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2023-09-01
L’Onu combina un guaio in Africa «Missioni di pace? Assist ai golpisti»
E se il caos in Africa fosse il frutto bacato delle nostre buone intenzioni? Il prodotto deviato dei tentativi di sedare i conflitti locali, affidando il ruolo di pacieri ad autocrati senza scrupoli e signori della guerra?
Ovviamente, nel Sahel bisogna registrare il fallimento storico dei francesi. La regione è una polveriera e una scintilla basta a infiammare le rivolte contro i rappresentanti di Parigi, contro le vestigia dello sfruttamento neocoloniale. Poi ci sono le mire dei cinesi e gli interventi destabilizzatori dei russi, che si erano appoggiati alla Wagner e adesso, liquidato Evgenij Prigozhin e preteso il giuramento di fedeltà dai mercenari, potranno centralizzare definitivamente i movimenti delle milizie. A innescare i colpi di Stato che si stanno susseguendo in Africa occidentale e centrale, però, non è soltanto il risiko geopolitico delle grandi potenze. Dietro i disordini, si celano le conseguenze non intenzionali delle imprese di peacekeeping dell’Onu. Le quali, paradossalmente, alimentano il disordine, armando e rafforzando gli eserciti delle nazioni ben poco democratiche e ben poco liberali dell’area.
A sostenerlo è l’autorevole rivista Foreign Policy, secondo la quale «il peacekeeping dell’Onu fomenta accidentalmente i colpi di Stato in Africa». Stando all’analisi di Jamie Levin e Nathan Allen, della Saint Francis Xavier University in Canada, dopo la fine della Guerra fredda, le nazioni occidentali hanno premuto per trasferire la responsabilità delle missioni nelle zone calde agli «eserciti di Paesi non democratici o debolmente democratici». E ciò, anziché favorire la democratizzazione delle loro istituzioni, ha spesso prodotto effetti deteriori, «consolidando il potere autocratico e contribuendo alla propensione ai golpe nelle democrazie fragili, come il Niger». In sostanza, per disimpegnarci dai delicati teatri bellici del Terzo mondo, abbiamo dato quasi carta bianca alle organizzazioni militari di Stati autoritari e instabili. Esse hanno gestito situazioni esplosive, risparmiandoci il lavoro sporco. Eppure, ciò non ha spinto i governi africani all’integrazione con i nostri valori politici, almeno nella prospettiva di ricevere generosi finanziamenti (nel biennio 2021-2022, l’Onu ha stanziato circa 6 miliardi e 400.000 dollari). I gruppi armati, anzi, ne hanno approfittato per aumentare la loro influenza, magari per appropriarsi degli equipaggiamenti forniti dalle Nazioni Unite e per coltivare ambizioni di egemonia. La strategia della parte più ricca del globo, dunque, ha propiziato le condizioni per l’ascesa di leader in divisa, capaci di sfidare e rovesciare i governanti, a loro volta più o meno dispotici.
È accaduto al Niger, che - guarda un po’ - figura al quinto posto nella classifica dei 10 Stati con il maggior numero di soldati impegnati nelle missioni di pace, sotto l’egida dell’Onu: parliamo di 874 membri effettivi dispiegati sul campo, mentre il Paese è coinvolto nell’operazione messa in piedi per tenere sotto controllo il Mali. E non sarà un caso - fanno notare gli autori dell’articolo su Foreign Policy - se il generale Abdourahamane Tchiani, che ha destituito il presidente, Mohamed Bazoum, è stato arruolato con i caschi blu per una serie di incarichi in Costa d’Avorio, Congo e Sudan. Allora, non dev’essere fortuita nemmeno la strana correlazione tra la quantità di personale impiegato nella «seconda generazione del peacekeeping» e la deposizione manu militari dei legittimi vertici politici: nella suddetta top ten, insieme al Niger, compaiono infatti il Ciad (primo in assoluto, con 1.427 unità schierate), la Guinea (668 uomini) e il Burkina Faso (661). Indovinate? In tutti e tre i Paesi si sono verificati colpi di Stato, tra il 2021 e il gennaio 2022.
Per Levin e Allen, il peso specifico delle autocrazie africane limita la capacità dell’Onu di reagire sia alle violazioni dei diritti umani, perpetrate in quantità nelle aree turbolente, sia ai capovolgimenti politici ottenuti con la violenza. Gli studiosi citano Antonio Guterres, segretario generale dell’organismo sovranazionale, poiché egli, pur esprimendo «profonda preoccupazione» per gli eventi in Niger, non ha agito bloccando gli aiuti o invocando sanzioni. Naturalmente, non tutti i mali della regione subsahariana sono da ascrivere al peacekeeping. Questo facilita «l’intervento dell’esercito nella politica», cioè «amplifica il rischio di golpe», ma non può esserne la sola causa. Foreign Policy suggerisce di istituire meccanismi più rigidi di controllo e contromisure tempestive in caso di conclamate irregolarità. O forse è ora che l’Occidente la smetta di vergognarsi del passato imperialista e torni a esercitare un ruolo attivo nei settori geopolitici strategici del Mediterraneo. In nome della cooperazione e non della sopraffazione, certo. Ma possibilmente prima che, con le loro mosse, Ankara, Pechino e Mosca ci facciano cacciare a pedate dall’Africa.
Ribollono pure Camerun e Ruanda
Il nuovo uomo forte del Gabon si chiama Brice Oligui Nguema, è un generale e fino a tre giorni fa era il comandante in capo della Guardia repubblicana. Oligui Nguema è stato nominato «presidente della transizione» dai soldati golpisti, con un comunicato stampa letto dalla televisione Gabon 24. Nguema ha dichiarato: «Ali Bongo non avrebbe dovuto candidarsi per un terzo mandato, tutti ne parlavano ma nessuno si è assunto la responsabilità e così l’esercito ha deciso di voltare pagina». Il colpo di Stato è stato condannato dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalla Francia, che aveva stretti e storici legami con la famiglia Bongo.
Questo golpe è diverso da quello arrivato in Niger, avvenuto in un periodo di calma, perché in Gabon da tempo ormai cova il risentimento popolare nei confronti della famiglia Bongo, che ha governato il Paese per quasi 56 anni. C’è malcontento su moltissime questioni, ad esempio, sul costo della vita. Rabbia che sta aumentando in queste ore, dopo che i militari hanno pubblicato sui social network un video nel quale si vedono valigie e borse nella casa della famiglia del presidente deposto piene di franchi Cfa, dollari ed euro. Agli osservatori più attenti non è certamente sfuggito che il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), all’epoca presieduto da Adolfo Urso, nella sua relazione sull’attività svolta dal primo gennaio 2021 al 9 febbraio 2022, i disastri in corso nel Sahel e in Africa li aveva previsti tutti. Infatti, nel documento si legge: «Occorre poi considerare che in questa regione si registra il nuovo protagonismo di potenze non occidentali che stanno approfittando delle difficoltà della Francia, come dimostra il caso emblematico del Mali, Stato considerato centrale per la stabilizzazione del Sahel. Questo scenario problematico - a fronte di una situazione caratterizzata dalla presenza di gruppi jihadisti che operano travalicando le frontiere, anche sfruttando le crisi politiche presenti nei Paesi saheliani - potrebbe infatti provocare un effetto domino sugli Stati vicini con conseguenze anche sui flussi migratori e sui traffici illegali».
Sempre nel 2022, l’intelligence italiana, nella sua relazione Politica dell’informazione per la sicurezza, scriveva: «Nell’anno in esame, l’iIntelligence nazionale ha monitorato tre principali macro-teatri di crisi: area saheliana, Corno d’Africa e regione dei Grandi Laghi. I tratti di vulnerabilità sono simili: pressione demografica, scadimento dei parametri economici, violenta conflittualità di varia natura, scontri legati all’uso delle risorse e una diffusa fragilità istituzionale che fa da moltiplicatore degli squilibri. Sempre più, poi, si evidenzia in tali quadranti una presenza straniera che fa uso strumentale delle criticità locali e che, non di rado, alimenta narrative antioccidentali».
Ieri in Niger è stata un’altra giornata di passione, con la giunta golpista che ha ribadito l’abolizione di tutti gli accordi militari con la Francia, chiesto la partenza incondizionata delle truppe francesi dal Niger e ordinato a tutte le compagnie locali di interrompere immediatamente la fornitura di carburante, acqua, elettricità e cibo alle basi militari francesi, all’ambasciata francese a Niamey e a tutti i consolati francesi presenti nel Paese.
Quale sarà la prossima nazione a finire nelle mani dei militari? Il Camerun si prepara al peggio, tanto che attraverso un nuovo decreto il presidente Paul Biya ha rimosso e sostituito i capi della sicurezza, compreso quello del delegato alla presidenza responsabile della Difesa, del personale dell’aeronautica, della marina e della polizia. Ma anche in Ruanda sta succedendo qualcosa: ieri Paul Kagame, presidente dal 2000, ha rimosso e sostituito alcuni ufficiali dell’esercito. Forse anche loro preparavano qualcosa di grosso.
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La rivista «Foreign Policy» spiega che aver affidato il peacekeeping alle autocrazie locali, anziché favorirne la democratizzazione, ha fomentato i signori della guerra. Proprio come il nigerino Tchiani, un ex casco blu.Dopo la nomina del generale Nguema a capo del nuovo governo in Gabon, in Camerun Biya sostituisce i vertici della sicurezza. E in Ruanda Paul Kagame avvia il repulisti nell’esercito.Lo speciale contiene due articoli.E se il caos in Africa fosse il frutto bacato delle nostre buone intenzioni? Il prodotto deviato dei tentativi di sedare i conflitti locali, affidando il ruolo di pacieri ad autocrati senza scrupoli e signori della guerra?Ovviamente, nel Sahel bisogna registrare il fallimento storico dei francesi. La regione è una polveriera e una scintilla basta a infiammare le rivolte contro i rappresentanti di Parigi, contro le vestigia dello sfruttamento neocoloniale. Poi ci sono le mire dei cinesi e gli interventi destabilizzatori dei russi, che si erano appoggiati alla Wagner e adesso, liquidato Evgenij Prigozhin e preteso il giuramento di fedeltà dai mercenari, potranno centralizzare definitivamente i movimenti delle milizie. A innescare i colpi di Stato che si stanno susseguendo in Africa occidentale e centrale, però, non è soltanto il risiko geopolitico delle grandi potenze. Dietro i disordini, si celano le conseguenze non intenzionali delle imprese di peacekeeping dell’Onu. Le quali, paradossalmente, alimentano il disordine, armando e rafforzando gli eserciti delle nazioni ben poco democratiche e ben poco liberali dell’area.A sostenerlo è l’autorevole rivista Foreign Policy, secondo la quale «il peacekeeping dell’Onu fomenta accidentalmente i colpi di Stato in Africa». Stando all’analisi di Jamie Levin e Nathan Allen, della Saint Francis Xavier University in Canada, dopo la fine della Guerra fredda, le nazioni occidentali hanno premuto per trasferire la responsabilità delle missioni nelle zone calde agli «eserciti di Paesi non democratici o debolmente democratici». E ciò, anziché favorire la democratizzazione delle loro istituzioni, ha spesso prodotto effetti deteriori, «consolidando il potere autocratico e contribuendo alla propensione ai golpe nelle democrazie fragili, come il Niger». In sostanza, per disimpegnarci dai delicati teatri bellici del Terzo mondo, abbiamo dato quasi carta bianca alle organizzazioni militari di Stati autoritari e instabili. Esse hanno gestito situazioni esplosive, risparmiandoci il lavoro sporco. Eppure, ciò non ha spinto i governi africani all’integrazione con i nostri valori politici, almeno nella prospettiva di ricevere generosi finanziamenti (nel biennio 2021-2022, l’Onu ha stanziato circa 6 miliardi e 400.000 dollari). I gruppi armati, anzi, ne hanno approfittato per aumentare la loro influenza, magari per appropriarsi degli equipaggiamenti forniti dalle Nazioni Unite e per coltivare ambizioni di egemonia. La strategia della parte più ricca del globo, dunque, ha propiziato le condizioni per l’ascesa di leader in divisa, capaci di sfidare e rovesciare i governanti, a loro volta più o meno dispotici. È accaduto al Niger, che - guarda un po’ - figura al quinto posto nella classifica dei 10 Stati con il maggior numero di soldati impegnati nelle missioni di pace, sotto l’egida dell’Onu: parliamo di 874 membri effettivi dispiegati sul campo, mentre il Paese è coinvolto nell’operazione messa in piedi per tenere sotto controllo il Mali. E non sarà un caso - fanno notare gli autori dell’articolo su Foreign Policy - se il generale Abdourahamane Tchiani, che ha destituito il presidente, Mohamed Bazoum, è stato arruolato con i caschi blu per una serie di incarichi in Costa d’Avorio, Congo e Sudan. Allora, non dev’essere fortuita nemmeno la strana correlazione tra la quantità di personale impiegato nella «seconda generazione del peacekeeping» e la deposizione manu militari dei legittimi vertici politici: nella suddetta top ten, insieme al Niger, compaiono infatti il Ciad (primo in assoluto, con 1.427 unità schierate), la Guinea (668 uomini) e il Burkina Faso (661). Indovinate? In tutti e tre i Paesi si sono verificati colpi di Stato, tra il 2021 e il gennaio 2022. Per Levin e Allen, il peso specifico delle autocrazie africane limita la capacità dell’Onu di reagire sia alle violazioni dei diritti umani, perpetrate in quantità nelle aree turbolente, sia ai capovolgimenti politici ottenuti con la violenza. Gli studiosi citano Antonio Guterres, segretario generale dell’organismo sovranazionale, poiché egli, pur esprimendo «profonda preoccupazione» per gli eventi in Niger, non ha agito bloccando gli aiuti o invocando sanzioni. Naturalmente, non tutti i mali della regione subsahariana sono da ascrivere al peacekeeping. Questo facilita «l’intervento dell’esercito nella politica», cioè «amplifica il rischio di golpe», ma non può esserne la sola causa. Foreign Policy suggerisce di istituire meccanismi più rigidi di controllo e contromisure tempestive in caso di conclamate irregolarità. O forse è ora che l’Occidente la smetta di vergognarsi del passato imperialista e torni a esercitare un ruolo attivo nei settori geopolitici strategici del Mediterraneo. In nome della cooperazione e non della sopraffazione, certo. Ma possibilmente prima che, con le loro mosse, Ankara, Pechino e Mosca ci facciano cacciare a pedate dall’Africa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/africa-onu-crisi-2664738258.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ribollono-pure-camerun-e-ruanda" data-post-id="2664738258" data-published-at="1693555136" data-use-pagination="False"> Ribollono pure Camerun e Ruanda Il nuovo uomo forte del Gabon si chiama Brice Oligui Nguema, è un generale e fino a tre giorni fa era il comandante in capo della Guardia repubblicana. Oligui Nguema è stato nominato «presidente della transizione» dai soldati golpisti, con un comunicato stampa letto dalla televisione Gabon 24. Nguema ha dichiarato: «Ali Bongo non avrebbe dovuto candidarsi per un terzo mandato, tutti ne parlavano ma nessuno si è assunto la responsabilità e così l’esercito ha deciso di voltare pagina». Il colpo di Stato è stato condannato dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalla Francia, che aveva stretti e storici legami con la famiglia Bongo. Questo golpe è diverso da quello arrivato in Niger, avvenuto in un periodo di calma, perché in Gabon da tempo ormai cova il risentimento popolare nei confronti della famiglia Bongo, che ha governato il Paese per quasi 56 anni. C’è malcontento su moltissime questioni, ad esempio, sul costo della vita. Rabbia che sta aumentando in queste ore, dopo che i militari hanno pubblicato sui social network un video nel quale si vedono valigie e borse nella casa della famiglia del presidente deposto piene di franchi Cfa, dollari ed euro. Agli osservatori più attenti non è certamente sfuggito che il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), all’epoca presieduto da Adolfo Urso, nella sua relazione sull’attività svolta dal primo gennaio 2021 al 9 febbraio 2022, i disastri in corso nel Sahel e in Africa li aveva previsti tutti. Infatti, nel documento si legge: «Occorre poi considerare che in questa regione si registra il nuovo protagonismo di potenze non occidentali che stanno approfittando delle difficoltà della Francia, come dimostra il caso emblematico del Mali, Stato considerato centrale per la stabilizzazione del Sahel. Questo scenario problematico - a fronte di una situazione caratterizzata dalla presenza di gruppi jihadisti che operano travalicando le frontiere, anche sfruttando le crisi politiche presenti nei Paesi saheliani - potrebbe infatti provocare un effetto domino sugli Stati vicini con conseguenze anche sui flussi migratori e sui traffici illegali». Sempre nel 2022, l’intelligence italiana, nella sua relazione Politica dell’informazione per la sicurezza, scriveva: «Nell’anno in esame, l’iIntelligence nazionale ha monitorato tre principali macro-teatri di crisi: area saheliana, Corno d’Africa e regione dei Grandi Laghi. I tratti di vulnerabilità sono simili: pressione demografica, scadimento dei parametri economici, violenta conflittualità di varia natura, scontri legati all’uso delle risorse e una diffusa fragilità istituzionale che fa da moltiplicatore degli squilibri. Sempre più, poi, si evidenzia in tali quadranti una presenza straniera che fa uso strumentale delle criticità locali e che, non di rado, alimenta narrative antioccidentali». Ieri in Niger è stata un’altra giornata di passione, con la giunta golpista che ha ribadito l’abolizione di tutti gli accordi militari con la Francia, chiesto la partenza incondizionata delle truppe francesi dal Niger e ordinato a tutte le compagnie locali di interrompere immediatamente la fornitura di carburante, acqua, elettricità e cibo alle basi militari francesi, all’ambasciata francese a Niamey e a tutti i consolati francesi presenti nel Paese. Quale sarà la prossima nazione a finire nelle mani dei militari? Il Camerun si prepara al peggio, tanto che attraverso un nuovo decreto il presidente Paul Biya ha rimosso e sostituito i capi della sicurezza, compreso quello del delegato alla presidenza responsabile della Difesa, del personale dell’aeronautica, della marina e della polizia. Ma anche in Ruanda sta succedendo qualcosa: ieri Paul Kagame, presidente dal 2000, ha rimosso e sostituito alcuni ufficiali dell’esercito. Forse anche loro preparavano qualcosa di grosso.
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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Soldati paramilitari indiani presidiano la città di Pahalgam nel distretto di Anantnag, il 23 aprile 2025, il giorno dopo l'attacco terroristico che ha provocato 26 morti (Ansa)
A distanza di dodici mesi, Islamabad tenta di riscrivere il proprio ruolo. Non più attore del conflitto, ma presunto mediatore di pace in un teatro completamente diverso. Il Pakistan si è proposto come perno nei tentativi di dialogo tra Iran, Stati Uniti e, indirettamente, Israele, ospitando colloqui, facilitando contatti e costruendo un’immagine di rilevanza diplomatica, pur avendo a lungo qualificato il terrorismo islamista contro Israele come «resistenza».
A prima vista, la trasformazione sembra quasi paradossale. Uno Stato segnato da instabilità interna e tensioni croniche nel proprio vicinato che ambisce a stabilizzare uno dei conflitti più esplosivi del Medio Oriente. Un Paese che ha favorito l’ascesa dei talebani, che ha dato rifugio a Osama bin Laden mentre collaborava formalmente con la guerra americana al terrorismo, ora pretende di presentarsi come attore di pace in un conflitto che Teheran stessa definisce una guerra religiosa. Il tutto mentre il capo dell’esercito, Asim Munir, insiste sulla dimensione islamica del potere pakistano, promuove l’immagine di una potenza nucleare islamica e lavora alla costruzione di un asse sunnita con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.
Guardando più da vicino, la contraddizione non è solo evidente. È insanabile. L’attacco di Pahalgam resta il punto di riferimento. Militanti legati a reti radicate nell’ecosistema di sicurezza pakistano hanno compiuto uno degli attacchi più gravi contro civili in India negli ultimi anni, provocando non solo indignazione ma una risposta strategica netta. L’Operazione Sindoor non è stata una semplice rappresaglia. Ha segnato un cambio dottrinale, indicando che il terrorismo transfrontaliero avrebbe comportato conseguenze militari dirette e calibrate.Quel momento ha alterato l’equilibrio regionale e ha mostrato i limiti della negazione plausibile. Che si tratti di sostegno diretto, tolleranza o incapacità di smantellare reti consolidate, il legame del Pakistan con attori militanti resta una costante della sua postura strategica.È in questo quadro che va letta l’attuale ambizione diplomatica. Il tentativo di mediazione nella crisi iraniana non è irrilevante. Islamabad ha ospitato incontri ad alto livello, facilitato comunicazioni tra avversari e cercato di sostenere un fragile processo di de-escalation. Il capo dell’esercito si è ritagliato un ruolo centrale, muovendosi tra Washington, Teheran e le capitali regionali. Ma i risultati contano più delle intenzioni.
I negoziati si sono arenati. Le divergenze di fondo restano intatte. Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi su dossier essenziali, dal nucleare alla sicurezza regionale. Le tregue, quando arrivano, sono precarie, condizionate, reversibili. Il Pakistan può convocare. Non può imporre. Non può convincere. La diplomazia non si fonda solo sull’accesso. Si fonda sulla credibilità. Un mediatore deve essere percepito come neutrale o quantomeno coerente. Il Pakistan non è né l’uno né l’altro. La sua politica estera procede su binari paralleli. In Medio Oriente invoca moderazione e dialogo, perché una guerra più ampia minaccerebbe direttamente la sua sicurezza e la sua economia. In Asia meridionale, invece, la persistenza del terrorismo transfrontaliero continua a funzionare come leva strategica. Questa ambivalenza non sfugge agli interlocutori. Per l’Iran è un vicino necessario ma ambiguo. Per gli Stati Uniti un partner utile ma inaffidabile. Per Israele un attore apertamente ostile. La stessa retorica di Islamabad rende difficile sostenere qualsiasi pretesa di neutralità.Il risultato è una mediazione che esiste nei fatti ma non nella sostanza. Accesso senza fiducia. L’anniversario di Pahalgam rende questa contraddizione ancora più evidente. Ricorda che il principale teatro di instabilità del Pakistan resta il suo immediato vicinato e che il divario tra ambizione globale e comportamento regionale continua ad allargarsi. La lezione è più ampia e riguarda la natura del sistema internazionale.
L’Operazione Sindoor ha segnalato una crescente disponibilità degli Stati a rispondere direttamente alle minacce asimmetriche. La crisi iraniana dimostra quanto i conflitti siano ormai interconnessi, con effetti che vanno dall’energia alla sicurezza marittima. In questo contesto, la mediazione diventa al tempo stesso più necessaria e più difficile. La credibilità non è compartimentabile. Uno Stato percepito come fattore di instabilità in un teatro non può rivendicare autorevolezza in un altro. Il costo reputazionale si accumula e si trasferisce. Il tentativo del Pakistan di proporsi come arbitro tra Iran, Stati Uniti e Israele non è solo un’iniziativa diplomatica. È una prova di maturità strategica. Finora, è una prova fallita. A un anno da Pahalgam, questa non è una valutazione polemica. È una constatazione strutturale.
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