kiev, John Ginkel. «Qualsiasi ritardo o rallentamento nel sostegno alle capacità di difesa dell’Ucraina non farebbe altro che incoraggiare l’aggressore a proseguire con la guerra e il terrore, anziché cercare la pace», ha inoltre commentato il viceministro degli Esteri ucraino, Mariana Betsa. «Capisco perfettamente che gli Usa debbano sempre assicurarsi che i propri interessi siano tutelati. Ma quando si tratta dell’Ucraina, nel breve termine, l’Ucraina non può fare a meno di tutto il sostegno possibile», ha aggiunto il segretario generale della Nato, Mark Rutte. Di avviso opposto si è invece mostrata Mosca. «Meno armi verranno inviate a Kiev, prima arriverà la pace», ha dichiarato il Cremlino, che sta intanto intensificando gli attacchi contro l’Ucraina.
Nel frattempo, la Cnn ha riportato che, secondo una valutazione dell’intelligence ucraina, la Corea del Nord sarebbe pronta a triplicare il numero di soldati impegnati a favore di Mosca: in particolare, avrebbe intenzione di inviare altri 30.000 militari sul campo. Dall’altra parte, secondo l’Associated Press, Kiev starebbe cercando di promuovere degli investimenti congiunti con i Paesi europei nel settore della Difesa. «Uno dei temi chiave sarà la produzione di armi: i nostri investimenti congiunti, i progetti congiunti», ha dichiarato martedì Volodymyr Zelensky, che ieri, oltre a discutere con Fattah al Sisi di un possibile polo logistico alimentare in Egitto, è tornato a dirsi disponibile ad «acquistare» o a prendere in prestito difese aeree dagli Stati Uniti.
Come leggere dunque la sospensione dell’invio di munizioni americane dal punto di vista geopolitico? La settimana scorsa, a margine del vertice Nato dell’Aia, Trump non aveva escluso l’eventualità di fornire nuovi sistemi Patriot a Kiev. Non solo. Aveva anche discusso con Zelensky della possibilità di produrre congiuntamente dei droni. Dall’altra parte, il presidente americano sta giocando sotterraneamente di sponda con Mosca sul dossier iraniano. Inoltre, più in generale, uno degli storici obiettivi dell’inquilino della Casa Bianca è quello di cercare di sganciare il più possibile la Russia dalla Cina. Senza poi contare che, per Trump, è attualmente la questione mediorientale a risultare prioritaria.
Tuttavia attenzione. La volontà americana di affrontare il problema delle scorte di munizioni potrebbe anche essere indicatrice di qualcosa di più profondo. Non è detto che la sponda tra Trump e Putin piaccia necessariamente ad alcuni attori, tra cui Ankara e Pechino. Inoltre la situazione politica in seno al regime khomeinista non si è ancora assestata. E tutto potrebbe ancora succedere. Infine, l’interesse di Washington per l’Indo-pacifico sta crescendo. È d’altronde lì che si gioca principalmente la competizione geopolitica con la Cina. Ecco: davanti a queste incognite militarmente imprevedibili, è assai probabile che l’amministrazione Trump non voglia farsi trovare impreparata.
Verso una tregua di 60 giorni a Gaza
Hamas ha reso noto di stare valutando con attenzione l’ultima proposta di cessate il fuoco avanzata dai mediatori internazionali, precisando che sono in corso consultazioni per decidere i prossimi passi. La dichiarazione del gruppo jihadista giunge a poche ore dall’annuncio di Donald Trump secondo cui Israele avrebbe accettato i termini che potrebbero condurre a una tregua nella Striscia di Gaza e a un’intesa per la liberazione degli ostaggi. Attraverso un messaggio pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social, Trump ha rivolto un appello diretto a Hamas: «I miei rappresentanti hanno avuto oggi un incontro lungo e produttivo con la delegazione israeliana su Gaza. Israele ha accettato le condizioni necessarie per concludere un cessate il fuoco della durata di 60 giorni, durante il quale ci impegneremo con tutte le parti coinvolte per porre fine al conflitto», ha scritto il presidente. Trump ha inoltre specificato che «i qatarioti e gli egiziani, che hanno svolto un lavoro importante per favorire il dialogo, presenteranno questa proposta definitiva. Mi auguro, per il bene dell’intero Medio Oriente, che Hamas la accolga, perché la situazione non migliorerà. Anzi, peggiorerà. Grazie per l’attenzione!». Martedì mattina il Qatar ha formalmente sottoposto a Israele una nuova proposta che prevede un cessate il fuoco di 60 giorni. L’iniziativa includerebbe il rilascio di otto ostaggi vivi nel primo giorno della tregua, e di altri due al cinquantesimo giorno. «L’Italia conferma l’impegno totale affinché cessino al più presto le operazioni militari a Gaza. La mediazione di Usa, Egitto e Qatar deve avere successo, l’Italià farà il necessario nel G7 e nell’Ue per sostenerla», ha dichiarato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Benyamin Netanyahu ha affermato: «Parlo in modo chiaro: Hamas non esisterà più. Non ci sarà alcun “Hamastan”. È finita. Libereremo tutti i nostri ostaggi. Come posso affermarlo? Perché non sono due obiettivi in contrasto tra loro: è tutto parte di un’unica strategia. Li elimineremo completamente». Il premier israeliano ha poi sottolineato le prospettive strategiche che si aprono per il suo Paese: «Le opportunità che abbiamo davanti sono enormi e non le sprecheremo. Abbiamo la possibilità storica di sconfiggere i nostri nemici e di garantire il futuro del Paese. Connetteremo l’Asia e il Medio Oriente, inclusa la Penisola arabica e le sue immense risorse energetiche, con l’Occidente. E questo accadrà». In tal senso l’Arabia Saudita, secondo una fonte vicina alla corte reale citata da i24News, ritiene che la completa eliminazione di Hamas da Gaza sia una condizione essenziale per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Il leader del partito d’opposizione israeliano Blu e Bianco, Benny Gantz, ha dichiarato di essere pronto a sostenere il governo in caso di opposizione interna all’accordo con Hamas sul cessate il fuoco e sul rilascio degli ostaggi, posizione condivisa anche da Yair Lapid, a capo del partito Yesh Atid. «Non esiste alcun blocco al mondo che potrà impedire il ritorno degli ostaggi», ha affermato Gantz. L’esponente centrista si rivolto ministro al premier: «Netanyahu, non permettere che la politica meschina diventi un ostacolo a decisioni storiche. Hai una solida maggioranza per far tornare a casa gli ostaggi, sia nel Paese che alla Knesset». Le dichiarazioni di Gantz arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui due esponenti dell’estrema destra al governo -il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il titolare delle Finanze Bezalel Smotrich - starebbero valutando la possibilità di creare un fronte contrario all’accordo con Hamas, minacciando così la tenuta del governo. Fanno discutere anche le dichiarazioni del ministro della Giustizia israeliano, Yariv Levin, che ha invocato apertamente l’annessione della Cisgiordania. Durante un incontro con Yossi Dagan, influente leader dei coloni, Levin ha affermato che è giunto il momento di estendere la sovranità israeliana sui territori contesi. «Credo che questo sia un momento di opportunità storica che non possiamo permetterci di perdere», ha dichiarato il ministro, riferendosi esplicitamente all’annessione della Cisgiordania.
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Mosca esulta: «Pace più vicina». Zelensky pronto a comprare o affittare le forniture militari. Trump vuol giocare di sponda con Putin sul dossier iraniano e rafforzarsi nell’Indo-pacifico, a scapito di Turchia e Cina. Netanyahu: «Per Hamas è finita». Opposizione pronta a sostenere Bibi se l’ultradestra lo molla. Sparata del ministro israeliano Levin: «È ora di annettere la Cisgiordania». Lo speciale contiene due articoli.Washington ha sospeso l’invio di alcuni armamenti a Kiev in attesa di una revisione. Secondo Nbc News, oltre ad alcune decine di missili Patriot, a essere interessati dallo stop sono «migliaia di munizioni Howitzer ad alto esplosivo da 155 millimetri, più di 100 missili Hellfire, oltre 250 sistemi missilistici a guida di precisione noti come Gmlrs e decine tra missili terra-aria Stinger, missili aria-aria Aim e lanciagranate». «Questa decisione è stata presa per mettere al primo posto gli interessi dell’America, in seguito a una revisione del Dipartimento della Difesa del supporto militare e dell’assistenza forniti dal nostro Paese ad altri Paesi in tutto il mondo», ha dichiarato la Casa Bianca.«Il dipartimento della Difesa continua a offrire al presidente solide opzioni per continuare a fornire aiuti militari all’Ucraina, in linea con il suo obiettivo di porre fine a questa tragica guerra», ha anche dichiarato il sottosegretario alla Difesa americano, Elbridge Colby. «Allo stesso tempo, il Dipartimento sta esaminando e adattando rigorosamente il proprio approccio per raggiungere questo obiettivo, preservando contemporaneamente la prontezza delle forze armate statunitensi per le priorità di difesa dell’amministrazione», ha proseguito.In particolare, un funzionario statunitense ha riferito alla Cbs che la decisione di sospendere l’invio delle munizioni è dovuta al «timore che le scorte militari statunitensi possano diminuire troppo». «Le munizioni e le altre armi potrebbero essere trattenute fino al completamento della valutazione», hanno fatto sapere altri due funzionari a Nbc News. La stessa testata ha anche riferito che il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha dato l’ok alla sospensione dopo aver emesso una direttiva per effettuare una revisione delle scorte di munizioni statunitensi: scorte che si sarebbero drasticamente ridotte, negli ultimi anni, a seguito del sostegno di Washington all’Ucraina e a Israele. D’altronde, già a novembre scorso, il comandante di Usindopacom, Samuel Paparo, aveva lanciato l’allarme contro il progressivo svuotamento degli arsenali: uno svuotamento che, a suo dire, avrebbe indebolito gli Stati Uniti nell’Indo-pacifico.Come che sia, la sospensione dell’invio dei missili è stata accolta con una certa freddezza dall’Ucraina. Se il ministero della Difesa ucraino ha detto di non aver ricevuto alcuna notifica ufficiale da parte di Washington, quello degli Esteri ha messo comunque le mani avanti, convocando il vicecapo missione dell’ambasciata statunitense a Kiev, John Ginkel. «Qualsiasi ritardo o rallentamento nel sostegno alle capacità di difesa dell’Ucraina non farebbe altro che incoraggiare l’aggressore a proseguire con la guerra e il terrore, anziché cercare la pace», ha inoltre commentato il viceministro degli Esteri ucraino, Mariana Betsa. «Capisco perfettamente che gli Usa debbano sempre assicurarsi che i propri interessi siano tutelati. Ma quando si tratta dell’Ucraina, nel breve termine, l’Ucraina non può fare a meno di tutto il sostegno possibile», ha aggiunto il segretario generale della Nato, Mark Rutte. Di avviso opposto si è invece mostrata Mosca. «Meno armi verranno inviate a Kiev, prima arriverà la pace», ha dichiarato il Cremlino, che sta intanto intensificando gli attacchi contro l’Ucraina.Nel frattempo, la Cnn ha riportato che, secondo una valutazione dell’intelligence ucraina, la Corea del Nord sarebbe pronta a triplicare il numero di soldati impegnati a favore di Mosca: in particolare, avrebbe intenzione di inviare altri 30.000 militari sul campo. Dall’altra parte, secondo l’Associated Press, Kiev starebbe cercando di promuovere degli investimenti congiunti con i Paesi europei nel settore della Difesa. «Uno dei temi chiave sarà la produzione di armi: i nostri investimenti congiunti, i progetti congiunti», ha dichiarato martedì Volodymyr Zelensky, che ieri, oltre a discutere con Fattah al Sisi di un possibile polo logistico alimentare in Egitto, è tornato a dirsi disponibile ad «acquistare» o a prendere in prestito difese aeree dagli Stati Uniti.Come leggere dunque la sospensione dell’invio di munizioni americane dal punto di vista geopolitico? La settimana scorsa, a margine del vertice Nato dell’Aia, Trump non aveva escluso l’eventualità di fornire nuovi sistemi Patriot a Kiev. Non solo. Aveva anche discusso con Zelensky della possibilità di produrre congiuntamente dei droni. Dall’altra parte, il presidente americano sta giocando sotterraneamente di sponda con Mosca sul dossier iraniano. Inoltre, più in generale, uno degli storici obiettivi dell’inquilino della Casa Bianca è quello di cercare di sganciare il più possibile la Russia dalla Cina. Senza poi contare che, per Trump, è attualmente la questione mediorientale a risultare prioritaria.Tuttavia attenzione. La volontà americana di affrontare il problema delle scorte di munizioni potrebbe anche essere indicatrice di qualcosa di più profondo. Non è detto che la sponda tra Trump e Putin piaccia necessariamente ad alcuni attori, tra cui Ankara e Pechino. Inoltre la situazione politica in seno al regime khomeinista non si è ancora assestata. E tutto potrebbe ancora succedere. Infine, l’interesse di Washington per l’Indo-pacifico sta crescendo. È d’altronde lì che si gioca principalmente la competizione geopolitica con la Cina. Ecco: davanti a queste incognite militarmente imprevedibili, è assai probabile che l’amministrazione Trump non voglia farsi trovare impreparata.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arsenali-usa-a-secco-2672578662.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="verso-una-tregua-di-60-giorni-a-gaza" data-post-id="2672578662" data-published-at="1751545481" data-use-pagination="False"> Verso una tregua di 60 giorni a Gaza Hamas ha reso noto di stare valutando con attenzione l’ultima proposta di cessate il fuoco avanzata dai mediatori internazionali, precisando che sono in corso consultazioni per decidere i prossimi passi. La dichiarazione del gruppo jihadista giunge a poche ore dall’annuncio di Donald Trump secondo cui Israele avrebbe accettato i termini che potrebbero condurre a una tregua nella Striscia di Gaza e a un’intesa per la liberazione degli ostaggi. Attraverso un messaggio pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social, Trump ha rivolto un appello diretto a Hamas: «I miei rappresentanti hanno avuto oggi un incontro lungo e produttivo con la delegazione israeliana su Gaza. Israele ha accettato le condizioni necessarie per concludere un cessate il fuoco della durata di 60 giorni, durante il quale ci impegneremo con tutte le parti coinvolte per porre fine al conflitto», ha scritto il presidente. Trump ha inoltre specificato che «i qatarioti e gli egiziani, che hanno svolto un lavoro importante per favorire il dialogo, presenteranno questa proposta definitiva. Mi auguro, per il bene dell’intero Medio Oriente, che Hamas la accolga, perché la situazione non migliorerà. Anzi, peggiorerà. Grazie per l’attenzione!». Martedì mattina il Qatar ha formalmente sottoposto a Israele una nuova proposta che prevede un cessate il fuoco di 60 giorni. L’iniziativa includerebbe il rilascio di otto ostaggi vivi nel primo giorno della tregua, e di altri due al cinquantesimo giorno. «L’Italia conferma l’impegno totale affinché cessino al più presto le operazioni militari a Gaza. La mediazione di Usa, Egitto e Qatar deve avere successo, l’Italià farà il necessario nel G7 e nell’Ue per sostenerla», ha dichiarato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Benyamin Netanyahu ha affermato: «Parlo in modo chiaro: Hamas non esisterà più. Non ci sarà alcun “Hamastan”. È finita. Libereremo tutti i nostri ostaggi. Come posso affermarlo? Perché non sono due obiettivi in contrasto tra loro: è tutto parte di un’unica strategia. Li elimineremo completamente». Il premier israeliano ha poi sottolineato le prospettive strategiche che si aprono per il suo Paese: «Le opportunità che abbiamo davanti sono enormi e non le sprecheremo. Abbiamo la possibilità storica di sconfiggere i nostri nemici e di garantire il futuro del Paese. Connetteremo l’Asia e il Medio Oriente, inclusa la Penisola arabica e le sue immense risorse energetiche, con l’Occidente. E questo accadrà». In tal senso l’Arabia Saudita, secondo una fonte vicina alla corte reale citata da i24News, ritiene che la completa eliminazione di Hamas da Gaza sia una condizione essenziale per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Il leader del partito d’opposizione israeliano Blu e Bianco, Benny Gantz, ha dichiarato di essere pronto a sostenere il governo in caso di opposizione interna all’accordo con Hamas sul cessate il fuoco e sul rilascio degli ostaggi, posizione condivisa anche da Yair Lapid, a capo del partito Yesh Atid. «Non esiste alcun blocco al mondo che potrà impedire il ritorno degli ostaggi», ha affermato Gantz. L’esponente centrista si rivolto ministro al premier: «Netanyahu, non permettere che la politica meschina diventi un ostacolo a decisioni storiche. Hai una solida maggioranza per far tornare a casa gli ostaggi, sia nel Paese che alla Knesset». Le dichiarazioni di Gantz arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui due esponenti dell’estrema destra al governo -il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il titolare delle Finanze Bezalel Smotrich - starebbero valutando la possibilità di creare un fronte contrario all’accordo con Hamas, minacciando così la tenuta del governo. Fanno discutere anche le dichiarazioni del ministro della Giustizia israeliano, Yariv Levin, che ha invocato apertamente l’annessione della Cisgiordania. Durante un incontro con Yossi Dagan, influente leader dei coloni, Levin ha affermato che è giunto il momento di estendere la sovranità israeliana sui territori contesi. «Credo che questo sia un momento di opportunità storica che non possiamo permetterci di perdere», ha dichiarato il ministro, riferendosi esplicitamente all’annessione della Cisgiordania.
La mamma, il suo compagno e il nonno delle due sorelle di 12 e 16 anni ritrovate ieri sera a Formia, a quindici giorni dalla loro scomparsa da una casa famiglia di Civitella Alfedena, sono stati fermati all'alba con l'accusa di sequestro di persona in concorso.
La donna è in carcere a Teramo, il suo compagno e il nonno delle ragazze sono in quello di Sulmona. È indagata a piede libero l'anziana nel cui appartamento di Formia sono state ritrovate le due sorelle. Secondo quanto si apprende, la donna sarebbe una lontana parente della madre delle ragazze, fermata nella notte insieme con il compagno e il nonno con l'accusa di sequestro di persona aggravato in concorso.
«Non sapevo nulla, me le hanno portate e basta». Sono queste le parole dell'anziana che in questi giorni ha ospitato Sarah e Alisya, intervistata da Rainews24.
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Giovanni Malagò durante l'Assemblea elettorale della Figc (Getty Images)
L'ex numero uno del Coni è il nuovo presidente della Figc, eletto con il 68,58% dei voti dopo le dimissioni di Gravina. Ora la Federazione apre la fase delle riforme e della scelta del nuovo ct della Nazionale.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc. L’assemblea elettiva riunita oggi a Roma lo ha eletto con il 68,58% dei voti, affidandogli la guida del calcio italiano dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali del 2026.
La votazione ha chiuso una giornata iniziata nella tarda mattinata all’hotel Astoria, dove i delegati delle diverse componenti federali si sono riuniti per ridisegnare gli equilibri del calcio italiano. In corsa per la presidenza c’erano Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due profili diversi per esperienza e percorso, ma entrambi interni al sistema sportivo.
La procedura di voto è stata aperta poco dopo le 14, con la presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto. I voti complessivi erano 502,946: per essere eletti era necessaria la soglia dei 252. Un passaggio tecnico che ha preceduto l’esito finale arrivato nel primo pomeriggio. Nel corso dell’assemblea non sono mancati gli interventi dei principali rappresentanti del calcio italiano. Il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli ha parlato di una «ferita profonda» lasciata dalle mancate qualificazioni ai Mondiali, sottolineando la necessità di trasformare la crisi in un punto di ripartenza. «Serve il coraggio delle riforme e la volontà di lavorare insieme», ha detto. Più duro il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha richiamato un «declino che dura da trent’anni» e una difficoltà strutturale del sistema nel trovare responsabilità condivise. Dal fronte dei calciatori, il presidente dell’Aic Umberto Calcagno ha parlato di «odio» che ha colpito il presidente dimissionario Gravina, indicando la necessità di una guida forte e di un cambiamento profondo.
Anche la Uefa, con il vicepresidente Armand Duka, ha richiamato l’Italia all’urgenza delle infrastrutture in vista di Euro 2032, sottolineando la necessità di un intervento strutturale per garantire un’eredità duratura al sistema. Nel suo intervento in assemblea, Malagò ha rivendicato il proprio legame con la federazione: «Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia». Ha poi aggiunto di sentire «fortissimo il peso delle responsabilità», ricordando di essere arrivato a questa candidatura dopo una lunga esperienza nel mondo dello sport e della dirigenza.
Dalla parte opposta, Giancarlo Abete ha contestato il metodo che ha portato all’elezione, definendolo «un percorso incomprensibile», e ha criticato la gestione della fase successiva alle dimissioni di Gravina, sottolineando la necessità di affrontare i problemi del calcio italiano con un confronto più diretto sui contenuti.
Proprio Gravina, nel suo intervento di apertura, ha difeso la scelta delle dimissioni come «convinta, meditata e sofferta», rivendicando un atto di responsabilità istituzionale e personale. Ha poi parlato di un sistema attraversato da tensioni e da una forte polarizzazione, che avrebbe reso necessario un passo indietro per evitare ulteriori divisioni.
A chiudere la giornata, l’esito del voto ha consegnato a Giovanni Malagò la guida della Federcalcio con una maggioranza netta, aprendo una nuova fase per il calcio italiano, chiamato ora a confrontarsi con le riforme e le criticità emerse nel corso dell’assemblea. Il primo nodo da sciogliere per Malagò, sarà ora la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Tra i favoriti sembrerebbe esserci Roberto Mancini, pronto a tornare dopo l'addio burrascoso dell'estate 2023. Sul piano operativo, la nuova gestione avrebbe già individuato alcune priorità su cui intervenire a stretto giro. Tra queste, la volontà di inserire nell’organigramma federale una figura di raccordo tecnico tra presidenza e area sportiva, con competenze calcistiche specifiche, chiamata a incidere sia sulla scelta dei commissari tecnici delle varie nazionali sia sul rapporto quotidiano con lo staff della Nazionale maggiore. Tra i profili presi in considerazione circolano quelli di Paolo Maldini e di Frederic Massara, mentre l’impostazione complessiva rimanda anche all’idea, sostenuta da diverse componenti del mondo dei calciatori, di rafforzare la struttura tecnica del Club Italia e valorizzare figure come Sara Gama. La scelta del nuovo commissario tecnico non sarà comunque immediata e richiederà ulteriori settimane di confronto interno.
Sul fronte politico-istituzionale, l’agenda del nuovo presidente dovrebbe aprirsi con un confronto con il governo su alcuni dossier ritenuti strategici per il sistema calcio: dalla possibile reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita, alla revisione del divieto di pubblicità legato al betting, fino all’ipotesi di destinare una quota dei proventi delle scommesse sul calcio a un fondo dedicato allo sviluppo del movimento. Risorse che, nelle intenzioni, verrebbero poi indirizzate soprattutto su settori giovanili e infrastrutture, considerate le due criticità strutturali su cui il sistema viene chiamato da tempo a intervenire.
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