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2023-09-01
L’Onu combina un guaio in Africa «Missioni di pace? Assist ai golpisti»
E se il caos in Africa fosse il frutto bacato delle nostre buone intenzioni? Il prodotto deviato dei tentativi di sedare i conflitti locali, affidando il ruolo di pacieri ad autocrati senza scrupoli e signori della guerra?
Ovviamente, nel Sahel bisogna registrare il fallimento storico dei francesi. La regione è una polveriera e una scintilla basta a infiammare le rivolte contro i rappresentanti di Parigi, contro le vestigia dello sfruttamento neocoloniale. Poi ci sono le mire dei cinesi e gli interventi destabilizzatori dei russi, che si erano appoggiati alla Wagner e adesso, liquidato Evgenij Prigozhin e preteso il giuramento di fedeltà dai mercenari, potranno centralizzare definitivamente i movimenti delle milizie. A innescare i colpi di Stato che si stanno susseguendo in Africa occidentale e centrale, però, non è soltanto il risiko geopolitico delle grandi potenze. Dietro i disordini, si celano le conseguenze non intenzionali delle imprese di peacekeeping dell’Onu. Le quali, paradossalmente, alimentano il disordine, armando e rafforzando gli eserciti delle nazioni ben poco democratiche e ben poco liberali dell’area.
A sostenerlo è l’autorevole rivista Foreign Policy, secondo la quale «il peacekeeping dell’Onu fomenta accidentalmente i colpi di Stato in Africa». Stando all’analisi di Jamie Levin e Nathan Allen, della Saint Francis Xavier University in Canada, dopo la fine della Guerra fredda, le nazioni occidentali hanno premuto per trasferire la responsabilità delle missioni nelle zone calde agli «eserciti di Paesi non democratici o debolmente democratici». E ciò, anziché favorire la democratizzazione delle loro istituzioni, ha spesso prodotto effetti deteriori, «consolidando il potere autocratico e contribuendo alla propensione ai golpe nelle democrazie fragili, come il Niger». In sostanza, per disimpegnarci dai delicati teatri bellici del Terzo mondo, abbiamo dato quasi carta bianca alle organizzazioni militari di Stati autoritari e instabili. Esse hanno gestito situazioni esplosive, risparmiandoci il lavoro sporco. Eppure, ciò non ha spinto i governi africani all’integrazione con i nostri valori politici, almeno nella prospettiva di ricevere generosi finanziamenti (nel biennio 2021-2022, l’Onu ha stanziato circa 6 miliardi e 400.000 dollari). I gruppi armati, anzi, ne hanno approfittato per aumentare la loro influenza, magari per appropriarsi degli equipaggiamenti forniti dalle Nazioni Unite e per coltivare ambizioni di egemonia. La strategia della parte più ricca del globo, dunque, ha propiziato le condizioni per l’ascesa di leader in divisa, capaci di sfidare e rovesciare i governanti, a loro volta più o meno dispotici.
È accaduto al Niger, che - guarda un po’ - figura al quinto posto nella classifica dei 10 Stati con il maggior numero di soldati impegnati nelle missioni di pace, sotto l’egida dell’Onu: parliamo di 874 membri effettivi dispiegati sul campo, mentre il Paese è coinvolto nell’operazione messa in piedi per tenere sotto controllo il Mali. E non sarà un caso - fanno notare gli autori dell’articolo su Foreign Policy - se il generale Abdourahamane Tchiani, che ha destituito il presidente, Mohamed Bazoum, è stato arruolato con i caschi blu per una serie di incarichi in Costa d’Avorio, Congo e Sudan. Allora, non dev’essere fortuita nemmeno la strana correlazione tra la quantità di personale impiegato nella «seconda generazione del peacekeeping» e la deposizione manu militari dei legittimi vertici politici: nella suddetta top ten, insieme al Niger, compaiono infatti il Ciad (primo in assoluto, con 1.427 unità schierate), la Guinea (668 uomini) e il Burkina Faso (661). Indovinate? In tutti e tre i Paesi si sono verificati colpi di Stato, tra il 2021 e il gennaio 2022.
Per Levin e Allen, il peso specifico delle autocrazie africane limita la capacità dell’Onu di reagire sia alle violazioni dei diritti umani, perpetrate in quantità nelle aree turbolente, sia ai capovolgimenti politici ottenuti con la violenza. Gli studiosi citano Antonio Guterres, segretario generale dell’organismo sovranazionale, poiché egli, pur esprimendo «profonda preoccupazione» per gli eventi in Niger, non ha agito bloccando gli aiuti o invocando sanzioni. Naturalmente, non tutti i mali della regione subsahariana sono da ascrivere al peacekeeping. Questo facilita «l’intervento dell’esercito nella politica», cioè «amplifica il rischio di golpe», ma non può esserne la sola causa. Foreign Policy suggerisce di istituire meccanismi più rigidi di controllo e contromisure tempestive in caso di conclamate irregolarità. O forse è ora che l’Occidente la smetta di vergognarsi del passato imperialista e torni a esercitare un ruolo attivo nei settori geopolitici strategici del Mediterraneo. In nome della cooperazione e non della sopraffazione, certo. Ma possibilmente prima che, con le loro mosse, Ankara, Pechino e Mosca ci facciano cacciare a pedate dall’Africa.
Ribollono pure Camerun e Ruanda
Il nuovo uomo forte del Gabon si chiama Brice Oligui Nguema, è un generale e fino a tre giorni fa era il comandante in capo della Guardia repubblicana. Oligui Nguema è stato nominato «presidente della transizione» dai soldati golpisti, con un comunicato stampa letto dalla televisione Gabon 24. Nguema ha dichiarato: «Ali Bongo non avrebbe dovuto candidarsi per un terzo mandato, tutti ne parlavano ma nessuno si è assunto la responsabilità e così l’esercito ha deciso di voltare pagina». Il colpo di Stato è stato condannato dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalla Francia, che aveva stretti e storici legami con la famiglia Bongo.
Questo golpe è diverso da quello arrivato in Niger, avvenuto in un periodo di calma, perché in Gabon da tempo ormai cova il risentimento popolare nei confronti della famiglia Bongo, che ha governato il Paese per quasi 56 anni. C’è malcontento su moltissime questioni, ad esempio, sul costo della vita. Rabbia che sta aumentando in queste ore, dopo che i militari hanno pubblicato sui social network un video nel quale si vedono valigie e borse nella casa della famiglia del presidente deposto piene di franchi Cfa, dollari ed euro. Agli osservatori più attenti non è certamente sfuggito che il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), all’epoca presieduto da Adolfo Urso, nella sua relazione sull’attività svolta dal primo gennaio 2021 al 9 febbraio 2022, i disastri in corso nel Sahel e in Africa li aveva previsti tutti. Infatti, nel documento si legge: «Occorre poi considerare che in questa regione si registra il nuovo protagonismo di potenze non occidentali che stanno approfittando delle difficoltà della Francia, come dimostra il caso emblematico del Mali, Stato considerato centrale per la stabilizzazione del Sahel. Questo scenario problematico - a fronte di una situazione caratterizzata dalla presenza di gruppi jihadisti che operano travalicando le frontiere, anche sfruttando le crisi politiche presenti nei Paesi saheliani - potrebbe infatti provocare un effetto domino sugli Stati vicini con conseguenze anche sui flussi migratori e sui traffici illegali».
Sempre nel 2022, l’intelligence italiana, nella sua relazione Politica dell’informazione per la sicurezza, scriveva: «Nell’anno in esame, l’iIntelligence nazionale ha monitorato tre principali macro-teatri di crisi: area saheliana, Corno d’Africa e regione dei Grandi Laghi. I tratti di vulnerabilità sono simili: pressione demografica, scadimento dei parametri economici, violenta conflittualità di varia natura, scontri legati all’uso delle risorse e una diffusa fragilità istituzionale che fa da moltiplicatore degli squilibri. Sempre più, poi, si evidenzia in tali quadranti una presenza straniera che fa uso strumentale delle criticità locali e che, non di rado, alimenta narrative antioccidentali».
Ieri in Niger è stata un’altra giornata di passione, con la giunta golpista che ha ribadito l’abolizione di tutti gli accordi militari con la Francia, chiesto la partenza incondizionata delle truppe francesi dal Niger e ordinato a tutte le compagnie locali di interrompere immediatamente la fornitura di carburante, acqua, elettricità e cibo alle basi militari francesi, all’ambasciata francese a Niamey e a tutti i consolati francesi presenti nel Paese.
Quale sarà la prossima nazione a finire nelle mani dei militari? Il Camerun si prepara al peggio, tanto che attraverso un nuovo decreto il presidente Paul Biya ha rimosso e sostituito i capi della sicurezza, compreso quello del delegato alla presidenza responsabile della Difesa, del personale dell’aeronautica, della marina e della polizia. Ma anche in Ruanda sta succedendo qualcosa: ieri Paul Kagame, presidente dal 2000, ha rimosso e sostituito alcuni ufficiali dell’esercito. Forse anche loro preparavano qualcosa di grosso.
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La rivista «Foreign Policy» spiega che aver affidato il peacekeeping alle autocrazie locali, anziché favorirne la democratizzazione, ha fomentato i signori della guerra. Proprio come il nigerino Tchiani, un ex casco blu.Dopo la nomina del generale Nguema a capo del nuovo governo in Gabon, in Camerun Biya sostituisce i vertici della sicurezza. E in Ruanda Paul Kagame avvia il repulisti nell’esercito.Lo speciale contiene due articoli.E se il caos in Africa fosse il frutto bacato delle nostre buone intenzioni? Il prodotto deviato dei tentativi di sedare i conflitti locali, affidando il ruolo di pacieri ad autocrati senza scrupoli e signori della guerra?Ovviamente, nel Sahel bisogna registrare il fallimento storico dei francesi. La regione è una polveriera e una scintilla basta a infiammare le rivolte contro i rappresentanti di Parigi, contro le vestigia dello sfruttamento neocoloniale. Poi ci sono le mire dei cinesi e gli interventi destabilizzatori dei russi, che si erano appoggiati alla Wagner e adesso, liquidato Evgenij Prigozhin e preteso il giuramento di fedeltà dai mercenari, potranno centralizzare definitivamente i movimenti delle milizie. A innescare i colpi di Stato che si stanno susseguendo in Africa occidentale e centrale, però, non è soltanto il risiko geopolitico delle grandi potenze. Dietro i disordini, si celano le conseguenze non intenzionali delle imprese di peacekeeping dell’Onu. Le quali, paradossalmente, alimentano il disordine, armando e rafforzando gli eserciti delle nazioni ben poco democratiche e ben poco liberali dell’area.A sostenerlo è l’autorevole rivista Foreign Policy, secondo la quale «il peacekeeping dell’Onu fomenta accidentalmente i colpi di Stato in Africa». Stando all’analisi di Jamie Levin e Nathan Allen, della Saint Francis Xavier University in Canada, dopo la fine della Guerra fredda, le nazioni occidentali hanno premuto per trasferire la responsabilità delle missioni nelle zone calde agli «eserciti di Paesi non democratici o debolmente democratici». E ciò, anziché favorire la democratizzazione delle loro istituzioni, ha spesso prodotto effetti deteriori, «consolidando il potere autocratico e contribuendo alla propensione ai golpe nelle democrazie fragili, come il Niger». In sostanza, per disimpegnarci dai delicati teatri bellici del Terzo mondo, abbiamo dato quasi carta bianca alle organizzazioni militari di Stati autoritari e instabili. Esse hanno gestito situazioni esplosive, risparmiandoci il lavoro sporco. Eppure, ciò non ha spinto i governi africani all’integrazione con i nostri valori politici, almeno nella prospettiva di ricevere generosi finanziamenti (nel biennio 2021-2022, l’Onu ha stanziato circa 6 miliardi e 400.000 dollari). I gruppi armati, anzi, ne hanno approfittato per aumentare la loro influenza, magari per appropriarsi degli equipaggiamenti forniti dalle Nazioni Unite e per coltivare ambizioni di egemonia. La strategia della parte più ricca del globo, dunque, ha propiziato le condizioni per l’ascesa di leader in divisa, capaci di sfidare e rovesciare i governanti, a loro volta più o meno dispotici. È accaduto al Niger, che - guarda un po’ - figura al quinto posto nella classifica dei 10 Stati con il maggior numero di soldati impegnati nelle missioni di pace, sotto l’egida dell’Onu: parliamo di 874 membri effettivi dispiegati sul campo, mentre il Paese è coinvolto nell’operazione messa in piedi per tenere sotto controllo il Mali. E non sarà un caso - fanno notare gli autori dell’articolo su Foreign Policy - se il generale Abdourahamane Tchiani, che ha destituito il presidente, Mohamed Bazoum, è stato arruolato con i caschi blu per una serie di incarichi in Costa d’Avorio, Congo e Sudan. Allora, non dev’essere fortuita nemmeno la strana correlazione tra la quantità di personale impiegato nella «seconda generazione del peacekeeping» e la deposizione manu militari dei legittimi vertici politici: nella suddetta top ten, insieme al Niger, compaiono infatti il Ciad (primo in assoluto, con 1.427 unità schierate), la Guinea (668 uomini) e il Burkina Faso (661). Indovinate? In tutti e tre i Paesi si sono verificati colpi di Stato, tra il 2021 e il gennaio 2022. Per Levin e Allen, il peso specifico delle autocrazie africane limita la capacità dell’Onu di reagire sia alle violazioni dei diritti umani, perpetrate in quantità nelle aree turbolente, sia ai capovolgimenti politici ottenuti con la violenza. Gli studiosi citano Antonio Guterres, segretario generale dell’organismo sovranazionale, poiché egli, pur esprimendo «profonda preoccupazione» per gli eventi in Niger, non ha agito bloccando gli aiuti o invocando sanzioni. Naturalmente, non tutti i mali della regione subsahariana sono da ascrivere al peacekeeping. Questo facilita «l’intervento dell’esercito nella politica», cioè «amplifica il rischio di golpe», ma non può esserne la sola causa. Foreign Policy suggerisce di istituire meccanismi più rigidi di controllo e contromisure tempestive in caso di conclamate irregolarità. O forse è ora che l’Occidente la smetta di vergognarsi del passato imperialista e torni a esercitare un ruolo attivo nei settori geopolitici strategici del Mediterraneo. In nome della cooperazione e non della sopraffazione, certo. Ma possibilmente prima che, con le loro mosse, Ankara, Pechino e Mosca ci facciano cacciare a pedate dall’Africa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/africa-onu-crisi-2664738258.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ribollono-pure-camerun-e-ruanda" data-post-id="2664738258" data-published-at="1693555136" data-use-pagination="False"> Ribollono pure Camerun e Ruanda Il nuovo uomo forte del Gabon si chiama Brice Oligui Nguema, è un generale e fino a tre giorni fa era il comandante in capo della Guardia repubblicana. Oligui Nguema è stato nominato «presidente della transizione» dai soldati golpisti, con un comunicato stampa letto dalla televisione Gabon 24. Nguema ha dichiarato: «Ali Bongo non avrebbe dovuto candidarsi per un terzo mandato, tutti ne parlavano ma nessuno si è assunto la responsabilità e così l’esercito ha deciso di voltare pagina». Il colpo di Stato è stato condannato dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalla Francia, che aveva stretti e storici legami con la famiglia Bongo. Questo golpe è diverso da quello arrivato in Niger, avvenuto in un periodo di calma, perché in Gabon da tempo ormai cova il risentimento popolare nei confronti della famiglia Bongo, che ha governato il Paese per quasi 56 anni. C’è malcontento su moltissime questioni, ad esempio, sul costo della vita. Rabbia che sta aumentando in queste ore, dopo che i militari hanno pubblicato sui social network un video nel quale si vedono valigie e borse nella casa della famiglia del presidente deposto piene di franchi Cfa, dollari ed euro. Agli osservatori più attenti non è certamente sfuggito che il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), all’epoca presieduto da Adolfo Urso, nella sua relazione sull’attività svolta dal primo gennaio 2021 al 9 febbraio 2022, i disastri in corso nel Sahel e in Africa li aveva previsti tutti. Infatti, nel documento si legge: «Occorre poi considerare che in questa regione si registra il nuovo protagonismo di potenze non occidentali che stanno approfittando delle difficoltà della Francia, come dimostra il caso emblematico del Mali, Stato considerato centrale per la stabilizzazione del Sahel. Questo scenario problematico - a fronte di una situazione caratterizzata dalla presenza di gruppi jihadisti che operano travalicando le frontiere, anche sfruttando le crisi politiche presenti nei Paesi saheliani - potrebbe infatti provocare un effetto domino sugli Stati vicini con conseguenze anche sui flussi migratori e sui traffici illegali». Sempre nel 2022, l’intelligence italiana, nella sua relazione Politica dell’informazione per la sicurezza, scriveva: «Nell’anno in esame, l’iIntelligence nazionale ha monitorato tre principali macro-teatri di crisi: area saheliana, Corno d’Africa e regione dei Grandi Laghi. I tratti di vulnerabilità sono simili: pressione demografica, scadimento dei parametri economici, violenta conflittualità di varia natura, scontri legati all’uso delle risorse e una diffusa fragilità istituzionale che fa da moltiplicatore degli squilibri. Sempre più, poi, si evidenzia in tali quadranti una presenza straniera che fa uso strumentale delle criticità locali e che, non di rado, alimenta narrative antioccidentali». Ieri in Niger è stata un’altra giornata di passione, con la giunta golpista che ha ribadito l’abolizione di tutti gli accordi militari con la Francia, chiesto la partenza incondizionata delle truppe francesi dal Niger e ordinato a tutte le compagnie locali di interrompere immediatamente la fornitura di carburante, acqua, elettricità e cibo alle basi militari francesi, all’ambasciata francese a Niamey e a tutti i consolati francesi presenti nel Paese. Quale sarà la prossima nazione a finire nelle mani dei militari? Il Camerun si prepara al peggio, tanto che attraverso un nuovo decreto il presidente Paul Biya ha rimosso e sostituito i capi della sicurezza, compreso quello del delegato alla presidenza responsabile della Difesa, del personale dell’aeronautica, della marina e della polizia. Ma anche in Ruanda sta succedendo qualcosa: ieri Paul Kagame, presidente dal 2000, ha rimosso e sostituito alcuni ufficiali dell’esercito. Forse anche loro preparavano qualcosa di grosso.
Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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