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2020-06-13
Alle Marche Giuseppi disse: «Comando io»
Luca Ceriscioli (Giuseppe Bellini - Getty Images)
C'è un precedente, e i precedenti in diritto contano. Giuseppe Conte lo ha detto chiaramente: sul coronavirus comando io. Così accade che il 25 febbraio il presidente della giunta regionale delle Marche Luca Ceriscioli (Pd) convochi una conferenza stampa per annunciare un'ordinanza di chiusura di scuole e luoghi pubblici fino al 4 marzo, preoccupato di una possibile diffusione del virus in discesa dalla Romagna. Appena comincia a parlare arriva una telefonata di Giuseppe Conte. Quella telefonata è la pistola fumante che prova come sulle azioni di tutela, chiusura, istituzione di zone rosse Giuseppe Conte abbia rivendicato a se e solo a se la potestà di decidere. Il senso di quella chiamata in piena conferenza stampa è: ma che fai? Non ti azzardare. Ceriscioli prima abbozza, poi il giorno dopo emana comunque la sua ordinanza perché teme il contagio. Lo scontro istituzionale diventa pesantissimo. Giuseppe Conte lo ha già annunciato la sera prima. In una tesissima riunione alla Protezione civile si scontra con i presidenti di Regione che chiedono di agire, ma lui invoca un maggiore coordinamento. Dice: «Dobbiamo sempre adottare provvedimenti in piena concordia e devono essere nel segno dell'adeguatezza e della proporzionalità. Non è possibile che ognuno vada in ordine sparso, c'è il rischio di misure dannose sul piano, economico, sociale e complessivo». Alla fine, esasperato, Conte fa un atto d'imperio via etere, come sua abitudine. Alle 23,40 in un' intervista a Radio Uno detta: «Se non arriviamo a un coordinamento si renderanno necessarie misure che conterranno le prerogative dei governatori. Al momento le escludo, ma se dovesse aumentare il livello di emergenza adotteremo misure straordinarie».
La mattina dopo appena Luca Ceriscioli prova a fare di testa sua il presidente del Consiglio interviene a gamba tesa. Ma siccome quel testardo di marchigiano va avanti Giuseppe Conte sempre affidandosi alle televisioni a L'aria che tira su La7 rimprovera Ceriscioli: «Ci ha sorpreso che dopo che tutti avevano concordato sul protocollo suggerito, le Marche abbiano realizzato uno scarto, una deviazione. Disporre la chiusura delle scuole crea problemi per i genitori. Ha solo effetti negativi e non positivi». A stretto giro il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd) tuona: «Con la sua decisione unilaterale di firmare un'ordinanza per la chiusura di tutte le scuole e Università della Regione Marche, il governatore Luca Ceriscioli si sfila dall'accordo raggiunto solo poche ore prima nell'incontro tra governo e Regioni alla Protezione civile e viene meno all'impegno preso con tutti gli altri governatori che invece si stanno attenendo alle disposizioni concordate». Boccia impugna davanti al Tar l'ordinanza del presidente delle Marche e quando il 27 febbraio i giudici amministrativi danno ragione al governo sempre Francesco Boccia trionfante commenta: «Lo Stato c'è si fa rispettare». Qualche mese più tardi, il 2 maggio, Boccia che se l'era presa con le Marche perché chiudevano le scuole impugnerà l'ordinanza della presidente della Regione Calabria Jole Santelli che invece disponeva la riapertura di bar e ristoranti. Dire che il governo ha fatto confusione forse è un'ovvietà. Boccia contro la Santelli che ha l'aggravante di essere di Forza Italia, dunque di centrodestra, è durissimo: «Penso che in un momento come questo nessuno può permettersi di anticipare scelte che non sono considerate sicure, mettendo a rischio la vita di lavoratori e clienti. Questo non è giusto. Mi auguro che la presidente Santelli segua le regole che disciplinano la vita delle nostre istituzioni. Sa che quell'atto è illegittimo». Il fatto che il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ritenga preminenti i decreti del presidente del Consiglio che sono atti amministrativi rispetto all'ordinanza delle Regioni rende palese che il governo si ritenga unico responsabile della gestione della crisi Covid. Allora come può dire che la Lombardia poteva fare le zone rosse in autonomia? E come può dire che avendo schierato ad Alzano Lombardo carabinieri ed esercito doveva agire Attilio Fontana? È evidente che dall'inizio della crisi da Covid il governo ha avocato a sé tutti i poteri. Tant'è che il Tar bocciando Ceriscoli ricorda: «Al momento dell'ordinanza non c'erano casi conclamati di contagio dunque non era giustificato l'intervento». Anche se il famoso decreto del 23 febbraio, il giorno stesso del caso di Alzano, dispone che si possano adottare misure cautelative anche in assenza di emergenza conclamata. Ma il punto è un altro: quel decreto è come al solito scritto malissimo e genericamente dice che possono intervenire le «autorità competenti». Chi sono le autorità competenti? La Costituzione parla chiaro: tanto l'articolo 117 quanto l'articolo 120 pongono in capo allo Stato il compito di agire in caso di emergenza sanitaria nazionale. Ma del resto Giuseppe Conte e il suo ministro Francesco Boccia lo hanno detto in tutti modi che le Regioni dovevano solo obbedire. Ora Conte provi a spiegare al procuratore della Repubblica facente funzione di Bergamo, Maria Cristina Rota, che le cose dovevano andare diversamente.
I grillini si scoprono nemici dei pm. Lannutti: «Indagate quel giudice»
Un attacco inaudito da parte del senatore del M5s Elio Lannutti, vicinissimo a Beppe Grillo, contro il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, infiamma il dibattito politico intorno agli interrogatori a Palazzo Chigi. «Giuseppe Conte», scrive Lannutti su Twitter, «i pm di Bergamo a Palazzo Chigi per sentirlo sull'inchiesta sulle zone rosse non istituite ad Alzano e Nembro. Sbaglio, o si tratta della stessa pm che ha già emesso sentenza assolutoria in tv per Fontana? Se ci fosse un Csm sarebbe già intervenuto. In un Paese normale», rincara la dose Lannutti, «con una giustizia e un Csm normali, l'esatto contrario di quanto acclarato col Sistema Palamara, con incarichi spartiti e pilotati ai vertici delle Procure, giudizi ad hoc a misura di potentati, la signora pm, invece di indagare su Conte, sarebbe già indagata». Il riferimento di Lannutti è a quanto affermato dalla Rota lo scorso 29 maggio, quando disse che l'istituzione della zona rossa «da quello che ci risulta, è una decisione governativa», affermazione parzialmente rettificata ieri.
Le parole di Lannutti scatenano un vespaio di polemiche: «È bastato», dichiara il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «che il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, per accertare la verità sulla mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, decidesse in maniera corretta e legittima di ascoltare tutti i soggetti istituzionali informati dei fatti, e sottolineo tutti, per finire lei stessa nel mirino della furia grillina. Il Csm dovrebbe davvero intervenire come invocato dal senatore grillino Lannutti, ma dovrebbe intervenire per difendere e tutelare il pm Rota che invece Lannutti vorrebbe indagare. Siamo davvero», conclude Calderoli, «alla follia pentastellata».
«Il grillino Lannutti», attacca la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «richiede l'intervento del Csm per mettere la museruola al pm di Bergamo che ha ascoltato il presidente Conte sulla mancata istituzione delle zone rosse. Siamo oltre il colpo di Stato: per i pentastellati i pubblici ministeri non hanno nemmeno il diritto di indagare, se le indagini si orientano su di loro. È proprio finita la stagione della onestà e dell'uno vale uno», aggiunge la Meloni, «e siamo ben oltre la casta: siamo ad un passo dalla dittatura. Bell'epitaffio morale sulla tomba politica di coloro che sono nati contro la casta e contro le immunità e che concludono la loro parabola politica minacciando e invocando sanzioni ai pm che svolgono il loro lavoro». «Ho sempre avuto simpatia per Lannutti», argomenta il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «che però, da quando è diventato grillino, è peggiorato notevolmente. Attacca il procuratore di Bergamo, tradendo il noto giustizialismo filo-giudici della sua parte politica, solo perché ha detto che gli errori in Lombardia li ha fatti il governo e non la Regione. Lannutti parla a titolo personale o a nome del suo movimento che è il pilastro del governo? Si lasci lavorare serenamente il procuratore», aggiunge Gasparri, «che bene ha fatto ad andare a Palazzo Chigi, perché i colpevoli stano lì dentro. Conte è un irresponsabile incompetente che dovrà assaggiare l'attenzione della magistratura. Le urla di Lannutti sono veramente deprecabili e attendo che in un lampo di raziocinio ammetta di avere sbagliato. In ogni caso», riflette Gasparri, «se si trattasse di una intimidazione alla magistratura bergamasca, non solo contraddirebbe le presunte tradizioni della sua parte politica ma risulterebbe un tentativo vano perché la ricerca della verità sarà da noi difesa e pretesa in ogni modo».
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Quando il governatore Luca Ceriscioli chiuse tutto da Roma giunse l'alt. E Francesco Boccia fece pure ricorso al tar.Il senatore pentastellato scatenato contro il magistrato. Roberto Calderoli: «Il csm la difenda».Lo speciale contiene due articoli.C'è un precedente, e i precedenti in diritto contano. Giuseppe Conte lo ha detto chiaramente: sul coronavirus comando io. Così accade che il 25 febbraio il presidente della giunta regionale delle Marche Luca Ceriscioli (Pd) convochi una conferenza stampa per annunciare un'ordinanza di chiusura di scuole e luoghi pubblici fino al 4 marzo, preoccupato di una possibile diffusione del virus in discesa dalla Romagna. Appena comincia a parlare arriva una telefonata di Giuseppe Conte. Quella telefonata è la pistola fumante che prova come sulle azioni di tutela, chiusura, istituzione di zone rosse Giuseppe Conte abbia rivendicato a se e solo a se la potestà di decidere. Il senso di quella chiamata in piena conferenza stampa è: ma che fai? Non ti azzardare. Ceriscioli prima abbozza, poi il giorno dopo emana comunque la sua ordinanza perché teme il contagio. Lo scontro istituzionale diventa pesantissimo. Giuseppe Conte lo ha già annunciato la sera prima. In una tesissima riunione alla Protezione civile si scontra con i presidenti di Regione che chiedono di agire, ma lui invoca un maggiore coordinamento. Dice: «Dobbiamo sempre adottare provvedimenti in piena concordia e devono essere nel segno dell'adeguatezza e della proporzionalità. Non è possibile che ognuno vada in ordine sparso, c'è il rischio di misure dannose sul piano, economico, sociale e complessivo». Alla fine, esasperato, Conte fa un atto d'imperio via etere, come sua abitudine. Alle 23,40 in un' intervista a Radio Uno detta: «Se non arriviamo a un coordinamento si renderanno necessarie misure che conterranno le prerogative dei governatori. Al momento le escludo, ma se dovesse aumentare il livello di emergenza adotteremo misure straordinarie». La mattina dopo appena Luca Ceriscioli prova a fare di testa sua il presidente del Consiglio interviene a gamba tesa. Ma siccome quel testardo di marchigiano va avanti Giuseppe Conte sempre affidandosi alle televisioni a L'aria che tira su La7 rimprovera Ceriscioli: «Ci ha sorpreso che dopo che tutti avevano concordato sul protocollo suggerito, le Marche abbiano realizzato uno scarto, una deviazione. Disporre la chiusura delle scuole crea problemi per i genitori. Ha solo effetti negativi e non positivi». A stretto giro il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd) tuona: «Con la sua decisione unilaterale di firmare un'ordinanza per la chiusura di tutte le scuole e Università della Regione Marche, il governatore Luca Ceriscioli si sfila dall'accordo raggiunto solo poche ore prima nell'incontro tra governo e Regioni alla Protezione civile e viene meno all'impegno preso con tutti gli altri governatori che invece si stanno attenendo alle disposizioni concordate». Boccia impugna davanti al Tar l'ordinanza del presidente delle Marche e quando il 27 febbraio i giudici amministrativi danno ragione al governo sempre Francesco Boccia trionfante commenta: «Lo Stato c'è si fa rispettare». Qualche mese più tardi, il 2 maggio, Boccia che se l'era presa con le Marche perché chiudevano le scuole impugnerà l'ordinanza della presidente della Regione Calabria Jole Santelli che invece disponeva la riapertura di bar e ristoranti. Dire che il governo ha fatto confusione forse è un'ovvietà. Boccia contro la Santelli che ha l'aggravante di essere di Forza Italia, dunque di centrodestra, è durissimo: «Penso che in un momento come questo nessuno può permettersi di anticipare scelte che non sono considerate sicure, mettendo a rischio la vita di lavoratori e clienti. Questo non è giusto. Mi auguro che la presidente Santelli segua le regole che disciplinano la vita delle nostre istituzioni. Sa che quell'atto è illegittimo». Il fatto che il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ritenga preminenti i decreti del presidente del Consiglio che sono atti amministrativi rispetto all'ordinanza delle Regioni rende palese che il governo si ritenga unico responsabile della gestione della crisi Covid. Allora come può dire che la Lombardia poteva fare le zone rosse in autonomia? E come può dire che avendo schierato ad Alzano Lombardo carabinieri ed esercito doveva agire Attilio Fontana? È evidente che dall'inizio della crisi da Covid il governo ha avocato a sé tutti i poteri. Tant'è che il Tar bocciando Ceriscoli ricorda: «Al momento dell'ordinanza non c'erano casi conclamati di contagio dunque non era giustificato l'intervento». Anche se il famoso decreto del 23 febbraio, il giorno stesso del caso di Alzano, dispone che si possano adottare misure cautelative anche in assenza di emergenza conclamata. Ma il punto è un altro: quel decreto è come al solito scritto malissimo e genericamente dice che possono intervenire le «autorità competenti». Chi sono le autorità competenti? La Costituzione parla chiaro: tanto l'articolo 117 quanto l'articolo 120 pongono in capo allo Stato il compito di agire in caso di emergenza sanitaria nazionale. Ma del resto Giuseppe Conte e il suo ministro Francesco Boccia lo hanno detto in tutti modi che le Regioni dovevano solo obbedire. Ora Conte provi a spiegare al procuratore della Repubblica facente funzione di Bergamo, Maria Cristina Rota, che le cose dovevano andare diversamente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alle-marche-giuseppi-disse-comando-io-2646171342.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-grillini-si-scoprono-nemici-dei-pm-lannutti-indagate-quel-giudice" data-post-id="2646171342" data-published-at="1591989158" data-use-pagination="False"> I grillini si scoprono nemici dei pm. Lannutti: «Indagate quel giudice» Un attacco inaudito da parte del senatore del M5s Elio Lannutti, vicinissimo a Beppe Grillo, contro il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, infiamma il dibattito politico intorno agli interrogatori a Palazzo Chigi. «Giuseppe Conte», scrive Lannutti su Twitter, «i pm di Bergamo a Palazzo Chigi per sentirlo sull'inchiesta sulle zone rosse non istituite ad Alzano e Nembro. Sbaglio, o si tratta della stessa pm che ha già emesso sentenza assolutoria in tv per Fontana? Se ci fosse un Csm sarebbe già intervenuto. In un Paese normale», rincara la dose Lannutti, «con una giustizia e un Csm normali, l'esatto contrario di quanto acclarato col Sistema Palamara, con incarichi spartiti e pilotati ai vertici delle Procure, giudizi ad hoc a misura di potentati, la signora pm, invece di indagare su Conte, sarebbe già indagata». Il riferimento di Lannutti è a quanto affermato dalla Rota lo scorso 29 maggio, quando disse che l'istituzione della zona rossa «da quello che ci risulta, è una decisione governativa», affermazione parzialmente rettificata ieri. Le parole di Lannutti scatenano un vespaio di polemiche: «È bastato», dichiara il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «che il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, per accertare la verità sulla mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, decidesse in maniera corretta e legittima di ascoltare tutti i soggetti istituzionali informati dei fatti, e sottolineo tutti, per finire lei stessa nel mirino della furia grillina. Il Csm dovrebbe davvero intervenire come invocato dal senatore grillino Lannutti, ma dovrebbe intervenire per difendere e tutelare il pm Rota che invece Lannutti vorrebbe indagare. Siamo davvero», conclude Calderoli, «alla follia pentastellata». «Il grillino Lannutti», attacca la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «richiede l'intervento del Csm per mettere la museruola al pm di Bergamo che ha ascoltato il presidente Conte sulla mancata istituzione delle zone rosse. Siamo oltre il colpo di Stato: per i pentastellati i pubblici ministeri non hanno nemmeno il diritto di indagare, se le indagini si orientano su di loro. È proprio finita la stagione della onestà e dell'uno vale uno», aggiunge la Meloni, «e siamo ben oltre la casta: siamo ad un passo dalla dittatura. Bell'epitaffio morale sulla tomba politica di coloro che sono nati contro la casta e contro le immunità e che concludono la loro parabola politica minacciando e invocando sanzioni ai pm che svolgono il loro lavoro». «Ho sempre avuto simpatia per Lannutti», argomenta il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «che però, da quando è diventato grillino, è peggiorato notevolmente. Attacca il procuratore di Bergamo, tradendo il noto giustizialismo filo-giudici della sua parte politica, solo perché ha detto che gli errori in Lombardia li ha fatti il governo e non la Regione. Lannutti parla a titolo personale o a nome del suo movimento che è il pilastro del governo? Si lasci lavorare serenamente il procuratore», aggiunge Gasparri, «che bene ha fatto ad andare a Palazzo Chigi, perché i colpevoli stano lì dentro. Conte è un irresponsabile incompetente che dovrà assaggiare l'attenzione della magistratura. Le urla di Lannutti sono veramente deprecabili e attendo che in un lampo di raziocinio ammetta di avere sbagliato. In ogni caso», riflette Gasparri, «se si trattasse di una intimidazione alla magistratura bergamasca, non solo contraddirebbe le presunte tradizioni della sua parte politica ma risulterebbe un tentativo vano perché la ricerca della verità sarà da noi difesa e pretesa in ogni modo».
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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