True
2018-05-08
Appoggio esterno o voto subito. Berlusconi tratta tutta la notte
ANSA
Tutto o niente. Il centrodestra non ha nessuna intenzione di assecondare la proposta del presidente del Repubblica e la rigetta con toni differenti. Matteo Salvini è ruggente: «Elezioni subito, maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Silvio Berlusconi lo asseconda con meno fervore: «Il voto non ci spaventa, ma l'estate non aiuta. Meglio andare alle urne in autunno».
La pressione delle parole del presidente si avverte fino a Palazzo Grazioli, dove Berlusconi sembra vedere Sergio Mattarella che lo indica con il dito nervoso, attraverso lo schermo, mentre parla di «offensiva della speculazione», di «prima volta nella storia della Repubblica che la legislatura si scioglie senza essere iniziata» e ancora che «il voto degli italiani rimane inutilizzato». Il capo dello Stato gli ha azzoppato ben tre cavalli di battaglia: il primo un governissimo di coalizione con la benedizione del Quirinale nel quale inserire ministri graditi; il secondo quel governo di centrodestra con Salvini premier che avrebbe dovuto andare a cercare la maggioranza in Parlamento grazie ai responsabili alla Antonio Razzi e Domenico Scilipoti; il terzo un governo di minoranza sostenuto da chi fosse di volta in volta in sintonia con i programmi proposti. Per questo il Cavaliere, nella foto ricordo della terza consultazione, risulta silente, con il broncio e con un incubo peggiore dello stesso Luigi Di Maio: le elezioni alle porte.
Così il centrodestra si ritrova dentro un sogno surreale, come se oggi fosse la mattina del 5 marzo ma senza niente da festeggiare. Politicamente siamo a quel giorno e alla lunga sospensione dell'esistenza che ne è seguita. Siamo alle macerie dell'accordo M5s-Lega con la fattiva collaborazione del leader azzurro, siamo all'implosione del Pd, siamo alle regionali che hanno dato un formidabile risultato di coalizione ma hanno confermato il sorpasso della Lega ovunque, siamo ai rimbrotti di Mattarella. E siamo finalmente alla lunga notte del supervertice di coalizione con Salvini e Giorgia Meloni, organizzato immediatamente dopo le parole del capo dello Stato. Per Berlusconi una non facile notte dell'Innominato, incerto se arrendersi a tornare al voto (con qualche colpa) o dare l'ok all'esecutivo di garanzia, di fatto contro la volontà del suo alleato principale.
Salvini risponde a Mattarella pronunciando e ribadendo parole che non lasciano dubbi: «È fondamentale che il voto degli italiani venga rispettato. Quindi o un governo del centrodestra oppure elezioni il prima possibile, per la prima volta in estate. Non c'è tempo da perdere, non esistono governi tecnici alla Mario Monti, contiamo che Berlusconi mantenga la parola data e abbia la nostra stessa coerenza. Poi gli italiani ci daranno la maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Poi aggiunge per essere ancora più chiaro: «Mattarella vuole un governo neutrale? Per carità, serve un governo coraggioso, determinato e libero, che difenda in Europa il principio del “prima gli italiani", che difenda lavoro e confini, altro che governino per tirare a campare».
La situazione è curiosa perché Mattarella, che secondo gli analisti in doppiopetto non avrebbe mai dato un incarico a Salvini, oggi ne è il più ferreo alleato. Evocando le elezioni a luglio o a ottobre mette pressione a Berlusconi, lo induce a rivedere gli orizzonti. A meno che il Cavaliere elettrico non decida di giocare il tutto per tutto andando alle urne per raggiungere il 40% che farebbe saltare il banco dopo una brevissima ma feroce campagna elettorale. Di quelle che lui, capace di vincere anche nelle situazioni impossibili (ma a un'altra età), conosce molto bene. In attesa di tornare candidabile; per questo fa il tifo per l'autunno.
Oggi le elezioni sono l'incubo del Cavaliere. Per due motivi molto semplici. Primo, nessun indicatore dà Forza Italia in ripresa, anzi continua all'interno del campo di centrodestra l'Opa di Salvini sul partito inventato da Berlusconi con un'idea geniale in quel 1994 che battezzò la Seconda Repubblica. In Molise e in Friuli la Lega ha sfondato, al Nord è una valanga. E una tornata elettorale così ravvicinata, senza correttivi alla legge elettorale, potrebbe cristallizzare questa leadership. Secondo motivo: nei cenacoli leghisti già si parla del partito unico e una parte di Forza Italia spinge per concretizzarlo (Giovanni Toti sul modello Liguria, soprattutto). Due giorni fa Roberto Maroni in un'intervista ne ha addirittura sussurrato il nome: Lega Italia. Il leader naturale oggi sarebbe Salvini, che riuscirebbe così in quell'operazione di successione forzata del fondatore fallita con tutti. Con Pierferdinando Casini, con Angelino Alfano, con Raffaele Fitto, con lo stesso Toti, con Stefano Parisi.
La strada si è ristretta, è diventata un tratturo e i due mesi dedicati ai veti incrociati hanno inquinato ogni pozzo, annullato margini di manovra. Quando un diplomatico naturale come Giancarlo Giorgetti si lascia sfuggire che «Di Maio non conta più un c...» (frase poi parzialmente smentita), significa che siamo ai materassi. Così l'ultimo vertice a tre fra Di Maio, Salvini e Giorgetti si è rivelato utile solo per concordare una data elettorale (8 luglio) che probabilmente non otterranno. A questo punto le elezioni diventano non una scelta, ma una liberazione per rimettersi fra le braccia degli italiani. E chiedere loro di sciogliere il nodo creato da un mix letale fra legge elettorale e politici più affini ad Antonio Cariglia che ad Alcide De Gasperi. Dopo i governi balneari di democristiana memoria ecco l'incubo delle elezioni balneari. La cabina elettorale a righe bianche e blu ce la potevano risparmiare.
L’accordo Di Maio-Salvini? C’è, ma per le elezioni M5s sogna già quota 40%
Non abbiamo giornali, non abbiamo televisioni, non abbiamo i miliardi, non maneggiamo i sondaggi: quindi vinciamo di nuovo e questa volta arriviamo al 40%... È questo quello che si sono detti nel fine settimana i vertici dei 5 stelle, mentre andava in scena l'ultima, fintissima, apertura alla Lega per formare insieme un governo senza Silvio Berlusconi. Ma il vero accordo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, l'hanno trovato per mettere alle spalle al muro Sergio Mattarella e qualunque «governo di tregua»: voto subito, già domenica 8 luglio, con la vecchia legge elettorale usata a mo' di ballottaggio. E così, almeno in casa 5 stelle, già ieri sera si dava per morto il governo di garanzia proposto dal capo dello Stato dopo le ultime, infruttuose, consultazioni: «Da noi neppure un voto», diceva il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli.
Era da mercoledì che Di Maio, Davide Casaleggio e Beppe Grillo pensavano a come lanciare un ultimo petardo tra i piedi del leader di Forza Italia. E così domenica il candidato premier pentastellato ha fatto un'offerta last minute a Matteo Salvini, senza però togliere il consueto veto su Berlusconi. Una proposta che ha rovinato la domenica sera al Cavaliere, con Salvini che ha provato a convincerlo che in fondo poteva anche limitarsi all'appoggio esterno. Alla fine Berlusconi non c'è cascato, ma a quel punto ecco l'esito che Di Maio e Salvini ormai volevano entrambi: niente «governo del presidente».
Il presidente però non ha rinunciato a chiedere un'ultima forma di «responsabilità» ai partiti e così, accanto all'opzione delle elezioni, anche a luglio, da lui pubblicamente sconsigliata ma non esclusa, ieri sera ha piazzato quella appunto di un governo «neutrale» fino a dicembre, formato da gente che promette poi di non candidarsi. «È una bella trovata quella dei non candidabili, e il richiamo di Mattarella è stato molto forte», ammette un grillino, ma Di Maio e soci non ci sentono: «Questi presunti tecnici sono sempre portatori di interessi forti, troppo forti», dicono i capi del Movimento. E Toninelli, in una nota, ha spiegato: «M5s non darà neppure un voto al governo neutrale. Pur senza aver pregiudizi sulle persone, non possiamo permettere che persone senza legittimazione popolare vadano a gestire e risolvere i problemi». Certo, se nella notte Berlusconi ci ripensasse e si piegasse all'appoggio esterno, cambierebbe di nuovo ogni caso. Ma ieri sera il Movimento ha riunito i gruppi parlamentari, per ribadire la linea che Di Maio aveva già spiegata su Facebook alle 17 in punto: Il governo del centrodestra non ha i numeri «e sarebbe un governo dei voltagabbana»; «no a un governo tecnico alla Monti perché non capirebbe le esigenze della popolazione» e quindi «elezioni l'8 luglio, perché le vinciamo noi». Se M5s la spunterà, salterà di fatto il vincolo del doppio mandato con un argomento dialettico escogitato dallo stesso Di Maio: «Se si vota a luglio, possiamo tranquillamente considerare la presente legislatura come se non fosse mai iniziata».
Il ritorno alle urne gasa molti esponenti di vertice di M5s che in queste settimane di trattative ad ampio spettro, specie con il Pd, hanno sofferto molto. Il segnale di svolta l'ha dato il comico genovese venerdì scorso, quando ha rilanciato l'uscita dell'Italia dall'euro a mezzo referendum. Elio Lannutti esulta così: «Risorge l'antieuropeismo per tenere testa a Salvini. Troika e Cleptocrazia europea sono i nemici giurati dei popoli liberi». Mentre Carlo Sibilia provoca il Carroccio: «Meglio un governo impossibile con un condannato, che un governo certo con la forza politica più votata e più innovativa d'Italia?». Sono solo due flash che illuminano un Movimento che da ieri sembra ufficialmente in campagna elettorale. E anche con grande sfoggio di ottimismo.
Secondo Di Maio, «alle prossime elezioni di luglio, ancora una volta, gli italiani ci sorprenderanno e daranno un segnale fortissimo alle altre forze politiche per farci governare da soli». Che farsene di un governo del presidente, o di tregua, se tanto la legge elettorale «scritta da Renzi e Berlusconi per non farci governare la usiamo subito come un doppio turno?» Di Maio ricorda che «dopo tutto eravamo dati al 29% e invece siamo arrivati al 33% e adesso siamo dati al 35%». E quindi, con due mesi di campagna «pancia a terra», ecco che per il leader napoletano «il 40% è a portata di mano». E da quella soglia, scatta il premio di maggioranza che consente di governare da soli.
In tanto ottimismo, va detto che però uno spazio d'ombra un po' angosciante c'è. E si chiama «responsabili». Anche il Movimento, che ha portato in Parlamento almeno un quarto di deputati quasi sconosciuti ai suoi vertici, teme che questo governo tecnico potrebbe raccattare qua e là dei parlamentari che gli offrono una stampella, in cambio della conservazione dello stipendio. Da un lato c'è chi dice, all'interno di M5s, che dopo il precedente della procura di Napoli e della Corte dei conti, che hanno perseguito duramente la compravendita di senatori ai tempi di Romano Prodi, «sarebbe da pazzi fare campagna acquisti in modo spudorato». Dall'altro, c'è un'attenzione quasi ossessiva a cogliere al proprio interno qualunque segnale di malcontento o debolezza, sia economica che, familiare. «A volte basta una moglie preoccupata per un mutuo a far cambiare idea a un deputato sullo scioglimento delle Camere», ammette uno dei grillini più esperti.
In ogni caso, sia che si voti a luglio, sia che Mattarella compia il miracolo, il Movimento ha rimesso la cotta di maglia e sfoderato lo spadone. Nella convinzione che i prossimi voti dovrà strapparli alla Lega.
Francesco Bonazzi
La trovata dell’esecutivo «neutrale» serve a mettere pressione ai partiti
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine del terzo giro di consultazioni al Quirinale, prende atto della impossibilità di raggiungere un accordo tra due dei tre blocchi politici (M5s, centrodestra e Pd) e si prepara a incaricare un premier di sua fiducia che formi un «governo neutrale, di servizio». Mattarella, al termine degli incontri, iniziati con le delegazioni di M5s, centrodestra e Pd, e proseguiti nel pomeriggio con i gruppi minori e i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha spiegato ai giornalisti le sue conclusioni: «Non esiste», ha detto Mattarella, «una maggioranza con la sola Lega e il M5s; si è rivelata impraticabile una maggioranza M5s con il Pd ed è stata sempre affermata da entrambe le parti, l'impossibilità di un'intesa tra il centrodestra e il Partito democratico. Tutte queste indisponibilità mi sono state confermate questa mattina».
Agli osservatori più attenti non è sfuggita una considerazione di Mattarella, che a proposito della richiesta del centrodestra di un pre-incarico a Matteo Salvini, ha affermato: «Sin dall'inizio consultazioni ho escluso che si potesse dar vita ad un governo politico di minoranza, anche questa mattina ho ricevuto una richiesta in tal senso che sembra sia già venuta meno. Un governo di minoranza», ha detto Mattarella, «condurrebbe alle elezioni e dunque credo sarebbe più rispettoso per la logica democratica che a portare alle elezioni sia un governo non di parte». Non è chiaro quando e attraverso chi la richiesta del centrodestra sia «venuta meno» nella giornata di ieri.
Mattarella ha indicato il percorso che intende seguire: «Dai partiti», ha aggiunto, «fino a pochi giorni a dietro è venuta più volta la richiesta di tempo per raggiungere intese. Può essere utile che si prendano ancora tempo per far maturare una maggioranza politica per una maggioranza di governo. Ma nel frattempo», ha proseguito Mattarella, «consentano che nasca con la fiducia un governo neutrale, di servizio. Laddove si formasse nei prossimi mesi una maggioranza parlamentare si dimetterebbe con immediatezza per un governo politico. Chiederò ai componenti del governo di garanzia l'impegno a non candidarsi alle elezioni politiche».
«Il governo presieduto dall'onorevole Gentiloni», ha precisato Mattarella, «che ringrazio per il lavoro che ha svolto e sta svolgendo in questa situazione anomala, ha esaurito la sua funzione e non può essere ulteriormente prorogato in quanto espresso da una maggioranza parlamentare che non c'è più. Ritengo che sia più rispettoso della dinamica democratica», ha sottolineato il capo dello Stato, «che a portare alle elezioni sia un governo non di parte».
Mattarella si è detto contrario a nuove elezioni immediate: «L'ipotesi alternativa», ha scandito il presidente della Repubblica, «è indire nuove elezioni subito, ma non vi sono tempi per il voto entro giugno, si potrebbero svolgere in piena estate ma finora è stato evitato perché per gli italiani è difficile esercitare il voto, si potrebbe fissare in autunno».
Mattarella ha lasciato, pilatescamente, ai partiti, la scelta tra elezioni anticipate in estate o in autunno o il via libera al «governo neutrale: «Sarebbe la prima volta», ha detto Mattarella, «che il voto popolare non viene utilizzato e non produce alcun effetto. Scelgano i partiti con il loro libero comportamento e nella sede propria parlamentare. Cerchino una maggioranza politica per un governo neutrale entro l'anno oppure nuove elezioni subito, in autunno o nel mese di luglio».
Se per il capo dello Stato le elezioni immediate sono una sciagura, anche la prospettiva di votare in autunno presenta molteplici rischi: «Mi compete», ha detto Mattarella, «far presente alcune preoccupazioni: che non vi sia tempo per approvare dopo il voto la legge di bilancio entro fine anno con l'aumento dell'Iva e con gli effetti recessivi che questa tassa comporterebbe il rischio di esporre la nostra situazione economica a manovre e offensive della speculazione finanziaria».
Infine, Mattarella ha ammonito sui rischi di tornare al voto con questa stessa legge elettorale: «Vi è il timore», ha detto il presidente della Repubblica, «che a legge elettorale invariata in Parlamento si riproduca la stessa condizione attuale, con tre schieramenti nessuno dei quali con la maggioranza necessaria e con schieramenti probabilmente resi meno disponibili alla collaborazione da una campagna elettorale verosimilmente aspra e polemica».
Dunque, Mattarella sceglie di mettere pressione ai partiti politici attraverso la formula del «governo neutrale». Le forze politiche ora si trovano di fronte a un trivio: votare subito, accordare la fiducia al premier che il capo dello Stato, già nelle prossime ore, indicherà, oppure trovare quell'intesa politica che - tra 5 stelle e Lega - forse è ancora possibile.
Carlo Tarallo
Continua a leggereRiduci
Il Quirinale boccia gli scenari più graditi al Cavaliere. Le elezioni sono un rischio, perché la Lega può inghiottire Forza Italia. Spaccatura sulla data: il Cav preferisce aspettare almeno l'autunno.Il Movimento è già in campagna elettorale, convinto che la soglia per governare da solo sia raggiungibile. Il no al governo «neutro» è granitico, ma c'è l'ombra «responsabili».Il presidente pronto a sostituire Gentiloni con un tecnico fino a dicembre. Ma, senza fiducia, non porrà veti a elezioni in estate o autunno. E lascia uno spiraglio a una maggioranza politica: messaggio a Lega e M5s.Tutto o niente. Il centrodestra non ha nessuna intenzione di assecondare la proposta del presidente del Repubblica e la rigetta con toni differenti. Matteo Salvini è ruggente: «Elezioni subito, maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Silvio Berlusconi lo asseconda con meno fervore: «Il voto non ci spaventa, ma l'estate non aiuta. Meglio andare alle urne in autunno». La pressione delle parole del presidente si avverte fino a Palazzo Grazioli, dove Berlusconi sembra vedere Sergio Mattarella che lo indica con il dito nervoso, attraverso lo schermo, mentre parla di «offensiva della speculazione», di «prima volta nella storia della Repubblica che la legislatura si scioglie senza essere iniziata» e ancora che «il voto degli italiani rimane inutilizzato». Il capo dello Stato gli ha azzoppato ben tre cavalli di battaglia: il primo un governissimo di coalizione con la benedizione del Quirinale nel quale inserire ministri graditi; il secondo quel governo di centrodestra con Salvini premier che avrebbe dovuto andare a cercare la maggioranza in Parlamento grazie ai responsabili alla Antonio Razzi e Domenico Scilipoti; il terzo un governo di minoranza sostenuto da chi fosse di volta in volta in sintonia con i programmi proposti. Per questo il Cavaliere, nella foto ricordo della terza consultazione, risulta silente, con il broncio e con un incubo peggiore dello stesso Luigi Di Maio: le elezioni alle porte.Così il centrodestra si ritrova dentro un sogno surreale, come se oggi fosse la mattina del 5 marzo ma senza niente da festeggiare. Politicamente siamo a quel giorno e alla lunga sospensione dell'esistenza che ne è seguita. Siamo alle macerie dell'accordo M5s-Lega con la fattiva collaborazione del leader azzurro, siamo all'implosione del Pd, siamo alle regionali che hanno dato un formidabile risultato di coalizione ma hanno confermato il sorpasso della Lega ovunque, siamo ai rimbrotti di Mattarella. E siamo finalmente alla lunga notte del supervertice di coalizione con Salvini e Giorgia Meloni, organizzato immediatamente dopo le parole del capo dello Stato. Per Berlusconi una non facile notte dell'Innominato, incerto se arrendersi a tornare al voto (con qualche colpa) o dare l'ok all'esecutivo di garanzia, di fatto contro la volontà del suo alleato principale. Salvini risponde a Mattarella pronunciando e ribadendo parole che non lasciano dubbi: «È fondamentale che il voto degli italiani venga rispettato. Quindi o un governo del centrodestra oppure elezioni il prima possibile, per la prima volta in estate. Non c'è tempo da perdere, non esistono governi tecnici alla Mario Monti, contiamo che Berlusconi mantenga la parola data e abbia la nostra stessa coerenza. Poi gli italiani ci daranno la maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Poi aggiunge per essere ancora più chiaro: «Mattarella vuole un governo neutrale? Per carità, serve un governo coraggioso, determinato e libero, che difenda in Europa il principio del “prima gli italiani", che difenda lavoro e confini, altro che governino per tirare a campare».La situazione è curiosa perché Mattarella, che secondo gli analisti in doppiopetto non avrebbe mai dato un incarico a Salvini, oggi ne è il più ferreo alleato. Evocando le elezioni a luglio o a ottobre mette pressione a Berlusconi, lo induce a rivedere gli orizzonti. A meno che il Cavaliere elettrico non decida di giocare il tutto per tutto andando alle urne per raggiungere il 40% che farebbe saltare il banco dopo una brevissima ma feroce campagna elettorale. Di quelle che lui, capace di vincere anche nelle situazioni impossibili (ma a un'altra età), conosce molto bene. In attesa di tornare candidabile; per questo fa il tifo per l'autunno.Oggi le elezioni sono l'incubo del Cavaliere. Per due motivi molto semplici. Primo, nessun indicatore dà Forza Italia in ripresa, anzi continua all'interno del campo di centrodestra l'Opa di Salvini sul partito inventato da Berlusconi con un'idea geniale in quel 1994 che battezzò la Seconda Repubblica. In Molise e in Friuli la Lega ha sfondato, al Nord è una valanga. E una tornata elettorale così ravvicinata, senza correttivi alla legge elettorale, potrebbe cristallizzare questa leadership. Secondo motivo: nei cenacoli leghisti già si parla del partito unico e una parte di Forza Italia spinge per concretizzarlo (Giovanni Toti sul modello Liguria, soprattutto). Due giorni fa Roberto Maroni in un'intervista ne ha addirittura sussurrato il nome: Lega Italia. Il leader naturale oggi sarebbe Salvini, che riuscirebbe così in quell'operazione di successione forzata del fondatore fallita con tutti. Con Pierferdinando Casini, con Angelino Alfano, con Raffaele Fitto, con lo stesso Toti, con Stefano Parisi.La strada si è ristretta, è diventata un tratturo e i due mesi dedicati ai veti incrociati hanno inquinato ogni pozzo, annullato margini di manovra. Quando un diplomatico naturale come Giancarlo Giorgetti si lascia sfuggire che «Di Maio non conta più un c...» (frase poi parzialmente smentita), significa che siamo ai materassi. Così l'ultimo vertice a tre fra Di Maio, Salvini e Giorgetti si è rivelato utile solo per concordare una data elettorale (8 luglio) che probabilmente non otterranno. A questo punto le elezioni diventano non una scelta, ma una liberazione per rimettersi fra le braccia degli italiani. E chiedere loro di sciogliere il nodo creato da un mix letale fra legge elettorale e politici più affini ad Antonio Cariglia che ad Alcide De Gasperi. Dopo i governi balneari di democristiana memoria ecco l'incubo delle elezioni balneari. La cabina elettorale a righe bianche e blu ce la potevano risparmiare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/appoggio-esterno-o-voto-subito-berlusconi-tratta-tutta-la-notte-2566801118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="laccordo-di-maio-salvini-ce-ma-per-le-elezioni-m5s-sogna-gia-quota-40" data-post-id="2566801118" data-published-at="1774128823" data-use-pagination="False"> L’accordo Di Maio-Salvini? C’è, ma per le elezioni M5s sogna già quota 40% Non abbiamo giornali, non abbiamo televisioni, non abbiamo i miliardi, non maneggiamo i sondaggi: quindi vinciamo di nuovo e questa volta arriviamo al 40%... È questo quello che si sono detti nel fine settimana i vertici dei 5 stelle, mentre andava in scena l'ultima, fintissima, apertura alla Lega per formare insieme un governo senza Silvio Berlusconi. Ma il vero accordo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, l'hanno trovato per mettere alle spalle al muro Sergio Mattarella e qualunque «governo di tregua»: voto subito, già domenica 8 luglio, con la vecchia legge elettorale usata a mo' di ballottaggio. E così, almeno in casa 5 stelle, già ieri sera si dava per morto il governo di garanzia proposto dal capo dello Stato dopo le ultime, infruttuose, consultazioni: «Da noi neppure un voto», diceva il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli. Era da mercoledì che Di Maio, Davide Casaleggio e Beppe Grillo pensavano a come lanciare un ultimo petardo tra i piedi del leader di Forza Italia. E così domenica il candidato premier pentastellato ha fatto un'offerta last minute a Matteo Salvini, senza però togliere il consueto veto su Berlusconi. Una proposta che ha rovinato la domenica sera al Cavaliere, con Salvini che ha provato a convincerlo che in fondo poteva anche limitarsi all'appoggio esterno. Alla fine Berlusconi non c'è cascato, ma a quel punto ecco l'esito che Di Maio e Salvini ormai volevano entrambi: niente «governo del presidente». Il presidente però non ha rinunciato a chiedere un'ultima forma di «responsabilità» ai partiti e così, accanto all'opzione delle elezioni, anche a luglio, da lui pubblicamente sconsigliata ma non esclusa, ieri sera ha piazzato quella appunto di un governo «neutrale» fino a dicembre, formato da gente che promette poi di non candidarsi. «È una bella trovata quella dei non candidabili, e il richiamo di Mattarella è stato molto forte», ammette un grillino, ma Di Maio e soci non ci sentono: «Questi presunti tecnici sono sempre portatori di interessi forti, troppo forti», dicono i capi del Movimento. E Toninelli, in una nota, ha spiegato: «M5s non darà neppure un voto al governo neutrale. Pur senza aver pregiudizi sulle persone, non possiamo permettere che persone senza legittimazione popolare vadano a gestire e risolvere i problemi». Certo, se nella notte Berlusconi ci ripensasse e si piegasse all'appoggio esterno, cambierebbe di nuovo ogni caso. Ma ieri sera il Movimento ha riunito i gruppi parlamentari, per ribadire la linea che Di Maio aveva già spiegata su Facebook alle 17 in punto: Il governo del centrodestra non ha i numeri «e sarebbe un governo dei voltagabbana»; «no a un governo tecnico alla Monti perché non capirebbe le esigenze della popolazione» e quindi «elezioni l'8 luglio, perché le vinciamo noi». Se M5s la spunterà, salterà di fatto il vincolo del doppio mandato con un argomento dialettico escogitato dallo stesso Di Maio: «Se si vota a luglio, possiamo tranquillamente considerare la presente legislatura come se non fosse mai iniziata». Il ritorno alle urne gasa molti esponenti di vertice di M5s che in queste settimane di trattative ad ampio spettro, specie con il Pd, hanno sofferto molto. Il segnale di svolta l'ha dato il comico genovese venerdì scorso, quando ha rilanciato l'uscita dell'Italia dall'euro a mezzo referendum. Elio Lannutti esulta così: «Risorge l'antieuropeismo per tenere testa a Salvini. Troika e Cleptocrazia europea sono i nemici giurati dei popoli liberi». Mentre Carlo Sibilia provoca il Carroccio: «Meglio un governo impossibile con un condannato, che un governo certo con la forza politica più votata e più innovativa d'Italia?». Sono solo due flash che illuminano un Movimento che da ieri sembra ufficialmente in campagna elettorale. E anche con grande sfoggio di ottimismo. Secondo Di Maio, «alle prossime elezioni di luglio, ancora una volta, gli italiani ci sorprenderanno e daranno un segnale fortissimo alle altre forze politiche per farci governare da soli». Che farsene di un governo del presidente, o di tregua, se tanto la legge elettorale «scritta da Renzi e Berlusconi per non farci governare la usiamo subito come un doppio turno?» Di Maio ricorda che «dopo tutto eravamo dati al 29% e invece siamo arrivati al 33% e adesso siamo dati al 35%». E quindi, con due mesi di campagna «pancia a terra», ecco che per il leader napoletano «il 40% è a portata di mano». E da quella soglia, scatta il premio di maggioranza che consente di governare da soli. In tanto ottimismo, va detto che però uno spazio d'ombra un po' angosciante c'è. E si chiama «responsabili». Anche il Movimento, che ha portato in Parlamento almeno un quarto di deputati quasi sconosciuti ai suoi vertici, teme che questo governo tecnico potrebbe raccattare qua e là dei parlamentari che gli offrono una stampella, in cambio della conservazione dello stipendio. Da un lato c'è chi dice, all'interno di M5s, che dopo il precedente della procura di Napoli e della Corte dei conti, che hanno perseguito duramente la compravendita di senatori ai tempi di Romano Prodi, «sarebbe da pazzi fare campagna acquisti in modo spudorato». Dall'altro, c'è un'attenzione quasi ossessiva a cogliere al proprio interno qualunque segnale di malcontento o debolezza, sia economica che, familiare. «A volte basta una moglie preoccupata per un mutuo a far cambiare idea a un deputato sullo scioglimento delle Camere», ammette uno dei grillini più esperti. In ogni caso, sia che si voti a luglio, sia che Mattarella compia il miracolo, il Movimento ha rimesso la cotta di maglia e sfoderato lo spadone. Nella convinzione che i prossimi voti dovrà strapparli alla Lega. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/appoggio-esterno-o-voto-subito-berlusconi-tratta-tutta-la-notte-2566801118.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-trovata-dellesecutivo-neutrale-serve-a-mettere-pressione-ai-partiti" data-post-id="2566801118" data-published-at="1774128823" data-use-pagination="False"> La trovata dell’esecutivo «neutrale» serve a mettere pressione ai partiti Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine del terzo giro di consultazioni al Quirinale, prende atto della impossibilità di raggiungere un accordo tra due dei tre blocchi politici (M5s, centrodestra e Pd) e si prepara a incaricare un premier di sua fiducia che formi un «governo neutrale, di servizio». Mattarella, al termine degli incontri, iniziati con le delegazioni di M5s, centrodestra e Pd, e proseguiti nel pomeriggio con i gruppi minori e i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha spiegato ai giornalisti le sue conclusioni: «Non esiste», ha detto Mattarella, «una maggioranza con la sola Lega e il M5s; si è rivelata impraticabile una maggioranza M5s con il Pd ed è stata sempre affermata da entrambe le parti, l'impossibilità di un'intesa tra il centrodestra e il Partito democratico. Tutte queste indisponibilità mi sono state confermate questa mattina». Agli osservatori più attenti non è sfuggita una considerazione di Mattarella, che a proposito della richiesta del centrodestra di un pre-incarico a Matteo Salvini, ha affermato: «Sin dall'inizio consultazioni ho escluso che si potesse dar vita ad un governo politico di minoranza, anche questa mattina ho ricevuto una richiesta in tal senso che sembra sia già venuta meno. Un governo di minoranza», ha detto Mattarella, «condurrebbe alle elezioni e dunque credo sarebbe più rispettoso per la logica democratica che a portare alle elezioni sia un governo non di parte». Non è chiaro quando e attraverso chi la richiesta del centrodestra sia «venuta meno» nella giornata di ieri. Mattarella ha indicato il percorso che intende seguire: «Dai partiti», ha aggiunto, «fino a pochi giorni a dietro è venuta più volta la richiesta di tempo per raggiungere intese. Può essere utile che si prendano ancora tempo per far maturare una maggioranza politica per una maggioranza di governo. Ma nel frattempo», ha proseguito Mattarella, «consentano che nasca con la fiducia un governo neutrale, di servizio. Laddove si formasse nei prossimi mesi una maggioranza parlamentare si dimetterebbe con immediatezza per un governo politico. Chiederò ai componenti del governo di garanzia l'impegno a non candidarsi alle elezioni politiche». «Il governo presieduto dall'onorevole Gentiloni», ha precisato Mattarella, «che ringrazio per il lavoro che ha svolto e sta svolgendo in questa situazione anomala, ha esaurito la sua funzione e non può essere ulteriormente prorogato in quanto espresso da una maggioranza parlamentare che non c'è più. Ritengo che sia più rispettoso della dinamica democratica», ha sottolineato il capo dello Stato, «che a portare alle elezioni sia un governo non di parte». Mattarella si è detto contrario a nuove elezioni immediate: «L'ipotesi alternativa», ha scandito il presidente della Repubblica, «è indire nuove elezioni subito, ma non vi sono tempi per il voto entro giugno, si potrebbero svolgere in piena estate ma finora è stato evitato perché per gli italiani è difficile esercitare il voto, si potrebbe fissare in autunno». Mattarella ha lasciato, pilatescamente, ai partiti, la scelta tra elezioni anticipate in estate o in autunno o il via libera al «governo neutrale: «Sarebbe la prima volta», ha detto Mattarella, «che il voto popolare non viene utilizzato e non produce alcun effetto. Scelgano i partiti con il loro libero comportamento e nella sede propria parlamentare. Cerchino una maggioranza politica per un governo neutrale entro l'anno oppure nuove elezioni subito, in autunno o nel mese di luglio». Se per il capo dello Stato le elezioni immediate sono una sciagura, anche la prospettiva di votare in autunno presenta molteplici rischi: «Mi compete», ha detto Mattarella, «far presente alcune preoccupazioni: che non vi sia tempo per approvare dopo il voto la legge di bilancio entro fine anno con l'aumento dell'Iva e con gli effetti recessivi che questa tassa comporterebbe il rischio di esporre la nostra situazione economica a manovre e offensive della speculazione finanziaria». Infine, Mattarella ha ammonito sui rischi di tornare al voto con questa stessa legge elettorale: «Vi è il timore», ha detto il presidente della Repubblica, «che a legge elettorale invariata in Parlamento si riproduca la stessa condizione attuale, con tre schieramenti nessuno dei quali con la maggioranza necessaria e con schieramenti probabilmente resi meno disponibili alla collaborazione da una campagna elettorale verosimilmente aspra e polemica». Dunque, Mattarella sceglie di mettere pressione ai partiti politici attraverso la formula del «governo neutrale». Le forze politiche ora si trovano di fronte a un trivio: votare subito, accordare la fiducia al premier che il capo dello Stato, già nelle prossime ore, indicherà, oppure trovare quell'intesa politica che - tra 5 stelle e Lega - forse è ancora possibile.Carlo Tarallo
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci
Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
Continua a leggereRiduci