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2018-05-08
Appoggio esterno o voto subito. Berlusconi tratta tutta la notte
ANSA
Tutto o niente. Il centrodestra non ha nessuna intenzione di assecondare la proposta del presidente del Repubblica e la rigetta con toni differenti. Matteo Salvini è ruggente: «Elezioni subito, maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Silvio Berlusconi lo asseconda con meno fervore: «Il voto non ci spaventa, ma l'estate non aiuta. Meglio andare alle urne in autunno».
La pressione delle parole del presidente si avverte fino a Palazzo Grazioli, dove Berlusconi sembra vedere Sergio Mattarella che lo indica con il dito nervoso, attraverso lo schermo, mentre parla di «offensiva della speculazione», di «prima volta nella storia della Repubblica che la legislatura si scioglie senza essere iniziata» e ancora che «il voto degli italiani rimane inutilizzato». Il capo dello Stato gli ha azzoppato ben tre cavalli di battaglia: il primo un governissimo di coalizione con la benedizione del Quirinale nel quale inserire ministri graditi; il secondo quel governo di centrodestra con Salvini premier che avrebbe dovuto andare a cercare la maggioranza in Parlamento grazie ai responsabili alla Antonio Razzi e Domenico Scilipoti; il terzo un governo di minoranza sostenuto da chi fosse di volta in volta in sintonia con i programmi proposti. Per questo il Cavaliere, nella foto ricordo della terza consultazione, risulta silente, con il broncio e con un incubo peggiore dello stesso Luigi Di Maio: le elezioni alle porte.
Così il centrodestra si ritrova dentro un sogno surreale, come se oggi fosse la mattina del 5 marzo ma senza niente da festeggiare. Politicamente siamo a quel giorno e alla lunga sospensione dell'esistenza che ne è seguita. Siamo alle macerie dell'accordo M5s-Lega con la fattiva collaborazione del leader azzurro, siamo all'implosione del Pd, siamo alle regionali che hanno dato un formidabile risultato di coalizione ma hanno confermato il sorpasso della Lega ovunque, siamo ai rimbrotti di Mattarella. E siamo finalmente alla lunga notte del supervertice di coalizione con Salvini e Giorgia Meloni, organizzato immediatamente dopo le parole del capo dello Stato. Per Berlusconi una non facile notte dell'Innominato, incerto se arrendersi a tornare al voto (con qualche colpa) o dare l'ok all'esecutivo di garanzia, di fatto contro la volontà del suo alleato principale.
Salvini risponde a Mattarella pronunciando e ribadendo parole che non lasciano dubbi: «È fondamentale che il voto degli italiani venga rispettato. Quindi o un governo del centrodestra oppure elezioni il prima possibile, per la prima volta in estate. Non c'è tempo da perdere, non esistono governi tecnici alla Mario Monti, contiamo che Berlusconi mantenga la parola data e abbia la nostra stessa coerenza. Poi gli italiani ci daranno la maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Poi aggiunge per essere ancora più chiaro: «Mattarella vuole un governo neutrale? Per carità, serve un governo coraggioso, determinato e libero, che difenda in Europa il principio del “prima gli italiani", che difenda lavoro e confini, altro che governino per tirare a campare».
La situazione è curiosa perché Mattarella, che secondo gli analisti in doppiopetto non avrebbe mai dato un incarico a Salvini, oggi ne è il più ferreo alleato. Evocando le elezioni a luglio o a ottobre mette pressione a Berlusconi, lo induce a rivedere gli orizzonti. A meno che il Cavaliere elettrico non decida di giocare il tutto per tutto andando alle urne per raggiungere il 40% che farebbe saltare il banco dopo una brevissima ma feroce campagna elettorale. Di quelle che lui, capace di vincere anche nelle situazioni impossibili (ma a un'altra età), conosce molto bene. In attesa di tornare candidabile; per questo fa il tifo per l'autunno.
Oggi le elezioni sono l'incubo del Cavaliere. Per due motivi molto semplici. Primo, nessun indicatore dà Forza Italia in ripresa, anzi continua all'interno del campo di centrodestra l'Opa di Salvini sul partito inventato da Berlusconi con un'idea geniale in quel 1994 che battezzò la Seconda Repubblica. In Molise e in Friuli la Lega ha sfondato, al Nord è una valanga. E una tornata elettorale così ravvicinata, senza correttivi alla legge elettorale, potrebbe cristallizzare questa leadership. Secondo motivo: nei cenacoli leghisti già si parla del partito unico e una parte di Forza Italia spinge per concretizzarlo (Giovanni Toti sul modello Liguria, soprattutto). Due giorni fa Roberto Maroni in un'intervista ne ha addirittura sussurrato il nome: Lega Italia. Il leader naturale oggi sarebbe Salvini, che riuscirebbe così in quell'operazione di successione forzata del fondatore fallita con tutti. Con Pierferdinando Casini, con Angelino Alfano, con Raffaele Fitto, con lo stesso Toti, con Stefano Parisi.
La strada si è ristretta, è diventata un tratturo e i due mesi dedicati ai veti incrociati hanno inquinato ogni pozzo, annullato margini di manovra. Quando un diplomatico naturale come Giancarlo Giorgetti si lascia sfuggire che «Di Maio non conta più un c...» (frase poi parzialmente smentita), significa che siamo ai materassi. Così l'ultimo vertice a tre fra Di Maio, Salvini e Giorgetti si è rivelato utile solo per concordare una data elettorale (8 luglio) che probabilmente non otterranno. A questo punto le elezioni diventano non una scelta, ma una liberazione per rimettersi fra le braccia degli italiani. E chiedere loro di sciogliere il nodo creato da un mix letale fra legge elettorale e politici più affini ad Antonio Cariglia che ad Alcide De Gasperi. Dopo i governi balneari di democristiana memoria ecco l'incubo delle elezioni balneari. La cabina elettorale a righe bianche e blu ce la potevano risparmiare.
L’accordo Di Maio-Salvini? C’è, ma per le elezioni M5s sogna già quota 40%
Non abbiamo giornali, non abbiamo televisioni, non abbiamo i miliardi, non maneggiamo i sondaggi: quindi vinciamo di nuovo e questa volta arriviamo al 40%... È questo quello che si sono detti nel fine settimana i vertici dei 5 stelle, mentre andava in scena l'ultima, fintissima, apertura alla Lega per formare insieme un governo senza Silvio Berlusconi. Ma il vero accordo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, l'hanno trovato per mettere alle spalle al muro Sergio Mattarella e qualunque «governo di tregua»: voto subito, già domenica 8 luglio, con la vecchia legge elettorale usata a mo' di ballottaggio. E così, almeno in casa 5 stelle, già ieri sera si dava per morto il governo di garanzia proposto dal capo dello Stato dopo le ultime, infruttuose, consultazioni: «Da noi neppure un voto», diceva il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli.
Era da mercoledì che Di Maio, Davide Casaleggio e Beppe Grillo pensavano a come lanciare un ultimo petardo tra i piedi del leader di Forza Italia. E così domenica il candidato premier pentastellato ha fatto un'offerta last minute a Matteo Salvini, senza però togliere il consueto veto su Berlusconi. Una proposta che ha rovinato la domenica sera al Cavaliere, con Salvini che ha provato a convincerlo che in fondo poteva anche limitarsi all'appoggio esterno. Alla fine Berlusconi non c'è cascato, ma a quel punto ecco l'esito che Di Maio e Salvini ormai volevano entrambi: niente «governo del presidente».
Il presidente però non ha rinunciato a chiedere un'ultima forma di «responsabilità» ai partiti e così, accanto all'opzione delle elezioni, anche a luglio, da lui pubblicamente sconsigliata ma non esclusa, ieri sera ha piazzato quella appunto di un governo «neutrale» fino a dicembre, formato da gente che promette poi di non candidarsi. «È una bella trovata quella dei non candidabili, e il richiamo di Mattarella è stato molto forte», ammette un grillino, ma Di Maio e soci non ci sentono: «Questi presunti tecnici sono sempre portatori di interessi forti, troppo forti», dicono i capi del Movimento. E Toninelli, in una nota, ha spiegato: «M5s non darà neppure un voto al governo neutrale. Pur senza aver pregiudizi sulle persone, non possiamo permettere che persone senza legittimazione popolare vadano a gestire e risolvere i problemi». Certo, se nella notte Berlusconi ci ripensasse e si piegasse all'appoggio esterno, cambierebbe di nuovo ogni caso. Ma ieri sera il Movimento ha riunito i gruppi parlamentari, per ribadire la linea che Di Maio aveva già spiegata su Facebook alle 17 in punto: Il governo del centrodestra non ha i numeri «e sarebbe un governo dei voltagabbana»; «no a un governo tecnico alla Monti perché non capirebbe le esigenze della popolazione» e quindi «elezioni l'8 luglio, perché le vinciamo noi». Se M5s la spunterà, salterà di fatto il vincolo del doppio mandato con un argomento dialettico escogitato dallo stesso Di Maio: «Se si vota a luglio, possiamo tranquillamente considerare la presente legislatura come se non fosse mai iniziata».
Il ritorno alle urne gasa molti esponenti di vertice di M5s che in queste settimane di trattative ad ampio spettro, specie con il Pd, hanno sofferto molto. Il segnale di svolta l'ha dato il comico genovese venerdì scorso, quando ha rilanciato l'uscita dell'Italia dall'euro a mezzo referendum. Elio Lannutti esulta così: «Risorge l'antieuropeismo per tenere testa a Salvini. Troika e Cleptocrazia europea sono i nemici giurati dei popoli liberi». Mentre Carlo Sibilia provoca il Carroccio: «Meglio un governo impossibile con un condannato, che un governo certo con la forza politica più votata e più innovativa d'Italia?». Sono solo due flash che illuminano un Movimento che da ieri sembra ufficialmente in campagna elettorale. E anche con grande sfoggio di ottimismo.
Secondo Di Maio, «alle prossime elezioni di luglio, ancora una volta, gli italiani ci sorprenderanno e daranno un segnale fortissimo alle altre forze politiche per farci governare da soli». Che farsene di un governo del presidente, o di tregua, se tanto la legge elettorale «scritta da Renzi e Berlusconi per non farci governare la usiamo subito come un doppio turno?» Di Maio ricorda che «dopo tutto eravamo dati al 29% e invece siamo arrivati al 33% e adesso siamo dati al 35%». E quindi, con due mesi di campagna «pancia a terra», ecco che per il leader napoletano «il 40% è a portata di mano». E da quella soglia, scatta il premio di maggioranza che consente di governare da soli.
In tanto ottimismo, va detto che però uno spazio d'ombra un po' angosciante c'è. E si chiama «responsabili». Anche il Movimento, che ha portato in Parlamento almeno un quarto di deputati quasi sconosciuti ai suoi vertici, teme che questo governo tecnico potrebbe raccattare qua e là dei parlamentari che gli offrono una stampella, in cambio della conservazione dello stipendio. Da un lato c'è chi dice, all'interno di M5s, che dopo il precedente della procura di Napoli e della Corte dei conti, che hanno perseguito duramente la compravendita di senatori ai tempi di Romano Prodi, «sarebbe da pazzi fare campagna acquisti in modo spudorato». Dall'altro, c'è un'attenzione quasi ossessiva a cogliere al proprio interno qualunque segnale di malcontento o debolezza, sia economica che, familiare. «A volte basta una moglie preoccupata per un mutuo a far cambiare idea a un deputato sullo scioglimento delle Camere», ammette uno dei grillini più esperti.
In ogni caso, sia che si voti a luglio, sia che Mattarella compia il miracolo, il Movimento ha rimesso la cotta di maglia e sfoderato lo spadone. Nella convinzione che i prossimi voti dovrà strapparli alla Lega.
Francesco Bonazzi
La trovata dell’esecutivo «neutrale» serve a mettere pressione ai partiti
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine del terzo giro di consultazioni al Quirinale, prende atto della impossibilità di raggiungere un accordo tra due dei tre blocchi politici (M5s, centrodestra e Pd) e si prepara a incaricare un premier di sua fiducia che formi un «governo neutrale, di servizio». Mattarella, al termine degli incontri, iniziati con le delegazioni di M5s, centrodestra e Pd, e proseguiti nel pomeriggio con i gruppi minori e i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha spiegato ai giornalisti le sue conclusioni: «Non esiste», ha detto Mattarella, «una maggioranza con la sola Lega e il M5s; si è rivelata impraticabile una maggioranza M5s con il Pd ed è stata sempre affermata da entrambe le parti, l'impossibilità di un'intesa tra il centrodestra e il Partito democratico. Tutte queste indisponibilità mi sono state confermate questa mattina».
Agli osservatori più attenti non è sfuggita una considerazione di Mattarella, che a proposito della richiesta del centrodestra di un pre-incarico a Matteo Salvini, ha affermato: «Sin dall'inizio consultazioni ho escluso che si potesse dar vita ad un governo politico di minoranza, anche questa mattina ho ricevuto una richiesta in tal senso che sembra sia già venuta meno. Un governo di minoranza», ha detto Mattarella, «condurrebbe alle elezioni e dunque credo sarebbe più rispettoso per la logica democratica che a portare alle elezioni sia un governo non di parte». Non è chiaro quando e attraverso chi la richiesta del centrodestra sia «venuta meno» nella giornata di ieri.
Mattarella ha indicato il percorso che intende seguire: «Dai partiti», ha aggiunto, «fino a pochi giorni a dietro è venuta più volta la richiesta di tempo per raggiungere intese. Può essere utile che si prendano ancora tempo per far maturare una maggioranza politica per una maggioranza di governo. Ma nel frattempo», ha proseguito Mattarella, «consentano che nasca con la fiducia un governo neutrale, di servizio. Laddove si formasse nei prossimi mesi una maggioranza parlamentare si dimetterebbe con immediatezza per un governo politico. Chiederò ai componenti del governo di garanzia l'impegno a non candidarsi alle elezioni politiche».
«Il governo presieduto dall'onorevole Gentiloni», ha precisato Mattarella, «che ringrazio per il lavoro che ha svolto e sta svolgendo in questa situazione anomala, ha esaurito la sua funzione e non può essere ulteriormente prorogato in quanto espresso da una maggioranza parlamentare che non c'è più. Ritengo che sia più rispettoso della dinamica democratica», ha sottolineato il capo dello Stato, «che a portare alle elezioni sia un governo non di parte».
Mattarella si è detto contrario a nuove elezioni immediate: «L'ipotesi alternativa», ha scandito il presidente della Repubblica, «è indire nuove elezioni subito, ma non vi sono tempi per il voto entro giugno, si potrebbero svolgere in piena estate ma finora è stato evitato perché per gli italiani è difficile esercitare il voto, si potrebbe fissare in autunno».
Mattarella ha lasciato, pilatescamente, ai partiti, la scelta tra elezioni anticipate in estate o in autunno o il via libera al «governo neutrale: «Sarebbe la prima volta», ha detto Mattarella, «che il voto popolare non viene utilizzato e non produce alcun effetto. Scelgano i partiti con il loro libero comportamento e nella sede propria parlamentare. Cerchino una maggioranza politica per un governo neutrale entro l'anno oppure nuove elezioni subito, in autunno o nel mese di luglio».
Se per il capo dello Stato le elezioni immediate sono una sciagura, anche la prospettiva di votare in autunno presenta molteplici rischi: «Mi compete», ha detto Mattarella, «far presente alcune preoccupazioni: che non vi sia tempo per approvare dopo il voto la legge di bilancio entro fine anno con l'aumento dell'Iva e con gli effetti recessivi che questa tassa comporterebbe il rischio di esporre la nostra situazione economica a manovre e offensive della speculazione finanziaria».
Infine, Mattarella ha ammonito sui rischi di tornare al voto con questa stessa legge elettorale: «Vi è il timore», ha detto il presidente della Repubblica, «che a legge elettorale invariata in Parlamento si riproduca la stessa condizione attuale, con tre schieramenti nessuno dei quali con la maggioranza necessaria e con schieramenti probabilmente resi meno disponibili alla collaborazione da una campagna elettorale verosimilmente aspra e polemica».
Dunque, Mattarella sceglie di mettere pressione ai partiti politici attraverso la formula del «governo neutrale». Le forze politiche ora si trovano di fronte a un trivio: votare subito, accordare la fiducia al premier che il capo dello Stato, già nelle prossime ore, indicherà, oppure trovare quell'intesa politica che - tra 5 stelle e Lega - forse è ancora possibile.
Carlo Tarallo
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Il Quirinale boccia gli scenari più graditi al Cavaliere. Le elezioni sono un rischio, perché la Lega può inghiottire Forza Italia. Spaccatura sulla data: il Cav preferisce aspettare almeno l'autunno.Il Movimento è già in campagna elettorale, convinto che la soglia per governare da solo sia raggiungibile. Il no al governo «neutro» è granitico, ma c'è l'ombra «responsabili».Il presidente pronto a sostituire Gentiloni con un tecnico fino a dicembre. Ma, senza fiducia, non porrà veti a elezioni in estate o autunno. E lascia uno spiraglio a una maggioranza politica: messaggio a Lega e M5s.Tutto o niente. Il centrodestra non ha nessuna intenzione di assecondare la proposta del presidente del Repubblica e la rigetta con toni differenti. Matteo Salvini è ruggente: «Elezioni subito, maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Silvio Berlusconi lo asseconda con meno fervore: «Il voto non ci spaventa, ma l'estate non aiuta. Meglio andare alle urne in autunno». La pressione delle parole del presidente si avverte fino a Palazzo Grazioli, dove Berlusconi sembra vedere Sergio Mattarella che lo indica con il dito nervoso, attraverso lo schermo, mentre parla di «offensiva della speculazione», di «prima volta nella storia della Repubblica che la legislatura si scioglie senza essere iniziata» e ancora che «il voto degli italiani rimane inutilizzato». Il capo dello Stato gli ha azzoppato ben tre cavalli di battaglia: il primo un governissimo di coalizione con la benedizione del Quirinale nel quale inserire ministri graditi; il secondo quel governo di centrodestra con Salvini premier che avrebbe dovuto andare a cercare la maggioranza in Parlamento grazie ai responsabili alla Antonio Razzi e Domenico Scilipoti; il terzo un governo di minoranza sostenuto da chi fosse di volta in volta in sintonia con i programmi proposti. Per questo il Cavaliere, nella foto ricordo della terza consultazione, risulta silente, con il broncio e con un incubo peggiore dello stesso Luigi Di Maio: le elezioni alle porte.Così il centrodestra si ritrova dentro un sogno surreale, come se oggi fosse la mattina del 5 marzo ma senza niente da festeggiare. Politicamente siamo a quel giorno e alla lunga sospensione dell'esistenza che ne è seguita. Siamo alle macerie dell'accordo M5s-Lega con la fattiva collaborazione del leader azzurro, siamo all'implosione del Pd, siamo alle regionali che hanno dato un formidabile risultato di coalizione ma hanno confermato il sorpasso della Lega ovunque, siamo ai rimbrotti di Mattarella. E siamo finalmente alla lunga notte del supervertice di coalizione con Salvini e Giorgia Meloni, organizzato immediatamente dopo le parole del capo dello Stato. Per Berlusconi una non facile notte dell'Innominato, incerto se arrendersi a tornare al voto (con qualche colpa) o dare l'ok all'esecutivo di garanzia, di fatto contro la volontà del suo alleato principale. Salvini risponde a Mattarella pronunciando e ribadendo parole che non lasciano dubbi: «È fondamentale che il voto degli italiani venga rispettato. Quindi o un governo del centrodestra oppure elezioni il prima possibile, per la prima volta in estate. Non c'è tempo da perdere, non esistono governi tecnici alla Mario Monti, contiamo che Berlusconi mantenga la parola data e abbia la nostra stessa coerenza. Poi gli italiani ci daranno la maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Poi aggiunge per essere ancora più chiaro: «Mattarella vuole un governo neutrale? Per carità, serve un governo coraggioso, determinato e libero, che difenda in Europa il principio del “prima gli italiani", che difenda lavoro e confini, altro che governino per tirare a campare».La situazione è curiosa perché Mattarella, che secondo gli analisti in doppiopetto non avrebbe mai dato un incarico a Salvini, oggi ne è il più ferreo alleato. Evocando le elezioni a luglio o a ottobre mette pressione a Berlusconi, lo induce a rivedere gli orizzonti. A meno che il Cavaliere elettrico non decida di giocare il tutto per tutto andando alle urne per raggiungere il 40% che farebbe saltare il banco dopo una brevissima ma feroce campagna elettorale. Di quelle che lui, capace di vincere anche nelle situazioni impossibili (ma a un'altra età), conosce molto bene. In attesa di tornare candidabile; per questo fa il tifo per l'autunno.Oggi le elezioni sono l'incubo del Cavaliere. Per due motivi molto semplici. Primo, nessun indicatore dà Forza Italia in ripresa, anzi continua all'interno del campo di centrodestra l'Opa di Salvini sul partito inventato da Berlusconi con un'idea geniale in quel 1994 che battezzò la Seconda Repubblica. In Molise e in Friuli la Lega ha sfondato, al Nord è una valanga. E una tornata elettorale così ravvicinata, senza correttivi alla legge elettorale, potrebbe cristallizzare questa leadership. Secondo motivo: nei cenacoli leghisti già si parla del partito unico e una parte di Forza Italia spinge per concretizzarlo (Giovanni Toti sul modello Liguria, soprattutto). Due giorni fa Roberto Maroni in un'intervista ne ha addirittura sussurrato il nome: Lega Italia. Il leader naturale oggi sarebbe Salvini, che riuscirebbe così in quell'operazione di successione forzata del fondatore fallita con tutti. Con Pierferdinando Casini, con Angelino Alfano, con Raffaele Fitto, con lo stesso Toti, con Stefano Parisi.La strada si è ristretta, è diventata un tratturo e i due mesi dedicati ai veti incrociati hanno inquinato ogni pozzo, annullato margini di manovra. Quando un diplomatico naturale come Giancarlo Giorgetti si lascia sfuggire che «Di Maio non conta più un c...» (frase poi parzialmente smentita), significa che siamo ai materassi. Così l'ultimo vertice a tre fra Di Maio, Salvini e Giorgetti si è rivelato utile solo per concordare una data elettorale (8 luglio) che probabilmente non otterranno. A questo punto le elezioni diventano non una scelta, ma una liberazione per rimettersi fra le braccia degli italiani. E chiedere loro di sciogliere il nodo creato da un mix letale fra legge elettorale e politici più affini ad Antonio Cariglia che ad Alcide De Gasperi. Dopo i governi balneari di democristiana memoria ecco l'incubo delle elezioni balneari. 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Ma il vero accordo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, l'hanno trovato per mettere alle spalle al muro Sergio Mattarella e qualunque «governo di tregua»: voto subito, già domenica 8 luglio, con la vecchia legge elettorale usata a mo' di ballottaggio. E così, almeno in casa 5 stelle, già ieri sera si dava per morto il governo di garanzia proposto dal capo dello Stato dopo le ultime, infruttuose, consultazioni: «Da noi neppure un voto», diceva il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli. Era da mercoledì che Di Maio, Davide Casaleggio e Beppe Grillo pensavano a come lanciare un ultimo petardo tra i piedi del leader di Forza Italia. E così domenica il candidato premier pentastellato ha fatto un'offerta last minute a Matteo Salvini, senza però togliere il consueto veto su Berlusconi. Una proposta che ha rovinato la domenica sera al Cavaliere, con Salvini che ha provato a convincerlo che in fondo poteva anche limitarsi all'appoggio esterno. Alla fine Berlusconi non c'è cascato, ma a quel punto ecco l'esito che Di Maio e Salvini ormai volevano entrambi: niente «governo del presidente». Il presidente però non ha rinunciato a chiedere un'ultima forma di «responsabilità» ai partiti e così, accanto all'opzione delle elezioni, anche a luglio, da lui pubblicamente sconsigliata ma non esclusa, ieri sera ha piazzato quella appunto di un governo «neutrale» fino a dicembre, formato da gente che promette poi di non candidarsi. «È una bella trovata quella dei non candidabili, e il richiamo di Mattarella è stato molto forte», ammette un grillino, ma Di Maio e soci non ci sentono: «Questi presunti tecnici sono sempre portatori di interessi forti, troppo forti», dicono i capi del Movimento. E Toninelli, in una nota, ha spiegato: «M5s non darà neppure un voto al governo neutrale. Pur senza aver pregiudizi sulle persone, non possiamo permettere che persone senza legittimazione popolare vadano a gestire e risolvere i problemi». Certo, se nella notte Berlusconi ci ripensasse e si piegasse all'appoggio esterno, cambierebbe di nuovo ogni caso. Ma ieri sera il Movimento ha riunito i gruppi parlamentari, per ribadire la linea che Di Maio aveva già spiegata su Facebook alle 17 in punto: Il governo del centrodestra non ha i numeri «e sarebbe un governo dei voltagabbana»; «no a un governo tecnico alla Monti perché non capirebbe le esigenze della popolazione» e quindi «elezioni l'8 luglio, perché le vinciamo noi». Se M5s la spunterà, salterà di fatto il vincolo del doppio mandato con un argomento dialettico escogitato dallo stesso Di Maio: «Se si vota a luglio, possiamo tranquillamente considerare la presente legislatura come se non fosse mai iniziata». Il ritorno alle urne gasa molti esponenti di vertice di M5s che in queste settimane di trattative ad ampio spettro, specie con il Pd, hanno sofferto molto. Il segnale di svolta l'ha dato il comico genovese venerdì scorso, quando ha rilanciato l'uscita dell'Italia dall'euro a mezzo referendum. Elio Lannutti esulta così: «Risorge l'antieuropeismo per tenere testa a Salvini. Troika e Cleptocrazia europea sono i nemici giurati dei popoli liberi». Mentre Carlo Sibilia provoca il Carroccio: «Meglio un governo impossibile con un condannato, che un governo certo con la forza politica più votata e più innovativa d'Italia?». Sono solo due flash che illuminano un Movimento che da ieri sembra ufficialmente in campagna elettorale. E anche con grande sfoggio di ottimismo. Secondo Di Maio, «alle prossime elezioni di luglio, ancora una volta, gli italiani ci sorprenderanno e daranno un segnale fortissimo alle altre forze politiche per farci governare da soli». Che farsene di un governo del presidente, o di tregua, se tanto la legge elettorale «scritta da Renzi e Berlusconi per non farci governare la usiamo subito come un doppio turno?» Di Maio ricorda che «dopo tutto eravamo dati al 29% e invece siamo arrivati al 33% e adesso siamo dati al 35%». E quindi, con due mesi di campagna «pancia a terra», ecco che per il leader napoletano «il 40% è a portata di mano». E da quella soglia, scatta il premio di maggioranza che consente di governare da soli. In tanto ottimismo, va detto che però uno spazio d'ombra un po' angosciante c'è. E si chiama «responsabili». Anche il Movimento, che ha portato in Parlamento almeno un quarto di deputati quasi sconosciuti ai suoi vertici, teme che questo governo tecnico potrebbe raccattare qua e là dei parlamentari che gli offrono una stampella, in cambio della conservazione dello stipendio. Da un lato c'è chi dice, all'interno di M5s, che dopo il precedente della procura di Napoli e della Corte dei conti, che hanno perseguito duramente la compravendita di senatori ai tempi di Romano Prodi, «sarebbe da pazzi fare campagna acquisti in modo spudorato». Dall'altro, c'è un'attenzione quasi ossessiva a cogliere al proprio interno qualunque segnale di malcontento o debolezza, sia economica che, familiare. «A volte basta una moglie preoccupata per un mutuo a far cambiare idea a un deputato sullo scioglimento delle Camere», ammette uno dei grillini più esperti. In ogni caso, sia che si voti a luglio, sia che Mattarella compia il miracolo, il Movimento ha rimesso la cotta di maglia e sfoderato lo spadone. Nella convinzione che i prossimi voti dovrà strapparli alla Lega. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/appoggio-esterno-o-voto-subito-berlusconi-tratta-tutta-la-notte-2566801118.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-trovata-dellesecutivo-neutrale-serve-a-mettere-pressione-ai-partiti" data-post-id="2566801118" data-published-at="1778057977" data-use-pagination="False"> La trovata dell’esecutivo «neutrale» serve a mettere pressione ai partiti Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine del terzo giro di consultazioni al Quirinale, prende atto della impossibilità di raggiungere un accordo tra due dei tre blocchi politici (M5s, centrodestra e Pd) e si prepara a incaricare un premier di sua fiducia che formi un «governo neutrale, di servizio». Mattarella, al termine degli incontri, iniziati con le delegazioni di M5s, centrodestra e Pd, e proseguiti nel pomeriggio con i gruppi minori e i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha spiegato ai giornalisti le sue conclusioni: «Non esiste», ha detto Mattarella, «una maggioranza con la sola Lega e il M5s; si è rivelata impraticabile una maggioranza M5s con il Pd ed è stata sempre affermata da entrambe le parti, l'impossibilità di un'intesa tra il centrodestra e il Partito democratico. Tutte queste indisponibilità mi sono state confermate questa mattina». Agli osservatori più attenti non è sfuggita una considerazione di Mattarella, che a proposito della richiesta del centrodestra di un pre-incarico a Matteo Salvini, ha affermato: «Sin dall'inizio consultazioni ho escluso che si potesse dar vita ad un governo politico di minoranza, anche questa mattina ho ricevuto una richiesta in tal senso che sembra sia già venuta meno. Un governo di minoranza», ha detto Mattarella, «condurrebbe alle elezioni e dunque credo sarebbe più rispettoso per la logica democratica che a portare alle elezioni sia un governo non di parte». Non è chiaro quando e attraverso chi la richiesta del centrodestra sia «venuta meno» nella giornata di ieri. Mattarella ha indicato il percorso che intende seguire: «Dai partiti», ha aggiunto, «fino a pochi giorni a dietro è venuta più volta la richiesta di tempo per raggiungere intese. Può essere utile che si prendano ancora tempo per far maturare una maggioranza politica per una maggioranza di governo. Ma nel frattempo», ha proseguito Mattarella, «consentano che nasca con la fiducia un governo neutrale, di servizio. Laddove si formasse nei prossimi mesi una maggioranza parlamentare si dimetterebbe con immediatezza per un governo politico. Chiederò ai componenti del governo di garanzia l'impegno a non candidarsi alle elezioni politiche». «Il governo presieduto dall'onorevole Gentiloni», ha precisato Mattarella, «che ringrazio per il lavoro che ha svolto e sta svolgendo in questa situazione anomala, ha esaurito la sua funzione e non può essere ulteriormente prorogato in quanto espresso da una maggioranza parlamentare che non c'è più. Ritengo che sia più rispettoso della dinamica democratica», ha sottolineato il capo dello Stato, «che a portare alle elezioni sia un governo non di parte». Mattarella si è detto contrario a nuove elezioni immediate: «L'ipotesi alternativa», ha scandito il presidente della Repubblica, «è indire nuove elezioni subito, ma non vi sono tempi per il voto entro giugno, si potrebbero svolgere in piena estate ma finora è stato evitato perché per gli italiani è difficile esercitare il voto, si potrebbe fissare in autunno». Mattarella ha lasciato, pilatescamente, ai partiti, la scelta tra elezioni anticipate in estate o in autunno o il via libera al «governo neutrale: «Sarebbe la prima volta», ha detto Mattarella, «che il voto popolare non viene utilizzato e non produce alcun effetto. Scelgano i partiti con il loro libero comportamento e nella sede propria parlamentare. Cerchino una maggioranza politica per un governo neutrale entro l'anno oppure nuove elezioni subito, in autunno o nel mese di luglio». Se per il capo dello Stato le elezioni immediate sono una sciagura, anche la prospettiva di votare in autunno presenta molteplici rischi: «Mi compete», ha detto Mattarella, «far presente alcune preoccupazioni: che non vi sia tempo per approvare dopo il voto la legge di bilancio entro fine anno con l'aumento dell'Iva e con gli effetti recessivi che questa tassa comporterebbe il rischio di esporre la nostra situazione economica a manovre e offensive della speculazione finanziaria». Infine, Mattarella ha ammonito sui rischi di tornare al voto con questa stessa legge elettorale: «Vi è il timore», ha detto il presidente della Repubblica, «che a legge elettorale invariata in Parlamento si riproduca la stessa condizione attuale, con tre schieramenti nessuno dei quali con la maggioranza necessaria e con schieramenti probabilmente resi meno disponibili alla collaborazione da una campagna elettorale verosimilmente aspra e polemica». Dunque, Mattarella sceglie di mettere pressione ai partiti politici attraverso la formula del «governo neutrale». Le forze politiche ora si trovano di fronte a un trivio: votare subito, accordare la fiducia al premier che il capo dello Stato, già nelle prossime ore, indicherà, oppure trovare quell'intesa politica che - tra 5 stelle e Lega - forse è ancora possibile.Carlo Tarallo
Marco Rubio (Ansa)
Pur non avendo mai difeso l’idea che il regime khomeinista possa entrare in possesso dell’arma atomica, il pontefice si è più volte mostrato critico verso la guerra in Iran, auspicando una sua risoluzione diplomatica. «Il Papa va avanti per la sua strada, nel senso di predicare il Vangelo, di predicare la pace - come direbbe San Paolo - opportune et importune», ha dichiarato il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, commentando le parole di Trump. Parole che sono state bollate come «non condivisibili» anche dal vicepremier Antonio Tajani. In serata, poi, ha risposto anche il pontefice: «La missione della Chiesa è predicare il Vangelo e la pace. Se qualcuno vuole criticarmi per annunciare il Vangelo, lo faccia. La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi non c’è alcun dubbio».
Le nuove fibrillazioni tra la Casa Bianca e la Santa Sede si sono registrate poco prima dell’incontro, previsto per domani al Palazzo apostolico, tra il segretario di Stato americano, Marco Rubio, e lo stesso Leone: un incontro che, almeno in origine, avrebbe dovuto avviare una fase di disgelo nei rapporti tra Trump e il Papa. È del resto cosa nota che Rubio sia cattolico. Un dettaglio, questo, non certo trascurabile: il fatto che il presidente americano avesse inviato lui a Roma era infatti stato letto come una sorta di mano tesa al pontefice, per archiviare lo scontro che si era registrato il mese scorso.
Adesso, dopo le nuove tensioni, la situazione potrebbe tornare a complicarsi. Ieri, l’ambasciatore americano presso la Santa Sede, Brian Burch, ha, sì, cercato di gettare acqua sul fuoco, ma, tra le righe, ha anche lasciato intendere che il faccia a faccia di domani potrebbe non rivelarsi totalmente in discesa. «Le nazioni hanno divergenze, e credo che uno dei modi per superarle sia attraverso la fraternità e un dialogo autentico. Credo che il segretario sia venuto qui con questo spirito: per avere una conversazione franca sulla politica statunitense, per impegnarsi in un dialogo», ha affermato, riferendosi a Rubio. Ora, non è un mistero che, quando in diplomazia si parla di «conversazioni franche», ci si riferisce a discussioni che, a porte chiuse, possono anche arrivare a una certa asprezza.
Al di là della già citata guerra in Iran, i vescovi statunitensi (e la Santa Sede) sono assai critici verso le politiche della Casa Bianca su immigrazione clandestina e ambiente. È tuttavia anche strano che il presidente americano torni a polemizzare con il Papa a due giorni dalla visita distensiva di Rubio. Come si può interpretare questo paradosso? Una chiave di lettura è che la freddezza dell’amministrazione Trump sia in realtà rivolta nei confronti di Parolin. Il mondo repubblicano americano non ha mai amato l’attuale cardinale segretario di Stato, ritenendolo il principale artefice del controverso accordo tra Santa Sede e Cina sulla nomina dei vescovi: accordo che, firmato la prima volta nel 2018, è stato rinnovato nel 2024 e che il cardinal segretario di Stato, a ottobre scorso, è tornato a difendere, definendolo un «seme di speranza».
Un’intesa, quella con Pechino, che, oltre a Parolin, è stata sostenuta ai tempi del pontificato di Francesco da vari ambienti all’interno della Chiesa: dalla Compagnia di Gesù alla Comunità di Sant’Egidio. Sarà un caso ma, proprio ieri, il fondatore della stessa Sant’Egidio, Andrea Riccardi, è tornato a promuovere la distensione tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese. «Rubio conosce bene l’interlocuzione vaticana con la Cina. La Santa Sede verso Pechino non è guidata da calcoli politici, ma da una visione pastorale. Oggi Pechino, che ha voce in capitolo in scenari come l’Iran, è consapevole che la Santa Sede ha un ruolo internazionale», ha dichiarato alla Stampa.
Non è un mistero che i settori maggiormente filocinesi della Chiesa uscirono sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In tal senso, Trump, che già durante il primo mandato si era opposto all’intesa con Pechino sui vescovi, si aspettava un cambio di passo più marcato rispetto alla politica della Santa Sede nei confronti della Repubblica popolare. Un cambio di passo che, agli occhi della Casa Bianca, non si sarebbe tuttavia ancora verificato. E qui il ruolo di Rubio, nella sua imminente visita vaticana, acquisisce una nuova luce: il segretario di Stato americano, , che ieri ha avuto una telefonata «costruttiva» con l’omologo russo Sergej Lavrov, è, sì, cattolico, ma nell’attuale amministrazione statunitense è anche un notorio falco anticinese. Da senatore della Florida, nel 2018, fu un aspro critico dell’accordo tra Cina e Santa Sede. Del resto, per la Casa Bianca il tema è geopolitico.
Trump ha rilanciato la Dottrina Monroe con l’obiettivo di escludere Pechino dall’Emisfero occidentale. In questo quadro, è noto come l’influenza cinese sia storicamente assai significativa su un’area, l’America Latina, la cui popolazione è a maggioranza cattolica. Non a caso, il Dipartimento di Stato americano ha fatto sapere che, domani, Rubio e il Papa parleranno anche di questioni legate all’Emisfero occidentale. Leone, che pure ha parzialmente ripreso a spostare il baricentro della politica estera vaticana più a Occidente rispetto al predecessore, manterrà probabilmente il suo approccio dialettico con Washington, facendo tuttavia attenzione a quegli ambienti che cercano di spingerlo verso una rottura irreparabile con il governo statunitense.
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Donald Trump (Ansa)
Le esplosioni udite in diverse aree del Paese, ha spiegato il ministero della Difesa emiratino in una comunicazione diffusa su X, sono state provocate dall’attivazione dei sistemi di difesa aerea, entrati in funzione per neutralizzare gli attacchi in arrivo ed evitare conseguenze più gravi sul territorio. A sostegno degli Emirati è intervenuta anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha espresso «vicinanza per gli ingiustificabili attacchi». Parole che riflettono la crescente preoccupazione europea per le ricadute strategiche ed economiche della crisi.
Proprio nello Stretto si è registrato uno degli episodi più rilevanti delle ultime ore. Due cacciatorpediniere statunitensi, la Uss Truxtun e la Uss Mason, hanno attraversato Hormuz entrando nel Golfo Persico sotto forte pressione militare. Secondo fonti della difesa americana citate da Cbs, le unità navali sarebbero state bersaglio di un’azione coordinata attribuita all’Iran, condotta con missili, droni e piccole imbarcazioni veloci nel tentativo di saturare le difese americane. I sistemi difensivi di bordo, sostenuti da elicotteri Apache e dai droni, sono riusciti a intercettare e respingere tutte le minacce. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sottolineato che «il cessate il fuoco regge», pur riconoscendo la complessità della situazione operativa. «Ci aspettavamo problemi iniziali e ci siamo difesi con tutte le nostre forze», ha dichiarato, invitando Teheran a mantenere le proprie azioni sotto la soglia che farebbe saltare la tregua. «Nessun avversario deve confondere la nostra moderazione con una mancanza di determinazione», ha avvertito il capo degli Stati maggiori riuniti Dan Caine. Sul piano politico, la Casa Bianca continua a muoversi su una linea ambivalente. Donald Trump, che ha definito «scaramucce» gli scontri di questi giorni, alterna aperture diplomatiche e dichiarazioni muscolari, sostenendo da un lato che l’Iran «non ha alcuna possibilità» in un confronto diretto, dall’altro lasciando intendere che un ritorno alle operazioni militari potrebbe essere deciso in tempi brevi se lo stallo negoziale dovesse proseguire. Trump ha anche affermato che vorrebbe che «l’economia iraniana fallisse». In questo contesto si inseriscono nuovi tentativi di mediazione. Fonti diplomatiche hanno riferito che il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, durante una telefonata con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha indicato la disponibilità di Baghdad a svolgere un ruolo di ponte tra Teheran e Washington. Proseguono anche altri contatti su più livelli. Il ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar ha confermato l’esistenza di consultazioni per raggiungere un’intesa «vantaggiosa per entrambe le parti». Il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi è invece atteso a Pechino per colloqui con il ministro cinese Wang Yi, segnale dell’attivazione del canale asiatico nel tentativo di sbloccare il negoziato e riequilibrare le pressioni occidentali.
Sempre su questo fronte, Trump ha annunciato che discuterà della crisi con il presidente cinese Xi Jinping durante il vertice bilaterale previsto a Pechino il 14 e 15 maggio. L’incontro, già rinviato in precedenza a causa dell’escalation, si svolgerà in un clima di forte tensione internazionale e con inevitabili ripercussioni sui mercati finanziari globali. Parlando alla Casa Bianca, il presidente americano ha cercato di minimizzare le frizioni con Pechino, definendo Xi «molto rispettoso» e sottolineando che la Cina «non sta sfidando» gli Stati Uniti, pur restando uno dei principali importatori di petrolio iraniano. Lo stesso Trump, intervenendo nello Studio Ovale, ha affrontato anche il tema delle proteste interne in Iran e dell’ipotesi di un sostegno armato ai manifestanti. «Gli iraniani vogliono protestare ma non hanno armi», ha dichiarato, descrivendo uno scenario in cui grandi folle disarmate si troverebbero esposte alla repressione e manifestando l’intenzione di fornirgliele. Sul versante interno iraniano emergono intanto segnali di tensione. Secondo fonti citate da Iran International, Masoud Pezeshkian avrebbe espresso irritazione per le iniziative dei pasdaran, giudicate «irresponsabili». A questo si aggiunge lo scontro sul piano informativo: il social X ha rimosso la spunta blu dagli account ufficiali del ministero degli Esteri iraniano, provocando la protesta di Teheran, che ha denunciato una «censura selettiva». Proprio da Teheran, nelle stesse ore, è arrivato un messaggio diretto sul controllo delle rotte marittime. La Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito le imbarcazioni in transito nello Stretto di Hormuz a non utilizzare percorsi non autorizzati, ribadendo che «l’unica rotta sicura è il corridoio precedentemente annunciato dall’Iran» e minacciando una «risposta decisa» in caso contrario. Resta aperto anche il dossier nucleare. Il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha espresso preoccupazione per l’assenza di controlli efficaci, mentre l’intelligence americana ritiene che i tempi per la costruzione di un’arma nucleare non siano cambiati in modo significativo. Trump ha rilanciato sostenendo che l’Iran sarebbe «a due settimane» dalla bomba, giustificando così la linea dura. Nel frattempo Israele valuta nuovi scenari operativi, mentre sul piano economico emergono timidi segnali di ripresa. Maersk ha confermato il passaggio di una propria nave nello Stretto di Hormuz sotto scorta americana, senza incidenti: un segnale positivo, ma non sufficiente a ridurre i rischi di escalation. Intanto Teheran irrigidisce il controllo: secondo Mohammad Bagher Ghalibaf «la nuova equazione dello Stretto si sta consolidando» e, come riportato da Press Tv, le navi dovranno attenersi a istruzioni inviate via e-mail dalla Persian Gulf Strait Authority. Solo chi rispetta le nuove regole otterrà il via libera al transito. Resta da capire però quanto durerà questa stretta.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 maggio con Carlo Cambi
Il padiglione della Russia alla Biennale di Venezia 2026 (Ansa)
Si chiama eterogenesi dei fini e significa che, all’opposto dell’obiettivo di stigmatizzare l’apertura del padiglione della Federazione russa nell’ambito della 61ª edizione della Biennale d’arte contemporanea, le reprimende dei vertici di Bruxelles e gli appelli dei ministri europei della Cultura e degli Esteri hanno ottenuto il risultato di accendere l’attenzione mondiale proprio sull’esposizione degli artisti provenienti da Mosca.
Ieri, nel primo giorno di preapertura, davanti al fluire di giornalisti, artisti e curatori, è stata palese la percezione di due mondi che viaggiano su binari paralleli e usano linguaggi reciprocamente estranei. Da una parte ci sono le burocrazie con i loro rappresentanti armati di veti e diktat, dall’altra c’è l’espressione dell’arte e della creatività, magari anche non condivisibile o criticabile, ma pur sempre liberale e libertaria. Da una parte gli ispettori e le carte bollate, dall’altra una cittadella di confronto imperfetto, ma possibile. Difeso senza ripensamenti dal presidente Pietrangelo Buttafuoco («L’arte ha una potenza che supera ogni prepotenza») e dal suo staff.
Ieri il contrasto si è ulteriormente radicalizzato. La Commissione europea ha inviato l’ennesima lettera «sulla base di ulteriori prove», secondo le quali la Biennale avrebbe fornito «servizi agli ospiti russi». Lo ha confermato Henna Virkkunen, commissaria per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia - raramente titolo istituzionale è parso più paradossale - ribadendo che se la violazione del finanziamento di 2 milioni di euro verrà confermata, Bruxelles «non esiterà a sospenderlo e revocarlo». Curiosamente, ha osservato la commissaria, la Biennale aprirà al pubblico il 9 maggio, «nella Giornata dell’Europa» pensata come un’occasione «per celebrare la pace, non per la Russia di brillare». L’osservazione risulta quanto mai grottesca, considerando che il 9 maggio il padiglione russo verrà chiuso, non sarà visitabile dal pubblico e le performance saranno visibili solo su maxischermi.
Immediata è giunta, comunque, la nota della Fondazione che ha annunciato la replica «nei tempi e termini dovuti le proprie controdeduzioni alla seconda lettera della Commissione europea» e che, rimandando alle informazioni fornite agli ispettori del ministero della Cultura italiano, ha ribadito di «aver verificato e rispettato tutte le norme nazionali e internazionali». Intanto, mentre la partita a scacchi prosegue, ieri nella palazzina liberty dei Giardini di proprietà di Mosca dal 1914, è stato finalmente aperto The tree is rooted in the sky - L’albero è radicato nel cielo (inaugurazione ufficiale oggi alle 17, visite solo a inviti). È uno spazio dominato da un impianto sensoriale immersivo. Il visitatore viene accolto da una musica evocativa che si sviluppa senza soluzione di continuità, composta da sonorità folk, ancestrali e ipnotiche provenienti da geografie e epoche lontane. Ci sono note primordiali e canti spirituali e liturgici che dialogano con paesaggi siberiani, orizzonti sconfinati, distese innevate, foreste di abeti. Al centro della scena s’impone l’installazione di «un albero che trae la propria forza dal cielo», proponendosi come «un punto di attrazione per persone con coordinate culturali ed estetiche differenti». Non ci sono simboli riconducibili al potere politico, nessuna propaganda legata al governo di Vladimir Putin, nessun segno diretto di retorica istituzionale. «Lasciamo che sia l’arte a occupare il centro della scena», sottolinea la curatrice Anastasia Karneeva in un video sui social. «Noi crediamo che l’arte debba rimanere indipendente. Sono fermamente convinta che l’apertura di questo padiglione, così come di ogni padiglione, sia significativa, perché diventa un luogo in cui accrescere la conoscenza e la comprensione reciproca. Al contrario, in un padiglione chiuso nulla può crescere». Era il 2019 quando il padiglione russo è stato aperto l’ultima volta. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, gli artisti e i curatori si erano ritirati. Nel 2024 il padiglione è stato prestato alla Bolivia.
Dopo le dimissioni delle giurie a seguito della minaccia di azione legale dell’artista israeliano Belu Simon Fainaru e dopo la cancellazione dell’inaugurazione seguita alla defezione del ministro Alessandro Giuli, lo scontro tra i vertici della Commissione europea e la Fondazione Biennale sembra lontano dal comporsi. In Italia, dal ministero della Cultura ora l’istruttoria è sul tavolo del premier Giorgia Meloni. Ma il dibattito attraversa la maggioranza. Pur premettendo che «la Biennale gode di ampia autonomia», il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovambattista Fazzolari ha definito la riapertura del padiglione russo «un pastrocchio testimoniato anche dal fatto che rimarrà chiuso nei giorni aperti al pubblico». Di opinione diametralmente opposta è Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale: «La Biennale non è la vetrina di Mosca né di alcun governo. È uno dei più grandi presidi mondiali di cultura, libertà di espressione e confronto tra popoli», afferma l’ex doge di Venezia riferendosi alle parole della commissaria Virkkunen. «Difendo Pietrangelo Buttafuoco che sta tutelando l’autonomia e la dignità di un’istituzione conosciuta in tutto il mondo. Se ci sono verifiche tecniche, si facciano. Ma non si accetta l’idea che Bruxelles, attraverso queste lettere fin troppo formali, possa mettere sotto processo Venezia e la Biennale».
Dal canto suo, il vicepremier Matteo Salvini annuncia che venerdì visiterà la Biennale, «nessun padiglione escluso, l’arte è arte. L’arte e lo sport dovrebbero essere immuni da boicottaggi e divieti. Spero che il ministro della Cultura trovi l’accordo col presidente della Fondazione autonoma Biennale di Venezia».
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