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2023-12-13
Alunni islamici contro un dipinto del 1600
Una deriva che in Francia comincia davvero a preoccupare. Lunedì scorso i professori della scuola media Jacques-Cartier di Issou, un piccolo comune francese situato nel dipartimento degli Yvelines, a una cinquantina di chilometri da Parigi, hanno deciso di scioperare in difesa di una loro collega, accusata di aver scioccato i suoi alunni mostrando in classe un quadro raffigurante donne nude. La docente sarebbe per questo colpevole di razzismo nei confronti degli studenti islamici.
Si tratta di Diana e Atteone, opera conservata al Louvre e dipinta dal manierista italiano Giuseppe Cesari nel primo quarto del XVII secolo. Il quadro raffigura il momento in cui, nelle Metamorfosi di Ovidio, Atteone sorprende Diana e le altre ninfe mentre, nude, si lavano alla sorgente. L’obiettivo dell’insegnante era rendere più comprensibile, o magari più coinvolgente, un testo letto in classe. Diversi studenti si sono detti turbati dalla visione di queste donne, accusando la docente di razzismo nei confronti degli alunni musulmani. Secondo la stampa francese, tali discorsi diffamatori sarebbero stati ripresi anche da alcuni genitori dei ragazzi, i quali avrebbero inviato lettere di protesta al preside. Una dinamica non troppo dissimile da quella che, nel 2020, portò all’uccisione e alla decapitazione di Samuel Paty, un insegnante di geografia e storia che, durante una lezione sulla libertà di parola, aveva mostrato le caricature di Maometto pubblicate da Charlie Hebdo. Anche in quel caso, un genitore aveva prestato fede al racconto non veritiero della figlia, dando il via a una campagna d’odio che è poi culminata nel tragico atto di terrorismo.
Questa volta gli insegnanti non ci stanno e hanno deciso di sospendere le lezioni, in quanto ritengono non vi siano condizioni di sicurezza adeguate a condurre una vita scolastica normale. Una sensazione di pericolo giustificata, secondo quanto riporta Le Figaro, dal momento che già due settimane fa un’email del preside alludeva a un clima di tensione presente all’interno dell’istituto. Sempre sul celebre quotidiano conservatore, si legge che venerdì scorso, in un paese a pochi chilometri da Issou, un altro gruppo di insegnanti ha deciso di scioperare dopo aver scoperto che i nomi di due di loro erano finiti in un gruppo Whatsapp di genitori, accomunati dalla contrarietà verso il modo in cui era stato affrontato, in classe, il conflitto tra Israele e Hamas. «Dal caso di Samuel Paty il clima è chiaramente cambiato», ha raccontato a Le Parisien una professoressa francese di liceo. «Già prima era delicato, ma dopo è diventato più forte. Argomenti come l’uguaglianza tra uomini e donne, la sessualità o le crociate sono diventati complicati». Tutti inoltre ricordiamo quando lo scorso ottobre, nei giorni seguenti all’attacco terroristico di Hamas, ad Arras un professore era stato accoltellato e ucciso da un ventenne ceceno, ex studente della scuola. La preoccupazione pertanto è abbastanza diffusa, e non si tratta di una percezione dovuta solo ai recenti fatti di cronaca. «Oggi siamo con le spalle al muro, non ce la facciamo più», ha dichiarato sempre a Le Parisien Élisabeth Allain-Moreno, segretaria generale di Se-Unsa, sindacato che rappresenta gli insegnanti in Francia. «Le cose stanno peggiorando ulteriormente, ma è certo che ci sono più minacce».
Lunedì si è recato a Issou anche il ministro dell’Istruzione, Gabriel Attal, il quale ha incontrato il personale della scuola e ha assicurato «una procedura disciplinare nei confronti degli studenti responsabili di questa situazione». «Nella scuola francese l’autorità non si contesta, si rispetta. Nella scuola francese la laicità non si contesta, si rispetta», ha dichiarato per l’occasione. «Non si distoglie lo sguardo di fronte a un quadro, non si tappano le orecchie durante la lezione di musica, non si indossano abiti religiosi». La laïcité in Francia è un valore assoluto, o almeno così era fino a poco tempo fa, ma anche in Italia è considerato un elemento indiscutibile.
Fatti come questo, però, mettono in luce un errore dei tanti che la invocano come nucleo politico del multiculturalismo, e cioè quello di ritenere che essa possa essere un principio universale riconosciuto da chiunque, a prescindere dall’appartenenza culturale. La laicità, che non è l’ateismo, viene dal cristianesimo («Date a Cesare quel che è di Cesare»). Ora la sinistra, che ha aperto le porte dell’Europa a immigrati di ogni credo e latitudine, invoca la laicità, ma davvero gli illuminati pensano di andare nelle scuole a spiegare a studenti di cultura e religione islamica la lotta al patriarcato, l’educazione affettiva e le teorie gender-inclusive? Forse occorrerebbe riconoscere che la laicità non è un valore neutro a sé stante, ma il frutto di un percorso interno alla cultura occidentale, e che anche i contenuti che la scuola trasmette, senza dover entrare in ambiti che non le competono, non possono che essere impregnati di una tradizione che è la nostra. E che andrebbe dunque riconosciuta e difesa, anche (ma non solo) dal laicismo.
Macron vuole la legge a tutti i costi, ma così rischia il posto all’Eliseo
Un vento di panico soffia sull’Eliseo. Ieri sera il presidente francese Emmanuel Macron ha convocato i ministri dell’Interno, del Lavoro e dei Rapporti con il parlamento, Gérald Darmanin, Olivier Dussopt, Franck Riester, oltre ai capigruppo di maggioranza. Nel pomeriggio la premier Elisabeth Borne aveva annullato una vista a Ginevra dove avrebbe dovuto partecipare al Forum mondiale dei rifugiati. Il no dell’Assemblea nazionale a discutere del progetto di legge immigrazione è stato un pugno nello stomaco di Macron. Ieri, presiedendo il Consiglio dei ministri, il capo dello Stato francese ha deciso di affidare il futuro del progetto di legge a una commissione mista paritaria, composta da sette deputati e altrettanti senatori. L’istanza dovrà discutere e cercare un compromesso. A prima vista, l’opzione scelta dal governo sembrerebbe poter a sbloccare la situazione ma, nei fatti, rischia di complicarla. Questo per due ragioni. La prima è che i parlamentari che comporranno la commissione lavoreranno sul testo approvato dal Senato a metà novembre. La Camera alta francese è controllata da una maggioranza composta dai senatori di destra del partito Les Républicains (Lr). Per questo, il testo approvato dal Senato era molto più restrittivo. Ad esempio, i senatori Lr si erano opposti categoricamente alla regolarizzazione dei migranti clandestini che lavorano nelle cosiddette «professioni in tensione»: edilizia, ristorazione, turismo. Un altro punto fermo posto dalla Camera alta transalpina era la soppressione dell’Ame (Aide médicale d’Etat, la copertura sanitaria pubblica, ndr) anche per i clandestini. Entrambi questi provvedimenti sono stati cancellati prima della votazione all’Assemblea nazionale. All’origine di questi stravolgimenti ci sono le opposizioni di sinistra e l’ala vicina a quest’area all’interno di Renaissance, il partito fondato da Macron. La seconda complicazione che dovrà affrontare il governo è dovuta al fatto che la commissione paritaria verrà formata rispettando la composizione delle due Camere. Questo significa che la maggioranza dei suoi membri sarà matematicamente di destra o estrema destra. È facile immaginare che un’istanza così composta approverà un testo più restrittivo.Nonostante queste difficoltà oggettive Macron non molla e lascia in trincea Darmanin e Borne. Il primo ha presentato le dimissioni, ma l’inquilino dell’Eliseo le ha respinte. A entrambi Macron ha dato un ordine chiaro: picchiare sui Républicains per far ricadere su di loro la colpa di questo fallimento. E così, già l’altro ieri sera, il titolare del Viminale francese è andato al Tg delle 20 di Tf1 per dire che i Républicains erano diventati «la stampella del Rassemblement national» (Rn). Parole definite «indecenti e provocatorie» da parte del numero uno Lr, Eric Ciotti. Ieri, poi, Macron ha rincarato la dose affermando che all’Assemblea nazionale si è formata una «alleanza contro natura» tra le opposizioni. Sempre ieri, il presidente del Rn, Jordan Bardella, ha chiesto lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. Un’opzione che farebbe comodo al Rn, in testa ai sondaggi e uscito vincente dal voto della mozione, ma che è invisa ai deputati di maggioranza e dei partiti di sinistra che potrebbero perdere lo scranno. Per ora, quindi, la Camera bassa francese dovrebbe rimanere così com'è ma, se dovesse confermarsi il blocco dell’altro ieri, lo scioglimento sarebbe la sola strada percorribile. Questo senso di impotenza non piace a Macron. Secondo il deputato di estrema sinistra (Lfi) Manuel Bompard, il presidente francese è «drogato di autoritarismo» e «non è più capace di governare il Paese». Altri deputati Lfi si sono rivolti alla Procura per fatti riconducibili «alla corruzione di eletti» da parte di Darmanin. Il ministro viene accusato di aver fatto promesse (costruzione di caserme di gendarmeria) a deputati Lr in cambio del loro voto.
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Studenti musulmani hanno accusato di razzismo un’insegnante francese: aveva mostrato a lezione un quadro con donne nude, opera peraltro esposta al Louvre. La protesta, però, ha scatenato lo sciopero dei docenti contro queste continue intimidazioni.Se la norma sull’immigrazione (già bocciata) non passa, si può tornare alle elezioni.Lo speciale contiene due articoli. Una deriva che in Francia comincia davvero a preoccupare. Lunedì scorso i professori della scuola media Jacques-Cartier di Issou, un piccolo comune francese situato nel dipartimento degli Yvelines, a una cinquantina di chilometri da Parigi, hanno deciso di scioperare in difesa di una loro collega, accusata di aver scioccato i suoi alunni mostrando in classe un quadro raffigurante donne nude. La docente sarebbe per questo colpevole di razzismo nei confronti degli studenti islamici. Si tratta di Diana e Atteone, opera conservata al Louvre e dipinta dal manierista italiano Giuseppe Cesari nel primo quarto del XVII secolo. Il quadro raffigura il momento in cui, nelle Metamorfosi di Ovidio, Atteone sorprende Diana e le altre ninfe mentre, nude, si lavano alla sorgente. L’obiettivo dell’insegnante era rendere più comprensibile, o magari più coinvolgente, un testo letto in classe. Diversi studenti si sono detti turbati dalla visione di queste donne, accusando la docente di razzismo nei confronti degli alunni musulmani. Secondo la stampa francese, tali discorsi diffamatori sarebbero stati ripresi anche da alcuni genitori dei ragazzi, i quali avrebbero inviato lettere di protesta al preside. Una dinamica non troppo dissimile da quella che, nel 2020, portò all’uccisione e alla decapitazione di Samuel Paty, un insegnante di geografia e storia che, durante una lezione sulla libertà di parola, aveva mostrato le caricature di Maometto pubblicate da Charlie Hebdo. Anche in quel caso, un genitore aveva prestato fede al racconto non veritiero della figlia, dando il via a una campagna d’odio che è poi culminata nel tragico atto di terrorismo.Questa volta gli insegnanti non ci stanno e hanno deciso di sospendere le lezioni, in quanto ritengono non vi siano condizioni di sicurezza adeguate a condurre una vita scolastica normale. Una sensazione di pericolo giustificata, secondo quanto riporta Le Figaro, dal momento che già due settimane fa un’email del preside alludeva a un clima di tensione presente all’interno dell’istituto. Sempre sul celebre quotidiano conservatore, si legge che venerdì scorso, in un paese a pochi chilometri da Issou, un altro gruppo di insegnanti ha deciso di scioperare dopo aver scoperto che i nomi di due di loro erano finiti in un gruppo Whatsapp di genitori, accomunati dalla contrarietà verso il modo in cui era stato affrontato, in classe, il conflitto tra Israele e Hamas. «Dal caso di Samuel Paty il clima è chiaramente cambiato», ha raccontato a Le Parisien una professoressa francese di liceo. «Già prima era delicato, ma dopo è diventato più forte. Argomenti come l’uguaglianza tra uomini e donne, la sessualità o le crociate sono diventati complicati». Tutti inoltre ricordiamo quando lo scorso ottobre, nei giorni seguenti all’attacco terroristico di Hamas, ad Arras un professore era stato accoltellato e ucciso da un ventenne ceceno, ex studente della scuola. La preoccupazione pertanto è abbastanza diffusa, e non si tratta di una percezione dovuta solo ai recenti fatti di cronaca. «Oggi siamo con le spalle al muro, non ce la facciamo più», ha dichiarato sempre a Le Parisien Élisabeth Allain-Moreno, segretaria generale di Se-Unsa, sindacato che rappresenta gli insegnanti in Francia. «Le cose stanno peggiorando ulteriormente, ma è certo che ci sono più minacce».Lunedì si è recato a Issou anche il ministro dell’Istruzione, Gabriel Attal, il quale ha incontrato il personale della scuola e ha assicurato «una procedura disciplinare nei confronti degli studenti responsabili di questa situazione». «Nella scuola francese l’autorità non si contesta, si rispetta. Nella scuola francese la laicità non si contesta, si rispetta», ha dichiarato per l’occasione. «Non si distoglie lo sguardo di fronte a un quadro, non si tappano le orecchie durante la lezione di musica, non si indossano abiti religiosi». La laïcité in Francia è un valore assoluto, o almeno così era fino a poco tempo fa, ma anche in Italia è considerato un elemento indiscutibile. Fatti come questo, però, mettono in luce un errore dei tanti che la invocano come nucleo politico del multiculturalismo, e cioè quello di ritenere che essa possa essere un principio universale riconosciuto da chiunque, a prescindere dall’appartenenza culturale. La laicità, che non è l’ateismo, viene dal cristianesimo («Date a Cesare quel che è di Cesare»). Ora la sinistra, che ha aperto le porte dell’Europa a immigrati di ogni credo e latitudine, invoca la laicità, ma davvero gli illuminati pensano di andare nelle scuole a spiegare a studenti di cultura e religione islamica la lotta al patriarcato, l’educazione affettiva e le teorie gender-inclusive? Forse occorrerebbe riconoscere che la laicità non è un valore neutro a sé stante, ma il frutto di un percorso interno alla cultura occidentale, e che anche i contenuti che la scuola trasmette, senza dover entrare in ambiti che non le competono, non possono che essere impregnati di una tradizione che è la nostra. E che andrebbe dunque riconosciuta e difesa, anche (ma non solo) dal laicismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alunni-islamici-contro-dipinto-1600-2666575657.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-vuole-la-legge-a-tutti-i-costi-ma-cosi-rischia-il-posto-alleliseo" data-post-id="2666575657" data-published-at="1702462009" data-use-pagination="False"> Macron vuole la legge a tutti i costi, ma così rischia il posto all’Eliseo Un vento di panico soffia sull’Eliseo. Ieri sera il presidente francese Emmanuel Macron ha convocato i ministri dell’Interno, del Lavoro e dei Rapporti con il parlamento, Gérald Darmanin, Olivier Dussopt, Franck Riester, oltre ai capigruppo di maggioranza. Nel pomeriggio la premier Elisabeth Borne aveva annullato una vista a Ginevra dove avrebbe dovuto partecipare al Forum mondiale dei rifugiati. Il no dell’Assemblea nazionale a discutere del progetto di legge immigrazione è stato un pugno nello stomaco di Macron. Ieri, presiedendo il Consiglio dei ministri, il capo dello Stato francese ha deciso di affidare il futuro del progetto di legge a una commissione mista paritaria, composta da sette deputati e altrettanti senatori. L’istanza dovrà discutere e cercare un compromesso. A prima vista, l’opzione scelta dal governo sembrerebbe poter a sbloccare la situazione ma, nei fatti, rischia di complicarla. Questo per due ragioni. La prima è che i parlamentari che comporranno la commissione lavoreranno sul testo approvato dal Senato a metà novembre. La Camera alta francese è controllata da una maggioranza composta dai senatori di destra del partito Les Républicains (Lr). Per questo, il testo approvato dal Senato era molto più restrittivo. Ad esempio, i senatori Lr si erano opposti categoricamente alla regolarizzazione dei migranti clandestini che lavorano nelle cosiddette «professioni in tensione»: edilizia, ristorazione, turismo. Un altro punto fermo posto dalla Camera alta transalpina era la soppressione dell’Ame (Aide médicale d’Etat, la copertura sanitaria pubblica, ndr) anche per i clandestini. Entrambi questi provvedimenti sono stati cancellati prima della votazione all’Assemblea nazionale. All’origine di questi stravolgimenti ci sono le opposizioni di sinistra e l’ala vicina a quest’area all’interno di Renaissance, il partito fondato da Macron. La seconda complicazione che dovrà affrontare il governo è dovuta al fatto che la commissione paritaria verrà formata rispettando la composizione delle due Camere. Questo significa che la maggioranza dei suoi membri sarà matematicamente di destra o estrema destra. È facile immaginare che un’istanza così composta approverà un testo più restrittivo.Nonostante queste difficoltà oggettive Macron non molla e lascia in trincea Darmanin e Borne. Il primo ha presentato le dimissioni, ma l’inquilino dell’Eliseo le ha respinte. A entrambi Macron ha dato un ordine chiaro: picchiare sui Républicains per far ricadere su di loro la colpa di questo fallimento. E così, già l’altro ieri sera, il titolare del Viminale francese è andato al Tg delle 20 di Tf1 per dire che i Républicains erano diventati «la stampella del Rassemblement national» (Rn). Parole definite «indecenti e provocatorie» da parte del numero uno Lr, Eric Ciotti. Ieri, poi, Macron ha rincarato la dose affermando che all’Assemblea nazionale si è formata una «alleanza contro natura» tra le opposizioni. Sempre ieri, il presidente del Rn, Jordan Bardella, ha chiesto lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. Un’opzione che farebbe comodo al Rn, in testa ai sondaggi e uscito vincente dal voto della mozione, ma che è invisa ai deputati di maggioranza e dei partiti di sinistra che potrebbero perdere lo scranno. Per ora, quindi, la Camera bassa francese dovrebbe rimanere così com'è ma, se dovesse confermarsi il blocco dell’altro ieri, lo scioglimento sarebbe la sola strada percorribile. Questo senso di impotenza non piace a Macron. Secondo il deputato di estrema sinistra (Lfi) Manuel Bompard, il presidente francese è «drogato di autoritarismo» e «non è più capace di governare il Paese». Altri deputati Lfi si sono rivolti alla Procura per fatti riconducibili «alla corruzione di eletti» da parte di Darmanin. Il ministro viene accusato di aver fatto promesse (costruzione di caserme di gendarmeria) a deputati Lr in cambio del loro voto.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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