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2024-02-20
Amazon lancia lo spin-off di «Lol»
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«Lol - Talent Show» (Amazon Prime Video)
L’uso degli spin-off è ormai così abusato da provocare in chi senta pronunciare il termine una sorta di istintiva repulsione. Spin-off, uguale fallimento. Eppure, capita che esistano delle eccezioni: piccole isole felici dove qualcuno si è rivelato più furbo di altri. L’isola, nel caso specifico, è quella di Lol – Chi ride è fuori, primo e più vero successo di Amazon Prime Video, divisione Italia. Lo show, di cui è stata annunciata una quarta stagione, si è imposto fin da subito con la violenza e la virulenza dei fenomeni social. È stato ovunque, come e più dei programmi che la televisione generalista porta – letteralmente – in ogni casa. Lavorare sul format, dunque, si è rivelato imperativo. E Amazon, come tante, ha scelto la formula dello spin-off: il prodotto di una costola, simile ma non identico a chi lo abbia generato, passibile di tante delusioni quante sono le aspettative. Poteva essere un disastro. Invece, furbescamente, la trovata si è rivelata azzeccata.La piattaforma streaming ha deciso di creare una sorta di show itinerante, Lol – Talent Show lo ha chiamato, e di affidarne la conduzione al Mago Forrest. Non solo. A fianco, ha voluto mettergli una giuria, così da tener vivo il meccanismo di valutazione e, se possibile, applicarlo ai casting: ai talenti veri e presunti, ai casi umani che, spesso, affollano le selezioni dei programmi televisivi. Lol – Talent Show è un giro per l’Italia alla ricerca di comici amatoriali. Katia Follesa, Angelo Pintus ed Elio di Elio e le storie tese, punte di diamante del programma originale, sono stati scelti come giudici. A loro (e non solo), dunque, il compito di selezionare il migliore, il più divertente fra gli aspiranti comici. Sarà uno, infatti, a spuntarla. E – e qui c’è del genio – sarà uno, il più efficace, ad ottenere la possibilità di partecipare al Lol vero e proprio, accanto ad un cast già annunciato.
Lol – Talent Show, al via su Amazon Prime Video giovedì 22 febbraio, è una Corrida per comici, uno Zelig per amatori. È un Mai dire, con Forrest ad assicurare ironia e cinismo. Ma, al contempo, è un gigantesco spot pubblicitario, volto a reclamizzare la quarta stagione di Lol – Chi ride è fuori, a creare hype e attesa. Poco importa che Lol, quello vero, ancora non abbia una data di uscita certa. Amazon ha promesso di rilasciarlo entro la fine del 2024, e i nomi li ha annunciati. Diego Abatantuono, Edoardo Ferrario, Angela Finocchiaro, Maurizio Lastrico, Aurora Leone, Lucia Ocone, Giorgio Panariello, Claudio Santamaria, Rocco Tanica saranno i comici – di nuovo, veri – a sfidarsi nel gioco del «chi-ride-prima». E, tra loro, ci sarà un misterioso sconosciuto, figlio di quella immensa e ben studiata pubblicità che è Lol – Talent Show.
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Lol – Talent Show, al via su Amazon Prime Video giovedì 22 febbraio, è una Corrida per comici, uno Zelig per amatori. È un Mai dire, con Forrest ad assicurare ironia e cinismo. Ma, al contempo, è un gigantesco spot pubblicitario, volto a reclamizzare la quarta stagione di Lol – Chi ride è fuori, a creare hype e attesa.L’uso degli spin-off è ormai così abusato da provocare in chi senta pronunciare il termine una sorta di istintiva repulsione. Spin-off, uguale fallimento. Eppure, capita che esistano delle eccezioni: piccole isole felici dove qualcuno si è rivelato più furbo di altri. L’isola, nel caso specifico, è quella di Lol – Chi ride è fuori, primo e più vero successo di Amazon Prime Video, divisione Italia. Lo show, di cui è stata annunciata una quarta stagione, si è imposto fin da subito con la violenza e la virulenza dei fenomeni social. È stato ovunque, come e più dei programmi che la televisione generalista porta – letteralmente – in ogni casa. Lavorare sul format, dunque, si è rivelato imperativo. E Amazon, come tante, ha scelto la formula dello spin-off: il prodotto di una costola, simile ma non identico a chi lo abbia generato, passibile di tante delusioni quante sono le aspettative. Poteva essere un disastro. Invece, furbescamente, la trovata si è rivelata azzeccata.La piattaforma streaming ha deciso di creare una sorta di show itinerante, Lol – Talent Show lo ha chiamato, e di affidarne la conduzione al Mago Forrest. Non solo. A fianco, ha voluto mettergli una giuria, così da tener vivo il meccanismo di valutazione e, se possibile, applicarlo ai casting: ai talenti veri e presunti, ai casi umani che, spesso, affollano le selezioni dei programmi televisivi. Lol – Talent Show è un giro per l’Italia alla ricerca di comici amatoriali. Katia Follesa, Angelo Pintus ed Elio di Elio e le storie tese, punte di diamante del programma originale, sono stati scelti come giudici. A loro (e non solo), dunque, il compito di selezionare il migliore, il più divertente fra gli aspiranti comici. Sarà uno, infatti, a spuntarla. E – e qui c’è del genio – sarà uno, il più efficace, ad ottenere la possibilità di partecipare al Lol vero e proprio, accanto ad un cast già annunciato.Lol – Talent Show, al via su Amazon Prime Video giovedì 22 febbraio, è una Corrida per comici, uno Zelig per amatori. È un Mai dire, con Forrest ad assicurare ironia e cinismo. Ma, al contempo, è un gigantesco spot pubblicitario, volto a reclamizzare la quarta stagione di Lol – Chi ride è fuori, a creare hype e attesa. Poco importa che Lol, quello vero, ancora non abbia una data di uscita certa. Amazon ha promesso di rilasciarlo entro la fine del 2024, e i nomi li ha annunciati. Diego Abatantuono, Edoardo Ferrario, Angela Finocchiaro, Maurizio Lastrico, Aurora Leone, Lucia Ocone, Giorgio Panariello, Claudio Santamaria, Rocco Tanica saranno i comici – di nuovo, veri – a sfidarsi nel gioco del «chi-ride-prima». E, tra loro, ci sarà un misterioso sconosciuto, figlio di quella immensa e ben studiata pubblicità che è Lol – Talent Show.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.