Ai giallorossi non piace chi scova gli evasori
Mentre l’esecutivo Conte promette una stretta contro i furbetti, il direttore dell’Agenzia delle entrate finisce nella lista nera. Antonino Maggiore non ha avuto paura dei colossi del Web e nemmeno degli Agnelli. Ma rischia di essere sostituito dal renziano Ernesto Maria Ruffini.

Siccome all’Agenzia delle entrate c’è un tipo che fa sul serio e vuole far pagare le tasse a chi le evade, in particolare ai grandi gruppi, il governo ha deciso di sostituirlo. La cosa comica, ma sarebbe meglio dire tragica, è che tutto ciò avviene mentre Giuseppe Conte promette una lotta senza quartiere agli evasori, minacciando addirittura il carcere a chi non paga.Forse il nome di Antonino Maggiore non vi dirà nulla, ma costui è il generale della Guardia di finanza che dà la caccia a chi fa il furbo con il fisco. Negli ultimi tempi ha spedito una serie di cartelle miliardarie a colossi dell’industria e del commercio, l’ultimo dei quali è il gruppo Kering, un gigante della moda che ha patteggiato con l’Agenzia delle entrate un modico versamento di 1,25 miliardi, un pezzo di manovra. Ieri invece è stato il turno di Fca, che si è vista notificare un avviso di accertamento per 1,5 miliardi di dollari (pari a 1,3 miliardi di euro). Al gruppo automobilistico della famiglia Agnelli è contestata l’operazione di acquisizione della Chrysler, che sarebbe stata realizzata sottostimando il valore della fusione. Come si ricorderà, la casa automobilistica allora guidata da Sergio Marchionne si comprò i brand del gruppo americano ormai in bancarotta, inglobando oltre a Chrysler i marchi Dodge, Ram e Jeep. Una volta conclusa l’operazione (e soprattutto incassato i soldi messi a disposizione da Barack Obama per evitare il fallimento del terzo produttore automobilistico Usa), la Fiat si trasformò in Fca, ossia Fiat Chrysler Automobiles, trasferendo la sede legale in Olanda e quella fiscale in Gran Bretagna. Ma l’addio alla storica sede di corso Marconi a Torino, secondo l’Agenzia delle entrate, avrebbe generato la cosiddetta exit tax, ovvero una plusvalenza realizzata con lo spostamento dell’attività fuori dall’Italia. Un surplus di utili che, applicando la tassazione in vigore, cioè l’aliquota del 27,5 per cento, dà per risultato circa 1 miliardo e 300 milioni di euro, più interessi. Del resto, all’epoca il valore di Chrysler era di circa 12,5 miliardi e la sola Fiat se ne attribuiva uno intorno ai 7,5. Senza dire poi che, come ricorda Bloomberg che per primo ha dato la notizia del contenzioso con il fisco, quando debuttò a Wall Street il gruppo nato dalla fusione venne valutato dal mercato più di 8 miliardi di euro.

Insomma, l’operazione avrebbe generato una plusvalenza e adesso l’Agenzia delle entrate presenta il conto. Certo, non capita di frequente che ci si veda recapitare un avviso d’accertamento da 1,5 miliardi. In genere si va a caccia di scontrini, multando il panettiere che ha venduto la michetta senza battere la ricevuta o il gelataio che ha regalato un cono al bambino. Presentarsi a casa Agnelli-Elkann con una cartella miliardaria richiede anche una certa dose di coraggio, come bisogna essere dotati di sangue freddo per bussare alla porta di colossi del Web o della moda. Tutti sono capaci di gonfiare il petto se hanno di fronte il pizzicagnolo all’angolo, ma se si ha a che fare con gente che oltre alle quattro ruote fa girare i miliardi, è più facile trovare persone che ci vadano caute. Soprattutto se certi gruppi dispongono di un’artiglieria di testate. Ovviamente non alludo a quelle nucleari, ma a quelle giornalistiche, che proprio in questi giorni sono tornate nella disponibilità della famiglia torinese e guarda caso ieri, sui loro siti Internet, hanno dedicato alla vicenda della richiesta del fisco il minimo indispensabile.

Ma a prescindere dall’imbarazzo della stampa, sta di fatto che, come ha annunciato ieri il nostro giornale, proprio perché all’Agenzia delle entrate c’è un tipo che si è messo in testa l’idea di combattere gli evasori, il governo lo vuole sostituire. Matteo Renzi – ma anche il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri – al suo posto vedrebbe bene un ritorno di Ernesto Maria Ruffini che, guarda caso, ha chiamato sul palco anche all’ultima Leopolda. Sostituire un generale della Finanza specializzato nello scovare frodi ed elusioni fiscali con un pupillo del renzismo non pare la scelta migliore, ma forse ci sono valutazioni di cui non siamo a conoscenza e di cui gradiremmo essere informati.

Non vorremmo infatti che, dopo tanti annunci, la lotta all’evasione finisse come ha scritto l’altro giorno l’ex magistrato Bruno Tinti, ovvero in un teatrino disgustoso, dove ognuno ha portato a casa il proprio risultato elettorale. Dice l’ex pm: «La legge penale in Italia non conosce la categoria dei grandi evasori. È costruita per uno scopo diverso: garantire l’impunità agli evasori in genere».

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