Alitalia non paga i suoi ex commissari, da due anni aspettano il saldo della parcella

Alitalia deve circa 5-6 milioni di euro ai suoi ex commissari
Il governo ha un conto in sospeso con gli ex commissari di Alitalia, precedenti agli attuali (Giuseppe Leogrande, Daniele Santosuosso, Gabriele Fava) e trova mille scuse per non saldarlo. In tutto il debito si attesta a circa 5-6 milioni.
Stiamo parlando degli ex commissari Enrico Laghi, Stefano Paleari, Luigi Gubitosi, poi sostituito da Daniele Discepolo, che hanno gestito il tentativo di salvataggio della compagnia, con il governo Conte 1, ministro del Mise Luigi Di Maio, poi Stefano Patuanelli.
Il tentativo fu portato avanti da Atlantia, Fs e Delta, ma è franato dopo lunghi e lunghi mesi anche per le ricadute sulla holding dei Benetton, dei veleni politici dei Cinquestelle relativi al crollo del Ponte Morandi con l’ossessiva minaccia di revoca della concessione su Aspi. Paleari, già rettore dell’Università di Bergamo, ora rettore emerito, fu nominato commissario della compagnia a maggio 2017, assieme a Gubitosi e Laghi.
Paleari si mise in aspettativa e, quindi, non percepiva più stipendi dall’Università. A novembre 2018, Gubitosi si dimise per assumere la guida di Telecom e al suo posto venne nominato commissario straordinario Discepolo, avvocato milanese, consulente di molte banche. Per svolgere il loro ruolo, Paleari e Discepolo erano in azienda 3-4 giorni la settimana (arrivando da Milano) mentre Laghi, pur essendo a Roma, frequentava poco il vettore occupandosi prevalentemente delle relazioni con le istituzioni. Di fatto il docente bergamasco e il legale milanese si occupavano a tempo pieno della gestione di Alitalia.
I TRE COMMISSARI
L’11 novembre 2019 l’allora ministro del Mise Patuanelli organizzò un vertice fra i tre commissari, Gianfranco Battisti, ad di Fs e l’ex ceo di Atlantia Giovanni Castellucci: i manager comunicarono di non riuscire a costruire il consorzio, in un’operazione di circa 300 milioni di investimenti. In quel contesto, usciti Battisti e Castellucci, Patuanelli espresso compiacimento ai commissari e li esortò a continuare nell’opera di risanamento.
Nel 2019 Alitalia segnò il record di fatturato, di numero di passeggeri trasportati e ridusse la perdita giornaliera da 750 mila a 250mila euro. Una Agenzia americana segnalò come nel 2019 Alitalia fosse stata la compagnia più puntuale in Italia e la terza nel mondo. I commissari andarono avanti, ma all’improvviso, era il 5 dicembre 2019, il ministro Patuanelli convocò Laghi, Paleari e Discepolo: nello stupore generale, chiese loro di dimettersi senza addurre una specifica motivazione. In evidente imbarazzo l’esponente di M5S disse: «Bisogna fare come nel calcio, ogni tanto cambiare allenatore».
La revoca dell’incarico impedì ai commissari di incontrare i vertici di Ethiad, vecchi azionisti Alitalia con il 49% (incontro organizzato dopo tanti mesi di trattative) e chiudere una transazione che avrebbe portato nelle casse di Alitalia 200 milioni di euro. L’appuntamento fu faticosamente raggiunto grazie anche alla mediazione di un principe arabo e di una banca d’affari ed era fissato per il 10 dicembre 2019 ad Abu Dhabi. L’incontro naturalmente non ci fu. E non risulta che tale trattativa sia stata poi conclusa con un mancato introito per lo Stato.
IL NODO DEI COMPENSI
Patuanelli assicurò i commissari in merito alla pronta liquidazione dei loro compensi che sono regolati dalla legge (Prodi e Marzano) con un calcolo basato su parametri indicati dalla legge stessa. Non sono i commissari, quindi, che indicano le rispettive parcelle. Naturalmente a Paleari e Laghi spetta un anno in più di compensi rispetto a Discepolo e Gubitosi. I quattro hanno depositano il rendiconto della loro gestione a febbraio 2020. Esso venne esaminato – senza sollevare rilievi – dal Comitato di sorveglianza di Alitalia e consegnato al Mise, come da legge. Nessuna osservazione da parte di nessuno su gestione e conti. I quattro attendono, quindi, che il Mise – come prescrive la legge - predisponga i calcoli e indichi quale sia il compenso. Dopo due anni e mezzo nulla è stato fatto dal Ministero, ignorando il dettato della legge.
Una lettera a Patuanelli, due a Giancarlo Giorgetti, una al sottosegretario alla presidenza del consiglio Roberto Garofoli e varie interlocuzioni con il capo di gabinetto Mise. Alle richieste dei commissari vengono date le risposte più fantasiose e diverse: il provvedimento è pronto; la direzione deve fare ancora delle verifiche; deve passare al controllo del capo di Gabinetto; deve passare al controllo del vice capo di Gabinetto; deve essere verificato dagli attuali commissari (attività questa non prevista dalla legge). Adesso in assenza di riscontri concreti, come il pagamento delle spettanze, siccome non è il Mise a pagare, ma l’Alitalia in amministrazione straordinaria (è sempre la legge a prevederlo) i tre potrebbero rivolgersi al Tar.
Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.
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Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.
Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?
«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».
L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?
«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».
Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?
«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».
Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?
«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».
La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?
«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».
Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?
«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».
Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?
«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».
Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?
«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».
Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?
«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».
In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.
Più della metà avevano così evitato i Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Sono bastate poche settimane dall’avvio delle indagini e già l’aria è cambiata negli ambulatori dove si redigono i certificati. Nell’arco di 72 ore sono stati trasferiti presso i Cpr di Milano e Roma tre extracomunitari irregolari, tutti con precedenti penali. Il 16 marzo, un egiziano di 18 anni arrestato dai carabinieri di Milano Marittima con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, e poi risultato con precedenti per porto d’armi e danneggiamento, è stato è stato spedito al Cpr di Milano Corelli. La visita medica, dunque, ne aveva attestato l’idoneità.
Due giorni dopo, sempre a Milano, è finito un albanese di 68 anni. L’uomo aveva fatto richiesta di protezione internazionale, ma il suo profilo è apparso di rilevante pericolosità sociale: a suo carico, infatti, pendono precedenti per maltrattamenti in famiglia, minaccia e lesioni personali. Pure per l’albanese non sono saltati fuori storie di inidoneità. E nella stessa giornata di mercoledì, ha fatto ingresso al Cpr di Ponte Galeria di Roma un marocchino di 37 anni dal profilo socialmente pericoloso, con precedenti per furto aggravato, rapina, ricettazione ed evasione.
Se le visite mediche hanno accertato la loro idoneità a entrare nelle strutture, senza tante esitazioni, qualche sospetto sul perché della «normalizzazione» delle procedure nasce spontaneo. Prima, era quasi una gara a chi scartava più irregolari. «Altre due da Ravenna!», era il messaggio inviato nel giugno del 2024 da una dottoressa del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna, ora sotto indagine.
La reazione di Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) era l’emoticon con il pollice alzato. Tre mesi dopo, la stessa dottoressa aggiornava l’elenco dei presunti falsi. «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». E in risposta le veniva mostrato il muscolo del bicipite, per celebrare il successo di un simile operato, come riportato dal Corriere Romagna.
A novembre, Cocco rispondeva: «Grande», «grandissim*». E aggiungeva: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». Da marzo 2024 la Simm, assieme alla Rete Mai più lager - No ai Cpr e all’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, hanno sostenuto l’appello ai medici a dichiarare l’inidoneità, con anche una bozza di modello da utilizzare.
Avviate le indagini, nei Cpr si entra senza più esenzioni.




















