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2024-01-09
L’arcivescovo amico di Casarini vuole consentire ai preti di sposarsi
L’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna (Ansa)
I tempi per concedere il diritto di sposarsi anche ai preti cattolici sono maturi. Almeno così la pensa l’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna, molto vicino a papa Bergoglio, per il quale il celibato «è stato facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare a essere facoltativo». Scicluna sostiene che i tempi «sono maturi per discutere seriamente la questione», anche se l’ultima parola, ovviamente, spetta al Pontefice. Il vescovo di Malta, prima di Natale, era salito alla ribalta delle cronache per la sua vicinanza con Luca Casarini e la Ong Mediterranea.
Canadese di nascita e maltese di famiglia, Scicluna non è un semplice personaggio locale. Ha 64 anni e una vasta esperienza in Vaticano nella lotta agli abusi sessuali e dal giugno del 2022 è stato nominato segretario aggiunto del dicastero per la Dottrina della fede. In questo quadro, le parole che ha consegnato al Times of Malta hanno un certo peso. «È probabilmente la prima volta che lo dico pubblicamente e ad alcuni sembrerà eretico», ha messo le mani avanti nell’intervista, ma «perché dovremmo perdere un giovane che sarebbe stato un ottimo sacerdote solo perché voleva sposarsi? Abbiamo perso buoni sacerdoti solo perché hanno scelto il matrimonio».
Il monsignore ha ricordato che il celibato «era facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare ad esserlo». Per Scicluna, «un uomo può maturare, avere relazioni, amare una donna. Allo stato attuale, deve scegliere tra lei e il sacerdozio e alcuni sacerdoti lo affrontano impegnandosi segretamente in relazioni sentimentali».
Poi ha toccato il delicatissimo tema dei figli dei preti, spesso «gestiti» in una dolorosa segretezza. «Questa è una realtà globale, non accade solo a Malta», ha ammesso Scicluna, per il quale «si sa che ci sono sacerdoti in tutto il mondo che hanno figli e penso che ce ne siano anche a Malta».
Per il capo della Chiesa maltese, i tempi «sono maturi» ed egli stesso ha fatto capire che intende farsi promotore in qualche modo di questa istanza. Il celibato dei sacerdoti non è un dogma, ma una semplice regola, però neppure il Sinodo può cambiarla e alla fine la parola decisiva spetta al Papa. E Bergoglio, per quanto se ne sa, non appare convinto di far cadere la regola. Anche se nel marzo scorso, papa Francesco spiegò al portale argentino Infobae che la norma che impedisce ai preti di sposarsi «è una prescrizione temporanea e non è eterna come l’ordinazione sacerdotale». Insomma, «il celibato è una disciplina» che come tale può essere rivista.
La regola è stata introdotta definitivamente dalla Chiesa cattolica nel XII secolo ed è in discussione da molti anni, sia per l’elevato numero di scandali sessuali che hanno coinvolto esponenti del clero (dalle relazioni eterosessuali a quelle gay, oltre ai casi di pedofilia), sia perché non è presente nel resto della cristianità. Alcuni fautori dell’abolizione della regola sono anche convinti che aumenterebbero le vocazioni religiose, ma qui Scicluna non è d’accordo perché per lui la chiamata ha a che fare esclusivamente con la fede e con il rapporto con Dio e non dovrebbe essere «invogliata» da regole allentate solo e unicamente per colmare delle lacune.
Il Vaticano è andato molto vicino a cambiare la regola del celibato nel 2019, quando il Sinodo dei vescovi ha votato a stragrande maggioranza per consentire agli uomini sposati della regione amazzonica di diventare sacerdoti, per aiutare a soddisfare le esigenze della Chiesa in quell’area del mondo. Ma, come si è detto, l’ultima parola spetta all’ottantasettenne Bergoglio e ora si vedrà se la sortita del vescovo di Malta smuoverà le acque su un tema che divide profondamente la Chiesa.
Oltre che per le sue investigazioni internazionali sui crimini sessuali, Scicluna è noto per la posizione decisamente estrema sull’accoglienza dei migranti. Lo scorso 11 dicembre, la Verità ha ricostruito tutta la rete di appoggi clericali della quale godeva Luca Casarini con la sua Mediterranea, sotto inchiesta a Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Fra gli sponsor dell’ex militante no global figurava anche il vescovo di Malta, Paese strategico per il business dei migranti gestito dalle mafie nordafricane. Agli atti dell’inchiesta siciliana risulta un lungo rapporto epistolare tra il monsignore maltese e i capi della Mediterranea, tra cui la bozza di una lettera riservata con la quale l’episcopato dell’isola chiede ufficialmente l’intervento del Vaticano per aiutare la nave di una Ong spagnola e per «far riaprire i porti di Malta».
Nelle carte è spuntata anche la relazione di un incontro avuto dai Casarini boys con le autorità maltesi per trovare un’intesa sugli sbarchi. Il risultato è così riassunto dai capi di Mediterranea: «Le nostre fonti di Malta (Jrs, ovvero il Jesuit refugee service, ndr) confermano che Scicluna sta forzando il governo maltese a non ordinare il push-back (operazioni di respingimento, ndr)». E anche per le pressioni del vescovo, lo stesso governo sarebbe stato costretto «a far intervenire un mercantile» per soccorrere dei migranti. Se un giorno il giovane cappellano della Mare Jonio, don Mattia Ferrari, volesse sposarsi, a Malta c’è già un vescovo pronto.
Monsignore punito: «Imprudente». Eppure per Roma non commise abusi
Assolto delle accuse, ma comunque esiliato dalla sua ex diocesi. È la singolare vicenda che, negli Stati Uniti, vede protagonista monsignor John Nienstedt, classe 1947, ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, il quale - pur riconosciuto estraneo ai gravi sospetti sulla sua condotta - non potrà essere, per così dire, del tutto riabilitato. Per capire i fatti e gli ultimi sviluppi, occorre ripercorrere la vicenda dal principio.
In breve: dal 2013 Nienstedt - che dal 2008 era arcivescovo di St. Paul e Minneapolis - ha visto addensarsi sulla sua arcidiocesi accuse di cattiva gestione sul tema degli abusi. Non solo, nel luglio 2014, secondo quanto riferito dalla rivista Commonweal, lo stesso Nienstedt risultava «indagato» per molteplici accuse relative a «condotta sessuale inappropriata con seminaristi, preti e altri uomini».
Lo scandalo si è allargato al punto che il 15 giugno 2015 Nienstedt, pur dicendosi sereno («lascio con la coscienza pulita»), ha rassegnato le sue dimissioni, lasciando una diocesi nella tempesta, travolta dalle accuse di non aver fermato un prete pedofilo - l’allora reverendo Curtis Carl Wehmeyer, poi condannato e ridotto allo stato laicale - resosi responsabile di abusi su tre suoi parrocchiani minorenni; al suo posto, è subentrato l’arcivescovo Bernard Hebda.
Ebbene, da allora ad oggi - specie dopo il varo, nel 2019, di Vos estis lux mundi, motu proprio di papa Francesco per inasprire il contrasto agli abusi sessuali e affinché i vescovi siano ritenuti responsabili delle loro azioni - sono proseguite indagini non solo canoniche ma anche penali, che nei giorni scorsi hanno portato a un esito netto e sorprendente: l’estraneità di Nienstedt a tutte le accuse.
Proprio così. Il 5 gennaio l’arcivescovo Hebda ha affermato che anche un’indagine aperta dopo la promulgazione della storica legislazione di papa Francesco del 2019, ha portato i dicasteri per i Vescovi e per la Dottrina della fede a concludere che «le prove disponibili non supportano la tesi che qualsivoglia condotta da parte dell’arcivescovo Nienstedt possa esser giudicata come un delitto».
Ciò nonostante, ha aggiunto Hebda, Nienstedt sarebbe stato responsabile di azioni «imprudenti»; per questo, «sebbene in nessuno dei casi» presi in esame «né singolarmente né nel loro insieme, sia risultato tale da giustificare ulteriori indagini o sanzioni penali è stato stabilito da papa Francesco che» risultano motivati a carico di Nienstedt tre provvedimenti: il divieto di esercitare alcun ministero pubblico a St. Paul e Minneapolis, il divieto di risiedere su tale territorio e l’impossibilità di fare qualsivoglia azione se non aver prima informato il dicastero competente. Ma quali «imprudenze» avrebbe di preciso commesso l’ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, tali peraltro da giustificare i citati provvedimenti, non lo si è capito. Tanto che ora è lo stesso Nienstedt, comprensibilmente essendo reduce da anni di sospetti infondati, a volerci vedere chiaro: «Ho chiesto alla Santa Sede, attraverso il mio avvocato canonico, di chiarire le azioni “imprudenti” che avrei commesso mentre ero in Minnesota».
Staremo a vedere se i chiarimenti richiesti troveranno o meno risposta. Intanto, non si può escludere come, forse, un dato possa aver influito nel duro atteggiamento della Santa Sede verso questo vescovo: il fatto che egli non sia certo progressista. Infatti Nienstedt, per limitarsi a due episodi, nel 2012 - pure attraverso fondi dell’arcidiocesi - si spese in favore del Minnesota Amendment 1, che avrebbe vietato le nozze gay nello Stato, e poi era giunto ad indicare Satana come sponsor della sodomia, della pornografia e della contraccezione. Tutte iniziative che, col vento che soffia da qualche anno in Vaticano, possono esser serenamente ritenute «imprudenti».
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Per il maltese Charles Jude Scicluna «il celibato dovrebbe essere facoltativo». Il suo nome compare nell’inchiesta sulla Ong dell’ex no global.John Nienstedt, conservatore, non è colpevole di reati però è stato sanzionato lo stesso.Lo speciale contiene due articoli.I tempi per concedere il diritto di sposarsi anche ai preti cattolici sono maturi. Almeno così la pensa l’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna, molto vicino a papa Bergoglio, per il quale il celibato «è stato facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare a essere facoltativo». Scicluna sostiene che i tempi «sono maturi per discutere seriamente la questione», anche se l’ultima parola, ovviamente, spetta al Pontefice. Il vescovo di Malta, prima di Natale, era salito alla ribalta delle cronache per la sua vicinanza con Luca Casarini e la Ong Mediterranea.Canadese di nascita e maltese di famiglia, Scicluna non è un semplice personaggio locale. Ha 64 anni e una vasta esperienza in Vaticano nella lotta agli abusi sessuali e dal giugno del 2022 è stato nominato segretario aggiunto del dicastero per la Dottrina della fede. In questo quadro, le parole che ha consegnato al Times of Malta hanno un certo peso. «È probabilmente la prima volta che lo dico pubblicamente e ad alcuni sembrerà eretico», ha messo le mani avanti nell’intervista, ma «perché dovremmo perdere un giovane che sarebbe stato un ottimo sacerdote solo perché voleva sposarsi? Abbiamo perso buoni sacerdoti solo perché hanno scelto il matrimonio».Il monsignore ha ricordato che il celibato «era facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare ad esserlo». Per Scicluna, «un uomo può maturare, avere relazioni, amare una donna. Allo stato attuale, deve scegliere tra lei e il sacerdozio e alcuni sacerdoti lo affrontano impegnandosi segretamente in relazioni sentimentali».Poi ha toccato il delicatissimo tema dei figli dei preti, spesso «gestiti» in una dolorosa segretezza. «Questa è una realtà globale, non accade solo a Malta», ha ammesso Scicluna, per il quale «si sa che ci sono sacerdoti in tutto il mondo che hanno figli e penso che ce ne siano anche a Malta».Per il capo della Chiesa maltese, i tempi «sono maturi» ed egli stesso ha fatto capire che intende farsi promotore in qualche modo di questa istanza. Il celibato dei sacerdoti non è un dogma, ma una semplice regola, però neppure il Sinodo può cambiarla e alla fine la parola decisiva spetta al Papa. E Bergoglio, per quanto se ne sa, non appare convinto di far cadere la regola. Anche se nel marzo scorso, papa Francesco spiegò al portale argentino Infobae che la norma che impedisce ai preti di sposarsi «è una prescrizione temporanea e non è eterna come l’ordinazione sacerdotale». Insomma, «il celibato è una disciplina» che come tale può essere rivista.La regola è stata introdotta definitivamente dalla Chiesa cattolica nel XII secolo ed è in discussione da molti anni, sia per l’elevato numero di scandali sessuali che hanno coinvolto esponenti del clero (dalle relazioni eterosessuali a quelle gay, oltre ai casi di pedofilia), sia perché non è presente nel resto della cristianità. Alcuni fautori dell’abolizione della regola sono anche convinti che aumenterebbero le vocazioni religiose, ma qui Scicluna non è d’accordo perché per lui la chiamata ha a che fare esclusivamente con la fede e con il rapporto con Dio e non dovrebbe essere «invogliata» da regole allentate solo e unicamente per colmare delle lacune.Il Vaticano è andato molto vicino a cambiare la regola del celibato nel 2019, quando il Sinodo dei vescovi ha votato a stragrande maggioranza per consentire agli uomini sposati della regione amazzonica di diventare sacerdoti, per aiutare a soddisfare le esigenze della Chiesa in quell’area del mondo. Ma, come si è detto, l’ultima parola spetta all’ottantasettenne Bergoglio e ora si vedrà se la sortita del vescovo di Malta smuoverà le acque su un tema che divide profondamente la Chiesa.Oltre che per le sue investigazioni internazionali sui crimini sessuali, Scicluna è noto per la posizione decisamente estrema sull’accoglienza dei migranti. Lo scorso 11 dicembre, la Verità ha ricostruito tutta la rete di appoggi clericali della quale godeva Luca Casarini con la sua Mediterranea, sotto inchiesta a Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Fra gli sponsor dell’ex militante no global figurava anche il vescovo di Malta, Paese strategico per il business dei migranti gestito dalle mafie nordafricane. Agli atti dell’inchiesta siciliana risulta un lungo rapporto epistolare tra il monsignore maltese e i capi della Mediterranea, tra cui la bozza di una lettera riservata con la quale l’episcopato dell’isola chiede ufficialmente l’intervento del Vaticano per aiutare la nave di una Ong spagnola e per «far riaprire i porti di Malta».Nelle carte è spuntata anche la relazione di un incontro avuto dai Casarini boys con le autorità maltesi per trovare un’intesa sugli sbarchi. Il risultato è così riassunto dai capi di Mediterranea: «Le nostre fonti di Malta (Jrs, ovvero il Jesuit refugee service, ndr) confermano che Scicluna sta forzando il governo maltese a non ordinare il push-back (operazioni di respingimento, ndr)». E anche per le pressioni del vescovo, lo stesso governo sarebbe stato costretto «a far intervenire un mercantile» per soccorrere dei migranti. Se un giorno il giovane cappellano della Mare Jonio, don Mattia Ferrari, volesse sposarsi, a Malta c’è già un vescovo pronto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcivescovo-consentire-preti-di-sposarsi-2666901375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="monsignore-punito-imprudente-eppure-per-roma-non-commise-abusi" data-post-id="2666901375" data-published-at="1704742399" data-use-pagination="False"> Monsignore punito: «Imprudente». Eppure per Roma non commise abusi Assolto delle accuse, ma comunque esiliato dalla sua ex diocesi. È la singolare vicenda che, negli Stati Uniti, vede protagonista monsignor John Nienstedt, classe 1947, ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, il quale - pur riconosciuto estraneo ai gravi sospetti sulla sua condotta - non potrà essere, per così dire, del tutto riabilitato. Per capire i fatti e gli ultimi sviluppi, occorre ripercorrere la vicenda dal principio. In breve: dal 2013 Nienstedt - che dal 2008 era arcivescovo di St. Paul e Minneapolis - ha visto addensarsi sulla sua arcidiocesi accuse di cattiva gestione sul tema degli abusi. Non solo, nel luglio 2014, secondo quanto riferito dalla rivista Commonweal, lo stesso Nienstedt risultava «indagato» per molteplici accuse relative a «condotta sessuale inappropriata con seminaristi, preti e altri uomini». Lo scandalo si è allargato al punto che il 15 giugno 2015 Nienstedt, pur dicendosi sereno («lascio con la coscienza pulita»), ha rassegnato le sue dimissioni, lasciando una diocesi nella tempesta, travolta dalle accuse di non aver fermato un prete pedofilo - l’allora reverendo Curtis Carl Wehmeyer, poi condannato e ridotto allo stato laicale - resosi responsabile di abusi su tre suoi parrocchiani minorenni; al suo posto, è subentrato l’arcivescovo Bernard Hebda. Ebbene, da allora ad oggi - specie dopo il varo, nel 2019, di Vos estis lux mundi, motu proprio di papa Francesco per inasprire il contrasto agli abusi sessuali e affinché i vescovi siano ritenuti responsabili delle loro azioni - sono proseguite indagini non solo canoniche ma anche penali, che nei giorni scorsi hanno portato a un esito netto e sorprendente: l’estraneità di Nienstedt a tutte le accuse. Proprio così. Il 5 gennaio l’arcivescovo Hebda ha affermato che anche un’indagine aperta dopo la promulgazione della storica legislazione di papa Francesco del 2019, ha portato i dicasteri per i Vescovi e per la Dottrina della fede a concludere che «le prove disponibili non supportano la tesi che qualsivoglia condotta da parte dell’arcivescovo Nienstedt possa esser giudicata come un delitto». Ciò nonostante, ha aggiunto Hebda, Nienstedt sarebbe stato responsabile di azioni «imprudenti»; per questo, «sebbene in nessuno dei casi» presi in esame «né singolarmente né nel loro insieme, sia risultato tale da giustificare ulteriori indagini o sanzioni penali è stato stabilito da papa Francesco che» risultano motivati a carico di Nienstedt tre provvedimenti: il divieto di esercitare alcun ministero pubblico a St. Paul e Minneapolis, il divieto di risiedere su tale territorio e l’impossibilità di fare qualsivoglia azione se non aver prima informato il dicastero competente. Ma quali «imprudenze» avrebbe di preciso commesso l’ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, tali peraltro da giustificare i citati provvedimenti, non lo si è capito. Tanto che ora è lo stesso Nienstedt, comprensibilmente essendo reduce da anni di sospetti infondati, a volerci vedere chiaro: «Ho chiesto alla Santa Sede, attraverso il mio avvocato canonico, di chiarire le azioni “imprudenti” che avrei commesso mentre ero in Minnesota». Staremo a vedere se i chiarimenti richiesti troveranno o meno risposta. Intanto, non si può escludere come, forse, un dato possa aver influito nel duro atteggiamento della Santa Sede verso questo vescovo: il fatto che egli non sia certo progressista. Infatti Nienstedt, per limitarsi a due episodi, nel 2012 - pure attraverso fondi dell’arcidiocesi - si spese in favore del Minnesota Amendment 1, che avrebbe vietato le nozze gay nello Stato, e poi era giunto ad indicare Satana come sponsor della sodomia, della pornografia e della contraccezione. 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Ecco #DimmiLaVerità del 17 aprile 2026. Ia capogruppo di Fdi in Commissione Covid, Alice Buonguerrieri, rivela tutte le ambiguità di Giuseppe Conte.
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Perché anche la Lega, che l’aveva messa al centro della manifestazione in piazza di sabato 18 aprile, sembra volerla nascondere sotto milioni di altre sacrosante, ma diverse motivazioni? L’Europa, i soldi, i prezzi: tutto giusto. Ma se davvero bisogna essere «senza paura», come dice il claim dell’adunata, allora «senza paura» bisogna dire: basta immigrazione. Senza paura bisogna dire: re-mi-gra-zio-ne. Fra Pesaro e Cattolica, sull’Adriatico, vaga un immigrato gambiano, Babu Jallow, che ha undici denunce per resistenza a pubblico ufficiale, diverse denunce per lesioni, ha molestato una ragazza in treno, ha ferito quattro poliziotti mandandoli all’ospedale e ha aggredito due carabinieri: nonostante tutto ciò resta libero di girare per le nostre città perché il giudice gli ha sospeso la pena in attesa della perizia psichiatrica. E gode della protezione internazionale. Ma dico: possiamo dare protezione internazionale a soggetti del genere? Che vengono qui non per integrarsi ma per delinquere? Eppure, come tutti sanno, non è un caso isolato. Anzi, è la normalità. Le nostre strade, ormai, pullulano di persone fuori controllo, che minacciano, delirano, terrorizzano i cittadini perbene, senza rispetto per nulla. Ieri a Sarzana (La Spezia) un immigrato è stato fotografato mentre cucinava un gatto in un parco pubblico. A Saronno (Varese) poco tempo fa è stato fermato un immigrato del Benin senza fissa dimora: minacciava con l’ascia una donna italiana colpevole di essere cristiana e di uscire di casa senza velo islamico. A Siracusa un nigeriano ha tentato di sfondare la parete della casa di una donna: «Sono Dio», diceva l’immigrato, «e voglio aprire una finestra per far comparire mio figlio Gesù». La donna, per la paura, era stata addirittura costretta ad abbandonare la sua casa.
E di fronte a tutto ciò noi dovremmo temere la parola remigrazione? Davvero? Quella parola fa più paura della paura che stanno vivendo gli italiani? Sempre ieri don Samuele, parroco di Santa Maria delle Grazie ad Ancona, ha scritto una lettera al sindaco e al prefetto perché si sente ostaggio dei maranza che spacciano fin sul sagrato, bestemmiano, fanno a botte, rompono le vetrate e fanno i loro bisogni sulla parete della chiesa. Non ce la fa più. Ed è la terza notizia, nel giro di pochi giorni, di preti che finiscono vittima dei giovani violenti, per lo più stranieri, che ormai rendono impossibile la vita delle parrocchie. È successo prima a don Andrea, aggredito a Caravaggio, e a un sacerdote del Giambellino, a Milano, minacciato e perseguitato da un giovane egiziano. Ormai tenere aperto un oratorio o una chiesa è diventato un atto di coraggio. L’altro giorno a Milano un gruppo di maranza non ha esitato a profanare la basilica di Santa Maria delle Grazia al Naviglio: sono entrati dentro con coltelli e bastoni. Risse e violenze non si fermano neppure davanti alla casa di Dio.
Del resto chi li ferma i maranza? Quello che ha fatto la banda di rumeni a Massa Carrara lo abbiamo visto tutti. Ma non c’è giorno ormai che la cronaca non riporti notizie di accoltellamenti, sangue, risse, massacri di giovanissimi. Ci sono anche italiani fra di loro, certo. Ma è indiscutibile che la violenza sia cresciuta a dismisura, soprattutto nelle periferie, per la presenza di immigrati di seconda generazione che non si riconoscono nel nostro Paese, non ne condividono la cultura, la civiltà, spesso nemmeno la lingua, perché si sentono egiziani, tunisini o marocchini prima che italiani. Ci hanno raccontato per anni la favola dell’integrazione. Ma l’integrazione è fallita. E la stiamo pagando tutti. E dovremmo avere paura di parlare di remigrazione? Davvero?
Pochi giorni fa è stato espulso un imam di Brescia che sosteneva i matrimoni delle spose bambine. «A 9 anni per l’Islam ci si può sposare», diceva. Pedofilia pura nel nome di Allah. L’uomo è stato scoperto grazie a un servizio a telecamere nascosto di Fuori dal Coro, altrimenti sarebbe ancora lì a predicare i suoi orrori. Ma la domanda è: quanti altri ce ne sono come lui? Quanti, in quelle moschee abusive, che proliferano fuori da ogni regola e fuori da ogni norma, predicano i matrimoni delle bimbe, la poligamia, la sottomissione della donna, il ripudio e tutte le altre norme della sharia che sono contrarie alle nostre leggi, alla nostra Costituzione e alla nostra civiltà? Eppure continuiamo a portare i nostri ragazzi a lezione di Corano: ieri è toccato all’Istituto tecnico industriale Enrico Fermi di Modena: sottoporrà le sue seconde classi all’indottrinamento dell’imam di Sassuolo, così come in precedenza era successo in altre città d’Italia. A Treviso, qualche tempo fa, sono stati portati in moschea anche i bambini di una scuola materna. La loro foto, inginocchiati verso la Mecca, è il simbolo della sottomissione in atto.
In effetti: gli imam entrano in classe, la Madonna di San Luca no. A Bologna l’hanno tenuta fuori. Si fa la guerra al presepe, a Gesù Bambino, ai riti della Quaresima, ma si spalancano le porte all’islam. Eppure il progetto dei veri islamici è chiaro, ce lo racconta la storia (Poitiers, Lepanto, Vienna…) e ce lo raccontano tutti quelli che li conoscono davvero: non vogliono integrarsi. Vogliono conquistarci. E per farlo sono disposti a usare tutti i mezzi, soprattutto quelli che la nostra debole democrazia mette a loro disposizione: non a caso si stanno facendo le prove del partito islamico, al referendum c’è già stata la prima manifestazione di forza, con i musulmani compatti per il No e pronti a rivendicare il loro ruolo nella vittoria. E di fronte a tutto ciò noi dovremmo avere paura della remigrazione? Davvero? Ma che cos’è che scandalizza tanto? Sia la Germania sia l’Austria dispongono già di un ufficio per la remigrazione (si chiamano Returning from Germany e Returning from Austria), seppur non ben funzionanti, persino l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, gestisce un «Programma generale di rimpatrio». E noi dovremmo vergognarci? Ma di cosa? Re-mi-gra-zio-ne. L’unico orrore è averne paura.
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