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2019-08-06
Nuove indagini sul sindaco pd di Bibbiano
La lettera che Stefano Marazzi, segretario del Partito democratico di Bibbiano, ha indirizzato al suo ex sindaco, Andrea Carletti, fa stringere il cuore. «Sul filo del rasoio, ma non posso lasciar passare questa giornata senza mandarti un pensiero», scrive. «È inutile e superfluo dire che ci abbiamo sperato con tutti noi stessi, abbiamo vissuto questa attesa con l'ansia di chi prova un grande senso di ingiustizia e non attende altro che questa situazione assurda finisca».
Che cosa sperava Marazzi? Che a Carletti non fossero confermati gli arresti domiciliari. E invece il Giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, Luca Ramponi, ha rigettato la richiesta. L'ex primo cittadino democratico bibbianese rimane agli arresti e ovviamente è ancora sospeso dalla carica di sindaco per decisione della Prefettura (nonché autosospeso dal Pd di sua volontà).
La scelta del giudice ha molto colpito i militanti del Pd di Bibbiano. «Per l'ennesima volta, le notizie che ci giungono non ci danno sollievo», scrive ancora il segretario Marazzi. «Dobbiamo ancora attendere per riabbracciarti, ma siamo ancora qui, al tuo fianco, come e più di prima. Tieni duro Andrea, non mollare. La tua comunità rimane saldamente al tuo fianco e aspetta il tuo ritorno». Insomma, a quanto pare il partito a livello locale è estremamente compatto. Sin dall'esplosione dell'inchiesta «Angeli e demoni», i democratici bibbianesi si sono schierati dalla parte del loro sindaco e non hanno mai cambiato opinione.
Carletti è accusato di abuso d'ufficio e falso e, secondo la Procura di Reggio Emilia, «forniva copertura politica» al sistema di gestione degli affidi portato avanti dai servizi sociali dell'Unione Val d'Enza. Tra le altre cose, egli, si legge nelle carte dell'inchiesta «sosteneva l'attività e l'ampliamento delle attribuzioni a favore del centro di studi Hansel e Gretel».
Che queste siano le accuse, tuttavia, è ormai noto. Adesso, però, si aggiungono ulteriori tasselli. Nel confermare gli arresti domiciliari, il gip ha ribadito la «sussistenza della gravità indiziaria nei confronti di Carletti. E ha specificato: «È chiaro che le pressioni o le sollecitazioni anche ingannatorie poste in essere a suo tempo ben potrebbero agevolmente essere ripetute se l'indagato fosse lasciato libero di comunicare con terzi». Le «sollecitazioni ingannatorie» sarebbero, per esempio, quelle esercitate nei confronti dell'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola. A quanto pare, quando amministratori e funzionari sollevavano perplessità sull'operato di Hansel e Gretel, Carletti provvedeva a rassicurarli, spiegando che andava tutto benissimo.
Ma c'è dell'altro. Come nota il Resto del Carlino, nell'ordinanza con cui il gip conferma i domiciliari all'ex sindaco si trova un passaggio interessante. Ovvero quello in cui il giudice spiega che «non sussistono ragioni per un'attenuazione della misura, tanto meno per una revoca, tenuto conto della pendenza di indagini anche relative ad altre fattispecie contro la pubblica amministrazione, analoghe a quelle per cui è cautelato (delle quali è dato conto negli atti a oggi trasmessi dal pm)». Tradotto, significa che ci sarebbero in corso ulteriori approfondimenti investigativi oltre a quelli già effettuati, i quali riguarderebbero altri aspetti dell'attività di Carletti.
Giovanni Tarquini, avvocato difensore dell'ex sindaco, nei giorni scorsi si è mostrato parecchio contrariato: «Appare evidente un pregiudizio di fondo e una preoccupante mancanza di serenità che si riflette sul percorso dell'accertamento giudiziario e così anche su quest'ultima decisione», ha detto non appena ha appreso della conferma degli arresti.
In ogni caso, sembra che la posizione dell'ex primo cittadino del Partito democratico non sia proprio delle migliori. Il Pd locale continua a difendere il compagno Carletti, mentre gli esponenti nazionali proseguono nel tentativo di sminuire il coinvolgimento dell'ex sindaco nel caso «Angeli e demoni». Ecco, forse sarebbe il caso che i democratici correggessero il tiro...
A Bologna spariscono papà e mamma. E si registra la figlia di due lesbiche
Nei giorni scorsi, grazie a un'iniziativa del Partito democratico, la Regione Emilia Romagna ha approvato la legge bavaglio sull'omotransnegatività. Roberta Mori, esponente dem che ha fatto da relatrice, sostiene che si tratti di una «legge di civiltà». Del resto, è la stessa che definiva i servizi sociali della Val d'Enza «una esperienza esemplare per tutta la regione».
Tra le altre cose, la legge voluta dal Pd (e votata anche dai 5 stelle) prevede che la Regione aderisca a Ready (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere). In sostanza, l'Emilia Romagna è divenuta parte della più grande alleanza arcobaleno d'Italia, e contribuirà a finanziare progetti ed eventi Lgbt. Non a caso, leggiamo nel testo della legge, «la Regione e gli enti locali, nell'ambito delle rispettive competenze, promuovono e sostengono eventi socio-culturali che diffondono cultura dell'integrazione e della non discriminazione, al fine di sensibilizzare la cittadinanza al rispetto delle diversità e di ogni orientamento sessuale o identità di genere».
Ma che cosa significa, concretamente, aderire alla rete Ready? Se lo è chiesto, tra gli altri, anche Umberto La Morgia, brillante consigliere leghista del Comune di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna. Ha interrogato in proposito la giunta guidata da Massimo Bosso (Pd) e le risposte che ha avuto sono inquietanti. Tanto per cominciare, a Casalecchio, in nome della lotta alle discriminazioni, è vietata «l'affissione sui propri spazi pubblicitari di forme di pubblicità sessista, che danneggino la dignità della persona o che rechino forme discriminatorie di genere». Ovviamente, considerato il recente andazzo, anche l'esposizione di un cartellone contro l'aborto potrebbe essere giudicata sessista, e dunque il cartellone sarebbe rimosso a norma di legge. Proprio come prevede pure la legge regionale appena approvata in Emilia.
Non è finita. L'adesione alla rete Ready comporta che il Comune di Casalecchio organizzi una serie di iniziative di «formazione». In buona sostanza, un bell'indottrinamento Lgbt che comprende il «corso di formazione “Nuove famiglie: scuola, genitori e sviluppo psicosociale" rivolto a insegnanti e genitori» e la presentazione di alcuni libri su «scuola e omogenitorialità», tra cui il volume Maestra, ma Sara ha due mamme? Le famiglie omogenitoriali nelle scuole e nei servizi educativi. Fin qui il lavaggio del cervello.
Poi ci sono gli atti più concreti. Sempre facendosi scudo con i diritti arcobaleno, il Comune di Casalecchio ha previsto la «rivisitazione della domanda di iscrizione ai nidi comunali per il superamento del genere genitoriale (maschile/ femminile)». Ecco qui spiegato che cosa significhi far parte della rete Lgbt: bisogna superare il «genere genitoriale». Certo, dividere i genitori in mamme e papà è roba da trogloditi, è cosa «medievale» e va archiviata. Motivo per cui, come spiegano i responsabili comunali, «per quanto riguarda la domanda di iscrizione nidi d'infanzia la dicitura riportata è: “Genitore dichiarante e altro genitore"». Furbissimi, i progressisti di Casalecchio. Hanno evitato la dicitura «genitore 1 e genitore 2», che attira l'attenzione, e hanno optato per una formula inedita che consentisse comunque di «superare i generi».
Tuttavia il dettaglio non è sfuggito al consigliere La Morgia: «Ognuno ama chi vuole e si unisce con chi gli pare, ma la famiglia è una ed è padre, madre e figli», dice il leghista. Che aggiunge: «Lasciate stare i bambini e teneteli fuori dalle dinamiche degli adulti e soprattutto dai loro egoismi». Il giochino, in effetti, è chiaro: con la scusa di evitare discriminazioni, si lascia campo libero all'ideologia Lgbt. La stessa che abbiamo visto operare a Bibbiano. Nonché la stessa che, nei giorni scorsi, ha guidato l'operato del sindaco di Bologna, Valerio Merola (anche lui del Pd).
Il primo cittadino ha annunciato che firmerà il «riconoscimento in pancia» del figlio di una coppia lesbica. In buona sostanza, il nascituro - che pare essere stato concepito all'estero tramite donatore - verrà registrato all'anagrafe come «figlio di due madri» ancora prima di venire al mondo. Come sia possibile tecnicamente tutto ciò lo ha spiegato Valentina Pontillo, avvocato dell'associazione arcobaleno Rete Lenford al Corriere della Sera quando anche a Milano si verificò un caso analogo. «Per legge», disse la signora, «il riconoscimento, che richiede la presenza di entrambi i genitori, deve essere fatto entro tre giorni dalla nascita in ospedale, o entro dieci giorni in Comune. [...] È possibile anticipare il riconoscimento a prima del parto presentando un certificato di gravidanza e facendo firmare ad entrambi una dichiarazione che viene consegnata al padre e recepita dal Comune e che ha efficacia solo dalla nascita».
Nel caso milanese una delle due madri non stava bene e si temeva per la sua sorte, ma nella vicenda bolognese pare si tratti semplicemente di una questione politica. Il risultato è il seguente: in provincia di Bologna dire «mamma e papà» è discriminatorio, ma che un bimbo abbia due madri e nessun padre va benissimo.
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Il giudice che ha confermato gli arresti parla di nuovi approfondimenti sull'ex primo cittadino bibbianese. A cui i dirigenti locali scrivono: «Siamo con te».A Bologna spariscono papà e mamma. E si registra la figlia di due lesbiche. Casalecchio di Reno aderisce alla rete dei Comuni Lgbt e decide di «superare il genere genitoriale maschile/ femminile». Il sindaco felsineo Valerio Merola riconosce la bimba di una coppia arcobaleno ancora prima che nasca. Lo speciale comprende due articoli.La lettera che Stefano Marazzi, segretario del Partito democratico di Bibbiano, ha indirizzato al suo ex sindaco, Andrea Carletti, fa stringere il cuore. «Sul filo del rasoio, ma non posso lasciar passare questa giornata senza mandarti un pensiero», scrive. «È inutile e superfluo dire che ci abbiamo sperato con tutti noi stessi, abbiamo vissuto questa attesa con l'ansia di chi prova un grande senso di ingiustizia e non attende altro che questa situazione assurda finisca». Che cosa sperava Marazzi? Che a Carletti non fossero confermati gli arresti domiciliari. E invece il Giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, Luca Ramponi, ha rigettato la richiesta. L'ex primo cittadino democratico bibbianese rimane agli arresti e ovviamente è ancora sospeso dalla carica di sindaco per decisione della Prefettura (nonché autosospeso dal Pd di sua volontà). La scelta del giudice ha molto colpito i militanti del Pd di Bibbiano. «Per l'ennesima volta, le notizie che ci giungono non ci danno sollievo», scrive ancora il segretario Marazzi. «Dobbiamo ancora attendere per riabbracciarti, ma siamo ancora qui, al tuo fianco, come e più di prima. Tieni duro Andrea, non mollare. La tua comunità rimane saldamente al tuo fianco e aspetta il tuo ritorno». Insomma, a quanto pare il partito a livello locale è estremamente compatto. Sin dall'esplosione dell'inchiesta «Angeli e demoni», i democratici bibbianesi si sono schierati dalla parte del loro sindaco e non hanno mai cambiato opinione. Carletti è accusato di abuso d'ufficio e falso e, secondo la Procura di Reggio Emilia, «forniva copertura politica» al sistema di gestione degli affidi portato avanti dai servizi sociali dell'Unione Val d'Enza. Tra le altre cose, egli, si legge nelle carte dell'inchiesta «sosteneva l'attività e l'ampliamento delle attribuzioni a favore del centro di studi Hansel e Gretel». Che queste siano le accuse, tuttavia, è ormai noto. Adesso, però, si aggiungono ulteriori tasselli. Nel confermare gli arresti domiciliari, il gip ha ribadito la «sussistenza della gravità indiziaria nei confronti di Carletti. E ha specificato: «È chiaro che le pressioni o le sollecitazioni anche ingannatorie poste in essere a suo tempo ben potrebbero agevolmente essere ripetute se l'indagato fosse lasciato libero di comunicare con terzi». Le «sollecitazioni ingannatorie» sarebbero, per esempio, quelle esercitate nei confronti dell'ex sindaco di Gattatico, Gianni Maiola. A quanto pare, quando amministratori e funzionari sollevavano perplessità sull'operato di Hansel e Gretel, Carletti provvedeva a rassicurarli, spiegando che andava tutto benissimo. Ma c'è dell'altro. Come nota il Resto del Carlino, nell'ordinanza con cui il gip conferma i domiciliari all'ex sindaco si trova un passaggio interessante. Ovvero quello in cui il giudice spiega che «non sussistono ragioni per un'attenuazione della misura, tanto meno per una revoca, tenuto conto della pendenza di indagini anche relative ad altre fattispecie contro la pubblica amministrazione, analoghe a quelle per cui è cautelato (delle quali è dato conto negli atti a oggi trasmessi dal pm)». Tradotto, significa che ci sarebbero in corso ulteriori approfondimenti investigativi oltre a quelli già effettuati, i quali riguarderebbero altri aspetti dell'attività di Carletti. Giovanni Tarquini, avvocato difensore dell'ex sindaco, nei giorni scorsi si è mostrato parecchio contrariato: «Appare evidente un pregiudizio di fondo e una preoccupante mancanza di serenità che si riflette sul percorso dell'accertamento giudiziario e così anche su quest'ultima decisione», ha detto non appena ha appreso della conferma degli arresti.In ogni caso, sembra che la posizione dell'ex primo cittadino del Partito democratico non sia proprio delle migliori. Il Pd locale continua a difendere il compagno Carletti, mentre gli esponenti nazionali proseguono nel tentativo di sminuire il coinvolgimento dell'ex sindaco nel caso «Angeli e demoni». Ecco, forse sarebbe il caso che i democratici correggessero il tiro...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altre-indagini-su-carletti-ma-il-pd-difende-ancora-il-suo-sindaco-ai-domiciliari-2639657090.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-bologna-spariscono-papa-e-mamma-e-si-registra-la-figlia-di-due-lesbiche" data-post-id="2639657090" data-published-at="1767746104" data-use-pagination="False"> A Bologna spariscono papà e mamma. E si registra la figlia di due lesbiche Nei giorni scorsi, grazie a un'iniziativa del Partito democratico, la Regione Emilia Romagna ha approvato la legge bavaglio sull'omotransnegatività. Roberta Mori, esponente dem che ha fatto da relatrice, sostiene che si tratti di una «legge di civiltà». Del resto, è la stessa che definiva i servizi sociali della Val d'Enza «una esperienza esemplare per tutta la regione». Tra le altre cose, la legge voluta dal Pd (e votata anche dai 5 stelle) prevede che la Regione aderisca a Ready (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere). In sostanza, l'Emilia Romagna è divenuta parte della più grande alleanza arcobaleno d'Italia, e contribuirà a finanziare progetti ed eventi Lgbt. Non a caso, leggiamo nel testo della legge, «la Regione e gli enti locali, nell'ambito delle rispettive competenze, promuovono e sostengono eventi socio-culturali che diffondono cultura dell'integrazione e della non discriminazione, al fine di sensibilizzare la cittadinanza al rispetto delle diversità e di ogni orientamento sessuale o identità di genere». Ma che cosa significa, concretamente, aderire alla rete Ready? Se lo è chiesto, tra gli altri, anche Umberto La Morgia, brillante consigliere leghista del Comune di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna. Ha interrogato in proposito la giunta guidata da Massimo Bosso (Pd) e le risposte che ha avuto sono inquietanti. Tanto per cominciare, a Casalecchio, in nome della lotta alle discriminazioni, è vietata «l'affissione sui propri spazi pubblicitari di forme di pubblicità sessista, che danneggino la dignità della persona o che rechino forme discriminatorie di genere». Ovviamente, considerato il recente andazzo, anche l'esposizione di un cartellone contro l'aborto potrebbe essere giudicata sessista, e dunque il cartellone sarebbe rimosso a norma di legge. Proprio come prevede pure la legge regionale appena approvata in Emilia. Non è finita. L'adesione alla rete Ready comporta che il Comune di Casalecchio organizzi una serie di iniziative di «formazione». In buona sostanza, un bell'indottrinamento Lgbt che comprende il «corso di formazione “Nuove famiglie: scuola, genitori e sviluppo psicosociale" rivolto a insegnanti e genitori» e la presentazione di alcuni libri su «scuola e omogenitorialità», tra cui il volume Maestra, ma Sara ha due mamme? Le famiglie omogenitoriali nelle scuole e nei servizi educativi. Fin qui il lavaggio del cervello. Poi ci sono gli atti più concreti. Sempre facendosi scudo con i diritti arcobaleno, il Comune di Casalecchio ha previsto la «rivisitazione della domanda di iscrizione ai nidi comunali per il superamento del genere genitoriale (maschile/ femminile)». Ecco qui spiegato che cosa significhi far parte della rete Lgbt: bisogna superare il «genere genitoriale». Certo, dividere i genitori in mamme e papà è roba da trogloditi, è cosa «medievale» e va archiviata. Motivo per cui, come spiegano i responsabili comunali, «per quanto riguarda la domanda di iscrizione nidi d'infanzia la dicitura riportata è: “Genitore dichiarante e altro genitore"». Furbissimi, i progressisti di Casalecchio. Hanno evitato la dicitura «genitore 1 e genitore 2», che attira l'attenzione, e hanno optato per una formula inedita che consentisse comunque di «superare i generi». Tuttavia il dettaglio non è sfuggito al consigliere La Morgia: «Ognuno ama chi vuole e si unisce con chi gli pare, ma la famiglia è una ed è padre, madre e figli», dice il leghista. Che aggiunge: «Lasciate stare i bambini e teneteli fuori dalle dinamiche degli adulti e soprattutto dai loro egoismi». Il giochino, in effetti, è chiaro: con la scusa di evitare discriminazioni, si lascia campo libero all'ideologia Lgbt. La stessa che abbiamo visto operare a Bibbiano. Nonché la stessa che, nei giorni scorsi, ha guidato l'operato del sindaco di Bologna, Valerio Merola (anche lui del Pd). Il primo cittadino ha annunciato che firmerà il «riconoscimento in pancia» del figlio di una coppia lesbica. In buona sostanza, il nascituro - che pare essere stato concepito all'estero tramite donatore - verrà registrato all'anagrafe come «figlio di due madri» ancora prima di venire al mondo. Come sia possibile tecnicamente tutto ciò lo ha spiegato Valentina Pontillo, avvocato dell'associazione arcobaleno Rete Lenford al Corriere della Sera quando anche a Milano si verificò un caso analogo. «Per legge», disse la signora, «il riconoscimento, che richiede la presenza di entrambi i genitori, deve essere fatto entro tre giorni dalla nascita in ospedale, o entro dieci giorni in Comune. [...] È possibile anticipare il riconoscimento a prima del parto presentando un certificato di gravidanza e facendo firmare ad entrambi una dichiarazione che viene consegnata al padre e recepita dal Comune e che ha efficacia solo dalla nascita». Nel caso milanese una delle due madri non stava bene e si temeva per la sua sorte, ma nella vicenda bolognese pare si tratti semplicemente di una questione politica. Il risultato è il seguente: in provincia di Bologna dire «mamma e papà» è discriminatorio, ma che un bimbo abbia due madri e nessun padre va benissimo.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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