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2022-06-21
Anche sulle armi cade il bluff dei grillini
Si potrebbe dire che la montagna ha partorito un topolino, ma in realtà non ha partorito neanche quello. A giudicare dalle parole pronunciate da Giuseppe Conte in tv solo qualche giorno fa, la due giorni di comunicazioni di Mario Draghi alle Camere (si comincia oggi al Senato) sull’andamento del conflitto ucraino avrebbe potuto addirittura sancire il de profundis del governo, con la scelta dei grillini di staccare una spina votando una propria risoluzione contraria alle richieste del premier.
E invece gli eventi hanno preso tutta un’altra piega, aggiungendo per il presidente del M5s l’ultima di una già nutrita serie di «ritirate strategiche» che altro non sono che reiterate prese d’atto della paura del corpaccione parlamentare pentastellato di concludere anzitempo la propria carriera di eletto. Non solo nessuna risoluzione separata per i grillini e nessun voto contro Draghi, ma anzi l’appoggio a un testo che dovrebbe sostanzialmente rinnovare la delega all’esecutivo sulle decisioni relative all’invio di armi a Kiev. Un mese fa Conte aveva usato parole di fuoco nei confronti del premier, reo a suo avviso di aver calpestato le prerogative del Parlamento non presentandosi alle Camere prima di recarsi a Washington da Joe Biden.
Verosimilmente, un ruolo rilevante ha giocato la débâcle del primo turno delle Comunali, che ha prospettato l’atomizzazione del Movimento, indebolendo ulteriormente l’ex premier. Due giorni fa, infatti, tutti gli osservatori attendevano con il fiato sospeso l’esito di un Consiglio nazionale notturno convocato d’urgenza di domenica per rispondere al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e alle accuse di anti atlantismo mosse alla leadership grillina. Una sollecitudine che aveva fatto pensare a un provvedimento estremo come l’espulsione, ma che poi ha avuto come esito un comunicato dal tono debole ed edulcorato, che avrebbe potuto certamente essere licenziato senza la fretta che ha accompagnato l’incontro. Per ribadire la condanna all’aggressione russa dell’Ucraina e per affermare che è necessario «un confronto in Parlamento tra le varie forze politiche, con la possibilità di pervenire a un atto di indirizzo del Parlamento che possa contribuire a rafforzare l’azione politica del governo in tutti i consessi internazionali e a perseguire un indirizzo ampiamente condiviso dal governo e dal Parlamento», molti hanno convenuto che non era necessario fare le ore piccole.
Tra Montecitorio e Palazzo Madama, i fedelissimi di Di Maio (uno su tutti il presidente della commissione Politiche Ue della Camera,, Sergio Battelli) facevano presente ai cronisti che non ci sarebbe stata alcuna risoluzione separata del M5s, mentre i contiani (come ad esempio Carlo Sibilia) hanno negato che vi fosse mai stata l’intenzione di strappare da parte del presidente del Movimento.
Una volta preso atto delle divisioni interne ai gruppi parlamentari e rinunciato, di conseguenza, alla presentazione di una propria risoluzione, a Conte e ai suoi non è rimasto altro che dare vita a un balletto - peraltro molto frequente in queste occasioni - sul testo della risoluzione comune della maggioranza. Nel gioco dei commi e dei cavilli, la vis dialettica dei pentastellati si è concentrata sulla parte del documento relativa a un maggiore coinvolgimento del Parlamento per le decisioni del governo sull’invio di armi e in generale sulla linea ad assumere rispetto all’evoluzione del conflitto. In particolare, gli esponenti del Movimento presenti alla riunione fiume che si è svolta al Senato hanno tentato di proiettare nella risoluzione un punto delle conclusioni del Consiglio nazionale, quello che considera «non sufficiente, in base ai principi del nostro ordinamento democratico, il vaglio parlamentare che è stato effettuato in corrispondenza del c.d. “decreto Ucraina”, che risale ai giorni immediatamente successivi all’aggressione militare russa, e che non tiene conto dei mutamenti nel frattempo intercorsi e delle strategie che si stanno delineando anche a livello internazionale». Su questo vi sarebbe stata resistenza da parte di Lega, FI, Iv e +Europa, mentre i grillini avrebbero trovato una sponda nella sinistra di Leu, con i dem intenti a mediare, preoccupati di non incrinare i rapporti con l’alleato, anche in vista dei ballottaggi di domenica prossima.
Se le azioni degli eletti grillini sembrano guidate da considerazioni orientate prevalentemente a preservare la legislatura, dalla pancia del Paese arrivano segnali difficilmente equivocabili sulla popolarità del presidente del Consiglio: secondo un sondaggio di Termometro politico, il 51 per cento degli italiani interpellati sull’eventualità di un nuovo incarico come premier per Draghi, hanno risposto in modo assolutamente negativo, affermando di non volerlo più a Palazzo Chigi in nessun caso e di essere rimasti delusi dal suo operato. A questo va anche aggiunto un 16 per cento di italiani che, pur non esprimendo un giudizio totalmente negativo sul suo operato, hanno detto di non auspicare un Draghi bis.
Zelensky bussa alla porta dell’Aula: «Il Parlamento italiano ci sostenga»
Anche a Kiev seguono il dibattito politico italiano e le sue fibrillazioni, tanto che il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, intervenendo in videoconferenza al Global policy forum dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), a una domanda sulla risoluzione che il Senato dovrà votare oggi sul sostegno dell’Italia all’Ucraina, ha dichiarato: «Voglio dire che voi state supportando non l’avanzata delle forze ucraine, ma la capacità di difesa del nostro esercito. Tutte le aree in cui stiamo avanzando sono territori ucraini. Non stiamo attraversando i confini, non stiamo uccidendo civili e cittadini russi. Noi siamo una nazione che vuole essere indipendente. Vi prego di supportarci». Zelensky nel suo intervento ha ricordato: «Più di 5 milioni di persone hanno lasciato il Paese e si sono rifugiati all’estero, in particolare in Italia e ringrazio la vostra gente, le vostre città e il governo e il primo ministro Draghi per l’assistenza alla nostra gente, innanzitutto donne e bambini. Questo è molto importante». Inoltre, il presidente ucraino ha ricordato che nel caso iniziassero delle trattative di pace con la Russia vorrebbe la presenza dell’Italia come garante.
Zelensky ha anche toccato il tema delle armi ribadendo: «Abbiamo bisogno di nuove armi potenti per respingere l’offensiva russa», e riferendosi a quanto accadrà oggi in Senato ha detto: «Per favore, sosteneteci, grazie per la vostra posizione e l’assistenza data a donne e bambini ma potete fare ancora di più e cosa in particolare? Armi, supporto finanziario e ricostruzione del Paese sono i tre elementi che possono fare la differenza». Intanto a Kiev è arrivato anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, dove ha incontrato Zelensky per parlare di ricostruzione dell’Ucraina e del ruolo delle imprese italiane e firmare i primi accordi.
Al Forum dell’Ispi è intervenuto anche lo storico britannico Niall Ferguson, che nel suo intervento ha messo l’accento sul ruolo degli Stati Uniti: «Finché Washington non si impegnerà a porre fine alle ostilità, mi sembra probabile che queste proseguano fino all’estate e oltre il 2022, perché è diventata una guerra di logoramento e i russi hanno molta artiglieria e uomini da impegnare». Critiche invece a Zelensky: «Credo che sappia che più dura la guerra più sarà difficile ricostruire l’Ucraina e renderla una democrazia stabile. Una delle lezioni della storia è che più va avanti una guerra, più difficile diventa trovare la pace. Sarebbe stato meglio cercare un cessate il fuoco nelle prime tre o quattro settimane, dopo che i russi hanno fallito nella presa di Kiev, invece di lasciare andare avanti le ostilità e consentire che Mosca acquisisse un vantaggio».
Nella giornata di ieri sono esplose le tensioni tra Russia e Lituania che, applicando le sanzioni dell’Unione europea, ha fermato i treni diretti verso l’enclave russa di Kaliningrad città nel Baltico. Immediata la reazione di Mosca, che attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha dichiarato:«È davvero una decisione senza precedenti, che viola qualsiasi cosa, constatiamo che ciò deriva dalla decisione dell’Unione europea di applicare sanzioni al transito. E consideriamo anche questo illegale». La replica è stata del ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis: «Il trasporto di passeggeri e merci non soggetti al regime di sanzioni Ue da e per la regione di Kaliningrad prosegue attraverso il territorio della Lituania. La Lituania non ha imposto restrizioni unilaterali, individuali o aggiuntive a questo transito».
Infine, in serata, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha anticipato su Twitter quanto dirà nel prossimo vertice europeo: «Ora è il momento di riconoscere che il futuro di Ucraina, Moldavia e Georgia è nell’Ue. Vi inviterò a concedere lo status di candidato all’Ucraina e alla Moldavia».
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Nonostante gli avvertimenti sul delicato passaggio del premier in Senato di oggi, il Movimento si limita a chiedere un coinvolgimento maggiore delle Camere. E rinuncia a una risoluzione separata. Inutile il pressing nella maggioranza, l’unica sponda è quella di Leu. Intanto secondo un sondaggio di Termometro politico, il 51% degli italiani interpellati sull’eventualità di un nuovo incarico come premier per Mario Draghi, hanno risposto in modo assolutamente negativo.Carlo Bonomi dal presidente ucraino. Charles Michel invita i leader ad aprire le porte dell’Ue a Kiev.Lo speciale contiene due articoli.Si potrebbe dire che la montagna ha partorito un topolino, ma in realtà non ha partorito neanche quello. A giudicare dalle parole pronunciate da Giuseppe Conte in tv solo qualche giorno fa, la due giorni di comunicazioni di Mario Draghi alle Camere (si comincia oggi al Senato) sull’andamento del conflitto ucraino avrebbe potuto addirittura sancire il de profundis del governo, con la scelta dei grillini di staccare una spina votando una propria risoluzione contraria alle richieste del premier. E invece gli eventi hanno preso tutta un’altra piega, aggiungendo per il presidente del M5s l’ultima di una già nutrita serie di «ritirate strategiche» che altro non sono che reiterate prese d’atto della paura del corpaccione parlamentare pentastellato di concludere anzitempo la propria carriera di eletto. Non solo nessuna risoluzione separata per i grillini e nessun voto contro Draghi, ma anzi l’appoggio a un testo che dovrebbe sostanzialmente rinnovare la delega all’esecutivo sulle decisioni relative all’invio di armi a Kiev. Un mese fa Conte aveva usato parole di fuoco nei confronti del premier, reo a suo avviso di aver calpestato le prerogative del Parlamento non presentandosi alle Camere prima di recarsi a Washington da Joe Biden.Verosimilmente, un ruolo rilevante ha giocato la débâcle del primo turno delle Comunali, che ha prospettato l’atomizzazione del Movimento, indebolendo ulteriormente l’ex premier. Due giorni fa, infatti, tutti gli osservatori attendevano con il fiato sospeso l’esito di un Consiglio nazionale notturno convocato d’urgenza di domenica per rispondere al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e alle accuse di anti atlantismo mosse alla leadership grillina. Una sollecitudine che aveva fatto pensare a un provvedimento estremo come l’espulsione, ma che poi ha avuto come esito un comunicato dal tono debole ed edulcorato, che avrebbe potuto certamente essere licenziato senza la fretta che ha accompagnato l’incontro. Per ribadire la condanna all’aggressione russa dell’Ucraina e per affermare che è necessario «un confronto in Parlamento tra le varie forze politiche, con la possibilità di pervenire a un atto di indirizzo del Parlamento che possa contribuire a rafforzare l’azione politica del governo in tutti i consessi internazionali e a perseguire un indirizzo ampiamente condiviso dal governo e dal Parlamento», molti hanno convenuto che non era necessario fare le ore piccole.Tra Montecitorio e Palazzo Madama, i fedelissimi di Di Maio (uno su tutti il presidente della commissione Politiche Ue della Camera,, Sergio Battelli) facevano presente ai cronisti che non ci sarebbe stata alcuna risoluzione separata del M5s, mentre i contiani (come ad esempio Carlo Sibilia) hanno negato che vi fosse mai stata l’intenzione di strappare da parte del presidente del Movimento.Una volta preso atto delle divisioni interne ai gruppi parlamentari e rinunciato, di conseguenza, alla presentazione di una propria risoluzione, a Conte e ai suoi non è rimasto altro che dare vita a un balletto - peraltro molto frequente in queste occasioni - sul testo della risoluzione comune della maggioranza. Nel gioco dei commi e dei cavilli, la vis dialettica dei pentastellati si è concentrata sulla parte del documento relativa a un maggiore coinvolgimento del Parlamento per le decisioni del governo sull’invio di armi e in generale sulla linea ad assumere rispetto all’evoluzione del conflitto. In particolare, gli esponenti del Movimento presenti alla riunione fiume che si è svolta al Senato hanno tentato di proiettare nella risoluzione un punto delle conclusioni del Consiglio nazionale, quello che considera «non sufficiente, in base ai principi del nostro ordinamento democratico, il vaglio parlamentare che è stato effettuato in corrispondenza del c.d. “decreto Ucraina”, che risale ai giorni immediatamente successivi all’aggressione militare russa, e che non tiene conto dei mutamenti nel frattempo intercorsi e delle strategie che si stanno delineando anche a livello internazionale». Su questo vi sarebbe stata resistenza da parte di Lega, FI, Iv e +Europa, mentre i grillini avrebbero trovato una sponda nella sinistra di Leu, con i dem intenti a mediare, preoccupati di non incrinare i rapporti con l’alleato, anche in vista dei ballottaggi di domenica prossima. Se le azioni degli eletti grillini sembrano guidate da considerazioni orientate prevalentemente a preservare la legislatura, dalla pancia del Paese arrivano segnali difficilmente equivocabili sulla popolarità del presidente del Consiglio: secondo un sondaggio di Termometro politico, il 51 per cento degli italiani interpellati sull’eventualità di un nuovo incarico come premier per Draghi, hanno risposto in modo assolutamente negativo, affermando di non volerlo più a Palazzo Chigi in nessun caso e di essere rimasti delusi dal suo operato. A questo va anche aggiunto un 16 per cento di italiani che, pur non esprimendo un giudizio totalmente negativo sul suo operato, hanno detto di non auspicare un Draghi bis.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anche-armi-cade-bluff-grillini-2657536998.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-bussa-alla-porta-dellaula-il-parlamento-italiano-ci-sostenga" data-post-id="2657536998" data-published-at="1655779967" data-use-pagination="False"> Zelensky bussa alla porta dell’Aula: «Il Parlamento italiano ci sostenga» Anche a Kiev seguono il dibattito politico italiano e le sue fibrillazioni, tanto che il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, intervenendo in videoconferenza al Global policy forum dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), a una domanda sulla risoluzione che il Senato dovrà votare oggi sul sostegno dell’Italia all’Ucraina, ha dichiarato: «Voglio dire che voi state supportando non l’avanzata delle forze ucraine, ma la capacità di difesa del nostro esercito. Tutte le aree in cui stiamo avanzando sono territori ucraini. Non stiamo attraversando i confini, non stiamo uccidendo civili e cittadini russi. Noi siamo una nazione che vuole essere indipendente. Vi prego di supportarci». Zelensky nel suo intervento ha ricordato: «Più di 5 milioni di persone hanno lasciato il Paese e si sono rifugiati all’estero, in particolare in Italia e ringrazio la vostra gente, le vostre città e il governo e il primo ministro Draghi per l’assistenza alla nostra gente, innanzitutto donne e bambini. Questo è molto importante». Inoltre, il presidente ucraino ha ricordato che nel caso iniziassero delle trattative di pace con la Russia vorrebbe la presenza dell’Italia come garante. Zelensky ha anche toccato il tema delle armi ribadendo: «Abbiamo bisogno di nuove armi potenti per respingere l’offensiva russa», e riferendosi a quanto accadrà oggi in Senato ha detto: «Per favore, sosteneteci, grazie per la vostra posizione e l’assistenza data a donne e bambini ma potete fare ancora di più e cosa in particolare? Armi, supporto finanziario e ricostruzione del Paese sono i tre elementi che possono fare la differenza». Intanto a Kiev è arrivato anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, dove ha incontrato Zelensky per parlare di ricostruzione dell’Ucraina e del ruolo delle imprese italiane e firmare i primi accordi. Al Forum dell’Ispi è intervenuto anche lo storico britannico Niall Ferguson, che nel suo intervento ha messo l’accento sul ruolo degli Stati Uniti: «Finché Washington non si impegnerà a porre fine alle ostilità, mi sembra probabile che queste proseguano fino all’estate e oltre il 2022, perché è diventata una guerra di logoramento e i russi hanno molta artiglieria e uomini da impegnare». Critiche invece a Zelensky: «Credo che sappia che più dura la guerra più sarà difficile ricostruire l’Ucraina e renderla una democrazia stabile. Una delle lezioni della storia è che più va avanti una guerra, più difficile diventa trovare la pace. Sarebbe stato meglio cercare un cessate il fuoco nelle prime tre o quattro settimane, dopo che i russi hanno fallito nella presa di Kiev, invece di lasciare andare avanti le ostilità e consentire che Mosca acquisisse un vantaggio». Nella giornata di ieri sono esplose le tensioni tra Russia e Lituania che, applicando le sanzioni dell’Unione europea, ha fermato i treni diretti verso l’enclave russa di Kaliningrad città nel Baltico. Immediata la reazione di Mosca, che attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha dichiarato:«È davvero una decisione senza precedenti, che viola qualsiasi cosa, constatiamo che ciò deriva dalla decisione dell’Unione europea di applicare sanzioni al transito. E consideriamo anche questo illegale». La replica è stata del ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis: «Il trasporto di passeggeri e merci non soggetti al regime di sanzioni Ue da e per la regione di Kaliningrad prosegue attraverso il territorio della Lituania. La Lituania non ha imposto restrizioni unilaterali, individuali o aggiuntive a questo transito». Infine, in serata, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha anticipato su Twitter quanto dirà nel prossimo vertice europeo: «Ora è il momento di riconoscere che il futuro di Ucraina, Moldavia e Georgia è nell’Ue. Vi inviterò a concedere lo status di candidato all’Ucraina e alla Moldavia».
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.