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2020-08-15
Alle imprese promessi 12 miliardi. Finora però se n’è visto solo uno
Roberto Gualtieri (Samantha Zucchi/Insidefoto/Mondadori Portfolio via Getty Images)
C'è un motivo per il quale il governo va in Parlamento a chiedere di poter sforare il deficit. Perché quei soldi sono degli italiani e l'Aula prima deve dare il parere autorizzativo. Dopo aver approvato le linee di spesa dovrebbe anche controllare (con la conversione del decreto) che tutto fili liscio. Solo che non è sempre così. Il 2 giugno scorso il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, annunciò il pagamento di 12 miliardi di arretrati della Pa. Tutti destinati al saldo della fatture di aziende fornitrici. A occuparsi delle linee di credito per la pubblica amministrazione sarebbe stata Cdp.
In due mesi e mezzo solo uno dei 12 miliardi è stato versato, gli altri sono ancora bloccati dalle sabbie mobili della burocrazia. Il decreto Rilancio aveva messo infatti a disposizione delle Aziende sanitarie locali, delle Regioni e degli enti locali i fondi per liquidare i debiti commerciali maturati prima della fine del 2019. Alla data del 7 luglio, termine entro il quale le articolazioni periferiche della Pa dovevano presentare la richiesta di denaro alla Cdp, «sarebbe stato richiesto solo un miliardo», denuncia la Cgia di Mestre. La conferma del flop emerge dal testo del decreto Agosto: con l'articolo 55 il governo riapre i termini per la presentazione della domanda a Cassa depositi e prestiti.
Pertanto, Asl, Regioni ed enti locali potranno chiedere l'anticipo di liquidità per pagare i creditori tra il 21 settembre e il 9 ottobre prossimi. «Dalla segnalazione riportata dalla Corte dei Conti», spiega il segretario della Cgia, Renato Mason, «si starebbe consolidando una tendenza in atto da alcuni anni che vede le amministrazioni pubbliche saldare con puntualità le fatture di importo maggiore e ritardare intenzionalmente la liquidazione di quelle di dimensione meno elevate. Una modalità operativa che, ovviamente, penalizzerebbe le piccole imprese che - generalmente - lavorano in appalti o forniture di importi nettamente inferiori a quelli riservati alle attività produttive di dimensione superiore. Senza liquidità numerose piccole e medie imprese non hanno futuro e, paradossalmente, rischiano di chiudere per troppi crediti inesigibili», conclude Mason. Per di più si tratta di un trend che coinvolge anche i ministeri: nel secondo trimestre di quest'anno 8 su 13 hanno pagato in ritardo i propri fornitori. Gli altri 5 non hanno ancora aggiornato l'indice di tempestività dei pagamenti che misura i giorni di ritardo o di anticipo in cui vengono saldati i fornitori rispetto alle scadenze previste dal contratto.
La situazione più difficile è in capo alle attività economiche che hanno lavorato per il ministero dell'Interno: tra aprile e giugno sono state liquidate mediamente con 62 giorni di ritardo. Non è certo una novità. Nel 2014 Matteo Renzi dal salotto di Bruno Vespa si era impegnato a raggiungere a piedi il santuario di Monte Senario se non fosse riuscito a saldare tutti i debiti della Pa. Il santuario è lì al suo posto, i pagamenti furono sbloccati ma solo in parte. Adesso però le cose sono peggiorate dopo il Covid-19. Non è ammissibile che il governo vanti pagamenti che non avvengono e al tempo stesso lasci che le imprese si indebitino per pagare le tasse. Le mirabolanti promesse di Giuseppe Conte, quei 400 miliardi di liquidità alle imprese, sono in realtà meno di 70. Soprattutto non sono capitale, sono debito. Vero, garantito dallo Stato e a tassi praticamente nulli. Ma dovranno essere restituiti. Invece questi 11 miliardi non saldati avrebbero permesso alle Pmi di alleggerire i loro debiti e di essere più efficienti sul mercato.
Va anche riconosciuto che il decreto bollinato l'altra sera e destinato ad andare in Gazzetta nelle prossime ore consente alle imprese di tenere in cassa più soldi. Circa 3,7 miliardi di euro di versamenti fiscali sono stati diluiti in 20 rate, e questo è un gesto distensivo nei confronti di chi produce. È però la sola nota positiva. Il resto - tutte le altre elargizioni - è destinato a coprire la cassa integrazione, gli altri ammortizzatori sociali e tutti i bonus a pioggia. Sui quali è il caso di essere critici. Non tanto per la questione dei cinque parlamentari che ne hanno fatto richiesta nonostante prendano 12.000 euro di stipendio, ma per il fatto che sono troppo parcellizzati e non riusciranno mai a sostenere i consumi. Serviranno infatti interventi mirati per rilanciare i settori, non solo per sostenere chi ha già chiuso i battenti.
Borsa «scudata», Mediobanca no
Dopo un dentro fuori alquanto preoccupante e dopo le pressioni del Copasir, di Lega e Fratelli d'Italia, la norma per proteggere Borsa italiana, tramite il potere di «veto» di Consob, si appresta a diventare legge. Lo prevede il testo definitivo del dl Agosto, bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato. La disposizione è ricomparsa con altra collocazione rispetto al testo originario. La norma, prevista dall'articolo 75 del testo bollinato, relativo alle «Operazioni di concentrazione e salvaguardia della continuità d'impresa», introduce dunque il potere di «veto» dell'Autorità di vigilanza sui mercati, nel caso di passaggio di proprietà di Borsa Italiana, la società che gestisce la piattaforma di scambi di Milano e controlla Mts, il grande mercato dei titoli di Stato, e la piattaforma Eliite, che ha una dote di 1.500 Pmi.
Si tratta chiaramente di una «blindatura», in vista del processo di cessione dell'asset da parte del London Stock Exchange, che ha recentemente confermato la vendita di Borsa per soddisfare gli obblighi antitrust imposti dall'acquisizione di Refinitiv. La cosiddetta «norma anti-scalata» non è nuova nel diritto europeo ed è in uso anche in altri Paesi, come la Spagna e la Gran Bretagna. Il dispositivo stabilisce che la Consob possa valutare preventivamente l'eventuale acquisto di partecipazioni rilevanti nelle società «che determinano una influenza significativa sulla gestione del mercato», nel caso non garantiscano la «gestione sana e prudente». Il testo definitivo del dl Agosto, invece, conferma lo stralcio dell'altra norma che avrebbe toccato Mediobanca. La disposizione in questione, anch'essa oggetto di contestazioni, voleva prevedere uno scudo per un'eventuale scalata a Piazzetta Cuccia, attualmente oggetto di un interesse da parte della Delfin di Leonardo del Vecchio. La holding finanziaria del patron di Luxottica è in attesa del via libera della Bce per salire dal 10% al 20% della merchant bank italiana e, stando ai più recenti rumors, Francoforte dovrebbe rilasciare un via libera «condizionato» all'operazione. Da parte della politica italiana c'è il timore che sblindare Mediobanca possa consentire a investitori esteri di entrare in Generali e spacchettarla. Più complesso è invece capire le posizioni dei partiti sul futuro di Borsa italiana. Il Pd e in generale la sinsitra vorrebbero un ingresso di Cdp assieme ai francesi tramite Euronext. Al contrario la Lega teme che cedere la nostra Borsa a Parigi possa uccidere il comparto delle piccole imprese. Sia sul fronte quotazione sia su quello della consulenza. Unt timore condivisibile. Infine Fratelli d'Italia che possa esserci uno spezzatino della Borsa che sarebbe obiettivamente una soluzione così dispersiva da annullare Piazza Affari. Nel complesso e questo è il motivo di interessamento del Copasir e della nostra intelligence una calata francese a Milano permetterebbe a Parigi di gestire informazioni utili per ampliare il programma francese di prosciugamento del nostro comparto produttivo. Permetterebbe di passare dalle grandi aziende al tessuto delle piccole, tenendole sotto scacco finanziario. La prossima settimana scade l'asta indetta dal Lse e vedremo esattamente chi si farà avanti e quali alleanze si formeranno. A quel punto Consob avrà il pallino.
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A giugno il ministro Roberto Gualtieri annunciò il pagamento degli arretrati della pubblica amministrazione alle aziende creditrici. Si tratta di liquidità cruciale per evitare i fallimenti, ma la burocrazia blocca tutto. Borsa «scudata», Mediobanca no. Nel dl Agosto confermata la norma che garantisce alla Consob il potere di veto sui pretendenti di Piazza Affari. Il 21 le offerte. Sparisce invece l'articolo anti scalate. Lo speciale comprende due articoli. C'è un motivo per il quale il governo va in Parlamento a chiedere di poter sforare il deficit. Perché quei soldi sono degli italiani e l'Aula prima deve dare il parere autorizzativo. Dopo aver approvato le linee di spesa dovrebbe anche controllare (con la conversione del decreto) che tutto fili liscio. Solo che non è sempre così. Il 2 giugno scorso il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, annunciò il pagamento di 12 miliardi di arretrati della Pa. Tutti destinati al saldo della fatture di aziende fornitrici. A occuparsi delle linee di credito per la pubblica amministrazione sarebbe stata Cdp. In due mesi e mezzo solo uno dei 12 miliardi è stato versato, gli altri sono ancora bloccati dalle sabbie mobili della burocrazia. Il decreto Rilancio aveva messo infatti a disposizione delle Aziende sanitarie locali, delle Regioni e degli enti locali i fondi per liquidare i debiti commerciali maturati prima della fine del 2019. Alla data del 7 luglio, termine entro il quale le articolazioni periferiche della Pa dovevano presentare la richiesta di denaro alla Cdp, «sarebbe stato richiesto solo un miliardo», denuncia la Cgia di Mestre. La conferma del flop emerge dal testo del decreto Agosto: con l'articolo 55 il governo riapre i termini per la presentazione della domanda a Cassa depositi e prestiti. Pertanto, Asl, Regioni ed enti locali potranno chiedere l'anticipo di liquidità per pagare i creditori tra il 21 settembre e il 9 ottobre prossimi. «Dalla segnalazione riportata dalla Corte dei Conti», spiega il segretario della Cgia, Renato Mason, «si starebbe consolidando una tendenza in atto da alcuni anni che vede le amministrazioni pubbliche saldare con puntualità le fatture di importo maggiore e ritardare intenzionalmente la liquidazione di quelle di dimensione meno elevate. Una modalità operativa che, ovviamente, penalizzerebbe le piccole imprese che - generalmente - lavorano in appalti o forniture di importi nettamente inferiori a quelli riservati alle attività produttive di dimensione superiore. Senza liquidità numerose piccole e medie imprese non hanno futuro e, paradossalmente, rischiano di chiudere per troppi crediti inesigibili», conclude Mason. Per di più si tratta di un trend che coinvolge anche i ministeri: nel secondo trimestre di quest'anno 8 su 13 hanno pagato in ritardo i propri fornitori. Gli altri 5 non hanno ancora aggiornato l'indice di tempestività dei pagamenti che misura i giorni di ritardo o di anticipo in cui vengono saldati i fornitori rispetto alle scadenze previste dal contratto. La situazione più difficile è in capo alle attività economiche che hanno lavorato per il ministero dell'Interno: tra aprile e giugno sono state liquidate mediamente con 62 giorni di ritardo. Non è certo una novità. Nel 2014 Matteo Renzi dal salotto di Bruno Vespa si era impegnato a raggiungere a piedi il santuario di Monte Senario se non fosse riuscito a saldare tutti i debiti della Pa. Il santuario è lì al suo posto, i pagamenti furono sbloccati ma solo in parte. Adesso però le cose sono peggiorate dopo il Covid-19. Non è ammissibile che il governo vanti pagamenti che non avvengono e al tempo stesso lasci che le imprese si indebitino per pagare le tasse. Le mirabolanti promesse di Giuseppe Conte, quei 400 miliardi di liquidità alle imprese, sono in realtà meno di 70. Soprattutto non sono capitale, sono debito. Vero, garantito dallo Stato e a tassi praticamente nulli. Ma dovranno essere restituiti. Invece questi 11 miliardi non saldati avrebbero permesso alle Pmi di alleggerire i loro debiti e di essere più efficienti sul mercato. Va anche riconosciuto che il decreto bollinato l'altra sera e destinato ad andare in Gazzetta nelle prossime ore consente alle imprese di tenere in cassa più soldi. Circa 3,7 miliardi di euro di versamenti fiscali sono stati diluiti in 20 rate, e questo è un gesto distensivo nei confronti di chi produce. È però la sola nota positiva. Il resto - tutte le altre elargizioni - è destinato a coprire la cassa integrazione, gli altri ammortizzatori sociali e tutti i bonus a pioggia. Sui quali è il caso di essere critici. Non tanto per la questione dei cinque parlamentari che ne hanno fatto richiesta nonostante prendano 12.000 euro di stipendio, ma per il fatto che sono troppo parcellizzati e non riusciranno mai a sostenere i consumi. Serviranno infatti interventi mirati per rilanciare i settori, non solo per sostenere chi ha già chiuso i battenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alle-imprese-promessi-12-miliardi-finora-pero-se-ne-visto-solo-uno-2646987428.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="borsa-scudata-mediobanca-no" data-post-id="2646987428" data-published-at="1597439442" data-use-pagination="False"> Borsa «scudata», Mediobanca no Dopo un dentro fuori alquanto preoccupante e dopo le pressioni del Copasir, di Lega e Fratelli d'Italia, la norma per proteggere Borsa italiana, tramite il potere di «veto» di Consob, si appresta a diventare legge. Lo prevede il testo definitivo del dl Agosto, bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato. La disposizione è ricomparsa con altra collocazione rispetto al testo originario. La norma, prevista dall'articolo 75 del testo bollinato, relativo alle «Operazioni di concentrazione e salvaguardia della continuità d'impresa», introduce dunque il potere di «veto» dell'Autorità di vigilanza sui mercati, nel caso di passaggio di proprietà di Borsa Italiana, la società che gestisce la piattaforma di scambi di Milano e controlla Mts, il grande mercato dei titoli di Stato, e la piattaforma Eliite, che ha una dote di 1.500 Pmi. Si tratta chiaramente di una «blindatura», in vista del processo di cessione dell'asset da parte del London Stock Exchange, che ha recentemente confermato la vendita di Borsa per soddisfare gli obblighi antitrust imposti dall'acquisizione di Refinitiv. La cosiddetta «norma anti-scalata» non è nuova nel diritto europeo ed è in uso anche in altri Paesi, come la Spagna e la Gran Bretagna. Il dispositivo stabilisce che la Consob possa valutare preventivamente l'eventuale acquisto di partecipazioni rilevanti nelle società «che determinano una influenza significativa sulla gestione del mercato», nel caso non garantiscano la «gestione sana e prudente». Il testo definitivo del dl Agosto, invece, conferma lo stralcio dell'altra norma che avrebbe toccato Mediobanca. La disposizione in questione, anch'essa oggetto di contestazioni, voleva prevedere uno scudo per un'eventuale scalata a Piazzetta Cuccia, attualmente oggetto di un interesse da parte della Delfin di Leonardo del Vecchio. La holding finanziaria del patron di Luxottica è in attesa del via libera della Bce per salire dal 10% al 20% della merchant bank italiana e, stando ai più recenti rumors, Francoforte dovrebbe rilasciare un via libera «condizionato» all'operazione. Da parte della politica italiana c'è il timore che sblindare Mediobanca possa consentire a investitori esteri di entrare in Generali e spacchettarla. Più complesso è invece capire le posizioni dei partiti sul futuro di Borsa italiana. Il Pd e in generale la sinsitra vorrebbero un ingresso di Cdp assieme ai francesi tramite Euronext. Al contrario la Lega teme che cedere la nostra Borsa a Parigi possa uccidere il comparto delle piccole imprese. Sia sul fronte quotazione sia su quello della consulenza. Unt timore condivisibile. Infine Fratelli d'Italia che possa esserci uno spezzatino della Borsa che sarebbe obiettivamente una soluzione così dispersiva da annullare Piazza Affari. Nel complesso e questo è il motivo di interessamento del Copasir e della nostra intelligence una calata francese a Milano permetterebbe a Parigi di gestire informazioni utili per ampliare il programma francese di prosciugamento del nostro comparto produttivo. Permetterebbe di passare dalle grandi aziende al tessuto delle piccole, tenendole sotto scacco finanziario. La prossima settimana scade l'asta indetta dal Lse e vedremo esattamente chi si farà avanti e quali alleanze si formeranno. A quel punto Consob avrà il pallino.
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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