Alla Statale di Milano va in mostra il dogma. Se dubiti della scienza sei un complottista

Il dipartimento di Filosofia della Statale di Milano è conosciuto nel mondo per aver dato vita alla cosiddetta Scuola di Milano, con personaggi illustri che vanno da Piero Martinetti (a cui è intitolato il dipartimento) e Antonio Banfi, passando per Mario Dal Pra ed Enzo Paci, all’ancora vivente Carlo Sini. Che una realtà di tale prestigio si presti a inscenare una mostra dal titolo Complottismo, fake news e altre trappole mentali infonde grande tristezza. Non tanto perché il complottismo sia un fenomeno su cui non valga la pena indagare - non esiste ambito su cui la pratica filosofica non debba interrogarsi -, ma per via dell’utilizzo politico che ormai viene fatto del termine, riempito di un calderone eterogeneo di contenuti al fine (evidente a chiunque abbia occhi per vedere) di delegittimare alcune opinioni.
Un esempio in tal senso si trova già nel disegno stampato sulla locandina della mostra, ricostruito anche accanto all’ingresso, composto di scritte intrecciate tra loro in cui si susseguono tutta una serie di hashtag «complottisti»: «Terrapiatta!», «Elvis è vivo!», «Scie chimiche!», «Novax!», «Vegani!». Diranno che è una provocazione voluta, ma accostare i no vax (appellativo in cui si è fatto rientrare un sacco di gente che è tutto fuorché aprioristicamente contraria ai vaccini) ai terrapiattisti non è soltanto indegno, ma è anche il gioco che vuole il potere per screditare certe posizioni. Per potere - lo precisiamo, qualora fosse spuntato un sorrisino compiaciuto su qualche bocca - non intendiamo una regia occulta che muove il mondo, bensì l’egemonia culturale promossa da chi estrae la propria (enorme) ricchezza dal sapere tecnico-scientifico. Tutte categorie che, in un dipartimento di Filosofia, non dovrebbero essere oggetto di stigma.
«Quali sono i meccanismi cognitivi e sociali alla base della diffusione di teorie del complotto e fake news? Per combattere questi fenomeni così insidiosi per la nostra democrazia dobbiamo conoscerli bene», si legge sul comunicato che presenta l’evento. E poi c’è la mostra che li spiega, esposta in due stanze contigue a cui si può accedere dal cortile principale della storica sede di via Festa del Perdono. «Chi crede a una teoria del complotto è innanzitutto qualcuno che ha smesso di credere e nutrire fiducia in molte altre cose», è scritto in uno dei pannelli: «Nelle istituzioni, nelle autorità politiche, nella comunità scientifica, talvolta anche nelle più ovvie apparenze». Quanto alle più ovvie apparenze ci asteniamo, ma se si parla di fiducia nelle istituzioni e nelle autorità politiche, o meglio ancora nella comunità scientifica (almeno nella forma monolitica con cui ci viene spesso descritta), queste non pare abbiano fatto molto per meritarsela ultimamente. A partire dalle armi di distruzioni di massa in Iraq, che non sono mai state trovate, fino alla «garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose». Erano dei complottisti quegli studenti che, non avendo di che temere dal virus, non si sono sottoposti alla vaccinazione perché non impediva la trasmissione del Covid, ma per questo sono stati esclusi dalle lezioni? Immaginiamo di sì. Ma si potrebbero portare molti altri esempi.
C’è un complottista dentro ognuno di noi, questo il senso della mostra, solo che alcuni lo tengono a bada e altri no. «A fronte di una realtà complessa e spesso disorientante, le spiegazioni complottiste offrono risposte sicure e intuitive, sfruttando alcune nostre innate tendenze di pensiero», si legge nel pannello «Seduzioni cognitive». È vero: chi non riesce a sopportare la complessità del reale finisce per rifugiarsi in facili spiegazioni. Come idolatrare il vaccino come unica via di salvezza, anche al di là della sua reale efficacia, o quando scoppia un conflitto identificare una delle parti come il male assoluto, obliando la storia pregressa. Non è allora che le forme patologiche su cui si innesterebbe il complottismo sono in realtà sfruttate dal pensiero egemone? Un pannello, a un certo punto dell’esposizione, menziona i rischi connessi con le cosiddette «camere dell’eco», «comunità in cui le voci che contraddicono una certa opinione non sono escluse, ma sono sistematicamente screditate sulla base di una radicale manipolazione dei rapporti di fiducia tra chi appartiene a quelle comunità e chi non vi appartiene».
Qualcosa che suona molto simile al chiamare «filoputiniano» chiunque si interroghi sul ruolo dell’Occidente nel conflitto ucraino, oppure «no vax» chi ha avanzato dubbi sulla campagna vaccinale di massa con sieri mai sperimentati prima.
La mostra alla fine - è vero - invita a non patologizzare chi la pensa diversamente, ma solo per scoprire il complottista in ognuno di noi. Il problema, però, è che quel complottista a volte ha ragione e una mostra del genere, per quanto abbia anche spunti interessanti, diventa un esercizio di ingenuità (nella migliore delle ipotesi) se parallelamente non si mette a tema anche il potere, argomento omesso ma non certo estraneo alla storia della filosofia.






