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2022-06-21
Anche sulle armi cade il bluff dei grillini
Si potrebbe dire che la montagna ha partorito un topolino, ma in realtà non ha partorito neanche quello. A giudicare dalle parole pronunciate da Giuseppe Conte in tv solo qualche giorno fa, la due giorni di comunicazioni di Mario Draghi alle Camere (si comincia oggi al Senato) sull’andamento del conflitto ucraino avrebbe potuto addirittura sancire il de profundis del governo, con la scelta dei grillini di staccare una spina votando una propria risoluzione contraria alle richieste del premier.
E invece gli eventi hanno preso tutta un’altra piega, aggiungendo per il presidente del M5s l’ultima di una già nutrita serie di «ritirate strategiche» che altro non sono che reiterate prese d’atto della paura del corpaccione parlamentare pentastellato di concludere anzitempo la propria carriera di eletto. Non solo nessuna risoluzione separata per i grillini e nessun voto contro Draghi, ma anzi l’appoggio a un testo che dovrebbe sostanzialmente rinnovare la delega all’esecutivo sulle decisioni relative all’invio di armi a Kiev. Un mese fa Conte aveva usato parole di fuoco nei confronti del premier, reo a suo avviso di aver calpestato le prerogative del Parlamento non presentandosi alle Camere prima di recarsi a Washington da Joe Biden.
Verosimilmente, un ruolo rilevante ha giocato la débâcle del primo turno delle Comunali, che ha prospettato l’atomizzazione del Movimento, indebolendo ulteriormente l’ex premier. Due giorni fa, infatti, tutti gli osservatori attendevano con il fiato sospeso l’esito di un Consiglio nazionale notturno convocato d’urgenza di domenica per rispondere al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e alle accuse di anti atlantismo mosse alla leadership grillina. Una sollecitudine che aveva fatto pensare a un provvedimento estremo come l’espulsione, ma che poi ha avuto come esito un comunicato dal tono debole ed edulcorato, che avrebbe potuto certamente essere licenziato senza la fretta che ha accompagnato l’incontro. Per ribadire la condanna all’aggressione russa dell’Ucraina e per affermare che è necessario «un confronto in Parlamento tra le varie forze politiche, con la possibilità di pervenire a un atto di indirizzo del Parlamento che possa contribuire a rafforzare l’azione politica del governo in tutti i consessi internazionali e a perseguire un indirizzo ampiamente condiviso dal governo e dal Parlamento», molti hanno convenuto che non era necessario fare le ore piccole.
Tra Montecitorio e Palazzo Madama, i fedelissimi di Di Maio (uno su tutti il presidente della commissione Politiche Ue della Camera,, Sergio Battelli) facevano presente ai cronisti che non ci sarebbe stata alcuna risoluzione separata del M5s, mentre i contiani (come ad esempio Carlo Sibilia) hanno negato che vi fosse mai stata l’intenzione di strappare da parte del presidente del Movimento.
Una volta preso atto delle divisioni interne ai gruppi parlamentari e rinunciato, di conseguenza, alla presentazione di una propria risoluzione, a Conte e ai suoi non è rimasto altro che dare vita a un balletto - peraltro molto frequente in queste occasioni - sul testo della risoluzione comune della maggioranza. Nel gioco dei commi e dei cavilli, la vis dialettica dei pentastellati si è concentrata sulla parte del documento relativa a un maggiore coinvolgimento del Parlamento per le decisioni del governo sull’invio di armi e in generale sulla linea ad assumere rispetto all’evoluzione del conflitto. In particolare, gli esponenti del Movimento presenti alla riunione fiume che si è svolta al Senato hanno tentato di proiettare nella risoluzione un punto delle conclusioni del Consiglio nazionale, quello che considera «non sufficiente, in base ai principi del nostro ordinamento democratico, il vaglio parlamentare che è stato effettuato in corrispondenza del c.d. “decreto Ucraina”, che risale ai giorni immediatamente successivi all’aggressione militare russa, e che non tiene conto dei mutamenti nel frattempo intercorsi e delle strategie che si stanno delineando anche a livello internazionale». Su questo vi sarebbe stata resistenza da parte di Lega, FI, Iv e +Europa, mentre i grillini avrebbero trovato una sponda nella sinistra di Leu, con i dem intenti a mediare, preoccupati di non incrinare i rapporti con l’alleato, anche in vista dei ballottaggi di domenica prossima.
Se le azioni degli eletti grillini sembrano guidate da considerazioni orientate prevalentemente a preservare la legislatura, dalla pancia del Paese arrivano segnali difficilmente equivocabili sulla popolarità del presidente del Consiglio: secondo un sondaggio di Termometro politico, il 51 per cento degli italiani interpellati sull’eventualità di un nuovo incarico come premier per Draghi, hanno risposto in modo assolutamente negativo, affermando di non volerlo più a Palazzo Chigi in nessun caso e di essere rimasti delusi dal suo operato. A questo va anche aggiunto un 16 per cento di italiani che, pur non esprimendo un giudizio totalmente negativo sul suo operato, hanno detto di non auspicare un Draghi bis.
Zelensky bussa alla porta dell’Aula: «Il Parlamento italiano ci sostenga»
Anche a Kiev seguono il dibattito politico italiano e le sue fibrillazioni, tanto che il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, intervenendo in videoconferenza al Global policy forum dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), a una domanda sulla risoluzione che il Senato dovrà votare oggi sul sostegno dell’Italia all’Ucraina, ha dichiarato: «Voglio dire che voi state supportando non l’avanzata delle forze ucraine, ma la capacità di difesa del nostro esercito. Tutte le aree in cui stiamo avanzando sono territori ucraini. Non stiamo attraversando i confini, non stiamo uccidendo civili e cittadini russi. Noi siamo una nazione che vuole essere indipendente. Vi prego di supportarci». Zelensky nel suo intervento ha ricordato: «Più di 5 milioni di persone hanno lasciato il Paese e si sono rifugiati all’estero, in particolare in Italia e ringrazio la vostra gente, le vostre città e il governo e il primo ministro Draghi per l’assistenza alla nostra gente, innanzitutto donne e bambini. Questo è molto importante». Inoltre, il presidente ucraino ha ricordato che nel caso iniziassero delle trattative di pace con la Russia vorrebbe la presenza dell’Italia come garante.
Zelensky ha anche toccato il tema delle armi ribadendo: «Abbiamo bisogno di nuove armi potenti per respingere l’offensiva russa», e riferendosi a quanto accadrà oggi in Senato ha detto: «Per favore, sosteneteci, grazie per la vostra posizione e l’assistenza data a donne e bambini ma potete fare ancora di più e cosa in particolare? Armi, supporto finanziario e ricostruzione del Paese sono i tre elementi che possono fare la differenza». Intanto a Kiev è arrivato anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, dove ha incontrato Zelensky per parlare di ricostruzione dell’Ucraina e del ruolo delle imprese italiane e firmare i primi accordi.
Al Forum dell’Ispi è intervenuto anche lo storico britannico Niall Ferguson, che nel suo intervento ha messo l’accento sul ruolo degli Stati Uniti: «Finché Washington non si impegnerà a porre fine alle ostilità, mi sembra probabile che queste proseguano fino all’estate e oltre il 2022, perché è diventata una guerra di logoramento e i russi hanno molta artiglieria e uomini da impegnare». Critiche invece a Zelensky: «Credo che sappia che più dura la guerra più sarà difficile ricostruire l’Ucraina e renderla una democrazia stabile. Una delle lezioni della storia è che più va avanti una guerra, più difficile diventa trovare la pace. Sarebbe stato meglio cercare un cessate il fuoco nelle prime tre o quattro settimane, dopo che i russi hanno fallito nella presa di Kiev, invece di lasciare andare avanti le ostilità e consentire che Mosca acquisisse un vantaggio».
Nella giornata di ieri sono esplose le tensioni tra Russia e Lituania che, applicando le sanzioni dell’Unione europea, ha fermato i treni diretti verso l’enclave russa di Kaliningrad città nel Baltico. Immediata la reazione di Mosca, che attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha dichiarato:«È davvero una decisione senza precedenti, che viola qualsiasi cosa, constatiamo che ciò deriva dalla decisione dell’Unione europea di applicare sanzioni al transito. E consideriamo anche questo illegale». La replica è stata del ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis: «Il trasporto di passeggeri e merci non soggetti al regime di sanzioni Ue da e per la regione di Kaliningrad prosegue attraverso il territorio della Lituania. La Lituania non ha imposto restrizioni unilaterali, individuali o aggiuntive a questo transito».
Infine, in serata, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha anticipato su Twitter quanto dirà nel prossimo vertice europeo: «Ora è il momento di riconoscere che il futuro di Ucraina, Moldavia e Georgia è nell’Ue. Vi inviterò a concedere lo status di candidato all’Ucraina e alla Moldavia».
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Nonostante gli avvertimenti sul delicato passaggio del premier in Senato di oggi, il Movimento si limita a chiedere un coinvolgimento maggiore delle Camere. E rinuncia a una risoluzione separata. Inutile il pressing nella maggioranza, l’unica sponda è quella di Leu. Intanto secondo un sondaggio di Termometro politico, il 51% degli italiani interpellati sull’eventualità di un nuovo incarico come premier per Mario Draghi, hanno risposto in modo assolutamente negativo.Carlo Bonomi dal presidente ucraino. Charles Michel invita i leader ad aprire le porte dell’Ue a Kiev.Lo speciale contiene due articoli.Si potrebbe dire che la montagna ha partorito un topolino, ma in realtà non ha partorito neanche quello. A giudicare dalle parole pronunciate da Giuseppe Conte in tv solo qualche giorno fa, la due giorni di comunicazioni di Mario Draghi alle Camere (si comincia oggi al Senato) sull’andamento del conflitto ucraino avrebbe potuto addirittura sancire il de profundis del governo, con la scelta dei grillini di staccare una spina votando una propria risoluzione contraria alle richieste del premier. E invece gli eventi hanno preso tutta un’altra piega, aggiungendo per il presidente del M5s l’ultima di una già nutrita serie di «ritirate strategiche» che altro non sono che reiterate prese d’atto della paura del corpaccione parlamentare pentastellato di concludere anzitempo la propria carriera di eletto. Non solo nessuna risoluzione separata per i grillini e nessun voto contro Draghi, ma anzi l’appoggio a un testo che dovrebbe sostanzialmente rinnovare la delega all’esecutivo sulle decisioni relative all’invio di armi a Kiev. Un mese fa Conte aveva usato parole di fuoco nei confronti del premier, reo a suo avviso di aver calpestato le prerogative del Parlamento non presentandosi alle Camere prima di recarsi a Washington da Joe Biden.Verosimilmente, un ruolo rilevante ha giocato la débâcle del primo turno delle Comunali, che ha prospettato l’atomizzazione del Movimento, indebolendo ulteriormente l’ex premier. Due giorni fa, infatti, tutti gli osservatori attendevano con il fiato sospeso l’esito di un Consiglio nazionale notturno convocato d’urgenza di domenica per rispondere al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e alle accuse di anti atlantismo mosse alla leadership grillina. Una sollecitudine che aveva fatto pensare a un provvedimento estremo come l’espulsione, ma che poi ha avuto come esito un comunicato dal tono debole ed edulcorato, che avrebbe potuto certamente essere licenziato senza la fretta che ha accompagnato l’incontro. Per ribadire la condanna all’aggressione russa dell’Ucraina e per affermare che è necessario «un confronto in Parlamento tra le varie forze politiche, con la possibilità di pervenire a un atto di indirizzo del Parlamento che possa contribuire a rafforzare l’azione politica del governo in tutti i consessi internazionali e a perseguire un indirizzo ampiamente condiviso dal governo e dal Parlamento», molti hanno convenuto che non era necessario fare le ore piccole.Tra Montecitorio e Palazzo Madama, i fedelissimi di Di Maio (uno su tutti il presidente della commissione Politiche Ue della Camera,, Sergio Battelli) facevano presente ai cronisti che non ci sarebbe stata alcuna risoluzione separata del M5s, mentre i contiani (come ad esempio Carlo Sibilia) hanno negato che vi fosse mai stata l’intenzione di strappare da parte del presidente del Movimento.Una volta preso atto delle divisioni interne ai gruppi parlamentari e rinunciato, di conseguenza, alla presentazione di una propria risoluzione, a Conte e ai suoi non è rimasto altro che dare vita a un balletto - peraltro molto frequente in queste occasioni - sul testo della risoluzione comune della maggioranza. Nel gioco dei commi e dei cavilli, la vis dialettica dei pentastellati si è concentrata sulla parte del documento relativa a un maggiore coinvolgimento del Parlamento per le decisioni del governo sull’invio di armi e in generale sulla linea ad assumere rispetto all’evoluzione del conflitto. In particolare, gli esponenti del Movimento presenti alla riunione fiume che si è svolta al Senato hanno tentato di proiettare nella risoluzione un punto delle conclusioni del Consiglio nazionale, quello che considera «non sufficiente, in base ai principi del nostro ordinamento democratico, il vaglio parlamentare che è stato effettuato in corrispondenza del c.d. “decreto Ucraina”, che risale ai giorni immediatamente successivi all’aggressione militare russa, e che non tiene conto dei mutamenti nel frattempo intercorsi e delle strategie che si stanno delineando anche a livello internazionale». Su questo vi sarebbe stata resistenza da parte di Lega, FI, Iv e +Europa, mentre i grillini avrebbero trovato una sponda nella sinistra di Leu, con i dem intenti a mediare, preoccupati di non incrinare i rapporti con l’alleato, anche in vista dei ballottaggi di domenica prossima. Se le azioni degli eletti grillini sembrano guidate da considerazioni orientate prevalentemente a preservare la legislatura, dalla pancia del Paese arrivano segnali difficilmente equivocabili sulla popolarità del presidente del Consiglio: secondo un sondaggio di Termometro politico, il 51 per cento degli italiani interpellati sull’eventualità di un nuovo incarico come premier per Draghi, hanno risposto in modo assolutamente negativo, affermando di non volerlo più a Palazzo Chigi in nessun caso e di essere rimasti delusi dal suo operato. A questo va anche aggiunto un 16 per cento di italiani che, pur non esprimendo un giudizio totalmente negativo sul suo operato, hanno detto di non auspicare un Draghi bis.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anche-armi-cade-bluff-grillini-2657536998.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-bussa-alla-porta-dellaula-il-parlamento-italiano-ci-sostenga" data-post-id="2657536998" data-published-at="1655779967" data-use-pagination="False"> Zelensky bussa alla porta dell’Aula: «Il Parlamento italiano ci sostenga» Anche a Kiev seguono il dibattito politico italiano e le sue fibrillazioni, tanto che il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, intervenendo in videoconferenza al Global policy forum dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), a una domanda sulla risoluzione che il Senato dovrà votare oggi sul sostegno dell’Italia all’Ucraina, ha dichiarato: «Voglio dire che voi state supportando non l’avanzata delle forze ucraine, ma la capacità di difesa del nostro esercito. Tutte le aree in cui stiamo avanzando sono territori ucraini. Non stiamo attraversando i confini, non stiamo uccidendo civili e cittadini russi. Noi siamo una nazione che vuole essere indipendente. Vi prego di supportarci». Zelensky nel suo intervento ha ricordato: «Più di 5 milioni di persone hanno lasciato il Paese e si sono rifugiati all’estero, in particolare in Italia e ringrazio la vostra gente, le vostre città e il governo e il primo ministro Draghi per l’assistenza alla nostra gente, innanzitutto donne e bambini. Questo è molto importante». Inoltre, il presidente ucraino ha ricordato che nel caso iniziassero delle trattative di pace con la Russia vorrebbe la presenza dell’Italia come garante. Zelensky ha anche toccato il tema delle armi ribadendo: «Abbiamo bisogno di nuove armi potenti per respingere l’offensiva russa», e riferendosi a quanto accadrà oggi in Senato ha detto: «Per favore, sosteneteci, grazie per la vostra posizione e l’assistenza data a donne e bambini ma potete fare ancora di più e cosa in particolare? Armi, supporto finanziario e ricostruzione del Paese sono i tre elementi che possono fare la differenza». Intanto a Kiev è arrivato anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, dove ha incontrato Zelensky per parlare di ricostruzione dell’Ucraina e del ruolo delle imprese italiane e firmare i primi accordi. Al Forum dell’Ispi è intervenuto anche lo storico britannico Niall Ferguson, che nel suo intervento ha messo l’accento sul ruolo degli Stati Uniti: «Finché Washington non si impegnerà a porre fine alle ostilità, mi sembra probabile che queste proseguano fino all’estate e oltre il 2022, perché è diventata una guerra di logoramento e i russi hanno molta artiglieria e uomini da impegnare». Critiche invece a Zelensky: «Credo che sappia che più dura la guerra più sarà difficile ricostruire l’Ucraina e renderla una democrazia stabile. Una delle lezioni della storia è che più va avanti una guerra, più difficile diventa trovare la pace. Sarebbe stato meglio cercare un cessate il fuoco nelle prime tre o quattro settimane, dopo che i russi hanno fallito nella presa di Kiev, invece di lasciare andare avanti le ostilità e consentire che Mosca acquisisse un vantaggio». Nella giornata di ieri sono esplose le tensioni tra Russia e Lituania che, applicando le sanzioni dell’Unione europea, ha fermato i treni diretti verso l’enclave russa di Kaliningrad città nel Baltico. Immediata la reazione di Mosca, che attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha dichiarato:«È davvero una decisione senza precedenti, che viola qualsiasi cosa, constatiamo che ciò deriva dalla decisione dell’Unione europea di applicare sanzioni al transito. E consideriamo anche questo illegale». La replica è stata del ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis: «Il trasporto di passeggeri e merci non soggetti al regime di sanzioni Ue da e per la regione di Kaliningrad prosegue attraverso il territorio della Lituania. La Lituania non ha imposto restrizioni unilaterali, individuali o aggiuntive a questo transito». Infine, in serata, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha anticipato su Twitter quanto dirà nel prossimo vertice europeo: «Ora è il momento di riconoscere che il futuro di Ucraina, Moldavia e Georgia è nell’Ue. Vi inviterò a concedere lo status di candidato all’Ucraina e alla Moldavia».
Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.
I metodi naturali e le attive sensibilità Montessori, (lo si sapeva già da allora e il ministro - il filosofo Giovanni Gentile - era d’accordo) erano esattamente il contrario delle gelide e supponenti regole dove adesso, più di un secolo dopo, si volevano consegnare i tre poetici bimbi Trevallion con la loro sanissima e profondamente colta adorazione verso il bosco, la natura e gli animali e i preziosi, indispensabili saperi fisici e spirituali che essi contengono.
Sembrava, dunque, che tutto andasse bene, ma ecco arrivare una figura notissima e molto temuta nelle attuali vicende umane, soprattutto tra i piccoli: l’assistente sociale. Un personaggio, spesso femminile, che ha preso forma in tempi recenti e confusi e, purtroppo, ha una storia professionale finora ancora breve e affrettata, con saperi fragili e sbrigativi, destinati alle richieste senz’anima delle burocrazie tradizionali.
Ecco, allora, che anche in questa storia, commovente e tremenda come le fiabe delle streghe e, come tante altre terribili e ciniche storie di cronaca, (come Bibbiano e Forteto), risuona il maleficio: fuori i figli dalla casa scandalosamente umile e non sufficientemente disinfettata e si affidino all’assistenza sociale. Non solo asettica, ma spesso apparentemente indifferente ai sentimenti, quando non ostile. Tuttavia, ciò è inaccettabile perché il sentimento è proprio ciò che promuove ogni cambiamento nella relazione psicologica: se non c’è, non succede niente, solo tristezza e disperazione. Ed ecco, quindi, il pianto disperato dei bambini e la tristezza degli adulti. Perché una famiglia non è un ente amministrativo: è un organismo vivente, quello dove - come ci ha ricordato papa Ratzinger pochi anni fa - si conosce l’altro, il primo, vero tu e, quindi, sé stessi. È così che si impara a vivere e nutrire i primi appetiti della persona, decisivi per il futuro: con la naturalità e la forza dei preziosi prodotti dell’orto di casa, in cui abbiamo impegnato il nostro stesso corpo. Recuperando, dunque, saperi sostanzialmente non molto diversi da quelli dei genitori, che affondavano le loro radici nei millenni dei libri fondativi delle varie culture.
Niente di astratto, si intende: le pratiche e considerazioni indispensabili sono note, molto utili e già silenziosamente seguite dalle usanze e conoscenze dei cani o dei gatti di casa, creature abili e pratiche, reduci da formazioni, giochi, strategie e movimenti maturati nei millenni della vita del creato. È anche per questo che queste creature naturalissime sono oggi più ascoltate dei burocratici assistenti sociali, ansiosamente in attesa delle molteplici e cangianti Intelligenze artificiali, ma nel frattempo sprezzanti delle esigenze più che mai vitali dell’istituzione umana più antica e sostanzialmente immodificabile dell’umanità: la famiglia, come ammesso anche da studiosi/e tuttora riconosciuti e ascoltati, come Hannah Arendt. In queste, però, osservando i fenomeni della realtà di oggi, e non delle burocrazie di ieri si trovano aspetti previsti anche dalle osservazioni fatte oggi e domani dalla fisica contemporanea, post einsteniana, nata insieme alla psicologia analitica junghiana nelle quale io stesso mi sono formato.
È, però, nell’indispensabile, concretissima e profonda famiglia cuore, sangue, corpo, pelle, gambe possono sostituire volentieri le astratte e formali dispense, di quelle che abbandonano la geniale sintesi della pratica fisica con la ferrea ignoranza del computer, richiuso nella ripetizione della formula e impedito allo sviluppo. Questi bambini e i loro avventurosi genitori hanno il diritto alla terrestre semplicità che si sa da tempo essere più istruttiva, profonda, vitale e divertente della spocchia e del manierismo burocratico; brutto e privo di senso.
Lasciateli essere sé stessi. Magari, anzi, copiateli un po’. Vedrete che è meglio.
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