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2020-06-07
La scuola riaprirà
con 27.000 prof in meno
Studenti a Wuhan (Ansa)
Peter Pan è un bambino che non vuole crescere e vive sull'Isola che non c'è insieme al gruppo dei Bimbi sperduti. Spesso si reca nel mondo reale per incontrare altri coetanei, come Wendy e i suoi fratelli, che decide di portare sull'isola. Ecco, il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, sembra un po' Peter Pan che a settembre, insieme al governo degli «sperduti», vuol riportare tutti i bimbi e ragazzi italiani in una scuola che non c'è. Facendoli crescere in un'isola di plexiglass.
Purtroppo non è una favola. Ieri la Camera ha dato il via libera definitivo al decreto Scuola con 245 voti favorevoli, 122 contrari, nessun astenuto (ma molti assenti). «È un provvedimento nato in piena emergenza che consente di chiudere regolarmente l'anno scolastico», dice Azzolina. Ma passata l'estate cosa succederà? «Ora definiamo le linee guida per riportare gli studenti a scuola in presenza e in sicurezza». Insomma, un grande boh che lascia nell'incertezza tutti: famiglie, studenti, docenti, presidi. Nessuno ha ancora capito come e quando si potrà tornare a scuola. Dietro a plexiglass e visiere non si vedono gli investimenti. Il decreto fornisce solo una scarna cornice normativa per lo svolgimento degli esami di Stato finali di quest'anno e per la valutazione finale delle studentesse e degli studenti. In particolare, l'esame di Stato del primo ciclo coincide con la valutazione finale da parte del Consiglio di classe, che terrà conto anche di un elaborato consegnato e discusso online dagli alunni. Mentre per la maturità è prevista la sola prova orale in presenza. Alla scuola primaria, dal prossimo anno scolastico torneranno i giudizi descrittivi, al posto dei voti in decimi. Come funzioneranno? Non si sa. Una successiva ordinanza del ministero dell'Istruzione darà alle scuole indicazioni operative. Non solo. Per ripartire consentendo il necessario distanziamento sociale servono strutture adeguate che non ci sono. Ma sul fronte dell'edilizia scolastica l'unico provvedimento è quello di passare il cerino nelle mani dei sindaci che fino al 31 dicembre «potranno operare con poteri commissariali». Senza però garantire le risorse. Armiamoci e partite.
«Il messaggio di questo decreto è chiaro: scordatevi risorse per nuovi spazi e stabilizzazione docenti, fondamentali per una didattica in sicurezza all'altezza della situazione», attacca il senatore Mario Pittoni, presidente della commissione Cultura e responsabile Istruzione della Lega. «Il prossimo anno scolastico partirà con zero assunzioni a tempo indeterminato. Anzi, 27.000 insegnati di ruolo in meno a seguito dei pensionamenti, che porteranno il totale dei supplenti oltre quota 200.000. Il contrario dell'impegno preso su nostra sollecitazione da esponenti della quasi totalità delle forze politiche di garantire tutti gli insegnanti titolari in cattedra il prossimo settembre, per affrontare la crisi pandemica, a partire dalla necessità di sdoppiare le classi per consentire i distanziamenti. Fa rabbia pensare che la soluzione per superare il precariato ci sarebbe e sta nella nostra proposta di assunzione da graduatorie, già utilizzata per le cosiddette Gae. Per il prossimo anno scolastico servirebbero non meno di 100.000 assunzioni. Così invece il risultato, se va bene, sarà arrivare l'anno dopo coprendo non più del 10-20% del necessario».
Su precari e supplenti il decreto si limita a cambiare il concorso straordinario per l'ingresso nella scuola secondaria di I e II grado. I docenti non sosterranno più una prova a crocette, ma con quesiti a risposta aperta, sempre al computer. La prova sarà diversa per ciascuna classe. Il bando di concorso, già pubblicato a fine aprile, sarà modificato e le prove si svolgeranno appena le condizioni epidemiologiche lo consentiranno. Ai vincitori immessi in ruolo nel 2021/2022 che rientrano nella quota di posti destinati all'anno scolastico 2020/2021 sarà riconosciuta la decorrenza giuridica del contratto dal primo settembre. Quanto ai supplenti, l'uovo di Colombo di Azzolina è solo far diventare le graduatorie provinciali e digitali (come, per altro, era già previsto dal decreto Scuola di dicembre). Con il rischio di non arrivare in tempo per gli aggiornamenti. Saranno gli uffici territoriali del ministero a seguire il processo e assegnare le supplenze. A uscire dal cilindro del decreto c'è infine un Tavolo di confronto presieduto dallo stesso ministro Azzolina per avviare «con periodicità percorsi abilitanti» per diventare insegnanti. Percorsi che però sono stati già collaudati con successo nel 2013. Intanto, nessun concorso. Nessuna stabilizzazione per i precari della scuola. Zero.
«La situazione della scuola italiana, e più in generale della cultura, è talmente drammatica che questi provvedimenti, che paiono poco meditati, rischiano di togliere speranze anche per il futuro», commenta l'avvocato Andrea Mascetti, presidente della commissione Arte e Cultura di Fondazione Cariplo. «Questo o un prossimo governo pensi piuttosto a defiscalizzare in modo serio o almeno dignitoso gli interventi per rilanciare un settore che potremmo definire spirituale prima ancora che socio economico».
Decreto approvato tra le assenze. Salvini: «Azzolina disastrosa»
La lunga e incandescente maratona sul decreto Scuola si è conclusa ieri a mezzogiorno, con l'approvazione da parte della Camera dei deputati: il fiume di dichiarazioni di voto, espediente parlamentare di Lega e FdI per allungare i tempi della discussione di un provvedimento che, in mancanza di un via libera di Montecitorio entro ieri, sarebbe decaduto, era terminato alle 3 di notte. Il risultato finale della votazione, 245 voti favorevoli e 122 contrari, fa imbestialire il Pd: tantissime le assenze nella maggioranza, che quando si era trattato di votare la fiducia sullo stesso decreto aveva raggiunto quota 305. Nel dettaglio, gli assenti non in missione del M5s sono risultati 31; quelli del Pd 19; quelli di Iv nove e uno di Leu. Ben 36 gli assenti del gruppo misto. Per quel che riguarda l'opposizione, 35 gli assenti della lega, 70 quelli di Forza Italia, 21 di FdI.
Tra i punti principali del decreto, la regolamentazione dell'esame di Stato di quest'anno, segnato dall'emergenza coronavirus: quello del primo ciclo coincide con la valutazione finale da parte del Consiglio di classe, che terrà conto anche di un elaborato consegnato e discusso online dagli studenti, mentre per il secondo ciclo è prevista la sola prova orale in presenza; alla scuola primaria, dal prossimo anno scolastico, vanno in soffitta i voti in decimi e tornano i giudizi descrittivi; per quel che riguarda gli interventi di edilizia scolastica, fino al 31 dicembre 2020 i sindaci e i presidenti delle Province e delle Città metropolitane potranno operare con poteri commissariali; previste maggiori tutele per gli studenti con disabilità; cambia il concorso straordinario per l'ingresso nella scuola secondaria di primo e secondo grado: i docenti che hanno i requisiti per partecipare non sosterranno più una prova a crocette, ma una prova con quesiti a risposta aperta, sempre al computer; le graduatorie dei supplenti saranno aggiornate, ma anche provincializzate e digitalizzate.
In ogni caso, il via libera al decreto non frena le critiche dell'opposizione. Il leader della lega e del centrodestra, Matteo Salvini, durante la notte delle dichiarazioni di voto, scrive su Facebook: «Seconda maratona notturna dei deputati della Lega contro il decreto Scuola, impegnati in Aula da due giorni consecutivi per smascherare un governo imbarazzante e un ministro», aggiunge Salvini, «disastroso nella gestione della ripartenza delle scuole italiane». «Che la Azzolina sia ministro della scuola», aggiunge qualche ora dopo, in riferimento ai gabbiotti in plexiglass che il ministro vorrebbe introdurre per separare gli studenti in aula, «è un insulto per insegnanti, studenti, presidi e famiglie».
«La maggioranza», riflette la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «applaude se stessa in aula dopo l'approvazione del decreto Azzolina, ma la verità è un'altra: sul nuovo anno scolastico regna l'incertezza più assoluta e studenti, famiglie e docenti sono abbandonati a se stessi. Conte si riempie la bocca con le parole dialogo e confronto ma in parlamento la sua maggioranza ha bocciato tutte le proposte di FdI sulla stabilizzazione dei precari e dei docenti di sostegno, sulla tutela delle scuole paritarie», aggiunge la Meloni, «sull'edilizia scolastica e sulle misure necessarie per riaprire le scuole in sicurezza con l'adozione di precisi protocolli». «L'approvazione definitiva del decreto scuola», ragiona la vicepresidente dei senatori di Forza Italia, Licia Ronzulli, «segna la pagina più buia del sistema formativo italiano. Si tratta di un decreto che scontenta tutti: gli studenti e le loro famiglie che ancora non hanno capito come e quando si ritornerà a scuola, gli insegnanti, i presidi, il personale Ata e i sindacati, tutti arrogantemente ignorati dal governo e dalla maggioranza».
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Per tornare a scuola in sicurezza basta aumentare le classi reclutando più insegnanti: ma i loculi di plastica costano di meno. Il leghista Mario Pittoni: «L'anno prossimo avremo ben 27.000 contratti indeterminati in meno, i supplenti supereranno i 200.000».Decreto approvato tra le assenze. Matteo Salvini: «Azzolina disastrosa». Malumore del Pd per i parlamentari della maggioranza non presenti al voto di ieri.Lo speciale comprende due articoli. Peter Pan è un bambino che non vuole crescere e vive sull'Isola che non c'è insieme al gruppo dei Bimbi sperduti. Spesso si reca nel mondo reale per incontrare altri coetanei, come Wendy e i suoi fratelli, che decide di portare sull'isola. Ecco, il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, sembra un po' Peter Pan che a settembre, insieme al governo degli «sperduti», vuol riportare tutti i bimbi e ragazzi italiani in una scuola che non c'è. Facendoli crescere in un'isola di plexiglass. Purtroppo non è una favola. Ieri la Camera ha dato il via libera definitivo al decreto Scuola con 245 voti favorevoli, 122 contrari, nessun astenuto (ma molti assenti). «È un provvedimento nato in piena emergenza che consente di chiudere regolarmente l'anno scolastico», dice Azzolina. Ma passata l'estate cosa succederà? «Ora definiamo le linee guida per riportare gli studenti a scuola in presenza e in sicurezza». Insomma, un grande boh che lascia nell'incertezza tutti: famiglie, studenti, docenti, presidi. Nessuno ha ancora capito come e quando si potrà tornare a scuola. Dietro a plexiglass e visiere non si vedono gli investimenti. Il decreto fornisce solo una scarna cornice normativa per lo svolgimento degli esami di Stato finali di quest'anno e per la valutazione finale delle studentesse e degli studenti. In particolare, l'esame di Stato del primo ciclo coincide con la valutazione finale da parte del Consiglio di classe, che terrà conto anche di un elaborato consegnato e discusso online dagli alunni. Mentre per la maturità è prevista la sola prova orale in presenza. Alla scuola primaria, dal prossimo anno scolastico torneranno i giudizi descrittivi, al posto dei voti in decimi. Come funzioneranno? Non si sa. Una successiva ordinanza del ministero dell'Istruzione darà alle scuole indicazioni operative. Non solo. Per ripartire consentendo il necessario distanziamento sociale servono strutture adeguate che non ci sono. Ma sul fronte dell'edilizia scolastica l'unico provvedimento è quello di passare il cerino nelle mani dei sindaci che fino al 31 dicembre «potranno operare con poteri commissariali». Senza però garantire le risorse. Armiamoci e partite. «Il messaggio di questo decreto è chiaro: scordatevi risorse per nuovi spazi e stabilizzazione docenti, fondamentali per una didattica in sicurezza all'altezza della situazione», attacca il senatore Mario Pittoni, presidente della commissione Cultura e responsabile Istruzione della Lega. «Il prossimo anno scolastico partirà con zero assunzioni a tempo indeterminato. Anzi, 27.000 insegnati di ruolo in meno a seguito dei pensionamenti, che porteranno il totale dei supplenti oltre quota 200.000. Il contrario dell'impegno preso su nostra sollecitazione da esponenti della quasi totalità delle forze politiche di garantire tutti gli insegnanti titolari in cattedra il prossimo settembre, per affrontare la crisi pandemica, a partire dalla necessità di sdoppiare le classi per consentire i distanziamenti. Fa rabbia pensare che la soluzione per superare il precariato ci sarebbe e sta nella nostra proposta di assunzione da graduatorie, già utilizzata per le cosiddette Gae. Per il prossimo anno scolastico servirebbero non meno di 100.000 assunzioni. Così invece il risultato, se va bene, sarà arrivare l'anno dopo coprendo non più del 10-20% del necessario».Su precari e supplenti il decreto si limita a cambiare il concorso straordinario per l'ingresso nella scuola secondaria di I e II grado. I docenti non sosterranno più una prova a crocette, ma con quesiti a risposta aperta, sempre al computer. La prova sarà diversa per ciascuna classe. Il bando di concorso, già pubblicato a fine aprile, sarà modificato e le prove si svolgeranno appena le condizioni epidemiologiche lo consentiranno. Ai vincitori immessi in ruolo nel 2021/2022 che rientrano nella quota di posti destinati all'anno scolastico 2020/2021 sarà riconosciuta la decorrenza giuridica del contratto dal primo settembre. Quanto ai supplenti, l'uovo di Colombo di Azzolina è solo far diventare le graduatorie provinciali e digitali (come, per altro, era già previsto dal decreto Scuola di dicembre). Con il rischio di non arrivare in tempo per gli aggiornamenti. Saranno gli uffici territoriali del ministero a seguire il processo e assegnare le supplenze. A uscire dal cilindro del decreto c'è infine un Tavolo di confronto presieduto dallo stesso ministro Azzolina per avviare «con periodicità percorsi abilitanti» per diventare insegnanti. Percorsi che però sono stati già collaudati con successo nel 2013. Intanto, nessun concorso. Nessuna stabilizzazione per i precari della scuola. Zero. «La situazione della scuola italiana, e più in generale della cultura, è talmente drammatica che questi provvedimenti, che paiono poco meditati, rischiano di togliere speranze anche per il futuro», commenta l'avvocato Andrea Mascetti, presidente della commissione Arte e Cultura di Fondazione Cariplo. «Questo o un prossimo governo pensi piuttosto a defiscalizzare in modo serio o almeno dignitoso gli interventi per rilanciare un settore che potremmo definire spirituale prima ancora che socio economico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alle-assunzioni-preferiscono-il-plexiglass-2646161756.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="decreto-approvato-tra-le-assenze-salvini-azzolina-disastrosa" data-post-id="2646161756" data-published-at="1591468279" data-use-pagination="False"> Decreto approvato tra le assenze. Salvini: «Azzolina disastrosa» La lunga e incandescente maratona sul decreto Scuola si è conclusa ieri a mezzogiorno, con l'approvazione da parte della Camera dei deputati: il fiume di dichiarazioni di voto, espediente parlamentare di Lega e FdI per allungare i tempi della discussione di un provvedimento che, in mancanza di un via libera di Montecitorio entro ieri, sarebbe decaduto, era terminato alle 3 di notte. Il risultato finale della votazione, 245 voti favorevoli e 122 contrari, fa imbestialire il Pd: tantissime le assenze nella maggioranza, che quando si era trattato di votare la fiducia sullo stesso decreto aveva raggiunto quota 305. Nel dettaglio, gli assenti non in missione del M5s sono risultati 31; quelli del Pd 19; quelli di Iv nove e uno di Leu. Ben 36 gli assenti del gruppo misto. Per quel che riguarda l'opposizione, 35 gli assenti della lega, 70 quelli di Forza Italia, 21 di FdI. Tra i punti principali del decreto, la regolamentazione dell'esame di Stato di quest'anno, segnato dall'emergenza coronavirus: quello del primo ciclo coincide con la valutazione finale da parte del Consiglio di classe, che terrà conto anche di un elaborato consegnato e discusso online dagli studenti, mentre per il secondo ciclo è prevista la sola prova orale in presenza; alla scuola primaria, dal prossimo anno scolastico, vanno in soffitta i voti in decimi e tornano i giudizi descrittivi; per quel che riguarda gli interventi di edilizia scolastica, fino al 31 dicembre 2020 i sindaci e i presidenti delle Province e delle Città metropolitane potranno operare con poteri commissariali; previste maggiori tutele per gli studenti con disabilità; cambia il concorso straordinario per l'ingresso nella scuola secondaria di primo e secondo grado: i docenti che hanno i requisiti per partecipare non sosterranno più una prova a crocette, ma una prova con quesiti a risposta aperta, sempre al computer; le graduatorie dei supplenti saranno aggiornate, ma anche provincializzate e digitalizzate. In ogni caso, il via libera al decreto non frena le critiche dell'opposizione. Il leader della lega e del centrodestra, Matteo Salvini, durante la notte delle dichiarazioni di voto, scrive su Facebook: «Seconda maratona notturna dei deputati della Lega contro il decreto Scuola, impegnati in Aula da due giorni consecutivi per smascherare un governo imbarazzante e un ministro», aggiunge Salvini, «disastroso nella gestione della ripartenza delle scuole italiane». «Che la Azzolina sia ministro della scuola», aggiunge qualche ora dopo, in riferimento ai gabbiotti in plexiglass che il ministro vorrebbe introdurre per separare gli studenti in aula, «è un insulto per insegnanti, studenti, presidi e famiglie». «La maggioranza», riflette la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «applaude se stessa in aula dopo l'approvazione del decreto Azzolina, ma la verità è un'altra: sul nuovo anno scolastico regna l'incertezza più assoluta e studenti, famiglie e docenti sono abbandonati a se stessi. Conte si riempie la bocca con le parole dialogo e confronto ma in parlamento la sua maggioranza ha bocciato tutte le proposte di FdI sulla stabilizzazione dei precari e dei docenti di sostegno, sulla tutela delle scuole paritarie», aggiunge la Meloni, «sull'edilizia scolastica e sulle misure necessarie per riaprire le scuole in sicurezza con l'adozione di precisi protocolli». «L'approvazione definitiva del decreto scuola», ragiona la vicepresidente dei senatori di Forza Italia, Licia Ronzulli, «segna la pagina più buia del sistema formativo italiano. Si tratta di un decreto che scontenta tutti: gli studenti e le loro famiglie che ancora non hanno capito come e quando si ritornerà a scuola, gli insegnanti, i presidi, il personale Ata e i sindacati, tutti arrogantemente ignorati dal governo e dalla maggioranza».
Francesco Borgonovo, Gianluca Zanella e Luigi Grimaldi fanno il punto sul caso Garlasco: tra nuove indagini, DNA, impronte e filoni paralleli, l’inchiesta si muove ormai su più livelli. Un’analisi rigorosa per capire a che punto siamo, cosa è cambiato davvero e quali nodi restano ancora da sciogliere.
Ansa
Ieri abbiamo raccontato che ha intestati circa 90 immobili acquistati alle aste giudiziarie senza dover accendere mutui. Ora La Verità è in grado di svelare che Abu Rawwa per operare ha aperto un’agenzia immobiliare e investe insieme a un giovane palestinese che appartiene a una famiglia molto religiosa e molto attiva nella difesa della causa palestinese. Ben 12 dei 90 immobili di cui è diventato proprietario per via giudiziaria Abu Rawwa, infatti, sono cointestati (al 50%) con Osama Qasim. Otto sono appartamenti. Alloggi residenziali inseriti nello stesso stabile, con metrature diverse e distribuiti su più piani. Blocchi compatti di unità abitative spalmati su tre strade dello stesso comune della provincia di Reggio Emilia: Castellarano.
Il resto delle proprietà non è abitativo. Ci sono due locali di servizio: accessori funzionali alle case. Gli ultimi due immobili sono strutture non ancora definite, volumi ampi, uno dei quali particolarmente esteso: 603 metri quadri. Entrambi i locali non sono pronti per essere abitati, né sono destinati a un uso immediato. Sono spazi da completare o da trasformare. Un’operazione da immobiliaristi.
Abu Rawwa e Qasim compaiono in visure camerali diverse. Il primo è amministratore unico e socio al 100% dell’Immobiliare My home srls, impresa costituita il 6 dicembre 2023 e iscritta al Registro imprese di Modena il 13 dicembre di quello stesso anno. Capitale sociale da 2.000 euro. Attività dichiarata: «Compravendita di beni immobili effettuata su beni propri», con una specificazione ampia che comprende edifici residenziali, non residenziali, strutture commerciali e terreni. La sede legale è a Sassuolo, in circonvallazione Nord Est. Un solo addetto risultante dai dati Inps.
Osama Qasim, nato a Sassuolo il 3 febbraio 1993, è invece amministratore unico della Qasim srls, società costituita il 24 maggio 2022 con capitale sociale da 3.000 euro. Anche qui l’attività prevalente è immobiliare: «Compravendita di beni immobili effettuata su beni propri». La sede è sempre a Sassuolo, in circonvallazione Nord Est, ma il civico è differente. I soci sono tre: Osama (che è il legale rappresentante e nel frattempo gestisce anche una società di ristorazione a Modena) detiene il 20%, Khawla Ghannam (60 anni), la mamma, il 60%, e Zahi Qasim (62 anni), il papà, il 20%. Un nucleo familiare di cui si sono interessati, negli anni, numerosi giornalisti ma anche la polizia. Su Internet si trova ancora un articolo dell’Herald tribune sulla famiglia Qasim, ripreso in Italia dal Secolo XIX, proprio il giornale di Genova. Risale a 20 anni fa, ma è molto interessante. Anche perché ci racconta che la famiglia di Osama è molto religiosa e ha ricevuto nel tempo anche la visita della polizia italiana dopo alcuni attentati dei tagliagole islamici.
Il padre, Zahi, classe 1963, all’epoca era caposquadra in fabbrica a Sassuolo ed era già «uno degli esponenti più impegnati della comunità». Sua moglie, Khawla, era un’insegnante che «parla fluentemente tre lingue». Osama, all’epoca era un bambino di 12 anni. Il cronista scriveva che il fratello, «l’esuberante Ali, un anno, adora gattonare sulle piastrelle della sala, decorata con illustrazioni di proverbi tratti dal Corano». I Qasim non offrirono né cibo, né bevande al giornalista «perché per loro era in corso il Ramadan». «Ci piacerebbe molto essere italiani», aveva dichiarato Ghannam, con indosso «un hijab color porpora». Ed ecco il passaggio più interessante dell’articolo: «La loro vita, sebbene economicamente agiata, è costellata da continui episodi che ricordano loro che non sono pienamente integrati in un Paese che definiscono casa da 20 anni. A seguito degli attentati a Londra di questa estate (del 2005, ndr), Qasim è stato più volte interrogato dalla polizia che gli ha anche perquisito la casa. L’uomo afferma anche che il suo cellulare è sotto controllo. Quando ha invitato a cena alcuni amici di Torino in occasione del Ramadan, la polizia lo ha chiamato per chiedergli chi fossero quelle persone e l’hanno rimproverato di non aver comunicato che avrebbe avuto ospiti. I tentativi di Qasim di comprare un edificio per aprirvi una scuola islamica domenicale sono stati ostacolati per quattro anni dalle istituzioni locali che ritenevano che il luogo non fosse idoneo per via della mancanza di spazi da adibire al parcheggio». Zahi disse: «È chiaro che tutto questo mi dà fastidio: succede perché sono musulmano e non accadrebbe lo stesso se fossi europeo».
Ricordiamo che all’epoca un islamico sospettato di aver preso parte agli attentati di Londra è stato catturato in Italia, dove si era rifugiato. Ghannam ha spiegato che l’inserimento non è stato sempre facile e che «suo figlio è stato spesso preso in giro per il suo nome, Osama, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre». Quando i Qasim si trasferirono nel loro attuale appartamento, «i vicini italiani si mostrarono freddi e ostili. Tuttavia, il loro atteggiamento è migliorato nel tempo». Zahi ha anche dichiarato di «esser sempre stato trattato con rispetto a lavoro, e gli è stato persino consentito di pregare cinque volte al giorno».
L’articolo contiene anche un’altra notizia interessante: «La famiglia ha una casa a Ramallah e torna laggiù durante le vacanze estive». Anche se la famiglia non si sentiva sicura in Israele: «Ci sono aspetti dell’Islam che vanno bene in Palestina, ma non qui», ha concesso l’uomo con il cronista. Ha anche detto di credere che «gli arresti e il coprifuoco siano soltanto serviti ad aggravare la situazione in Francia». E ha spiegato che «è sbagliato ricorrere alla polizia». Il motivo? «Quando parli con gli altri li fai sentire parte della società. Se li fai sentire emarginati, prima o poi si ribelleranno». Alla fine l’intervistato aveva consegnato al cronista il motto che ripeteva al figlio Osama: «Ignora le offese, lavora più sodo dei tuoi compagni. In fondo i palestinesi sono abituati a essere controllati: pensa solo di essere a Ramallah». Papà Qasim è stato un grande animatore del centro «al Medina» (dell’Associazione della comunità islamica di Sassuolo), fondato nel 1993 da un gruppo di migranti nordafricani, chiuso e poi riaperto varie volte. Qui si riunivano per pregare a turni sino a 600 fedeli per volta. Nel 2018 Zahi, a Casalgrande, è stato tra i promotori del Villaggio islamico, che l’associazione islamica di Sassuolo voleva tirare su nell’area di un ex salumificio. E fu proprio Zahi, col piglio dell’immobiliarista, a spiegare: «Abbiamo comprato l’area per un guadagno, come qualsiasi altro cittadino. A Casalgrande, Veggia e Villalunga abbiamo comprato all’asta circa 6-7 appartamenti».
L’idea di acquistare dai tribunali qualche anno dopo è stata fatta propria dal figlio Osama e da Abu Rawwa. Le indagini della Procura di Genova dovranno stabilire se in questo shopping compulsivo c’entri Hamas.
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Ansa
Tema che dovrebbe stare a cuore di chi si batte per la Palestina, e quindi di tanti ProPal. E invece a quanto pare no. Poco importa se il flusso di denaro che dall’Italia è volato a Gaza avrebbe permesso di acquistare armi e immobili anziché portare cibo e servizi ai civili. La propria solidarietà, più che a quanti avrebbero avuto diritto agli aiuti e a quanto pare non li hanno mai ricevuti, meglio portarla al presidente dei palestinesi in Italia. Colui che nell’ipotesi della procura è l’ideatore di una grande operazione di triangolazione di fondi. E così ieri è scattato il tam tam via social e in 200 si sono radunati davanti al carcere Marassi di Genova per gridare contro quella che viene considerata una vera e propria «offensiva contro tutte le realtà e tutti gli attivisti cosiddetti “ProPal” scatenata dalla propaganda di regime». Tra gli organizzatori del meeting solidale, l’Unione democratica arabo palestinese e Si Cobas Genova che in un post spiega l’architettura che muoverebbe l’indagine della procura.
«Già con la repressione degli ultimi mesi […] è emersa chiaramente la volontà di individuare un nuovo nemico pubblico numero uno nella cosiddetta saldatura tra sinistra radicale e islam. Associare tutta la popolazione che ha manifestato e scioperato contro il genocidio palestinese, e in particolare gli organizzatori di queste mobilitazioni, al terrorismo islamico». Il riferimento è alla revoca del permesso di soggiorno ad Abbas, coordinatore sindacale e destinatario di un foglio di via per due anni da Brescia. Già il 12 dicembre, in occasione del provvedimento, Si Cobas aveva lanciato il medesimo slogan. «La vostra repressione non fermerà le nostre lotte». Ben prima della notizia dell’operazione Domino ma tant’è. L’accusa è buona per tutte le stagioni. E tutte le mobilitazioni. Anche a Piacenza, dove una serie di sigle e associazioni puntano il dito contro la regia di Israele. Tra gli altri Usb, Sgb, Laboratorio popolare della cultura e dell’arte, Collettivo Schiaffo, Resisto, Collettivo 26x1, ControTendenza e Una voce per Gaza. «L’impianto accusatorio - commentano - si basa essenzialmente, come scritto dagli stessi inquirenti, su documenti forniti da Israele», posizione ribadita anche dalle sedi locali di Potere al popolo e Rifondazione comunista in linea con quelle nazionali. «Un’indagine basata su documenti forniti da uno Stato accusato di genocidio dagli organismi internazionali e guidato da un premier condannato e ricercato come criminale di guerra, è in partenza completamente squalificata». Iniziata sabato a Milano poche ore dopo la notizia degli arresti al grido di «Liberi subito» e «La solidarietà non è terrorismo», l’onda delle mobilitazioni in soccorso di Hannoun viaggia in parallelo alle adesioni social, come quella di Alaeddine Kaabouri, consigliere comunale di Thiene, Vicenza, sul suo profilo Instagram. «Criminalizzare tutto questo significa colpire l’idea stessa di solidarietà internazionale e trasformare l’aiuto umanitario in un reato. Sostenere il popolo palestinese non è terrorismo: è un dovere umano e politico».
Intanto, oggi Hannoun incontra il Gip per delle dichiarazioni spontanee. Non si sottoporrà a interrogatorio perché non sono ancora stati recapitati tutti gli atti depositati, spiegano gli avvocati Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo che tengono a precisare che l’attivista ha sempre operato in maniera tracciabile e con associazioni registrate, molte delle quali anche in Israele. Spiegano inoltre che non sarebbe stato in procinto di fuggire per la Turchia, come sostenuto dalla procura, perché il viaggio sarebbe stato parte di regolari attività di beneficenza. Dal 7 ottobre 2023 non aveva più possibilità di operare dall’Italia e, a causa del blocco dei conti, doveva portare i contanti in Turchia o in Egitto. In difesa del leader dei palestinesi in Italia, ieri è sceso anche il figlio e alcuni suoi familiari, che hanno preso parte ad un corteo sempre attorno al carcere di Genova dove non sono mancati cori anche contro la premier Giorgia Meloni: «Meloni fascista, sei tu la terrorista».
Se i «fondi per Gaza» finiti ad Hamas abbiano aiutato i palestinesi, lo chiarirà la procura ma certo è che nelle piazze a oggi non si scorge cenno alcuno che entri nel merito delle iniziative «finto benefiche» di Hannoun. Che pur essendo attualmente solo «presunte», con tutti i condizionali del caso, qualora dovessero essere confermate, costituirebbero un vero e proprio tradimento del popolo palestinese in nome del quale si continua a scendere in piazza.
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L’esperto confronta il trentennio 1960-1990, connotato dalla «crescita travolgente dell’industria farmaceutica con un solo obiettivo comune, la quantità e la qualità di vita dell’uomo - il risultato furono 52 nuove classi di farmaci con il 90% delle patologie guarite o cronicizzate» -, con quanto accadde dopo la nascita del marketing farmacologico. «L’obiettivo viene stravolto, diventa fare il massimo fatturato possibile. Parallelamente la politica capisce che la salute è una grande opportunità per rafforzare il potere e acquistare consenso, per cui trasforma il settore in azienda (nascono le Asl), mettendo a capo delle aziende non un medico ma un politico che per incapacità e clientelismo riesce a sopravvivere grazie a tagli feroci di posti letto, di personale medico e attrezzature».
Il risultato è che da allora il malato diventa per i secondi un potenziale elettore, per i primi un consumatore. «In questo contesto la finanza crea le Big Pharma, attraverso fusioni e acquisizioni delle classiche aziende farmaceutiche», interviene Franco Stocco, 35 anni trascorsi nel settore oncologico e poi nelle aree dell’immunologia di colossi quali Farmitalia Carlo Erba, Aventis Pharma, Sanofi. Aggiunge: «Non si limita a questo, ha un obiettivo ben preciso ovvero creare e raggiungere il nuovo enorme mercato, cioè la popolazione sana». Se per un farmaco il mercato non c’è, basta crearlo.
Il terreno di coltura che ha permesso l’evoluzione del pensiero scientifico verso il presente «risiede nella medicalizzazione della società umana, resa possibile dall’elencare un numero pressoché infinito di malattie le quali descrivono non solo una condizione di rischio, ma una specie di allontanamento più o meno marcato da un archetipo di perfezione. Ogni anomalia o devianza o disfunzione sono in definitiva riconducibili a una patologia o a una sindrome».
Per realizzare il progetto di trasformare le persone sane in potenziali malati, l’industria della salute «vende quindi anche “fattori di rischio”». In quest’ottica i vaccini ricoprono un ruolo chiave. Sfruttando il concetto che prevenire è meglio che curare, radicato nell’opinione comune, sono stati proposti o imposti nuovi prodotti «che non sono antigeni ma approcci genici», sottolinea Stocco.
Se la prevenzione è l’imperativo strategico dettato dalla grande industria farmacologica, che margine di azione ci può essere per impedire che a farne le spese sia il cittadino, non paziente afflitto da patologie, ma anche un servizio sanitario inutilmente gravato da diagnosi non necessarie? «Da un lato c’è il problema sociale di far passare il concetto di una sana sanità, non quella di stare bene subito con qualsiasi mezzo, e per questo obiettivo serve tanta informazione. Dall’altro, è necessario che le associazioni scientifiche siano meno influenzabili dalle case farmaceutiche», osserva Maria Rita Gismondo, già direttrice del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano.
L’iper prevenzione «è una tendenza generalizzata», prosegue la professoressa, «basti vede quello che accade quando si consiglia una Rx e il paziente con un minimo di conoscenza chiede: “Ma non è meglio che faccia una risonanza magnetica o una Tac?”. Si chiede una cosa sempre più sofisticata. Sicuramente questo è dovuto alla pressione da parte delle case farmaceutiche che devono vendere sempre più strumenti, test e servizi, ma si fonda anche su un fatto sociale, su un concetto di salute che è cambiato. Se oggi mi alzo con il mal di testa o il mal di schiena non dico aspetto, mi passerà; c’è un abuso di antidolorifici e anti infiammatori. Su questo atteggiamento si fonda la speculazione della Big Pharma, che trova terreno fertile».
Un protocollo di prevenzione deve partire da una possibilità di ricadute positive superiori a quello che è il rischio della falsa diagnosi. Se lo aggiungiamo alla psicosi di un benessere estremizzato, «le conseguenze sono un dispendio di energie economiche e molto stress da parte del paziente».
Per Gismondo, occorre dunque «interrompere la catena deleteria sponsor-sperimentatore. Dall’altra, il ministero della Salute dovrebbe esercitare un controllo maggiore sulle linee guida date dalle associazioni scientifiche perché non si ecceda con i percorsi diagnostici, che rischiano di diventare inutili se non dannosi».
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