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2024-01-09
L’arcivescovo amico di Casarini vuole consentire ai preti di sposarsi
L’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna (Ansa)
I tempi per concedere il diritto di sposarsi anche ai preti cattolici sono maturi. Almeno così la pensa l’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna, molto vicino a papa Bergoglio, per il quale il celibato «è stato facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare a essere facoltativo». Scicluna sostiene che i tempi «sono maturi per discutere seriamente la questione», anche se l’ultima parola, ovviamente, spetta al Pontefice. Il vescovo di Malta, prima di Natale, era salito alla ribalta delle cronache per la sua vicinanza con Luca Casarini e la Ong Mediterranea.
Canadese di nascita e maltese di famiglia, Scicluna non è un semplice personaggio locale. Ha 64 anni e una vasta esperienza in Vaticano nella lotta agli abusi sessuali e dal giugno del 2022 è stato nominato segretario aggiunto del dicastero per la Dottrina della fede. In questo quadro, le parole che ha consegnato al Times of Malta hanno un certo peso. «È probabilmente la prima volta che lo dico pubblicamente e ad alcuni sembrerà eretico», ha messo le mani avanti nell’intervista, ma «perché dovremmo perdere un giovane che sarebbe stato un ottimo sacerdote solo perché voleva sposarsi? Abbiamo perso buoni sacerdoti solo perché hanno scelto il matrimonio».
Il monsignore ha ricordato che il celibato «era facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare ad esserlo». Per Scicluna, «un uomo può maturare, avere relazioni, amare una donna. Allo stato attuale, deve scegliere tra lei e il sacerdozio e alcuni sacerdoti lo affrontano impegnandosi segretamente in relazioni sentimentali».
Poi ha toccato il delicatissimo tema dei figli dei preti, spesso «gestiti» in una dolorosa segretezza. «Questa è una realtà globale, non accade solo a Malta», ha ammesso Scicluna, per il quale «si sa che ci sono sacerdoti in tutto il mondo che hanno figli e penso che ce ne siano anche a Malta».
Per il capo della Chiesa maltese, i tempi «sono maturi» ed egli stesso ha fatto capire che intende farsi promotore in qualche modo di questa istanza. Il celibato dei sacerdoti non è un dogma, ma una semplice regola, però neppure il Sinodo può cambiarla e alla fine la parola decisiva spetta al Papa. E Bergoglio, per quanto se ne sa, non appare convinto di far cadere la regola. Anche se nel marzo scorso, papa Francesco spiegò al portale argentino Infobae che la norma che impedisce ai preti di sposarsi «è una prescrizione temporanea e non è eterna come l’ordinazione sacerdotale». Insomma, «il celibato è una disciplina» che come tale può essere rivista.
La regola è stata introdotta definitivamente dalla Chiesa cattolica nel XII secolo ed è in discussione da molti anni, sia per l’elevato numero di scandali sessuali che hanno coinvolto esponenti del clero (dalle relazioni eterosessuali a quelle gay, oltre ai casi di pedofilia), sia perché non è presente nel resto della cristianità. Alcuni fautori dell’abolizione della regola sono anche convinti che aumenterebbero le vocazioni religiose, ma qui Scicluna non è d’accordo perché per lui la chiamata ha a che fare esclusivamente con la fede e con il rapporto con Dio e non dovrebbe essere «invogliata» da regole allentate solo e unicamente per colmare delle lacune.
Il Vaticano è andato molto vicino a cambiare la regola del celibato nel 2019, quando il Sinodo dei vescovi ha votato a stragrande maggioranza per consentire agli uomini sposati della regione amazzonica di diventare sacerdoti, per aiutare a soddisfare le esigenze della Chiesa in quell’area del mondo. Ma, come si è detto, l’ultima parola spetta all’ottantasettenne Bergoglio e ora si vedrà se la sortita del vescovo di Malta smuoverà le acque su un tema che divide profondamente la Chiesa.
Oltre che per le sue investigazioni internazionali sui crimini sessuali, Scicluna è noto per la posizione decisamente estrema sull’accoglienza dei migranti. Lo scorso 11 dicembre, la Verità ha ricostruito tutta la rete di appoggi clericali della quale godeva Luca Casarini con la sua Mediterranea, sotto inchiesta a Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Fra gli sponsor dell’ex militante no global figurava anche il vescovo di Malta, Paese strategico per il business dei migranti gestito dalle mafie nordafricane. Agli atti dell’inchiesta siciliana risulta un lungo rapporto epistolare tra il monsignore maltese e i capi della Mediterranea, tra cui la bozza di una lettera riservata con la quale l’episcopato dell’isola chiede ufficialmente l’intervento del Vaticano per aiutare la nave di una Ong spagnola e per «far riaprire i porti di Malta».
Nelle carte è spuntata anche la relazione di un incontro avuto dai Casarini boys con le autorità maltesi per trovare un’intesa sugli sbarchi. Il risultato è così riassunto dai capi di Mediterranea: «Le nostre fonti di Malta (Jrs, ovvero il Jesuit refugee service, ndr) confermano che Scicluna sta forzando il governo maltese a non ordinare il push-back (operazioni di respingimento, ndr)». E anche per le pressioni del vescovo, lo stesso governo sarebbe stato costretto «a far intervenire un mercantile» per soccorrere dei migranti. Se un giorno il giovane cappellano della Mare Jonio, don Mattia Ferrari, volesse sposarsi, a Malta c’è già un vescovo pronto.
Monsignore punito: «Imprudente». Eppure per Roma non commise abusi
Assolto delle accuse, ma comunque esiliato dalla sua ex diocesi. È la singolare vicenda che, negli Stati Uniti, vede protagonista monsignor John Nienstedt, classe 1947, ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, il quale - pur riconosciuto estraneo ai gravi sospetti sulla sua condotta - non potrà essere, per così dire, del tutto riabilitato. Per capire i fatti e gli ultimi sviluppi, occorre ripercorrere la vicenda dal principio.
In breve: dal 2013 Nienstedt - che dal 2008 era arcivescovo di St. Paul e Minneapolis - ha visto addensarsi sulla sua arcidiocesi accuse di cattiva gestione sul tema degli abusi. Non solo, nel luglio 2014, secondo quanto riferito dalla rivista Commonweal, lo stesso Nienstedt risultava «indagato» per molteplici accuse relative a «condotta sessuale inappropriata con seminaristi, preti e altri uomini».
Lo scandalo si è allargato al punto che il 15 giugno 2015 Nienstedt, pur dicendosi sereno («lascio con la coscienza pulita»), ha rassegnato le sue dimissioni, lasciando una diocesi nella tempesta, travolta dalle accuse di non aver fermato un prete pedofilo - l’allora reverendo Curtis Carl Wehmeyer, poi condannato e ridotto allo stato laicale - resosi responsabile di abusi su tre suoi parrocchiani minorenni; al suo posto, è subentrato l’arcivescovo Bernard Hebda.
Ebbene, da allora ad oggi - specie dopo il varo, nel 2019, di Vos estis lux mundi, motu proprio di papa Francesco per inasprire il contrasto agli abusi sessuali e affinché i vescovi siano ritenuti responsabili delle loro azioni - sono proseguite indagini non solo canoniche ma anche penali, che nei giorni scorsi hanno portato a un esito netto e sorprendente: l’estraneità di Nienstedt a tutte le accuse.
Proprio così. Il 5 gennaio l’arcivescovo Hebda ha affermato che anche un’indagine aperta dopo la promulgazione della storica legislazione di papa Francesco del 2019, ha portato i dicasteri per i Vescovi e per la Dottrina della fede a concludere che «le prove disponibili non supportano la tesi che qualsivoglia condotta da parte dell’arcivescovo Nienstedt possa esser giudicata come un delitto».
Ciò nonostante, ha aggiunto Hebda, Nienstedt sarebbe stato responsabile di azioni «imprudenti»; per questo, «sebbene in nessuno dei casi» presi in esame «né singolarmente né nel loro insieme, sia risultato tale da giustificare ulteriori indagini o sanzioni penali è stato stabilito da papa Francesco che» risultano motivati a carico di Nienstedt tre provvedimenti: il divieto di esercitare alcun ministero pubblico a St. Paul e Minneapolis, il divieto di risiedere su tale territorio e l’impossibilità di fare qualsivoglia azione se non aver prima informato il dicastero competente. Ma quali «imprudenze» avrebbe di preciso commesso l’ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, tali peraltro da giustificare i citati provvedimenti, non lo si è capito. Tanto che ora è lo stesso Nienstedt, comprensibilmente essendo reduce da anni di sospetti infondati, a volerci vedere chiaro: «Ho chiesto alla Santa Sede, attraverso il mio avvocato canonico, di chiarire le azioni “imprudenti” che avrei commesso mentre ero in Minnesota».
Staremo a vedere se i chiarimenti richiesti troveranno o meno risposta. Intanto, non si può escludere come, forse, un dato possa aver influito nel duro atteggiamento della Santa Sede verso questo vescovo: il fatto che egli non sia certo progressista. Infatti Nienstedt, per limitarsi a due episodi, nel 2012 - pure attraverso fondi dell’arcidiocesi - si spese in favore del Minnesota Amendment 1, che avrebbe vietato le nozze gay nello Stato, e poi era giunto ad indicare Satana come sponsor della sodomia, della pornografia e della contraccezione. Tutte iniziative che, col vento che soffia da qualche anno in Vaticano, possono esser serenamente ritenute «imprudenti».
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Per il maltese Charles Jude Scicluna «il celibato dovrebbe essere facoltativo». Il suo nome compare nell’inchiesta sulla Ong dell’ex no global.John Nienstedt, conservatore, non è colpevole di reati però è stato sanzionato lo stesso.Lo speciale contiene due articoli.I tempi per concedere il diritto di sposarsi anche ai preti cattolici sono maturi. Almeno così la pensa l’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna, molto vicino a papa Bergoglio, per il quale il celibato «è stato facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare a essere facoltativo». Scicluna sostiene che i tempi «sono maturi per discutere seriamente la questione», anche se l’ultima parola, ovviamente, spetta al Pontefice. Il vescovo di Malta, prima di Natale, era salito alla ribalta delle cronache per la sua vicinanza con Luca Casarini e la Ong Mediterranea.Canadese di nascita e maltese di famiglia, Scicluna non è un semplice personaggio locale. Ha 64 anni e una vasta esperienza in Vaticano nella lotta agli abusi sessuali e dal giugno del 2022 è stato nominato segretario aggiunto del dicastero per la Dottrina della fede. In questo quadro, le parole che ha consegnato al Times of Malta hanno un certo peso. «È probabilmente la prima volta che lo dico pubblicamente e ad alcuni sembrerà eretico», ha messo le mani avanti nell’intervista, ma «perché dovremmo perdere un giovane che sarebbe stato un ottimo sacerdote solo perché voleva sposarsi? Abbiamo perso buoni sacerdoti solo perché hanno scelto il matrimonio».Il monsignore ha ricordato che il celibato «era facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare ad esserlo». Per Scicluna, «un uomo può maturare, avere relazioni, amare una donna. Allo stato attuale, deve scegliere tra lei e il sacerdozio e alcuni sacerdoti lo affrontano impegnandosi segretamente in relazioni sentimentali».Poi ha toccato il delicatissimo tema dei figli dei preti, spesso «gestiti» in una dolorosa segretezza. «Questa è una realtà globale, non accade solo a Malta», ha ammesso Scicluna, per il quale «si sa che ci sono sacerdoti in tutto il mondo che hanno figli e penso che ce ne siano anche a Malta».Per il capo della Chiesa maltese, i tempi «sono maturi» ed egli stesso ha fatto capire che intende farsi promotore in qualche modo di questa istanza. Il celibato dei sacerdoti non è un dogma, ma una semplice regola, però neppure il Sinodo può cambiarla e alla fine la parola decisiva spetta al Papa. E Bergoglio, per quanto se ne sa, non appare convinto di far cadere la regola. Anche se nel marzo scorso, papa Francesco spiegò al portale argentino Infobae che la norma che impedisce ai preti di sposarsi «è una prescrizione temporanea e non è eterna come l’ordinazione sacerdotale». Insomma, «il celibato è una disciplina» che come tale può essere rivista.La regola è stata introdotta definitivamente dalla Chiesa cattolica nel XII secolo ed è in discussione da molti anni, sia per l’elevato numero di scandali sessuali che hanno coinvolto esponenti del clero (dalle relazioni eterosessuali a quelle gay, oltre ai casi di pedofilia), sia perché non è presente nel resto della cristianità. Alcuni fautori dell’abolizione della regola sono anche convinti che aumenterebbero le vocazioni religiose, ma qui Scicluna non è d’accordo perché per lui la chiamata ha a che fare esclusivamente con la fede e con il rapporto con Dio e non dovrebbe essere «invogliata» da regole allentate solo e unicamente per colmare delle lacune.Il Vaticano è andato molto vicino a cambiare la regola del celibato nel 2019, quando il Sinodo dei vescovi ha votato a stragrande maggioranza per consentire agli uomini sposati della regione amazzonica di diventare sacerdoti, per aiutare a soddisfare le esigenze della Chiesa in quell’area del mondo. Ma, come si è detto, l’ultima parola spetta all’ottantasettenne Bergoglio e ora si vedrà se la sortita del vescovo di Malta smuoverà le acque su un tema che divide profondamente la Chiesa.Oltre che per le sue investigazioni internazionali sui crimini sessuali, Scicluna è noto per la posizione decisamente estrema sull’accoglienza dei migranti. Lo scorso 11 dicembre, la Verità ha ricostruito tutta la rete di appoggi clericali della quale godeva Luca Casarini con la sua Mediterranea, sotto inchiesta a Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Fra gli sponsor dell’ex militante no global figurava anche il vescovo di Malta, Paese strategico per il business dei migranti gestito dalle mafie nordafricane. Agli atti dell’inchiesta siciliana risulta un lungo rapporto epistolare tra il monsignore maltese e i capi della Mediterranea, tra cui la bozza di una lettera riservata con la quale l’episcopato dell’isola chiede ufficialmente l’intervento del Vaticano per aiutare la nave di una Ong spagnola e per «far riaprire i porti di Malta».Nelle carte è spuntata anche la relazione di un incontro avuto dai Casarini boys con le autorità maltesi per trovare un’intesa sugli sbarchi. Il risultato è così riassunto dai capi di Mediterranea: «Le nostre fonti di Malta (Jrs, ovvero il Jesuit refugee service, ndr) confermano che Scicluna sta forzando il governo maltese a non ordinare il push-back (operazioni di respingimento, ndr)». E anche per le pressioni del vescovo, lo stesso governo sarebbe stato costretto «a far intervenire un mercantile» per soccorrere dei migranti. Se un giorno il giovane cappellano della Mare Jonio, don Mattia Ferrari, volesse sposarsi, a Malta c’è già un vescovo pronto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcivescovo-consentire-preti-di-sposarsi-2666901375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="monsignore-punito-imprudente-eppure-per-roma-non-commise-abusi" data-post-id="2666901375" data-published-at="1704742399" data-use-pagination="False"> Monsignore punito: «Imprudente». Eppure per Roma non commise abusi Assolto delle accuse, ma comunque esiliato dalla sua ex diocesi. È la singolare vicenda che, negli Stati Uniti, vede protagonista monsignor John Nienstedt, classe 1947, ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, il quale - pur riconosciuto estraneo ai gravi sospetti sulla sua condotta - non potrà essere, per così dire, del tutto riabilitato. Per capire i fatti e gli ultimi sviluppi, occorre ripercorrere la vicenda dal principio. In breve: dal 2013 Nienstedt - che dal 2008 era arcivescovo di St. Paul e Minneapolis - ha visto addensarsi sulla sua arcidiocesi accuse di cattiva gestione sul tema degli abusi. Non solo, nel luglio 2014, secondo quanto riferito dalla rivista Commonweal, lo stesso Nienstedt risultava «indagato» per molteplici accuse relative a «condotta sessuale inappropriata con seminaristi, preti e altri uomini». Lo scandalo si è allargato al punto che il 15 giugno 2015 Nienstedt, pur dicendosi sereno («lascio con la coscienza pulita»), ha rassegnato le sue dimissioni, lasciando una diocesi nella tempesta, travolta dalle accuse di non aver fermato un prete pedofilo - l’allora reverendo Curtis Carl Wehmeyer, poi condannato e ridotto allo stato laicale - resosi responsabile di abusi su tre suoi parrocchiani minorenni; al suo posto, è subentrato l’arcivescovo Bernard Hebda. Ebbene, da allora ad oggi - specie dopo il varo, nel 2019, di Vos estis lux mundi, motu proprio di papa Francesco per inasprire il contrasto agli abusi sessuali e affinché i vescovi siano ritenuti responsabili delle loro azioni - sono proseguite indagini non solo canoniche ma anche penali, che nei giorni scorsi hanno portato a un esito netto e sorprendente: l’estraneità di Nienstedt a tutte le accuse. Proprio così. Il 5 gennaio l’arcivescovo Hebda ha affermato che anche un’indagine aperta dopo la promulgazione della storica legislazione di papa Francesco del 2019, ha portato i dicasteri per i Vescovi e per la Dottrina della fede a concludere che «le prove disponibili non supportano la tesi che qualsivoglia condotta da parte dell’arcivescovo Nienstedt possa esser giudicata come un delitto». Ciò nonostante, ha aggiunto Hebda, Nienstedt sarebbe stato responsabile di azioni «imprudenti»; per questo, «sebbene in nessuno dei casi» presi in esame «né singolarmente né nel loro insieme, sia risultato tale da giustificare ulteriori indagini o sanzioni penali è stato stabilito da papa Francesco che» risultano motivati a carico di Nienstedt tre provvedimenti: il divieto di esercitare alcun ministero pubblico a St. Paul e Minneapolis, il divieto di risiedere su tale territorio e l’impossibilità di fare qualsivoglia azione se non aver prima informato il dicastero competente. Ma quali «imprudenze» avrebbe di preciso commesso l’ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, tali peraltro da giustificare i citati provvedimenti, non lo si è capito. Tanto che ora è lo stesso Nienstedt, comprensibilmente essendo reduce da anni di sospetti infondati, a volerci vedere chiaro: «Ho chiesto alla Santa Sede, attraverso il mio avvocato canonico, di chiarire le azioni “imprudenti” che avrei commesso mentre ero in Minnesota». Staremo a vedere se i chiarimenti richiesti troveranno o meno risposta. Intanto, non si può escludere come, forse, un dato possa aver influito nel duro atteggiamento della Santa Sede verso questo vescovo: il fatto che egli non sia certo progressista. Infatti Nienstedt, per limitarsi a due episodi, nel 2012 - pure attraverso fondi dell’arcidiocesi - si spese in favore del Minnesota Amendment 1, che avrebbe vietato le nozze gay nello Stato, e poi era giunto ad indicare Satana come sponsor della sodomia, della pornografia e della contraccezione. Tutte iniziative che, col vento che soffia da qualche anno in Vaticano, possono esser serenamente ritenute «imprudenti».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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