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2018-04-30
Sotto l'alta moda della lingerie ci sono 55 miliardi e nuovi lavori
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Dimenticatevi i pacchi convenienza di slip bianchi in cotone in vendita a 10.99 euro nel vostro supermercato di fiducia, per la biancheria di lusso si spende sempre di più, tanto che il giro d'affari è arrivato alla considerevole cifra di 110 miliardi di euro.
Victoria's Secret
Largo a pizzi e merletti, intricate combinazioni di lacci e laccetti, velluti, tessuti ricamati o metallizzati con inserti preziosi. E soprattutto via libera all'immaginazione che combina basiche t-shirt bianche, un po' trasparenti, a reggiseni delicati, a triangolo, ma coloratissimi, come quelli in tulle proposti dal lussuosissimo brand francese Eres. La biancheria intima oggi è diventata il centro di ogni look, da quelli più sportivi ai più sofisticati. Quello che prima veniva nascosto, a volte con pudore, o che veniva indossato solo in «occasioni speciali» come arma di seduzione è diventato a detta degli stilisti un must see, qualcosa che va mostrato assolutamente. Merito un po' dei social network e un po' delle passerelle, della discesa in terra degli «angeli» di Victoria's Secret e delle boutique di lingerie che si trasformano in boudoir in cui scambiarsi addirittura consigli sulla propria sessualità, in base a un trend che è in continua crescita dal 2008.
Eres
La vendita di lingerie sembra, infatti, beneficiare di quello che viene comunemente chiamato
lipstick effect, ovvero quel particolare fenomeno per cui nei momenti di crisi economica le vendite di rossetto schizzino invece alle stelle. In questo caso specifico, però, le donne decidono di premiarsi regalandosi un nuovo reggiseno sexy piuttosto che scegliere l'ennesima nuance o profumazione di balsamo per le labbra. Sono i numeri a dimostrare la teoria. Secondo un'indagine svolta dall'americana Transparency market research, nel 2024 il mercato globale della lingerie di lusso svilupperà un fatturato di 55,83 miliardi di dollari, contro i 33,18 miliardi di dollari del 2015 (su un fatturato totale di circa 110 miliardi di euro). Prodotto principe e traino del fatturato, anche in futuro, rimarrà il reggiseno, vera arma di seduzione femminile e oggi principe nell'armadio delle donne. Alcune ricerche hanno infatti evidenziato come ogni donna abbia nel suo armadio circa nove reggiseni e che, nonostante continui a sentire l'impellente desiderio di acquistarne di nuovi, arrivi a indossarne sempre e solamente solo sei.
INFOGRAFICA
A spingere le vendite c'è l'eftetto piscologico. Secondo l'Institute of underwear psychology di Londra, «acquistare biancheria in pizzo, magari colorata, contribuisce a migliorare l'umore del 28% e crea una sensazione di benessere pari a quella che si prova dopo un massaggio di 45 minuti o mangiando il proprio dolce preferito».
C'è da dire anche che frugare in un cassetto pieno di pizzi e merletti, affondare le proprie mani in sottovesti che scivolano tra le dita e nastri e nastrini, è un vero e proprio toccasana anche per la fantasia. E che l'artigianalità ancora oggi è uno dei requisiti principali di chi acquista lingerie di lusso. La Perla, Agent Provocateu, Coco De Mer sono marchi che si differenziano proprio per l'alta qualità non solo dei materiali ma anche della manodopera. La realizzazione di un reggiseno La Perla necessita dai dodici ai quindici mesi dalla creazione alla messa in produzione fino alla distribuzione nelle boutique. Le medesime tempistiche sono necessarie per la corsetteria di Agent Provocateur che richiede almeno un anno di lavoro.
Coco De Mer
In Italia, ad avere un ruolo fondamentale nella vita delle donne è senza dubbio il brand Cosabella. I suoi prodotti combinano il lusso alla comodità quotidiana. Il marchio, nato nel 1983 dalla mente di Ugo e Valeria Campello si distingue infatti per la sua ricca collezione di bralette (quei reggiseni comodi, completamente destrutturati) in pizzo e disponibili in oltre 240 colorazioni differenti, dai toni classici come il bianco, nero e beige ai fluo, degni di party nelle spiagge più alla moda di Ibiza e Formentera.
Cosabella
Ad aver tolto dall'ombra dei vestiti la biancheria intima è stata soprattutto la saga cinematografica di Cinquanta sfumature che ha aperto le porte al mondo del bondage nello stile della lingerie, visto come una vera e propria arte e all'eroticità vista come ingrediente principale quando si parla di intimo femminile. Capofila nella categoria è Bordelle, marchio inglese di lingerie di lusso fondato da
Alexandra Popa nel 2009 e noto poiché combina la componente sadomaso di lacci ed elastici a strutture di reggiseni e body creati in oro 24 carati. «La missione», ha spiegato Alexandra Popa alla Verità, «è quella di creare un prodotto unico nel suo genere ma che sia eterno e che rispetti le tre regole fondamentali della lingerie: ovvero che sia memorabile, provocante e che porti sempre a una reazione da parte di chi la vede o indossa».
Bordelle
Non può che tornare alla mente una frase di
Greta Garbo che descrive alla perfezione il ruolo della biancheria di lusso: «Nessuno la vedrà mai; è terribilmente costosa e nessuno saprà mai che è di seta. Lo saprò io, e camminerò in modo diverso».
I Paesi in via di sviluppo trainano i numeri

Sebbene si tratti di un mercato molto frammentato, l'Italia può dirsi a pieno titolo un'eccellenza nel mondo della lingerie. Su un giro d'affari globale di circa 110 miliardi di euro, un terzo (circa 34 miliardi), è in mano a otto grandi gruppi e tre di questi sono italiani: Pacific global management, la società di Silvio Scaglia che fattura ogni anno circa 300 milioni, Yamamay (sempre 300 milioni) e poi c'è il gruppo Calzedonia con ricavi superiori ai 2 miliardi di euro. Nell'olimpo dei grandi produttori di biancheria intima ci sono anche gruppi stranieri come Triumph (3 miliardi l'anno), Hanes (4 miliardi), Agent Provocateur (8 miliardi) e Limitated Brand con 10 miliardi.
Secondo i dati distribuiti da SitaRicerca (ufficio studi specializzato nel settore moda) e diffusi dal mensile di settore IntimoRetail in occasione del tradizionale incontro annuale degli imprenditori del settore associati a Sistema Moda Italia, a fine 2017 le vendite delle linee di intimo, beachwear e calzetteria hanno registrato un trend lievemente positivo: il business è cresciuto dello 0,2% rispetto al 2016, anno che, a sua volta, si era chiuso con un -0,1%. Il dato risulta ancora più incoraggiante se si considera che nello stesso periodo le vendite degli articoli di abbigliamento hanno registrato un calo dell'1,5%. Andando più nel dettaglio, la calzetteria mantiene il trend dell'anno precedente (+0,7%), mentre le vendite di abbigliamento intimo sono calate dello 0,4%, contro il -0,7% del 2016. Se si considerano invece i settori uomo, donna e bambino, è quest'ultimo a mostrare i segnali migliori (+1,2%). Le vendite dei prodotti femminili, invece, rimangono stabili (+0,2%), mentre l'uomo si mostra ancora in ripresa rispetto a fine 2016, anno che si era chiuso con un calo dell'1%. In termini generali, quindi, le vendite dei prodotti di intimo e calzetteria stanno lentamente, ma progressivamente, risalendo la china: basti pensare che il 2013 si era chiuso con un -6% a valore.
Insomma, il settore è in ripresa. Su un giro d'affari di circa 110 miliardi, secondo la società che si occupa di ricerche di marketing, Variant market research, circa il 25% (27,5 miliardi) del fatturato mondiale della lingerie arriva dal Nord America, il 30% dall'Europa (33 miliardi), il 30% dall'Asia (33 miliardi). Il resto del mondo (prettamente Africa e Australia) fattura invece solo il 15% dei ricavi (16,5 miliardi) globali.
Dando uno sguardo ai singoli Paesi appare chiaro come alcuni di questi rappresentino mercati in piena crescita per il fatturato globale. Secondo i dati che Sistema Moda Italia ha rilasciato alla Verità, nel 2017 le importazioni di intimo in Vietnam, rispetto al 2016, sono aumentate del 44,4%. Lo stesso vale per lo Sri Lanka, dove l'anno scorso sono cresciute del 21,2%. Anche in Europa ci sono dei «fuoriclasse»: secondo i dati dell'indagine, l'anno scorso le importazioni nei Paesi Bassi sono cresciute del 54,6% e del 19,5% in Croazia. Al contrario ci sono Paesi che hanno ridotto le importazioni: la Romania, per esempio, ha perso il 19,4% del giro d'affari, la Tunisia il 14,4% e la Turchia il 12,9%
Tra i Paesi che hanno esportato più intimo nel 2017, invece, troviamo la Russia, con un balzo del 71,4% rispetto all'anno precedente e gli Stati Uniti, con un salto in avanti del 42,3%. In terza posizione c'è la Cina, che ha venduto oltreconfine il 33,6% in più di lingerie rispetto al 2016. Tra chi, invece, ha sofferto, c'è la Croazia, con un crollo del 21,3%. Anche altri Paesi, tradizionalmente ritenuti più sviluppati e dunque più costosi in termini di manodopera, hanno subito una flessione. La Francia, per esempio, ha perso il 2% delle esportazioni nel 2017, la Svizzera lo 0,8% e i Paesi Bassi l'1,4%.
Il trend di mercato appare chiaro e segue quello di tutto il mercato della moda. I maggiori compratori del settore sono tutti i Paesi in via di sviluppo, dove l'intimo - anche di pregio - sta diventando un bene sempre più comune e per questo il fatturato delle importazioni è in crescita. Al contrario, i grandi produttori - Cina, Russia e Stati Uniti - si spartiscono la gran parte delle esportazioni mondiali a sfavore di aree dove la manodopera è piuttosto salata.
Gianluca Baldini
La «regina» del settore: «La trilogia Cinquanta sfumature ha aperto a un nuovo mercato dell'erotismo»

Il quartiere di Covent Garden a Londra nasconde uno dei negozi di lingerie più ricercati al mondo. Coco de Mer nasce nel 2001 e negli anni si afferma sul mercato internazionale come marchio di intimo di lusso, al pari di La Perla, Agent Provocateur e Bordelle. Il suo amministratore delegato è Lucy Litwack, conosciuta come «la regina della biancheria intima» per il suo straordinario curriculum: sei anni con Victoria's Secret, due come brand director a La Perla e infine managing director per il lancio della linea di intimo di David Beckham. Approda a Coco de Mer nel 2001 e nel 2017 decide con l'appoggio di alcuni investitori anonimi di acquistare il marchio dal gruppo Lovehoney per 5 milioni di sterline. L'obiettivo? Sfruttare a pieno il potenziale di Coco de Mer e trasformarlo in un brand globale.
Come si differenzia Coco de Mer da altri marchi presenti sul mercato?
«C'è qualcosa di speciale in un brand come Coco de Mer perché rappresenta la perfetta unione tra moda di lusso ed erotismo, sofisticatezza e sensualità. Coco de Mer è il luogo perfetto dove esplorare le proprie fantasie e dare vita a esperienze uniche. In fondo, la lingerie può creare magie».
Il mercato della lingerie è in fase di crescita. Quali cambiamenti prevede nei prossimi cinque anni?
«La crescita del mercato sta portando alla nascita di tanti nuovi marchi. In parte dobbiamo ringraziare la trilogia di Cinquanta sfumature per aver creato un nuovo mercato dell'erotismo. Immagino un futuro ancora più sexy, dove marchi che producono lingerie ispirata all'arte del bondage potranno crescere in maniera esponenziale. C'è una mentalità più aperta quando si tratta di sesso e piacere rispetto a 10 anni fa; le donne non hanno più vergogna. Credo che sempre più brand specializzati nel ready to wear faranno il loro ingresso nel mondo della lingerie, offrendo sia capi per la casa sia un abbigliamento più sensuale che si ispira alla lingerie».
Le donne sembrano più disposte a spendere grosse somme di denaro in biancheria intima, come lo giustifica?
«Credo le donne si sentano più sicure e hanno così iniziato a dare alla lingerie un'importanza pari a qualsiasi altro capo d'abbigliamento. Indossare un completo di lusso fa sentire una donna sexy e affascinante e questa è una sensazione che può creare dipendenza».
Come descriverebbe il cliente tipo di Coco de Mer?
«Chi viene da Coco de Mer prima di tutto ama il lusso. Quando entra nel nostro negozio di Covent Garden è come se si trovasse in un boudoir, dove non ci sono limiti e si ha la libertà di esplorare la propria immaginazione».
Qual è il vostro target principale?
«Posso dire che la clientela di Coco de Mer è divisa in egual misura tra uomo e donna. Anche per quanto riguarda l'età, chi frequenta il nostro negozio ha dai 30 ai 60 anni».
Come cambia lo stile di una donna di 30 anni da quello di una sessantenne?
«Spesso non c'è una grande differenza tra una donna giovane e una più matura. Ho però notato che mentre una ventenne preferisce un intimo più comodo composto da reggiseni a fascia o comunque meno strutturati insieme a un abbigliamento da casa, con il passare degli anni la donna cerca un look più attraente e ricercato. Sembra che con l'età cresca anche il senso di sicurezza e quindi la voglia di quel qualcosa in più».
Quali sono i vostri capi più venduti?
«Sicuramente la nostra serie Icons. Disegnata a Londra e prodotta con i migliori tessuti ha ormai fatto il giro del mondo. È una collezione che unisce erotismo, eleganza, giocosità e grazia. Sono pezzi senza tempo, che trasmettono un senso di potere ed esprimono grande sensualità, per questo motivo non potevamo che scegliere la nostra brand ambassador Pamela Anderson come modella per la collezione».
Come si comporta un uomo che entra per la prima volta nella vostra boutique?
«Il nostro obiettivo è quello di offrire a chiunque un'esperienza in cui sentirsi a proprio agio. Vogliamo che i nostri clienti possano esprimere liberamente le loro fantasie erotiche, invece che giudicarli. Il nostro negozio è costruito in modo da dare spazio a chiunque e il nostro staff ha un settore in cui eccelle, che sia il fitting, l'intimo di lusso. Cerchiamo di non trattare gli uomini diversamente da come tratteremmo qualsiasi cliente, anche se probabilmente questi ultimi avranno bisogno di qualche aiuto extra per scegliere la taglia giusta o il modello più adatto alla compagna».
Mariella Baroli
Da Milano a Cagliari, le boutique in cui trovare l'intimo su misura

Stringere le spalline. Risistemare la coppa. Tirare la banda laterale perché infastidisce troppo. Non vedere l'ora di tornare a casa e liberarsi di quel marchingegno diabolico che vi stringe il seno. Quante volte in una settimana ripetete queste operazioni? Troppe. Senza dubbio. E il motivo è semplice: avete scelto l'intimo sbagliato per voi.
Il problema è che non avete incrociato sul vostro cammino una «bra lady», una signora in grado di trovare il modello adatto a voi semplicemente utilizzando un metro da sarta e analizzando le vostre abitudini.
Per facilitarvi l'operazione abbiamo selezionato alcune boutique in tutta Italia, alcune delle quali appartengono a Rich (la rete d'impresa italiana in rosa che raggruppa negozi, spesso storici, specializzati in intimo e costumi da bagno di diverse marche) dove troverete ottima qualità, prodotti artigianali e marchi di lusso e personale competente in grado di guidarvi nella scelta dell'intimo perfetto.
Per Manuela Carena, la lingerie è una questione di famiglia. La boutique Bottino è dal 1934 punto di riferimento per ogni donna, anche quelle con forme più generose. Nel laboratorio nascosto all'interno del negozio mamma Bruna modifica, ripara e riadatta qualsiasi capo intimo e da mare, ma non solo. Bottino offre un servizio di bra fitting che permette anche alle donne dalle forme più generose di trovare il reggiseno o il corsetto più adatto alle sue esigenze, senza rinunciare a pizzi e merletti.
Vicino a Milano, più precisamente a Cernusco sul Naviglio, nasce Joly un negozio di intimo che offre molto di più della solite collezioni di marchi prestigiosi. Fondato nel 1965, Joly offre una linea classica da loro creata e una linea natura, prodotta con cotone bio. Insieme alla più speciale linea sposa, è poi possibile creare il completo intimo su misura. Basta prenotare un appuntamento nel loro atelier per scegliere insieme i tessuti e i modelli più adatti al tuo corpo.
Patrycja Kamila Lewicka e Joanna Grunt sono famose per aver portato il «bra fitting» in Italia. Basta andare sul loro sito e prenotare un appuntamento per scoprire che esistono ben 240 taglie di reggiseni e solo due donne su dieci sanno quale comprare. Dopo aver trovato la misura più adatta a voi, Pati e Jo vi aiuteranno anche a scegliere il modello più adatto al vostro fisico: dal balconcino che fa apparire il seno più pieno, al reggiseno senza ferretto per il massimo comfort.
Julia Stefanelli ha dato vita al marchio My Lace Moon partendo da uno dei portali più utilizzati per la vendita di prodotti artigianali, Etsy. Il suo negozio virtuale offre reggiseni, mutande, camicie da dotte e persino vestaglie fatte a mano e prodotte sulle misure della cliente, così da garantire il fit perfetto. Il successo di My Lace Moon ha permesso a Julia di aprire il suo primo studio-atelier a Verona.
Parola d'ordine, trasparenza. Le due giovani fondatrici del marchio, Federica Tiranti e Chiara Marconi hanno deciso di supportare il made in Italy con la loro collezione di lingerie. La loro filosofia è chiamata «slow couture» perché Chité non dipende da trend stagionali. Collezioni mensili uniche e limitate insieme a un attento lavoro di personalizzazione, specialmente sulle loro mutande in tulle ricamato, un vero best seller.
Un negozio di altri tempi che nasconde i migliori marchi della lingerie italiana e internazionale. Una delle più amate località di montagna nasconde anche una delle boutique di intimo più amate dalla clientela vip. Pavimenti e mobilio di legno nascondono cassetti e scaffali ricchi di qualsiasi capo una donna possa desiderare.
Brighenti è uno degli ultimi pezzi della Dolce Vita nella Città Eterna. Il negozio di intimo dove andavano a fare i loro acquisti Sophia Loren e Brigitte Bardot, è un pezzo di storia, iniziata alla fine dell'800. Marchi di lusso e lezioni di stile. Imperdibile «la rubrica della boutique», uno spazio dove la lingerie viene spiegata e raccontata con l'amore di chi fa questo lavoro da decenni.
Sempredonna è una boutique situata a pochi passi da palazzo Vinceremo a Cagliari. Offre consulenze personalizzate. Maria Assunta Pilia, la titolare del negozio, è una consulente d'immagine in grado non solo di trovare il reggiseno perfetto per ogni donna ma anche di consigliare la biancheria intima adatta a ogni tipo di occasione.
Marianna Baroli
I trend del 2018 sono velluto e pizzo

Tradizionalmente il mercato della lingerie non è mai stato guidato dai trend come invece accade al settore dell'abbigliamento, schiavo delle otto settimane di sfilate che mobilitano l'industria della moda ogni febbraio e settembre. Nel corso degli ultimi anni, complice una crescita del settore e il conseguente ingresso di nuove aziende nel mercato così come la necessità di rendersi allentanti per i consumatori più giovani - i famosi millennial - l'universo lingerie si è però trovato a fare i conti con quella che da molti è stata definita una vera e propria «rivoluzione» nel modo di concepire l'intimo. In questo contesto socioeconomico i trend sono quindi diventati uno degli strumenti più utili per garantire un buon fatturato a qualsiasi azienda. Nella nuova stagione i maggiori brand propongono capi declinati su cinque principali caratteristiche, che vanno ad affiancarsi allo stile bondage, reso famoso da Cinquanta sfumature e persistente traino del mercato dell'intimo.
La comodità della bralette
Gli ultimi anni hanno visto un declino nelle vendite di reggiseni push-up. A guidare il nuovo trend che vede reggiseni senza imbottiture e senza ferretto sono le più giovani che, abituate a un look fatto di t-shirt e pantaloni da yoga, prediligono la comodità sopra qualsiasi altra cosa.
Intimo sportivo con loghi
Il «merito» del ritorno del logo è equamente diviso tra i principali brand di lusso, da Dior a Gucci fino al re dell'intimo con i logi: Calvin Klein. Continuiamo a parlare di lingerie comoda, adatta a tutti i giorni e a tutte le necessità che possa avere una donna. I reggiseni sono più coprenti e vogliono fare capolino da top e felpe con bretelle ricche di scritte diverse.
Velluto
Questo è perfetto esempio di come l'intimo venga influenzato dal mercato dell'abbigliamento. Da abiti in velluto sulle passerelle a capi intimi tagliati dallo stesso materiale. Il motivo di questo sodalizio che a primo acchito potrebbe sembrare azzardato è la capacità del velluto di adattarsi a ogni tipo di fisico, mantenendo la sua morbidezza e dando un aspetto quasi romantico a chi lo indossa.
Effetto tatuaggio
Il pizzo è da sempre uno dei materiali più usati nelle aziende di biancheria intima. Solo un accenno può esprimere grande sensualità e questa nuova stagione non è da meno. La chiamano stampa tattoo perché nei nuovi modelli capi completamente trasparenti vengono arricchiti da pizzi colorati a creare un gioco di contrasti tra ciò che si vede e ciò che rimane nascosto.
Mutande peek-a-boo
L'ultimo trend per la nuova stagione immagina la lingerie con tagli rivelatori. Insieme al declino del push-up sembra che la clientela femminile abbia deciso di abbandonare anche l'uso del perizoma, preferendo il classico slip ma senza rinunciare alla sensualità. Nastri e fiocchi cingono i fianchi, mantenendo il lato b quasi completamente scoperto, per sedurre senza cadere nella volgarità.
Mariella Baroli
Continua a leggereRiduci
Il giro d'affari complessivo dell'intimo ha già raggiunto 110 miliardi di euro ed è in mano a otto grandi gruppi. Tre di questi sono italiani, ma il primato dell'export è conteso da Russia e Stati Uniti. A tirare il comparto è la biancheria di lusso: con un business in continua crescita, la sola fascia alta varrà nel 2024 oltre 55 miliardi, la metà del fatturato totale. La differenza con le marche più diffuse? La qualità dei materiali e della manodopera. Agent Provocateur per la realizzazione di un reggiseno impiega fino a un anno di tempo. Intervista con Lucy Litwack, alla guida di Coco de Mer: «Nel futuro le linee si ispireranno all'arte del bondage». L'effetto millennial ha imposto al settore i trend delle passerelle. Ma diversamente dalle taglie di abbigliamento solo per i reggiseni esistono 240 size. Così l'80% delle donne sbaglia l'acquisto. Da Milano a Cagliari le boutique si sono specializzate in attività di «bra fitting», ovvero l'arte di consigliare taglia e modello perfetto. !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); Lo speciale contiene cinque articoli. Dimenticatevi i pacchi convenienza di slip bianchi in cotone in vendita a 10.99 euro nel vostro supermercato di fiducia, per la biancheria di lusso si spende sempre di più, tanto che il giro d'affari è arrivato alla considerevole cifra di 110 miliardi di euro. Victoria's Secret Largo a pizzi e merletti, intricate combinazioni di lacci e laccetti, velluti, tessuti ricamati o metallizzati con inserti preziosi. E soprattutto via libera all'immaginazione che combina basiche t-shirt bianche, un po' trasparenti, a reggiseni delicati, a triangolo, ma coloratissimi, come quelli in tulle proposti dal lussuosissimo brand francese Eres. La biancheria intima oggi è diventata il centro di ogni look, da quelli più sportivi ai più sofisticati. Quello che prima veniva nascosto, a volte con pudore, o che veniva indossato solo in «occasioni speciali» come arma di seduzione è diventato a detta degli stilisti un must see, qualcosa che va mostrato assolutamente. Merito un po' dei social network e un po' delle passerelle, della discesa in terra degli «angeli» di Victoria's Secret e delle boutique di lingerie che si trasformano in boudoir in cui scambiarsi addirittura consigli sulla propria sessualità, in base a un trend che è in continua crescita dal 2008. Eres La vendita di lingerie sembra, infatti, beneficiare di quello che viene comunemente chiamato lipstick effect, ovvero quel particolare fenomeno per cui nei momenti di crisi economica le vendite di rossetto schizzino invece alle stelle. In questo caso specifico, però, le donne decidono di premiarsi regalandosi un nuovo reggiseno sexy piuttosto che scegliere l'ennesima nuance o profumazione di balsamo per le labbra. Sono i numeri a dimostrare la teoria. Secondo un'indagine svolta dall'americana Transparency market research, nel 2024 il mercato globale della lingerie di lusso svilupperà un fatturato di 55,83 miliardi di dollari, contro i 33,18 miliardi di dollari del 2015 (su un fatturato totale di circa 110 miliardi di euro). Prodotto principe e traino del fatturato, anche in futuro, rimarrà il reggiseno, vera arma di seduzione femminile e oggi principe nell'armadio delle donne. Alcune ricerche hanno infatti evidenziato come ogni donna abbia nel suo armadio circa nove reggiseni e che, nonostante continui a sentire l'impellente desiderio di acquistarne di nuovi, arrivi a indossarne sempre e solamente solo sei. INFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); A spingere le vendite c'è l'eftetto piscologico. Secondo l'Institute of underwear psychology di Londra, «acquistare biancheria in pizzo, magari colorata, contribuisce a migliorare l'umore del 28% e crea una sensazione di benessere pari a quella che si prova dopo un massaggio di 45 minuti o mangiando il proprio dolce preferito». C'è da dire anche che frugare in un cassetto pieno di pizzi e merletti, affondare le proprie mani in sottovesti che scivolano tra le dita e nastri e nastrini, è un vero e proprio toccasana anche per la fantasia. E che l'artigianalità ancora oggi è uno dei requisiti principali di chi acquista lingerie di lusso. La Perla, Agent Provocateu, Coco De Mer sono marchi che si differenziano proprio per l'alta qualità non solo dei materiali ma anche della manodopera. La realizzazione di un reggiseno La Perla necessita dai dodici ai quindici mesi dalla creazione alla messa in produzione fino alla distribuzione nelle boutique. Le medesime tempistiche sono necessarie per la corsetteria di Agent Provocateur che richiede almeno un anno di lavoro. Coco De Mer In Italia, ad avere un ruolo fondamentale nella vita delle donne è senza dubbio il brand Cosabella. I suoi prodotti combinano il lusso alla comodità quotidiana. Il marchio, nato nel 1983 dalla mente di Ugo e Valeria Campello si distingue infatti per la sua ricca collezione di bralette (quei reggiseni comodi, completamente destrutturati) in pizzo e disponibili in oltre 240 colorazioni differenti, dai toni classici come il bianco, nero e beige ai fluo, degni di party nelle spiagge più alla moda di Ibiza e Formentera. Cosabella Ad aver tolto dall'ombra dei vestiti la biancheria intima è stata soprattutto la saga cinematografica di Cinquanta sfumature che ha aperto le porte al mondo del bondage nello stile della lingerie, visto come una vera e propria arte e all'eroticità vista come ingrediente principale quando si parla di intimo femminile. Capofila nella categoria è Bordelle, marchio inglese di lingerie di lusso fondato da Alexandra Popa nel 2009 e noto poiché combina la componente sadomaso di lacci ed elastici a strutture di reggiseni e body creati in oro 24 carati. «La missione», ha spiegato Alexandra Popa alla Verità, «è quella di creare un prodotto unico nel suo genere ma che sia eterno e che rispetti le tre regole fondamentali della lingerie: ovvero che sia memorabile, provocante e che porti sempre a una reazione da parte di chi la vede o indossa». Bordelle Non può che tornare alla mente una frase di Greta Garbo che descrive alla perfezione il ruolo della biancheria di lusso: «Nessuno la vedrà mai; è terribilmente costosa e nessuno saprà mai che è di seta. Lo saprò io, e camminerò in modo diverso». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/alta-moda-della-lingerie-2562902309.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-paesi-in-via-di-sviluppo-trainano-i-numeri" data-post-id="2562902309" data-published-at="1768248851" data-use-pagination="False"> I Paesi in via di sviluppo trainano i numeri Sebbene si tratti di un mercato molto frammentato, l'Italia può dirsi a pieno titolo un'eccellenza nel mondo della lingerie. Su un giro d'affari globale di circa 110 miliardi di euro, un terzo (circa 34 miliardi), è in mano a otto grandi gruppi e tre di questi sono italiani: Pacific global management, la società di Silvio Scaglia che fattura ogni anno circa 300 milioni, Yamamay (sempre 300 milioni) e poi c'è il gruppo Calzedonia con ricavi superiori ai 2 miliardi di euro. Nell'olimpo dei grandi produttori di biancheria intima ci sono anche gruppi stranieri come Triumph (3 miliardi l'anno), Hanes (4 miliardi), Agent Provocateur (8 miliardi) e Limitated Brand con 10 miliardi. Secondo i dati distribuiti da SitaRicerca (ufficio studi specializzato nel settore moda) e diffusi dal mensile di settore IntimoRetail in occasione del tradizionale incontro annuale degli imprenditori del settore associati a Sistema Moda Italia, a fine 2017 le vendite delle linee di intimo, beachwear e calzetteria hanno registrato un trend lievemente positivo: il business è cresciuto dello 0,2% rispetto al 2016, anno che, a sua volta, si era chiuso con un -0,1%. Il dato risulta ancora più incoraggiante se si considera che nello stesso periodo le vendite degli articoli di abbigliamento hanno registrato un calo dell'1,5%. Andando più nel dettaglio, la calzetteria mantiene il trend dell'anno precedente (+0,7%), mentre le vendite di abbigliamento intimo sono calate dello 0,4%, contro il -0,7% del 2016. Se si considerano invece i settori uomo, donna e bambino, è quest'ultimo a mostrare i segnali migliori (+1,2%). Le vendite dei prodotti femminili, invece, rimangono stabili (+0,2%), mentre l'uomo si mostra ancora in ripresa rispetto a fine 2016, anno che si era chiuso con un calo dell'1%. In termini generali, quindi, le vendite dei prodotti di intimo e calzetteria stanno lentamente, ma progressivamente, risalendo la china: basti pensare che il 2013 si era chiuso con un -6% a valore. Insomma, il settore è in ripresa. Su un giro d'affari di circa 110 miliardi, secondo la società che si occupa di ricerche di marketing, Variant market research, circa il 25% (27,5 miliardi) del fatturato mondiale della lingerie arriva dal Nord America, il 30% dall'Europa (33 miliardi), il 30% dall'Asia (33 miliardi). Il resto del mondo (prettamente Africa e Australia) fattura invece solo il 15% dei ricavi (16,5 miliardi) globali. Dando uno sguardo ai singoli Paesi appare chiaro come alcuni di questi rappresentino mercati in piena crescita per il fatturato globale. Secondo i dati che Sistema Moda Italia ha rilasciato alla Verità, nel 2017 le importazioni di intimo in Vietnam, rispetto al 2016, sono aumentate del 44,4%. Lo stesso vale per lo Sri Lanka, dove l'anno scorso sono cresciute del 21,2%. Anche in Europa ci sono dei «fuoriclasse»: secondo i dati dell'indagine, l'anno scorso le importazioni nei Paesi Bassi sono cresciute del 54,6% e del 19,5% in Croazia. Al contrario ci sono Paesi che hanno ridotto le importazioni: la Romania, per esempio, ha perso il 19,4% del giro d'affari, la Tunisia il 14,4% e la Turchia il 12,9% Tra i Paesi che hanno esportato più intimo nel 2017, invece, troviamo la Russia, con un balzo del 71,4% rispetto all'anno precedente e gli Stati Uniti, con un salto in avanti del 42,3%. In terza posizione c'è la Cina, che ha venduto oltreconfine il 33,6% in più di lingerie rispetto al 2016. Tra chi, invece, ha sofferto, c'è la Croazia, con un crollo del 21,3%. Anche altri Paesi, tradizionalmente ritenuti più sviluppati e dunque più costosi in termini di manodopera, hanno subito una flessione. La Francia, per esempio, ha perso il 2% delle esportazioni nel 2017, la Svizzera lo 0,8% e i Paesi Bassi l'1,4%. Il trend di mercato appare chiaro e segue quello di tutto il mercato della moda. I maggiori compratori del settore sono tutti i Paesi in via di sviluppo, dove l'intimo - anche di pregio - sta diventando un bene sempre più comune e per questo il fatturato delle importazioni è in crescita. Al contrario, i grandi produttori - Cina, Russia e Stati Uniti - si spartiscono la gran parte delle esportazioni mondiali a sfavore di aree dove la manodopera è piuttosto salata. Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/alta-moda-della-lingerie-2562902309.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="la-regina-del-settore-la-trilogia-cinquanta-sfumature-ha-aperto-a-un-nuovo-mercato-dell-erotismo" data-post-id="2562902309" data-published-at="1768248851" data-use-pagination="False"> La «regina» del settore: «La trilogia Cinquanta sfumature ha aperto a un nuovo mercato dell'erotismo» Il quartiere di Covent Garden a Londra nasconde uno dei negozi di lingerie più ricercati al mondo. Coco de Mer nasce nel 2001 e negli anni si afferma sul mercato internazionale come marchio di intimo di lusso, al pari di La Perla, Agent Provocateur e Bordelle. Il suo amministratore delegato è Lucy Litwack, conosciuta come «la regina della biancheria intima» per il suo straordinario curriculum: sei anni con Victoria's Secret, due come brand director a La Perla e infine managing director per il lancio della linea di intimo di David Beckham. Approda a Coco de Mer nel 2001 e nel 2017 decide con l'appoggio di alcuni investitori anonimi di acquistare il marchio dal gruppo Lovehoney per 5 milioni di sterline. L'obiettivo? Sfruttare a pieno il potenziale di Coco de Mer e trasformarlo in un brand globale.Come si differenzia Coco de Mer da altri marchi presenti sul mercato?«C'è qualcosa di speciale in un brand come Coco de Mer perché rappresenta la perfetta unione tra moda di lusso ed erotismo, sofisticatezza e sensualità. Coco de Mer è il luogo perfetto dove esplorare le proprie fantasie e dare vita a esperienze uniche. In fondo, la lingerie può creare magie».Il mercato della lingerie è in fase di crescita. Quali cambiamenti prevede nei prossimi cinque anni?«La crescita del mercato sta portando alla nascita di tanti nuovi marchi. In parte dobbiamo ringraziare la trilogia di Cinquanta sfumature per aver creato un nuovo mercato dell'erotismo. Immagino un futuro ancora più sexy, dove marchi che producono lingerie ispirata all'arte del bondage potranno crescere in maniera esponenziale. C'è una mentalità più aperta quando si tratta di sesso e piacere rispetto a 10 anni fa; le donne non hanno più vergogna. Credo che sempre più brand specializzati nel ready to wear faranno il loro ingresso nel mondo della lingerie, offrendo sia capi per la casa sia un abbigliamento più sensuale che si ispira alla lingerie».Le donne sembrano più disposte a spendere grosse somme di denaro in biancheria intima, come lo giustifica?«Credo le donne si sentano più sicure e hanno così iniziato a dare alla lingerie un'importanza pari a qualsiasi altro capo d'abbigliamento. Indossare un completo di lusso fa sentire una donna sexy e affascinante e questa è una sensazione che può creare dipendenza».Come descriverebbe il cliente tipo di Coco de Mer?«Chi viene da Coco de Mer prima di tutto ama il lusso. Quando entra nel nostro negozio di Covent Garden è come se si trovasse in un boudoir, dove non ci sono limiti e si ha la libertà di esplorare la propria immaginazione».Qual è il vostro target principale?«Posso dire che la clientela di Coco de Mer è divisa in egual misura tra uomo e donna. Anche per quanto riguarda l'età, chi frequenta il nostro negozio ha dai 30 ai 60 anni».Come cambia lo stile di una donna di 30 anni da quello di una sessantenne?«Spesso non c'è una grande differenza tra una donna giovane e una più matura. Ho però notato che mentre una ventenne preferisce un intimo più comodo composto da reggiseni a fascia o comunque meno strutturati insieme a un abbigliamento da casa, con il passare degli anni la donna cerca un look più attraente e ricercato. Sembra che con l'età cresca anche il senso di sicurezza e quindi la voglia di quel qualcosa in più».Quali sono i vostri capi più venduti?«Sicuramente la nostra serie Icons. Disegnata a Londra e prodotta con i migliori tessuti ha ormai fatto il giro del mondo. È una collezione che unisce erotismo, eleganza, giocosità e grazia. Sono pezzi senza tempo, che trasmettono un senso di potere ed esprimono grande sensualità, per questo motivo non potevamo che scegliere la nostra brand ambassador Pamela Anderson come modella per la collezione».Come si comporta un uomo che entra per la prima volta nella vostra boutique?«Il nostro obiettivo è quello di offrire a chiunque un'esperienza in cui sentirsi a proprio agio. Vogliamo che i nostri clienti possano esprimere liberamente le loro fantasie erotiche, invece che giudicarli. Il nostro negozio è costruito in modo da dare spazio a chiunque e il nostro staff ha un settore in cui eccelle, che sia il fitting, l'intimo di lusso. Cerchiamo di non trattare gli uomini diversamente da come tratteremmo qualsiasi cliente, anche se probabilmente questi ultimi avranno bisogno di qualche aiuto extra per scegliere la taglia giusta o il modello più adatto alla compagna».Mariella Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/alta-moda-della-lingerie-2562902309.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="da-milano-a-cagliari-le-boutique-in-cui-trovare-l-intimo-su-misura" data-post-id="2562902309" data-published-at="1768248851" data-use-pagination="False"> Da Milano a Cagliari, le boutique in cui trovare l'intimo su misura Stringere le spalline. Risistemare la coppa. Tirare la banda laterale perché infastidisce troppo. Non vedere l'ora di tornare a casa e liberarsi di quel marchingegno diabolico che vi stringe il seno. Quante volte in una settimana ripetete queste operazioni? Troppe. Senza dubbio. E il motivo è semplice: avete scelto l'intimo sbagliato per voi. Il problema è che non avete incrociato sul vostro cammino una «bra lady», una signora in grado di trovare il modello adatto a voi semplicemente utilizzando un metro da sarta e analizzando le vostre abitudini. Per facilitarvi l'operazione abbiamo selezionato alcune boutique in tutta Italia, alcune delle quali appartengono a Rich (la rete d'impresa italiana in rosa che raggruppa negozi, spesso storici, specializzati in intimo e costumi da bagno di diverse marche) dove troverete ottima qualità, prodotti artigianali e marchi di lusso e personale competente in grado di guidarvi nella scelta dell'intimo perfetto. Bottino, Genova Per Manuela Carena, la lingerie è una questione di famiglia. La boutique Bottino è dal 1934 punto di riferimento per ogni donna, anche quelle con forme più generose. Nel laboratorio nascosto all'interno del negozio mamma Bruna modifica, ripara e riadatta qualsiasi capo intimo e da mare, ma non solo. Bottino offre un servizio di bra fitting che permette anche alle donne dalle forme più generose di trovare il reggiseno o il corsetto più adatto alle sue esigenze, senza rinunciare a pizzi e merletti. Joly, Milano Vicino a Milano, più precisamente a Cernusco sul Naviglio, nasce Joly un negozio di intimo che offre molto di più della solite collezioni di marchi prestigiosi. Fondato nel 1965, Joly offre una linea classica da loro creata e una linea natura, prodotta con cotone bio. Insieme alla più speciale linea sposa, è poi possibile creare il completo intimo su misura. Basta prenotare un appuntamento nel loro atelier per scegliere insieme i tessuti e i modelli più adatti al tuo corpo. Pati Jo, Milano e Roma Patrycja Kamila Lewicka e Joanna Grunt sono famose per aver portato il «bra fitting» in Italia. Basta andare sul loro sito e prenotare un appuntamento per scoprire che esistono ben 240 taglie di reggiseni e solo due donne su dieci sanno quale comprare. Dopo aver trovato la misura più adatta a voi, Pati e Jo vi aiuteranno anche a scegliere il modello più adatto al vostro fisico: dal balconcino che fa apparire il seno più pieno, al reggiseno senza ferretto per il massimo comfort. My Lace Moon, Verona Julia Stefanelli ha dato vita al marchio My Lace Moon partendo da uno dei portali più utilizzati per la vendita di prodotti artigianali, Etsy. Il suo negozio virtuale offre reggiseni, mutande, camicie da dotte e persino vestaglie fatte a mano e prodotte sulle misure della cliente, così da garantire il fit perfetto. Il successo di My Lace Moon ha permesso a Julia di aprire il suo primo studio-atelier a Verona. Chité, Genova Parola d'ordine, trasparenza. Le due giovani fondatrici del marchio, Federica Tiranti e Chiara Marconi hanno deciso di supportare il made in Italy con la loro collezione di lingerie. La loro filosofia è chiamata «slow couture» perché Chité non dipende da trend stagionali. Collezioni mensili uniche e limitate insieme a un attento lavoro di personalizzazione, specialmente sulle loro mutande in tulle ricamato, un vero best seller. Le Colibrì, Courmayeur Un negozio di altri tempi che nasconde i migliori marchi della lingerie italiana e internazionale. Una delle più amate località di montagna nasconde anche una delle boutique di intimo più amate dalla clientela vip. Pavimenti e mobilio di legno nascondono cassetti e scaffali ricchi di qualsiasi capo una donna possa desiderare. Brighenti, Roma Brighenti è uno degli ultimi pezzi della Dolce Vita nella Città Eterna. Il negozio di intimo dove andavano a fare i loro acquisti Sophia Loren e Brigitte Bardot, è un pezzo di storia, iniziata alla fine dell'800. Marchi di lusso e lezioni di stile. Imperdibile «la rubrica della boutique», uno spazio dove la lingerie viene spiegata e raccontata con l'amore di chi fa questo lavoro da decenni. Sempredonna, Cagliari Sempredonna è una boutique situata a pochi passi da palazzo Vinceremo a Cagliari. Offre consulenze personalizzate. Maria Assunta Pilia, la titolare del negozio, è una consulente d'immagine in grado non solo di trovare il reggiseno perfetto per ogni donna ma anche di consigliare la biancheria intima adatta a ogni tipo di occasione. Marianna Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/alta-moda-della-lingerie-2562902309.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-trend-del-2018-sono-velluto-e-pizzo" data-post-id="2562902309" data-published-at="1768248851" data-use-pagination="False"> I trend del 2018 sono velluto e pizzo Tradizionalmente il mercato della lingerie non è mai stato guidato dai trend come invece accade al settore dell'abbigliamento, schiavo delle otto settimane di sfilate che mobilitano l'industria della moda ogni febbraio e settembre. Nel corso degli ultimi anni, complice una crescita del settore e il conseguente ingresso di nuove aziende nel mercato così come la necessità di rendersi allentanti per i consumatori più giovani - i famosi millennial - l'universo lingerie si è però trovato a fare i conti con quella che da molti è stata definita una vera e propria «rivoluzione» nel modo di concepire l'intimo. In questo contesto socioeconomico i trend sono quindi diventati uno degli strumenti più utili per garantire un buon fatturato a qualsiasi azienda. Nella nuova stagione i maggiori brand propongono capi declinati su cinque principali caratteristiche, che vanno ad affiancarsi allo stile bondage, reso famoso da Cinquanta sfumature e persistente traino del mercato dell'intimo.La comodità della braletteGli ultimi anni hanno visto un declino nelle vendite di reggiseni push-up. A guidare il nuovo trend che vede reggiseni senza imbottiture e senza ferretto sono le più giovani che, abituate a un look fatto di t-shirt e pantaloni da yoga, prediligono la comodità sopra qualsiasi altra cosa.Intimo sportivo con loghiIl «merito» del ritorno del logo è equamente diviso tra i principali brand di lusso, da Dior a Gucci fino al re dell'intimo con i logi: Calvin Klein. Continuiamo a parlare di lingerie comoda, adatta a tutti i giorni e a tutte le necessità che possa avere una donna. I reggiseni sono più coprenti e vogliono fare capolino da top e felpe con bretelle ricche di scritte diverse.VellutoQuesto è perfetto esempio di come l'intimo venga influenzato dal mercato dell'abbigliamento. Da abiti in velluto sulle passerelle a capi intimi tagliati dallo stesso materiale. Il motivo di questo sodalizio che a primo acchito potrebbe sembrare azzardato è la capacità del velluto di adattarsi a ogni tipo di fisico, mantenendo la sua morbidezza e dando un aspetto quasi romantico a chi lo indossa.Effetto tatuaggioIl pizzo è da sempre uno dei materiali più usati nelle aziende di biancheria intima. Solo un accenno può esprimere grande sensualità e questa nuova stagione non è da meno. La chiamano stampa tattoo perché nei nuovi modelli capi completamente trasparenti vengono arricchiti da pizzi colorati a creare un gioco di contrasti tra ciò che si vede e ciò che rimane nascosto.Mutande peek-a-booL'ultimo trend per la nuova stagione immagina la lingerie con tagli rivelatori. Insieme al declino del push-up sembra che la clientela femminile abbia deciso di abbandonare anche l'uso del perizoma, preferendo il classico slip ma senza rinunciare alla sensualità. Nastri e fiocchi cingono i fianchi, mantenendo il lato b quasi completamente scoperto, per sedurre senza cadere nella volgarità.Mariella Baroli
Monsignor Antonio Staglianò (Imagoeconomica)
In Italia, negli ultimi decenni, il numero di sacerdoti cattolici è diminuito. Oscillano tra i 32.000 e i 38.000. Sovente, oltre alla parrocchia principale, devono operare anche in piccole comunità sprovviste di parroco. Essi riescono a gestire il carico di attività oppure possono trovarsi in difficoltà?
«Sì, i dati indicano una situazione di forte stress. Un sacerdote che deve gestire più comunità rischia di essere ridotto a un “erogatore di servizi sacramentali” - battesimi, messe, funerali - costretto a un logorante “nomadismo pastorale”. Questo modello può portare a una doppia difficoltà. Per il sacerdote, il rischio del burnout (esaurimento nervoso, ndr.) e della riduzione del suo ministero a funzione amministrativa e, per le comunità, quello di diventare semplici “destinatarie” di un servizio, perdendo vitalità propria in attesa di un pastore stabile. La cura delle anime, l’ascolto, la prossimità, la crescita della comunità - dimensioni essenziali del ministero - diventano estremamente difficili in queste condizioni. Ma non possiamo aspettarci che la soluzione arrivi solo da un aumento numerico dei sacerdoti. Tuttavia, la situazione attuale, per quanto gravosa, sta già obbligando molte diocesi e parrocchie a una conversione».
Ciò cosa potrebbe significare?
«Potrebbe significare, primo, rivalutare il ruolo dei battezzati. La carenza di sacerdoti rende visibile e urgente il coinvolgimento dei laici, non come “supplenti” in attesa del prete, ma come protagonisti a pieno titolo della vita e della missione della comunità. Pensiamo ai catechisti, agli animatori della carità, a chi guida la liturgia della Parola. Poi, ripensare le forme di comunione tra comunità. Invece di tante piccole parrocchie isolate e “scoperte”, si sta facendo strada il modello delle “unità pastorali” o dei “distretti”, dove più comunità condividono risorse, progetti e anche il presbiterio. Questo può favorire una pastorale più corale e meno dipendente da un solo individuo. Terzo: un ministero sacerdotale meno “gestore unico” e più “animatore”».
A un sacerdote può accadere di sentirsi solo o incompreso? Nella lettera apostolica dell’8 dicembre 2025 Una fedeltà che genera il futuro, papa Leone XIV ha scritto anche della dolorosa realtà dell’abbandono del ministero.
«Sì, la solitudine e l’incomprensione sono rischi reali e dolorosi, come il Santo Padre ha riconosciuto. Il sacerdote oggi rischia di sperimentare una solitudine strutturale. Queste ferite sono anche un segnale d’allarme per tutta la Chiesa: ci dicono che il modello di ministero e di comunità che abbiamo ereditato ha bisogno di essere curato e rinnovato, perché il sacerdote possa vivere la sua vocazione non come un “lupo solitario”, ma come un membro vitale e amato di quel Corpo di cui è servitore».
La fraternità pastorale ha spazio?
«Anche la fraternità presbiterale, che dovrebbe essere il primo sostegno, a volte fatica a essere uno spazio di vera condivisione vulnerabile. Competizione, differenza di sensibilità, paura del giudizio possono portare a relazioni di superficie. Inoltre, il sacerdote può sentirsi incompreso dalla stessa istituzione ecclesiastica, quando le sue fatiche e le sue proposte non trovano ascolto in un dialogo sinodale vero. Infine, c’è la solitudine esistenziale».
Un sacerdote come può affrontarla?
«Il sacerdote è chiamato a essere un segno di un Altro, a portare il Mistero. In una cultura che spesso guarda al ministero con diffidenza o indifferenza, questa posizione di “testimone” può essere vissuta come un isolamento radicale. Se mancano momenti di approfondimento teologico e spirituale che diano continuamente senso al suo servizio, il rischio è che il “fare” sostituisca l’essere presbitero, portando a un logoramento interiore e alla perdita di gioia. È qui che il sentirsi incompreso può diventare più acuto. La risposta non può essere solo un invito alla resilienza personale, ma una conversione comunitaria».
Nel film di Nanni Moretti, La messa è finita, del 1985, un sacerdote torna dalla missione per guidare una parrocchia a Roma. Celebra una messa, solo, con i chierichetti, nella chiesa vuota. Nella sua famiglia trova il padre innamorato di un’altra donna - e di conseguenza sua madre si toglierà la vita -, la sorella in crisi con il fidanzato e incinta con progetto di abortire, un amico in depressione perché lasciato dalla donna da cui ha avuto un figlio, un altro entrato nella lotta armata… Alla fine sceglierà di fuggire in una parrocchia nel Circolo polare artico.
«Il film di Nanni Moretti è un ritratto profetico e struggente di una crisi che non è solo del sacerdote protagonista, ma di un’intera generazione e di un modello di Chiesa. Quel sacerdote, don Giulio, incarnava l’ideale post-conciliare di un prete “vicino al mondo”, ma si scontra con un mondo che non solo non lo ascolta, ma sembra implodere in frammenti di dolore incomprensibile, proprio attorno a lui. La sua fuga finale in una comunità sperduta è la metafora di un ministero che, di fronte alla complessità del reale, sceglie la purezza del deserto, ma rischia di diventare una rinuncia alla missione. Tuttavia, la nostra risposta alla sensazione d’impotenza non sta nella fuga, ma in una radicale conversione del proprio sguardo e del proprio ruolo. Il primo passo, profondamente teologico, è accettare che l’impotenza fa parte della missione. Cristo stesso sulla croce è l’icona dell’impotenza di fronte al male e alla morte, un’impotenza che però diventa il luogo della salvezza. Il sacerdote non è un supereroe chiamato a risolvere tutti i problemi. La sua tentazione è spesso quella di sostituirsi a Dio, di voler “aggiustare” le vite degli altri. Il sacerdote non è chiamato a essere l’architetto della felicità altrui, ma il custode della domanda di senso nel cuore del caos. Il crollo di questo mito, come accade al protagonista del film, è doloroso, ma necessario».
In Luci d’inverno di Ingmar Bergman, ambientato in Svezia, un parrocchiano con famiglia confida a un pastore i suoi dissidi esistenziali. Questi tenta di dare risposte ma quel parrocchiano si suicida. Un caso diremmo opposto a quello accaduto il 5 luglio 2025, in Piemonte. Un curato di 35 anni si è tolto la vita. Il suicidio di un consacrato sgomenta ancor più.
«Grazie per questa domanda, che sposta il dramma dal piano pastorale a quello personale più profondo e tragico, toccando il tema-tabù del suicidio nel clero. La citazione di Bergman è illuminante, perché mostra il crollo di un paradigma: il pastore come “risolutore” di problemi altrui che, a sua volta, può essere travolto dalla stessa ondata di disperazione. I due casi che cita - il parrocchiano di Bergman e il giovane curato piemontese - sono due volti della stessa tragedia: l’urlo muto della disperazione che bussa alle porte della cura d’anime e, in un caso, ne travolge il ministro stesso. C’è un modello culturale, purtroppo spesso interiorizzato nella Chiesa, del sacerdote come “roccia”, “uomo forte”, immune dalle crisi o capace di risolverle solo con la preghiera e la volontà. Questo modello è teologicamente insostenibile. L’unico “uomo forte” del cristianesimo è Cristo, che però ha vissuto l’agonia, il sudore di sangue e l’abbandono sulla croce. Un sacerdote che nega la propria vulnerabilità, le proprie ansie, la propria depressione, tradisce l’Incarnazione. Sta fingendo di non essere pienamente umano. Il primo, fondamentale sostegno è la legittimazione culturale e spirituale della propria fragilità».
Qualora le problematiche esistenziali diventino difficilmente sostenibili viene da pensare che un sacerdote possa e debba chiedere un sostegno, da confratelli ma anche da uno psicologo…
«Ci vuole una fraternità presbiterale vera, non formale, dove sia possibile dire “non ce la faccio”, “ho paura”, “sono in terapia”, senza sentirsi giudicati o meno degni, dove un confratello anziano o un amico possano essere la prima sponda di ascolto. È poi urgente superare qualsiasi residuo stigma sulla salute mentale nel clero. La depressione, l’ansia, il burnout non sono mancanza di fede ma patologie dell’anima che spesso richiedono un intervento professionale specialistico, come una frattura richiede quello di un ortopedico. Un vescovo o un superiore che incoraggia e facilita l’accesso a psicologi e psichiatri competenti - magari con formazione anche antropologico-teologica - non compie un atto di sfiducia, ma di profonda cura paterna. È infine indispensabile il rapporto con un direttore spirituale maturo, che sappia accompagnare la crisi senza facili risposte, che aiuti a discernere la voce di Dio anche nel buio, che ricordi la Sua misericordia infinita».
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Fabrizio Corona e la locandina della docuserie Io sono notizia (Ansa)
Fabrizio Corona sempre al centro dell’attenzione. Dopo la querelle giudiziaria iniziata con il conduttore televisivo Alfonso Signorini, è disponibile su Netflix da venerdì 9 Io sono notizia, la docuserie composta da cinque episodi che racconta la parabola personale e professionale dell’ex re dei paparazzi «ripercorrendo gli scandali e i cambiamenti sociali della storia italiana recente», promettono da Netflix. Un’opera, quella del regista Massimo Cappello, per la quale il produttore, Bloom media house (una srl guidata da Marco Chiappa, Alessandro Casati e Francesca Cimolai), ha speso complessivamente quasi 2,5 milioni di euro ricevendone, però, quasi 800.000 (per la precisione, 793.629) dal ministero della Cultura di Alessandro Giuli sotto forma di tax credit produzione.
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(IStock)
Ottant’anni fa, nel 1946, Ayn Rand riprese in mano uno dei suoi più celebri capolavori, una favola distopica intitolata Anthem (Antifona) che aveva scritto dieci anni prima. Solo uno scrittore l’aveva preceduta nell’invenzione della distopia: il sovietico Evgenij Zamjatin, che tra il 1919 e il 1921 si dedicò alla stesura di Noi, riconosciuto quale capostipite del genere e primo romanzo proibito dall’ente governativo sovietico che si occupava della censura delle opere d’arte.
In fondo i due romanzi erano curiosamente simili. Erano, prima di tutto, entrambi anticomunisti: in modo più violento quello di Rand, in maniera forse più dolorosa quello di Zamjatin, se non altro perché l’autore era rimasto a vivere in Russia almeno fino all’inizio degli anni Trenta. La Rand in Russia ci era nata, a San Pietroburgo, nel 1905. Poi però, grazie agli studi di cinema, nel 1925 aveva ottenuto un visto per visitare alcuni parenti in America, e non fece più ritorno. Zamjatin era più vecchio, nacque nel 1884, e cercò di restare in patria fino a quando non cominciarono a trattarlo come un nemico del popolo, cosa che significava rischiare pesantemente la pelle. Era molto stimato da autori graditi al regime come Gorkij, da Anna Achmatova, e fu tradotto molto all’estero prima che in patria (cosa che per altro gli valse la riprovazione delle autorità). A un certo punto, proprio grazie a Gorkij, gli concessero di lasciare il Paese, a differenza di quanto accadde a un altro grande come Michail Bulgakov.
Noi e Antifona sembrano quasi la stessa storia vista da due punti diversi. Zamjatin, dando pennellate di fantascienza alla sua opera, finge di tessere un elogio della collettivizzazione, di un mondo in cui trionfa il Noi, una società che ha raggiunto tanto e tale successo da poter essere esportata. Rand non finge nemmeno entusiasmo quando racconta di un mondo futuro basato sull’eguaglianza più totale.
Anche chi non condividesse l’amore di Rand per il capitalismo difficilmente potrebbe sostenere che alcune sue riflessioni non siano rabbiosamente attuali. «L’obbligo compulsivo al lavoro è oggigiorno presente o propugnato in ogni paese della terra», scriveva Rand nel 1946. «E su cosa esso si basa, se non sull’idea che lo Stato sia il più qualificato a decidere come un uomo può essere utile agli altri, avendo tale utilità come unico criterio, mentre i suoi obiettivi, desideri o la sua felicità andrebbero ignorati perché di nessuna importanza? Abbiamo Consigli per le Vocazioni, Consigli per l’Eugenetica, ogni possibile tipo di Consiglio, incluso un Consiglio Mondiale e se questi Consigli non detengono ancora un potere totale su di noi, è forse per una loro mancanza d'intenzione? “I guadagni sociali”, “gli scopi sociali”, “gli obiettivi sociali” sono diventati i bromuri quotidiani del nostro linguaggio. La necessità di una giustificazione sociale per ogni attività e ogni forma di esistenza viene data per scontata».
Certo, si può eccepire sul fatto che oggi non è necessariamente lo Stato a rendersi responsabile di un certo tipo di imposizioni, ma lo fanno serenamente anche le istituzioni private e le grandi corporation. Difficile tuttavia negare che in nome del presunto bene comune si compiano molto facilmente tremende nefandezze. Ancora più difficile è negare che esista una tendenza sempre più pronunciata all’affermazione di un pensiero unico che è favorita da tutti i mezzi di comunicazione e fa molto, molto comodo alla politica. Rand aveva immaginato esattamente un futuro in cui pensare in autonomia equivale a eresia. Sin dal memorabile incipit di Antifona, capiamo che la colpa del protagonista, Eguaglianza 7-2521, è esattamente quella di pensare con il proprio cervello, di coltivare una visione difforme.
«È una colpa scrivere questo» scrive il malcapitato narratore nelle prime righe del romanzo. «È una colpa pensare a parole che nessun altro pensa e scriverle su un foglio che nessun altro vedrà. È meschino e immorale. È come se parlassimo da soli, a nessun altro orecchio se non il nostro, e sappiamo bene che non c’è trasgressione più oscura del fare o pensare da soli. Abbiamo infranto le leggi. Quelle leggi che vietano agli uomini di scrivere, a meno che non venga ordinato loro dal Consiglio delle Vocazioni. Che ci sia perdonato!». Poco dopo, Eguaglianza 7-2521 descrive sé stesso e il suo enorme difetto: «Siamo nati con una maledizione che ci ha sempre spinto a fare pensieri proibiti. Ci ha sempre dato desideri che gli uomini non possono desiderare. Sappiamo di essere immorali, ma non c’è in noi né la volontà né il potere di resistere loro. Questa è la nostra meraviglia e la nostra paura segreta: sappiamo e non resistiamo. Ci sforziamo di essere come i nostri fratelli, per-ché tutti gli uomini devono assomigliarsi».
Per tutta la vita Ayn Rand ha difeso con le unghie e con i denti la potenza virile del pensiero autonomo. Viene ricordata come una gretta capitalista ma seppe più di ogni altro autore cantare la grandezza degli uomini e delle donne disposti a tutto per far trionfare le proprie idee, le proprie visioni. Era nemica del collettivismo economico, come no, ma prima di tutto deprecava il collettivismo del pensiero che rende gli uomini massa e la massa gregge. Anche per questo le sue opere, come del resto quelle di Zamjatin, parlano con forza al nostro tempo. Dopo tutto, siamo forse più vicini adesso alla fine della proprietà privata di quanto non lo fossero gli occidentali di un secolo fa. Di sicuro siamo sottoposti a una burocrazia acefala e ottusamente feroce degna di una distopia. E, soprattutto, è difficile trovare qualcuno che sia disposto a seguire le proprie idee facendone armatura, senza cedere alla tentazione di abbandonarsi al flusso del pensiero livellato e permanente.
Non è forse un caso che una delle autrici più celebrate degli ultimi anni, e più amate anche da un pubblico molto giovane, abbia deciso per certi versi di remixare le opere di Zamjatin e Rand. La scrittrice francese Christelle Dabos ha raggiunto la fama internazionale con la saga - vendutissima - dell’Attraversaspecchi. E ora torna con un romanzo inaspettato e godibile da lettori di diversa età. Si intitola, guarda un po’, Noi, ed è ambientato in un mondo in cui i singoli annegano in una sorta di mente collettiva. Ciascuno è dotato di un istinto che lo condanna a svolgere questo o quel lavoro per tutta la vita, e non può deviare dalla volontà della sorta di sciame che è divenuta l’umanità. Si sale nella scala sociale soltanto compiendo azioni che vadano a beneficio del Noi, un collettivo quasi metafisico, assurto al ruolo di divinità. Tutto meraviglioso, all’apparenza, salvo che non tutti si sentono a loro agio dentro il recinto. Ed è esattamente qui che sta il punto. Il romanzo di Dabos non è un elogio dell’individualismo fine a sé stesso, anche se certo potrebbe essere letto così. E non è nemmeno una celebrazione di ciò che attualmente si intende per valorizzazione dell’individuo, cioè l’assenza di impedimenti nel dare sfogo alle proprie pulsioni immediate. Questa storia sembra dire piuttosto che occorre prendersi la responsabilità della propria esistenza, e usare la libertà per compiere qualcosa di grande, per sé e per gli altri. La relazione è vitale, per l’esistenza umana, ma non può prescindere da una decisione individuale, da una presa di coscienza autonoma, da un atto di coraggio intellettuale prima che fisico. Esattamente quell’atto che nel nostro tempo solo pochissimi hanno la tempra di compiere. Quell’atto che Zamjatin e Rand hanno magnificato prima di tutti, straordinari aedi dell’umanità eroica e non sottomessa.
Quei prigionieri in fuga dai gulag comunisti, ma snobbati dall’Occidente
Nel 1956, mentre i carri armati sovietici schiacciavano l’Ungheria e nonostante ciò del comunismo reale si diceva un gran bene in larga parte del mondo, un libro che descrivesse l’universo concentrazionario russo avrebbe potuto apparire ai più come un romanzo di fantascienza, una distopia particolarmente orwelliana, solo un po’ più feroce. Arcipelago Gulag, il capolavoro di Solzenicyn, sarebbe stato concepito solo due anni più tardi e sarebbe stato accettato e digerito dall’Occidente molto tempo dopo. Slavomir Rawicz, infatti, non fu creduto quando pubblicò il suo volume autobiografico A marche forcee, il racconto di una allucinante fuga dai Gulag attraverso un percorso quasi disumano. Lo accusarono di avere inventato tutto, dissero che l’autore aveva sbagliato descrizioni, che non avrebbe potuto compiere quel percorso, non in quel modo almeno, che aveva inventato luoghi e personaggi.
A Sylvain Tesson - straordinario autore francese di racconti e resoconti di viaggio e orgoglioso libertario - non importa nulla che la storia di Rawicz sia inventata o colorita. Anzi, in qualche modo ha provato a dimostrarne la veridicità mettendo in gioco la sua pelle e il suo corpo. Ha percorso gli stessi sentieri, ha seguito lo stesso itinerario dei fuggiaschi dal Gulag e il risultato è lo splendido L’asse del lupo, ora pubblicato in Italia da Piano B.
«Rawicz è un ufficiale polacco di 24 anni che fu arrestato durante la seconda guerra mondiale dal Nkvd e deportato, prima in treno e poi a piedi, in un campo di prigionia situato a 300 chilometri dal circolo polare artico siberiano, nella taiga della Jacuzia», racconta Tesson. «Lavori forzati, inverno gelido, vita da subumani: il gulag. Rawicz deve scontare una pena di 20 anni. La sua colpa? Essere polacco. La sua unica speranza? La morte o la fuga. Nell’aprile del 1941, sei mesi dopo la sua carcerazione, fugge nella taiga in pieno inverno, con una squadra di sei camerati: altri due polacchi, un lettone, un lituano, uno jugoslavo e un americano. Hanno in comune due cose: la prima è l’essere naufragati sugli scogli del terrore rosso inaugurato con la Grande Rivoluzione d’Ottobre e prolungato con le purghe staliniane; la seconda è l’aver rifiutato a rischio della vita stessa il destino di schiavi che era stato loro assegnato. Non hanno altra scelta che dirigersi verso Sud. Verso l’India. Non hanno viveri, né mappe, né equipaggiamenti e nemmeno armi. Immaginano di raggiungere il golfo del Bengala in poche settimane, senza rendersi conto di quante migliaia di chilometri siano distanti».
Tesson rimane conquistato dal libro del polacco, e non è ingenuo: «L’energia dei detrattori di Rawicz ha anche una radice politica», nota. «Il libro esce in un’epoca in cui l’Europa non ne voleva sapere della tragedia carceraria russa: l’Arcipelago Gulag non era stato ancora scoperto, Una giornata di Ivan Denisović non era stato pubblicato, Solzenicyn era ancora nei campi di concentramento e nelle democrazie occidentali i comunisti portavano ancora la corona della vittoria sulla Germania nazista. Ed ecco che un polacco, presumibilmente uscito dalle taighe dell’inferno, dipinge un affresco dell’orrore dei campi di concentramento. Come si poteva credere, nel 1956, che fosse possibile fuggire da questi campi, la cui esistenza non era nemmeno ufficialmente riconosciuta?».
Non è la politica che interessa a Tesson. E nemmeno la riabilitazione di Rawicz, morto a Londra nel 2004. Quel che gli interessa celebrare ripercorrendo l’asse del lupo è la lotta per la libertà. Meglio: vuole dimostrare che senza lotta non vi è libertà, che senza fatica non vi è indipendenza. «Quello che voglio celebrare è lo spirito di evasione», scrive, «che consiste nel raccogliere tutte le forze, le speranze e le competenze per fare tutto il possibile senza mai lasciare che lo scoraggiamento si frapponga all’ostinazione, per riconquistare la libertà perduta. Evadere significa passare da uno stato di sottomissione (la detenzione) a uno stato di sopravvivenza (la fuga) per amore della vita». Un amore che si celebra attraverso il rischio: amare la vita significa anche essere disposti a perderla pur di non restare sottomessi.
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