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2022-06-21
Anche sulle armi cade il bluff dei grillini
Si potrebbe dire che la montagna ha partorito un topolino, ma in realtà non ha partorito neanche quello. A giudicare dalle parole pronunciate da Giuseppe Conte in tv solo qualche giorno fa, la due giorni di comunicazioni di Mario Draghi alle Camere (si comincia oggi al Senato) sull’andamento del conflitto ucraino avrebbe potuto addirittura sancire il de profundis del governo, con la scelta dei grillini di staccare una spina votando una propria risoluzione contraria alle richieste del premier.
E invece gli eventi hanno preso tutta un’altra piega, aggiungendo per il presidente del M5s l’ultima di una già nutrita serie di «ritirate strategiche» che altro non sono che reiterate prese d’atto della paura del corpaccione parlamentare pentastellato di concludere anzitempo la propria carriera di eletto. Non solo nessuna risoluzione separata per i grillini e nessun voto contro Draghi, ma anzi l’appoggio a un testo che dovrebbe sostanzialmente rinnovare la delega all’esecutivo sulle decisioni relative all’invio di armi a Kiev. Un mese fa Conte aveva usato parole di fuoco nei confronti del premier, reo a suo avviso di aver calpestato le prerogative del Parlamento non presentandosi alle Camere prima di recarsi a Washington da Joe Biden.
Verosimilmente, un ruolo rilevante ha giocato la débâcle del primo turno delle Comunali, che ha prospettato l’atomizzazione del Movimento, indebolendo ulteriormente l’ex premier. Due giorni fa, infatti, tutti gli osservatori attendevano con il fiato sospeso l’esito di un Consiglio nazionale notturno convocato d’urgenza di domenica per rispondere al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e alle accuse di anti atlantismo mosse alla leadership grillina. Una sollecitudine che aveva fatto pensare a un provvedimento estremo come l’espulsione, ma che poi ha avuto come esito un comunicato dal tono debole ed edulcorato, che avrebbe potuto certamente essere licenziato senza la fretta che ha accompagnato l’incontro. Per ribadire la condanna all’aggressione russa dell’Ucraina e per affermare che è necessario «un confronto in Parlamento tra le varie forze politiche, con la possibilità di pervenire a un atto di indirizzo del Parlamento che possa contribuire a rafforzare l’azione politica del governo in tutti i consessi internazionali e a perseguire un indirizzo ampiamente condiviso dal governo e dal Parlamento», molti hanno convenuto che non era necessario fare le ore piccole.
Tra Montecitorio e Palazzo Madama, i fedelissimi di Di Maio (uno su tutti il presidente della commissione Politiche Ue della Camera,, Sergio Battelli) facevano presente ai cronisti che non ci sarebbe stata alcuna risoluzione separata del M5s, mentre i contiani (come ad esempio Carlo Sibilia) hanno negato che vi fosse mai stata l’intenzione di strappare da parte del presidente del Movimento.
Una volta preso atto delle divisioni interne ai gruppi parlamentari e rinunciato, di conseguenza, alla presentazione di una propria risoluzione, a Conte e ai suoi non è rimasto altro che dare vita a un balletto - peraltro molto frequente in queste occasioni - sul testo della risoluzione comune della maggioranza. Nel gioco dei commi e dei cavilli, la vis dialettica dei pentastellati si è concentrata sulla parte del documento relativa a un maggiore coinvolgimento del Parlamento per le decisioni del governo sull’invio di armi e in generale sulla linea ad assumere rispetto all’evoluzione del conflitto. In particolare, gli esponenti del Movimento presenti alla riunione fiume che si è svolta al Senato hanno tentato di proiettare nella risoluzione un punto delle conclusioni del Consiglio nazionale, quello che considera «non sufficiente, in base ai principi del nostro ordinamento democratico, il vaglio parlamentare che è stato effettuato in corrispondenza del c.d. “decreto Ucraina”, che risale ai giorni immediatamente successivi all’aggressione militare russa, e che non tiene conto dei mutamenti nel frattempo intercorsi e delle strategie che si stanno delineando anche a livello internazionale». Su questo vi sarebbe stata resistenza da parte di Lega, FI, Iv e +Europa, mentre i grillini avrebbero trovato una sponda nella sinistra di Leu, con i dem intenti a mediare, preoccupati di non incrinare i rapporti con l’alleato, anche in vista dei ballottaggi di domenica prossima.
Se le azioni degli eletti grillini sembrano guidate da considerazioni orientate prevalentemente a preservare la legislatura, dalla pancia del Paese arrivano segnali difficilmente equivocabili sulla popolarità del presidente del Consiglio: secondo un sondaggio di Termometro politico, il 51 per cento degli italiani interpellati sull’eventualità di un nuovo incarico come premier per Draghi, hanno risposto in modo assolutamente negativo, affermando di non volerlo più a Palazzo Chigi in nessun caso e di essere rimasti delusi dal suo operato. A questo va anche aggiunto un 16 per cento di italiani che, pur non esprimendo un giudizio totalmente negativo sul suo operato, hanno detto di non auspicare un Draghi bis.
Zelensky bussa alla porta dell’Aula: «Il Parlamento italiano ci sostenga»
Anche a Kiev seguono il dibattito politico italiano e le sue fibrillazioni, tanto che il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, intervenendo in videoconferenza al Global policy forum dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), a una domanda sulla risoluzione che il Senato dovrà votare oggi sul sostegno dell’Italia all’Ucraina, ha dichiarato: «Voglio dire che voi state supportando non l’avanzata delle forze ucraine, ma la capacità di difesa del nostro esercito. Tutte le aree in cui stiamo avanzando sono territori ucraini. Non stiamo attraversando i confini, non stiamo uccidendo civili e cittadini russi. Noi siamo una nazione che vuole essere indipendente. Vi prego di supportarci». Zelensky nel suo intervento ha ricordato: «Più di 5 milioni di persone hanno lasciato il Paese e si sono rifugiati all’estero, in particolare in Italia e ringrazio la vostra gente, le vostre città e il governo e il primo ministro Draghi per l’assistenza alla nostra gente, innanzitutto donne e bambini. Questo è molto importante». Inoltre, il presidente ucraino ha ricordato che nel caso iniziassero delle trattative di pace con la Russia vorrebbe la presenza dell’Italia come garante.
Zelensky ha anche toccato il tema delle armi ribadendo: «Abbiamo bisogno di nuove armi potenti per respingere l’offensiva russa», e riferendosi a quanto accadrà oggi in Senato ha detto: «Per favore, sosteneteci, grazie per la vostra posizione e l’assistenza data a donne e bambini ma potete fare ancora di più e cosa in particolare? Armi, supporto finanziario e ricostruzione del Paese sono i tre elementi che possono fare la differenza». Intanto a Kiev è arrivato anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, dove ha incontrato Zelensky per parlare di ricostruzione dell’Ucraina e del ruolo delle imprese italiane e firmare i primi accordi.
Al Forum dell’Ispi è intervenuto anche lo storico britannico Niall Ferguson, che nel suo intervento ha messo l’accento sul ruolo degli Stati Uniti: «Finché Washington non si impegnerà a porre fine alle ostilità, mi sembra probabile che queste proseguano fino all’estate e oltre il 2022, perché è diventata una guerra di logoramento e i russi hanno molta artiglieria e uomini da impegnare». Critiche invece a Zelensky: «Credo che sappia che più dura la guerra più sarà difficile ricostruire l’Ucraina e renderla una democrazia stabile. Una delle lezioni della storia è che più va avanti una guerra, più difficile diventa trovare la pace. Sarebbe stato meglio cercare un cessate il fuoco nelle prime tre o quattro settimane, dopo che i russi hanno fallito nella presa di Kiev, invece di lasciare andare avanti le ostilità e consentire che Mosca acquisisse un vantaggio».
Nella giornata di ieri sono esplose le tensioni tra Russia e Lituania che, applicando le sanzioni dell’Unione europea, ha fermato i treni diretti verso l’enclave russa di Kaliningrad città nel Baltico. Immediata la reazione di Mosca, che attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha dichiarato:«È davvero una decisione senza precedenti, che viola qualsiasi cosa, constatiamo che ciò deriva dalla decisione dell’Unione europea di applicare sanzioni al transito. E consideriamo anche questo illegale». La replica è stata del ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis: «Il trasporto di passeggeri e merci non soggetti al regime di sanzioni Ue da e per la regione di Kaliningrad prosegue attraverso il territorio della Lituania. La Lituania non ha imposto restrizioni unilaterali, individuali o aggiuntive a questo transito».
Infine, in serata, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha anticipato su Twitter quanto dirà nel prossimo vertice europeo: «Ora è il momento di riconoscere che il futuro di Ucraina, Moldavia e Georgia è nell’Ue. Vi inviterò a concedere lo status di candidato all’Ucraina e alla Moldavia».
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Nonostante gli avvertimenti sul delicato passaggio del premier in Senato di oggi, il Movimento si limita a chiedere un coinvolgimento maggiore delle Camere. E rinuncia a una risoluzione separata. Inutile il pressing nella maggioranza, l’unica sponda è quella di Leu. Intanto secondo un sondaggio di Termometro politico, il 51% degli italiani interpellati sull’eventualità di un nuovo incarico come premier per Mario Draghi, hanno risposto in modo assolutamente negativo.Carlo Bonomi dal presidente ucraino. Charles Michel invita i leader ad aprire le porte dell’Ue a Kiev.Lo speciale contiene due articoli.Si potrebbe dire che la montagna ha partorito un topolino, ma in realtà non ha partorito neanche quello. A giudicare dalle parole pronunciate da Giuseppe Conte in tv solo qualche giorno fa, la due giorni di comunicazioni di Mario Draghi alle Camere (si comincia oggi al Senato) sull’andamento del conflitto ucraino avrebbe potuto addirittura sancire il de profundis del governo, con la scelta dei grillini di staccare una spina votando una propria risoluzione contraria alle richieste del premier. E invece gli eventi hanno preso tutta un’altra piega, aggiungendo per il presidente del M5s l’ultima di una già nutrita serie di «ritirate strategiche» che altro non sono che reiterate prese d’atto della paura del corpaccione parlamentare pentastellato di concludere anzitempo la propria carriera di eletto. Non solo nessuna risoluzione separata per i grillini e nessun voto contro Draghi, ma anzi l’appoggio a un testo che dovrebbe sostanzialmente rinnovare la delega all’esecutivo sulle decisioni relative all’invio di armi a Kiev. Un mese fa Conte aveva usato parole di fuoco nei confronti del premier, reo a suo avviso di aver calpestato le prerogative del Parlamento non presentandosi alle Camere prima di recarsi a Washington da Joe Biden.Verosimilmente, un ruolo rilevante ha giocato la débâcle del primo turno delle Comunali, che ha prospettato l’atomizzazione del Movimento, indebolendo ulteriormente l’ex premier. Due giorni fa, infatti, tutti gli osservatori attendevano con il fiato sospeso l’esito di un Consiglio nazionale notturno convocato d’urgenza di domenica per rispondere al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e alle accuse di anti atlantismo mosse alla leadership grillina. Una sollecitudine che aveva fatto pensare a un provvedimento estremo come l’espulsione, ma che poi ha avuto come esito un comunicato dal tono debole ed edulcorato, che avrebbe potuto certamente essere licenziato senza la fretta che ha accompagnato l’incontro. Per ribadire la condanna all’aggressione russa dell’Ucraina e per affermare che è necessario «un confronto in Parlamento tra le varie forze politiche, con la possibilità di pervenire a un atto di indirizzo del Parlamento che possa contribuire a rafforzare l’azione politica del governo in tutti i consessi internazionali e a perseguire un indirizzo ampiamente condiviso dal governo e dal Parlamento», molti hanno convenuto che non era necessario fare le ore piccole.Tra Montecitorio e Palazzo Madama, i fedelissimi di Di Maio (uno su tutti il presidente della commissione Politiche Ue della Camera,, Sergio Battelli) facevano presente ai cronisti che non ci sarebbe stata alcuna risoluzione separata del M5s, mentre i contiani (come ad esempio Carlo Sibilia) hanno negato che vi fosse mai stata l’intenzione di strappare da parte del presidente del Movimento.Una volta preso atto delle divisioni interne ai gruppi parlamentari e rinunciato, di conseguenza, alla presentazione di una propria risoluzione, a Conte e ai suoi non è rimasto altro che dare vita a un balletto - peraltro molto frequente in queste occasioni - sul testo della risoluzione comune della maggioranza. Nel gioco dei commi e dei cavilli, la vis dialettica dei pentastellati si è concentrata sulla parte del documento relativa a un maggiore coinvolgimento del Parlamento per le decisioni del governo sull’invio di armi e in generale sulla linea ad assumere rispetto all’evoluzione del conflitto. In particolare, gli esponenti del Movimento presenti alla riunione fiume che si è svolta al Senato hanno tentato di proiettare nella risoluzione un punto delle conclusioni del Consiglio nazionale, quello che considera «non sufficiente, in base ai principi del nostro ordinamento democratico, il vaglio parlamentare che è stato effettuato in corrispondenza del c.d. “decreto Ucraina”, che risale ai giorni immediatamente successivi all’aggressione militare russa, e che non tiene conto dei mutamenti nel frattempo intercorsi e delle strategie che si stanno delineando anche a livello internazionale». Su questo vi sarebbe stata resistenza da parte di Lega, FI, Iv e +Europa, mentre i grillini avrebbero trovato una sponda nella sinistra di Leu, con i dem intenti a mediare, preoccupati di non incrinare i rapporti con l’alleato, anche in vista dei ballottaggi di domenica prossima. Se le azioni degli eletti grillini sembrano guidate da considerazioni orientate prevalentemente a preservare la legislatura, dalla pancia del Paese arrivano segnali difficilmente equivocabili sulla popolarità del presidente del Consiglio: secondo un sondaggio di Termometro politico, il 51 per cento degli italiani interpellati sull’eventualità di un nuovo incarico come premier per Draghi, hanno risposto in modo assolutamente negativo, affermando di non volerlo più a Palazzo Chigi in nessun caso e di essere rimasti delusi dal suo operato. A questo va anche aggiunto un 16 per cento di italiani che, pur non esprimendo un giudizio totalmente negativo sul suo operato, hanno detto di non auspicare un Draghi bis.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anche-armi-cade-bluff-grillini-2657536998.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zelensky-bussa-alla-porta-dellaula-il-parlamento-italiano-ci-sostenga" data-post-id="2657536998" data-published-at="1655779967" data-use-pagination="False"> Zelensky bussa alla porta dell’Aula: «Il Parlamento italiano ci sostenga» Anche a Kiev seguono il dibattito politico italiano e le sue fibrillazioni, tanto che il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, intervenendo in videoconferenza al Global policy forum dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), a una domanda sulla risoluzione che il Senato dovrà votare oggi sul sostegno dell’Italia all’Ucraina, ha dichiarato: «Voglio dire che voi state supportando non l’avanzata delle forze ucraine, ma la capacità di difesa del nostro esercito. Tutte le aree in cui stiamo avanzando sono territori ucraini. Non stiamo attraversando i confini, non stiamo uccidendo civili e cittadini russi. Noi siamo una nazione che vuole essere indipendente. Vi prego di supportarci». Zelensky nel suo intervento ha ricordato: «Più di 5 milioni di persone hanno lasciato il Paese e si sono rifugiati all’estero, in particolare in Italia e ringrazio la vostra gente, le vostre città e il governo e il primo ministro Draghi per l’assistenza alla nostra gente, innanzitutto donne e bambini. Questo è molto importante». Inoltre, il presidente ucraino ha ricordato che nel caso iniziassero delle trattative di pace con la Russia vorrebbe la presenza dell’Italia come garante. Zelensky ha anche toccato il tema delle armi ribadendo: «Abbiamo bisogno di nuove armi potenti per respingere l’offensiva russa», e riferendosi a quanto accadrà oggi in Senato ha detto: «Per favore, sosteneteci, grazie per la vostra posizione e l’assistenza data a donne e bambini ma potete fare ancora di più e cosa in particolare? Armi, supporto finanziario e ricostruzione del Paese sono i tre elementi che possono fare la differenza». Intanto a Kiev è arrivato anche il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, dove ha incontrato Zelensky per parlare di ricostruzione dell’Ucraina e del ruolo delle imprese italiane e firmare i primi accordi. Al Forum dell’Ispi è intervenuto anche lo storico britannico Niall Ferguson, che nel suo intervento ha messo l’accento sul ruolo degli Stati Uniti: «Finché Washington non si impegnerà a porre fine alle ostilità, mi sembra probabile che queste proseguano fino all’estate e oltre il 2022, perché è diventata una guerra di logoramento e i russi hanno molta artiglieria e uomini da impegnare». Critiche invece a Zelensky: «Credo che sappia che più dura la guerra più sarà difficile ricostruire l’Ucraina e renderla una democrazia stabile. Una delle lezioni della storia è che più va avanti una guerra, più difficile diventa trovare la pace. Sarebbe stato meglio cercare un cessate il fuoco nelle prime tre o quattro settimane, dopo che i russi hanno fallito nella presa di Kiev, invece di lasciare andare avanti le ostilità e consentire che Mosca acquisisse un vantaggio». Nella giornata di ieri sono esplose le tensioni tra Russia e Lituania che, applicando le sanzioni dell’Unione europea, ha fermato i treni diretti verso l’enclave russa di Kaliningrad città nel Baltico. Immediata la reazione di Mosca, che attraverso il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha dichiarato:«È davvero una decisione senza precedenti, che viola qualsiasi cosa, constatiamo che ciò deriva dalla decisione dell’Unione europea di applicare sanzioni al transito. E consideriamo anche questo illegale». La replica è stata del ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis: «Il trasporto di passeggeri e merci non soggetti al regime di sanzioni Ue da e per la regione di Kaliningrad prosegue attraverso il territorio della Lituania. La Lituania non ha imposto restrizioni unilaterali, individuali o aggiuntive a questo transito». Infine, in serata, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha anticipato su Twitter quanto dirà nel prossimo vertice europeo: «Ora è il momento di riconoscere che il futuro di Ucraina, Moldavia e Georgia è nell’Ue. Vi inviterò a concedere lo status di candidato all’Ucraina e alla Moldavia».
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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