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2019-08-06
Nuove indagini sul sindaco pd di Bibbiano
La lettera che Stefano Marazzi, segretario del Partito democratico di Bibbiano, ha indirizzato al suo ex sindaco, Andrea Carletti, fa stringere il cuore. «Sul filo del rasoio, ma non posso lasciar passare questa giornata senza mandarti un pensiero», scrive. «È inutile e superfluo dire che ci abbiamo sperato con tutti noi stessi, abbiamo vissuto questa attesa con l'ansia di chi prova un grande senso di ingiustizia e non attende altro che questa situazione assurda finisca».
Che cosa sperava Marazzi? Che a Carletti non fossero confermati gli arresti domiciliari. E invece il Giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, Luca Ramponi, ha rigettato la richiesta. L'ex primo cittadino democratico bibbianese rimane agli arresti e ovviamente è ancora sospeso dalla carica di sindaco per decisione della Prefettura (nonché autosospeso dal Pd di sua volontà).
La scelta del giudice ha molto colpito i militanti del Pd di Bibbiano. «Per l'ennesima volta, le notizie che ci giungono non ci danno sollievo», scrive ancora il segretario Marazzi. «Dobbiamo ancora attendere per riabbracciarti, ma siamo ancora qui, al tuo fianco, come e più di prima. Tieni duro Andrea, non mollare. La tua comunità rimane saldamente al tuo fianco e aspetta il tuo ritorno». Insomma, a quanto pare il partito a livello locale è estremamente compatto. Sin dall'esplosione dell'inchiesta «Angeli e demoni», i democratici bibbianesi si sono schierati dalla parte del loro sindaco e non hanno mai cambiato opinione.
Carletti è accusato di abuso d'ufficio e falso e, secondo la Procura di Reggio Emilia, «forniva copertura politica» al sistema di gestione degli affidi portato avanti dai servizi sociali dell'Unione Val d'Enza. Tra le altre cose, egli, si legge nelle carte dell'inchiesta «sosteneva l'attività e l'ampliamento delle attribuzioni a favore del centro di studi Hansel e Gretel».
Che queste siano le accuse, tuttavia, è ormai noto. Adesso, però, si aggiungono ulteriori tasselli. Nel confermare gli arresti domiciliari, il gip ha ribadito la «sussistenza della gravità indiziaria nei confronti di Carletti. E ha specificato: «È chiaro che le pressioni o le sollecitazioni anche ingannatorie poste in essere a suo tempo ben potrebbero agevolmente essere ripetute se l'indagato fosse lasciato libero di comunicare con terzi». Le «sollecitazioni ingannatorie» sarebbero, per esempio, quelle esercitate nei confronti dell'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola. A quanto pare, quando amministratori e funzionari sollevavano perplessità sull'operato di Hansel e Gretel, Carletti provvedeva a rassicurarli, spiegando che andava tutto benissimo.
Ma c'è dell'altro. Come nota il Resto del Carlino, nell'ordinanza con cui il gip conferma i domiciliari all'ex sindaco si trova un passaggio interessante. Ovvero quello in cui il giudice spiega che «non sussistono ragioni per un'attenuazione della misura, tanto meno per una revoca, tenuto conto della pendenza di indagini anche relative ad altre fattispecie contro la pubblica amministrazione, analoghe a quelle per cui è cautelato (delle quali è dato conto negli atti a oggi trasmessi dal pm)». Tradotto, significa che ci sarebbero in corso ulteriori approfondimenti investigativi oltre a quelli già effettuati, i quali riguarderebbero altri aspetti dell'attività di Carletti.
Giovanni Tarquini, avvocato difensore dell'ex sindaco, nei giorni scorsi si è mostrato parecchio contrariato: «Appare evidente un pregiudizio di fondo e una preoccupante mancanza di serenità che si riflette sul percorso dell'accertamento giudiziario e così anche su quest'ultima decisione», ha detto non appena ha appreso della conferma degli arresti.
In ogni caso, sembra che la posizione dell'ex primo cittadino del Partito democratico non sia proprio delle migliori. Il Pd locale continua a difendere il compagno Carletti, mentre gli esponenti nazionali proseguono nel tentativo di sminuire il coinvolgimento dell'ex sindaco nel caso «Angeli e demoni». Ecco, forse sarebbe il caso che i democratici correggessero il tiro...
A Bologna spariscono papà e mamma. E si registra la figlia di due lesbiche
Nei giorni scorsi, grazie a un'iniziativa del Partito democratico, la Regione Emilia Romagna ha approvato la legge bavaglio sull'omotransnegatività. Roberta Mori, esponente dem che ha fatto da relatrice, sostiene che si tratti di una «legge di civiltà». Del resto, è la stessa che definiva i servizi sociali della Val d'Enza «una esperienza esemplare per tutta la regione».
Tra le altre cose, la legge voluta dal Pd (e votata anche dai 5 stelle) prevede che la Regione aderisca a Ready (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere). In sostanza, l'Emilia Romagna è divenuta parte della più grande alleanza arcobaleno d'Italia, e contribuirà a finanziare progetti ed eventi Lgbt. Non a caso, leggiamo nel testo della legge, «la Regione e gli enti locali, nell'ambito delle rispettive competenze, promuovono e sostengono eventi socio-culturali che diffondono cultura dell'integrazione e della non discriminazione, al fine di sensibilizzare la cittadinanza al rispetto delle diversità e di ogni orientamento sessuale o identità di genere».
Ma che cosa significa, concretamente, aderire alla rete Ready? Se lo è chiesto, tra gli altri, anche Umberto La Morgia, brillante consigliere leghista del Comune di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna. Ha interrogato in proposito la giunta guidata da Massimo Bosso (Pd) e le risposte che ha avuto sono inquietanti. Tanto per cominciare, a Casalecchio, in nome della lotta alle discriminazioni, è vietata «l'affissione sui propri spazi pubblicitari di forme di pubblicità sessista, che danneggino la dignità della persona o che rechino forme discriminatorie di genere». Ovviamente, considerato il recente andazzo, anche l'esposizione di un cartellone contro l'aborto potrebbe essere giudicata sessista, e dunque il cartellone sarebbe rimosso a norma di legge. Proprio come prevede pure la legge regionale appena approvata in Emilia.
Non è finita. L'adesione alla rete Ready comporta che il Comune di Casalecchio organizzi una serie di iniziative di «formazione». In buona sostanza, un bell'indottrinamento Lgbt che comprende il «corso di formazione “Nuove famiglie: scuola, genitori e sviluppo psicosociale" rivolto a insegnanti e genitori» e la presentazione di alcuni libri su «scuola e omogenitorialità», tra cui il volume Maestra, ma Sara ha due mamme? Le famiglie omogenitoriali nelle scuole e nei servizi educativi. Fin qui il lavaggio del cervello.
Poi ci sono gli atti più concreti. Sempre facendosi scudo con i diritti arcobaleno, il Comune di Casalecchio ha previsto la «rivisitazione della domanda di iscrizione ai nidi comunali per il superamento del genere genitoriale (maschile/ femminile)». Ecco qui spiegato che cosa significhi far parte della rete Lgbt: bisogna superare il «genere genitoriale». Certo, dividere i genitori in mamme e papà è roba da trogloditi, è cosa «medievale» e va archiviata. Motivo per cui, come spiegano i responsabili comunali, «per quanto riguarda la domanda di iscrizione nidi d'infanzia la dicitura riportata è: “Genitore dichiarante e altro genitore"». Furbissimi, i progressisti di Casalecchio. Hanno evitato la dicitura «genitore 1 e genitore 2», che attira l'attenzione, e hanno optato per una formula inedita che consentisse comunque di «superare i generi».
Tuttavia il dettaglio non è sfuggito al consigliere La Morgia: «Ognuno ama chi vuole e si unisce con chi gli pare, ma la famiglia è una ed è padre, madre e figli», dice il leghista. Che aggiunge: «Lasciate stare i bambini e teneteli fuori dalle dinamiche degli adulti e soprattutto dai loro egoismi». Il giochino, in effetti, è chiaro: con la scusa di evitare discriminazioni, si lascia campo libero all'ideologia Lgbt. La stessa che abbiamo visto operare a Bibbiano. Nonché la stessa che, nei giorni scorsi, ha guidato l'operato del sindaco di Bologna, Valerio Merola (anche lui del Pd).
Il primo cittadino ha annunciato che firmerà il «riconoscimento in pancia» del figlio di una coppia lesbica. In buona sostanza, il nascituro - che pare essere stato concepito all'estero tramite donatore - verrà registrato all'anagrafe come «figlio di due madri» ancora prima di venire al mondo. Come sia possibile tecnicamente tutto ciò lo ha spiegato Valentina Pontillo, avvocato dell'associazione arcobaleno Rete Lenford al Corriere della Sera quando anche a Milano si verificò un caso analogo. «Per legge», disse la signora, «il riconoscimento, che richiede la presenza di entrambi i genitori, deve essere fatto entro tre giorni dalla nascita in ospedale, o entro dieci giorni in Comune. [...] È possibile anticipare il riconoscimento a prima del parto presentando un certificato di gravidanza e facendo firmare ad entrambi una dichiarazione che viene consegnata al padre e recepita dal Comune e che ha efficacia solo dalla nascita».
Nel caso milanese una delle due madri non stava bene e si temeva per la sua sorte, ma nella vicenda bolognese pare si tratti semplicemente di una questione politica. Il risultato è il seguente: in provincia di Bologna dire «mamma e papà» è discriminatorio, ma che un bimbo abbia due madri e nessun padre va benissimo.
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Il giudice che ha confermato gli arresti parla di nuovi approfondimenti sull'ex primo cittadino bibbianese. A cui i dirigenti locali scrivono: «Siamo con te».A Bologna spariscono papà e mamma. E si registra la figlia di due lesbiche. Casalecchio di Reno aderisce alla rete dei Comuni Lgbt e decide di «superare il genere genitoriale maschile/ femminile». Il sindaco felsineo Valerio Merola riconosce la bimba di una coppia arcobaleno ancora prima che nasca. Lo speciale comprende due articoli.La lettera che Stefano Marazzi, segretario del Partito democratico di Bibbiano, ha indirizzato al suo ex sindaco, Andrea Carletti, fa stringere il cuore. «Sul filo del rasoio, ma non posso lasciar passare questa giornata senza mandarti un pensiero», scrive. «È inutile e superfluo dire che ci abbiamo sperato con tutti noi stessi, abbiamo vissuto questa attesa con l'ansia di chi prova un grande senso di ingiustizia e non attende altro che questa situazione assurda finisca». Che cosa sperava Marazzi? Che a Carletti non fossero confermati gli arresti domiciliari. E invece il Giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, Luca Ramponi, ha rigettato la richiesta. L'ex primo cittadino democratico bibbianese rimane agli arresti e ovviamente è ancora sospeso dalla carica di sindaco per decisione della Prefettura (nonché autosospeso dal Pd di sua volontà). La scelta del giudice ha molto colpito i militanti del Pd di Bibbiano. «Per l'ennesima volta, le notizie che ci giungono non ci danno sollievo», scrive ancora il segretario Marazzi. «Dobbiamo ancora attendere per riabbracciarti, ma siamo ancora qui, al tuo fianco, come e più di prima. Tieni duro Andrea, non mollare. La tua comunità rimane saldamente al tuo fianco e aspetta il tuo ritorno». Insomma, a quanto pare il partito a livello locale è estremamente compatto. Sin dall'esplosione dell'inchiesta «Angeli e demoni», i democratici bibbianesi si sono schierati dalla parte del loro sindaco e non hanno mai cambiato opinione. Carletti è accusato di abuso d'ufficio e falso e, secondo la Procura di Reggio Emilia, «forniva copertura politica» al sistema di gestione degli affidi portato avanti dai servizi sociali dell'Unione Val d'Enza. Tra le altre cose, egli, si legge nelle carte dell'inchiesta «sosteneva l'attività e l'ampliamento delle attribuzioni a favore del centro di studi Hansel e Gretel». Che queste siano le accuse, tuttavia, è ormai noto. Adesso, però, si aggiungono ulteriori tasselli. Nel confermare gli arresti domiciliari, il gip ha ribadito la «sussistenza della gravità indiziaria nei confronti di Carletti. E ha specificato: «È chiaro che le pressioni o le sollecitazioni anche ingannatorie poste in essere a suo tempo ben potrebbero agevolmente essere ripetute se l'indagato fosse lasciato libero di comunicare con terzi». Le «sollecitazioni ingannatorie» sarebbero, per esempio, quelle esercitate nei confronti dell'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola. A quanto pare, quando amministratori e funzionari sollevavano perplessità sull'operato di Hansel e Gretel, Carletti provvedeva a rassicurarli, spiegando che andava tutto benissimo. Ma c'è dell'altro. Come nota il Resto del Carlino, nell'ordinanza con cui il gip conferma i domiciliari all'ex sindaco si trova un passaggio interessante. Ovvero quello in cui il giudice spiega che «non sussistono ragioni per un'attenuazione della misura, tanto meno per una revoca, tenuto conto della pendenza di indagini anche relative ad altre fattispecie contro la pubblica amministrazione, analoghe a quelle per cui è cautelato (delle quali è dato conto negli atti a oggi trasmessi dal pm)». Tradotto, significa che ci sarebbero in corso ulteriori approfondimenti investigativi oltre a quelli già effettuati, i quali riguarderebbero altri aspetti dell'attività di Carletti. Giovanni Tarquini, avvocato difensore dell'ex sindaco, nei giorni scorsi si è mostrato parecchio contrariato: «Appare evidente un pregiudizio di fondo e una preoccupante mancanza di serenità che si riflette sul percorso dell'accertamento giudiziario e così anche su quest'ultima decisione», ha detto non appena ha appreso della conferma degli arresti.In ogni caso, sembra che la posizione dell'ex primo cittadino del Partito democratico non sia proprio delle migliori. Il Pd locale continua a difendere il compagno Carletti, mentre gli esponenti nazionali proseguono nel tentativo di sminuire il coinvolgimento dell'ex sindaco nel caso «Angeli e demoni». Ecco, forse sarebbe il caso che i democratici correggessero il tiro...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altre-indagini-su-carletti-ma-il-pd-difende-ancora-il-suo-sindaco-ai-domiciliari-2639657090.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-bologna-spariscono-papa-e-mamma-e-si-registra-la-figlia-di-due-lesbiche" data-post-id="2639657090" data-published-at="1779980714" data-use-pagination="False"> A Bologna spariscono papà e mamma. E si registra la figlia di due lesbiche Nei giorni scorsi, grazie a un'iniziativa del Partito democratico, la Regione Emilia Romagna ha approvato la legge bavaglio sull'omotransnegatività. Roberta Mori, esponente dem che ha fatto da relatrice, sostiene che si tratti di una «legge di civiltà». Del resto, è la stessa che definiva i servizi sociali della Val d'Enza «una esperienza esemplare per tutta la regione». Tra le altre cose, la legge voluta dal Pd (e votata anche dai 5 stelle) prevede che la Regione aderisca a Ready (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere). In sostanza, l'Emilia Romagna è divenuta parte della più grande alleanza arcobaleno d'Italia, e contribuirà a finanziare progetti ed eventi Lgbt. Non a caso, leggiamo nel testo della legge, «la Regione e gli enti locali, nell'ambito delle rispettive competenze, promuovono e sostengono eventi socio-culturali che diffondono cultura dell'integrazione e della non discriminazione, al fine di sensibilizzare la cittadinanza al rispetto delle diversità e di ogni orientamento sessuale o identità di genere». Ma che cosa significa, concretamente, aderire alla rete Ready? Se lo è chiesto, tra gli altri, anche Umberto La Morgia, brillante consigliere leghista del Comune di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna. Ha interrogato in proposito la giunta guidata da Massimo Bosso (Pd) e le risposte che ha avuto sono inquietanti. Tanto per cominciare, a Casalecchio, in nome della lotta alle discriminazioni, è vietata «l'affissione sui propri spazi pubblicitari di forme di pubblicità sessista, che danneggino la dignità della persona o che rechino forme discriminatorie di genere». Ovviamente, considerato il recente andazzo, anche l'esposizione di un cartellone contro l'aborto potrebbe essere giudicata sessista, e dunque il cartellone sarebbe rimosso a norma di legge. Proprio come prevede pure la legge regionale appena approvata in Emilia. Non è finita. L'adesione alla rete Ready comporta che il Comune di Casalecchio organizzi una serie di iniziative di «formazione». In buona sostanza, un bell'indottrinamento Lgbt che comprende il «corso di formazione “Nuove famiglie: scuola, genitori e sviluppo psicosociale" rivolto a insegnanti e genitori» e la presentazione di alcuni libri su «scuola e omogenitorialità», tra cui il volume Maestra, ma Sara ha due mamme? Le famiglie omogenitoriali nelle scuole e nei servizi educativi. Fin qui il lavaggio del cervello. Poi ci sono gli atti più concreti. Sempre facendosi scudo con i diritti arcobaleno, il Comune di Casalecchio ha previsto la «rivisitazione della domanda di iscrizione ai nidi comunali per il superamento del genere genitoriale (maschile/ femminile)». Ecco qui spiegato che cosa significhi far parte della rete Lgbt: bisogna superare il «genere genitoriale». Certo, dividere i genitori in mamme e papà è roba da trogloditi, è cosa «medievale» e va archiviata. Motivo per cui, come spiegano i responsabili comunali, «per quanto riguarda la domanda di iscrizione nidi d'infanzia la dicitura riportata è: “Genitore dichiarante e altro genitore"». Furbissimi, i progressisti di Casalecchio. Hanno evitato la dicitura «genitore 1 e genitore 2», che attira l'attenzione, e hanno optato per una formula inedita che consentisse comunque di «superare i generi». Tuttavia il dettaglio non è sfuggito al consigliere La Morgia: «Ognuno ama chi vuole e si unisce con chi gli pare, ma la famiglia è una ed è padre, madre e figli», dice il leghista. Che aggiunge: «Lasciate stare i bambini e teneteli fuori dalle dinamiche degli adulti e soprattutto dai loro egoismi». Il giochino, in effetti, è chiaro: con la scusa di evitare discriminazioni, si lascia campo libero all'ideologia Lgbt. La stessa che abbiamo visto operare a Bibbiano. Nonché la stessa che, nei giorni scorsi, ha guidato l'operato del sindaco di Bologna, Valerio Merola (anche lui del Pd). Il primo cittadino ha annunciato che firmerà il «riconoscimento in pancia» del figlio di una coppia lesbica. In buona sostanza, il nascituro - che pare essere stato concepito all'estero tramite donatore - verrà registrato all'anagrafe come «figlio di due madri» ancora prima di venire al mondo. Come sia possibile tecnicamente tutto ciò lo ha spiegato Valentina Pontillo, avvocato dell'associazione arcobaleno Rete Lenford al Corriere della Sera quando anche a Milano si verificò un caso analogo. «Per legge», disse la signora, «il riconoscimento, che richiede la presenza di entrambi i genitori, deve essere fatto entro tre giorni dalla nascita in ospedale, o entro dieci giorni in Comune. [...] È possibile anticipare il riconoscimento a prima del parto presentando un certificato di gravidanza e facendo firmare ad entrambi una dichiarazione che viene consegnata al padre e recepita dal Comune e che ha efficacia solo dalla nascita». Nel caso milanese una delle due madri non stava bene e si temeva per la sua sorte, ma nella vicenda bolognese pare si tratti semplicemente di una questione politica. Il risultato è il seguente: in provincia di Bologna dire «mamma e papà» è discriminatorio, ma che un bimbo abbia due madri e nessun padre va benissimo.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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