True
2023-09-01
L’Onu combina un guaio in Africa «Missioni di pace? Assist ai golpisti»
E se il caos in Africa fosse il frutto bacato delle nostre buone intenzioni? Il prodotto deviato dei tentativi di sedare i conflitti locali, affidando il ruolo di pacieri ad autocrati senza scrupoli e signori della guerra?
Ovviamente, nel Sahel bisogna registrare il fallimento storico dei francesi. La regione è una polveriera e una scintilla basta a infiammare le rivolte contro i rappresentanti di Parigi, contro le vestigia dello sfruttamento neocoloniale. Poi ci sono le mire dei cinesi e gli interventi destabilizzatori dei russi, che si erano appoggiati alla Wagner e adesso, liquidato Evgenij Prigozhin e preteso il giuramento di fedeltà dai mercenari, potranno centralizzare definitivamente i movimenti delle milizie. A innescare i colpi di Stato che si stanno susseguendo in Africa occidentale e centrale, però, non è soltanto il risiko geopolitico delle grandi potenze. Dietro i disordini, si celano le conseguenze non intenzionali delle imprese di peacekeeping dell’Onu. Le quali, paradossalmente, alimentano il disordine, armando e rafforzando gli eserciti delle nazioni ben poco democratiche e ben poco liberali dell’area.
A sostenerlo è l’autorevole rivista Foreign Policy, secondo la quale «il peacekeeping dell’Onu fomenta accidentalmente i colpi di Stato in Africa». Stando all’analisi di Jamie Levin e Nathan Allen, della Saint Francis Xavier University in Canada, dopo la fine della Guerra fredda, le nazioni occidentali hanno premuto per trasferire la responsabilità delle missioni nelle zone calde agli «eserciti di Paesi non democratici o debolmente democratici». E ciò, anziché favorire la democratizzazione delle loro istituzioni, ha spesso prodotto effetti deteriori, «consolidando il potere autocratico e contribuendo alla propensione ai golpe nelle democrazie fragili, come il Niger». In sostanza, per disimpegnarci dai delicati teatri bellici del Terzo mondo, abbiamo dato quasi carta bianca alle organizzazioni militari di Stati autoritari e instabili. Esse hanno gestito situazioni esplosive, risparmiandoci il lavoro sporco. Eppure, ciò non ha spinto i governi africani all’integrazione con i nostri valori politici, almeno nella prospettiva di ricevere generosi finanziamenti (nel biennio 2021-2022, l’Onu ha stanziato circa 6 miliardi e 400.000 dollari). I gruppi armati, anzi, ne hanno approfittato per aumentare la loro influenza, magari per appropriarsi degli equipaggiamenti forniti dalle Nazioni Unite e per coltivare ambizioni di egemonia. La strategia della parte più ricca del globo, dunque, ha propiziato le condizioni per l’ascesa di leader in divisa, capaci di sfidare e rovesciare i governanti, a loro volta più o meno dispotici.
È accaduto al Niger, che - guarda un po’ - figura al quinto posto nella classifica dei 10 Stati con il maggior numero di soldati impegnati nelle missioni di pace, sotto l’egida dell’Onu: parliamo di 874 membri effettivi dispiegati sul campo, mentre il Paese è coinvolto nell’operazione messa in piedi per tenere sotto controllo il Mali. E non sarà un caso - fanno notare gli autori dell’articolo su Foreign Policy - se il generale Abdourahamane Tchiani, che ha destituito il presidente, Mohamed Bazoum, è stato arruolato con i caschi blu per una serie di incarichi in Costa d’Avorio, Congo e Sudan. Allora, non dev’essere fortuita nemmeno la strana correlazione tra la quantità di personale impiegato nella «seconda generazione del peacekeeping» e la deposizione manu militari dei legittimi vertici politici: nella suddetta top ten, insieme al Niger, compaiono infatti il Ciad (primo in assoluto, con 1.427 unità schierate), la Guinea (668 uomini) e il Burkina Faso (661). Indovinate? In tutti e tre i Paesi si sono verificati colpi di Stato, tra il 2021 e il gennaio 2022.
Per Levin e Allen, il peso specifico delle autocrazie africane limita la capacità dell’Onu di reagire sia alle violazioni dei diritti umani, perpetrate in quantità nelle aree turbolente, sia ai capovolgimenti politici ottenuti con la violenza. Gli studiosi citano Antonio Guterres, segretario generale dell’organismo sovranazionale, poiché egli, pur esprimendo «profonda preoccupazione» per gli eventi in Niger, non ha agito bloccando gli aiuti o invocando sanzioni. Naturalmente, non tutti i mali della regione subsahariana sono da ascrivere al peacekeeping. Questo facilita «l’intervento dell’esercito nella politica», cioè «amplifica il rischio di golpe», ma non può esserne la sola causa. Foreign Policy suggerisce di istituire meccanismi più rigidi di controllo e contromisure tempestive in caso di conclamate irregolarità. O forse è ora che l’Occidente la smetta di vergognarsi del passato imperialista e torni a esercitare un ruolo attivo nei settori geopolitici strategici del Mediterraneo. In nome della cooperazione e non della sopraffazione, certo. Ma possibilmente prima che, con le loro mosse, Ankara, Pechino e Mosca ci facciano cacciare a pedate dall’Africa.
Ribollono pure Camerun e Ruanda
Il nuovo uomo forte del Gabon si chiama Brice Oligui Nguema, è un generale e fino a tre giorni fa era il comandante in capo della Guardia repubblicana. Oligui Nguema è stato nominato «presidente della transizione» dai soldati golpisti, con un comunicato stampa letto dalla televisione Gabon 24. Nguema ha dichiarato: «Ali Bongo non avrebbe dovuto candidarsi per un terzo mandato, tutti ne parlavano ma nessuno si è assunto la responsabilità e così l’esercito ha deciso di voltare pagina». Il colpo di Stato è stato condannato dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalla Francia, che aveva stretti e storici legami con la famiglia Bongo.
Questo golpe è diverso da quello arrivato in Niger, avvenuto in un periodo di calma, perché in Gabon da tempo ormai cova il risentimento popolare nei confronti della famiglia Bongo, che ha governato il Paese per quasi 56 anni. C’è malcontento su moltissime questioni, ad esempio, sul costo della vita. Rabbia che sta aumentando in queste ore, dopo che i militari hanno pubblicato sui social network un video nel quale si vedono valigie e borse nella casa della famiglia del presidente deposto piene di franchi Cfa, dollari ed euro. Agli osservatori più attenti non è certamente sfuggito che il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), all’epoca presieduto da Adolfo Urso, nella sua relazione sull’attività svolta dal primo gennaio 2021 al 9 febbraio 2022, i disastri in corso nel Sahel e in Africa li aveva previsti tutti. Infatti, nel documento si legge: «Occorre poi considerare che in questa regione si registra il nuovo protagonismo di potenze non occidentali che stanno approfittando delle difficoltà della Francia, come dimostra il caso emblematico del Mali, Stato considerato centrale per la stabilizzazione del Sahel. Questo scenario problematico - a fronte di una situazione caratterizzata dalla presenza di gruppi jihadisti che operano travalicando le frontiere, anche sfruttando le crisi politiche presenti nei Paesi saheliani - potrebbe infatti provocare un effetto domino sugli Stati vicini con conseguenze anche sui flussi migratori e sui traffici illegali».
Sempre nel 2022, l’intelligence italiana, nella sua relazione Politica dell’informazione per la sicurezza, scriveva: «Nell’anno in esame, l’iIntelligence nazionale ha monitorato tre principali macro-teatri di crisi: area saheliana, Corno d’Africa e regione dei Grandi Laghi. I tratti di vulnerabilità sono simili: pressione demografica, scadimento dei parametri economici, violenta conflittualità di varia natura, scontri legati all’uso delle risorse e una diffusa fragilità istituzionale che fa da moltiplicatore degli squilibri. Sempre più, poi, si evidenzia in tali quadranti una presenza straniera che fa uso strumentale delle criticità locali e che, non di rado, alimenta narrative antioccidentali».
Ieri in Niger è stata un’altra giornata di passione, con la giunta golpista che ha ribadito l’abolizione di tutti gli accordi militari con la Francia, chiesto la partenza incondizionata delle truppe francesi dal Niger e ordinato a tutte le compagnie locali di interrompere immediatamente la fornitura di carburante, acqua, elettricità e cibo alle basi militari francesi, all’ambasciata francese a Niamey e a tutti i consolati francesi presenti nel Paese.
Quale sarà la prossima nazione a finire nelle mani dei militari? Il Camerun si prepara al peggio, tanto che attraverso un nuovo decreto il presidente Paul Biya ha rimosso e sostituito i capi della sicurezza, compreso quello del delegato alla presidenza responsabile della Difesa, del personale dell’aeronautica, della marina e della polizia. Ma anche in Ruanda sta succedendo qualcosa: ieri Paul Kagame, presidente dal 2000, ha rimosso e sostituito alcuni ufficiali dell’esercito. Forse anche loro preparavano qualcosa di grosso.
Continua a leggereRiduci
La rivista «Foreign Policy» spiega che aver affidato il peacekeeping alle autocrazie locali, anziché favorirne la democratizzazione, ha fomentato i signori della guerra. Proprio come il nigerino Tchiani, un ex casco blu.Dopo la nomina del generale Nguema a capo del nuovo governo in Gabon, in Camerun Biya sostituisce i vertici della sicurezza. E in Ruanda Paul Kagame avvia il repulisti nell’esercito.Lo speciale contiene due articoli.E se il caos in Africa fosse il frutto bacato delle nostre buone intenzioni? Il prodotto deviato dei tentativi di sedare i conflitti locali, affidando il ruolo di pacieri ad autocrati senza scrupoli e signori della guerra?Ovviamente, nel Sahel bisogna registrare il fallimento storico dei francesi. La regione è una polveriera e una scintilla basta a infiammare le rivolte contro i rappresentanti di Parigi, contro le vestigia dello sfruttamento neocoloniale. Poi ci sono le mire dei cinesi e gli interventi destabilizzatori dei russi, che si erano appoggiati alla Wagner e adesso, liquidato Evgenij Prigozhin e preteso il giuramento di fedeltà dai mercenari, potranno centralizzare definitivamente i movimenti delle milizie. A innescare i colpi di Stato che si stanno susseguendo in Africa occidentale e centrale, però, non è soltanto il risiko geopolitico delle grandi potenze. Dietro i disordini, si celano le conseguenze non intenzionali delle imprese di peacekeeping dell’Onu. Le quali, paradossalmente, alimentano il disordine, armando e rafforzando gli eserciti delle nazioni ben poco democratiche e ben poco liberali dell’area.A sostenerlo è l’autorevole rivista Foreign Policy, secondo la quale «il peacekeeping dell’Onu fomenta accidentalmente i colpi di Stato in Africa». Stando all’analisi di Jamie Levin e Nathan Allen, della Saint Francis Xavier University in Canada, dopo la fine della Guerra fredda, le nazioni occidentali hanno premuto per trasferire la responsabilità delle missioni nelle zone calde agli «eserciti di Paesi non democratici o debolmente democratici». E ciò, anziché favorire la democratizzazione delle loro istituzioni, ha spesso prodotto effetti deteriori, «consolidando il potere autocratico e contribuendo alla propensione ai golpe nelle democrazie fragili, come il Niger». In sostanza, per disimpegnarci dai delicati teatri bellici del Terzo mondo, abbiamo dato quasi carta bianca alle organizzazioni militari di Stati autoritari e instabili. Esse hanno gestito situazioni esplosive, risparmiandoci il lavoro sporco. Eppure, ciò non ha spinto i governi africani all’integrazione con i nostri valori politici, almeno nella prospettiva di ricevere generosi finanziamenti (nel biennio 2021-2022, l’Onu ha stanziato circa 6 miliardi e 400.000 dollari). I gruppi armati, anzi, ne hanno approfittato per aumentare la loro influenza, magari per appropriarsi degli equipaggiamenti forniti dalle Nazioni Unite e per coltivare ambizioni di egemonia. La strategia della parte più ricca del globo, dunque, ha propiziato le condizioni per l’ascesa di leader in divisa, capaci di sfidare e rovesciare i governanti, a loro volta più o meno dispotici. È accaduto al Niger, che - guarda un po’ - figura al quinto posto nella classifica dei 10 Stati con il maggior numero di soldati impegnati nelle missioni di pace, sotto l’egida dell’Onu: parliamo di 874 membri effettivi dispiegati sul campo, mentre il Paese è coinvolto nell’operazione messa in piedi per tenere sotto controllo il Mali. E non sarà un caso - fanno notare gli autori dell’articolo su Foreign Policy - se il generale Abdourahamane Tchiani, che ha destituito il presidente, Mohamed Bazoum, è stato arruolato con i caschi blu per una serie di incarichi in Costa d’Avorio, Congo e Sudan. Allora, non dev’essere fortuita nemmeno la strana correlazione tra la quantità di personale impiegato nella «seconda generazione del peacekeeping» e la deposizione manu militari dei legittimi vertici politici: nella suddetta top ten, insieme al Niger, compaiono infatti il Ciad (primo in assoluto, con 1.427 unità schierate), la Guinea (668 uomini) e il Burkina Faso (661). Indovinate? In tutti e tre i Paesi si sono verificati colpi di Stato, tra il 2021 e il gennaio 2022. Per Levin e Allen, il peso specifico delle autocrazie africane limita la capacità dell’Onu di reagire sia alle violazioni dei diritti umani, perpetrate in quantità nelle aree turbolente, sia ai capovolgimenti politici ottenuti con la violenza. Gli studiosi citano Antonio Guterres, segretario generale dell’organismo sovranazionale, poiché egli, pur esprimendo «profonda preoccupazione» per gli eventi in Niger, non ha agito bloccando gli aiuti o invocando sanzioni. Naturalmente, non tutti i mali della regione subsahariana sono da ascrivere al peacekeeping. Questo facilita «l’intervento dell’esercito nella politica», cioè «amplifica il rischio di golpe», ma non può esserne la sola causa. Foreign Policy suggerisce di istituire meccanismi più rigidi di controllo e contromisure tempestive in caso di conclamate irregolarità. O forse è ora che l’Occidente la smetta di vergognarsi del passato imperialista e torni a esercitare un ruolo attivo nei settori geopolitici strategici del Mediterraneo. In nome della cooperazione e non della sopraffazione, certo. Ma possibilmente prima che, con le loro mosse, Ankara, Pechino e Mosca ci facciano cacciare a pedate dall’Africa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/africa-onu-crisi-2664738258.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ribollono-pure-camerun-e-ruanda" data-post-id="2664738258" data-published-at="1693555136" data-use-pagination="False"> Ribollono pure Camerun e Ruanda Il nuovo uomo forte del Gabon si chiama Brice Oligui Nguema, è un generale e fino a tre giorni fa era il comandante in capo della Guardia repubblicana. Oligui Nguema è stato nominato «presidente della transizione» dai soldati golpisti, con un comunicato stampa letto dalla televisione Gabon 24. Nguema ha dichiarato: «Ali Bongo non avrebbe dovuto candidarsi per un terzo mandato, tutti ne parlavano ma nessuno si è assunto la responsabilità e così l’esercito ha deciso di voltare pagina». Il colpo di Stato è stato condannato dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalla Francia, che aveva stretti e storici legami con la famiglia Bongo. Questo golpe è diverso da quello arrivato in Niger, avvenuto in un periodo di calma, perché in Gabon da tempo ormai cova il risentimento popolare nei confronti della famiglia Bongo, che ha governato il Paese per quasi 56 anni. C’è malcontento su moltissime questioni, ad esempio, sul costo della vita. Rabbia che sta aumentando in queste ore, dopo che i militari hanno pubblicato sui social network un video nel quale si vedono valigie e borse nella casa della famiglia del presidente deposto piene di franchi Cfa, dollari ed euro. Agli osservatori più attenti non è certamente sfuggito che il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), all’epoca presieduto da Adolfo Urso, nella sua relazione sull’attività svolta dal primo gennaio 2021 al 9 febbraio 2022, i disastri in corso nel Sahel e in Africa li aveva previsti tutti. Infatti, nel documento si legge: «Occorre poi considerare che in questa regione si registra il nuovo protagonismo di potenze non occidentali che stanno approfittando delle difficoltà della Francia, come dimostra il caso emblematico del Mali, Stato considerato centrale per la stabilizzazione del Sahel. Questo scenario problematico - a fronte di una situazione caratterizzata dalla presenza di gruppi jihadisti che operano travalicando le frontiere, anche sfruttando le crisi politiche presenti nei Paesi saheliani - potrebbe infatti provocare un effetto domino sugli Stati vicini con conseguenze anche sui flussi migratori e sui traffici illegali». Sempre nel 2022, l’intelligence italiana, nella sua relazione Politica dell’informazione per la sicurezza, scriveva: «Nell’anno in esame, l’iIntelligence nazionale ha monitorato tre principali macro-teatri di crisi: area saheliana, Corno d’Africa e regione dei Grandi Laghi. I tratti di vulnerabilità sono simili: pressione demografica, scadimento dei parametri economici, violenta conflittualità di varia natura, scontri legati all’uso delle risorse e una diffusa fragilità istituzionale che fa da moltiplicatore degli squilibri. Sempre più, poi, si evidenzia in tali quadranti una presenza straniera che fa uso strumentale delle criticità locali e che, non di rado, alimenta narrative antioccidentali». Ieri in Niger è stata un’altra giornata di passione, con la giunta golpista che ha ribadito l’abolizione di tutti gli accordi militari con la Francia, chiesto la partenza incondizionata delle truppe francesi dal Niger e ordinato a tutte le compagnie locali di interrompere immediatamente la fornitura di carburante, acqua, elettricità e cibo alle basi militari francesi, all’ambasciata francese a Niamey e a tutti i consolati francesi presenti nel Paese. Quale sarà la prossima nazione a finire nelle mani dei militari? Il Camerun si prepara al peggio, tanto che attraverso un nuovo decreto il presidente Paul Biya ha rimosso e sostituito i capi della sicurezza, compreso quello del delegato alla presidenza responsabile della Difesa, del personale dell’aeronautica, della marina e della polizia. Ma anche in Ruanda sta succedendo qualcosa: ieri Paul Kagame, presidente dal 2000, ha rimosso e sostituito alcuni ufficiali dell’esercito. Forse anche loro preparavano qualcosa di grosso.
Il cadavere di una donna è stato scoperto nell'ex area Cnr a Scandicci (Ansa)
Quando si dice la privacy: sospettato per l’omicidio di una povera donna alla quale hanno mozzato la testa con un machete, l’uomo in questione aveva l’obbligo di firma perché è conosciuto come un soggetto pericoloso. Ora è piantonato in ospedale con un trattamento sanitario obbligatorio: fra quando potrebbe aver ucciso e quando l’hanno fermato avrebbe fatto in tempo ad aizzare un cane contro la gente che passava. Eppure al momento di lui non si sa nulla, se non che si tratterebbe di un uomo di origine nordafricana. Il prossimo referendum sulla giustizia lo faremo per stabilire che l’essere straniero in Italia è una scriminante. Se sei italiano la legge diventa inflessibile, se sei un «accolto» allora puoi fare quasi come ti pare. Pare davvero l’ennesima storia di degrado e di ipocrisia; teatro il centro di Scandicci area metropolitana di Firenze.
Siamo neppure a 300 metri dal Comune, attaccati all’Its Russel Newton frequentato da quasi un migliaio di adolescenti che studiano lì e vanno nel parco dell’ex Cnr a passeggiare. Ma ora sono ostaggio dei «canari», gli spacciatori che usano cani inferociti per schermarsi. Con un progetto «politicamente molto corretto» dal Comune fanno sapere che quell’area è destinata a diventare il parco delle biodiversità. Ci sono pronti 2,5 milioni della Regione a la sindaca Claudia Sereni ovviamente del Pd e ortodossa della linea di Elly Schlein ha parlato di «orribile tragedia che ci allarma». Il fatto è che, con la tranvia, Scandicci è la periferia di Firenze. Si viene per lavorare, ma la notte tutti gli emarginati finiscono qui, dove si è creato un forte problema di sicurezza. Il parco è diventato un rifugio di sbandati, tossicodipendenti con spacciatori al seguito che si fanno scudo di cani randagi che loro addestrano ad attaccare chiunque.
C’è in mezzo al parco un casolare abbandonato (hanno murato porte e finestre per evitare che venga occupato) circondato da una rete sfondata. C’è un puzzo insopportabile di deiezioni, un tappeto di siringhe. Sul retro una tendopoli improvvisata dove «campano» gli sbandati. Ecco, lì era riversa con la gola tagliata Silke Saur, 44 anni, tedesca che viveva ai margini della società: senza fissa dimora, senza un euro in tasca. È morta lunedì, dice il medico legale. L’hanno trovata ieri. Dicono che da qualche tempo facesse coppia con il nordafricano, il sospettato dell’assassinio, chiedendo l’elemosina, bevendo e forse drogandosi. Lunedì i due si sarebbero appartati vicino al casolare, sarebbe nata una lite e il sospettato non avrebbe esitato a staccare la testa alla donna con un fendente di un machete che è stato ritrovato accanto al cadavere.
Martedì il nodafricano, rimasto a gironzolare attorno al parco del Cnr, ha anche aggredito una passante (una signora anziana che - spaventata - ha chiesto aiuto), aizzandole contro un pitbull che da qualche tempo porta con sé come «arma impropria». Lo hanno fermato e portato in ospedale a seguito di un trattamento sanitario obbligatorio. Ma già dalla mattina gli agenti del commissariato di Scandicci - che sanno perfettamente chi è e cosa fa l’immigrato, che da quel che si è saputo ha precedenti per violenza, aggressione e spaccio - avevano capito che qualcosa non quadrava: si era presentato alla firma senza indossare la solita felpa.
Ieri quando hanno trovato il cadavere della povera Silke c’era anche la stessa felpa sporca di sangue, e l’extracomunitario che già era in ospedale è diventato un forte sospettato. Il nordafricano è conosciuto dalla Polizia come un tipo violento e pericoloso eppure era libero di girare e, forse, di uccidere. La dottoressa Alessandra Falcone, sostituto procuratore di Firenze, ha aperto il fascicolo per omicidio volontario, ma non ha ancora interrogato il nordafricano, anche se ha visto i filmati delle telecamere di sorveglianza che avrebbero ripreso in parte l’omicidio.
Riavvolgendo il nastro di questo orrore viene in mente Aurora Livoli, 19 anni, ammazzata meno di un mese fa a Milano ammazzata da Emilio Galdez Velazco già condannato per stupro ma che era libero, viene in mente Anna Laura Valsecchi accoltellata in piazza Gae Aulenti sempre a Milano da Vincenzo Lanni che aveva già ammazzato, doveva stare in comunità, ma era libero; viene in mente il tunisino che a Olbia una settimana fa ha seminato il panico perché ha ferito a colpi di forbici i passanti. Tutti già noti, tutti liberi di uccidere. E chissà forse sbarcati con una imbarcazione come la Sea Watch di Carola Rackete e poi rimasti a girare per l’Italia.
Ieri a Scandicci si sono vissuti altri attimi di terrore alla pista di pattinaggio. Un uomo si sarebbe avvicinato a un bambino di cinque anni e lo avrebbe afferrato nel tentativo di rapirlo. La madre del piccolo ha cominciato ad urlare ed è riuscita a sottrarre il bimbo alla presa. L’uomo che ora è ricercato è fuggito prima dell’arrivo dei Carabinieri che stanno visionando anche i video delle telecamere.
Continua a leggereRiduci
Emmanuel Macron (Ansa)
Per cosa, poi? Perché Giorgia Meloni ha osato mettere un post su X dopo il massacro del giovane Quentin Deranque, picchiato a morte da almeno sei persone, di cui alcuni attivisti del movimento di sinistra radicale La Jeune Garde, con collegamenti diretti con La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. E in questo post la nostra premier ha semplicemente scritto che «la morte di un giovane di poco più di 20 anni, attaccato da gruppi legati all’estremismo di sinistra in un clima di odio ideologico diffuso in diversi Paesi, è una ferita per tutta l’Europa». Tutto qui. Mica ha sostenuto che i francesi «sono vomitevoli», come invece aveva bollato gli italiani il portavoce di Macron, Gabriel Attal, scontento per le nostre politiche in materia di immigrazione. E neppure ha detto di voler «vigilare» sul governo transalpino perché «rispetti i valori e le regole dello Stato di diritto» come si era permessa nei confronti del nascente governo tricolore Elisabeth Borne, l’allora primo ministro di Macron, che è costretto a cambiarne uno ogni tot mesi, quasi come i calzini, in virtù dei propri sfolgoranti successi nella politica interna. La Meloni si è limitata a invocare il sacrosanto «diritto alla vita» per un ragazzo vittima di insensata violenza politica e non a blaterare di un presunto «diritto all’aborto» per poter «controllare» il nostro esecutivo, come aveva fatto il ministro per gli Affari europei, Laurence Boone, altra fedelissima di Macron. Insomma, se c’è qualcuno che dovrebbe farsi gli affari propri anziché quelli altrui sono proprio l’inquilino dell’Eliseo e tutta la sua corte transeunte.
Peraltro, a differenza delle invasioni di campo dei macroniani di complemento, a ben vedere il governo di Roma titolo per occuparsi dell’omicidio del povero Deranque ce l’ha eccome. Perché si dà il caso che dalla vicina Francia provengano alcuni dei delinquenti che aiutano i centri sociali italiani a mettere a ferro e fuoco le nostre città con i più svariati pretesti. E che in particolare scorrazzi per la Penisola Raphaël Arnault, oggi deputato per la sinistrissima France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, un passato da picchiatore, schedato con la fiche S, quella riservata a estremisti e jihadisti. Tre suoi collaboratori sono accusati di aver preso parte al pestaggio mortale. E lui, che spesso si fa ospitare a Napoli dal centro sociale Mensa occupata, come ha scritto Adriano Scianca sulla Verità, era nella Capitale ai primi dell’anno in coincidenza con un «presidio antifascista» e con un’aggressione a quattro militanti di Gioventù nazionale da parte di una trentina di individui, alcuni dei quali non parlavano italiano ed erano agghindati, ma tu guarda, proprio come Arnault.
E qui sorge il sospetto che Macron non sia davvero in grado di «custodire le sue pecore». Così come del resto non è in grado di dare corpo alle sue non piccole ambizioni. La Francia sotto la sua presidenza sta attraversando una crisi economica e politica come non se ne vedevano da decenni. E le pirotecniche iniziative intraprese sulla scena internazionale per compensare la débâcle interna, dai Volenterosi in giù, si sono rivelate poco più che mortaretti bagnati. Ha preso schiaffoni (metaforici) da Donald Trump e ceffoni (reali) dalla consorte Brigitte. Ora ha scoperto che anche la Germania gli ha voltato le spalle: il motore franco tedesco ha grippato e Friedrich Merz ha dovuto rivolgersi alla Meloni per provare a rimettere in moto la baracca europea. Mettetevi nei suoi panni: è comprensibile che sia nervoso e gli scappino dalla bocca roboanti sciocchezze. Gli rimane uno striminzito annetto di Eliseo prima di tornare a casa tra i fischi dei francesi. Ma almeno adesso abbiamo scoperto quale potrebbe essere la sua seconda vita: il pastore di pecore.
Continua a leggereRiduci
Polizia di Stato e divisione scientifica in via Cassinis, per i rilievi dopo la sparatoria del 26 gennaio (Ansa)
In questo quadro si collocano gli interrogatori di ieri, andati avanti per tutto il giorno. E su cui vige il massimo riserbo. A parlare per primo è stato l’agente che si trovava alle spalle dell’assistente capo della squadra investigativa, C.C (accusato di omicidio volontario), al momento del colpo.
Era presente sulla scena e ha risposto alle domande del pm Giovanni Tarzia negli uffici della questura. Difeso dall’avvocato Matteo Cherubini, avrebbe chiarito la propria posizione: attende con serenità e fiducia il completamento del lavoro della Squadra mobile e della Procura. Gli interrogatori sono stati lunghi, articolati, e ciascun agente si è presentato con un proprio difensore. Una scelta che riflette la delicatezza della fase e che potrebbe indicare ricostruzioni non perfettamente sovrapponibili su alcuni passaggi, maturate in un contesto di penombra, concitazione e forte stress operativo. Anche per questo, ieri sera, da fonti giudiziarie trapelava il fatto che sarebbero emersi nuovi elementi rispetto alle prime ricostruzioni, delineando un quadro meno lineare dell’intervento che potrebbe aggravare l’accusa di omicidio volontario a carico dell’agente che ha sparato. Hanno risposto alle domande del pm Tarzia anche la poliziotta indagata, assistita dall’avvocato Massimo Pellicciotta, e gli altri due agenti coinvolti, difesi dal legale Antonio Buondonno, che hanno fornito la propria ricostruzione dei fatti.
Resta ferma, sul piano sostanziale, la versione dell’assistente capo: dopo essersi qualificato, avrebbe visto Mansouri estrarre dalla tasca una pistola, poi risultata una replica a salve e priva di tappo rosso, e puntargliela contro. A quel gesto avrebbe reagito esplodendo un solo colpo, da una distanza superiore ai 20 metri.
Le contestazioni della Procura riguardano, poi, quanto accaduto dopo lo sparo. Secondo l’ipotesi accusatoria, tra il colpo e la chiamata al 118 sarebbero trascorsi circa 23 minuti, un intervallo ritenuto anomalo mentre Mansouri giaceva a terra in condizioni gravissime. Sotto la lente c’è anche un altro elemento: il temporaneo allontanamento di uno dei poliziotti, che si sarebbe recato al commissariato di Mecenate per poi fare ritorno in via Impastato.
Sul fronte opposto, i legali della famiglia della vittima, Debora Piazza e Marco Romagnoli, ribadiscono una tesi radicalmente diversa: Mansouri non avrebbe avuto alcuna pistola. Sulla replica a salve non sono state trovate impronte digitali riconducibili né alla vittima né agli agenti; sono in corso ulteriori analisi biologiche.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia ed ex vicesindaco di Milano, parla di «accanimento» nei confronti delle forze dell’ordine. Il nodo resta uno solo. Se quella pistola a salve c’era davvero, e se fu impugnata in quei secondi, è un conto. Se invece non c’era, o non fu mai alzata da Mansouri, allora cambia l’intera storia di quella sera nel boschetto di Rogoredo.
Continua a leggereRiduci
Ansa
«Oggi abbiamo preso le cartelle cliniche e i pareri del gruppo interdisciplinare, li abbiamo sottoposti al nostro team medico legale, al dottor Luca Scognamiglio. Un altro elemento è che, una volta tolta la sedazione, il bambino non si è svegliato. Avendo valutato che vi è sicuramente una prognosi certamente e senza ombra di dubbio infausta, un paio di ore fa ho mandato una pec al Monaldi dove per volontà della famiglia abbiamo fatto una richiesta di Pcc, che è la pianificazione condivisa delle cure, un istituto introdotto nel 2017». Così, ieri sera, nel corso della diretta televisiva della trasmissione Dritto e Rovescio in onda su rete 4, l'avvocato della famiglia del piccolo Domenico, Francesco Petruzzi, ha annunciato che il bimbo a cui il 23 dicembre scorso è stato trapiantato un «cuore bruciato» all’ospedale Monaldi di Napoli sarà sottoposto a un nuovo percorso terapeutico che prevede l'alleviamento delle sofferenze.
Mamma Patrizia adesso chiede «silenzio». Dopo il no a un nuovo trapianto per il piccolo Domenico, lei continua a stare accanto al suo bimbo di due anni e mezzo. Domenico resta attaccato a una macchina cuore-polmone, così da oltre 50 giorni.
Patrizia era ottimista, poi è arrivato il parere negativo dei massimi esperti nazionali. Però non vuole rassegnarsi: finché il piccolo ha gli occhi aperti lei spera, vive e lotta per entrambi.
Nella giornata di ieri l’ospedale partenopeo ha rilasciato alla famiglia la documentazione medica relativa al ricovero, alle terapie e all’operazione di trapianto. Ora sarà il medico legale, nominato dagli avvocati della famiglia, a esaminare la relazione. Le condizioni del bimbo continuano a essere «gravi ma stabili nella loro criticità». Da quanto si è appreso, non è escluso che, dopo lo studio della relazione, la famiglia possa individuare altre soluzioni alternative anche all’estero. Al momento, però, serve cautela e silenzio.
La famiglia è stretta in un dolore composto che racchiude tanto amore. Nel tardo pomeriggio di ieri, in tanti sono scesi in piazza a Nola (Comune dove vive la famiglia) per una fiaccolata dedicata al piccolo.
Intanto, proseguono le indagini sul «cuore bruciato». Al momento sono sei gli indagati tra medici e paramedici del Monaldi, ma il numero sembra destinato ad aumentare. L’inchiesta della Procura di Napoli si sta concentrando sul trasporto dell’organo e, in particolare, sul contenitore che custodiva il cuore da Bolzano a Napoli, simile a una borsa frigo per le bibite. Ma dal verbale dell’indagine interna del Monaldi emergono dettagli agghiaccianti, pubblicati dal quotidiano La Repubblica e ripresi ieri da diverse agenzie di stampa. «All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio», è scritto nella relazione dell’ospedale.
Le attenzioni degli inquirenti sono rivolte al contenitore che non avrebbe avuto il sistema di monitoraggio della temperatura e alle procedure di trasporto. Da quanto è emerso il cuore era congelato, ma nonostante «il forte sospetto di un grave danno da congelamento dell’organo, in assenza di alternative», visto che il cuore malato del piccolo era stato già espiantato, «si decideva di procedere ugualmente e con la massima rapidità all’impianto». Ma quel cuoricino non ripartiva e dopo tre ore si è reso necessario utilizzare l’Ecmo, il macchinario extracorporeo che tiene in vita il bambino mentre «contestualmente veniva inoltrata la richiesta urgente per la disponibilità di un nuovo organo». «Abbiamo trovato una serie di organi compromessi», ha detto all’Adkronos Carlo Pace Napoleone, direttore della struttura complessa di Cardiochirurgia pediatrica e Cardiopatie congenite dell’ospedale Regina Margherita di Torino che ha fatto parte dell’Heart team del Monaldi.
Continua a leggereRiduci