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2024-01-09
L’arcivescovo amico di Casarini vuole consentire ai preti di sposarsi
L’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna (Ansa)
I tempi per concedere il diritto di sposarsi anche ai preti cattolici sono maturi. Almeno così la pensa l’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna, molto vicino a papa Bergoglio, per il quale il celibato «è stato facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare a essere facoltativo». Scicluna sostiene che i tempi «sono maturi per discutere seriamente la questione», anche se l’ultima parola, ovviamente, spetta al Pontefice. Il vescovo di Malta, prima di Natale, era salito alla ribalta delle cronache per la sua vicinanza con Luca Casarini e la Ong Mediterranea.
Canadese di nascita e maltese di famiglia, Scicluna non è un semplice personaggio locale. Ha 64 anni e una vasta esperienza in Vaticano nella lotta agli abusi sessuali e dal giugno del 2022 è stato nominato segretario aggiunto del dicastero per la Dottrina della fede. In questo quadro, le parole che ha consegnato al Times of Malta hanno un certo peso. «È probabilmente la prima volta che lo dico pubblicamente e ad alcuni sembrerà eretico», ha messo le mani avanti nell’intervista, ma «perché dovremmo perdere un giovane che sarebbe stato un ottimo sacerdote solo perché voleva sposarsi? Abbiamo perso buoni sacerdoti solo perché hanno scelto il matrimonio».
Il monsignore ha ricordato che il celibato «era facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare ad esserlo». Per Scicluna, «un uomo può maturare, avere relazioni, amare una donna. Allo stato attuale, deve scegliere tra lei e il sacerdozio e alcuni sacerdoti lo affrontano impegnandosi segretamente in relazioni sentimentali».
Poi ha toccato il delicatissimo tema dei figli dei preti, spesso «gestiti» in una dolorosa segretezza. «Questa è una realtà globale, non accade solo a Malta», ha ammesso Scicluna, per il quale «si sa che ci sono sacerdoti in tutto il mondo che hanno figli e penso che ce ne siano anche a Malta».
Per il capo della Chiesa maltese, i tempi «sono maturi» ed egli stesso ha fatto capire che intende farsi promotore in qualche modo di questa istanza. Il celibato dei sacerdoti non è un dogma, ma una semplice regola, però neppure il Sinodo può cambiarla e alla fine la parola decisiva spetta al Papa. E Bergoglio, per quanto se ne sa, non appare convinto di far cadere la regola. Anche se nel marzo scorso, papa Francesco spiegò al portale argentino Infobae che la norma che impedisce ai preti di sposarsi «è una prescrizione temporanea e non è eterna come l’ordinazione sacerdotale». Insomma, «il celibato è una disciplina» che come tale può essere rivista.
La regola è stata introdotta definitivamente dalla Chiesa cattolica nel XII secolo ed è in discussione da molti anni, sia per l’elevato numero di scandali sessuali che hanno coinvolto esponenti del clero (dalle relazioni eterosessuali a quelle gay, oltre ai casi di pedofilia), sia perché non è presente nel resto della cristianità. Alcuni fautori dell’abolizione della regola sono anche convinti che aumenterebbero le vocazioni religiose, ma qui Scicluna non è d’accordo perché per lui la chiamata ha a che fare esclusivamente con la fede e con il rapporto con Dio e non dovrebbe essere «invogliata» da regole allentate solo e unicamente per colmare delle lacune.
Il Vaticano è andato molto vicino a cambiare la regola del celibato nel 2019, quando il Sinodo dei vescovi ha votato a stragrande maggioranza per consentire agli uomini sposati della regione amazzonica di diventare sacerdoti, per aiutare a soddisfare le esigenze della Chiesa in quell’area del mondo. Ma, come si è detto, l’ultima parola spetta all’ottantasettenne Bergoglio e ora si vedrà se la sortita del vescovo di Malta smuoverà le acque su un tema che divide profondamente la Chiesa.
Oltre che per le sue investigazioni internazionali sui crimini sessuali, Scicluna è noto per la posizione decisamente estrema sull’accoglienza dei migranti. Lo scorso 11 dicembre, la Verità ha ricostruito tutta la rete di appoggi clericali della quale godeva Luca Casarini con la sua Mediterranea, sotto inchiesta a Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Fra gli sponsor dell’ex militante no global figurava anche il vescovo di Malta, Paese strategico per il business dei migranti gestito dalle mafie nordafricane. Agli atti dell’inchiesta siciliana risulta un lungo rapporto epistolare tra il monsignore maltese e i capi della Mediterranea, tra cui la bozza di una lettera riservata con la quale l’episcopato dell’isola chiede ufficialmente l’intervento del Vaticano per aiutare la nave di una Ong spagnola e per «far riaprire i porti di Malta».
Nelle carte è spuntata anche la relazione di un incontro avuto dai Casarini boys con le autorità maltesi per trovare un’intesa sugli sbarchi. Il risultato è così riassunto dai capi di Mediterranea: «Le nostre fonti di Malta (Jrs, ovvero il Jesuit refugee service, ndr) confermano che Scicluna sta forzando il governo maltese a non ordinare il push-back (operazioni di respingimento, ndr)». E anche per le pressioni del vescovo, lo stesso governo sarebbe stato costretto «a far intervenire un mercantile» per soccorrere dei migranti. Se un giorno il giovane cappellano della Mare Jonio, don Mattia Ferrari, volesse sposarsi, a Malta c’è già un vescovo pronto.
Monsignore punito: «Imprudente». Eppure per Roma non commise abusi
Assolto delle accuse, ma comunque esiliato dalla sua ex diocesi. È la singolare vicenda che, negli Stati Uniti, vede protagonista monsignor John Nienstedt, classe 1947, ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, il quale - pur riconosciuto estraneo ai gravi sospetti sulla sua condotta - non potrà essere, per così dire, del tutto riabilitato. Per capire i fatti e gli ultimi sviluppi, occorre ripercorrere la vicenda dal principio.
In breve: dal 2013 Nienstedt - che dal 2008 era arcivescovo di St. Paul e Minneapolis - ha visto addensarsi sulla sua arcidiocesi accuse di cattiva gestione sul tema degli abusi. Non solo, nel luglio 2014, secondo quanto riferito dalla rivista Commonweal, lo stesso Nienstedt risultava «indagato» per molteplici accuse relative a «condotta sessuale inappropriata con seminaristi, preti e altri uomini».
Lo scandalo si è allargato al punto che il 15 giugno 2015 Nienstedt, pur dicendosi sereno («lascio con la coscienza pulita»), ha rassegnato le sue dimissioni, lasciando una diocesi nella tempesta, travolta dalle accuse di non aver fermato un prete pedofilo - l’allora reverendo Curtis Carl Wehmeyer, poi condannato e ridotto allo stato laicale - resosi responsabile di abusi su tre suoi parrocchiani minorenni; al suo posto, è subentrato l’arcivescovo Bernard Hebda.
Ebbene, da allora ad oggi - specie dopo il varo, nel 2019, di Vos estis lux mundi, motu proprio di papa Francesco per inasprire il contrasto agli abusi sessuali e affinché i vescovi siano ritenuti responsabili delle loro azioni - sono proseguite indagini non solo canoniche ma anche penali, che nei giorni scorsi hanno portato a un esito netto e sorprendente: l’estraneità di Nienstedt a tutte le accuse.
Proprio così. Il 5 gennaio l’arcivescovo Hebda ha affermato che anche un’indagine aperta dopo la promulgazione della storica legislazione di papa Francesco del 2019, ha portato i dicasteri per i Vescovi e per la Dottrina della fede a concludere che «le prove disponibili non supportano la tesi che qualsivoglia condotta da parte dell’arcivescovo Nienstedt possa esser giudicata come un delitto».
Ciò nonostante, ha aggiunto Hebda, Nienstedt sarebbe stato responsabile di azioni «imprudenti»; per questo, «sebbene in nessuno dei casi» presi in esame «né singolarmente né nel loro insieme, sia risultato tale da giustificare ulteriori indagini o sanzioni penali è stato stabilito da papa Francesco che» risultano motivati a carico di Nienstedt tre provvedimenti: il divieto di esercitare alcun ministero pubblico a St. Paul e Minneapolis, il divieto di risiedere su tale territorio e l’impossibilità di fare qualsivoglia azione se non aver prima informato il dicastero competente. Ma quali «imprudenze» avrebbe di preciso commesso l’ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, tali peraltro da giustificare i citati provvedimenti, non lo si è capito. Tanto che ora è lo stesso Nienstedt, comprensibilmente essendo reduce da anni di sospetti infondati, a volerci vedere chiaro: «Ho chiesto alla Santa Sede, attraverso il mio avvocato canonico, di chiarire le azioni “imprudenti” che avrei commesso mentre ero in Minnesota».
Staremo a vedere se i chiarimenti richiesti troveranno o meno risposta. Intanto, non si può escludere come, forse, un dato possa aver influito nel duro atteggiamento della Santa Sede verso questo vescovo: il fatto che egli non sia certo progressista. Infatti Nienstedt, per limitarsi a due episodi, nel 2012 - pure attraverso fondi dell’arcidiocesi - si spese in favore del Minnesota Amendment 1, che avrebbe vietato le nozze gay nello Stato, e poi era giunto ad indicare Satana come sponsor della sodomia, della pornografia e della contraccezione. Tutte iniziative che, col vento che soffia da qualche anno in Vaticano, possono esser serenamente ritenute «imprudenti».
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Per il maltese Charles Jude Scicluna «il celibato dovrebbe essere facoltativo». Il suo nome compare nell’inchiesta sulla Ong dell’ex no global.John Nienstedt, conservatore, non è colpevole di reati però è stato sanzionato lo stesso.Lo speciale contiene due articoli.I tempi per concedere il diritto di sposarsi anche ai preti cattolici sono maturi. Almeno così la pensa l’arcivescovo di Malta, Charles Jude Scicluna, molto vicino a papa Bergoglio, per il quale il celibato «è stato facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare a essere facoltativo». Scicluna sostiene che i tempi «sono maturi per discutere seriamente la questione», anche se l’ultima parola, ovviamente, spetta al Pontefice. Il vescovo di Malta, prima di Natale, era salito alla ribalta delle cronache per la sua vicinanza con Luca Casarini e la Ong Mediterranea.Canadese di nascita e maltese di famiglia, Scicluna non è un semplice personaggio locale. Ha 64 anni e una vasta esperienza in Vaticano nella lotta agli abusi sessuali e dal giugno del 2022 è stato nominato segretario aggiunto del dicastero per la Dottrina della fede. In questo quadro, le parole che ha consegnato al Times of Malta hanno un certo peso. «È probabilmente la prima volta che lo dico pubblicamente e ad alcuni sembrerà eretico», ha messo le mani avanti nell’intervista, ma «perché dovremmo perdere un giovane che sarebbe stato un ottimo sacerdote solo perché voleva sposarsi? Abbiamo perso buoni sacerdoti solo perché hanno scelto il matrimonio».Il monsignore ha ricordato che il celibato «era facoltativo per il primo millennio di esistenza della Chiesa e dovrebbe tornare ad esserlo». Per Scicluna, «un uomo può maturare, avere relazioni, amare una donna. Allo stato attuale, deve scegliere tra lei e il sacerdozio e alcuni sacerdoti lo affrontano impegnandosi segretamente in relazioni sentimentali».Poi ha toccato il delicatissimo tema dei figli dei preti, spesso «gestiti» in una dolorosa segretezza. «Questa è una realtà globale, non accade solo a Malta», ha ammesso Scicluna, per il quale «si sa che ci sono sacerdoti in tutto il mondo che hanno figli e penso che ce ne siano anche a Malta».Per il capo della Chiesa maltese, i tempi «sono maturi» ed egli stesso ha fatto capire che intende farsi promotore in qualche modo di questa istanza. Il celibato dei sacerdoti non è un dogma, ma una semplice regola, però neppure il Sinodo può cambiarla e alla fine la parola decisiva spetta al Papa. E Bergoglio, per quanto se ne sa, non appare convinto di far cadere la regola. Anche se nel marzo scorso, papa Francesco spiegò al portale argentino Infobae che la norma che impedisce ai preti di sposarsi «è una prescrizione temporanea e non è eterna come l’ordinazione sacerdotale». Insomma, «il celibato è una disciplina» che come tale può essere rivista.La regola è stata introdotta definitivamente dalla Chiesa cattolica nel XII secolo ed è in discussione da molti anni, sia per l’elevato numero di scandali sessuali che hanno coinvolto esponenti del clero (dalle relazioni eterosessuali a quelle gay, oltre ai casi di pedofilia), sia perché non è presente nel resto della cristianità. Alcuni fautori dell’abolizione della regola sono anche convinti che aumenterebbero le vocazioni religiose, ma qui Scicluna non è d’accordo perché per lui la chiamata ha a che fare esclusivamente con la fede e con il rapporto con Dio e non dovrebbe essere «invogliata» da regole allentate solo e unicamente per colmare delle lacune.Il Vaticano è andato molto vicino a cambiare la regola del celibato nel 2019, quando il Sinodo dei vescovi ha votato a stragrande maggioranza per consentire agli uomini sposati della regione amazzonica di diventare sacerdoti, per aiutare a soddisfare le esigenze della Chiesa in quell’area del mondo. Ma, come si è detto, l’ultima parola spetta all’ottantasettenne Bergoglio e ora si vedrà se la sortita del vescovo di Malta smuoverà le acque su un tema che divide profondamente la Chiesa.Oltre che per le sue investigazioni internazionali sui crimini sessuali, Scicluna è noto per la posizione decisamente estrema sull’accoglienza dei migranti. Lo scorso 11 dicembre, la Verità ha ricostruito tutta la rete di appoggi clericali della quale godeva Luca Casarini con la sua Mediterranea, sotto inchiesta a Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Fra gli sponsor dell’ex militante no global figurava anche il vescovo di Malta, Paese strategico per il business dei migranti gestito dalle mafie nordafricane. Agli atti dell’inchiesta siciliana risulta un lungo rapporto epistolare tra il monsignore maltese e i capi della Mediterranea, tra cui la bozza di una lettera riservata con la quale l’episcopato dell’isola chiede ufficialmente l’intervento del Vaticano per aiutare la nave di una Ong spagnola e per «far riaprire i porti di Malta».Nelle carte è spuntata anche la relazione di un incontro avuto dai Casarini boys con le autorità maltesi per trovare un’intesa sugli sbarchi. Il risultato è così riassunto dai capi di Mediterranea: «Le nostre fonti di Malta (Jrs, ovvero il Jesuit refugee service, ndr) confermano che Scicluna sta forzando il governo maltese a non ordinare il push-back (operazioni di respingimento, ndr)». E anche per le pressioni del vescovo, lo stesso governo sarebbe stato costretto «a far intervenire un mercantile» per soccorrere dei migranti. Se un giorno il giovane cappellano della Mare Jonio, don Mattia Ferrari, volesse sposarsi, a Malta c’è già un vescovo pronto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcivescovo-consentire-preti-di-sposarsi-2666901375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="monsignore-punito-imprudente-eppure-per-roma-non-commise-abusi" data-post-id="2666901375" data-published-at="1704742399" data-use-pagination="False"> Monsignore punito: «Imprudente». Eppure per Roma non commise abusi Assolto delle accuse, ma comunque esiliato dalla sua ex diocesi. È la singolare vicenda che, negli Stati Uniti, vede protagonista monsignor John Nienstedt, classe 1947, ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, il quale - pur riconosciuto estraneo ai gravi sospetti sulla sua condotta - non potrà essere, per così dire, del tutto riabilitato. Per capire i fatti e gli ultimi sviluppi, occorre ripercorrere la vicenda dal principio. In breve: dal 2013 Nienstedt - che dal 2008 era arcivescovo di St. Paul e Minneapolis - ha visto addensarsi sulla sua arcidiocesi accuse di cattiva gestione sul tema degli abusi. Non solo, nel luglio 2014, secondo quanto riferito dalla rivista Commonweal, lo stesso Nienstedt risultava «indagato» per molteplici accuse relative a «condotta sessuale inappropriata con seminaristi, preti e altri uomini». Lo scandalo si è allargato al punto che il 15 giugno 2015 Nienstedt, pur dicendosi sereno («lascio con la coscienza pulita»), ha rassegnato le sue dimissioni, lasciando una diocesi nella tempesta, travolta dalle accuse di non aver fermato un prete pedofilo - l’allora reverendo Curtis Carl Wehmeyer, poi condannato e ridotto allo stato laicale - resosi responsabile di abusi su tre suoi parrocchiani minorenni; al suo posto, è subentrato l’arcivescovo Bernard Hebda. Ebbene, da allora ad oggi - specie dopo il varo, nel 2019, di Vos estis lux mundi, motu proprio di papa Francesco per inasprire il contrasto agli abusi sessuali e affinché i vescovi siano ritenuti responsabili delle loro azioni - sono proseguite indagini non solo canoniche ma anche penali, che nei giorni scorsi hanno portato a un esito netto e sorprendente: l’estraneità di Nienstedt a tutte le accuse. Proprio così. Il 5 gennaio l’arcivescovo Hebda ha affermato che anche un’indagine aperta dopo la promulgazione della storica legislazione di papa Francesco del 2019, ha portato i dicasteri per i Vescovi e per la Dottrina della fede a concludere che «le prove disponibili non supportano la tesi che qualsivoglia condotta da parte dell’arcivescovo Nienstedt possa esser giudicata come un delitto». Ciò nonostante, ha aggiunto Hebda, Nienstedt sarebbe stato responsabile di azioni «imprudenti»; per questo, «sebbene in nessuno dei casi» presi in esame «né singolarmente né nel loro insieme, sia risultato tale da giustificare ulteriori indagini o sanzioni penali è stato stabilito da papa Francesco che» risultano motivati a carico di Nienstedt tre provvedimenti: il divieto di esercitare alcun ministero pubblico a St. Paul e Minneapolis, il divieto di risiedere su tale territorio e l’impossibilità di fare qualsivoglia azione se non aver prima informato il dicastero competente. Ma quali «imprudenze» avrebbe di preciso commesso l’ex arcivescovo di St. Paul e Minneapolis, tali peraltro da giustificare i citati provvedimenti, non lo si è capito. Tanto che ora è lo stesso Nienstedt, comprensibilmente essendo reduce da anni di sospetti infondati, a volerci vedere chiaro: «Ho chiesto alla Santa Sede, attraverso il mio avvocato canonico, di chiarire le azioni “imprudenti” che avrei commesso mentre ero in Minnesota». Staremo a vedere se i chiarimenti richiesti troveranno o meno risposta. Intanto, non si può escludere come, forse, un dato possa aver influito nel duro atteggiamento della Santa Sede verso questo vescovo: il fatto che egli non sia certo progressista. Infatti Nienstedt, per limitarsi a due episodi, nel 2012 - pure attraverso fondi dell’arcidiocesi - si spese in favore del Minnesota Amendment 1, che avrebbe vietato le nozze gay nello Stato, e poi era giunto ad indicare Satana come sponsor della sodomia, della pornografia e della contraccezione. Tutte iniziative che, col vento che soffia da qualche anno in Vaticano, possono esser serenamente ritenute «imprudenti».
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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