True
2023-09-01
L’Onu combina un guaio in Africa «Missioni di pace? Assist ai golpisti»
E se il caos in Africa fosse il frutto bacato delle nostre buone intenzioni? Il prodotto deviato dei tentativi di sedare i conflitti locali, affidando il ruolo di pacieri ad autocrati senza scrupoli e signori della guerra?
Ovviamente, nel Sahel bisogna registrare il fallimento storico dei francesi. La regione è una polveriera e una scintilla basta a infiammare le rivolte contro i rappresentanti di Parigi, contro le vestigia dello sfruttamento neocoloniale. Poi ci sono le mire dei cinesi e gli interventi destabilizzatori dei russi, che si erano appoggiati alla Wagner e adesso, liquidato Evgenij Prigozhin e preteso il giuramento di fedeltà dai mercenari, potranno centralizzare definitivamente i movimenti delle milizie. A innescare i colpi di Stato che si stanno susseguendo in Africa occidentale e centrale, però, non è soltanto il risiko geopolitico delle grandi potenze. Dietro i disordini, si celano le conseguenze non intenzionali delle imprese di peacekeeping dell’Onu. Le quali, paradossalmente, alimentano il disordine, armando e rafforzando gli eserciti delle nazioni ben poco democratiche e ben poco liberali dell’area.
A sostenerlo è l’autorevole rivista Foreign Policy, secondo la quale «il peacekeeping dell’Onu fomenta accidentalmente i colpi di Stato in Africa». Stando all’analisi di Jamie Levin e Nathan Allen, della Saint Francis Xavier University in Canada, dopo la fine della Guerra fredda, le nazioni occidentali hanno premuto per trasferire la responsabilità delle missioni nelle zone calde agli «eserciti di Paesi non democratici o debolmente democratici». E ciò, anziché favorire la democratizzazione delle loro istituzioni, ha spesso prodotto effetti deteriori, «consolidando il potere autocratico e contribuendo alla propensione ai golpe nelle democrazie fragili, come il Niger». In sostanza, per disimpegnarci dai delicati teatri bellici del Terzo mondo, abbiamo dato quasi carta bianca alle organizzazioni militari di Stati autoritari e instabili. Esse hanno gestito situazioni esplosive, risparmiandoci il lavoro sporco. Eppure, ciò non ha spinto i governi africani all’integrazione con i nostri valori politici, almeno nella prospettiva di ricevere generosi finanziamenti (nel biennio 2021-2022, l’Onu ha stanziato circa 6 miliardi e 400.000 dollari). I gruppi armati, anzi, ne hanno approfittato per aumentare la loro influenza, magari per appropriarsi degli equipaggiamenti forniti dalle Nazioni Unite e per coltivare ambizioni di egemonia. La strategia della parte più ricca del globo, dunque, ha propiziato le condizioni per l’ascesa di leader in divisa, capaci di sfidare e rovesciare i governanti, a loro volta più o meno dispotici.
È accaduto al Niger, che - guarda un po’ - figura al quinto posto nella classifica dei 10 Stati con il maggior numero di soldati impegnati nelle missioni di pace, sotto l’egida dell’Onu: parliamo di 874 membri effettivi dispiegati sul campo, mentre il Paese è coinvolto nell’operazione messa in piedi per tenere sotto controllo il Mali. E non sarà un caso - fanno notare gli autori dell’articolo su Foreign Policy - se il generale Abdourahamane Tchiani, che ha destituito il presidente, Mohamed Bazoum, è stato arruolato con i caschi blu per una serie di incarichi in Costa d’Avorio, Congo e Sudan. Allora, non dev’essere fortuita nemmeno la strana correlazione tra la quantità di personale impiegato nella «seconda generazione del peacekeeping» e la deposizione manu militari dei legittimi vertici politici: nella suddetta top ten, insieme al Niger, compaiono infatti il Ciad (primo in assoluto, con 1.427 unità schierate), la Guinea (668 uomini) e il Burkina Faso (661). Indovinate? In tutti e tre i Paesi si sono verificati colpi di Stato, tra il 2021 e il gennaio 2022.
Per Levin e Allen, il peso specifico delle autocrazie africane limita la capacità dell’Onu di reagire sia alle violazioni dei diritti umani, perpetrate in quantità nelle aree turbolente, sia ai capovolgimenti politici ottenuti con la violenza. Gli studiosi citano Antonio Guterres, segretario generale dell’organismo sovranazionale, poiché egli, pur esprimendo «profonda preoccupazione» per gli eventi in Niger, non ha agito bloccando gli aiuti o invocando sanzioni. Naturalmente, non tutti i mali della regione subsahariana sono da ascrivere al peacekeeping. Questo facilita «l’intervento dell’esercito nella politica», cioè «amplifica il rischio di golpe», ma non può esserne la sola causa. Foreign Policy suggerisce di istituire meccanismi più rigidi di controllo e contromisure tempestive in caso di conclamate irregolarità. O forse è ora che l’Occidente la smetta di vergognarsi del passato imperialista e torni a esercitare un ruolo attivo nei settori geopolitici strategici del Mediterraneo. In nome della cooperazione e non della sopraffazione, certo. Ma possibilmente prima che, con le loro mosse, Ankara, Pechino e Mosca ci facciano cacciare a pedate dall’Africa.
Ribollono pure Camerun e Ruanda
Il nuovo uomo forte del Gabon si chiama Brice Oligui Nguema, è un generale e fino a tre giorni fa era il comandante in capo della Guardia repubblicana. Oligui Nguema è stato nominato «presidente della transizione» dai soldati golpisti, con un comunicato stampa letto dalla televisione Gabon 24. Nguema ha dichiarato: «Ali Bongo non avrebbe dovuto candidarsi per un terzo mandato, tutti ne parlavano ma nessuno si è assunto la responsabilità e così l’esercito ha deciso di voltare pagina». Il colpo di Stato è stato condannato dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalla Francia, che aveva stretti e storici legami con la famiglia Bongo.
Questo golpe è diverso da quello arrivato in Niger, avvenuto in un periodo di calma, perché in Gabon da tempo ormai cova il risentimento popolare nei confronti della famiglia Bongo, che ha governato il Paese per quasi 56 anni. C’è malcontento su moltissime questioni, ad esempio, sul costo della vita. Rabbia che sta aumentando in queste ore, dopo che i militari hanno pubblicato sui social network un video nel quale si vedono valigie e borse nella casa della famiglia del presidente deposto piene di franchi Cfa, dollari ed euro. Agli osservatori più attenti non è certamente sfuggito che il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), all’epoca presieduto da Adolfo Urso, nella sua relazione sull’attività svolta dal primo gennaio 2021 al 9 febbraio 2022, i disastri in corso nel Sahel e in Africa li aveva previsti tutti. Infatti, nel documento si legge: «Occorre poi considerare che in questa regione si registra il nuovo protagonismo di potenze non occidentali che stanno approfittando delle difficoltà della Francia, come dimostra il caso emblematico del Mali, Stato considerato centrale per la stabilizzazione del Sahel. Questo scenario problematico - a fronte di una situazione caratterizzata dalla presenza di gruppi jihadisti che operano travalicando le frontiere, anche sfruttando le crisi politiche presenti nei Paesi saheliani - potrebbe infatti provocare un effetto domino sugli Stati vicini con conseguenze anche sui flussi migratori e sui traffici illegali».
Sempre nel 2022, l’intelligence italiana, nella sua relazione Politica dell’informazione per la sicurezza, scriveva: «Nell’anno in esame, l’iIntelligence nazionale ha monitorato tre principali macro-teatri di crisi: area saheliana, Corno d’Africa e regione dei Grandi Laghi. I tratti di vulnerabilità sono simili: pressione demografica, scadimento dei parametri economici, violenta conflittualità di varia natura, scontri legati all’uso delle risorse e una diffusa fragilità istituzionale che fa da moltiplicatore degli squilibri. Sempre più, poi, si evidenzia in tali quadranti una presenza straniera che fa uso strumentale delle criticità locali e che, non di rado, alimenta narrative antioccidentali».
Ieri in Niger è stata un’altra giornata di passione, con la giunta golpista che ha ribadito l’abolizione di tutti gli accordi militari con la Francia, chiesto la partenza incondizionata delle truppe francesi dal Niger e ordinato a tutte le compagnie locali di interrompere immediatamente la fornitura di carburante, acqua, elettricità e cibo alle basi militari francesi, all’ambasciata francese a Niamey e a tutti i consolati francesi presenti nel Paese.
Quale sarà la prossima nazione a finire nelle mani dei militari? Il Camerun si prepara al peggio, tanto che attraverso un nuovo decreto il presidente Paul Biya ha rimosso e sostituito i capi della sicurezza, compreso quello del delegato alla presidenza responsabile della Difesa, del personale dell’aeronautica, della marina e della polizia. Ma anche in Ruanda sta succedendo qualcosa: ieri Paul Kagame, presidente dal 2000, ha rimosso e sostituito alcuni ufficiali dell’esercito. Forse anche loro preparavano qualcosa di grosso.
Continua a leggereRiduci
La rivista «Foreign Policy» spiega che aver affidato il peacekeeping alle autocrazie locali, anziché favorirne la democratizzazione, ha fomentato i signori della guerra. Proprio come il nigerino Tchiani, un ex casco blu.Dopo la nomina del generale Nguema a capo del nuovo governo in Gabon, in Camerun Biya sostituisce i vertici della sicurezza. E in Ruanda Paul Kagame avvia il repulisti nell’esercito.Lo speciale contiene due articoli.E se il caos in Africa fosse il frutto bacato delle nostre buone intenzioni? Il prodotto deviato dei tentativi di sedare i conflitti locali, affidando il ruolo di pacieri ad autocrati senza scrupoli e signori della guerra?Ovviamente, nel Sahel bisogna registrare il fallimento storico dei francesi. La regione è una polveriera e una scintilla basta a infiammare le rivolte contro i rappresentanti di Parigi, contro le vestigia dello sfruttamento neocoloniale. Poi ci sono le mire dei cinesi e gli interventi destabilizzatori dei russi, che si erano appoggiati alla Wagner e adesso, liquidato Evgenij Prigozhin e preteso il giuramento di fedeltà dai mercenari, potranno centralizzare definitivamente i movimenti delle milizie. A innescare i colpi di Stato che si stanno susseguendo in Africa occidentale e centrale, però, non è soltanto il risiko geopolitico delle grandi potenze. Dietro i disordini, si celano le conseguenze non intenzionali delle imprese di peacekeeping dell’Onu. Le quali, paradossalmente, alimentano il disordine, armando e rafforzando gli eserciti delle nazioni ben poco democratiche e ben poco liberali dell’area.A sostenerlo è l’autorevole rivista Foreign Policy, secondo la quale «il peacekeeping dell’Onu fomenta accidentalmente i colpi di Stato in Africa». Stando all’analisi di Jamie Levin e Nathan Allen, della Saint Francis Xavier University in Canada, dopo la fine della Guerra fredda, le nazioni occidentali hanno premuto per trasferire la responsabilità delle missioni nelle zone calde agli «eserciti di Paesi non democratici o debolmente democratici». E ciò, anziché favorire la democratizzazione delle loro istituzioni, ha spesso prodotto effetti deteriori, «consolidando il potere autocratico e contribuendo alla propensione ai golpe nelle democrazie fragili, come il Niger». In sostanza, per disimpegnarci dai delicati teatri bellici del Terzo mondo, abbiamo dato quasi carta bianca alle organizzazioni militari di Stati autoritari e instabili. Esse hanno gestito situazioni esplosive, risparmiandoci il lavoro sporco. Eppure, ciò non ha spinto i governi africani all’integrazione con i nostri valori politici, almeno nella prospettiva di ricevere generosi finanziamenti (nel biennio 2021-2022, l’Onu ha stanziato circa 6 miliardi e 400.000 dollari). I gruppi armati, anzi, ne hanno approfittato per aumentare la loro influenza, magari per appropriarsi degli equipaggiamenti forniti dalle Nazioni Unite e per coltivare ambizioni di egemonia. La strategia della parte più ricca del globo, dunque, ha propiziato le condizioni per l’ascesa di leader in divisa, capaci di sfidare e rovesciare i governanti, a loro volta più o meno dispotici. È accaduto al Niger, che - guarda un po’ - figura al quinto posto nella classifica dei 10 Stati con il maggior numero di soldati impegnati nelle missioni di pace, sotto l’egida dell’Onu: parliamo di 874 membri effettivi dispiegati sul campo, mentre il Paese è coinvolto nell’operazione messa in piedi per tenere sotto controllo il Mali. E non sarà un caso - fanno notare gli autori dell’articolo su Foreign Policy - se il generale Abdourahamane Tchiani, che ha destituito il presidente, Mohamed Bazoum, è stato arruolato con i caschi blu per una serie di incarichi in Costa d’Avorio, Congo e Sudan. Allora, non dev’essere fortuita nemmeno la strana correlazione tra la quantità di personale impiegato nella «seconda generazione del peacekeeping» e la deposizione manu militari dei legittimi vertici politici: nella suddetta top ten, insieme al Niger, compaiono infatti il Ciad (primo in assoluto, con 1.427 unità schierate), la Guinea (668 uomini) e il Burkina Faso (661). Indovinate? In tutti e tre i Paesi si sono verificati colpi di Stato, tra il 2021 e il gennaio 2022. Per Levin e Allen, il peso specifico delle autocrazie africane limita la capacità dell’Onu di reagire sia alle violazioni dei diritti umani, perpetrate in quantità nelle aree turbolente, sia ai capovolgimenti politici ottenuti con la violenza. Gli studiosi citano Antonio Guterres, segretario generale dell’organismo sovranazionale, poiché egli, pur esprimendo «profonda preoccupazione» per gli eventi in Niger, non ha agito bloccando gli aiuti o invocando sanzioni. Naturalmente, non tutti i mali della regione subsahariana sono da ascrivere al peacekeeping. Questo facilita «l’intervento dell’esercito nella politica», cioè «amplifica il rischio di golpe», ma non può esserne la sola causa. Foreign Policy suggerisce di istituire meccanismi più rigidi di controllo e contromisure tempestive in caso di conclamate irregolarità. O forse è ora che l’Occidente la smetta di vergognarsi del passato imperialista e torni a esercitare un ruolo attivo nei settori geopolitici strategici del Mediterraneo. In nome della cooperazione e non della sopraffazione, certo. Ma possibilmente prima che, con le loro mosse, Ankara, Pechino e Mosca ci facciano cacciare a pedate dall’Africa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/africa-onu-crisi-2664738258.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ribollono-pure-camerun-e-ruanda" data-post-id="2664738258" data-published-at="1693555136" data-use-pagination="False"> Ribollono pure Camerun e Ruanda Il nuovo uomo forte del Gabon si chiama Brice Oligui Nguema, è un generale e fino a tre giorni fa era il comandante in capo della Guardia repubblicana. Oligui Nguema è stato nominato «presidente della transizione» dai soldati golpisti, con un comunicato stampa letto dalla televisione Gabon 24. Nguema ha dichiarato: «Ali Bongo non avrebbe dovuto candidarsi per un terzo mandato, tutti ne parlavano ma nessuno si è assunto la responsabilità e così l’esercito ha deciso di voltare pagina». Il colpo di Stato è stato condannato dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalla Francia, che aveva stretti e storici legami con la famiglia Bongo. Questo golpe è diverso da quello arrivato in Niger, avvenuto in un periodo di calma, perché in Gabon da tempo ormai cova il risentimento popolare nei confronti della famiglia Bongo, che ha governato il Paese per quasi 56 anni. C’è malcontento su moltissime questioni, ad esempio, sul costo della vita. Rabbia che sta aumentando in queste ore, dopo che i militari hanno pubblicato sui social network un video nel quale si vedono valigie e borse nella casa della famiglia del presidente deposto piene di franchi Cfa, dollari ed euro. Agli osservatori più attenti non è certamente sfuggito che il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), all’epoca presieduto da Adolfo Urso, nella sua relazione sull’attività svolta dal primo gennaio 2021 al 9 febbraio 2022, i disastri in corso nel Sahel e in Africa li aveva previsti tutti. Infatti, nel documento si legge: «Occorre poi considerare che in questa regione si registra il nuovo protagonismo di potenze non occidentali che stanno approfittando delle difficoltà della Francia, come dimostra il caso emblematico del Mali, Stato considerato centrale per la stabilizzazione del Sahel. Questo scenario problematico - a fronte di una situazione caratterizzata dalla presenza di gruppi jihadisti che operano travalicando le frontiere, anche sfruttando le crisi politiche presenti nei Paesi saheliani - potrebbe infatti provocare un effetto domino sugli Stati vicini con conseguenze anche sui flussi migratori e sui traffici illegali». Sempre nel 2022, l’intelligence italiana, nella sua relazione Politica dell’informazione per la sicurezza, scriveva: «Nell’anno in esame, l’iIntelligence nazionale ha monitorato tre principali macro-teatri di crisi: area saheliana, Corno d’Africa e regione dei Grandi Laghi. I tratti di vulnerabilità sono simili: pressione demografica, scadimento dei parametri economici, violenta conflittualità di varia natura, scontri legati all’uso delle risorse e una diffusa fragilità istituzionale che fa da moltiplicatore degli squilibri. Sempre più, poi, si evidenzia in tali quadranti una presenza straniera che fa uso strumentale delle criticità locali e che, non di rado, alimenta narrative antioccidentali». Ieri in Niger è stata un’altra giornata di passione, con la giunta golpista che ha ribadito l’abolizione di tutti gli accordi militari con la Francia, chiesto la partenza incondizionata delle truppe francesi dal Niger e ordinato a tutte le compagnie locali di interrompere immediatamente la fornitura di carburante, acqua, elettricità e cibo alle basi militari francesi, all’ambasciata francese a Niamey e a tutti i consolati francesi presenti nel Paese. Quale sarà la prossima nazione a finire nelle mani dei militari? Il Camerun si prepara al peggio, tanto che attraverso un nuovo decreto il presidente Paul Biya ha rimosso e sostituito i capi della sicurezza, compreso quello del delegato alla presidenza responsabile della Difesa, del personale dell’aeronautica, della marina e della polizia. Ma anche in Ruanda sta succedendo qualcosa: ieri Paul Kagame, presidente dal 2000, ha rimosso e sostituito alcuni ufficiali dell’esercito. Forse anche loro preparavano qualcosa di grosso.
iStock
Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.
iStock
L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
Continua a leggereRiduci