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2020-06-07
La scuola riaprirà
con 27.000 prof in meno
Studenti a Wuhan (Ansa)
Peter Pan è un bambino che non vuole crescere e vive sull'Isola che non c'è insieme al gruppo dei Bimbi sperduti. Spesso si reca nel mondo reale per incontrare altri coetanei, come Wendy e i suoi fratelli, che decide di portare sull'isola. Ecco, il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, sembra un po' Peter Pan che a settembre, insieme al governo degli «sperduti», vuol riportare tutti i bimbi e ragazzi italiani in una scuola che non c'è. Facendoli crescere in un'isola di plexiglass.
Purtroppo non è una favola. Ieri la Camera ha dato il via libera definitivo al decreto Scuola con 245 voti favorevoli, 122 contrari, nessun astenuto (ma molti assenti). «È un provvedimento nato in piena emergenza che consente di chiudere regolarmente l'anno scolastico», dice Azzolina. Ma passata l'estate cosa succederà? «Ora definiamo le linee guida per riportare gli studenti a scuola in presenza e in sicurezza». Insomma, un grande boh che lascia nell'incertezza tutti: famiglie, studenti, docenti, presidi. Nessuno ha ancora capito come e quando si potrà tornare a scuola. Dietro a plexiglass e visiere non si vedono gli investimenti. Il decreto fornisce solo una scarna cornice normativa per lo svolgimento degli esami di Stato finali di quest'anno e per la valutazione finale delle studentesse e degli studenti. In particolare, l'esame di Stato del primo ciclo coincide con la valutazione finale da parte del Consiglio di classe, che terrà conto anche di un elaborato consegnato e discusso online dagli alunni. Mentre per la maturità è prevista la sola prova orale in presenza. Alla scuola primaria, dal prossimo anno scolastico torneranno i giudizi descrittivi, al posto dei voti in decimi. Come funzioneranno? Non si sa. Una successiva ordinanza del ministero dell'Istruzione darà alle scuole indicazioni operative. Non solo. Per ripartire consentendo il necessario distanziamento sociale servono strutture adeguate che non ci sono. Ma sul fronte dell'edilizia scolastica l'unico provvedimento è quello di passare il cerino nelle mani dei sindaci che fino al 31 dicembre «potranno operare con poteri commissariali». Senza però garantire le risorse. Armiamoci e partite.
«Il messaggio di questo decreto è chiaro: scordatevi risorse per nuovi spazi e stabilizzazione docenti, fondamentali per una didattica in sicurezza all'altezza della situazione», attacca il senatore Mario Pittoni, presidente della commissione Cultura e responsabile Istruzione della Lega. «Il prossimo anno scolastico partirà con zero assunzioni a tempo indeterminato. Anzi, 27.000 insegnati di ruolo in meno a seguito dei pensionamenti, che porteranno il totale dei supplenti oltre quota 200.000. Il contrario dell'impegno preso su nostra sollecitazione da esponenti della quasi totalità delle forze politiche di garantire tutti gli insegnanti titolari in cattedra il prossimo settembre, per affrontare la crisi pandemica, a partire dalla necessità di sdoppiare le classi per consentire i distanziamenti. Fa rabbia pensare che la soluzione per superare il precariato ci sarebbe e sta nella nostra proposta di assunzione da graduatorie, già utilizzata per le cosiddette Gae. Per il prossimo anno scolastico servirebbero non meno di 100.000 assunzioni. Così invece il risultato, se va bene, sarà arrivare l'anno dopo coprendo non più del 10-20% del necessario».
Su precari e supplenti il decreto si limita a cambiare il concorso straordinario per l'ingresso nella scuola secondaria di I e II grado. I docenti non sosterranno più una prova a crocette, ma con quesiti a risposta aperta, sempre al computer. La prova sarà diversa per ciascuna classe. Il bando di concorso, già pubblicato a fine aprile, sarà modificato e le prove si svolgeranno appena le condizioni epidemiologiche lo consentiranno. Ai vincitori immessi in ruolo nel 2021/2022 che rientrano nella quota di posti destinati all'anno scolastico 2020/2021 sarà riconosciuta la decorrenza giuridica del contratto dal primo settembre. Quanto ai supplenti, l'uovo di Colombo di Azzolina è solo far diventare le graduatorie provinciali e digitali (come, per altro, era già previsto dal decreto Scuola di dicembre). Con il rischio di non arrivare in tempo per gli aggiornamenti. Saranno gli uffici territoriali del ministero a seguire il processo e assegnare le supplenze. A uscire dal cilindro del decreto c'è infine un Tavolo di confronto presieduto dallo stesso ministro Azzolina per avviare «con periodicità percorsi abilitanti» per diventare insegnanti. Percorsi che però sono stati già collaudati con successo nel 2013. Intanto, nessun concorso. Nessuna stabilizzazione per i precari della scuola. Zero.
«La situazione della scuola italiana, e più in generale della cultura, è talmente drammatica che questi provvedimenti, che paiono poco meditati, rischiano di togliere speranze anche per il futuro», commenta l'avvocato Andrea Mascetti, presidente della commissione Arte e Cultura di Fondazione Cariplo. «Questo o un prossimo governo pensi piuttosto a defiscalizzare in modo serio o almeno dignitoso gli interventi per rilanciare un settore che potremmo definire spirituale prima ancora che socio economico».
Decreto approvato tra le assenze. Salvini: «Azzolina disastrosa»
La lunga e incandescente maratona sul decreto Scuola si è conclusa ieri a mezzogiorno, con l'approvazione da parte della Camera dei deputati: il fiume di dichiarazioni di voto, espediente parlamentare di Lega e FdI per allungare i tempi della discussione di un provvedimento che, in mancanza di un via libera di Montecitorio entro ieri, sarebbe decaduto, era terminato alle 3 di notte. Il risultato finale della votazione, 245 voti favorevoli e 122 contrari, fa imbestialire il Pd: tantissime le assenze nella maggioranza, che quando si era trattato di votare la fiducia sullo stesso decreto aveva raggiunto quota 305. Nel dettaglio, gli assenti non in missione del M5s sono risultati 31; quelli del Pd 19; quelli di Iv nove e uno di Leu. Ben 36 gli assenti del gruppo misto. Per quel che riguarda l'opposizione, 35 gli assenti della lega, 70 quelli di Forza Italia, 21 di FdI.
Tra i punti principali del decreto, la regolamentazione dell'esame di Stato di quest'anno, segnato dall'emergenza coronavirus: quello del primo ciclo coincide con la valutazione finale da parte del Consiglio di classe, che terrà conto anche di un elaborato consegnato e discusso online dagli studenti, mentre per il secondo ciclo è prevista la sola prova orale in presenza; alla scuola primaria, dal prossimo anno scolastico, vanno in soffitta i voti in decimi e tornano i giudizi descrittivi; per quel che riguarda gli interventi di edilizia scolastica, fino al 31 dicembre 2020 i sindaci e i presidenti delle Province e delle Città metropolitane potranno operare con poteri commissariali; previste maggiori tutele per gli studenti con disabilità; cambia il concorso straordinario per l'ingresso nella scuola secondaria di primo e secondo grado: i docenti che hanno i requisiti per partecipare non sosterranno più una prova a crocette, ma una prova con quesiti a risposta aperta, sempre al computer; le graduatorie dei supplenti saranno aggiornate, ma anche provincializzate e digitalizzate.
In ogni caso, il via libera al decreto non frena le critiche dell'opposizione. Il leader della lega e del centrodestra, Matteo Salvini, durante la notte delle dichiarazioni di voto, scrive su Facebook: «Seconda maratona notturna dei deputati della Lega contro il decreto Scuola, impegnati in Aula da due giorni consecutivi per smascherare un governo imbarazzante e un ministro», aggiunge Salvini, «disastroso nella gestione della ripartenza delle scuole italiane». «Che la Azzolina sia ministro della scuola», aggiunge qualche ora dopo, in riferimento ai gabbiotti in plexiglass che il ministro vorrebbe introdurre per separare gli studenti in aula, «è un insulto per insegnanti, studenti, presidi e famiglie».
«La maggioranza», riflette la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «applaude se stessa in aula dopo l'approvazione del decreto Azzolina, ma la verità è un'altra: sul nuovo anno scolastico regna l'incertezza più assoluta e studenti, famiglie e docenti sono abbandonati a se stessi. Conte si riempie la bocca con le parole dialogo e confronto ma in parlamento la sua maggioranza ha bocciato tutte le proposte di FdI sulla stabilizzazione dei precari e dei docenti di sostegno, sulla tutela delle scuole paritarie», aggiunge la Meloni, «sull'edilizia scolastica e sulle misure necessarie per riaprire le scuole in sicurezza con l'adozione di precisi protocolli». «L'approvazione definitiva del decreto scuola», ragiona la vicepresidente dei senatori di Forza Italia, Licia Ronzulli, «segna la pagina più buia del sistema formativo italiano. Si tratta di un decreto che scontenta tutti: gli studenti e le loro famiglie che ancora non hanno capito come e quando si ritornerà a scuola, gli insegnanti, i presidi, il personale Ata e i sindacati, tutti arrogantemente ignorati dal governo e dalla maggioranza».
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Per tornare a scuola in sicurezza basta aumentare le classi reclutando più insegnanti: ma i loculi di plastica costano di meno. Il leghista Mario Pittoni: «L'anno prossimo avremo ben 27.000 contratti indeterminati in meno, i supplenti supereranno i 200.000».Decreto approvato tra le assenze. Matteo Salvini: «Azzolina disastrosa». Malumore del Pd per i parlamentari della maggioranza non presenti al voto di ieri.Lo speciale comprende due articoli. Peter Pan è un bambino che non vuole crescere e vive sull'Isola che non c'è insieme al gruppo dei Bimbi sperduti. Spesso si reca nel mondo reale per incontrare altri coetanei, come Wendy e i suoi fratelli, che decide di portare sull'isola. Ecco, il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, sembra un po' Peter Pan che a settembre, insieme al governo degli «sperduti», vuol riportare tutti i bimbi e ragazzi italiani in una scuola che non c'è. Facendoli crescere in un'isola di plexiglass. Purtroppo non è una favola. Ieri la Camera ha dato il via libera definitivo al decreto Scuola con 245 voti favorevoli, 122 contrari, nessun astenuto (ma molti assenti). «È un provvedimento nato in piena emergenza che consente di chiudere regolarmente l'anno scolastico», dice Azzolina. Ma passata l'estate cosa succederà? «Ora definiamo le linee guida per riportare gli studenti a scuola in presenza e in sicurezza». Insomma, un grande boh che lascia nell'incertezza tutti: famiglie, studenti, docenti, presidi. Nessuno ha ancora capito come e quando si potrà tornare a scuola. Dietro a plexiglass e visiere non si vedono gli investimenti. Il decreto fornisce solo una scarna cornice normativa per lo svolgimento degli esami di Stato finali di quest'anno e per la valutazione finale delle studentesse e degli studenti. In particolare, l'esame di Stato del primo ciclo coincide con la valutazione finale da parte del Consiglio di classe, che terrà conto anche di un elaborato consegnato e discusso online dagli alunni. Mentre per la maturità è prevista la sola prova orale in presenza. Alla scuola primaria, dal prossimo anno scolastico torneranno i giudizi descrittivi, al posto dei voti in decimi. Come funzioneranno? Non si sa. Una successiva ordinanza del ministero dell'Istruzione darà alle scuole indicazioni operative. Non solo. Per ripartire consentendo il necessario distanziamento sociale servono strutture adeguate che non ci sono. Ma sul fronte dell'edilizia scolastica l'unico provvedimento è quello di passare il cerino nelle mani dei sindaci che fino al 31 dicembre «potranno operare con poteri commissariali». Senza però garantire le risorse. Armiamoci e partite. «Il messaggio di questo decreto è chiaro: scordatevi risorse per nuovi spazi e stabilizzazione docenti, fondamentali per una didattica in sicurezza all'altezza della situazione», attacca il senatore Mario Pittoni, presidente della commissione Cultura e responsabile Istruzione della Lega. «Il prossimo anno scolastico partirà con zero assunzioni a tempo indeterminato. Anzi, 27.000 insegnati di ruolo in meno a seguito dei pensionamenti, che porteranno il totale dei supplenti oltre quota 200.000. Il contrario dell'impegno preso su nostra sollecitazione da esponenti della quasi totalità delle forze politiche di garantire tutti gli insegnanti titolari in cattedra il prossimo settembre, per affrontare la crisi pandemica, a partire dalla necessità di sdoppiare le classi per consentire i distanziamenti. Fa rabbia pensare che la soluzione per superare il precariato ci sarebbe e sta nella nostra proposta di assunzione da graduatorie, già utilizzata per le cosiddette Gae. Per il prossimo anno scolastico servirebbero non meno di 100.000 assunzioni. Così invece il risultato, se va bene, sarà arrivare l'anno dopo coprendo non più del 10-20% del necessario».Su precari e supplenti il decreto si limita a cambiare il concorso straordinario per l'ingresso nella scuola secondaria di I e II grado. I docenti non sosterranno più una prova a crocette, ma con quesiti a risposta aperta, sempre al computer. La prova sarà diversa per ciascuna classe. Il bando di concorso, già pubblicato a fine aprile, sarà modificato e le prove si svolgeranno appena le condizioni epidemiologiche lo consentiranno. Ai vincitori immessi in ruolo nel 2021/2022 che rientrano nella quota di posti destinati all'anno scolastico 2020/2021 sarà riconosciuta la decorrenza giuridica del contratto dal primo settembre. Quanto ai supplenti, l'uovo di Colombo di Azzolina è solo far diventare le graduatorie provinciali e digitali (come, per altro, era già previsto dal decreto Scuola di dicembre). Con il rischio di non arrivare in tempo per gli aggiornamenti. Saranno gli uffici territoriali del ministero a seguire il processo e assegnare le supplenze. A uscire dal cilindro del decreto c'è infine un Tavolo di confronto presieduto dallo stesso ministro Azzolina per avviare «con periodicità percorsi abilitanti» per diventare insegnanti. Percorsi che però sono stati già collaudati con successo nel 2013. Intanto, nessun concorso. Nessuna stabilizzazione per i precari della scuola. Zero. «La situazione della scuola italiana, e più in generale della cultura, è talmente drammatica che questi provvedimenti, che paiono poco meditati, rischiano di togliere speranze anche per il futuro», commenta l'avvocato Andrea Mascetti, presidente della commissione Arte e Cultura di Fondazione Cariplo. «Questo o un prossimo governo pensi piuttosto a defiscalizzare in modo serio o almeno dignitoso gli interventi per rilanciare un settore che potremmo definire spirituale prima ancora che socio economico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alle-assunzioni-preferiscono-il-plexiglass-2646161756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="decreto-approvato-tra-le-assenze-salvini-azzolina-disastrosa" data-post-id="2646161756" data-published-at="1591468279" data-use-pagination="False"> Decreto approvato tra le assenze. Salvini: «Azzolina disastrosa» La lunga e incandescente maratona sul decreto Scuola si è conclusa ieri a mezzogiorno, con l'approvazione da parte della Camera dei deputati: il fiume di dichiarazioni di voto, espediente parlamentare di Lega e FdI per allungare i tempi della discussione di un provvedimento che, in mancanza di un via libera di Montecitorio entro ieri, sarebbe decaduto, era terminato alle 3 di notte. Il risultato finale della votazione, 245 voti favorevoli e 122 contrari, fa imbestialire il Pd: tantissime le assenze nella maggioranza, che quando si era trattato di votare la fiducia sullo stesso decreto aveva raggiunto quota 305. Nel dettaglio, gli assenti non in missione del M5s sono risultati 31; quelli del Pd 19; quelli di Iv nove e uno di Leu. Ben 36 gli assenti del gruppo misto. Per quel che riguarda l'opposizione, 35 gli assenti della lega, 70 quelli di Forza Italia, 21 di FdI. Tra i punti principali del decreto, la regolamentazione dell'esame di Stato di quest'anno, segnato dall'emergenza coronavirus: quello del primo ciclo coincide con la valutazione finale da parte del Consiglio di classe, che terrà conto anche di un elaborato consegnato e discusso online dagli studenti, mentre per il secondo ciclo è prevista la sola prova orale in presenza; alla scuola primaria, dal prossimo anno scolastico, vanno in soffitta i voti in decimi e tornano i giudizi descrittivi; per quel che riguarda gli interventi di edilizia scolastica, fino al 31 dicembre 2020 i sindaci e i presidenti delle Province e delle Città metropolitane potranno operare con poteri commissariali; previste maggiori tutele per gli studenti con disabilità; cambia il concorso straordinario per l'ingresso nella scuola secondaria di primo e secondo grado: i docenti che hanno i requisiti per partecipare non sosterranno più una prova a crocette, ma una prova con quesiti a risposta aperta, sempre al computer; le graduatorie dei supplenti saranno aggiornate, ma anche provincializzate e digitalizzate. In ogni caso, il via libera al decreto non frena le critiche dell'opposizione. Il leader della lega e del centrodestra, Matteo Salvini, durante la notte delle dichiarazioni di voto, scrive su Facebook: «Seconda maratona notturna dei deputati della Lega contro il decreto Scuola, impegnati in Aula da due giorni consecutivi per smascherare un governo imbarazzante e un ministro», aggiunge Salvini, «disastroso nella gestione della ripartenza delle scuole italiane». «Che la Azzolina sia ministro della scuola», aggiunge qualche ora dopo, in riferimento ai gabbiotti in plexiglass che il ministro vorrebbe introdurre per separare gli studenti in aula, «è un insulto per insegnanti, studenti, presidi e famiglie». «La maggioranza», riflette la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «applaude se stessa in aula dopo l'approvazione del decreto Azzolina, ma la verità è un'altra: sul nuovo anno scolastico regna l'incertezza più assoluta e studenti, famiglie e docenti sono abbandonati a se stessi. Conte si riempie la bocca con le parole dialogo e confronto ma in parlamento la sua maggioranza ha bocciato tutte le proposte di FdI sulla stabilizzazione dei precari e dei docenti di sostegno, sulla tutela delle scuole paritarie», aggiunge la Meloni, «sull'edilizia scolastica e sulle misure necessarie per riaprire le scuole in sicurezza con l'adozione di precisi protocolli». «L'approvazione definitiva del decreto scuola», ragiona la vicepresidente dei senatori di Forza Italia, Licia Ronzulli, «segna la pagina più buia del sistema formativo italiano. Si tratta di un decreto che scontenta tutti: gli studenti e le loro famiglie che ancora non hanno capito come e quando si ritornerà a scuola, gli insegnanti, i presidi, il personale Ata e i sindacati, tutti arrogantemente ignorati dal governo e dalla maggioranza».
Donald Trump (Ansa)
Lo Stretto di Hormuz resta al centro delle preoccupazioni di Donald Trump. Ieri, durante un’intervista a Fox News, il presidente americano ha detto che, in caso di necessità, potrebbe inviare delle scorte armate a difesa delle navi nell’area. «Lo faremmo se necessario. Ma, sapete, speriamo che le cose vadano per il meglio. Vedremo cosa succederà», ha affermato. «Li colpiremo duramente la prossima settimana», ha aggiunto, esortando anche le navi mercantili a «tirare fuori le palle e ad attraversare» lo Stretto.
Nel corso dell’intervista, oltre dire che la guerra finirà «quando se lo sentirà nelle ossa», ha anche ammesso che sia difficile per il popolo iraniano rovesciare il regime khomeinista. «Penso davvero che sia un grosso ostacolo da superare per chi non possiede armi. Penso che sia un ostacolo molto grande... Accadrà, ma... forse non immediatamente», ha affermato, per poi aggiungere di ritenere che Vladimir Putin stia assistendo l’Iran nel conflitto. «Penso che forse stia aiutando l’Iran un po’, sì, immagino. E probabilmente lui pensa che noi stiamo aiutando l’Ucraina, giusto?». Più o meno nelle stesse ore, in un post su Truth, il presidente americano minacciava il regime khomeinista, scrivendo: «Abbiamo una potenza di fuoco senza pari, munizioni illimitate e un sacco di tempo: guardate cosa succederà oggi a queste canaglie squilibrate».
Sempre ieri, a intervenire sul conflitto in Iran è stato anche il capo del Pentagono, Pete Hegseth, secondo cui gli Stati Uniti stanno «decimando l’esercito del regime iraniano in modi mai visti prima». «L’Iran non ha difese aeree, l’Iran non ha un’aeronautica militare, l’Iran non ha una marina militare. I loro missili, i lanciatori di missili e i droni vengono distrutti o abbattuti», ha proseguito, sostenendo inoltre che Teheran non sarebbe ormai più in grado di realizzare missili balistici. Hegseth ha anche affermato che la nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «ferito e probabilmente sfigurato». Il capo del Pentagono ha infine ostentato ottimismo sulla situazione a Hormuz. «È una questione che stiamo affrontando, che abbiamo già affrontato, e non dovete preoccuparvi», ha detto.
A testimoniare la centralità del dossier, su Hormuz si è espresso anche il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine. «Si tratta di un contesto tatticamente complesso. Prima di pensare di effettuare qualsiasi operazione su larga scala in quella zona, vogliamo assicurarci di svolgere il lavoro in conformità con i nostri attuali obiettivi militari», ha dichiarato, mentre la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha seccamente bollato come «spazzatura» un articolo della Cnn secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe sottovalutato l’eventualità che il regime di Teheran potesse chiudere Hormuz.
In questo quadro, sempre ieri, il Wall Street Journal riferiva che «il Pentagono sta inviando ulteriori marines e navi da guerra in Medio Oriente a seguito dell’intensificarsi degli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz». In totale, sarebbero pronti a partire per il Medio Oriente 2.200 marines, oltre a 10.000 intercettori. Più in generale, secondo The Hill, l’esitazione americana nasce dal fatto che, nello Stretto, le navi da guerra di Washington potrebbero essere oggetto di attacchi di droni e missili balistici iraniani. «La difficoltà nel proteggere le petroliere e le altre navi nello Stretto risiede nella sua strettezza. Nel punto più stretto, misura solo 21 miglia da costa a costa, lasciando alle imbarcazioni poco margine di manovra per evitare le mine piazzate dall’Iran o i missili e i razzi lanciati dalle rive», ha altresì sottolineato la testata.
Non è un mistero che i pasdaran puntino a far leva su Hormuz per mettere politicamente in difficoltà Trump. L’aumento del prezzo del petrolio ha già portato a un considerevole rincaro della benzina negli Stati Uniti, creando così una situazione assai scivolosa per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre. Tutto questo, mentre ieri, replicando a Hegseth, il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano (nonché ex comandante delle Guardie della rivoluzione), Ali Larijani, accusava la leadership americana di essere stata «sull’isola di Epstein». E così l’inquilino della Casa Bianca sta approntando delle contromosse: sbloccherà 172 milioni di barili delle riserve americane, attendendosi inoltre che le compagnie petrolifere nazionali aumentino la produzione. Tra l’altro, ieri, parlando con Fox News, Trump ha confermato di considerare una sospensione provvisoria del Jones Act: il che consentirebbe di diminuire i costi del trasporto di greggio tra porti statunitensi. È del resto sempre in quest’ottica che Washington ha allentato temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, irritando Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz. Al contempo, il Dipartimento di Stato americano ha offerto fino a 10 milioni di dollari per chi fornisca informazioni sui vertici dei pasdaran: l’amministrazione Trump sa infatti bene che l’apparato delle Guardie della rivoluzione rappresenta il principale scoglio da affrontare. Nel frattempo, Centcom ha confermato che sei soldati americani sono morti a seguito dello schianto di un aereo cisterna in Iraq.
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Con uno dei colpi di teatro cui ha abituato l’economia globale, Donald Trump ha deciso di concedere una deroga di 30 giorni alle sanzioni sul petrolio russo rimasto bloccato in mare. In altre parole: per un mese quei carichi possono essere consegnati, venduti e scaricati. La licenza riguarda il greggio caricato su navi entro il 12 marzo e resterà valida fino alla mezzanotte dell’11 aprile (ora di Washington).
Nel tentativo di evitare dietrologie (Trump che corre in soccorso di Putin), il segretario al Tesoro, Scott Bessent, la presenta come una misura chirurgica: limitata e temporanea. Un balsamo per curare le lacerazione provocate dalla guerra. Della serie, con il petrolio sopra 100 dollari, qualcuno deve pur tirare il freno. E il freno, in questo caso, sono le petroliere russe. La disponibilità delle riserve strategiche non è servito a nulla. Se i governi intaccano il patrimonio d’emergenza, ha ragionato il mercato, vuol dire che la situazione è grave. Così Trump prova con i barili del Cremlino. Secondo l’inviato presidenziale di Mosca, Kirill Dmitriev, la deroga potrebbe sbloccare circa 100 milioni di barili di greggio al giorno. Una cifra enorme ma non risolutiva perché equivale alla produzione mondiale di un giorno. Una toppa. Resta il fatto che le rotte marine traboccano di petrolio in attesa di destinazione: 7,3 milioni di barili stoccati su piattaforme galleggianti e 148,6 milioni su navi in transito, secondo i dati citati da Reuters. E non finisce qui. Sulle piattaforme galleggianti ci sono anche 420.000 tonnellate di gasolio e diesel. Un parcheggio sul mare che sembra un’autostrada. Dentro questa geografia c’è anche la «flotta ombra». Secondo un rapporto del Center for strategic and international studies, Mosca dispone di 435 petroliere impegnate ad aggirare le sanzioni. Trasportano circa 3,7 milioni di barili al giorno, cioè il 65% del commercio marittimo di petrolio russo, generando tra 87 e 100 miliardi di dollari l’anno. Insomma, mentre l’Occidente discute di embargo, il barile di Mosca non ha smesso di navigare camuffandosi con le insegne pirata.
A trarre beneficio immediato dalla decisione americana saranno soprattutto i mercati asiatici. Del resto i grandi clienti di Mosca sono già Cina e India, che non hanno mai mostrato un entusiasmo particolare per le sanzioni occidentali.
Washington, tra l’altro, aveva già concesso una prima deroga il 5 marzo, consentendo proprio all’India di acquistare petrolio russo bloccato in mare.
Il messaggio è chiaro: quando il mercato si surriscalda, l’ideologia va messa da parte. La priorità è il prezzo della benzina.
Naturalmente a Bruxelles la mossa non è stata accolta con applausi. Anzi. Le critiche sono arrivate a raffica.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky , ha parlato di una decisione che frutterà alla Russia circa 10 miliardi di dollari. Sono risorse che alimenteranno la macchina bellica.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha ricordato che la linea del G7 è sempre stata quella della «massima pressione economica» su Mosca. Traduzione: le sanzioni non si toccano.
Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, si interroga, perfidamente, sulle ragioni che hanno spinto Washington a cambiare atteggiamento.
Il punto però è che i mercati energetici funzionano con parametri molto meno ideologici dei comunicati ufficiali.
Se il petrolio sale troppo, qualcuno aumenta l’offerta. Se l’offerta aumenta, il prezzo scende. È la legge aurea del mercato che resiste persino alla diplomazia europea.
Così mentre Bruxelles discute di coerenza strategica, il Brent sale e le Borse scendono. Il mercato, insomma, fa quello che ha sempre fatto: risponde ai barili, non alle dichiarazioni. C’è poi un piccolo paradosso che a Bruxelles si preferisce non sottolineare troppo. L’Europa chiede di mantenere le sanzioni contro Mosca, ma allo stesso tempo teme il prezzo dell’energia. Un equilibrio delicato: punire il petrolio russo senza far salire troppo le quotazioni mondiali- Una quadratura del cerchio che, finora, non è mai riuscita a nessuno. Trump ha scelto la via più semplice: sbloccare temporaneamente il greggio e raffreddare il mercato. Magari non è elegante dal punto di vista geopolitico, ma funziona dal punto di vista dei prezzi. Nel capitalismo energetico globale, come sanno bene i trader di Chicago e Singapore, alla fine conta soprattutto quello: il prezzo del barile. Il resto - indignazioni, comunicati, vertici straordinari - è solo rumore di fondo.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
«L’ingiustificabile attacco a Erbil». Così lo definisce il premier Giorgia Meloni che si stringe ai francesi per la scomparsa del loro militare avvicina il governo italiano a quello di Parigi come non succedeva da tempo. «Alla sua famiglia e alle autorità francesi va la nostra vicinanza in questo momento di dolore» spiega la Meloni, rivolgendo «un pensiero di pronta guarigione agli altri militari feriti, nell’auspicio di un rapido e completo recupero. L’Italia, al fianco dei partner internazionali, inclusi i Paesi del Golfo maggiormente colpiti, resta fermamente impegnata nel promuovere un allentamento della tensione». E infine conclude: «Continueremo a lavorare con determinazione affinché la pace e la stabilità nella regione siano ristabilite».
Una morte che ha ferito l’Europa intera e su cui si è espresso anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivolgendosi all’omologo francese e alle sue forze armate. «A nome mio e di tutta la Difesa italiana esprimo vicinanza al ministro della Difesa francese e alle forze armate francesi per il grave attacco subito a Erbil». Poi aggiunto: «Alla famiglia del soldato caduto giungano il mio più sincero cordoglio e la mia solidarietà. Ai militari feriti, l’augurio di pronta e completa guarigione».
Crosetto, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha parlato dei rischi a cui vanno incontro i nostri soldati: «I nostri militari sanno sempre di correre rischi quando sono in missione. Sono militari. Lo erano anche prima e lo sono sempre. Ce ne accorgiamo solo quando accade qualcosa. Il rischio dipende da dove e per cosa le nostre forze sono dislocate. Per quanto riguarda Erbil, dove è stata attaccata una base della coalizione, avevamo già iniziato una riduzione del personale civile e militare. Una parte è stata spostata, 102 persone sono tornate in Italia, 75 in Giordania, per i restanti si sta organizzando uno spostamento via terra per tornare in Italia perché nell’intera zona non si può volare. Il mio primo assillo è la messa in sicurezza di tutti. Per le altre missioni è diverso»
Si riferisce al Libano, Crosetto: «Lì ci sono 1.300 persone, è in atto una valutazione costante per monitorare con l’autorità libanese, le Nazioni Unite e la controparte israeliana se esistono le condizioni per continuare la missione o no. È chiaro che una cosa è una missione di pace, altra la presenza in un territorio dove la guerra è in corso».
Su questo la politica si divide. «È assurdo che un governo che ha violato ripetutamente il diritto internazionale e commesso dei crimini contro il diritto internazionale si metta a dire quali missioni e quali no debbano poter proseguire», ha spiegato il segretario del Pd, Elly Schlein, commentando le parole dell’ambasciatore israeliano che ha sostenuto la necessità di chiudere la missione Unifil. «Il Libano ha preso delle posizioni importanti, anche nei scorsi giorni, e vanno sostenuti. Ma di nuovo, la risposta può essere che un Paese comincia ad attaccare e a invadere un territorio? Qui sta saltando il diritto internazionale. Ma se salta il diritto internazionale come vuole Donald Trump e come vuole Benjamin Netanyahu, vale solo la legge del più forte. E noi non lo possiamo accettare. Io per questo chiedo alla presidente Meloni di difendere il diritto internazionale. In linea con la storia del nostro Paese e di difendere quelle sedi multilaterali come l’Onu, perché l’Unifil è una missione che ha un mandato multilaterale dall’Onu, perché sono quelle dove prevale il dialogo tra i popoli e gli Stati, anziché l’uso della forza».
Più tecnica ma simile anche la posizione del generale Dino Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e attualmente presidente della fondazione Icsa (Intelligence culture and strategic analysis). Per lui la presenza di Unifil in Libano «è importante, perché funge da elemento calmierante e distensivo». «Inoltre», ha aggiunto, «l’attuale comandante italiano, il generale Abagnara, è bravissimo, ha una profonda conoscenza dell’area ed è considerato da tutte le parti un abile negoziatore».
Per quanto riguarda i soldati italiani che si trovano nel Kurdistan iracheno, «non hanno nessuna mansione di combattimento. Il loro compito principale è quello di formare il personale locale. Lo stesso accade in Kuwait, dove si tratta di un compito di assistenza. Con queste tensioni che sono sfociate non ha senso rischiare. Prima vengono via e meglio è».
Intanto le opposizioni vanno in ordine sparso sui temi esteri. A sottolinearlo, ancora una volta, è il leader di Azione, Carlo Calenda. «Un campo largo chiamato Giuseppi» scrive spiegando: «Fatti. Le opposizioni chiedono di essere informate prontamente sulla guerra in Medio Oriente; il premier offre un tavolo di confronto in un formato più riservato a Palazzo Chigi, dopo essere stata in Parlamento; Conte dice no obbligando Schlein a seguirlo. Italia viva, che ci aveva chiesto di fare una mozione insieme su Iran, manda una nota incomprensibile dicendo che la pensa come il Pd che, però, fa ciò che decide Conte. Andate avanti con questo campo largo ma chiamatelo con il suo vero nome: Giuseppi». Infine aggiunge ironico: «Ps. Segnalo agli amici riformisti che il M5s si è astenuto su una mozione di condanna alla Russia per il reclutamento di mercenari africani. Così per gradire».
Ucciso in Iraq un militare francese. Ma Parigi non vuole fare ritorsioni
Un soldato francese è morto in un attacco lanciato da una milizia filo iraniana sulla base militare di Parigi a Erbil, nel nord dell’Iraq. La vittima era il sergente maggiore Arnaud Frion, aveva 42 anni, era sposato e padre di un figlio. Oltre a lui sono rimasti feriti altri sei militari. La dinamica dell’attacco che ha portato al decesso del sergente maggiore Frion è stata spiegata dal colonnello François-Xavier de la Chesnay, capo del 7° battaglione dei cacciatori alpini del quale faceva parte anche la vittima. «È morto dopo essere stato colpito da un drone Shahed», ha dichiarato il colonnello, aggiungendo anche che Frion era «il meglio che l’esercito potesse offrire. Era davvero un soldato eccellente, qualcuno di estremamente competente e molto, molto performante».
Il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato, su X, «le più sentite condoglianze e la solidarietà della nazione» ai cari di Frion. Poi il leader transalpino ha definito «inaccettabile» l’attacco di droni contro la base francese dove si trovano le truppe di Parigi «impegnate nella lotta contro l’Isis dal 2015», la cui presenza in Iraq «rientra pienamente nel quadro della lotta al terrorismo». Macron ha concluso il suo messaggio ribadendo che «la guerra in Iran non può giustificare attacchi di questo tipo». Poco più tardi, nella conferenza stampa comune tenutasi alla fine dell’incontro bilaterale con Volodymyr Zelensky, il presidente francese ha ripetuto ancora il concetto: «La posizione della Francia è puramente difensiva», per questo Parigi «continuerà a mantenere il sangue freddo» e «a essere affidabile nei confronti dei nostri partner». Tutto questo per «proteggere i nostri concittadini e difendere i nostri interessi e la nostra sicurezza». La prima reazione del governo alla morte di Frion è arrivata dal ministro alla Parità, Aurore Bergé che, su Franceinfo, ha sottolineato l’importanza «di avere soldati presenti (nella zona di guerra, ndr) per garantire gli interessi nazionali francesi».
La contrarietà alla partecipazione della Francia al conflitto nel Golfo Persico è stata espressa praticamente da tutte le forze politiche, seppur con accenti diversi. Il leader della forza di estrema sinistra, La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, ha scritto su X che «la guerra illegale scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu e la strategia iraniana di fomentare un conflitto regionale, se non addirittura globale, hanno mietuto le prime vittime francesi. Sei soldati francesi sono rimasti feriti e il sergente maggiore Arnaud Frion è morto». Poi, dopo aver espresso le proprie condoglianze, Mélenchon ha concluso: «Avvertiamo il governo: avanzando sui campi di battaglia, la Francia diventerebbe un bersaglio. Questa guerra non è nostra, ma i nostri morti sì. Basta!»
Sempre su X, la leader dei Verdi, Marine Tondelier, ha scritto che «la Francia ribadisce con chiarezza di non essere in guerra e di non stare aiutando gli Stati Uniti nelle loro operazioni militari. La nostra posizione è difensiva e questo significa che la Francia deve proteggere tutti i suoi soldati, diplomatici e personale vulnerabili agli attacchi».
A destra, il numero uno dei Républicains, Bruno Retailleau, ha rivolto il proprio omaggio al sergente maggiore e si è detto «orgoglioso» dei soldati francesi. Più politico l’intervento della fondatrice del Rassemblement national: Marine Le Pen
ha ricordato che la presenza francese in Iraq, si inserisce nel quadro della «coalizione internazionale contro il terrorismo islamista». Esprimendo il proprio cordoglio alla famiglia, ai suoi commilitoni e agli altri soldati feriti nell’attacco, Le Pen ha detto che «la Francia non può accettare che le proprie forze armate, che difendono e proteggono gli interessi (di Parigi, ndr) nella regione, siano attaccate».
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Ansa
Per ora quasi tutti i missili e i droni lanciati dall’Iran verso le capitali arabe del Golfo sono stati intercettati. Nell’immediato il problema più grave è che i sistemi di difesa finiscano le munizioni prima che americani e israeliani riescano a neutralizzare i sistemi di lancio iraniani. Fortunatamente, il ritmo di lancio dei missili balistici da parte di Teheran è significativamente diminuito. Se ci fermiamo ai conteggi quotidiani delle intercettazioni e degli attacchi rischiamo però di non mettere a fuoco la vera minaccia esistenziale che l’attuale guerra pone ai membri del Gcc. I bombardamenti iraniani hanno infatti messo a nudo le fragilità che questi Stati erano riusciti a nascondere. Per garantire le rendite che hanno permesso ai membri del Gcc di sviluppare rapidamente le loro economie, petrolio e gas devono essere esportati attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Arabia Saudita, consapevole di questa debolezza, ha investito su una via alternativa per portare il greggio dai pozzi delle coste orientali a quelle su Mar Rosso, ma anche questa soluzione è una piccolissima pezza su un buco molto esteso, non solo perché il petrolio è solo una delle risorse cruciali che transita da Hormuz, ma anche perché sui traffici nel Mar Rosso pesa la minaccia degli Houthi yemeniti, finora rimasti fuori dal conflitto.
Inoltre, nella penisola arabica del tutto priva di fiumi e con falde acquifere quasi completamente non rinnovabili, le megalopoli di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Riad sopravvivono grazie alla desalinizzazione dell’acqua. Per l’Iran, impegnato a lottare per la sopravvivenza della Repubblica islamica, raffinerie e impianti idrici rappresentano obiettivi vulnerabili e «appetibili». Il presidente americano Donald Trump ha affermato che in Iran non c’è quasi più nulla da bombardare. È un paradosso, ma questo è ciò che permette all’Iran di essere in controllo dell’escalation: se Teheran mettesse fuori uso anche solo una parte degli impianti di desalinizzazione anche i Paesi arabi del Golfo si troverebbero a fare i conti con la loro possibile scomparsa.
È anche a causa della consapevolezza delle vulnerabilità di modelli che si basano sulle esportazioni di idrocarburi che tutti i membri del Gcc hanno preparato le loro Vision, strategie onnicomprensive che dovrebbero traghettare questi Paesi verso un futuro di minore dipendenza dal petrolio e di sostenibilità ambientale. Alcuni, come gli Emirati Arabi Uniti (Eau), e in particolare Dubai, sono molto più avanti in questo percorso. Se da un lato le strategie individuate sono una risposta corretta - al netto di alcuni progetti poco realistici - a problemi reali, dall’altro la scelta di puntare sullo sviluppo di settori come il turismo e la logistica (Dubai è l’aeroporto più trafficato al mondo, mentre l’Arabia Saudita vuole capitalizzare sulla sua posizione all’incrocio tra Asia, Africa ed Europa) partono dal presupposto che il luogo in cui si trovano le monarchie arabe del Golfo sia un punto di forza. Ciò che le grandi capitali delle petromonarchie sono riuscite a fare - di nuovo, Dubai più di tutti - è convincere gli investitori, i businessmen e i turisti di tutto il mondo che queste città erano delle bolle perfettamente isolate dal contesto geografico. Situate in una delle regioni più turbolente del mondo, queste città facevano della loro sicurezza la pietra angolare su cui edificare le proprie economie e i propri sistemi politici. Con gli attacchi iraniani, la bolla è scoppiata. Le immagini delle fiamme al lussuosissimo hotel Burj al-Arab o sulle isole artificiali di Palm Jumeirah sono una minaccia all’immagine degli Emirati Arabi Uniti che rischia di fare breccia nella mente delle persone, nonostante l’efficacia delle difese aeree emiratine sia superiore al 90%. Il fatto che centinaia di professionisti espatriati abbiano abbandonato queste zone (e non si sa se e quando vi torneranno) pone anche un problema di capitale umano alle economie locali. È anche per questo che decine di influencer sono stati arruolati per ostentare il presunto clima di tranquillità che si respirerebbe in Qatar o negli Emirati. Lo stesso Mohammed bin Zayed, presidente degli Eau, si è fatto ritrarre in un centro commerciale durante i bombardamenti. Se da un lato si tratta di una mossa comunicativa brillante, dall’altro mostra la gravità della situazione.
Sia gli attuali sistemi politico-economici che le Vision per il futuro dei Paesi del Gcc richiedono una regione stabile e per quanto possibile pacificata. Anche qualora cessassero le ostilità, considerando che probabilmente la Repubblica islamica resterà in vita, magari indebolita ma più radicale, sui Paesi del Gcc penderà la spada di Damocle di possibili nuovi attacchi. In questo clima diventa ancora più difficile attrarre i capitali e gli individui necessari per realizzare le Vision. La destabilizzazione e l’indebolimento delle monarchie arabe del Golfo è uno scenario che non è mai stato considerato, ma che porrebbe sfide strategiche forse persino superiori al collasso della Repubblica islamica.
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