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2024-01-09
L’arcivescovo amico di Casarini vuole consentire ai preti di sposarsi
L’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna (Ansa)
I tempi per concedere il diritto di sposarsi anche ai preti cattolici sono maturi. Almeno così la pensa l’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna, molto vicino a papa Bergoglio, per il quale il celibato «è stato facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare a essere facoltativo». Scicluna sostiene che i tempi «sono maturi per discutere seriamente la questione», anche se l’ultima parola, ovviamente, spetta al Pontefice. Il vescovo di Malta, prima di Natale, era salito alla ribalta delle cronache per la sua vicinanza con Luca Casarini e la Ong Mediterranea.
Canadese di nascita e maltese di famiglia, Scicluna non è un semplice personaggio locale. Ha 64 anni e una vasta esperienza in Vaticano nella lotta agli abusi sessuali e dal giugno del 2022 è stato nominato segretario aggiunto del dicastero per la Dottrina della fede. In questo quadro, le parole che ha consegnato al Times of Malta hanno un certo peso. «È probabilmente la prima volta che lo dico pubblicamente e ad alcuni sembrerà eretico», ha messo le mani avanti nell’intervista, ma «perché dovremmo perdere un giovane che sarebbe stato un ottimo sacerdote solo perché voleva sposarsi? Abbiamo perso buoni sacerdoti solo perché hanno scelto il matrimonio».
Il monsignore ha ricordato che il celibato «era facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare ad esserlo». Per Scicluna, «un uomo può maturare, avere relazioni, amare una donna. Allo stato attuale, deve scegliere tra lei e il sacerdozio e alcuni sacerdoti lo affrontano impegnandosi segretamente in relazioni sentimentali».
Poi ha toccato il delicatissimo tema dei figli dei preti, spesso «gestiti» in una dolorosa segretezza. «Questa è una realtà globale, non accade solo a Malta», ha ammesso Scicluna, per il quale «si sa che ci sono sacerdoti in tutto il mondo che hanno figli e penso che ce ne siano anche a Malta».
Per il capo della Chiesa maltese, i tempi «sono maturi» ed egli stesso ha fatto capire che intende farsi promotore in qualche modo di questa istanza. Il celibato dei sacerdoti non è un dogma, ma una semplice regola, però neppure il Sinodo può cambiarla e alla fine la parola decisiva spetta al Papa. E Bergoglio, per quanto se ne sa, non appare convinto di far cadere la regola. Anche se nel marzo scorso, papa Francesco spiegò al portale argentino Infobae che la norma che impedisce ai preti di sposarsi «è una prescrizione temporanea e non è eterna come l’ordinazione sacerdotale». Insomma, «il celibato è una disciplina» che come tale può essere rivista.
La regola è stata introdotta definitivamente dalla Chiesa cattolica nel XII secolo ed è in discussione da molti anni, sia per l’elevato numero di scandali sessuali che hanno coinvolto esponenti del clero (dalle relazioni eterosessuali a quelle gay, oltre ai casi di pedofilia), sia perché non è presente nel resto della cristianità. Alcuni fautori dell’abolizione della regola sono anche convinti che aumenterebbero le vocazioni religiose, ma qui Scicluna non è d’accordo perché per lui la chiamata ha a che fare esclusivamente con la fede e con il rapporto con Dio e non dovrebbe essere «invogliata» da regole allentate solo e unicamente per colmare delle lacune.
Il Vaticano è andato molto vicino a cambiare la regola del celibato nel 2019, quando il Sinodo dei vescovi ha votato a stragrande maggioranza per consentire agli uomini sposati della regione amazzonica di diventare sacerdoti, per aiutare a soddisfare le esigenze della Chiesa in quell’area del mondo. Ma, come si è detto, l’ultima parola spetta all’ottantasettenne Bergoglio e ora si vedrà se la sortita del vescovo di Malta smuoverà le acque su un tema che divide profondamente la Chiesa.
Oltre che per le sue investigazioni internazionali sui crimini sessuali, Scicluna è noto per la posizione decisamente estrema sull’accoglienza dei migranti. Lo scorso 11 dicembre, la Verità ha ricostruito tutta la rete di appoggi clericali della quale godeva Luca Casarini con la sua Mediterranea, sotto inchiesta a Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Fra gli sponsor dell’ex militante no global figurava anche il vescovo di Malta, Paese strategico per il business dei migranti gestito dalle mafie nordafricane. Agli atti dell’inchiesta siciliana risulta un lungo rapporto epistolare tra il monsignore maltese e i capi della Mediterranea, tra cui la bozza di una lettera riservata con la quale l’episcopato dell’isola chiede ufficialmente l’intervento del Vaticano per aiutare la nave di una Ong spagnola e per «far riaprire i porti di Malta».
Nelle carte è spuntata anche la relazione di un incontro avuto dai Casarini boys con le autorità maltesi per trovare un’intesa sugli sbarchi. Il risultato è così riassunto dai capi di Mediterranea: «Le nostre fonti di Malta (Jrs, ovvero il Jesuit refugee service, ndr) confermano che Scicluna sta forzando il governo maltese a non ordinare il push-back (operazioni di respingimento, ndr)». E anche per le pressioni del vescovo, lo stesso governo sarebbe stato costretto «a far intervenire un mercantile» per soccorrere dei migranti. Se un giorno il giovane cappellano della Mare Jonio, don Mattia Ferrari, volesse sposarsi, a Malta c’è già un vescovo pronto.
Monsignore punito: «Imprudente». Eppure per Roma non commise abusi
Assolto delle accuse, ma comunque esiliato dalla sua ex diocesi. È la singolare vicenda che, negli Stati Uniti, vede protagonista monsignor John Nienstedt, classe 1947, ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, il quale - pur riconosciuto estraneo ai gravi sospetti sulla sua condotta - non potrà essere, per così dire, del tutto riabilitato. Per capire i fatti e gli ultimi sviluppi, occorre ripercorrere la vicenda dal principio.
In breve: dal 2013 Nienstedt - che dal 2008 era arcivescovo di St. Paul e Minneapolis - ha visto addensarsi sulla sua arcidiocesi accuse di cattiva gestione sul tema degli abusi. Non solo, nel luglio 2014, secondo quanto riferito dalla rivista Commonweal, lo stesso Nienstedt risultava «indagato» per molteplici accuse relative a «condotta sessuale inappropriata con seminaristi, preti e altri uomini».
Lo scandalo si è allargato al punto che il 15 giugno 2015 Nienstedt, pur dicendosi sereno («lascio con la coscienza pulita»), ha rassegnato le sue dimissioni, lasciando una diocesi nella tempesta, travolta dalle accuse di non aver fermato un prete pedofilo - l’allora reverendo Curtis Carl Wehmeyer, poi condannato e ridotto allo stato laicale - resosi responsabile di abusi su tre suoi parrocchiani minorenni; al suo posto, è subentrato l’arcivescovo Bernard Hebda.
Ebbene, da allora ad oggi - specie dopo il varo, nel 2019, di Vos estis lux mundi, motu proprio di papa Francesco per inasprire il contrasto agli abusi sessuali e affinché i vescovi siano ritenuti responsabili delle loro azioni - sono proseguite indagini non solo canoniche ma anche penali, che nei giorni scorsi hanno portato a un esito netto e sorprendente: l’estraneità di Nienstedt a tutte le accuse.
Proprio così. Il 5 gennaio l’arcivescovo Hebda ha affermato che anche un’indagine aperta dopo la promulgazione della storica legislazione di papa Francesco del 2019, ha portato i dicasteri per i Vescovi e per la Dottrina della fede a concludere che «le prove disponibili non supportano la tesi che qualsivoglia condotta da parte dell’arcivescovo Nienstedt possa esser giudicata come un delitto».
Ciò nonostante, ha aggiunto Hebda, Nienstedt sarebbe stato responsabile di azioni «imprudenti»; per questo, «sebbene in nessuno dei casi» presi in esame «né singolarmente né nel loro insieme, sia risultato tale da giustificare ulteriori indagini o sanzioni penali è stato stabilito da papa Francesco che» risultano motivati a carico di Nienstedt tre provvedimenti: il divieto di esercitare alcun ministero pubblico a St. Paul e Minneapolis, il divieto di risiedere su tale territorio e l’impossibilità di fare qualsivoglia azione se non aver prima informato il dicastero competente. Ma quali «imprudenze» avrebbe di preciso commesso l’ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, tali peraltro da giustificare i citati provvedimenti, non lo si è capito. Tanto che ora è lo stesso Nienstedt, comprensibilmente essendo reduce da anni di sospetti infondati, a volerci vedere chiaro: «Ho chiesto alla Santa Sede, attraverso il mio avvocato canonico, di chiarire le azioni “imprudenti” che avrei commesso mentre ero in Minnesota».
Staremo a vedere se i chiarimenti richiesti troveranno o meno risposta. Intanto, non si può escludere come, forse, un dato possa aver influito nel duro atteggiamento della Santa Sede verso questo vescovo: il fatto che egli non sia certo progressista. Infatti Nienstedt, per limitarsi a due episodi, nel 2012 - pure attraverso fondi dell’arcidiocesi - si spese in favore del Minnesota Amendment 1, che avrebbe vietato le nozze gay nello Stato, e poi era giunto ad indicare Satana come sponsor della sodomia, della pornografia e della contraccezione. Tutte iniziative che, col vento che soffia da qualche anno in Vaticano, possono esser serenamente ritenute «imprudenti».
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Per il maltese Charles Jude Scicluna «il celibato dovrebbe essere facoltativo». Il suo nome compare nell’inchiesta sulla Ong dell’ex no global.John Nienstedt, conservatore, non è colpevole di reati però è stato sanzionato lo stesso.Lo speciale contiene due articoli.I tempi per concedere il diritto di sposarsi anche ai preti cattolici sono maturi. Almeno così la pensa l’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna, molto vicino a papa Bergoglio, per il quale il celibato «è stato facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare a essere facoltativo». Scicluna sostiene che i tempi «sono maturi per discutere seriamente la questione», anche se l’ultima parola, ovviamente, spetta al Pontefice. Il vescovo di Malta, prima di Natale, era salito alla ribalta delle cronache per la sua vicinanza con Luca Casarini e la Ong Mediterranea.Canadese di nascita e maltese di famiglia, Scicluna non è un semplice personaggio locale. Ha 64 anni e una vasta esperienza in Vaticano nella lotta agli abusi sessuali e dal giugno del 2022 è stato nominato segretario aggiunto del dicastero per la Dottrina della fede. In questo quadro, le parole che ha consegnato al Times of Malta hanno un certo peso. «È probabilmente la prima volta che lo dico pubblicamente e ad alcuni sembrerà eretico», ha messo le mani avanti nell’intervista, ma «perché dovremmo perdere un giovane che sarebbe stato un ottimo sacerdote solo perché voleva sposarsi? Abbiamo perso buoni sacerdoti solo perché hanno scelto il matrimonio».Il monsignore ha ricordato che il celibato «era facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare ad esserlo». Per Scicluna, «un uomo può maturare, avere relazioni, amare una donna. Allo stato attuale, deve scegliere tra lei e il sacerdozio e alcuni sacerdoti lo affrontano impegnandosi segretamente in relazioni sentimentali».Poi ha toccato il delicatissimo tema dei figli dei preti, spesso «gestiti» in una dolorosa segretezza. «Questa è una realtà globale, non accade solo a Malta», ha ammesso Scicluna, per il quale «si sa che ci sono sacerdoti in tutto il mondo che hanno figli e penso che ce ne siano anche a Malta».Per il capo della Chiesa maltese, i tempi «sono maturi» ed egli stesso ha fatto capire che intende farsi promotore in qualche modo di questa istanza. Il celibato dei sacerdoti non è un dogma, ma una semplice regola, però neppure il Sinodo può cambiarla e alla fine la parola decisiva spetta al Papa. E Bergoglio, per quanto se ne sa, non appare convinto di far cadere la regola. Anche se nel marzo scorso, papa Francesco spiegò al portale argentino Infobae che la norma che impedisce ai preti di sposarsi «è una prescrizione temporanea e non è eterna come l’ordinazione sacerdotale». Insomma, «il celibato è una disciplina» che come tale può essere rivista.La regola è stata introdotta definitivamente dalla Chiesa cattolica nel XII secolo ed è in discussione da molti anni, sia per l’elevato numero di scandali sessuali che hanno coinvolto esponenti del clero (dalle relazioni eterosessuali a quelle gay, oltre ai casi di pedofilia), sia perché non è presente nel resto della cristianità. Alcuni fautori dell’abolizione della regola sono anche convinti che aumenterebbero le vocazioni religiose, ma qui Scicluna non è d’accordo perché per lui la chiamata ha a che fare esclusivamente con la fede e con il rapporto con Dio e non dovrebbe essere «invogliata» da regole allentate solo e unicamente per colmare delle lacune.Il Vaticano è andato molto vicino a cambiare la regola del celibato nel 2019, quando il Sinodo dei vescovi ha votato a stragrande maggioranza per consentire agli uomini sposati della regione amazzonica di diventare sacerdoti, per aiutare a soddisfare le esigenze della Chiesa in quell’area del mondo. Ma, come si è detto, l’ultima parola spetta all’ottantasettenne Bergoglio e ora si vedrà se la sortita del vescovo di Malta smuoverà le acque su un tema che divide profondamente la Chiesa.Oltre che per le sue investigazioni internazionali sui crimini sessuali, Scicluna è noto per la posizione decisamente estrema sull’accoglienza dei migranti. Lo scorso 11 dicembre, la Verità ha ricostruito tutta la rete di appoggi clericali della quale godeva Luca Casarini con la sua Mediterranea, sotto inchiesta a Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Fra gli sponsor dell’ex militante no global figurava anche il vescovo di Malta, Paese strategico per il business dei migranti gestito dalle mafie nordafricane. Agli atti dell’inchiesta siciliana risulta un lungo rapporto epistolare tra il monsignore maltese e i capi della Mediterranea, tra cui la bozza di una lettera riservata con la quale l’episcopato dell’isola chiede ufficialmente l’intervento del Vaticano per aiutare la nave di una Ong spagnola e per «far riaprire i porti di Malta».Nelle carte è spuntata anche la relazione di un incontro avuto dai Casarini boys con le autorità maltesi per trovare un’intesa sugli sbarchi. Il risultato è così riassunto dai capi di Mediterranea: «Le nostre fonti di Malta (Jrs, ovvero il Jesuit refugee service, ndr) confermano che Scicluna sta forzando il governo maltese a non ordinare il push-back (operazioni di respingimento, ndr)». E anche per le pressioni del vescovo, lo stesso governo sarebbe stato costretto «a far intervenire un mercantile» per soccorrere dei migranti. Se un giorno il giovane cappellano della Mare Jonio, don Mattia Ferrari, volesse sposarsi, a Malta c’è già un vescovo pronto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcivescovo-consentire-preti-di-sposarsi-2666901375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="monsignore-punito-imprudente-eppure-per-roma-non-commise-abusi" data-post-id="2666901375" data-published-at="1704742399" data-use-pagination="False"> Monsignore punito: «Imprudente». Eppure per Roma non commise abusi Assolto delle accuse, ma comunque esiliato dalla sua ex diocesi. È la singolare vicenda che, negli Stati Uniti, vede protagonista monsignor John Nienstedt, classe 1947, ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, il quale - pur riconosciuto estraneo ai gravi sospetti sulla sua condotta - non potrà essere, per così dire, del tutto riabilitato. Per capire i fatti e gli ultimi sviluppi, occorre ripercorrere la vicenda dal principio. In breve: dal 2013 Nienstedt - che dal 2008 era arcivescovo di St. Paul e Minneapolis - ha visto addensarsi sulla sua arcidiocesi accuse di cattiva gestione sul tema degli abusi. Non solo, nel luglio 2014, secondo quanto riferito dalla rivista Commonweal, lo stesso Nienstedt risultava «indagato» per molteplici accuse relative a «condotta sessuale inappropriata con seminaristi, preti e altri uomini». Lo scandalo si è allargato al punto che il 15 giugno 2015 Nienstedt, pur dicendosi sereno («lascio con la coscienza pulita»), ha rassegnato le sue dimissioni, lasciando una diocesi nella tempesta, travolta dalle accuse di non aver fermato un prete pedofilo - l’allora reverendo Curtis Carl Wehmeyer, poi condannato e ridotto allo stato laicale - resosi responsabile di abusi su tre suoi parrocchiani minorenni; al suo posto, è subentrato l’arcivescovo Bernard Hebda. Ebbene, da allora ad oggi - specie dopo il varo, nel 2019, di Vos estis lux mundi, motu proprio di papa Francesco per inasprire il contrasto agli abusi sessuali e affinché i vescovi siano ritenuti responsabili delle loro azioni - sono proseguite indagini non solo canoniche ma anche penali, che nei giorni scorsi hanno portato a un esito netto e sorprendente: l’estraneità di Nienstedt a tutte le accuse. Proprio così. Il 5 gennaio l’arcivescovo Hebda ha affermato che anche un’indagine aperta dopo la promulgazione della storica legislazione di papa Francesco del 2019, ha portato i dicasteri per i Vescovi e per la Dottrina della fede a concludere che «le prove disponibili non supportano la tesi che qualsivoglia condotta da parte dell’arcivescovo Nienstedt possa esser giudicata come un delitto». Ciò nonostante, ha aggiunto Hebda, Nienstedt sarebbe stato responsabile di azioni «imprudenti»; per questo, «sebbene in nessuno dei casi» presi in esame «né singolarmente né nel loro insieme, sia risultato tale da giustificare ulteriori indagini o sanzioni penali è stato stabilito da papa Francesco che» risultano motivati a carico di Nienstedt tre provvedimenti: il divieto di esercitare alcun ministero pubblico a St. Paul e Minneapolis, il divieto di risiedere su tale territorio e l’impossibilità di fare qualsivoglia azione se non aver prima informato il dicastero competente. Ma quali «imprudenze» avrebbe di preciso commesso l’ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, tali peraltro da giustificare i citati provvedimenti, non lo si è capito. Tanto che ora è lo stesso Nienstedt, comprensibilmente essendo reduce da anni di sospetti infondati, a volerci vedere chiaro: «Ho chiesto alla Santa Sede, attraverso il mio avvocato canonico, di chiarire le azioni “imprudenti” che avrei commesso mentre ero in Minnesota». Staremo a vedere se i chiarimenti richiesti troveranno o meno risposta. Intanto, non si può escludere come, forse, un dato possa aver influito nel duro atteggiamento della Santa Sede verso questo vescovo: il fatto che egli non sia certo progressista. Infatti Nienstedt, per limitarsi a due episodi, nel 2012 - pure attraverso fondi dell’arcidiocesi - si spese in favore del Minnesota Amendment 1, che avrebbe vietato le nozze gay nello Stato, e poi era giunto ad indicare Satana come sponsor della sodomia, della pornografia e della contraccezione. Tutte iniziative che, col vento che soffia da qualche anno in Vaticano, possono esser serenamente ritenute «imprudenti».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara