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2019-08-06
Nuove indagini sul sindaco pd di Bibbiano
La lettera che Stefano Marazzi, segretario del Partito democratico di Bibbiano, ha indirizzato al suo ex sindaco, Andrea Carletti, fa stringere il cuore. «Sul filo del rasoio, ma non posso lasciar passare questa giornata senza mandarti un pensiero», scrive. «È inutile e superfluo dire che ci abbiamo sperato con tutti noi stessi, abbiamo vissuto questa attesa con l'ansia di chi prova un grande senso di ingiustizia e non attende altro che questa situazione assurda finisca».
Che cosa sperava Marazzi? Che a Carletti non fossero confermati gli arresti domiciliari. E invece il Giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, Luca Ramponi, ha rigettato la richiesta. L'ex primo cittadino democratico bibbianese rimane agli arresti e ovviamente è ancora sospeso dalla carica di sindaco per decisione della Prefettura (nonché autosospeso dal Pd di sua volontà).
La scelta del giudice ha molto colpito i militanti del Pd di Bibbiano. «Per l'ennesima volta, le notizie che ci giungono non ci danno sollievo», scrive ancora il segretario Marazzi. «Dobbiamo ancora attendere per riabbracciarti, ma siamo ancora qui, al tuo fianco, come e più di prima. Tieni duro Andrea, non mollare. La tua comunità rimane saldamente al tuo fianco e aspetta il tuo ritorno». Insomma, a quanto pare il partito a livello locale è estremamente compatto. Sin dall'esplosione dell'inchiesta «Angeli e demoni», i democratici bibbianesi si sono schierati dalla parte del loro sindaco e non hanno mai cambiato opinione.
Carletti è accusato di abuso d'ufficio e falso e, secondo la Procura di Reggio Emilia, «forniva copertura politica» al sistema di gestione degli affidi portato avanti dai servizi sociali dell'Unione Val d'Enza. Tra le altre cose, egli, si legge nelle carte dell'inchiesta «sosteneva l'attività e l'ampliamento delle attribuzioni a favore del centro di studi Hansel e Gretel».
Che queste siano le accuse, tuttavia, è ormai noto. Adesso, però, si aggiungono ulteriori tasselli. Nel confermare gli arresti domiciliari, il gip ha ribadito la «sussistenza della gravità indiziaria nei confronti di Carletti. E ha specificato: «È chiaro che le pressioni o le sollecitazioni anche ingannatorie poste in essere a suo tempo ben potrebbero agevolmente essere ripetute se l'indagato fosse lasciato libero di comunicare con terzi». Le «sollecitazioni ingannatorie» sarebbero, per esempio, quelle esercitate nei confronti dell'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola. A quanto pare, quando amministratori e funzionari sollevavano perplessità sull'operato di Hansel e Gretel, Carletti provvedeva a rassicurarli, spiegando che andava tutto benissimo.
Ma c'è dell'altro. Come nota il Resto del Carlino, nell'ordinanza con cui il gip conferma i domiciliari all'ex sindaco si trova un passaggio interessante. Ovvero quello in cui il giudice spiega che «non sussistono ragioni per un'attenuazione della misura, tanto meno per una revoca, tenuto conto della pendenza di indagini anche relative ad altre fattispecie contro la pubblica amministrazione, analoghe a quelle per cui è cautelato (delle quali è dato conto negli atti a oggi trasmessi dal pm)». Tradotto, significa che ci sarebbero in corso ulteriori approfondimenti investigativi oltre a quelli già effettuati, i quali riguarderebbero altri aspetti dell'attività di Carletti.
Giovanni Tarquini, avvocato difensore dell'ex sindaco, nei giorni scorsi si è mostrato parecchio contrariato: «Appare evidente un pregiudizio di fondo e una preoccupante mancanza di serenità che si riflette sul percorso dell'accertamento giudiziario e così anche su quest'ultima decisione», ha detto non appena ha appreso della conferma degli arresti.
In ogni caso, sembra che la posizione dell'ex primo cittadino del Partito democratico non sia proprio delle migliori. Il Pd locale continua a difendere il compagno Carletti, mentre gli esponenti nazionali proseguono nel tentativo di sminuire il coinvolgimento dell'ex sindaco nel caso «Angeli e demoni». Ecco, forse sarebbe il caso che i democratici correggessero il tiro...
A Bologna spariscono papà e mamma. E si registra la figlia di due lesbiche
Nei giorni scorsi, grazie a un'iniziativa del Partito democratico, la Regione Emilia Romagna ha approvato la legge bavaglio sull'omotransnegatività. Roberta Mori, esponente dem che ha fatto da relatrice, sostiene che si tratti di una «legge di civiltà». Del resto, è la stessa che definiva i servizi sociali della Val d'Enza «una esperienza esemplare per tutta la regione».
Tra le altre cose, la legge voluta dal Pd (e votata anche dai 5 stelle) prevede che la Regione aderisca a Ready (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere). In sostanza, l'Emilia Romagna è divenuta parte della più grande alleanza arcobaleno d'Italia, e contribuirà a finanziare progetti ed eventi Lgbt. Non a caso, leggiamo nel testo della legge, «la Regione e gli enti locali, nell'ambito delle rispettive competenze, promuovono e sostengono eventi socio-culturali che diffondono cultura dell'integrazione e della non discriminazione, al fine di sensibilizzare la cittadinanza al rispetto delle diversità e di ogni orientamento sessuale o identità di genere».
Ma che cosa significa, concretamente, aderire alla rete Ready? Se lo è chiesto, tra gli altri, anche Umberto La Morgia, brillante consigliere leghista del Comune di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna. Ha interrogato in proposito la giunta guidata da Massimo Bosso (Pd) e le risposte che ha avuto sono inquietanti. Tanto per cominciare, a Casalecchio, in nome della lotta alle discriminazioni, è vietata «l'affissione sui propri spazi pubblicitari di forme di pubblicità sessista, che danneggino la dignità della persona o che rechino forme discriminatorie di genere». Ovviamente, considerato il recente andazzo, anche l'esposizione di un cartellone contro l'aborto potrebbe essere giudicata sessista, e dunque il cartellone sarebbe rimosso a norma di legge. Proprio come prevede pure la legge regionale appena approvata in Emilia.
Non è finita. L'adesione alla rete Ready comporta che il Comune di Casalecchio organizzi una serie di iniziative di «formazione». In buona sostanza, un bell'indottrinamento Lgbt che comprende il «corso di formazione “Nuove famiglie: scuola, genitori e sviluppo psicosociale" rivolto a insegnanti e genitori» e la presentazione di alcuni libri su «scuola e omogenitorialità», tra cui il volume Maestra, ma Sara ha due mamme? Le famiglie omogenitoriali nelle scuole e nei servizi educativi. Fin qui il lavaggio del cervello.
Poi ci sono gli atti più concreti. Sempre facendosi scudo con i diritti arcobaleno, il Comune di Casalecchio ha previsto la «rivisitazione della domanda di iscrizione ai nidi comunali per il superamento del genere genitoriale (maschile/ femminile)». Ecco qui spiegato che cosa significhi far parte della rete Lgbt: bisogna superare il «genere genitoriale». Certo, dividere i genitori in mamme e papà è roba da trogloditi, è cosa «medievale» e va archiviata. Motivo per cui, come spiegano i responsabili comunali, «per quanto riguarda la domanda di iscrizione nidi d'infanzia la dicitura riportata è: “Genitore dichiarante e altro genitore"». Furbissimi, i progressisti di Casalecchio. Hanno evitato la dicitura «genitore 1 e genitore 2», che attira l'attenzione, e hanno optato per una formula inedita che consentisse comunque di «superare i generi».
Tuttavia il dettaglio non è sfuggito al consigliere La Morgia: «Ognuno ama chi vuole e si unisce con chi gli pare, ma la famiglia è una ed è padre, madre e figli», dice il leghista. Che aggiunge: «Lasciate stare i bambini e teneteli fuori dalle dinamiche degli adulti e soprattutto dai loro egoismi». Il giochino, in effetti, è chiaro: con la scusa di evitare discriminazioni, si lascia campo libero all'ideologia Lgbt. La stessa che abbiamo visto operare a Bibbiano. Nonché la stessa che, nei giorni scorsi, ha guidato l'operato del sindaco di Bologna, Valerio Merola (anche lui del Pd).
Il primo cittadino ha annunciato che firmerà il «riconoscimento in pancia» del figlio di una coppia lesbica. In buona sostanza, il nascituro - che pare essere stato concepito all'estero tramite donatore - verrà registrato all'anagrafe come «figlio di due madri» ancora prima di venire al mondo. Come sia possibile tecnicamente tutto ciò lo ha spiegato Valentina Pontillo, avvocato dell'associazione arcobaleno Rete Lenford al Corriere della Sera quando anche a Milano si verificò un caso analogo. «Per legge», disse la signora, «il riconoscimento, che richiede la presenza di entrambi i genitori, deve essere fatto entro tre giorni dalla nascita in ospedale, o entro dieci giorni in Comune. [...] È possibile anticipare il riconoscimento a prima del parto presentando un certificato di gravidanza e facendo firmare ad entrambi una dichiarazione che viene consegnata al padre e recepita dal Comune e che ha efficacia solo dalla nascita».
Nel caso milanese una delle due madri non stava bene e si temeva per la sua sorte, ma nella vicenda bolognese pare si tratti semplicemente di una questione politica. Il risultato è il seguente: in provincia di Bologna dire «mamma e papà» è discriminatorio, ma che un bimbo abbia due madri e nessun padre va benissimo.
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Il giudice che ha confermato gli arresti parla di nuovi approfondimenti sull'ex primo cittadino bibbianese. A cui i dirigenti locali scrivono: «Siamo con te».A Bologna spariscono papà e mamma. E si registra la figlia di due lesbiche. Casalecchio di Reno aderisce alla rete dei Comuni Lgbt e decide di «superare il genere genitoriale maschile/ femminile». Il sindaco felsineo Valerio Merola riconosce la bimba di una coppia arcobaleno ancora prima che nasca. Lo speciale comprende due articoli.La lettera che Stefano Marazzi, segretario del Partito democratico di Bibbiano, ha indirizzato al suo ex sindaco, Andrea Carletti, fa stringere il cuore. «Sul filo del rasoio, ma non posso lasciar passare questa giornata senza mandarti un pensiero», scrive. «È inutile e superfluo dire che ci abbiamo sperato con tutti noi stessi, abbiamo vissuto questa attesa con l'ansia di chi prova un grande senso di ingiustizia e non attende altro che questa situazione assurda finisca». Che cosa sperava Marazzi? Che a Carletti non fossero confermati gli arresti domiciliari. E invece il Giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, Luca Ramponi, ha rigettato la richiesta. L'ex primo cittadino democratico bibbianese rimane agli arresti e ovviamente è ancora sospeso dalla carica di sindaco per decisione della Prefettura (nonché autosospeso dal Pd di sua volontà). La scelta del giudice ha molto colpito i militanti del Pd di Bibbiano. «Per l'ennesima volta, le notizie che ci giungono non ci danno sollievo», scrive ancora il segretario Marazzi. «Dobbiamo ancora attendere per riabbracciarti, ma siamo ancora qui, al tuo fianco, come e più di prima. Tieni duro Andrea, non mollare. La tua comunità rimane saldamente al tuo fianco e aspetta il tuo ritorno». Insomma, a quanto pare il partito a livello locale è estremamente compatto. Sin dall'esplosione dell'inchiesta «Angeli e demoni», i democratici bibbianesi si sono schierati dalla parte del loro sindaco e non hanno mai cambiato opinione. Carletti è accusato di abuso d'ufficio e falso e, secondo la Procura di Reggio Emilia, «forniva copertura politica» al sistema di gestione degli affidi portato avanti dai servizi sociali dell'Unione Val d'Enza. Tra le altre cose, egli, si legge nelle carte dell'inchiesta «sosteneva l'attività e l'ampliamento delle attribuzioni a favore del centro di studi Hansel e Gretel». Che queste siano le accuse, tuttavia, è ormai noto. Adesso, però, si aggiungono ulteriori tasselli. Nel confermare gli arresti domiciliari, il gip ha ribadito la «sussistenza della gravità indiziaria nei confronti di Carletti. E ha specificato: «È chiaro che le pressioni o le sollecitazioni anche ingannatorie poste in essere a suo tempo ben potrebbero agevolmente essere ripetute se l'indagato fosse lasciato libero di comunicare con terzi». Le «sollecitazioni ingannatorie» sarebbero, per esempio, quelle esercitate nei confronti dell'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola. A quanto pare, quando amministratori e funzionari sollevavano perplessità sull'operato di Hansel e Gretel, Carletti provvedeva a rassicurarli, spiegando che andava tutto benissimo. Ma c'è dell'altro. Come nota il Resto del Carlino, nell'ordinanza con cui il gip conferma i domiciliari all'ex sindaco si trova un passaggio interessante. Ovvero quello in cui il giudice spiega che «non sussistono ragioni per un'attenuazione della misura, tanto meno per una revoca, tenuto conto della pendenza di indagini anche relative ad altre fattispecie contro la pubblica amministrazione, analoghe a quelle per cui è cautelato (delle quali è dato conto negli atti a oggi trasmessi dal pm)». Tradotto, significa che ci sarebbero in corso ulteriori approfondimenti investigativi oltre a quelli già effettuati, i quali riguarderebbero altri aspetti dell'attività di Carletti. Giovanni Tarquini, avvocato difensore dell'ex sindaco, nei giorni scorsi si è mostrato parecchio contrariato: «Appare evidente un pregiudizio di fondo e una preoccupante mancanza di serenità che si riflette sul percorso dell'accertamento giudiziario e così anche su quest'ultima decisione», ha detto non appena ha appreso della conferma degli arresti.In ogni caso, sembra che la posizione dell'ex primo cittadino del Partito democratico non sia proprio delle migliori. Il Pd locale continua a difendere il compagno Carletti, mentre gli esponenti nazionali proseguono nel tentativo di sminuire il coinvolgimento dell'ex sindaco nel caso «Angeli e demoni». Ecco, forse sarebbe il caso che i democratici correggessero il tiro...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altre-indagini-su-carletti-ma-il-pd-difende-ancora-il-suo-sindaco-ai-domiciliari-2639657090.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-bologna-spariscono-papa-e-mamma-e-si-registra-la-figlia-di-due-lesbiche" data-post-id="2639657090" data-published-at="1767899620" data-use-pagination="False"> A Bologna spariscono papà e mamma. E si registra la figlia di due lesbiche Nei giorni scorsi, grazie a un'iniziativa del Partito democratico, la Regione Emilia Romagna ha approvato la legge bavaglio sull'omotransnegatività. Roberta Mori, esponente dem che ha fatto da relatrice, sostiene che si tratti di una «legge di civiltà». Del resto, è la stessa che definiva i servizi sociali della Val d'Enza «una esperienza esemplare per tutta la regione». Tra le altre cose, la legge voluta dal Pd (e votata anche dai 5 stelle) prevede che la Regione aderisca a Ready (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere). In sostanza, l'Emilia Romagna è divenuta parte della più grande alleanza arcobaleno d'Italia, e contribuirà a finanziare progetti ed eventi Lgbt. Non a caso, leggiamo nel testo della legge, «la Regione e gli enti locali, nell'ambito delle rispettive competenze, promuovono e sostengono eventi socio-culturali che diffondono cultura dell'integrazione e della non discriminazione, al fine di sensibilizzare la cittadinanza al rispetto delle diversità e di ogni orientamento sessuale o identità di genere». Ma che cosa significa, concretamente, aderire alla rete Ready? Se lo è chiesto, tra gli altri, anche Umberto La Morgia, brillante consigliere leghista del Comune di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna. Ha interrogato in proposito la giunta guidata da Massimo Bosso (Pd) e le risposte che ha avuto sono inquietanti. Tanto per cominciare, a Casalecchio, in nome della lotta alle discriminazioni, è vietata «l'affissione sui propri spazi pubblicitari di forme di pubblicità sessista, che danneggino la dignità della persona o che rechino forme discriminatorie di genere». Ovviamente, considerato il recente andazzo, anche l'esposizione di un cartellone contro l'aborto potrebbe essere giudicata sessista, e dunque il cartellone sarebbe rimosso a norma di legge. Proprio come prevede pure la legge regionale appena approvata in Emilia. Non è finita. L'adesione alla rete Ready comporta che il Comune di Casalecchio organizzi una serie di iniziative di «formazione». In buona sostanza, un bell'indottrinamento Lgbt che comprende il «corso di formazione “Nuove famiglie: scuola, genitori e sviluppo psicosociale" rivolto a insegnanti e genitori» e la presentazione di alcuni libri su «scuola e omogenitorialità», tra cui il volume Maestra, ma Sara ha due mamme? Le famiglie omogenitoriali nelle scuole e nei servizi educativi. Fin qui il lavaggio del cervello. Poi ci sono gli atti più concreti. Sempre facendosi scudo con i diritti arcobaleno, il Comune di Casalecchio ha previsto la «rivisitazione della domanda di iscrizione ai nidi comunali per il superamento del genere genitoriale (maschile/ femminile)». Ecco qui spiegato che cosa significhi far parte della rete Lgbt: bisogna superare il «genere genitoriale». Certo, dividere i genitori in mamme e papà è roba da trogloditi, è cosa «medievale» e va archiviata. Motivo per cui, come spiegano i responsabili comunali, «per quanto riguarda la domanda di iscrizione nidi d'infanzia la dicitura riportata è: “Genitore dichiarante e altro genitore"». Furbissimi, i progressisti di Casalecchio. Hanno evitato la dicitura «genitore 1 e genitore 2», che attira l'attenzione, e hanno optato per una formula inedita che consentisse comunque di «superare i generi». Tuttavia il dettaglio non è sfuggito al consigliere La Morgia: «Ognuno ama chi vuole e si unisce con chi gli pare, ma la famiglia è una ed è padre, madre e figli», dice il leghista. Che aggiunge: «Lasciate stare i bambini e teneteli fuori dalle dinamiche degli adulti e soprattutto dai loro egoismi». Il giochino, in effetti, è chiaro: con la scusa di evitare discriminazioni, si lascia campo libero all'ideologia Lgbt. La stessa che abbiamo visto operare a Bibbiano. Nonché la stessa che, nei giorni scorsi, ha guidato l'operato del sindaco di Bologna, Valerio Merola (anche lui del Pd). Il primo cittadino ha annunciato che firmerà il «riconoscimento in pancia» del figlio di una coppia lesbica. In buona sostanza, il nascituro - che pare essere stato concepito all'estero tramite donatore - verrà registrato all'anagrafe come «figlio di due madri» ancora prima di venire al mondo. Come sia possibile tecnicamente tutto ciò lo ha spiegato Valentina Pontillo, avvocato dell'associazione arcobaleno Rete Lenford al Corriere della Sera quando anche a Milano si verificò un caso analogo. «Per legge», disse la signora, «il riconoscimento, che richiede la presenza di entrambi i genitori, deve essere fatto entro tre giorni dalla nascita in ospedale, o entro dieci giorni in Comune. [...] È possibile anticipare il riconoscimento a prima del parto presentando un certificato di gravidanza e facendo firmare ad entrambi una dichiarazione che viene consegnata al padre e recepita dal Comune e che ha efficacia solo dalla nascita». Nel caso milanese una delle due madri non stava bene e si temeva per la sua sorte, ma nella vicenda bolognese pare si tratti semplicemente di una questione politica. Il risultato è il seguente: in provincia di Bologna dire «mamma e papà» è discriminatorio, ma che un bimbo abbia due madri e nessun padre va benissimo.
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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