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2022-07-06
Anish Kapoor a Venezia: due sedi, un’unica grande mostra
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Palazzo Manfrin © Anish Kapoor/Photo © David Levene
Dal sestriere di Dorsoduro a quello, vivacissimo, di Cannaregio il passo non è poi così tanto breve, ma per visitare interamente la mostra di Anish Kapoor vale davvero la pena andare, come si suol dire, da «|casello a casello». Poco meno di un'ora a piedi fra le meraviglie della Serenissima o qualche fermata di vaporetto e davvero ci si trova catapultati, all’Accademia come a Palazzo Manfrin, quasi in un’altra dimensione, in un mondo dove materia e forma sono stati stravolti, gli spazi dilatati e i colori, il nero e il rosso soprattutto, saturati, portati all’eccesso e quasi cambiati nella loro sostanza, sino a quasi diventare una massa, grumosa e magmatica.
L’inconfondibile arte di Kapoor incanta, impressiona, sconvolge e questa mostra in particolare, forse più di altre, è diretta ad un linguaggio interiore, a quello che «abbiamo dentro », da sempre tema centrale nella pratica dell’artista britannico. E sicuramente smuove le coscienze del visitatore Shooting into the Corner, un ammasso di cera di viscosa scarlatta (circa 15 kg) sparata da un cannone (vero) sulle candide pareti delle Gallerie dell’Accademia, che subito ci fa pensare alla cieca e sanguinosa violenza del conflitto in corso nel cuore dell’Europa. Trattasi di installazioni, di sculture cinetiche ed autogeneranti che «esplodono» e rompono la quiete delle Gallerie, dove le creazioni di Kapoor entrano in dialogo con la collezione storica del museo, da Tintoretto a Giorgione, da Tiepolo a Tiziano, passando per i grandi maestri del sei e settecento.
Un confronto che può essere più o meno esplicito, complesso, sicuramente azzardato, ma dall’effetto davvero sconvolgente, sia che si tratti delle opere vermiglie cui ho fatto cenno poche righe sopra, sia che si tratti di quelle create con le nanotecnologie al carbonio, o meglio, con un materiale nanotecnologico innovativo talmente scuro (il cosiddetto Kapoor black ) da assorbire più del 99,9% della luce visibile e creare forme che appaiono e scompaiono davanti ai nostri occhi , sia che si tratti, infine, dell’incredibile opera Pregnant White Within Me (2022), una sorta di enorme rigonfiamento bianco candido, che, come un ventre materno, sembra quasi dilatare le pareti dello spazio espositivo. Ed enorme è anche l’installazione a specchio posta nel cortile dell’Accademia, i cui riflessi, oltre al cielo, attraggono e inghiottono anche lo spettatore.
Passando dalle Gallerie a Palazzo Manfrin, la dimora storica recentemente acquistata proprio da Kapoor e che dal 2024 sarà sede della Kapoor Foundation, si entra nella seconda parte della mostra, non meno «scioccante» della prima.
Qui, ad accogliere il visitatore, l’opera Mount Moriah at the Gate of the Ghetto (2022), un’enorme massa pendente, rossa, grondante di silicone e vernice, che parte dal soffitto dell’ingresso ed arriva quasi al pavimento, preludio di un percorso espositivo che propone opere eseguite nel corso dell’intera carriera dell'artista: nelle sale ancora parzialmente restaurate, a catturare l’attenzione del pubblico il « ribollente » trittico di pitture al silicone dipinto (Internal Objects in Three Parts), la serie di opere specchianti che invertono e distorcono le aspettative di chi osserva, il caterpillar blu che trasporta e ammucchia tonnellate di terra rossa (Destierro) e poi, su tutte, l’installazione centrale, Symphony for a Beloved Sun (2013), un enorme sole che tramonta (o sorge) su una massa di cera rossa , sommergendo Palazzo Manfrin nel ciclo primordiale della vita e della morte.
Di questa grande, imperdibile retrospettiva - curata da Taco Dibbits, storico dell’arte e direttore del Rijksmuseum di Amsterdam - lo stesso Kapoor ha affermato «È un grande onore essere invitato a confrontarmi con le collezioni delle Gallerie dell'Accademia di Venezia; forse una delle più belle collezioni di pittura classica di tutto il mondo. Tutta l'arte deve sempre confrontarsi con ciò che è accaduto prima. Le Gallerie dell'Accademia rappresentano una sfida meravigliosa e stupefacente. Sento un profondo legame con Venezia, è l'architettura e la sua vocazione per l’arte contemporanea».
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Sono le prestigiose sale dell’Accademia di Venezia e lo storico Palazzo Manfrin a ospitare, sino al 9 ottobre 2022, la straordinaria mostra di Anish Kapoor, artista anglo-indiano fra i più noti e originali del nostro tempo. Ben 60 le opere esposte, in un (doppio) percorso espositivo di grandissimo impatto estetico ed emotivo. Dal sestriere di Dorsoduro a quello, vivacissimo, di Cannaregio il passo non è poi così tanto breve, ma per visitare interamente la mostra di Anish Kapoor vale davvero la pena andare, come si suol dire, da «|casello a casello». Poco meno di un'ora a piedi fra le meraviglie della Serenissima o qualche fermata di vaporetto e davvero ci si trova catapultati, all’Accademia come a Palazzo Manfrin, quasi in un’altra dimensione, in un mondo dove materia e forma sono stati stravolti, gli spazi dilatati e i colori, il nero e il rosso soprattutto, saturati, portati all’eccesso e quasi cambiati nella loro sostanza, sino a quasi diventare una massa, grumosa e magmatica. L’inconfondibile arte di Kapoor incanta, impressiona, sconvolge e questa mostra in particolare, forse più di altre, è diretta ad un linguaggio interiore, a quello che «abbiamo dentro », da sempre tema centrale nella pratica dell’artista britannico. E sicuramente smuove le coscienze del visitatore Shooting into the Corner, un ammasso di cera di viscosa scarlatta (circa 15 kg) sparata da un cannone (vero) sulle candide pareti delle Gallerie dell’Accademia, che subito ci fa pensare alla cieca e sanguinosa violenza del conflitto in corso nel cuore dell’Europa. Trattasi di installazioni, di sculture cinetiche ed autogeneranti che «esplodono» e rompono la quiete delle Gallerie, dove le creazioni di Kapoor entrano in dialogo con la collezione storica del museo, da Tintoretto a Giorgione, da Tiepolo a Tiziano, passando per i grandi maestri del sei e settecento. Un confronto che può essere più o meno esplicito, complesso, sicuramente azzardato, ma dall’effetto davvero sconvolgente, sia che si tratti delle opere vermiglie cui ho fatto cenno poche righe sopra, sia che si tratti di quelle create con le nanotecnologie al carbonio, o meglio, con un materiale nanotecnologico innovativo talmente scuro (il cosiddetto Kapoor black ) da assorbire più del 99,9% della luce visibile e creare forme che appaiono e scompaiono davanti ai nostri occhi , sia che si tratti, infine, dell’incredibile opera Pregnant White Within Me (2022), una sorta di enorme rigonfiamento bianco candido, che, come un ventre materno, sembra quasi dilatare le pareti dello spazio espositivo. Ed enorme è anche l’installazione a specchio posta nel cortile dell’Accademia, i cui riflessi, oltre al cielo, attraggono e inghiottono anche lo spettatore.Passando dalle Gallerie a Palazzo Manfrin, la dimora storica recentemente acquistata proprio da Kapoor e che dal 2024 sarà sede della Kapoor Foundation, si entra nella seconda parte della mostra, non meno «scioccante» della prima.Qui, ad accogliere il visitatore, l’opera Mount Moriah at the Gate of the Ghetto (2022), un’enorme massa pendente, rossa, grondante di silicone e vernice, che parte dal soffitto dell’ingresso ed arriva quasi al pavimento, preludio di un percorso espositivo che propone opere eseguite nel corso dell’intera carriera dell'artista: nelle sale ancora parzialmente restaurate, a catturare l’attenzione del pubblico il « ribollente » trittico di pitture al silicone dipinto (Internal Objects in Three Parts), la serie di opere specchianti che invertono e distorcono le aspettative di chi osserva, il caterpillar blu che trasporta e ammucchia tonnellate di terra rossa (Destierro) e poi, su tutte, l’installazione centrale, Symphony for a Beloved Sun (2013), un enorme sole che tramonta (o sorge) su una massa di cera rossa , sommergendo Palazzo Manfrin nel ciclo primordiale della vita e della morte.Di questa grande, imperdibile retrospettiva - curata da Taco Dibbits, storico dell’arte e direttore del Rijksmuseum di Amsterdam - lo stesso Kapoor ha affermato «È un grande onore essere invitato a confrontarmi con le collezioni delle Gallerie dell'Accademia di Venezia; forse una delle più belle collezioni di pittura classica di tutto il mondo. Tutta l'arte deve sempre confrontarsi con ciò che è accaduto prima. Le Gallerie dell'Accademia rappresentano una sfida meravigliosa e stupefacente. Sento un profondo legame con Venezia, è l'architettura e la sua vocazione per l’arte contemporanea».
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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