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2020-08-15
Alle imprese promessi 12 miliardi. Finora però se n’è visto solo uno
Roberto Gualtieri (Samantha Zucchi/Insidefoto/Mondadori Portfolio via Getty Images)
C'è un motivo per il quale il governo va in Parlamento a chiedere di poter sforare il deficit. Perché quei soldi sono degli italiani e l'Aula prima deve dare il parere autorizzativo. Dopo aver approvato le linee di spesa dovrebbe anche controllare (con la conversione del decreto) che tutto fili liscio. Solo che non è sempre così. Il 2 giugno scorso il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, annunciò il pagamento di 12 miliardi di arretrati della Pa. Tutti destinati al saldo della fatture di aziende fornitrici. A occuparsi delle linee di credito per la pubblica amministrazione sarebbe stata Cdp.
In due mesi e mezzo solo uno dei 12 miliardi è stato versato, gli altri sono ancora bloccati dalle sabbie mobili della burocrazia. Il decreto Rilancio aveva messo infatti a disposizione delle Aziende sanitarie locali, delle Regioni e degli enti locali i fondi per liquidare i debiti commerciali maturati prima della fine del 2019. Alla data del 7 luglio, termine entro il quale le articolazioni periferiche della Pa dovevano presentare la richiesta di denaro alla Cdp, «sarebbe stato richiesto solo un miliardo», denuncia la Cgia di Mestre. La conferma del flop emerge dal testo del decreto Agosto: con l'articolo 55 il governo riapre i termini per la presentazione della domanda a Cassa depositi e prestiti.
Pertanto, Asl, Regioni ed enti locali potranno chiedere l'anticipo di liquidità per pagare i creditori tra il 21 settembre e il 9 ottobre prossimi. «Dalla segnalazione riportata dalla Corte dei Conti», spiega il segretario della Cgia, Renato Mason, «si starebbe consolidando una tendenza in atto da alcuni anni che vede le amministrazioni pubbliche saldare con puntualità le fatture di importo maggiore e ritardare intenzionalmente la liquidazione di quelle di dimensione meno elevate. Una modalità operativa che, ovviamente, penalizzerebbe le piccole imprese che - generalmente - lavorano in appalti o forniture di importi nettamente inferiori a quelli riservati alle attività produttive di dimensione superiore. Senza liquidità numerose piccole e medie imprese non hanno futuro e, paradossalmente, rischiano di chiudere per troppi crediti inesigibili», conclude Mason. Per di più si tratta di un trend che coinvolge anche i ministeri: nel secondo trimestre di quest'anno 8 su 13 hanno pagato in ritardo i propri fornitori. Gli altri 5 non hanno ancora aggiornato l'indice di tempestività dei pagamenti che misura i giorni di ritardo o di anticipo in cui vengono saldati i fornitori rispetto alle scadenze previste dal contratto.
La situazione più difficile è in capo alle attività economiche che hanno lavorato per il ministero dell'Interno: tra aprile e giugno sono state liquidate mediamente con 62 giorni di ritardo. Non è certo una novità. Nel 2014 Matteo Renzi dal salotto di Bruno Vespa si era impegnato a raggiungere a piedi il santuario di Monte Senario se non fosse riuscito a saldare tutti i debiti della Pa. Il santuario è lì al suo posto, i pagamenti furono sbloccati ma solo in parte. Adesso però le cose sono peggiorate dopo il Covid-19. Non è ammissibile che il governo vanti pagamenti che non avvengono e al tempo stesso lasci che le imprese si indebitino per pagare le tasse. Le mirabolanti promesse di Giuseppe Conte, quei 400 miliardi di liquidità alle imprese, sono in realtà meno di 70. Soprattutto non sono capitale, sono debito. Vero, garantito dallo Stato e a tassi praticamente nulli. Ma dovranno essere restituiti. Invece questi 11 miliardi non saldati avrebbero permesso alle Pmi di alleggerire i loro debiti e di essere più efficienti sul mercato.
Va anche riconosciuto che il decreto bollinato l'altra sera e destinato ad andare in Gazzetta nelle prossime ore consente alle imprese di tenere in cassa più soldi. Circa 3,7 miliardi di euro di versamenti fiscali sono stati diluiti in 20 rate, e questo è un gesto distensivo nei confronti di chi produce. È però la sola nota positiva. Il resto - tutte le altre elargizioni - è destinato a coprire la cassa integrazione, gli altri ammortizzatori sociali e tutti i bonus a pioggia. Sui quali è il caso di essere critici. Non tanto per la questione dei cinque parlamentari che ne hanno fatto richiesta nonostante prendano 12.000 euro di stipendio, ma per il fatto che sono troppo parcellizzati e non riusciranno mai a sostenere i consumi. Serviranno infatti interventi mirati per rilanciare i settori, non solo per sostenere chi ha già chiuso i battenti.
Borsa «scudata», Mediobanca no
Dopo un dentro fuori alquanto preoccupante e dopo le pressioni del Copasir, di Lega e Fratelli d'Italia, la norma per proteggere Borsa italiana, tramite il potere di «veto» di Consob, si appresta a diventare legge. Lo prevede il testo definitivo del dl Agosto, bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato. La disposizione è ricomparsa con altra collocazione rispetto al testo originario. La norma, prevista dall'articolo 75 del testo bollinato, relativo alle «Operazioni di concentrazione e salvaguardia della continuità d'impresa», introduce dunque il potere di «veto» dell'Autorità di vigilanza sui mercati, nel caso di passaggio di proprietà di Borsa Italiana, la società che gestisce la piattaforma di scambi di Milano e controlla Mts, il grande mercato dei titoli di Stato, e la piattaforma Eliite, che ha una dote di 1.500 Pmi.
Si tratta chiaramente di una «blindatura», in vista del processo di cessione dell'asset da parte del London Stock Exchange, che ha recentemente confermato la vendita di Borsa per soddisfare gli obblighi antitrust imposti dall'acquisizione di Refinitiv. La cosiddetta «norma anti-scalata» non è nuova nel diritto europeo ed è in uso anche in altri Paesi, come la Spagna e la Gran Bretagna. Il dispositivo stabilisce che la Consob possa valutare preventivamente l'eventuale acquisto di partecipazioni rilevanti nelle società «che determinano una influenza significativa sulla gestione del mercato», nel caso non garantiscano la «gestione sana e prudente». Il testo definitivo del dl Agosto, invece, conferma lo stralcio dell'altra norma che avrebbe toccato Mediobanca. La disposizione in questione, anch'essa oggetto di contestazioni, voleva prevedere uno scudo per un'eventuale scalata a Piazzetta Cuccia, attualmente oggetto di un interesse da parte della Delfin di Leonardo del Vecchio. La holding finanziaria del patron di Luxottica è in attesa del via libera della Bce per salire dal 10% al 20% della merchant bank italiana e, stando ai più recenti rumors, Francoforte dovrebbe rilasciare un via libera «condizionato» all'operazione. Da parte della politica italiana c'è il timore che sblindare Mediobanca possa consentire a investitori esteri di entrare in Generali e spacchettarla. Più complesso è invece capire le posizioni dei partiti sul futuro di Borsa italiana. Il Pd e in generale la sinsitra vorrebbero un ingresso di Cdp assieme ai francesi tramite Euronext. Al contrario la Lega teme che cedere la nostra Borsa a Parigi possa uccidere il comparto delle piccole imprese. Sia sul fronte quotazione sia su quello della consulenza. Unt timore condivisibile. Infine Fratelli d'Italia che possa esserci uno spezzatino della Borsa che sarebbe obiettivamente una soluzione così dispersiva da annullare Piazza Affari. Nel complesso e questo è il motivo di interessamento del Copasir e della nostra intelligence una calata francese a Milano permetterebbe a Parigi di gestire informazioni utili per ampliare il programma francese di prosciugamento del nostro comparto produttivo. Permetterebbe di passare dalle grandi aziende al tessuto delle piccole, tenendole sotto scacco finanziario. La prossima settimana scade l'asta indetta dal Lse e vedremo esattamente chi si farà avanti e quali alleanze si formeranno. A quel punto Consob avrà il pallino.
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A giugno il ministro Roberto Gualtieri annunciò il pagamento degli arretrati della pubblica amministrazione alle aziende creditrici. Si tratta di liquidità cruciale per evitare i fallimenti, ma la burocrazia blocca tutto. Borsa «scudata», Mediobanca no. Nel dl Agosto confermata la norma che garantisce alla Consob il potere di veto sui pretendenti di Piazza Affari. Il 21 le offerte. Sparisce invece l'articolo anti scalate. Lo speciale comprende due articoli. C'è un motivo per il quale il governo va in Parlamento a chiedere di poter sforare il deficit. Perché quei soldi sono degli italiani e l'Aula prima deve dare il parere autorizzativo. Dopo aver approvato le linee di spesa dovrebbe anche controllare (con la conversione del decreto) che tutto fili liscio. Solo che non è sempre così. Il 2 giugno scorso il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, annunciò il pagamento di 12 miliardi di arretrati della Pa. Tutti destinati al saldo della fatture di aziende fornitrici. A occuparsi delle linee di credito per la pubblica amministrazione sarebbe stata Cdp. In due mesi e mezzo solo uno dei 12 miliardi è stato versato, gli altri sono ancora bloccati dalle sabbie mobili della burocrazia. Il decreto Rilancio aveva messo infatti a disposizione delle Aziende sanitarie locali, delle Regioni e degli enti locali i fondi per liquidare i debiti commerciali maturati prima della fine del 2019. Alla data del 7 luglio, termine entro il quale le articolazioni periferiche della Pa dovevano presentare la richiesta di denaro alla Cdp, «sarebbe stato richiesto solo un miliardo», denuncia la Cgia di Mestre. La conferma del flop emerge dal testo del decreto Agosto: con l'articolo 55 il governo riapre i termini per la presentazione della domanda a Cassa depositi e prestiti. Pertanto, Asl, Regioni ed enti locali potranno chiedere l'anticipo di liquidità per pagare i creditori tra il 21 settembre e il 9 ottobre prossimi. «Dalla segnalazione riportata dalla Corte dei Conti», spiega il segretario della Cgia, Renato Mason, «si starebbe consolidando una tendenza in atto da alcuni anni che vede le amministrazioni pubbliche saldare con puntualità le fatture di importo maggiore e ritardare intenzionalmente la liquidazione di quelle di dimensione meno elevate. Una modalità operativa che, ovviamente, penalizzerebbe le piccole imprese che - generalmente - lavorano in appalti o forniture di importi nettamente inferiori a quelli riservati alle attività produttive di dimensione superiore. Senza liquidità numerose piccole e medie imprese non hanno futuro e, paradossalmente, rischiano di chiudere per troppi crediti inesigibili», conclude Mason. Per di più si tratta di un trend che coinvolge anche i ministeri: nel secondo trimestre di quest'anno 8 su 13 hanno pagato in ritardo i propri fornitori. Gli altri 5 non hanno ancora aggiornato l'indice di tempestività dei pagamenti che misura i giorni di ritardo o di anticipo in cui vengono saldati i fornitori rispetto alle scadenze previste dal contratto. La situazione più difficile è in capo alle attività economiche che hanno lavorato per il ministero dell'Interno: tra aprile e giugno sono state liquidate mediamente con 62 giorni di ritardo. Non è certo una novità. Nel 2014 Matteo Renzi dal salotto di Bruno Vespa si era impegnato a raggiungere a piedi il santuario di Monte Senario se non fosse riuscito a saldare tutti i debiti della Pa. Il santuario è lì al suo posto, i pagamenti furono sbloccati ma solo in parte. Adesso però le cose sono peggiorate dopo il Covid-19. Non è ammissibile che il governo vanti pagamenti che non avvengono e al tempo stesso lasci che le imprese si indebitino per pagare le tasse. Le mirabolanti promesse di Giuseppe Conte, quei 400 miliardi di liquidità alle imprese, sono in realtà meno di 70. Soprattutto non sono capitale, sono debito. Vero, garantito dallo Stato e a tassi praticamente nulli. Ma dovranno essere restituiti. Invece questi 11 miliardi non saldati avrebbero permesso alle Pmi di alleggerire i loro debiti e di essere più efficienti sul mercato. Va anche riconosciuto che il decreto bollinato l'altra sera e destinato ad andare in Gazzetta nelle prossime ore consente alle imprese di tenere in cassa più soldi. Circa 3,7 miliardi di euro di versamenti fiscali sono stati diluiti in 20 rate, e questo è un gesto distensivo nei confronti di chi produce. È però la sola nota positiva. Il resto - tutte le altre elargizioni - è destinato a coprire la cassa integrazione, gli altri ammortizzatori sociali e tutti i bonus a pioggia. Sui quali è il caso di essere critici. Non tanto per la questione dei cinque parlamentari che ne hanno fatto richiesta nonostante prendano 12.000 euro di stipendio, ma per il fatto che sono troppo parcellizzati e non riusciranno mai a sostenere i consumi. Serviranno infatti interventi mirati per rilanciare i settori, non solo per sostenere chi ha già chiuso i battenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alle-imprese-promessi-12-miliardi-finora-pero-se-ne-visto-solo-uno-2646987428.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="borsa-scudata-mediobanca-no" data-post-id="2646987428" data-published-at="1597439442" data-use-pagination="False"> Borsa «scudata», Mediobanca no Dopo un dentro fuori alquanto preoccupante e dopo le pressioni del Copasir, di Lega e Fratelli d'Italia, la norma per proteggere Borsa italiana, tramite il potere di «veto» di Consob, si appresta a diventare legge. Lo prevede il testo definitivo del dl Agosto, bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato. La disposizione è ricomparsa con altra collocazione rispetto al testo originario. La norma, prevista dall'articolo 75 del testo bollinato, relativo alle «Operazioni di concentrazione e salvaguardia della continuità d'impresa», introduce dunque il potere di «veto» dell'Autorità di vigilanza sui mercati, nel caso di passaggio di proprietà di Borsa Italiana, la società che gestisce la piattaforma di scambi di Milano e controlla Mts, il grande mercato dei titoli di Stato, e la piattaforma Eliite, che ha una dote di 1.500 Pmi. Si tratta chiaramente di una «blindatura», in vista del processo di cessione dell'asset da parte del London Stock Exchange, che ha recentemente confermato la vendita di Borsa per soddisfare gli obblighi antitrust imposti dall'acquisizione di Refinitiv. La cosiddetta «norma anti-scalata» non è nuova nel diritto europeo ed è in uso anche in altri Paesi, come la Spagna e la Gran Bretagna. Il dispositivo stabilisce che la Consob possa valutare preventivamente l'eventuale acquisto di partecipazioni rilevanti nelle società «che determinano una influenza significativa sulla gestione del mercato», nel caso non garantiscano la «gestione sana e prudente». Il testo definitivo del dl Agosto, invece, conferma lo stralcio dell'altra norma che avrebbe toccato Mediobanca. La disposizione in questione, anch'essa oggetto di contestazioni, voleva prevedere uno scudo per un'eventuale scalata a Piazzetta Cuccia, attualmente oggetto di un interesse da parte della Delfin di Leonardo del Vecchio. La holding finanziaria del patron di Luxottica è in attesa del via libera della Bce per salire dal 10% al 20% della merchant bank italiana e, stando ai più recenti rumors, Francoforte dovrebbe rilasciare un via libera «condizionato» all'operazione. Da parte della politica italiana c'è il timore che sblindare Mediobanca possa consentire a investitori esteri di entrare in Generali e spacchettarla. Più complesso è invece capire le posizioni dei partiti sul futuro di Borsa italiana. Il Pd e in generale la sinsitra vorrebbero un ingresso di Cdp assieme ai francesi tramite Euronext. Al contrario la Lega teme che cedere la nostra Borsa a Parigi possa uccidere il comparto delle piccole imprese. Sia sul fronte quotazione sia su quello della consulenza. Unt timore condivisibile. Infine Fratelli d'Italia che possa esserci uno spezzatino della Borsa che sarebbe obiettivamente una soluzione così dispersiva da annullare Piazza Affari. Nel complesso e questo è il motivo di interessamento del Copasir e della nostra intelligence una calata francese a Milano permetterebbe a Parigi di gestire informazioni utili per ampliare il programma francese di prosciugamento del nostro comparto produttivo. Permetterebbe di passare dalle grandi aziende al tessuto delle piccole, tenendole sotto scacco finanziario. La prossima settimana scade l'asta indetta dal Lse e vedremo esattamente chi si farà avanti e quali alleanze si formeranno. A quel punto Consob avrà il pallino.
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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