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2021-03-15
«Mio marito Ambrogio è innocente, anche se la Cassazione lo ha condannato a 6 anni»
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Helene Pacitto e Ambrogio Crespi (iStock)
A confermarlo è la Corte di Cassazione con la sentenza del terzo e ultimo grado di giudizio. Ambrogio Crespi, come regista, ha deciso di dedicare la sua esperienza nella produzione di docufilm impegnati nel sociale: tra gli altri, nel 2013 esce un film su Enzo Tortora prodotto e diretto da lui e poi nel 2016 presenta Spes contra spem, un film girato nel carcere di Opera, lo stesso nel quale fu incarcerato per 200 giorni nel 2012 come misura cautelare. Sono numerosissime le iniziative che il regista ha intrapreso per denunciare la criminalità organizzata ed è la stessa moglie, Helene Pacitto, a ricordarlo: «Io so di avere accanto un uomo innocente, un uomo che la mafia l'ha combattuta con i suoi film, con la musica. Raggruppò 13 rapper campani per scrivere una canzone contro la camorra a Napoli. Era appena successa la tragedia di Noemi, la bambina di quattro anni che a Napoli era finita in mezzo a una sparatoria. La condanna per mafia è un controsenso enorme».
Il caso Crespi inizia nove anni fa, quando la notte del 12 ottobre 2012, il regista viene svegliato assieme alla moglie e al figlio di pochi mesi dalle forze dell'ordine giunte lì per arrestarlo. Fin dal primo giorno l'accusa lo ha identificato come un 'ndranghetista che attraverso le conoscenze nella criminalità organizzata, aveva fornito un pacchetto di voti all'ex assessore alla Casa della giunta Formigoni. Domenico Zambetti infatti avrebbe pagato 200.000 euro per 4.000 voti, di cui 2.500 procurati da Crespi il quale invece ha sempre negato di conoscerlo. La difesa ha poi suggerito che, anche volendo, Ambrogio Crespi non avrebbe potuto girare tutti quei voti di preferenza a Zambetti perché non li aveva. Infatti nel 2006 Crespi si era candidato sindaco di Milano e aveva ottenuto solo 1086 voti, neanche la metà di quelli per cui è stato accusato. A coinvolgerlo nel caso è stato un collaboratore di giustizia: Eugenio Costantino, un testimone che una perizia psichiatrica richiesta dal tribunale del riesame (e quindi non della difesa) descrisse come affetto da disturbo della personalità Nas (schizotipico, narcisistico e istrionico). Lo stesso pentito durante il processo ha poi chiesto scusa all'imputato per averlo coinvolto, ritrattando infine tutto. «Dato che ormai Zambetti era stato eletto, a cose fatte mi davo una certa importanza. La storia dei voti procurati da Crespi Ambrogio a Zambetti me la sono inventata di sana pianta. È il mio modo di essere, io mi vanto con tutti, con mio padre, con il mio migliore amico. Sono fatto così. Ho inventato la storia dei napoletani e dei capi condomini conosciuti da Crespi Ambrogio».
In ogni caso per l'accusa Ambrogio Crespi ha contributo a mettere in piedi un sistema che forniva voti in cambio di soldi. I proventi sarebbero finiti all'interno dell'organizzazione criminale che secondo l'accusa li avrebbe utilizzati per finanziare delle persone che si occupavano di indirizzare i consensi di interi condomini sul candidato preferito. Uno studio di Roberto D'Alimonte, esperto di flussi elettorali, suggerisce però che se interi condomini avessero votato per un solo candidato si sarebbero verificati dei picchi in alcuni seggi elettorali che invece poi non si sono verificati. Nonostante questo la corte ha ritenuto di condannare Ambrogio Crespi a 12 anni in primo grado per poi ridurre a sei anni la condanna in Appello, fino alla conferma di pochi giorni fa in Cassazione.
«Tutte le carte evidenziano la totale estraneità di Ambrogio. Basta leggere il caso crespi di Marco del Freo per capire come sono andati i fatti. Non sono solo io a dire che è innocente». Insiste la moglie di Crespi che è sempre stata accanto al marito dal carcere preventivo fino agli ultimi giorni quando lo ha dovuto lasciare di nuovo nel carcere di Opera a Milano. «Ricordo che nel 2017 Ambrogio mi chiese di accompagnarlo alla presentazione del film nel teatro di Opera. Fu difficile per me entrare in quel carcere dopo l'esperienza della detenzione preventiva di Ambrogio. Lui lì fece duecento giorni nel 2012, quando fu arrestato. Tornarci come moglie del regista e non del detenuto fu una sensazione fortissima, una sensazione che avevo timore di provare. Oggi tornarci come moglie del detenuto mi provoca una ferita enorme, ma per lui non per me». La condanna del regista ha provocato uno sdegno bipartisan: lo stesso Marco Pannella, a suo tempo, si schierò in favore di Crespi. «Lo sconforto è forte per tutti- continua la moglie - ricevo centinaia di messaggi e telefonate e questo ci dà forza e determinazione. Per far in modo che non succeda mai più quello che è successo ad Ambrogio occorre una riforma seria della giustizia», conclude la moglie. «Occorre inserire la responsabilità civile e penale per i magistrati perché se sbagliano devono pagare, come in tutte le altre professioni».
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«Quando è arrivata la telefonata di Luigi, mio cognato, pensavamo si trattasse di uno scherzo. Per noi questa condanna è un fulmine a ciel sereno». È la moglie, Helene Pacitto, a raccontare la giornata del 9 marzo 2021, giorno in cui Ambrogio Crespi è stato condannato a 6 anni di carcere per concorso esterno in associazione di stampo mafioso e voto di scambio.A confermarlo è la Corte di Cassazione con la sentenza del terzo e ultimo grado di giudizio. Ambrogio Crespi, come regista, ha deciso di dedicare la sua esperienza nella produzione di docufilm impegnati nel sociale: tra gli altri, nel 2013 esce un film su Enzo Tortora prodotto e diretto da lui e poi nel 2016 presenta Spes contra spem, un film girato nel carcere di Opera, lo stesso nel quale fu incarcerato per 200 giorni nel 2012 come misura cautelare. Sono numerosissime le iniziative che il regista ha intrapreso per denunciare la criminalità organizzata ed è la stessa moglie, Helene Pacitto, a ricordarlo: «Io so di avere accanto un uomo innocente, un uomo che la mafia l'ha combattuta con i suoi film, con la musica. Raggruppò 13 rapper campani per scrivere una canzone contro la camorra a Napoli. Era appena successa la tragedia di Noemi, la bambina di quattro anni che a Napoli era finita in mezzo a una sparatoria. La condanna per mafia è un controsenso enorme».Il caso Crespi inizia nove anni fa, quando la notte del 12 ottobre 2012, il regista viene svegliato assieme alla moglie e al figlio di pochi mesi dalle forze dell'ordine giunte lì per arrestarlo. Fin dal primo giorno l'accusa lo ha identificato come un 'ndranghetista che attraverso le conoscenze nella criminalità organizzata, aveva fornito un pacchetto di voti all'ex assessore alla Casa della giunta Formigoni. Domenico Zambetti infatti avrebbe pagato 200.000 euro per 4.000 voti, di cui 2.500 procurati da Crespi il quale invece ha sempre negato di conoscerlo. La difesa ha poi suggerito che, anche volendo, Ambrogio Crespi non avrebbe potuto girare tutti quei voti di preferenza a Zambetti perché non li aveva. Infatti nel 2006 Crespi si era candidato sindaco di Milano e aveva ottenuto solo 1086 voti, neanche la metà di quelli per cui è stato accusato. A coinvolgerlo nel caso è stato un collaboratore di giustizia: Eugenio Costantino, un testimone che una perizia psichiatrica richiesta dal tribunale del riesame (e quindi non della difesa) descrisse come affetto da disturbo della personalità Nas (schizotipico, narcisistico e istrionico). Lo stesso pentito durante il processo ha poi chiesto scusa all'imputato per averlo coinvolto, ritrattando infine tutto. «Dato che ormai Zambetti era stato eletto, a cose fatte mi davo una certa importanza. La storia dei voti procurati da Crespi Ambrogio a Zambetti me la sono inventata di sana pianta. È il mio modo di essere, io mi vanto con tutti, con mio padre, con il mio migliore amico. Sono fatto così. Ho inventato la storia dei napoletani e dei capi condomini conosciuti da Crespi Ambrogio».In ogni caso per l'accusa Ambrogio Crespi ha contributo a mettere in piedi un sistema che forniva voti in cambio di soldi. I proventi sarebbero finiti all'interno dell'organizzazione criminale che secondo l'accusa li avrebbe utilizzati per finanziare delle persone che si occupavano di indirizzare i consensi di interi condomini sul candidato preferito. Uno studio di Roberto D'Alimonte, esperto di flussi elettorali, suggerisce però che se interi condomini avessero votato per un solo candidato si sarebbero verificati dei picchi in alcuni seggi elettorali che invece poi non si sono verificati. Nonostante questo la corte ha ritenuto di condannare Ambrogio Crespi a 12 anni in primo grado per poi ridurre a sei anni la condanna in Appello, fino alla conferma di pochi giorni fa in Cassazione.«Tutte le carte evidenziano la totale estraneità di Ambrogio. Basta leggere il caso crespi di Marco del Freo per capire come sono andati i fatti. Non sono solo io a dire che è innocente». Insiste la moglie di Crespi che è sempre stata accanto al marito dal carcere preventivo fino agli ultimi giorni quando lo ha dovuto lasciare di nuovo nel carcere di Opera a Milano. «Ricordo che nel 2017 Ambrogio mi chiese di accompagnarlo alla presentazione del film nel teatro di Opera. Fu difficile per me entrare in quel carcere dopo l'esperienza della detenzione preventiva di Ambrogio. Lui lì fece duecento giorni nel 2012, quando fu arrestato. Tornarci come moglie del regista e non del detenuto fu una sensazione fortissima, una sensazione che avevo timore di provare. Oggi tornarci come moglie del detenuto mi provoca una ferita enorme, ma per lui non per me». La condanna del regista ha provocato uno sdegno bipartisan: lo stesso Marco Pannella, a suo tempo, si schierò in favore di Crespi. «Lo sconforto è forte per tutti- continua la moglie - ricevo centinaia di messaggi e telefonate e questo ci dà forza e determinazione. Per far in modo che non succeda mai più quello che è successo ad Ambrogio occorre una riforma seria della giustizia», conclude la moglie. «Occorre inserire la responsabilità civile e penale per i magistrati perché se sbagliano devono pagare, come in tutte le altre professioni».
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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