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2018-05-08
Appoggio esterno o voto subito. Berlusconi tratta tutta la notte
ANSA
Tutto o niente. Il centrodestra non ha nessuna intenzione di assecondare la proposta del presidente del Repubblica e la rigetta con toni differenti. Matteo Salvini è ruggente: «Elezioni subito, maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Silvio Berlusconi lo asseconda con meno fervore: «Il voto non ci spaventa, ma l'estate non aiuta. Meglio andare alle urne in autunno».
La pressione delle parole del presidente si avverte fino a Palazzo Grazioli, dove Berlusconi sembra vedere Sergio Mattarella che lo indica con il dito nervoso, attraverso lo schermo, mentre parla di «offensiva della speculazione», di «prima volta nella storia della Repubblica che la legislatura si scioglie senza essere iniziata» e ancora che «il voto degli italiani rimane inutilizzato». Il capo dello Stato gli ha azzoppato ben tre cavalli di battaglia: il primo un governissimo di coalizione con la benedizione del Quirinale nel quale inserire ministri graditi; il secondo quel governo di centrodestra con Salvini premier che avrebbe dovuto andare a cercare la maggioranza in Parlamento grazie ai responsabili alla Antonio Razzi e Domenico Scilipoti; il terzo un governo di minoranza sostenuto da chi fosse di volta in volta in sintonia con i programmi proposti. Per questo il Cavaliere, nella foto ricordo della terza consultazione, risulta silente, con il broncio e con un incubo peggiore dello stesso Luigi Di Maio: le elezioni alle porte.
Così il centrodestra si ritrova dentro un sogno surreale, come se oggi fosse la mattina del 5 marzo ma senza niente da festeggiare. Politicamente siamo a quel giorno e alla lunga sospensione dell'esistenza che ne è seguita. Siamo alle macerie dell'accordo M5s-Lega con la fattiva collaborazione del leader azzurro, siamo all'implosione del Pd, siamo alle regionali che hanno dato un formidabile risultato di coalizione ma hanno confermato il sorpasso della Lega ovunque, siamo ai rimbrotti di Mattarella. E siamo finalmente alla lunga notte del supervertice di coalizione con Salvini e Giorgia Meloni, organizzato immediatamente dopo le parole del capo dello Stato. Per Berlusconi una non facile notte dell'Innominato, incerto se arrendersi a tornare al voto (con qualche colpa) o dare l'ok all'esecutivo di garanzia, di fatto contro la volontà del suo alleato principale.
Salvini risponde a Mattarella pronunciando e ribadendo parole che non lasciano dubbi: «È fondamentale che il voto degli italiani venga rispettato. Quindi o un governo del centrodestra oppure elezioni il prima possibile, per la prima volta in estate. Non c'è tempo da perdere, non esistono governi tecnici alla Mario Monti, contiamo che Berlusconi mantenga la parola data e abbia la nostra stessa coerenza. Poi gli italiani ci daranno la maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Poi aggiunge per essere ancora più chiaro: «Mattarella vuole un governo neutrale? Per carità, serve un governo coraggioso, determinato e libero, che difenda in Europa il principio del “prima gli italiani", che difenda lavoro e confini, altro che governino per tirare a campare».
La situazione è curiosa perché Mattarella, che secondo gli analisti in doppiopetto non avrebbe mai dato un incarico a Salvini, oggi ne è il più ferreo alleato. Evocando le elezioni a luglio o a ottobre mette pressione a Berlusconi, lo induce a rivedere gli orizzonti. A meno che il Cavaliere elettrico non decida di giocare il tutto per tutto andando alle urne per raggiungere il 40% che farebbe saltare il banco dopo una brevissima ma feroce campagna elettorale. Di quelle che lui, capace di vincere anche nelle situazioni impossibili (ma a un'altra età), conosce molto bene. In attesa di tornare candidabile; per questo fa il tifo per l'autunno.
Oggi le elezioni sono l'incubo del Cavaliere. Per due motivi molto semplici. Primo, nessun indicatore dà Forza Italia in ripresa, anzi continua all'interno del campo di centrodestra l'Opa di Salvini sul partito inventato da Berlusconi con un'idea geniale in quel 1994 che battezzò la Seconda Repubblica. In Molise e in Friuli la Lega ha sfondato, al Nord è una valanga. E una tornata elettorale così ravvicinata, senza correttivi alla legge elettorale, potrebbe cristallizzare questa leadership. Secondo motivo: nei cenacoli leghisti già si parla del partito unico e una parte di Forza Italia spinge per concretizzarlo (Giovanni Toti sul modello Liguria, soprattutto). Due giorni fa Roberto Maroni in un'intervista ne ha addirittura sussurrato il nome: Lega Italia. Il leader naturale oggi sarebbe Salvini, che riuscirebbe così in quell'operazione di successione forzata del fondatore fallita con tutti. Con Pierferdinando Casini, con Angelino Alfano, con Raffaele Fitto, con lo stesso Toti, con Stefano Parisi.
La strada si è ristretta, è diventata un tratturo e i due mesi dedicati ai veti incrociati hanno inquinato ogni pozzo, annullato margini di manovra. Quando un diplomatico naturale come Giancarlo Giorgetti si lascia sfuggire che «Di Maio non conta più un c...» (frase poi parzialmente smentita), significa che siamo ai materassi. Così l'ultimo vertice a tre fra Di Maio, Salvini e Giorgetti si è rivelato utile solo per concordare una data elettorale (8 luglio) che probabilmente non otterranno. A questo punto le elezioni diventano non una scelta, ma una liberazione per rimettersi fra le braccia degli italiani. E chiedere loro di sciogliere il nodo creato da un mix letale fra legge elettorale e politici più affini ad Antonio Cariglia che ad Alcide De Gasperi. Dopo i governi balneari di democristiana memoria ecco l'incubo delle elezioni balneari. La cabina elettorale a righe bianche e blu ce la potevano risparmiare.
L’accordo Di Maio-Salvini? C’è, ma per le elezioni M5s sogna già quota 40%
Non abbiamo giornali, non abbiamo televisioni, non abbiamo i miliardi, non maneggiamo i sondaggi: quindi vinciamo di nuovo e questa volta arriviamo al 40%... È questo quello che si sono detti nel fine settimana i vertici dei 5 stelle, mentre andava in scena l'ultima, fintissima, apertura alla Lega per formare insieme un governo senza Silvio Berlusconi. Ma il vero accordo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, l'hanno trovato per mettere alle spalle al muro Sergio Mattarella e qualunque «governo di tregua»: voto subito, già domenica 8 luglio, con la vecchia legge elettorale usata a mo' di ballottaggio. E così, almeno in casa 5 stelle, già ieri sera si dava per morto il governo di garanzia proposto dal capo dello Stato dopo le ultime, infruttuose, consultazioni: «Da noi neppure un voto», diceva il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli.
Era da mercoledì che Di Maio, Davide Casaleggio e Beppe Grillo pensavano a come lanciare un ultimo petardo tra i piedi del leader di Forza Italia. E così domenica il candidato premier pentastellato ha fatto un'offerta last minute a Matteo Salvini, senza però togliere il consueto veto su Berlusconi. Una proposta che ha rovinato la domenica sera al Cavaliere, con Salvini che ha provato a convincerlo che in fondo poteva anche limitarsi all'appoggio esterno. Alla fine Berlusconi non c'è cascato, ma a quel punto ecco l'esito che Di Maio e Salvini ormai volevano entrambi: niente «governo del presidente».
Il presidente però non ha rinunciato a chiedere un'ultima forma di «responsabilità» ai partiti e così, accanto all'opzione delle elezioni, anche a luglio, da lui pubblicamente sconsigliata ma non esclusa, ieri sera ha piazzato quella appunto di un governo «neutrale» fino a dicembre, formato da gente che promette poi di non candidarsi. «È una bella trovata quella dei non candidabili, e il richiamo di Mattarella è stato molto forte», ammette un grillino, ma Di Maio e soci non ci sentono: «Questi presunti tecnici sono sempre portatori di interessi forti, troppo forti», dicono i capi del Movimento. E Toninelli, in una nota, ha spiegato: «M5s non darà neppure un voto al governo neutrale. Pur senza aver pregiudizi sulle persone, non possiamo permettere che persone senza legittimazione popolare vadano a gestire e risolvere i problemi». Certo, se nella notte Berlusconi ci ripensasse e si piegasse all'appoggio esterno, cambierebbe di nuovo ogni caso. Ma ieri sera il Movimento ha riunito i gruppi parlamentari, per ribadire la linea che Di Maio aveva già spiegata su Facebook alle 17 in punto: Il governo del centrodestra non ha i numeri «e sarebbe un governo dei voltagabbana»; «no a un governo tecnico alla Monti perché non capirebbe le esigenze della popolazione» e quindi «elezioni l'8 luglio, perché le vinciamo noi». Se M5s la spunterà, salterà di fatto il vincolo del doppio mandato con un argomento dialettico escogitato dallo stesso Di Maio: «Se si vota a luglio, possiamo tranquillamente considerare la presente legislatura come se non fosse mai iniziata».
Il ritorno alle urne gasa molti esponenti di vertice di M5s che in queste settimane di trattative ad ampio spettro, specie con il Pd, hanno sofferto molto. Il segnale di svolta l'ha dato il comico genovese venerdì scorso, quando ha rilanciato l'uscita dell'Italia dall'euro a mezzo referendum. Elio Lannutti esulta così: «Risorge l'antieuropeismo per tenere testa a Salvini. Troika e Cleptocrazia europea sono i nemici giurati dei popoli liberi». Mentre Carlo Sibilia provoca il Carroccio: «Meglio un governo impossibile con un condannato, che un governo certo con la forza politica più votata e più innovativa d'Italia?». Sono solo due flash che illuminano un Movimento che da ieri sembra ufficialmente in campagna elettorale. E anche con grande sfoggio di ottimismo.
Secondo Di Maio, «alle prossime elezioni di luglio, ancora una volta, gli italiani ci sorprenderanno e daranno un segnale fortissimo alle altre forze politiche per farci governare da soli». Che farsene di un governo del presidente, o di tregua, se tanto la legge elettorale «scritta da Renzi e Berlusconi per non farci governare la usiamo subito come un doppio turno?» Di Maio ricorda che «dopo tutto eravamo dati al 29% e invece siamo arrivati al 33% e adesso siamo dati al 35%». E quindi, con due mesi di campagna «pancia a terra», ecco che per il leader napoletano «il 40% è a portata di mano». E da quella soglia, scatta il premio di maggioranza che consente di governare da soli.
In tanto ottimismo, va detto che però uno spazio d'ombra un po' angosciante c'è. E si chiama «responsabili». Anche il Movimento, che ha portato in Parlamento almeno un quarto di deputati quasi sconosciuti ai suoi vertici, teme che questo governo tecnico potrebbe raccattare qua e là dei parlamentari che gli offrono una stampella, in cambio della conservazione dello stipendio. Da un lato c'è chi dice, all'interno di M5s, che dopo il precedente della procura di Napoli e della Corte dei conti, che hanno perseguito duramente la compravendita di senatori ai tempi di Romano Prodi, «sarebbe da pazzi fare campagna acquisti in modo spudorato». Dall'altro, c'è un'attenzione quasi ossessiva a cogliere al proprio interno qualunque segnale di malcontento o debolezza, sia economica che, familiare. «A volte basta una moglie preoccupata per un mutuo a far cambiare idea a un deputato sullo scioglimento delle Camere», ammette uno dei grillini più esperti.
In ogni caso, sia che si voti a luglio, sia che Mattarella compia il miracolo, il Movimento ha rimesso la cotta di maglia e sfoderato lo spadone. Nella convinzione che i prossimi voti dovrà strapparli alla Lega.
Francesco Bonazzi
La trovata dell’esecutivo «neutrale» serve a mettere pressione ai partiti
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine del terzo giro di consultazioni al Quirinale, prende atto della impossibilità di raggiungere un accordo tra due dei tre blocchi politici (M5s, centrodestra e Pd) e si prepara a incaricare un premier di sua fiducia che formi un «governo neutrale, di servizio». Mattarella, al termine degli incontri, iniziati con le delegazioni di M5s, centrodestra e Pd, e proseguiti nel pomeriggio con i gruppi minori e i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha spiegato ai giornalisti le sue conclusioni: «Non esiste», ha detto Mattarella, «una maggioranza con la sola Lega e il M5s; si è rivelata impraticabile una maggioranza M5s con il Pd ed è stata sempre affermata da entrambe le parti, l'impossibilità di un'intesa tra il centrodestra e il Partito democratico. Tutte queste indisponibilità mi sono state confermate questa mattina».
Agli osservatori più attenti non è sfuggita una considerazione di Mattarella, che a proposito della richiesta del centrodestra di un pre-incarico a Matteo Salvini, ha affermato: «Sin dall'inizio consultazioni ho escluso che si potesse dar vita ad un governo politico di minoranza, anche questa mattina ho ricevuto una richiesta in tal senso che sembra sia già venuta meno. Un governo di minoranza», ha detto Mattarella, «condurrebbe alle elezioni e dunque credo sarebbe più rispettoso per la logica democratica che a portare alle elezioni sia un governo non di parte». Non è chiaro quando e attraverso chi la richiesta del centrodestra sia «venuta meno» nella giornata di ieri.
Mattarella ha indicato il percorso che intende seguire: «Dai partiti», ha aggiunto, «fino a pochi giorni a dietro è venuta più volta la richiesta di tempo per raggiungere intese. Può essere utile che si prendano ancora tempo per far maturare una maggioranza politica per una maggioranza di governo. Ma nel frattempo», ha proseguito Mattarella, «consentano che nasca con la fiducia un governo neutrale, di servizio. Laddove si formasse nei prossimi mesi una maggioranza parlamentare si dimetterebbe con immediatezza per un governo politico. Chiederò ai componenti del governo di garanzia l'impegno a non candidarsi alle elezioni politiche».
«Il governo presieduto dall'onorevole Gentiloni», ha precisato Mattarella, «che ringrazio per il lavoro che ha svolto e sta svolgendo in questa situazione anomala, ha esaurito la sua funzione e non può essere ulteriormente prorogato in quanto espresso da una maggioranza parlamentare che non c'è più. Ritengo che sia più rispettoso della dinamica democratica», ha sottolineato il capo dello Stato, «che a portare alle elezioni sia un governo non di parte».
Mattarella si è detto contrario a nuove elezioni immediate: «L'ipotesi alternativa», ha scandito il presidente della Repubblica, «è indire nuove elezioni subito, ma non vi sono tempi per il voto entro giugno, si potrebbero svolgere in piena estate ma finora è stato evitato perché per gli italiani è difficile esercitare il voto, si potrebbe fissare in autunno».
Mattarella ha lasciato, pilatescamente, ai partiti, la scelta tra elezioni anticipate in estate o in autunno o il via libera al «governo neutrale: «Sarebbe la prima volta», ha detto Mattarella, «che il voto popolare non viene utilizzato e non produce alcun effetto. Scelgano i partiti con il loro libero comportamento e nella sede propria parlamentare. Cerchino una maggioranza politica per un governo neutrale entro l'anno oppure nuove elezioni subito, in autunno o nel mese di luglio».
Se per il capo dello Stato le elezioni immediate sono una sciagura, anche la prospettiva di votare in autunno presenta molteplici rischi: «Mi compete», ha detto Mattarella, «far presente alcune preoccupazioni: che non vi sia tempo per approvare dopo il voto la legge di bilancio entro fine anno con l'aumento dell'Iva e con gli effetti recessivi che questa tassa comporterebbe il rischio di esporre la nostra situazione economica a manovre e offensive della speculazione finanziaria».
Infine, Mattarella ha ammonito sui rischi di tornare al voto con questa stessa legge elettorale: «Vi è il timore», ha detto il presidente della Repubblica, «che a legge elettorale invariata in Parlamento si riproduca la stessa condizione attuale, con tre schieramenti nessuno dei quali con la maggioranza necessaria e con schieramenti probabilmente resi meno disponibili alla collaborazione da una campagna elettorale verosimilmente aspra e polemica».
Dunque, Mattarella sceglie di mettere pressione ai partiti politici attraverso la formula del «governo neutrale». Le forze politiche ora si trovano di fronte a un trivio: votare subito, accordare la fiducia al premier che il capo dello Stato, già nelle prossime ore, indicherà, oppure trovare quell'intesa politica che - tra 5 stelle e Lega - forse è ancora possibile.
Carlo Tarallo
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Il Quirinale boccia gli scenari più graditi al Cavaliere. Le elezioni sono un rischio, perché la Lega può inghiottire Forza Italia. Spaccatura sulla data: il Cav preferisce aspettare almeno l'autunno.Il Movimento è già in campagna elettorale, convinto che la soglia per governare da solo sia raggiungibile. Il no al governo «neutro» è granitico, ma c'è l'ombra «responsabili».Il presidente pronto a sostituire Gentiloni con un tecnico fino a dicembre. Ma, senza fiducia, non porrà veti a elezioni in estate o autunno. E lascia uno spiraglio a una maggioranza politica: messaggio a Lega e M5s.Tutto o niente. Il centrodestra non ha nessuna intenzione di assecondare la proposta del presidente del Repubblica e la rigetta con toni differenti. Matteo Salvini è ruggente: «Elezioni subito, maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Silvio Berlusconi lo asseconda con meno fervore: «Il voto non ci spaventa, ma l'estate non aiuta. Meglio andare alle urne in autunno». La pressione delle parole del presidente si avverte fino a Palazzo Grazioli, dove Berlusconi sembra vedere Sergio Mattarella che lo indica con il dito nervoso, attraverso lo schermo, mentre parla di «offensiva della speculazione», di «prima volta nella storia della Repubblica che la legislatura si scioglie senza essere iniziata» e ancora che «il voto degli italiani rimane inutilizzato». Il capo dello Stato gli ha azzoppato ben tre cavalli di battaglia: il primo un governissimo di coalizione con la benedizione del Quirinale nel quale inserire ministri graditi; il secondo quel governo di centrodestra con Salvini premier che avrebbe dovuto andare a cercare la maggioranza in Parlamento grazie ai responsabili alla Antonio Razzi e Domenico Scilipoti; il terzo un governo di minoranza sostenuto da chi fosse di volta in volta in sintonia con i programmi proposti. Per questo il Cavaliere, nella foto ricordo della terza consultazione, risulta silente, con il broncio e con un incubo peggiore dello stesso Luigi Di Maio: le elezioni alle porte.Così il centrodestra si ritrova dentro un sogno surreale, come se oggi fosse la mattina del 5 marzo ma senza niente da festeggiare. Politicamente siamo a quel giorno e alla lunga sospensione dell'esistenza che ne è seguita. Siamo alle macerie dell'accordo M5s-Lega con la fattiva collaborazione del leader azzurro, siamo all'implosione del Pd, siamo alle regionali che hanno dato un formidabile risultato di coalizione ma hanno confermato il sorpasso della Lega ovunque, siamo ai rimbrotti di Mattarella. E siamo finalmente alla lunga notte del supervertice di coalizione con Salvini e Giorgia Meloni, organizzato immediatamente dopo le parole del capo dello Stato. Per Berlusconi una non facile notte dell'Innominato, incerto se arrendersi a tornare al voto (con qualche colpa) o dare l'ok all'esecutivo di garanzia, di fatto contro la volontà del suo alleato principale. Salvini risponde a Mattarella pronunciando e ribadendo parole che non lasciano dubbi: «È fondamentale che il voto degli italiani venga rispettato. Quindi o un governo del centrodestra oppure elezioni il prima possibile, per la prima volta in estate. Non c'è tempo da perdere, non esistono governi tecnici alla Mario Monti, contiamo che Berlusconi mantenga la parola data e abbia la nostra stessa coerenza. Poi gli italiani ci daranno la maggioranza assoluta e cambieremo l'Italia da soli». Poi aggiunge per essere ancora più chiaro: «Mattarella vuole un governo neutrale? Per carità, serve un governo coraggioso, determinato e libero, che difenda in Europa il principio del “prima gli italiani", che difenda lavoro e confini, altro che governino per tirare a campare».La situazione è curiosa perché Mattarella, che secondo gli analisti in doppiopetto non avrebbe mai dato un incarico a Salvini, oggi ne è il più ferreo alleato. Evocando le elezioni a luglio o a ottobre mette pressione a Berlusconi, lo induce a rivedere gli orizzonti. A meno che il Cavaliere elettrico non decida di giocare il tutto per tutto andando alle urne per raggiungere il 40% che farebbe saltare il banco dopo una brevissima ma feroce campagna elettorale. Di quelle che lui, capace di vincere anche nelle situazioni impossibili (ma a un'altra età), conosce molto bene. In attesa di tornare candidabile; per questo fa il tifo per l'autunno.Oggi le elezioni sono l'incubo del Cavaliere. Per due motivi molto semplici. Primo, nessun indicatore dà Forza Italia in ripresa, anzi continua all'interno del campo di centrodestra l'Opa di Salvini sul partito inventato da Berlusconi con un'idea geniale in quel 1994 che battezzò la Seconda Repubblica. In Molise e in Friuli la Lega ha sfondato, al Nord è una valanga. E una tornata elettorale così ravvicinata, senza correttivi alla legge elettorale, potrebbe cristallizzare questa leadership. Secondo motivo: nei cenacoli leghisti già si parla del partito unico e una parte di Forza Italia spinge per concretizzarlo (Giovanni Toti sul modello Liguria, soprattutto). Due giorni fa Roberto Maroni in un'intervista ne ha addirittura sussurrato il nome: Lega Italia. Il leader naturale oggi sarebbe Salvini, che riuscirebbe così in quell'operazione di successione forzata del fondatore fallita con tutti. Con Pierferdinando Casini, con Angelino Alfano, con Raffaele Fitto, con lo stesso Toti, con Stefano Parisi.La strada si è ristretta, è diventata un tratturo e i due mesi dedicati ai veti incrociati hanno inquinato ogni pozzo, annullato margini di manovra. Quando un diplomatico naturale come Giancarlo Giorgetti si lascia sfuggire che «Di Maio non conta più un c...» (frase poi parzialmente smentita), significa che siamo ai materassi. Così l'ultimo vertice a tre fra Di Maio, Salvini e Giorgetti si è rivelato utile solo per concordare una data elettorale (8 luglio) che probabilmente non otterranno. A questo punto le elezioni diventano non una scelta, ma una liberazione per rimettersi fra le braccia degli italiani. E chiedere loro di sciogliere il nodo creato da un mix letale fra legge elettorale e politici più affini ad Antonio Cariglia che ad Alcide De Gasperi. Dopo i governi balneari di democristiana memoria ecco l'incubo delle elezioni balneari. 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Ma il vero accordo, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, l'hanno trovato per mettere alle spalle al muro Sergio Mattarella e qualunque «governo di tregua»: voto subito, già domenica 8 luglio, con la vecchia legge elettorale usata a mo' di ballottaggio. E così, almeno in casa 5 stelle, già ieri sera si dava per morto il governo di garanzia proposto dal capo dello Stato dopo le ultime, infruttuose, consultazioni: «Da noi neppure un voto», diceva il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli. Era da mercoledì che Di Maio, Davide Casaleggio e Beppe Grillo pensavano a come lanciare un ultimo petardo tra i piedi del leader di Forza Italia. E così domenica il candidato premier pentastellato ha fatto un'offerta last minute a Matteo Salvini, senza però togliere il consueto veto su Berlusconi. Una proposta che ha rovinato la domenica sera al Cavaliere, con Salvini che ha provato a convincerlo che in fondo poteva anche limitarsi all'appoggio esterno. Alla fine Berlusconi non c'è cascato, ma a quel punto ecco l'esito che Di Maio e Salvini ormai volevano entrambi: niente «governo del presidente». Il presidente però non ha rinunciato a chiedere un'ultima forma di «responsabilità» ai partiti e così, accanto all'opzione delle elezioni, anche a luglio, da lui pubblicamente sconsigliata ma non esclusa, ieri sera ha piazzato quella appunto di un governo «neutrale» fino a dicembre, formato da gente che promette poi di non candidarsi. «È una bella trovata quella dei non candidabili, e il richiamo di Mattarella è stato molto forte», ammette un grillino, ma Di Maio e soci non ci sentono: «Questi presunti tecnici sono sempre portatori di interessi forti, troppo forti», dicono i capi del Movimento. E Toninelli, in una nota, ha spiegato: «M5s non darà neppure un voto al governo neutrale. Pur senza aver pregiudizi sulle persone, non possiamo permettere che persone senza legittimazione popolare vadano a gestire e risolvere i problemi». Certo, se nella notte Berlusconi ci ripensasse e si piegasse all'appoggio esterno, cambierebbe di nuovo ogni caso. Ma ieri sera il Movimento ha riunito i gruppi parlamentari, per ribadire la linea che Di Maio aveva già spiegata su Facebook alle 17 in punto: Il governo del centrodestra non ha i numeri «e sarebbe un governo dei voltagabbana»; «no a un governo tecnico alla Monti perché non capirebbe le esigenze della popolazione» e quindi «elezioni l'8 luglio, perché le vinciamo noi». Se M5s la spunterà, salterà di fatto il vincolo del doppio mandato con un argomento dialettico escogitato dallo stesso Di Maio: «Se si vota a luglio, possiamo tranquillamente considerare la presente legislatura come se non fosse mai iniziata». Il ritorno alle urne gasa molti esponenti di vertice di M5s che in queste settimane di trattative ad ampio spettro, specie con il Pd, hanno sofferto molto. Il segnale di svolta l'ha dato il comico genovese venerdì scorso, quando ha rilanciato l'uscita dell'Italia dall'euro a mezzo referendum. Elio Lannutti esulta così: «Risorge l'antieuropeismo per tenere testa a Salvini. Troika e Cleptocrazia europea sono i nemici giurati dei popoli liberi». Mentre Carlo Sibilia provoca il Carroccio: «Meglio un governo impossibile con un condannato, che un governo certo con la forza politica più votata e più innovativa d'Italia?». Sono solo due flash che illuminano un Movimento che da ieri sembra ufficialmente in campagna elettorale. E anche con grande sfoggio di ottimismo. Secondo Di Maio, «alle prossime elezioni di luglio, ancora una volta, gli italiani ci sorprenderanno e daranno un segnale fortissimo alle altre forze politiche per farci governare da soli». Che farsene di un governo del presidente, o di tregua, se tanto la legge elettorale «scritta da Renzi e Berlusconi per non farci governare la usiamo subito come un doppio turno?» Di Maio ricorda che «dopo tutto eravamo dati al 29% e invece siamo arrivati al 33% e adesso siamo dati al 35%». E quindi, con due mesi di campagna «pancia a terra», ecco che per il leader napoletano «il 40% è a portata di mano». E da quella soglia, scatta il premio di maggioranza che consente di governare da soli. In tanto ottimismo, va detto che però uno spazio d'ombra un po' angosciante c'è. E si chiama «responsabili». Anche il Movimento, che ha portato in Parlamento almeno un quarto di deputati quasi sconosciuti ai suoi vertici, teme che questo governo tecnico potrebbe raccattare qua e là dei parlamentari che gli offrono una stampella, in cambio della conservazione dello stipendio. Da un lato c'è chi dice, all'interno di M5s, che dopo il precedente della procura di Napoli e della Corte dei conti, che hanno perseguito duramente la compravendita di senatori ai tempi di Romano Prodi, «sarebbe da pazzi fare campagna acquisti in modo spudorato». Dall'altro, c'è un'attenzione quasi ossessiva a cogliere al proprio interno qualunque segnale di malcontento o debolezza, sia economica che, familiare. «A volte basta una moglie preoccupata per un mutuo a far cambiare idea a un deputato sullo scioglimento delle Camere», ammette uno dei grillini più esperti. In ogni caso, sia che si voti a luglio, sia che Mattarella compia il miracolo, il Movimento ha rimesso la cotta di maglia e sfoderato lo spadone. Nella convinzione che i prossimi voti dovrà strapparli alla Lega. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/appoggio-esterno-o-voto-subito-berlusconi-tratta-tutta-la-notte-2566801118.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-trovata-dellesecutivo-neutrale-serve-a-mettere-pressione-ai-partiti" data-post-id="2566801118" data-published-at="1767415806" data-use-pagination="False"> La trovata dell’esecutivo «neutrale» serve a mettere pressione ai partiti Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al termine del terzo giro di consultazioni al Quirinale, prende atto della impossibilità di raggiungere un accordo tra due dei tre blocchi politici (M5s, centrodestra e Pd) e si prepara a incaricare un premier di sua fiducia che formi un «governo neutrale, di servizio». Mattarella, al termine degli incontri, iniziati con le delegazioni di M5s, centrodestra e Pd, e proseguiti nel pomeriggio con i gruppi minori e i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha spiegato ai giornalisti le sue conclusioni: «Non esiste», ha detto Mattarella, «una maggioranza con la sola Lega e il M5s; si è rivelata impraticabile una maggioranza M5s con il Pd ed è stata sempre affermata da entrambe le parti, l'impossibilità di un'intesa tra il centrodestra e il Partito democratico. Tutte queste indisponibilità mi sono state confermate questa mattina». Agli osservatori più attenti non è sfuggita una considerazione di Mattarella, che a proposito della richiesta del centrodestra di un pre-incarico a Matteo Salvini, ha affermato: «Sin dall'inizio consultazioni ho escluso che si potesse dar vita ad un governo politico di minoranza, anche questa mattina ho ricevuto una richiesta in tal senso che sembra sia già venuta meno. Un governo di minoranza», ha detto Mattarella, «condurrebbe alle elezioni e dunque credo sarebbe più rispettoso per la logica democratica che a portare alle elezioni sia un governo non di parte». Non è chiaro quando e attraverso chi la richiesta del centrodestra sia «venuta meno» nella giornata di ieri. Mattarella ha indicato il percorso che intende seguire: «Dai partiti», ha aggiunto, «fino a pochi giorni a dietro è venuta più volta la richiesta di tempo per raggiungere intese. Può essere utile che si prendano ancora tempo per far maturare una maggioranza politica per una maggioranza di governo. Ma nel frattempo», ha proseguito Mattarella, «consentano che nasca con la fiducia un governo neutrale, di servizio. Laddove si formasse nei prossimi mesi una maggioranza parlamentare si dimetterebbe con immediatezza per un governo politico. Chiederò ai componenti del governo di garanzia l'impegno a non candidarsi alle elezioni politiche». «Il governo presieduto dall'onorevole Gentiloni», ha precisato Mattarella, «che ringrazio per il lavoro che ha svolto e sta svolgendo in questa situazione anomala, ha esaurito la sua funzione e non può essere ulteriormente prorogato in quanto espresso da una maggioranza parlamentare che non c'è più. Ritengo che sia più rispettoso della dinamica democratica», ha sottolineato il capo dello Stato, «che a portare alle elezioni sia un governo non di parte». Mattarella si è detto contrario a nuove elezioni immediate: «L'ipotesi alternativa», ha scandito il presidente della Repubblica, «è indire nuove elezioni subito, ma non vi sono tempi per il voto entro giugno, si potrebbero svolgere in piena estate ma finora è stato evitato perché per gli italiani è difficile esercitare il voto, si potrebbe fissare in autunno». Mattarella ha lasciato, pilatescamente, ai partiti, la scelta tra elezioni anticipate in estate o in autunno o il via libera al «governo neutrale: «Sarebbe la prima volta», ha detto Mattarella, «che il voto popolare non viene utilizzato e non produce alcun effetto. Scelgano i partiti con il loro libero comportamento e nella sede propria parlamentare. Cerchino una maggioranza politica per un governo neutrale entro l'anno oppure nuove elezioni subito, in autunno o nel mese di luglio». Se per il capo dello Stato le elezioni immediate sono una sciagura, anche la prospettiva di votare in autunno presenta molteplici rischi: «Mi compete», ha detto Mattarella, «far presente alcune preoccupazioni: che non vi sia tempo per approvare dopo il voto la legge di bilancio entro fine anno con l'aumento dell'Iva e con gli effetti recessivi che questa tassa comporterebbe il rischio di esporre la nostra situazione economica a manovre e offensive della speculazione finanziaria». Infine, Mattarella ha ammonito sui rischi di tornare al voto con questa stessa legge elettorale: «Vi è il timore», ha detto il presidente della Repubblica, «che a legge elettorale invariata in Parlamento si riproduca la stessa condizione attuale, con tre schieramenti nessuno dei quali con la maggioranza necessaria e con schieramenti probabilmente resi meno disponibili alla collaborazione da una campagna elettorale verosimilmente aspra e polemica». Dunque, Mattarella sceglie di mettere pressione ai partiti politici attraverso la formula del «governo neutrale». Le forze politiche ora si trovano di fronte a un trivio: votare subito, accordare la fiducia al premier che il capo dello Stato, già nelle prossime ore, indicherà, oppure trovare quell'intesa politica che - tra 5 stelle e Lega - forse è ancora possibile.Carlo Tarallo
Lautaro Martinez e Francesco Pio Esposito (Ansa)
PROMOSSI
1) MILE SVILAR
Il portierone della Roma è il punto di partenza d’una squadra top. A 26 anni è il più forte della A, inferiore solo a Mike Maignan quando si sveglia (ultimamente non troppo spesso) con la voglia di fare Superman. Allora il milanista gioca un altro campionato. Nella media, Svilar oggi è più affidabile: felino fra i pali, coraggioso in uscita, capace di usare i piedi senza per questo dimenticarsi che si para con le mani. Se la difesa di Gasperini è la più granitica d’Italia, il merito è dei guantoni del belga-serbo che di suo ha già un record in tasca: pur con due passaporti non gioca in nessuna Nazionale. Era stato convocato dalla Serbia, lui ha risposto, è andato a referto ma poi ha rifiutato: preferiva il Belgio. Morale, i primi non lo convocano più perché offesi, i secondi non possono chiamarlo perché ha indossato la maglia di un’altra Nazionale. Tradito dal dubbio, vado non vado. Un errore che non commette mai in campo.
2) MARCO PALESTRA
Marchio Atalanta, futuro assicurato per il ventenne milanese (è nato a Buccinasco, dove la metropoli diventa tangenziale) in prestito al Cagliari. È il nome nuovo del calcio italiano, che sforna difensori moderni (da Calafiori a Bastoni, da Buongiorno a Comuzzo) ma ha dimenticato chissà dove il dna degli attaccanti. In Sardegna Palestra ha trovato l’ambiente ideale per sbocciare. Non sbaglia una partita, è formidabile in marcatura e perfetto nell’accompagnare l’azione. Un campione in erba. Il rischio è vederlo partire per Inghilterra o Spagna in cambio di 40-50 milioni, soglia sulla quale ogni dirigente italiano mostra il simbolo del dollaro negli occhi.
3) JHON LUCUMÌ
Il guerriero colombiano del Bologna è cresciuto a vista d’occhio. Difensore roccioso, francobollatore affidabile dei migliori bomber avversari (Rasmus Hojlund, Lautaro Martinez, Dusan Vlahovic ne sanno qualcosa), è il prediletto da Vincenzo Italiano per guidare la difesa rossoblu. Ha tecnica, solidità, esperienza e quella cattiveria agonistica che i colombiani di Calì hanno da vendere al mercato. Tre anni fa doveva andare dal Genk al Barcellona, ma tutto saltò perché la documentazione arrivò alla federazione spagnola con 20 minuti di ritardo. Ecco, lui non arriva quasi mai in ritardo a spazzare il pallone, e quando lo fa si acchiappa un’ammonizione (a Bologna le chiamano «lucumate»).
4) JACOBO RAMON
Avevo deciso per Oumar Solet, il buttafuori francese di origini ivoriane che illumina la difesa dell’Udinese. Avevo deciso per lui perché è micidiale in appoggio e sui calci d’angolo, perché somiglia a Camavinga del Real, perché se impara a marcare stretto diventa un top. Poi il collega Fabio Corti, che passa le corte sugli spalti del Sinigaglia anche nei giorni feriali a stadio vuoto, mi ha travolto con i numeri del gioiellino spagnolo che gioca nel Como: 90,7% di passaggi riusciti, 91,6% di contrasti vinti, 97,6% di duelli aerei vinti neanche fosse un Messerschmitt BF109, 76,8% di dribbling compiuti (ragazzi è un difensore centrale alto 1,96). A questo punto la resa è obbligatoria.
5) DAVIDE BARTESAGHI
La fascia sinistra è affollata, qui la poltrona è per tre. Perché Federico Dimarco (Inter) non ha nessuna intenzione di abdicare. Perché a Genova (sponda genoana) galoppa un uomo nuovo come Brooke Norton-Cuffy, inglesone imprendibile quando è lanciato sull’out, capace di spezzare le difese anche se ancora rivedibile (ha 21 anni) in copertura. L’imbarazzo nella scelta è reale e se ne esce solo privilegiando due caratteristiche: novità e italianità. Allora il titolare non può essere che il milanista Davide Bartesaghi, 20 anni due giorni fa, brianzolo di Erba, messo lì sulla fascia da Max Allegri dopo una carriera junior da attaccante e poi da centrale di difesa. Titolare nel derby, autore di una doppietta al Sassuolo, lampi da diamante grezzo. «Sarà il mio erede», ha detto Theo Hernandez. Tranquilli, se ne intende.
6) LUKA MODRIC
Per il Maestro non si sprecano parole, lo si ammira dipingere o scolpire. Come Picasso, come Michelangelo. È con questo spirito che i tifosi del Milan vanno in massa a San Siro, per bearsi davanti alle invenzioni, alle geometrie, ai lanci millimetrici del marziano del pallone arrivato a Milano a 40 anni a divertirsi. E a far delirare un popolo dalla stessa mattonella che fu di Andrea Pirlo. Allegri, mestierante divino e re dei risultatisti, lo ha piazzato lì con la filosofia di Ottavio Bianchi ai tempi di Diego Maradona: «Lui e altri dieci». Se Maignan para, Fofana corre, Pulisic sprinta e Leao si sveglia sono dolori per tutti. Ma l’allenatore sa che il capolavoro è possibile solo se l’evangelista Luka non si stanca prima.
7) ARTHUR ATTA
Tutti a bocca aperta davanti al centrocampista totale dell’Udinese, oggi nel mirino di Napoli, Inter, Chelsea e Barcellona. Francese, 22 anni, dribbling micidiale in velocità (raro vederne, solo Paulo Dybala e Markus Thuram regalano lo stesso fremito), è una delle sorprese del campionato, anche perché il suo mestiere sarebbe quello del mediano che macina chilometri. Lo fa con intelligenza e passo da cavallo di razza, esaltato da un fisico da mezzofondista (1,89 per 80 chili). Lui è il nuovo ma in questo ruolo si è imposto (dopo un paio d’anni nell’anonimato) un ragazzone old style di scuola italiana: Bryan Cristante, a 30 anni uomo in più della Roma di Gasp, che lo ha ritrovato a Trigoria dopo averlo forgiato all’Atalanta e non se ne priva più. Bentornato nell’Olimpo.
8) SCOTT MCTOMINAY
L’anima silenziosa del Napoli. Antonio Conte lo programma in settimana e lo scozzese fa il terminator in campo: corre per almeno 11 km a partita (più di Nicolò Barella), usa l’intelligenza tattica per creare sempre supremazia, è fenomenale negli inserimenti e non sbaglia quasi mai in area avversaria. Un tuttocampista da sogno, arrivato come un dono di San Gennaro dal Manchester United. Bene per i tifosi napoletani, che da un anno e mezzo se lo godono, primo motore della corazzata tascabile di Aurelio De Laurentiis, lassù in campionato con lo scudetto sul petto e implacabile in Supercoppa. Scott è discreto, mai una parola di troppo, quindi fatica a capire le intemerate a orologeria di Piangina Conte. Poco importa, quello dell’imbonitore non è il suo mestiere.
9) CHRISTIAN PULISIC
Quando parte in accelerazione puntando la porta, il pistolero yankee fa impazzire San Siro. Mentre Rafa Leao si perde in mille dribbling da artista svagato (un Recoba sull’altra sponda del Naviglio), lui entra in area e segna. Raccoglie palloni vaganti e segna. Anticipa i difensori e segna. Pulisic l’implacabile non sbaglia una partita, con lui in campo il Milan parte da 1-0. Nelle tre stagioni in rossonero ha segnato 15, 17 e 9 gol. Mentre nei primi due anni aveva assommato 50 presenze, qui è a 7 reti in Serie A (più 2 in Coppa Italia) con sole 13 partite, pronto a distruggere ogni record personale. Con un centravanti vero al suo fianco, la banda Allegri potrebbe puntare dritta allo scudetto.
10) LAUTARO MARTINEZ
«Non segna con le grandi». «Ha troppi blackout». «Deve imparare a sorridere». Chiacchiere e distintivo per avventizi di redazione, perché il Toro di Bahia Blanca è sempre lì dove stanno i grandi cannonieri. Cuore pulsante dell’Inter, ne condiziona i destini in campionato come in Champions. E anche quando non fa gol è un fattore determinante: pressa, rientra, aiuta, si immola facendo a botte in mezzo a difensori che con lui usano immancabilmente la clava. Non ride mai perché ogni partita è una battaglia, come lo era per Zlatan Ibrahimovic. Qui serve un’appendice. Se Lautaro è in viaggio per l’Argentina (mai che rinunci a una convocazione, dimenticandosi chi gli paga lo stipendio), nella squadra top entra Jamie Vardy, nonno del gol (38 anni) arrivato in fondo alla pianura per suonare l’ultimo Stradivari. Se riesce a salvare la Cremonese merita un busto accanto a quello di Ugo Tognazzi.
11) NICO PAZ
Il boy di Tenerife continua a fare cose da Paz. C’è poco da aggiungere: quando si mette in proprio mostra assurde giocate che fanno ricordare Crujiff. Dopo un anno nella tonnara della Serie A, dove la tattica e la furbizia dominano le partite, lo spagnolo naturalizzato argentino sta anche imparando a giocare con gli altri dieci. Periodo di crescita, fondamentale per immagazzinare esperienza e diventare letale. Quasi titolare della nazionale campione del mondo, sta facendo volare il Como in classifica fino alle soglie dell’Europa. Ma nei numeri di Paz non c’è nulla di hollywoodiano, lui non fa passerella, non si bea della giocata, semplicemente spacca le partite. Lo sogna la Premier, lo vuole l’Inter. Ma il suo futuro è segnato sul taccuino di Florentino Perez. Speranze per gli altri, zero.
Allenatore: VINCENZO ITALIANO
Osservatelo quando si alza dalla panchina per cazziare Orsolini che non rientra. Giugulare gonfia, occhi assatanati, canini affilati: finalmente a Bologna c’è un Italiano vero, senza scomodare Toto Cutugno. Un allenatore guerriero per una squadra guerriera, che non ha niente a che vedere con il fighettismo woke del sindaco piacione Matteo Lepore. Se all’ombra delle due torri c’è un team fantastico anche dopo la cura Thiago Motta, il merito è di questo figlio di emigranti, siciliano nato per sbaglio a Karlsruhe 49 anni fa. Giochista senza perdersi nelle prosopopee ispaniche da possesso palla (vedi Fabregas e Xabi Alonso), Italiano sta completando a Bologna l’opera cominciata a Firenze. Dove lo rimpiangono annacquando il Chianti.
BOCCIATI
1) YANN SOMMER
Ha sparato le ultime cartucce nella semifinale Champions col Barça a San Siro: ha deviato con la punta delle dita il missile di Lamine Yamal, poi ha lasciato cadere la Colt, come se il suo destino si fosse definitivamente compiuto. Ha spento la luce e non l’ha più riaccesa. Così l’istintivo e spesso funambolico portiere dell’Inter (37 anni) è diventato un comprimario. Ora la porta nerazzurra è perennemente aperta, ogni spiffero diventa uragano, ogni tiro fra i pali potrebbe esser gol. Il declino dello svizzero è evidente, in questa prima parte di stagione ha collezionato papere e incertezze, la difesa (farfallona di suo) ha perso l’ultimo baluardo. Sommer è bravo coi piedi, purtroppo è l’unico che dovrebbe usare al meglio le mani. Cristian Chivu ne rispetta il declino e preferisce «tenersi la prestazione», beato lui.
2) ANDREA CAMBIASO
Oggi sembra il cugino di campagna del micidiale difensore esterno della scorsa stagione. Allora era il principe delle fasce (sinistra ma pure destra tanto è duttile) e del mercato, anche se la valutazione di 70 milioni formulata (chissà) dal City per il «folgorante innamoramento» di Pep Guardiola sembrò più un delirio dei mercatisti di redazione che un dato di realtà. Nella Juve di Luciano Spalletti sembra in ripresa, ma restano negli occhi i balbettii, le sostituzioni, l’inconsistenza di questa prima parte della stagione. Doveva essere uno dei top invece per ora è un flop. Colpa di Igor Tudor e della Signora in ribasso, priva di gioco e di prospettiva. Ma è possibile che al cambio di anno segua un auspicabile cambio di passo.
3) FIKAYO TOMORI
«Mi sento al massimo, dobbiamo tornare in Champions». Lo ha detto qualche giorno fa in un’intervista motivazionale per spronare tutto il Milan. «Allegri mi ha aiutato nella lettura del gioco, ora so cosa fare in campo». Ecco, qui un brivido corre lungo la schiena dei tifosi rossoneri perché l’anglo-canadese implicitamente ammette, a 28 anni, di non avere avuto finora ben presenti i parametri del suo lavoro. Ce n’eravamo accorti e deve averlo capito anche il tecnico se gli preferisce Matteo Gabbia, Strahinja Pavlovic, addirittura lo spaesato Koni De Winter delle ultime terrificanti apparizioni. Sia chiaro, Tomori è un buon centrale, ma per guidare la retroguardia del Milan è poco, troppo poco, perfino lontano dal giocatore arrembante e con enormi margini di miglioramento arrivato a Milano nel 2021 dal Chelsea. Urge il salto di qualità.
4) PIETRO COMUZZO
L’estate scorsa le grandi avrebbero fatto follie per il cartellino del centrale friulano di 20 anni: 40 milioni era il tetto delle richieste per colui che gli esperti appaiavano già ai due Alessandro al top, Bastoni e Buongiorno. Oggi il valore è crollato (siamo a 18) esattamente come le prestazioni individuali e quelle di squadra di una Fiorentina alle prese con una delle peggiori stagioni della storia. A fondo lei e negli abissi dell’incertezza Comuzzo, perché i giovani sono i primi a soffrire quando il gruppo si sfalda e la piazza si infiamma. Passare dal Comuzzo top al Comuzzo flop è perfino ingeneroso, ma qui non sono previsti sconti anche perché il gioco fissa il momento. E quello di casa viola è terribile.
5) NUÑO TAVARES
La locomotiva della Lazio si è trasformata in un ferrovecchio. Infermeria, panchina, poco campo. E quando Maurizio Sarri lo scatena sulla fascia, il portoghese che solo 12 mesi fa era devastante nelle accelerazioni, sembra passeggiare col cane in un tratturo di campagna. Ha 25 anni, un fisico da metter paura a Denzel Dumfries e pure un gran tiro. Ma sembra avere perso l’anima, travolto dai malanni e dalle insicurezze della precarietà. È diventato una presenza impalpabile quando non dannosa, perché se manca il coraggio ci si rifugia nella propria metà campo. E lui nell’approccio difensivo risulta parecchio rivedibile. Sarebbe una plusvalenza assoluta (Lotito lo pagò 6 milioni) anche in funzione bilancio, ma prima deve ritrovare se stesso.
6) TEUN KOOPMEINERS
Parabola di un fenomeno arrivato dall’Atalanta. Lo scarti dal pacchetto, gli metti le pile, lo fai giocare e lui diventa la controfigura del campione che era, un comprimario che deambula per il campo e non giustifica i 60 milioni che hai speso. Un classico. A rivitalizzare l’olandese ci ha provato Thiago Motta, poi Igor Tudor, può darsi che l’onirico Luciano Spalletti riesca nell’impresa. In un anno ha cambiato cinque ruoli: mezz’ala, regista, esterno, centrale di difesa, perfino mezza punta. Lo hanno quasi violentato nell’orgoglio pur di fargli ritrovare la brillantezza negli inserimenti e la dinamite nel tiro da lontano. Se succede, la Signora diventa di nuovo vincente. E ogni traguardo (almeno in Italia) torna ad essere un obiettivo.
7) ALBERT GUDMUNDSSON
C’è molta Fiorentina in questa squadra di disperati e non potrebbe che essere così. Un altro campione deludente è l’islandese depresso, crollato nelle graduatorie e nelle aspettative, al punto da essere spesso relegato in panchina. Mesi difficili, e il processo di Reykyavik per «cattiva condotta sessuale» (peraltro con un’assoluzione in primo grado) non ha aiutato il trequartista a ritrovare la serenità necessaria per spaccare le difese avversarie come faceva nel Genoa. Critica principale, gioca con addosso la tristezza del grande freddo. Critica secondaria, invece di lanciarsi negli spazi passa la palla al compagno più vicino. Se la Fiorentina vuole salvarsi deve ricostruire Gudmundsson, aiutarlo a tornare un cavallo selvaggio felice di allungare la falcata e di rianimare il Franchi. Il tempo per farlo c’è, ma la sabbia nella clessidra ha cominciato a scendere.
8) NICOLÒ FAGIOLI
Sta risalendo la china un centimetro alla volta, ma è dura. È dura tornare ad essere un regista, un fattore, un punto fermo per il centrocampista piacentino che nella Juventus aveva conquistato la maglia della Nazionale. Dopo la squalifica per le scommesse ha ricominciato a macinare calcio e chilometri, in fondo ha solo 24 anni. Ma la slavina viola di questi mesi lo ha travolto di nuovo. Il suo potenziale rimane enorme, la tecnica è quella degli uomini d’ordine dalla testa giusta e dal piede di velluto. Anche la statistica lo premia: 90% di passaggi riusciti, se non fosse che si tratta di alleggerimenti, aperture di tre metri, disimpegni senza coraggio. Fagioli come Gudmundsson, il motore deve ripartire. E far sì che Moise Kean abbia i rifornimenti là davanti per ricominciare a mettere paura a tutti.
9) CHARLES DE KETELAERE
Sorpresa, in campionato il fiorettista belga è tornato quello del Milan. Ruggisce meno, incide meno, segna meno, gioca meno. E l’Atalanta vive una stagione in altalena, nuotando fuori dalla zona Champions per la prima volta dopo tanti anni. Il gioiello belga sembra avere una doppia vita: decisivo nelle sfide in Europa (ha distrutto il Chelsea quasi da solo), in campionato si addormenta, va al minimo, come se la vetrina internazionale fosse indispensabile per farsi notare dalla Premier, suo approdo naturale. Vittima del mediocre inizio stagionale con Ivan Juric in panchina, il principe Carlo non può che trarre giovamento dall’arrivo di Raffaele Palladino, più simile nei sistemi di allenamento e nelle qualità motivazionali al guru Gasperini.
10) SANTI GIMENEZ
Chi l’ha mai visto? Il centravanti messicano doveva essere l’erede di Olivier Giroud, per ora non gli può portare a casa neppure la busta della spesa. Con il Psv aveva eliminato il Milan, ma una volta arrivato a Milanello è scomparso nella brughiera varesina. Non è stata tutta colpa sua, ma anche dello staff medico che ha gestito con timidezza un fastidio alla caviglia del giocatore: la terapia conservativa non ha dato frutti e alla fine Santi si è dovuto operare. Il 2026 potrebbe essere il suo anno, sempre che in casa rossonera non si decida di cederlo al Galatasaray per la disperazione. Il ballottaggio fra Gimenez e Nkunku per la titolarità nella squadra flop conferma che quello del centravanti rimane il problema numero uno del Milan. Ora è arrivato l’armadio tedesco Niclas Füllkrug, anche se ha quasi 33 anni peggio di loro non può fare.
11) ALVARO MORATA
È incomprensibile come Cesc Fabregas abbia potuto trascorrere l’estate a inseguire un ex calciatore. Forse era un suo vecchio compagno di bevute, altra spiegazione non c’è per giustificare la mediocrità sfiatata mostrata a Como dal campione spagnolo che fu. Nelle intenzioni del tecnico avrebbe dovuto tornare dall’attacco, aprire il gioco, far spazio agli inserimenti letali di Nico Paz e Jayden Addai. Compito improbo per un giocatore di 33 anni usurato da mille battaglie. E infatti non è mai successo (12 presenze, zero gol); comunque i ragazzini se la sono cavata egregiamente da soli. Morata ora è infortunato ma staziona sulle homepage dei giornali per le storie tese con la fidanzata, l’influencer Alice Campello. Faccenda che ai tifosi lariani interessa meno di zero. Un po’ più grave farsi fotografare con la maglia dell’Olimpia Milano durante il derby di basket contro Cantù, luogo di nascita di metà degli ultrà del Como. La fischiata al rientro è scontata.
Allenatore: IVAN JURIC
Sarà la sfortuna, sarà la difficoltà di creare empatia con l’ambiente, ma l’allenatore croato che aveva fatto benissimo al Verona e bene al Torino, ha fallito prima a Roma, poi a Bergamo. Senza voler infierire, l’avventura all’Atalanta ha segnato lo zero termico di un bravo tecnico, capace di far giocare le squadre in modo muscolare, aggressivo, con lampi di modernità. Poteva essere il nuovo Colleoni nerazzurro, si è perso in un mare di malinconie e solitudini che lo hanno allontanato dalla realtà. Fino al capitolo finale: mentre i suoi ragazzi vincevano in Champions a Marsiglia (impresa) lui riusciva a litigare con Ademola Lookman davanti alla panchina (impresa al contrario). Tatticamente è rimasto prigioniero della frase del Petisso Pesaola: «I giocatori li metto in campo benissimo, il problema è che poi si muovono».
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Mariano Bizzarri
Oncologo, dipartimento di medicina sperimentale, Gruppo di biologia dei sistemi,
Università La Sapienza, Roma.
Trent’anni fa Henry Gadsen, direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque». A distanza di tre decenni, il suo sogno sembra essersi avverato e questo per il concorso di più fattori. Si è ridotta la «prevenzione» al solo consumo di farmaci, quando occorrerebbe agire su altri e più complessi livelli (alimentazione, esercizio fisico, relazioni sociali).
Sono stati rivisitati, arbitrariamente, i limiti dei parametri che definiscono lo stato di salute: abbassando livelli di colesterolo e glucosio, si sono enormemente ampliati i margini della popolazione cui potevano essere prescritti i farmaci correlati. E sono state inventate, letteralmente, nuove malattie, etichettando come «patologiche» condizioni che connotano tratti di personalità (ansia, timidezza, noia), particolari fasi della vita (menopausa, vecchiaia) o semplici caratteristiche fisiche (calvizie, cellulite). Per risolvere il problema occorre ricostruire il modello medico-paziente degenerato negli ultimi 40 anni, intervenendo realmente sui fattori di prevenzione primaria prima ricordati. Inoltre, occorre tutelare l’integrità degli enti regolatori, impedendo che ricevano sussidi da Big Pharma.
Simonetta Pulciani
Biofisica in pensione, esperta di trasformazioni cellulari e di retrovirus, di microarray, epidemiologia genetica e malattie rare.
La domanda fondamentale resta: «I dati oggi a disposizione possono garantire l’estrapolazione di una diagnosi o la predizione di una futura malattia con un’alta probabilità di veridicità», come proponeva il ricercatore Leroy Hood con una medicina definita 4P: predittiva, preventiva, personalizzata e partecipata? Sicuramente i successi non devono essere ignorati o svalutati, ma una certa precauzione è d’obbligo. E la prevenzione non si deve limitare a indagini strumentali, ad analisi cliniche. Lo stile di vita potrebbe essere più importante di continui consulti medici. Il periodo del Covid è stato emblematico di come l’industria medica non sia più allineata alla prosperità del paziente. Non bisogna dimenticare che il Sars-CoV-2 era un coronavirus e sui coronavirus si sapeva molto, una cura era possibile e dovuta. Su quali basi scientifiche, davanti a un paziente infetto da un coronavirus e affetto da una sindrome respiratoria, i promotori di una prevenzione sfrenata hanno appoggiato «la vigile attesa»? Poter dare risposte sincere a questa domanda spiegherebbe anche la continua spinta a farci consumare sempre più farmaci.
Fabio Angeli
Professore al dipartimento di medicina e innovazione tecnologica (Dimit) dell’Università degli Studi dell’Insubria.
Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte a livello globale, includendo condizioni come infarto, ictus, scompenso cardiaco e malattie ischemiche. Malattie in gran parte prevenibili attraverso uno stile di vita sano, controlli medici regolari e una appropriata terapia farmacologica. Nonostante questo, negli ultimi anni si sta assistendo a una richiesta di esami diagnostici molto costosi per il nostro sistema sanitario e molto spesso non appropriati, se eseguiti prima di un oculato intervento mirato a valutare i vari fattori di rischio cardiovascolari modificabili. La vera sfida è quella di generare percorsi di prevenzione che siano sia sostenibili, sia realmente utili per ridurre l’impatto delle varie patologie, con esami diagnostici universalmente fruibili e a basso costo (come, ad esempio, l’elettrocardiogramma e «semplici» esami del sangue). La richiesta che si può inviare all’industria farmaceutica è di supportare non solo studi clinici sui farmaci ma, anche e soprattutto, studi utili a generare percorsi per corrette strategie preventive a livello di popolazione.
Mario Mantovani
Bioimmunologo all’Istituto di medicina biologica di Milano ricerca e sviluppo.
Ritengo fondamentale una giusta e corretta informazione per quanto riguarda la prevenzione con alcuni esami che indagano «sotto il pelo dell’acqua», senza porre il paziente in uno stato di ansia, molto spesso inutilmente. Dalla salute alla malattia vi è una scala di grigi direi abbastanza dinamica ed è lì che bisognerebbe agire. D’altro canto molto spesso, quando vi è la necessità di indagini strumentali o per imaging, si nota una certa reticenza a svolgere i suddetti esami o vengono rimandati per diversi mesi, senza giungere a una diagnosi e quindi a una cura. Oggi in ambito diagnostico c’è la possibilità di capire se alcuni parametri di II o III livello sono difformi da ciò che è «normale», e quindi agire preventivamente. Faccio riferimento per esempio all’infiammazione cronica di basso grado, chiamata anche infiammazione subclinica o asintomatica. I soggetti che ne soffrono presentano uno stato di estremo equilibrio, e sono inclini a un eventuale condizione clinica che può sfociare in una vera e propria patologia. L’autoimmunità è un esempio classico. Purtroppo, a livello si sanità pubblica non è ancora possibile un’indagine, per poi agire a livello preventivo.
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Il governo tunisino ora guidato da Kais Saied, che ha azzerato la democrazia, ha già chiesto all’Ue di salire a 100.000 tonnellate esportabili a dazio zero. Ursula von de Leyen è favorevole. Anche il Commissario all’agricoltura, Christophe Hansen, è lussemburghese e forse crede che gli ulivi siano piante decorative, non ha nulla in contrario. Durissima è stata la reazione della Coldiretti che lamenta il dumping (l’olio del Nord Africa arriva al di sotto dei 5 euro) e che in passato ha «abbordato» le navi che lo trasportano a Civitavecchia, ma ancora più dura è la protesta degli olivicoltori greci che hanno bloccato il Paese con i trattori. Disordini ci sono stati nelle zone di Chania, Mesenia, Laconia e a Creta per la mancata erogazione dei contributi Pac e il dumping sul prezzo che Tunisia e Spagna fanno all’olio greco che viene pagato oggi sotto i 4 euro. Il malessere greco è la conferma del caos nel comparto oleario a livello comunitario. Le ragioni sono due: l’olio da oliva non interessa a Bruxelles; la Spagna ha imposto un sistema produttivo che si rivela devastante ed è devastato. Madrid è il primo produttore mondiale con 1,3 milioni di tonnellate estratte da colture iperintensive e ha bisogno di sbocchi immediati sul mercato: questo ha determinato un costante abbassamento del prezzo mondiale che viaggia oggi attorno ai 5 euro al litro. Una quotazione non remunerativa in Italia, in Grecia, in Francia e neppure in Croazia e Albania che vendono la loro scarsa produzione a 7 euro al litro. Ma in Nord Africa è una manna. Tunisi ha deciso perciò di puntare lo sviluppo economico sull’olio da olive favorita anche lo scorso anno da una scarsissima produzione in Spagna e in Italia che è con 70.000 tonnellate importate (e una quota del 28% dell’export tunisino) il primo cliente della Tunisia. L’Italia sta attorno alle 300.000 tonnellate di produzione (quest’anno è aumentata del 30% rispetto al disastroso 2024) colpita anche dalla xilella nella sua regione leader: la Puglia. Noi però siamo i più forti consumatori del mondo (circa 12 litri a testa) ed esportiamo per circa 3 miliardi circa 280.000 tonnellate. Non va trascurato che i principali brand oleari italiani sono di proprietà spagnola. Siccome la legislazione europea consente di etichettare gli oli anche come miscela Ue e non Ue ecco perché siamo il primo mercato della Tunisia che produce in dumping. Lo testimonia il Financial Times in un articolato reportage. Il governo Saied punta a oltre 1,5 miliardi di euro di export e ha fissato un prezzo minimo al frantoio (dieci dinari al litro: circa 2,9 euro) e un prezzo calmierato per il consumo interno a 15 dinari, questo per evitare una caduta di redditività da sovra-produzione. Comunque il boom di export registrato lo scorso anno (gli spagnoli compravano olio ovunque: hanno a pagato quello tunisino fino a 8 euro) secondo Najeh Saidi Hamed, della Camera tunisina dei produttori di olive, può far superare le 500.000 tonnellate di produzione, mentre Vito Martielli, analista senior per cereali e semi oleosi di Rabobank che stima la produzione tunisina attorno alle 400.000 tonnellate, sostiene che «il prezzo ha raggiunto i 10.000 dollari a tonnellata, il che ha innescato l’espansione». Secondo la Banca Mondiale la crescita della Tunisia (si mantiene moderata, attorno al 2,4% anche se Kaies Saide ha rifiutato un prestito da 1,9 miliardi dall’Fmi «per tenermi libero») è tutta proiettata su turismo e agricoltura. La dimostrazione? Il tribunale di Tunisi ha rimesso in libertà su cauzione (17 milioni di dollari) Abdelaziz Makhloufi il fondatore di CHO group. L’accusa era di essersi approfittato di un bene agricolo dello Stato, ma Makhloufi è il re dell’olio. Oggi a Tunisi, grazie all’Ue, chi ha a che fare con le olive è un eroe nazionale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 gennaio 2026. Con il generale Giuseppe Santomartino facciamo il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina.