2020-01-01
Nel settore dell'aviazione c'è una lotta infinta tra chi tiene i conti di un progetto e chi esegue i calcoli e le scelte tecniche. Ecco che cosa succede spiegato in modo facile.
Polizia a Roma Termini dopo le aggressioni dell'11 gennaio (Ansa)
- Termini choc: in poche ore massacrati di botte un funzionario del Mimit e un rider. Presa un’orda di stranieri: un tunisino con precedenti, un egiziano appena espulso (invano) e molti altri irregolari. Ma ormai è la norma.
- La città del dem Lepore allo sbando: in stazione due uomini Polfer sono stati aggrediti da un tunisino. In zona università un magrebino è stato «affettato» con lame e machete.
Lo speciale contiene due articoli.
Orbitavano da mesi intorno alla stazione di Roma. In piena zona rossa. Sono stranieri con precedenti. Uno di loro fresco di decreto di espulsione non eseguito. Nomi finiti in fascicoli che si accumulano. E che sabato sera hanno colpito di nuovo.
Due volte a distanza di un’ora. Alle 22 in punto, in via Giolitti, la strada che costeggia uno dei due lati dello scalo, quella dove si concentrano gli accessi pedonali ai binari e dove si intrecciano i movimenti di viaggiatori e pendolari a quelli di decine di stranieri, di pregiudicati e di predatori urbani, è finito nella roulette russa della stazione Termini un uomo di 57 anni. Un funzionario del ministero delle Imprese e del made in Italy che era uscito di casa per andare in farmacia. Viene puntato da un gruppo di stranieri. Le telecamere della stazione inquadrano la scena. Si vedono sette, forse otto persone che si dirigono verso la vittima.
Sembrano muoversi come un branco che ha scelto la preda. E quando sono a due passi dalla vittima, scatta l’aggressione. Non cercano il portafogli, non rubano nulla. Ma è un massacro. L’uomo, colpito ripetutamente al volto, finisce in coma farmacologico nel reparto di terapia intensiva del Policlinico Umberto I, con prognosi riservata: ha riportato la frattura della mandibola e diverse fratture. Un’ora dopo, a poche centinaia di metri, in via Manin, strada che costeggia una parte dell’Esquilino, tra palazzi residenziali e piccole attività commerciali, a ridosso di piazza dei Cinquecento, scatta la seconda scena di violenza. Stesso quartiere.
Stessa aria pesante che aleggia intorno alla stazione. Un rider tunisino di 23 anni viene aggredito mentre effettua una consegna. Botte. Sangue sull’asfalto. Il ragazzo cade, si rialza, prova a scappare. La bicicletta resta lì, abbandonata. Il rider, invece, finisce in ospedale, ma le sue condizioni sono meno gravi. Alcuni agenti sono riusciti a parlarci quasi subito per ricostruire con precisione le fasi dell’aggressione. Il movente in questo caso sarebbe un tentativo di rapina. Ma la brutalità è identica.
All’inizio gli investigatori hanno trattano i due episodi come distinti. Poi, però, le immagini, i movimenti, i volti, gli spostamenti dei gruppi, evidentemente hanno suggerito altro. «Non si esclude che i due fatti possano essere collegati», fanno sapere dalla questura. Scatta la caccia. Polfer, commissariato Viminale, Squadra mobile. Un dispiegamento che sembra quello di un rastrellamento. La zona di Termini si trasforma in un grande posto di blocco e viene setacciata per ore. Pattuglie che entrano ed escono dalla stazione, agenti che controllano documenti, tasche, zaini. Sedici persone vengono accompagnate all’Ufficio immigrazione per accertamenti. Una fila di volti che fotografa la marginalità dell’area cittadina dalla quale sono stati prelevati.
Per quattro di loro, risultati destinatari di provvedimenti di espulsione, si aprono le porte del Cpr di Ponte Galeria. Altri tre vengono fermati per fatti diversi, ma nello stesso contesto di caos: un quarantaseienne delle Mauritius che, si è scoperto, era latitante, inseguito da un ordine di carcerazione per reati di varia natura, un peruviano di 43 anni che durante i controlli ha danneggiato una volante polizia e un terzo straniero deteneva sostanze stupefacenti con finalità di spaccio. Due i denunciati. È il bollettino che racconta la serata fuori controllo in un’area in cui ogni accertamento fa emergere un mondo sommerso di irregolarità, precedenti e provvedimenti rimasti sulla carta.
Tutta l’attività investigativa, però, si è concentrata sui due pestaggi. Per quello subito dal funzionario del ministero la polizia ha fermato due giovani: un diciottenne egiziano con un curriculum che pesa quanto il suo fascicolo: rapina, ricettazione, porto di armi e oggetti atti a offendere. Ma, soprattutto, c’è un dettaglio che brucia: era già destinatario di un provvedimento di espulsione, emesso dal questore la scorsa settimana perché irregolare sul territorio nazionale. Non doveva essere lì sabato sera. Con lui finisce in stato di fermo un ventenne tunisino con precedenti per rissa, porto di oggetti atti a offendere, reati legati agli stupefacenti nel 2024 e nel 2025. Per entrambi l’accusa è pesantissima: tentato omicidio. Per l’aggressione al rider, invece, vengono fermati due tunisini (i provvedimenti sono già stati convalidati dall’autorità giudiziaria). Un ventiduenne, risultato detentore di un regolare permesso di soggiorno, ma con precedenti di polizia (molto recenti) per la violazione delle leggi sugli stupefacenti e per minaccia. E un diciottenne senza fissa dimora, irregolare e senza documenti.
Dalle immagini acquisite, però, emerge la presenza di altri stranieri. Alcune fonti sostengono che ci siano almeno una ventina di persone coinvolte ancora da identificare. Che al momento sembrano ancora solo delle ombre che scorrono sui monitor della videosorveglianza. Ombre di stranieri che si muovono intorno alla scena, che entrano ed escono dal campo visivo delle telecamere, che osservano, seguono e forse partecipano. E che qualcuno, negli uffici della Squadra mobile, sta cercando in queste ore di trasformare in nomi e cognomi. Perché sabato sera, nonostante quell’area fosse presidiata, hanno deciso di colpire. E lo hanno fatto ben due volte. Sotto gli occhi di una città che, ancora una volta, ha trovato conferma di quanto sia pericolosa l’area attorno alla stazione Termini.
Agenti picchiati, Bologna è un incubo
Due agenti della Polfer presi a pugni e testate in stazione e un giovane sfigurato a colpi di machete in pieno pomeriggio, nella zona universitaria. Ci aveva provato, nei giorni scorsi, il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, a scaricare sul governo la responsabilità del feroce omicidio del capotreno di 34 anni, avvenuto lo scorso 5 gennaio, sempre alla stazione di Bologna. Ma questi due nuovi episodi, entrambi caratterizzati da una dinamica così violenta da mettere bene in evidenza il senso di impunità di chi li ha commessi, avvenuti in meno di 48 ore in due quartieri della città teoricamente già attenzionati proprio sul tema sicurezza, riportano tutti di colpo alla realtà.
Bologna soffre di un male chiamato «lassismo», tipico delle amministrazioni Pd, che passa attraverso i messaggi che la politica locale, con le sue mancanze più o meno inconsapevoli, lancia alla criminalità, sempre pronta ad assediare un territorio poco protetto. Un male che, di certo, non può trovare la sua cura soltanto nel numero di agenti impegnati per strada.
Ancora non si sono asciugate le lacrime versate dai colleghi ferrovieri per la morte del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso nel parcheggio dei ferrovieri di Trenitalia con un solo fendente alla schiena da Marin Jelenic, croato con precedenti su cui pendeva un decreto di allontanamento, che, ancora una volta, due agenti vengono assaliti mentre svolgono il loro lavoro all’interno dello scalo ferroviario. Nella notte tra sabato e domenica due uomini della Polfer addetti ai controlli di routine, hanno incrociato un giovane tunisino con precedenti per lesioni che, nel vederli avvicinare, si è innervosito. Quando gli agenti gli hanno chiesto di seguirli in ufficio per l’identificazione, l’uomo ha reagito con violenza: calci pugni e una testata al volto di uno dei due, mentre l’altro è stato ferito alla mano. Per quanto, probabilmente, in preda a chissà quali droghe, il giovane tunisino ha reagito con tanta violenza perché era infastidito da quei controlli, vissuti come una intromissione. E, dal suo punto di vista, non aveva tutti i torti. A Bologna tutti lo sanno: nessuno disturba più di tanto chi i propri affari loschi se li gestisce in zona stazione. Una sacca di tolleranza lasciata a sé stessa sperando che, così, il resto della città possa restare pulito.
E invece no. Nel pomeriggio di sabato, sempre a Bologna ma nella zona universitaria del centro storico, un ventenne di origine tunisina è stato trovato a terra in una pozza di sangue, gravemente ferito. Una vera e propria esecuzione su pubblica via: il volto sfigurato da due tagli profondi alla testa e alla guancia, il corpo devastato da colpi di machete e una lama ancora conficcata nella coscia. Una scena che ricorda, pericolosamente, quelle che si vedevano nella città di Ferrara prima del 2019, ossia prima che la giunta cambiasse colore, con l’elezione del sindaco leghista, Alan Fabbri, dopo oltre 70 anni di sinistra al potere. A Ferrara, quella che a lungo era stata sminuita come la conseguenza di una semplice «lotta tra bande per lo spaccio», si rivelò essere una caratteristica manifestazione della presenza attiva della mafia nigeriana che, nella città estense, aveva messo radici. Senza ovviamente che alcuna delle amministrazioni di sinistra susseguitesi negli anni, se ne accorgesse. «Chiedo al sindaco di istituire una task force di 100 agenti della polizia locale dedicati al presidio del territorio del centro e della zona della stazione», ha sollecitato Matteo di Benedetto, capogruppo Lega in Consiglio comunale a Bologna. Per Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di Fdi, si tratta degli ennesimi episodi dovuti ad una «situazione determinata dalle scelte buoniste e permissiviste del Comune che hanno attratto a Bologna ogni genere di sbandati».
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I coniugi Moretti, titolari del locale di Crans-Montana (Ansa)
Che cosa si può comprare con 33.000 euro? Probabilmente una Maserati usata, ma anche dei pannelli ignifughi e un impianto antincendio. Forse nella cifra ci sta anche un corso di sicurezza riservato ai dipendenti, affinché sappiano che cosa fare in caso di emergenza. Sì, più l’inchiesta sulla strage di Crans-Montana va avanti e più i dettagli dell’indagine - a dire il vero prevalentemente giornalistica e poco giudiziaria - ci fanno capire che siamo di fronte a una storia di ordinaria avidità. Durante il Covid, i coniugi Moretti ottennero un finanziamento di 75.000 euro. Ma quei soldi, invece di investirli nel loro locale per metterlo a norma con pannelli che non bruciassero alla prima scintilla e installando un impianto antincendio, li hanno usati per comprarsi una Maserati, intestandola alla società che gestiva Le Constellation.
Ovviamente di un’auto, per di più di lusso, non avevano bisogno. Anche perché nel garage della coppia c’erano già una Mercedes-Amg, una Bentley e una Porsche Cayenne. I due avevano, dunque, più vetture di quante ne potessero usare contemporaneamente, per giunta non proprio utilitarie. Tuttavia, decisero di concedersi un’altra auto lussuosa, suscitando anche l’interesse della Procura del Cantone che, tuttavia, dopo aver indagato, archiviò l’indagine ritenendo che la Maserati fosse l’auto di servizio di cui i coniugi Moretti avevano necessità per svolgere la loro attività di gestori di bar e ristoranti.
Con il senno di poi, però, quei 33.000 euro investiti per comprare una vettura sono la testimonianza della spregiudicatezza e dell’avidità dei due. Avevano i soldi per mettere in sicurezza il locale dove sono morti 40 ragazzi e altri 116 sono rimasti feriti e li hanno usati per comprarsi l’ennesima supercar. Erano ricchi, avevano immobili in una delle località sciistiche più prestigiose della Svizzera e altri, a quanto pare, ne avevano acquistati in Costa Azzurra. Avevano un parco vetture da far invidia a molti imprenditori. Ma non bastava. Volevano di più. Per dimostrare al mondo il proprio successo, per celebrare la propria ascesa sociale, dopo gli anni in cui lui aveva frequentato un milieu di malviventi e magnaccia, i Moretti volevano aggiungere un’altra fuoriserie alla loro scuderia. E così parte di quei 75.000 euro, ottenuti in prestito per far fronte all’emergenza Covid e alla chiusura dei loro locali, non sono serviti per ampliare le uscite di sicurezza e neppure per sostituire il materiale infiammabile di Le Constellation, ma per una Maserati.
Ora Jessica Moretti piange di fronte ai cronisti, chiedendo scusa fuori tempo massimo. Ma sarebbe stato sufficiente che, invece di pensare a ingrandire ancora di più Le Constellation allargando la veranda e restringendo magari le vie di fuga, avesse pensato a come rendere sicuro il locale. Invece, come capita a chi vuole guadagnare senza farsi troppi scrupoli, ha pensato solo a quanti altri soldi avrebbe incassato, correndo verso il baratro e trascinando con sé la vita di decine di ragazzi. Di questa tragedia dell’avidità resteranno le immagini di lei che fugge la notte della strage. Mentre dei minorenni morivano asfissiati o bruciati, la signora della notte di Crans scappava, secondo alcune testimonianze, con la cassa. C’è un filo rosso che lega la sciagura del Ponte Morandi a quella della Rsa di Milano, dove sei anziani morirono soffocati dal fumo e altri 80 rimasero intossicati, per poi arrivare a Crans. È spesso la motivazione economica a unire le catastrofi. Per dirla con Giorgio Bocca, «fare soldi per fare soldi, se esistono altre prospettive, scusate, non le ho viste». Ma la storia raccontata negli anni Sessanta sul Giorno dal grande giornalista riguardava la «strage» di librerie in un centro della provincia di Pavia, non la strage di minorenni in una località di lusso delle Alpi svizzere.
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Omaggio alle vittime davanti al locale Le Constellation di Crans Montana (Ansa)
Nessuno può togliere ai gestori del locale e allo Stato la loro responsabilità. Ma non dimenticare il disastro vuol dire anche insegnare ai giovani come rimanere sempre lucidi. E come saper rinunciare a stordimenti e strumenti che appannano la realtà.
«Del senno di poi sono piene le fosse» è un vecchio proverbio tramandato dal Manzoni che spiega come siamo tutti bravi, dopo, a capire le cose, a intuire dove sono stati fatti gli sbagli, come si potevano evitare i disastri. La frase significa: quelli che sanno tutto «dopo» sono tanti, e con la loro inutile e tardiva scienza ci si possono riempire le fosse; ma ha anche un secondo significato, più sinistro e sottile: nelle fosse ci stanno i morti, perché essere incauti può uccidere. Bisogna pensare col senno di prima, non con quello di poi, o qualcuno lo pagherà con la vita, e altri piangeranno il vuoto atroce che è stato lasciato dalla loro morte. È un discorso di responsabilità.
I proprietari del locale di Crans-Montana sono responsabili al 100% di quanto è successo, la loro sete di guadagni ha causato morti e feriti: i morti sono tantissimi, i feriti sono feriti gravi. La responsabilità dello Stato elvetico che non ha fatto i controlli è del 100%. Qualcuno obietterà che il totale deve fare 100: se sono in due a essere responsabili, avranno il 50% di responsabilità a testa. Giusto in matematica, ma sbagliato: nella vita ognuno deve assumersi il 100% di responsabilità. Lo stesso succede nei genocidi: la responsabilità dello sterminio degli armeni, degli ebrei, dei tutsi è di coloro che hanno dato gli ordini (100%) e di tutti coloro che li hanno eseguiti. Ognuno è responsabile al 100%.
Uno Stato che non faccia i controlli, dando per scontato che i suoi cittadini si comportino bene, è irresponsabile. Ognuno deve assumersi tutte le responsabilità, la propria e quella degli altri: dare per scontato che gli altri possano anche non fare le cose giuste. Il 100% di responsabilità ce l’hanno gli adulti presenti quella dannata notte, ma anche nelle precedenti: i clienti maggiorenni, ma soprattutto i barman, i camerieri e il disk jockey. I camerieri, il barman e il disk jockey avrebbero dovuto rifiutarsi di lavorare in un locale pericoloso. «Io prendevo solo ordini», «dovevo guadagnarmi lo stipendio», sono frasi di deresponsabilizzazione.
La notte tra il 26 e 27 gennaio 2013 il rogo di una discoteca, Kiss, a Santa Maria in Brasile ha causato la morte di 245 persone, quasi tutte giovanissime. Si trattava di una festa con 2.000 universitari, c’era una band che suonava dal vivo, due dei suonatori con fuochi artificiali simili a quelli usati a Crans-Montana hanno dato fuoco al soffitto insonorizzato ma non ignifugo, esattamente come a Crans-Montana. I morti sono stati più del quintuplo di quelli della notte di Capodanno in terra elvetica. Non c’erano italiani nel rogo del Brasile, era un posto lontano, non lo abbiamo nemmeno memorizzato. Forse è sbagliato che non ce ne sia fregato niente, forse inevitabile. Visto che sul pianeta ci sono otto miliardi di persone e non possiamo avere il cuore spezzato per tutti i morti, ci limitiamo a quelli vicini, quelli che sono il nostro prossimo. Comunque non abbiamo memorizzato e non abbiamo imparato.
Dall’episodio è stata tratta una miniserie televisiva, La notte che non passerà, trasmessa nel 2023 su Netflix. Camerieri, barman, disk jockey sono tutti responsabili. Hanno accettato di lavorare in un locale senza uscite di sicurezza con il maniglione antipanico, la scala troppo stretta. Che il tetto fosse infiammabile potevano forse non saperlo (nessuno di questi che guardi Netflix?), ma si poteva sempre chiedere: scusate, il soffitto e i muri sono ignifughi? Quindi dovevano pretendere che gli abbordabili e disponibili proprietari facessero delle ristrutturazioni carissime? Non diciamo idiozie. Bastava pretendere un’unica cosa che non costava nulla: che in quel locale non si usassero fuochi artificiali, perché il locale poteva essere inadeguato finché volete, ma senza i fuochi pirotecnici non sarebbe successo niente. Stesso discorso per il Brasile.
E qui si arriva all’ultimo 100% di responsabilità: il 100% di responsabilità l’hanno i produttori di fuochi artificiali e il 100% di responsabilità l’hanno gli Stati che non li vietano, tutti, sempre. Forse se volete (ma non è obbligatorio), potete fare un’eccezione per quelli ufficiali, fatti da esperti per Comuni o istituzioni, ma solo quelli. Tra l’altro l’Unione europea che ci ha imposto i tappi che non si staccano per risparmiare CO2, non ha ancora fatto mente locale sul fatto che i fuochi pirotecnici sono esplosivi? Se poi incendiano qualcosa, la CO2 aumenta ancora di più. Come ogni medico che ha fatto turni di guardia medica e pronto soccorso, odio con tutta l’anima i fuochi d’artificio: un odio viscerale, totale. Sono il paradigma dell’idiozia: occhi bruciati, dita amputate, persone uccise, i due roghi del Brasile e della Svizzera e poi innumerevoli altri.
Mi rivolgo ai genitori dei ragazzi morti, e di quelli che ora stanno combattendo per vivere. Molti di voi sono professionisti, imprenditori. Siete persone che si sanno muovere. Create un comitato, create qualcosa. Chiedete, anzi pretendete, per il dolore che avete dentro, per i vostri figli che non torneranno, la messa al bando immediata dei fuochi pirotecnici, tutti. Anche una modesta «stellina» può causare un incendio. Chiedete, pretendete, di entrare nelle scuole, tutte, e in nome dei vostri figli insegnate e pretendete che sia insegnata l’assunzione di responsabilità, il 100%: che ognuno, appena entrato in qualsiasi locale pubblico, verifichi la presenza delle uscite di sicurezza e pianti una grana se non ci sono, che ognuno abbia fatto esercitazioni antincendio oltre al massaggio cardiaco e alle tecniche di disostruzione che tutti devono saper fare. Entrate nelle scuole, parlate dei vostri figli. Dite che ognuno, sempre, deve assumersi il 100% di responsabilità su quello che sta succedendo. E per assumersi il 100% di responsabilità occorre essere lucidi. I vostri figli al momento della loro morte forse non lo erano, o forse non lo erano tutti, o forse non lo erano perfettamente. Lo si vede nei lunghissimi secondi in cui guardano il pericolo mortale e non capiscono. Ci sono forme di «divertimento» magnifiche, come la poesia, parlare con un amico di Dio e della morte, correre nel bosco, sciare in una giornata di sole, suonare uno strumento, fare l’amore con qualcuno che si ama, mettere al mondo un figlio. Pregare può diventare estasi, ma bisogna essere allenati. Anche per sciare e suonare bene ci vogliono pazienza e determinazione, cioè allenamento. Ci sono divertimenti pessimi, come la pornografia, che modifica tutti i neurotrasmettitori in maniera squallida e pericolosa. E poi c’è la discoteca, divertimento mediocre nel migliore dei casi.
Che male c’è? Invertiamo la domanda: che bene c’è? Nessuno. L’alcol su persone giovani è un danno, l’alcol al di sopra di piccole quantità è un danno ed è cancerogeno. Discoteca, alcol, musica ad altissimo volume con molte percussioni causano uno stato alterato di coscienza, una specie di super euforia che leva lucidità, e annulla ogni insicurezza. Si diventa tutti uno, una specie di rumorosa coscienza collettiva all’interno della quale la responsabilità annega. Da decenni dicono che è normale: gestori di discoteche e produttori di musica hanno creato questo falso mito della discoteca come irrinunciabile divertimento, lo hanno detto anche ai vostri figli, è normale vivere momenti in cui «non si capisce più niente». No, non è normale, non si è mai fatto. Manzoni non lo ha mai fatto, Mozart nemmeno. Non c’è niente di male, forse (non c’è niente di male a bere troppo alcol a 14 o 15 anni?), ma è sicuramente mediocre.
Entrate nelle scuole. In nome dei vostri figli, salvatene altri: fate bandire i fuochi d’artificio, insegnate come assumersi la responsabilità, come restare sempre lucidi, come combattere per la vita. Combattete questa battaglia. Che Dio vi benedica. Che il ricordo dei vostri figli sia una benedizione.
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