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2020-06-13
Alle Marche Giuseppi disse: «Comando io»
Luca Ceriscioli (Giuseppe Bellini - Getty Images)
C'è un precedente, e i precedenti in diritto contano. Giuseppe Conte lo ha detto chiaramente: sul coronavirus comando io. Così accade che il 25 febbraio il presidente della giunta regionale delle Marche Luca Ceriscioli (Pd) convochi una conferenza stampa per annunciare un'ordinanza di chiusura di scuole e luoghi pubblici fino al 4 marzo, preoccupato di una possibile diffusione del virus in discesa dalla Romagna. Appena comincia a parlare arriva una telefonata di Giuseppe Conte. Quella telefonata è la pistola fumante che prova come sulle azioni di tutela, chiusura, istituzione di zone rosse Giuseppe Conte abbia rivendicato a se e solo a se la potestà di decidere. Il senso di quella chiamata in piena conferenza stampa è: ma che fai? Non ti azzardare. Ceriscioli prima abbozza, poi il giorno dopo emana comunque la sua ordinanza perché teme il contagio. Lo scontro istituzionale diventa pesantissimo. Giuseppe Conte lo ha già annunciato la sera prima. In una tesissima riunione alla Protezione civile si scontra con i presidenti di Regione che chiedono di agire, ma lui invoca un maggiore coordinamento. Dice: «Dobbiamo sempre adottare provvedimenti in piena concordia e devono essere nel segno dell'adeguatezza e della proporzionalità. Non è possibile che ognuno vada in ordine sparso, c'è il rischio di misure dannose sul piano, economico, sociale e complessivo». Alla fine, esasperato, Conte fa un atto d'imperio via etere, come sua abitudine. Alle 23,40 in un' intervista a Radio Uno detta: «Se non arriviamo a un coordinamento si renderanno necessarie misure che conterranno le prerogative dei governatori. Al momento le escludo, ma se dovesse aumentare il livello di emergenza adotteremo misure straordinarie».
La mattina dopo appena Luca Ceriscioli prova a fare di testa sua il presidente del Consiglio interviene a gamba tesa. Ma siccome quel testardo di marchigiano va avanti Giuseppe Conte sempre affidandosi alle televisioni a L'aria che tira su La7 rimprovera Ceriscioli: «Ci ha sorpreso che dopo che tutti avevano concordato sul protocollo suggerito, le Marche abbiano realizzato uno scarto, una deviazione. Disporre la chiusura delle scuole crea problemi per i genitori. Ha solo effetti negativi e non positivi». A stretto giro il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd) tuona: «Con la sua decisione unilaterale di firmare un'ordinanza per la chiusura di tutte le scuole e Università della Regione Marche, il governatore Luca Ceriscioli si sfila dall'accordo raggiunto solo poche ore prima nell'incontro tra governo e Regioni alla Protezione civile e viene meno all'impegno preso con tutti gli altri governatori che invece si stanno attenendo alle disposizioni concordate». Boccia impugna davanti al Tar l'ordinanza del presidente delle Marche e quando il 27 febbraio i giudici amministrativi danno ragione al governo sempre Francesco Boccia trionfante commenta: «Lo Stato c'è si fa rispettare». Qualche mese più tardi, il 2 maggio, Boccia che se l'era presa con le Marche perché chiudevano le scuole impugnerà l'ordinanza della presidente della Regione Calabria Jole Santelli che invece disponeva la riapertura di bar e ristoranti. Dire che il governo ha fatto confusione forse è un'ovvietà. Boccia contro la Santelli che ha l'aggravante di essere di Forza Italia, dunque di centrodestra, è durissimo: «Penso che in un momento come questo nessuno può permettersi di anticipare scelte che non sono considerate sicure, mettendo a rischio la vita di lavoratori e clienti. Questo non è giusto. Mi auguro che la presidente Santelli segua le regole che disciplinano la vita delle nostre istituzioni. Sa che quell'atto è illegittimo». Il fatto che il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ritenga preminenti i decreti del presidente del Consiglio che sono atti amministrativi rispetto all'ordinanza delle Regioni rende palese che il governo si ritenga unico responsabile della gestione della crisi Covid. Allora come può dire che la Lombardia poteva fare le zone rosse in autonomia? E come può dire che avendo schierato ad Alzano Lombardo carabinieri ed esercito doveva agire Attilio Fontana? È evidente che dall'inizio della crisi da Covid il governo ha avocato a sé tutti i poteri. Tant'è che il Tar bocciando Ceriscoli ricorda: «Al momento dell'ordinanza non c'erano casi conclamati di contagio dunque non era giustificato l'intervento». Anche se il famoso decreto del 23 febbraio, il giorno stesso del caso di Alzano, dispone che si possano adottare misure cautelative anche in assenza di emergenza conclamata. Ma il punto è un altro: quel decreto è come al solito scritto malissimo e genericamente dice che possono intervenire le «autorità competenti». Chi sono le autorità competenti? La Costituzione parla chiaro: tanto l'articolo 117 quanto l'articolo 120 pongono in capo allo Stato il compito di agire in caso di emergenza sanitaria nazionale. Ma del resto Giuseppe Conte e il suo ministro Francesco Boccia lo hanno detto in tutti modi che le Regioni dovevano solo obbedire. Ora Conte provi a spiegare al procuratore della Repubblica facente funzione di Bergamo, Maria Cristina Rota, che le cose dovevano andare diversamente.
I grillini si scoprono nemici dei pm. Lannutti: «Indagate quel giudice»
Un attacco inaudito da parte del senatore del M5s Elio Lannutti, vicinissimo a Beppe Grillo, contro il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, infiamma il dibattito politico intorno agli interrogatori a Palazzo Chigi. «Giuseppe Conte», scrive Lannutti su Twitter, «i pm di Bergamo a Palazzo Chigi per sentirlo sull'inchiesta sulle zone rosse non istituite ad Alzano e Nembro. Sbaglio, o si tratta della stessa pm che ha già emesso sentenza assolutoria in tv per Fontana? Se ci fosse un Csm sarebbe già intervenuto. In un Paese normale», rincara la dose Lannutti, «con una giustizia e un Csm normali, l'esatto contrario di quanto acclarato col Sistema Palamara, con incarichi spartiti e pilotati ai vertici delle Procure, giudizi ad hoc a misura di potentati, la signora pm, invece di indagare su Conte, sarebbe già indagata». Il riferimento di Lannutti è a quanto affermato dalla Rota lo scorso 29 maggio, quando disse che l'istituzione della zona rossa «da quello che ci risulta, è una decisione governativa», affermazione parzialmente rettificata ieri.
Le parole di Lannutti scatenano un vespaio di polemiche: «È bastato», dichiara il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «che il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, per accertare la verità sulla mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, decidesse in maniera corretta e legittima di ascoltare tutti i soggetti istituzionali informati dei fatti, e sottolineo tutti, per finire lei stessa nel mirino della furia grillina. Il Csm dovrebbe davvero intervenire come invocato dal senatore grillino Lannutti, ma dovrebbe intervenire per difendere e tutelare il pm Rota che invece Lannutti vorrebbe indagare. Siamo davvero», conclude Calderoli, «alla follia pentastellata».
«Il grillino Lannutti», attacca la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «richiede l'intervento del Csm per mettere la museruola al pm di Bergamo che ha ascoltato il presidente Conte sulla mancata istituzione delle zone rosse. Siamo oltre il colpo di Stato: per i pentastellati i pubblici ministeri non hanno nemmeno il diritto di indagare, se le indagini si orientano su di loro. È proprio finita la stagione della onestà e dell'uno vale uno», aggiunge la Meloni, «e siamo ben oltre la casta: siamo ad un passo dalla dittatura. Bell'epitaffio morale sulla tomba politica di coloro che sono nati contro la casta e contro le immunità e che concludono la loro parabola politica minacciando e invocando sanzioni ai pm che svolgono il loro lavoro». «Ho sempre avuto simpatia per Lannutti», argomenta il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «che però, da quando è diventato grillino, è peggiorato notevolmente. Attacca il procuratore di Bergamo, tradendo il noto giustizialismo filo-giudici della sua parte politica, solo perché ha detto che gli errori in Lombardia li ha fatti il governo e non la Regione. Lannutti parla a titolo personale o a nome del suo movimento che è il pilastro del governo? Si lasci lavorare serenamente il procuratore», aggiunge Gasparri, «che bene ha fatto ad andare a Palazzo Chigi, perché i colpevoli stano lì dentro. Conte è un irresponsabile incompetente che dovrà assaggiare l'attenzione della magistratura. Le urla di Lannutti sono veramente deprecabili e attendo che in un lampo di raziocinio ammetta di avere sbagliato. In ogni caso», riflette Gasparri, «se si trattasse di una intimidazione alla magistratura bergamasca, non solo contraddirebbe le presunte tradizioni della sua parte politica ma risulterebbe un tentativo vano perché la ricerca della verità sarà da noi difesa e pretesa in ogni modo».
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Quando il governatore Luca Ceriscioli chiuse tutto da Roma giunse l'alt. E Francesco Boccia fece pure ricorso al tar.Il senatore pentastellato scatenato contro il magistrato. Roberto Calderoli: «Il csm la difenda».Lo speciale contiene due articoli.C'è un precedente, e i precedenti in diritto contano. Giuseppe Conte lo ha detto chiaramente: sul coronavirus comando io. Così accade che il 25 febbraio il presidente della giunta regionale delle Marche Luca Ceriscioli (Pd) convochi una conferenza stampa per annunciare un'ordinanza di chiusura di scuole e luoghi pubblici fino al 4 marzo, preoccupato di una possibile diffusione del virus in discesa dalla Romagna. Appena comincia a parlare arriva una telefonata di Giuseppe Conte. Quella telefonata è la pistola fumante che prova come sulle azioni di tutela, chiusura, istituzione di zone rosse Giuseppe Conte abbia rivendicato a se e solo a se la potestà di decidere. Il senso di quella chiamata in piena conferenza stampa è: ma che fai? Non ti azzardare. Ceriscioli prima abbozza, poi il giorno dopo emana comunque la sua ordinanza perché teme il contagio. Lo scontro istituzionale diventa pesantissimo. Giuseppe Conte lo ha già annunciato la sera prima. In una tesissima riunione alla Protezione civile si scontra con i presidenti di Regione che chiedono di agire, ma lui invoca un maggiore coordinamento. Dice: «Dobbiamo sempre adottare provvedimenti in piena concordia e devono essere nel segno dell'adeguatezza e della proporzionalità. Non è possibile che ognuno vada in ordine sparso, c'è il rischio di misure dannose sul piano, economico, sociale e complessivo». Alla fine, esasperato, Conte fa un atto d'imperio via etere, come sua abitudine. Alle 23,40 in un' intervista a Radio Uno detta: «Se non arriviamo a un coordinamento si renderanno necessarie misure che conterranno le prerogative dei governatori. Al momento le escludo, ma se dovesse aumentare il livello di emergenza adotteremo misure straordinarie». La mattina dopo appena Luca Ceriscioli prova a fare di testa sua il presidente del Consiglio interviene a gamba tesa. Ma siccome quel testardo di marchigiano va avanti Giuseppe Conte sempre affidandosi alle televisioni a L'aria che tira su La7 rimprovera Ceriscioli: «Ci ha sorpreso che dopo che tutti avevano concordato sul protocollo suggerito, le Marche abbiano realizzato uno scarto, una deviazione. Disporre la chiusura delle scuole crea problemi per i genitori. Ha solo effetti negativi e non positivi». A stretto giro il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd) tuona: «Con la sua decisione unilaterale di firmare un'ordinanza per la chiusura di tutte le scuole e Università della Regione Marche, il governatore Luca Ceriscioli si sfila dall'accordo raggiunto solo poche ore prima nell'incontro tra governo e Regioni alla Protezione civile e viene meno all'impegno preso con tutti gli altri governatori che invece si stanno attenendo alle disposizioni concordate». Boccia impugna davanti al Tar l'ordinanza del presidente delle Marche e quando il 27 febbraio i giudici amministrativi danno ragione al governo sempre Francesco Boccia trionfante commenta: «Lo Stato c'è si fa rispettare». Qualche mese più tardi, il 2 maggio, Boccia che se l'era presa con le Marche perché chiudevano le scuole impugnerà l'ordinanza della presidente della Regione Calabria Jole Santelli che invece disponeva la riapertura di bar e ristoranti. Dire che il governo ha fatto confusione forse è un'ovvietà. Boccia contro la Santelli che ha l'aggravante di essere di Forza Italia, dunque di centrodestra, è durissimo: «Penso che in un momento come questo nessuno può permettersi di anticipare scelte che non sono considerate sicure, mettendo a rischio la vita di lavoratori e clienti. Questo non è giusto. Mi auguro che la presidente Santelli segua le regole che disciplinano la vita delle nostre istituzioni. Sa che quell'atto è illegittimo». Il fatto che il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia ritenga preminenti i decreti del presidente del Consiglio che sono atti amministrativi rispetto all'ordinanza delle Regioni rende palese che il governo si ritenga unico responsabile della gestione della crisi Covid. Allora come può dire che la Lombardia poteva fare le zone rosse in autonomia? E come può dire che avendo schierato ad Alzano Lombardo carabinieri ed esercito doveva agire Attilio Fontana? È evidente che dall'inizio della crisi da Covid il governo ha avocato a sé tutti i poteri. Tant'è che il Tar bocciando Ceriscoli ricorda: «Al momento dell'ordinanza non c'erano casi conclamati di contagio dunque non era giustificato l'intervento». Anche se il famoso decreto del 23 febbraio, il giorno stesso del caso di Alzano, dispone che si possano adottare misure cautelative anche in assenza di emergenza conclamata. Ma il punto è un altro: quel decreto è come al solito scritto malissimo e genericamente dice che possono intervenire le «autorità competenti». Chi sono le autorità competenti? La Costituzione parla chiaro: tanto l'articolo 117 quanto l'articolo 120 pongono in capo allo Stato il compito di agire in caso di emergenza sanitaria nazionale. Ma del resto Giuseppe Conte e il suo ministro Francesco Boccia lo hanno detto in tutti modi che le Regioni dovevano solo obbedire. Ora Conte provi a spiegare al procuratore della Repubblica facente funzione di Bergamo, Maria Cristina Rota, che le cose dovevano andare diversamente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alle-marche-giuseppi-disse-comando-io-2646171342.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-grillini-si-scoprono-nemici-dei-pm-lannutti-indagate-quel-giudice" data-post-id="2646171342" data-published-at="1591989158" data-use-pagination="False"> I grillini si scoprono nemici dei pm. Lannutti: «Indagate quel giudice» Un attacco inaudito da parte del senatore del M5s Elio Lannutti, vicinissimo a Beppe Grillo, contro il procuratore facente funzioni di Bergamo, Maria Cristina Rota, infiamma il dibattito politico intorno agli interrogatori a Palazzo Chigi. «Giuseppe Conte», scrive Lannutti su Twitter, «i pm di Bergamo a Palazzo Chigi per sentirlo sull'inchiesta sulle zone rosse non istituite ad Alzano e Nembro. Sbaglio, o si tratta della stessa pm che ha già emesso sentenza assolutoria in tv per Fontana? Se ci fosse un Csm sarebbe già intervenuto. In un Paese normale», rincara la dose Lannutti, «con una giustizia e un Csm normali, l'esatto contrario di quanto acclarato col Sistema Palamara, con incarichi spartiti e pilotati ai vertici delle Procure, giudizi ad hoc a misura di potentati, la signora pm, invece di indagare su Conte, sarebbe già indagata». Il riferimento di Lannutti è a quanto affermato dalla Rota lo scorso 29 maggio, quando disse che l'istituzione della zona rossa «da quello che ci risulta, è una decisione governativa», affermazione parzialmente rettificata ieri. Le parole di Lannutti scatenano un vespaio di polemiche: «È bastato», dichiara il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della Lega, «che il procuratore di Bergamo, Maria Cristina Rota, per accertare la verità sulla mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, decidesse in maniera corretta e legittima di ascoltare tutti i soggetti istituzionali informati dei fatti, e sottolineo tutti, per finire lei stessa nel mirino della furia grillina. Il Csm dovrebbe davvero intervenire come invocato dal senatore grillino Lannutti, ma dovrebbe intervenire per difendere e tutelare il pm Rota che invece Lannutti vorrebbe indagare. Siamo davvero», conclude Calderoli, «alla follia pentastellata». «Il grillino Lannutti», attacca la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «richiede l'intervento del Csm per mettere la museruola al pm di Bergamo che ha ascoltato il presidente Conte sulla mancata istituzione delle zone rosse. Siamo oltre il colpo di Stato: per i pentastellati i pubblici ministeri non hanno nemmeno il diritto di indagare, se le indagini si orientano su di loro. È proprio finita la stagione della onestà e dell'uno vale uno», aggiunge la Meloni, «e siamo ben oltre la casta: siamo ad un passo dalla dittatura. Bell'epitaffio morale sulla tomba politica di coloro che sono nati contro la casta e contro le immunità e che concludono la loro parabola politica minacciando e invocando sanzioni ai pm che svolgono il loro lavoro». «Ho sempre avuto simpatia per Lannutti», argomenta il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, «che però, da quando è diventato grillino, è peggiorato notevolmente. Attacca il procuratore di Bergamo, tradendo il noto giustizialismo filo-giudici della sua parte politica, solo perché ha detto che gli errori in Lombardia li ha fatti il governo e non la Regione. Lannutti parla a titolo personale o a nome del suo movimento che è il pilastro del governo? Si lasci lavorare serenamente il procuratore», aggiunge Gasparri, «che bene ha fatto ad andare a Palazzo Chigi, perché i colpevoli stano lì dentro. Conte è un irresponsabile incompetente che dovrà assaggiare l'attenzione della magistratura. Le urla di Lannutti sono veramente deprecabili e attendo che in un lampo di raziocinio ammetta di avere sbagliato. In ogni caso», riflette Gasparri, «se si trattasse di una intimidazione alla magistratura bergamasca, non solo contraddirebbe le presunte tradizioni della sua parte politica ma risulterebbe un tentativo vano perché la ricerca della verità sarà da noi difesa e pretesa in ogni modo».
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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