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2019-07-12
Alla fine ce l’hanno fatta a uccidere Lambert
Ansa
Ce l'hanno fatta, Vincent Lambert è morto, è stato fatto morire. Tribunali che amministrano norme nemiche degli uomini e medici che hanno cancellato dalla loro coscienza il giuramento di Ippocrate hanno condannato un uomo a una fine crudele. A nulla sono valsi, quindi, gli sforzi di Jean e Viviane, i suoi genitori, che hanno condotto una battaglia legale per impedire che al figlio fossero interrotte cure e alimentazione. Niente da fare: dal 2 luglio Lambert non era più alimentato e gli erano state sospese le cure. La legge ha consentito che in questi dieci giorni gli venissero solamente bagnate le labbra. A Cristo in croce appoggiarono una spugna imbevuta nel fiele, a Lambert un tampone con qualche goccia d'acqua. In fondo i carnefici francesi sono stati più magnanimi dei centurioni romani.
Adesso tutti scrivono che Lambert era un «simbolo della lotta contro l'eutanasia». Sbagliato. Vincent Lambert non è mai stato un simbolo, una rivendicazione, un «caso» da sollevare e agitare davanti all'opinione pubblica. Era un uomo, una persona di 42 anni che 11 anni fa era rimasto coinvolto in un grave incidente stradale ed era costretto su una sedia a rotelle. Come moltissime altre vittime di sciagure, sentiva, pensava e aveva bisogno di aiuto. Dipendeva in tutto dagli altri perché era un paziente cronico. Non era in coma e non era un malato terminale, benché fosse ricoverato in un reparto di cure palliative. Non era sottoposto a nessuna forma di accanimento terapeutico. Non aveva la Sla come Luca Coscioni e Piergiorgio Welby, loro sì trasformati in bandiere pro eutanasia. Non sopravviveva in stato vegetativo permanente come Eluana Englaro. Non era intubato, respirava autonomamente, la notte dormiva e di giorno restava sveglio, reagiva agli stimoli esterni. Non che le persone prima citate meritassero la «morte dolce», sia chiaro. Ma per questo l'abominio che è stato perpetrato contro di lui nell'ospedale di Reims è ancora più orrendo.
Nella Francia di Emmanuel Macron, per meritare la morte basta essere un disabile, un povero cristo non autosufficiente, addirittura ricoverato in una struttura medica d'avanguardia, un policlinico universitario dotato di un reparto specialistico sia per la cura di queste infermità sia per le terapie palliative, cioè quelle che ultimamente venivano somministrate a Lambert. Cibo, acqua e gli altri supporti vitali sono considerati terapie. Il paziente, se vuole, può sospenderli. Potrebbe succedere anche in Italia dopo l'approvazione della legge sul biotestamento avvenuta nel 2017, presentata da un deputato del Movimento 5 stelle e votata da un asse trasversale con la sinistra del Pd e di Liberi e uguali riuniti in una maggioranza innaturale con i grillini della scorsa legislatura.
Questa vicenda segna una svolta perché contro Vincent Lambert si è scatenato un accanimento senza precedenti. O meglio, un precedente nella storia c'è, ed è quello dei nazisti che nei campi di concentramento trattarono i disabili come le altre minoranze da sterminare in nome della purezza della razza tedesca. «Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze»: è scritto nel Mein Kampf, autore Adolf Hitler. Accadde così prima ai bambini, poi agli adulti; prima cavie da laboratorio, poi prove generali per l'Olocausto degli ebrei. Dopo violenze e torture, le persone disabili vennero deportate nei campi e uccise nelle camere a gas: i medici tedeschi ritenevano che la morte fosse «subitanea e meno dolorosa». Che gente di cuore.
Quali colpe avevano i disabili tedeschi per subire violenze, torture, esperimenti disumani, e finire con una «morte dolce» che fu soltanto l'inizio dell'aberrante genocidio nazista? E quali colpe aveva Vincent Lambert? Quella di essere un disabile, un tetraplegico, un cerebroleso post-traumatico. Di avere gravi problemi motori e neurologici, che imponevano l'obbligo di assisterlo in centri medici con strutture adeguate. Quanti milioni di persone nel mondo vivono nella condizione di non essere autosufficienti, di essere costretti a una dipendenza cronica? Nemmeno l'essere ricoverati in strutture all'avanguardia della medicina e della ricerca è più garanzia di ottenere una cura.
La ragion di Stato che ha ucciso Vincent Lambert in una Francia che s'impanca a maestra di convivenza civile è un'ignominia ammantata di un falso umanitarismo che è una vera forma di eugenetica. In nome di una vita dignitosa, all'infermiere francese è stata inflitta una morte vergognosa e crudele sotto stretto controllo medico. In questo, Lambert ha subito la stessa sorte di Charlie Gard e di Alfie Evans, i bambini consegnati alla morte nonostante il ricovero in cliniche di altissima specializzazione. Non è la medicina a condannare un paziente: sono gli uomini. I parlamentari che approvano le leggi, i magistrati chiamati a farle applicare, i medici che prendono decisioni contrarie all'etica, i familiari spesso incapaci di reggere il dramma di una malattia inguaribile e di guardare negli occhi una persona che non si muove ma respira, palpita, vuole vivere e si lamenta. La madre l'ha testimoniato più volte: Vincent gemeva. Perché l'agonia è stata lentissima e dolorosa. E la sedazione cui era stato sottoposto non era nemmeno così profonda in quanto, secondo i medici, un'anestesia più pesante avrebbe potuto provocare attacchi epilettici. L'ultima, atroce beffa per Vincent Lambert.
Stefano Filippi
Esplode la rabbia dei genitori: «È stato un delitto dello Stato»
La vita di Vincent Lambert è finita. Lo hanno annunciato in una lettera ieri mattina i suoi genitori, Pierre e Viviane Lambert. «Vincent è morto ucciso dalla ragion di Stato e da un medico che ha rinunciato al suo giuramento di Ippocrate», ha scritto l'anziana coppia. «È il tempo del lutto e della contemplazione ma è anche il momento della meditazione su questo crimine di Stato». Parole forti che dimostrano, una volta di più, la dignità di una madre e di un padre, che si sono battuti fino in fondo per salvare il proprio figlio. Una dignità che si era vista già da martedì scorso, quando il primario dell'ospedale Chu di Reims, Vincent Sanchez, aveva stabilito la fine dell'idratazione e dell'alimentazione dell'ex infermiere psichiatrico.
Dopo la diffusione della notizia della sua scomparsa, ha preso la parola François Lambert, uno dei nipoti di Vincent, da sempre contrario al mantenimento in vita dello zio. Il giovane ha dichiarato che «dopo tutti questi anni di sofferenza, la sua morte è un sollievo. Non è una cosa triste, rimette in ordine le cose». Il nipote del tetraplegico francese spirato ieri ha auspicato che la vicenda resti privata: «I funerali saranno un momento forte e intimo».
Sul fronte politico, il socialista Alain Claeys - firmatario nel 2006 insieme a Jean Leonetti della legge francese sul fine vita - ha sottolineato che l'assenza di direttive anticipate «ha costituito tutta la tragica storia di Vincent Lambert». Marlene Schiappa - segretaria di Stato per le Pari opportunità - ha dichiarato ai microfoni di Franceinfo che «un'evoluzione della legge non è all'ordine del giorno». Nel frattempo il procuratore capo di Reims, Matthieu Bourrette, ha reso noto di aver aperto un'inchiesta, precisando però di non aver aperto un procedimento a carico del dottor Sanchez, contro il quale i genitori e alcuni membri della famiglia Lambert, hanno presentato una causa lo scorso venerdì.
Tra le reazioni, c'è stata anche quella della Conferenza episcopale francese ha preso posizione. Rispondendo al quotidiano cattolico La Croix, il portavoce Thierry Magnin ha usato parole dure: «Attraverso la strumentalizzazione dello strazio di una famiglia, è stata alimentata solo confusione, perché si è considerato il caso di Vincent Lambert come un caso di fine vita. Invece non era in fin di vita». Sempre in ambito ecclesiastico, la Santa Sede ha preso posizione in tre momenti diversi nella giornata di ieri. Il direttore ad interim della Sala Stampa Vaticana - Alessandro Gisotti - ha sottolineato quanto detto dal Santo Padre su questa vicenda: «Dio è l'unico padrone della vita dall'inizio alla fine naturale ed è nostro dovere custodirla sempre e non cedere alla cultura dello scarto. Abbiamo accolto con dolore la notizia della morte di Vincent Lambert» ha continuato il portavoce vaticano, aggiungendo: «Preghiamo affinché il Signore lo accolga nella sua casa ed esprimiamo vicinanza ai suoi cari e a quanti, fino all'ultimo, si sono impegnati ad assisterlo con amore e dedizione». Nel pomeriggio anche papa Francesco ha fatto sentire la propria voce, per mezzo di un tweet sull'account Pontifex. «Dio Padre accolga tra le sue braccia Vincent Lambert. Non costruiamo una civiltà che elimina le persone la cui vita riteniamo non sia più degna di essere vissuta: ogni vita ha valore, sempre». L'Osservatore Romano ha denunciato come la negazione di cibo e acqua significhi abbandonare la persona vulnerabile «in nome di un inaccettabile giudizio di valore sulla qualità della sua esistenza. La logica dello scarto, che impietosamente si accanisce sui deboli e sugli indifesi, non ha come misura solo la dignità della vita, ma anche la dignità della morte».
Verso la fine del pomeriggio di ieri, la salma di Vincent Lambert ha lasciato l'ospedale di Reims in direzione di Parigi dove sarà sottoposto, nella giornata di oggi, ad una autopsia disposta dal giudice Bourrette.
Matteo Ghisalberti
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Il tetraplegico francese ha cessato di vivere ieri, dopo un'agonia lentissima e dolorosa imposta dall'eugenetica che lo ha privato di cibo e acqua. Nel Paese di Emmanuel Macron per essere soppresso in una struttura medica d'avanguardia basta non essere autosufficiente.La Procura ha aperto un'inchiesta. Il Papa: «Ogni vita ha valore, sempre».Lo speciale contiene due articoliCe l'hanno fatta, Vincent Lambert è morto, è stato fatto morire. Tribunali che amministrano norme nemiche degli uomini e medici che hanno cancellato dalla loro coscienza il giuramento di Ippocrate hanno condannato un uomo a una fine crudele. A nulla sono valsi, quindi, gli sforzi di Jean e Viviane, i suoi genitori, che hanno condotto una battaglia legale per impedire che al figlio fossero interrotte cure e alimentazione. Niente da fare: dal 2 luglio Lambert non era più alimentato e gli erano state sospese le cure. La legge ha consentito che in questi dieci giorni gli venissero solamente bagnate le labbra. A Cristo in croce appoggiarono una spugna imbevuta nel fiele, a Lambert un tampone con qualche goccia d'acqua. In fondo i carnefici francesi sono stati più magnanimi dei centurioni romani.Adesso tutti scrivono che Lambert era un «simbolo della lotta contro l'eutanasia». Sbagliato. Vincent Lambert non è mai stato un simbolo, una rivendicazione, un «caso» da sollevare e agitare davanti all'opinione pubblica. Era un uomo, una persona di 42 anni che 11 anni fa era rimasto coinvolto in un grave incidente stradale ed era costretto su una sedia a rotelle. Come moltissime altre vittime di sciagure, sentiva, pensava e aveva bisogno di aiuto. Dipendeva in tutto dagli altri perché era un paziente cronico. Non era in coma e non era un malato terminale, benché fosse ricoverato in un reparto di cure palliative. Non era sottoposto a nessuna forma di accanimento terapeutico. Non aveva la Sla come Luca Coscioni e Piergiorgio Welby, loro sì trasformati in bandiere pro eutanasia. Non sopravviveva in stato vegetativo permanente come Eluana Englaro. Non era intubato, respirava autonomamente, la notte dormiva e di giorno restava sveglio, reagiva agli stimoli esterni. Non che le persone prima citate meritassero la «morte dolce», sia chiaro. Ma per questo l'abominio che è stato perpetrato contro di lui nell'ospedale di Reims è ancora più orrendo.Nella Francia di Emmanuel Macron, per meritare la morte basta essere un disabile, un povero cristo non autosufficiente, addirittura ricoverato in una struttura medica d'avanguardia, un policlinico universitario dotato di un reparto specialistico sia per la cura di queste infermità sia per le terapie palliative, cioè quelle che ultimamente venivano somministrate a Lambert. Cibo, acqua e gli altri supporti vitali sono considerati terapie. Il paziente, se vuole, può sospenderli. Potrebbe succedere anche in Italia dopo l'approvazione della legge sul biotestamento avvenuta nel 2017, presentata da un deputato del Movimento 5 stelle e votata da un asse trasversale con la sinistra del Pd e di Liberi e uguali riuniti in una maggioranza innaturale con i grillini della scorsa legislatura. Questa vicenda segna una svolta perché contro Vincent Lambert si è scatenato un accanimento senza precedenti. O meglio, un precedente nella storia c'è, ed è quello dei nazisti che nei campi di concentramento trattarono i disabili come le altre minoranze da sterminare in nome della purezza della razza tedesca. «Chi non è sano e degno di corpo e di spirito, non ha diritto di perpetuare le sue sofferenze»: è scritto nel Mein Kampf, autore Adolf Hitler. Accadde così prima ai bambini, poi agli adulti; prima cavie da laboratorio, poi prove generali per l'Olocausto degli ebrei. Dopo violenze e torture, le persone disabili vennero deportate nei campi e uccise nelle camere a gas: i medici tedeschi ritenevano che la morte fosse «subitanea e meno dolorosa». Che gente di cuore. Quali colpe avevano i disabili tedeschi per subire violenze, torture, esperimenti disumani, e finire con una «morte dolce» che fu soltanto l'inizio dell'aberrante genocidio nazista? E quali colpe aveva Vincent Lambert? Quella di essere un disabile, un tetraplegico, un cerebroleso post-traumatico. Di avere gravi problemi motori e neurologici, che imponevano l'obbligo di assisterlo in centri medici con strutture adeguate. Quanti milioni di persone nel mondo vivono nella condizione di non essere autosufficienti, di essere costretti a una dipendenza cronica? Nemmeno l'essere ricoverati in strutture all'avanguardia della medicina e della ricerca è più garanzia di ottenere una cura. La ragion di Stato che ha ucciso Vincent Lambert in una Francia che s'impanca a maestra di convivenza civile è un'ignominia ammantata di un falso umanitarismo che è una vera forma di eugenetica. In nome di una vita dignitosa, all'infermiere francese è stata inflitta una morte vergognosa e crudele sotto stretto controllo medico. In questo, Lambert ha subito la stessa sorte di Charlie Gard e di Alfie Evans, i bambini consegnati alla morte nonostante il ricovero in cliniche di altissima specializzazione. Non è la medicina a condannare un paziente: sono gli uomini. I parlamentari che approvano le leggi, i magistrati chiamati a farle applicare, i medici che prendono decisioni contrarie all'etica, i familiari spesso incapaci di reggere il dramma di una malattia inguaribile e di guardare negli occhi una persona che non si muove ma respira, palpita, vuole vivere e si lamenta. La madre l'ha testimoniato più volte: Vincent gemeva. Perché l'agonia è stata lentissima e dolorosa. E la sedazione cui era stato sottoposto non era nemmeno così profonda in quanto, secondo i medici, un'anestesia più pesante avrebbe potuto provocare attacchi epilettici. L'ultima, atroce beffa per Vincent Lambert.Stefano Filippi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alla-fine-ce-lhanno-fatta-a-uccidere-lambert-2639165225.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="esplode-la-rabbia-dei-genitori-e-stato-un-delitto-dello-stato" data-post-id="2639165225" data-published-at="1768499733" data-use-pagination="False"> Esplode la rabbia dei genitori: «È stato un delitto dello Stato» La vita di Vincent Lambert è finita. Lo hanno annunciato in una lettera ieri mattina i suoi genitori, Pierre e Viviane Lambert. «Vincent è morto ucciso dalla ragion di Stato e da un medico che ha rinunciato al suo giuramento di Ippocrate», ha scritto l'anziana coppia. «È il tempo del lutto e della contemplazione ma è anche il momento della meditazione su questo crimine di Stato». Parole forti che dimostrano, una volta di più, la dignità di una madre e di un padre, che si sono battuti fino in fondo per salvare il proprio figlio. Una dignità che si era vista già da martedì scorso, quando il primario dell'ospedale Chu di Reims, Vincent Sanchez, aveva stabilito la fine dell'idratazione e dell'alimentazione dell'ex infermiere psichiatrico. Dopo la diffusione della notizia della sua scomparsa, ha preso la parola François Lambert, uno dei nipoti di Vincent, da sempre contrario al mantenimento in vita dello zio. Il giovane ha dichiarato che «dopo tutti questi anni di sofferenza, la sua morte è un sollievo. Non è una cosa triste, rimette in ordine le cose». Il nipote del tetraplegico francese spirato ieri ha auspicato che la vicenda resti privata: «I funerali saranno un momento forte e intimo». Sul fronte politico, il socialista Alain Claeys - firmatario nel 2006 insieme a Jean Leonetti della legge francese sul fine vita - ha sottolineato che l'assenza di direttive anticipate «ha costituito tutta la tragica storia di Vincent Lambert». Marlene Schiappa - segretaria di Stato per le Pari opportunità - ha dichiarato ai microfoni di Franceinfo che «un'evoluzione della legge non è all'ordine del giorno». Nel frattempo il procuratore capo di Reims, Matthieu Bourrette, ha reso noto di aver aperto un'inchiesta, precisando però di non aver aperto un procedimento a carico del dottor Sanchez, contro il quale i genitori e alcuni membri della famiglia Lambert, hanno presentato una causa lo scorso venerdì. Tra le reazioni, c'è stata anche quella della Conferenza episcopale francese ha preso posizione. Rispondendo al quotidiano cattolico La Croix, il portavoce Thierry Magnin ha usato parole dure: «Attraverso la strumentalizzazione dello strazio di una famiglia, è stata alimentata solo confusione, perché si è considerato il caso di Vincent Lambert come un caso di fine vita. Invece non era in fin di vita». Sempre in ambito ecclesiastico, la Santa Sede ha preso posizione in tre momenti diversi nella giornata di ieri. Il direttore ad interim della Sala Stampa Vaticana - Alessandro Gisotti - ha sottolineato quanto detto dal Santo Padre su questa vicenda: «Dio è l'unico padrone della vita dall'inizio alla fine naturale ed è nostro dovere custodirla sempre e non cedere alla cultura dello scarto. Abbiamo accolto con dolore la notizia della morte di Vincent Lambert» ha continuato il portavoce vaticano, aggiungendo: «Preghiamo affinché il Signore lo accolga nella sua casa ed esprimiamo vicinanza ai suoi cari e a quanti, fino all'ultimo, si sono impegnati ad assisterlo con amore e dedizione». Nel pomeriggio anche papa Francesco ha fatto sentire la propria voce, per mezzo di un tweet sull'account Pontifex. «Dio Padre accolga tra le sue braccia Vincent Lambert. Non costruiamo una civiltà che elimina le persone la cui vita riteniamo non sia più degna di essere vissuta: ogni vita ha valore, sempre». L'Osservatore Romano ha denunciato come la negazione di cibo e acqua significhi abbandonare la persona vulnerabile «in nome di un inaccettabile giudizio di valore sulla qualità della sua esistenza. La logica dello scarto, che impietosamente si accanisce sui deboli e sugli indifesi, non ha come misura solo la dignità della vita, ma anche la dignità della morte». Verso la fine del pomeriggio di ieri, la salma di Vincent Lambert ha lasciato l'ospedale di Reims in direzione di Parigi dove sarà sottoposto, nella giornata di oggi, ad una autopsia disposta dal giudice Bourrette. Matteo Ghisalberti
Ecco #DimmiLaVerità del 15 gennaio 2026. Il deputato della Lega Eugenio Zoffili ci spiega perché l'operazione Strade Sicure dei nostri militari andrà avanti e sarà potenziata.
Si avvia alla fase finale Energie per il futuro dell’export, il Roadshow itinerante di SACE, l’Export Credit Agency italiana partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, nato come percorso di ascolto strutturato del tessuto produttivo italiano e come strumento di dialogo diretto con le imprese sui territori.
Un viaggio che, in poco più di due mesi, ha attraversato l’Italia da Nord a Sud – Milano, Venezia, Napoli, Bari, Bologna, Firenze – ed è volato a Dubai, unica tappa internazionale del Roadshow, dedicata al confronto con le imprese italiane attive nei mercati del Golfo e le controparti locali. Oltre 1.300 chilometri percorsi nella Penisola e più di 300 imprese incontrate, trasformando le sedi territoriali di SACE in vere e proprie Case delle Imprese, luoghi di confronto operativo, raccolta di idee e costruzione di soluzioni.
Un ascolto che ha coinvolto aziende di tutte le dimensioni e dei principali settori produttivi – dalla manifattura alla meccanica strumentale, dal tessile-abbigliamento all’agroalimentare, dalla farmaceutica ai servizi – e che ha posto le imprese al centro di ogni tappa del Roadshow. Non semplici partecipanti, ma protagoniste attive del confronto, chiamate a condividere esperienze di crescita internazionale, testimonianze concrete e momenti di scambio operativo con altre aziende. Un dialogo aperto e partecipato, arricchito anche da sessioni di speed thinking, pensate per favorire il confronto rapido, la contaminazione di idee e la circolazione di soluzioni tra imprese che affrontano sfide simili sui mercati esteri.
Questo percorso di ascolto trova ora il suo momento di sintesi e restituzione a gennaio a Roma, tappa finale del Roadshow. Un appuntamento che rappresenta non solo la chiusura del viaggio, ma soprattutto un punto di messa a sistema degli spunti emersi, delle priorità individuate e delle traiettorie di sviluppo su cui SACE intende rafforzare il proprio impegno a fianco delle imprese italiane.
Supporto all’export: la missione di SACE
Il Roadshow è stato anche un’occasione per ribadire la missione di SACE: sostenere l’export e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, valorizzando un fattore chiave della crescita economica del Paese. Un percorso che ha riaffermato il ruolo strategico dell’export come leva di sviluppo e competitività e ha posto al centro l’esigenza di una maggiore diversificazione dei mercati di sbocco, elemento essenziale per ridurre i rischi legati alla concentrazione geografica e cogliere nuove opportunità di crescita.
In un contesto globale complesso, l’export continua a rappresentare uno dei pilastri della tenuta e dello sviluppo dell’economia italiana. Le imprese attive sui mercati esteri mostrano livelli più elevati di produttività, capacità innovativa e resilienza, e l’esperienza internazionale contribuisce ad accelerarne i percorsi di crescita, rafforzando la competitività complessiva del Sistema Paese.
Dal confronto diretto con le imprese sono emerse le direttrici prioritarie che orienteranno l’azione futura di SACE, in particolare: competitività, per consolidare la presenza del Made in Italy sui mercati esteri e diversificazione geografica, per intercettare le opportunità dei mercati ad alto potenziale e rafforzare la resilienza dell’export italiano.
La tappa conclusiva di Roma rappresenterà quindi un momento di sintesi e indirizzo, in cui SACE condividerà le evidenze emerse lungo il Roadshow e ribadirà il proprio ruolo a supporto dell’export, al fianco delle imprese italiane, in Italia e nel mondo.
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Federico Cafiero De Raho (Ansa)
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
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