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2019-07-27
Affidi fantasma per far girare soldi e bambini promessi ai gruppi Lgbt
Ansa
Affidi sine die. Senza scadenza. Che, una proroga dopo l'altra, diventano adozioni. Federica Anghinolfi, attivista Lgbt e dirigente dei servizi sociali della Val d'Enza, al telefono prometteva questo ai suoi interlocutori: coppie omosessuali interessate ad accogliere bambini.dei servizi sociali della Val d'Enza. Due intercettazioni, rimaste finora inedite, rivelano l'attivismo della protagonista di «Angeli e demoni». La prima telefonata è con un donna, attivista di un'associazione Lgbt di Palermo. Il «modello Bibbiano», evidentemente, ha già travalicato i confini della Bassa. E l'interlocutrice chiede lumi alla Anghinolfi, dominus del sistema.
Possiamo avere anche noi un bambino? L'assistente sociale rassicura la donna. Già. Ma, nella telefonata, emerge un dubbio. Le coppie omosessuali, per legge, possono ottenere affidi. E poi, come si fa? A questo punto, la dirigente avrebbe chiarito la dinamica: se i genitori continuano a essere ritenuti inadeguati dai servizi sociali, i figli possono rimanere per sempre con la coppia affidataria. Una proroga dopo l'altra. Insomma: un'adozione di fatto. La risposta conforta la donna siciliana. Che ricorda ad Anghinolfi che il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, è da sempre favorevole ad ampliare i diritti omosex. Terreno fertile, quindi.
Ma il caso non è isolato. Anche da Avellino arriva identica richiesta alla dirigente della Val d'Enza. E pure stavolta, confermano gli investigatori reggiani alla Verità, sarebbero state fornite ampie rassicurazioni. Enunciando lo stesso iter: affidamenti che, di volta in volta, si dilatano. Fino ad assicurare una sorta di adozione. Grazie, ovviamente, alle relazioni dei servizi sociali sui minori interessati. Che, come dimostra l'inchiesta di Bibbiano, erano vergate anche nell'interesse di coppie Lgbt.
Il canovaccio di «Angeli e demoni» s'arricchisce ogni giorno. E anche dall'ordinanza di custodia cautelare emergono nuovi e sbalorditivi particolari. Come gli affidi fantasma. Sempre, è l'ipotesi investigativa, nel nome di Anghinolfi. E con risvolti che sarebbero furfanteschi. Una cuoca al servizio dei servizi sociali della Val d'Enza, retribuita con i contributi concessi ai genitori affidatari. Peccato che, però, quei bambini la donna non li abbia mai visti. Eppure nel fascicolo sequestrato dagli inquirenti tutto sembra in regola. Oggetto: «Dichiarazione disponibilità all'affidamento familiare». La firma, appunto, è della Anghinolfi. Il documento spiega che la signora M.I. «ha effettuato nel corso dell'anno 2018 il percorso previsto per l'accoglienza di un bambino in affidamento familiare». Iter concluso a maggio 2018. Con la disponibilità «all'affido sostegno». A cui segue un rimborso.
A questo punto, gli investigatori convocano la cuoca. Candidamente ammette: la pratica è falsa. Anghinolfi, riferisce la signora, «circa un anno e mezzo fa mi propose di fare la cuoca all'App di Montecchio Emilia». Ossia, una struttura dei servizi sociali per ragazzi con difficoltà d'apprendimento. Il lavoro è per tre giorni alla settimana. Compenso: 360 euro mensili. «Federica mi disse che era necessario formalizzare la mia attività attraverso un documento» aggiunge. «Mi fu quindi consegnato un foglio, dove indicava che mi dava in “affido sostegno" tale T.A.».
Una concessione farlocca, secondo i magistrati. Che va avanti per tutto il 2018. Com'era già accaduto nel 2017: «Una ragazza di cui non ricordo neanche il nome» ammette la cuoca. Perché quei due ragazzini non sono mai entrati in casa sua. Anghinolfi però sarebbe andata oltre. Le avrebbe chiesto di far da tramite per il pagamento delle spese di psicoterapia del ragazzo. Da girare poi a Hansel e Gretel, il centro studi guidato da Claudio Foti.
Il 9 gennaio 2019 viene sentita anche la madre del minore. Che conferma l'arcano: «Mio figlio è rimasto sempre in affido solo ed esclusivamente a me, con la supervisione dei servizi sociali». Le mostrano quindi il fascicolo. Il bambino, come risulta dai documenti, è stato dato a un altra donna: la cuoca. «Sono sbalordita» ammette. «Ne ero completamente all'oscuro. Non conosco questa signora. E di certo mio figlio non è in affido».
Insomma: quel documento sarebbe palesemente falso. E diventa, sostiene la Procura di Reggio Emilia, la «pezza d'appoggio» per far ottenere alla cuoca una sorta di retribuzione alla sua attività in cucina nella struttura La Cura. Quella finita al centro dell'indagine. Invece non avrebbe nessun contratto. Né da dipendente. E neppure da collaboratrice: «In assenza di assunzione formale, come dipendente o collaboratrice, viene inserita la relativa voce di spesa nel bilancio dell'Unione dei comuni della Val d'Enza». Come «rimborso spese affido».
Così, la già fitta trama di «Angeli e demoni» si arricchisce di nuovi capitoli. Gli affidi fantasma, serviti a remunerare una placida cuoca. E perfino adozioni di fatto per le coppie Lgbt, a suon di proroghe. Uno scandalo che sembra non avere più fine.
Antonio Rossitto
Camisasca rompe il silenzio della Chiesa
Hanno parlato psicologi e avvocati, si sono fatti sentire pure alcuni cantanti. Eppure, ancora non si sono sentite voci autorevoli provenire dalla Chiesa cattolica. Da sacerdoti e vescovi - così attivi e impegnati nella difesa dei migranti e nella denuncia della disumanità dell'attuale governo - è giunto appena qualche flebile sussurro. Certo, l'inchiesta «Angeli e demoni» non è ancora conclusa, ma per capire che qualcosa non vada nel sistema di gestione dei minori non c'è bisogno dei reati e delle condanne. È evidente che esistono problemi più profondi che non riguardano solo le aule di giustizia: sono mali che ghermiscono le radici della nostra cultura. Ed è su questi argomenti che, da parte della Chiesa, ci si aspetterebbero parole forti, capaci di indicare una via.
Nelle ultime settimane non possiamo dire di averle udite. Con una sola, radiosa, eccezione. Quella rappresentata dal vescovo di Reggio Emilia,
Massimo Camisasca. In una intervista alla Radio Vaticana, il monsignore è tornato a parlare della Val d'Enza e degli affidi illeciti, e ha pronunciato frasi da cui è difficile sfuggire. «Attraverso i giornali», ha detto, «ho la percezione di un problema serio, che ha al suo cuore i bambini. E quando si tratta di bambini, si tratta evidentemente della realtà più significativa, più preziosa ed importante, oserei dire quasi divina, che abbiamo nella nostra realtà sociali e a cui deve essere prestata una attenzione somma. E mi sembra che in taluni casi, per quello che posso capire dai giornali, questa attenzione somma non solo non ci sia stata, ma ci sia stata anche e addirittura una prevaricazione ideologica». Questo è esattamente il punto cruciale su cui ci si deve misurare. L'aspetto più spaventoso della vicenda bibbianese, infatti, non riguarda soltanto le accuse mosse ai vari Claudio Foti, Federica Anghinolfi eccetera. Il dramma sta nel sistema che costoro hanno contribuito a creare e a portare avanti, sta appunto nell'ideologia che certi psicologi e assistenti sociali professano.
Dice
Camisasca che «tutti dobbiamo farci carico di questa situazione grave, una situazione provocata dalle ideologie anti-familistiche che sono il retroterra di tutto ciò che è avvenuto. Sappiamo tutti», prosegue il monsignore, «che la realtà delle famiglie è una realtà fragile ma si è voluto ulteriormente infragilirla, creando le famiglie accanto alla famiglia, e quindi togliendo alla famiglia il sostegno che essa deve avere come realtà umana, e quindi come realtà che può essere percorsa da un'infinità di fragilità ed errori».
Secondo il vescovo reggiano «esistono delle famiglie “bacate", ma anche - grazie a Dio - un numero enorme di famiglie preziose, in cui i bambini vengono alla luce - perché c'è anche un gravissimo problema demografico - e poi sono accolti, anche se sono affetti dalla sindrome di Down o se si trovano in difficoltà, e poi vengono educati e rappresentano una benedizione. In queste famiglie la crescita dei figli è segnata da problemi, difficoltà e delusioni però è una crescita in avanti. Tutto questo, laddove viene messo in discussione, naturalmente, indebolisce il rapporto genitori-figli».
Le ideologie anti-familistiche le abbiamo viste all'opera nella Val d'Enza, dove hanno agito «professionisti» che ancora parlano di «patriarcato» da combattere, di maschilità tossica da eliminare. Persone per cui la famiglia tradizionale è un'istituzione che forse non va eliminata, ma di sicuro va corretta, modificata, anche a costo di commettere forzature. Dopo settimane, finalmente, si sta discutendo di illeciti e di presunti reati. Benissimo: ma si deve affrontare con decisione e in profondità anche il retroterra ideologico che ha prodotto tali storture. Perché mentre ci si scorna su Bibbiano, l'ideologia anti famiglia è tornata a dar prova della sua forza proprio in Emilia Romagna attraverso la legge sull'omotransfobia. Con la scusa dei «diritti» dei bambini sono state distrutte intere famiglie; con la scusa dei «diritti» delle persone Lgbt viene imposta la mordacchia a ogni pensiero difforme e scorretto.
Di fronte a tutto ciò non si può tacere. E che non si possa star zitti quando si osservano casi come quelli di Bibbiano.
Camisasca ha detto anche questo. L'intervistatore di Radio Vaticana gli ha chiesto che cosa pensasse della indignazione popolare sollevata dalla vicenda emiliana. E lui ha risposto: «È molto comprensibile, perché, laddove si toccano i bambini si tocca il bene più prezioso che abbiamo. E quindi la gente è preoccupata, perché non ha punti di riferimento, non sa dove attingere per capire cosa è successo e cosa sta dietro a ciò che è successo. Naturalmente la gente non deve essere strumentalizzata, e questa paura non deve diventare una ragione per sobillare anche una rivolta politica».
Non bisogna strumentalizzare, certo. Ma provare orrore e perfino rabbia è sacrosanto. E chi blatera di «campagne di odio» montate ad arte contro il Pd da parte dell'estrema destra sta semplicemente cercando di coprire un pozzo profondissimo con un tappeto. Ieri
Repubblica, in prima pagina, spiegava che il caso di Bibbiano fa parte di una «strategia della distrazione» ideata dal governo. Finora, tuttavia, gli unici a voler «distrarre» la popolazione sono stati proprio politici e giornali i orientamento progressista. Hanno prima cercato di silenziare tutto, ora provano a confondere le acque, a far passare l'idea che sulla Val d'Enza esistano visioni differenti, quasi che si trattasse di un dibattito accademico. Non è così: in gioco, oltre al benessere dei bimbi, c'è molto di più. È anche in Emilia che si decide che tipo di civiltà vogliamo essere, quali siano i nostri valori fondanti.
Ciò di cui dobbiamo preoccuparci, sostiene
Camisasca, sono «i trend culturali e i trend ideologici, che naturalmente attraversano anche i partiti, ma che determinano direttamente questa visione sbagliata della famiglia, dei rapporti fra genitori e figli e della necessità di “punire" la famiglia quando invece andrebbe sostenuta, aiutata e appoggiata». La tendenza culturale dominante va contro la famiglia, tenta di sgretolarla colpendo sia i genitori che i figli. E se si resta in silenzio questa tendenza di certo non la combatte.
Francesco Borgonovo
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Nelle carte di «Angeli e demoni» spuntano minori assegnati fittiziamente al fine di incassare i relativi fondi Intercettata, Federica Anghinolfi garantiva inoltre che gli allontanamenti diventassero adozioni di fatto a coppie gay.Il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca affronta il caso su Radio Vaticana: «C'è un'ideologia che vuole punire la famiglia».Lo speciale contiene due articoli Affidi sine die. Senza scadenza. Che, una proroga dopo l'altra, diventano adozioni. Federica Anghinolfi, attivista Lgbt e dirigente dei servizi sociali della Val d'Enza, al telefono prometteva questo ai suoi interlocutori: coppie omosessuali interessate ad accogliere bambini.dei servizi sociali della Val d'Enza. Due intercettazioni, rimaste finora inedite, rivelano l'attivismo della protagonista di «Angeli e demoni». La prima telefonata è con un donna, attivista di un'associazione Lgbt di Palermo. Il «modello Bibbiano», evidentemente, ha già travalicato i confini della Bassa. E l'interlocutrice chiede lumi alla Anghinolfi, dominus del sistema. Possiamo avere anche noi un bambino? L'assistente sociale rassicura la donna. Già. Ma, nella telefonata, emerge un dubbio. Le coppie omosessuali, per legge, possono ottenere affidi. E poi, come si fa? A questo punto, la dirigente avrebbe chiarito la dinamica: se i genitori continuano a essere ritenuti inadeguati dai servizi sociali, i figli possono rimanere per sempre con la coppia affidataria. Una proroga dopo l'altra. Insomma: un'adozione di fatto. La risposta conforta la donna siciliana. Che ricorda ad Anghinolfi che il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, è da sempre favorevole ad ampliare i diritti omosex. Terreno fertile, quindi. Ma il caso non è isolato. Anche da Avellino arriva identica richiesta alla dirigente della Val d'Enza. E pure stavolta, confermano gli investigatori reggiani alla Verità, sarebbero state fornite ampie rassicurazioni. Enunciando lo stesso iter: affidamenti che, di volta in volta, si dilatano. Fino ad assicurare una sorta di adozione. Grazie, ovviamente, alle relazioni dei servizi sociali sui minori interessati. Che, come dimostra l'inchiesta di Bibbiano, erano vergate anche nell'interesse di coppie Lgbt. Il canovaccio di «Angeli e demoni» s'arricchisce ogni giorno. E anche dall'ordinanza di custodia cautelare emergono nuovi e sbalorditivi particolari. Come gli affidi fantasma. Sempre, è l'ipotesi investigativa, nel nome di Anghinolfi. E con risvolti che sarebbero furfanteschi. Una cuoca al servizio dei servizi sociali della Val d'Enza, retribuita con i contributi concessi ai genitori affidatari. Peccato che, però, quei bambini la donna non li abbia mai visti. Eppure nel fascicolo sequestrato dagli inquirenti tutto sembra in regola. Oggetto: «Dichiarazione disponibilità all'affidamento familiare». La firma, appunto, è della Anghinolfi. Il documento spiega che la signora M.I. «ha effettuato nel corso dell'anno 2018 il percorso previsto per l'accoglienza di un bambino in affidamento familiare». Iter concluso a maggio 2018. Con la disponibilità «all'affido sostegno». A cui segue un rimborso. A questo punto, gli investigatori convocano la cuoca. Candidamente ammette: la pratica è falsa. Anghinolfi, riferisce la signora, «circa un anno e mezzo fa mi propose di fare la cuoca all'App di Montecchio Emilia». Ossia, una struttura dei servizi sociali per ragazzi con difficoltà d'apprendimento. Il lavoro è per tre giorni alla settimana. Compenso: 360 euro mensili. «Federica mi disse che era necessario formalizzare la mia attività attraverso un documento» aggiunge. «Mi fu quindi consegnato un foglio, dove indicava che mi dava in “affido sostegno" tale T.A.». Una concessione farlocca, secondo i magistrati. Che va avanti per tutto il 2018. Com'era già accaduto nel 2017: «Una ragazza di cui non ricordo neanche il nome» ammette la cuoca. Perché quei due ragazzini non sono mai entrati in casa sua. Anghinolfi però sarebbe andata oltre. Le avrebbe chiesto di far da tramite per il pagamento delle spese di psicoterapia del ragazzo. Da girare poi a Hansel e Gretel, il centro studi guidato da Claudio Foti. Il 9 gennaio 2019 viene sentita anche la madre del minore. Che conferma l'arcano: «Mio figlio è rimasto sempre in affido solo ed esclusivamente a me, con la supervisione dei servizi sociali». Le mostrano quindi il fascicolo. Il bambino, come risulta dai documenti, è stato dato a un altra donna: la cuoca. «Sono sbalordita» ammette. «Ne ero completamente all'oscuro. Non conosco questa signora. E di certo mio figlio non è in affido». Insomma: quel documento sarebbe palesemente falso. E diventa, sostiene la Procura di Reggio Emilia, la «pezza d'appoggio» per far ottenere alla cuoca una sorta di retribuzione alla sua attività in cucina nella struttura La Cura. Quella finita al centro dell'indagine. Invece non avrebbe nessun contratto. Né da dipendente. E neppure da collaboratrice: «In assenza di assunzione formale, come dipendente o collaboratrice, viene inserita la relativa voce di spesa nel bilancio dell'Unione dei comuni della Val d'Enza». Come «rimborso spese affido». Così, la già fitta trama di «Angeli e demoni» si arricchisce di nuovi capitoli. Gli affidi fantasma, serviti a remunerare una placida cuoca. E perfino adozioni di fatto per le coppie Lgbt, a suon di proroghe. Uno scandalo che sembra non avere più fine. Antonio Rossitto<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/affidi-fantasma-per-far-girare-soldi-e-bambini-promessi-ai-gruppi-lgbt-2639375772.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="camisasca-rompe-il-silenzio-della-chiesa" data-post-id="2639375772" data-published-at="1779730968" data-use-pagination="False"> Camisasca rompe il silenzio della Chiesa Hanno parlato psicologi e avvocati, si sono fatti sentire pure alcuni cantanti. Eppure, ancora non si sono sentite voci autorevoli provenire dalla Chiesa cattolica. Da sacerdoti e vescovi - così attivi e impegnati nella difesa dei migranti e nella denuncia della disumanità dell'attuale governo - è giunto appena qualche flebile sussurro. Certo, l'inchiesta «Angeli e demoni» non è ancora conclusa, ma per capire che qualcosa non vada nel sistema di gestione dei minori non c'è bisogno dei reati e delle condanne. È evidente che esistono problemi più profondi che non riguardano solo le aule di giustizia: sono mali che ghermiscono le radici della nostra cultura. Ed è su questi argomenti che, da parte della Chiesa, ci si aspetterebbero parole forti, capaci di indicare una via. Nelle ultime settimane non possiamo dire di averle udite. Con una sola, radiosa, eccezione. Quella rappresentata dal vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca. In una intervista alla Radio Vaticana, il monsignore è tornato a parlare della Val d'Enza e degli affidi illeciti, e ha pronunciato frasi da cui è difficile sfuggire. «Attraverso i giornali», ha detto, «ho la percezione di un problema serio, che ha al suo cuore i bambini. E quando si tratta di bambini, si tratta evidentemente della realtà più significativa, più preziosa ed importante, oserei dire quasi divina, che abbiamo nella nostra realtà sociali e a cui deve essere prestata una attenzione somma. E mi sembra che in taluni casi, per quello che posso capire dai giornali, questa attenzione somma non solo non ci sia stata, ma ci sia stata anche e addirittura una prevaricazione ideologica». Questo è esattamente il punto cruciale su cui ci si deve misurare. L'aspetto più spaventoso della vicenda bibbianese, infatti, non riguarda soltanto le accuse mosse ai vari Claudio Foti, Federica Anghinolfi eccetera. Il dramma sta nel sistema che costoro hanno contribuito a creare e a portare avanti, sta appunto nell'ideologia che certi psicologi e assistenti sociali professano. Dice Camisasca che «tutti dobbiamo farci carico di questa situazione grave, una situazione provocata dalle ideologie anti-familistiche che sono il retroterra di tutto ciò che è avvenuto. Sappiamo tutti», prosegue il monsignore, «che la realtà delle famiglie è una realtà fragile ma si è voluto ulteriormente infragilirla, creando le famiglie accanto alla famiglia, e quindi togliendo alla famiglia il sostegno che essa deve avere come realtà umana, e quindi come realtà che può essere percorsa da un'infinità di fragilità ed errori». Secondo il vescovo reggiano «esistono delle famiglie “bacate", ma anche - grazie a Dio - un numero enorme di famiglie preziose, in cui i bambini vengono alla luce - perché c'è anche un gravissimo problema demografico - e poi sono accolti, anche se sono affetti dalla sindrome di Down o se si trovano in difficoltà, e poi vengono educati e rappresentano una benedizione. In queste famiglie la crescita dei figli è segnata da problemi, difficoltà e delusioni però è una crescita in avanti. Tutto questo, laddove viene messo in discussione, naturalmente, indebolisce il rapporto genitori-figli». Le ideologie anti-familistiche le abbiamo viste all'opera nella Val d'Enza, dove hanno agito «professionisti» che ancora parlano di «patriarcato» da combattere, di maschilità tossica da eliminare. Persone per cui la famiglia tradizionale è un'istituzione che forse non va eliminata, ma di sicuro va corretta, modificata, anche a costo di commettere forzature. Dopo settimane, finalmente, si sta discutendo di illeciti e di presunti reati. Benissimo: ma si deve affrontare con decisione e in profondità anche il retroterra ideologico che ha prodotto tali storture. Perché mentre ci si scorna su Bibbiano, l'ideologia anti famiglia è tornata a dar prova della sua forza proprio in Emilia Romagna attraverso la legge sull'omotransfobia. Con la scusa dei «diritti» dei bambini sono state distrutte intere famiglie; con la scusa dei «diritti» delle persone Lgbt viene imposta la mordacchia a ogni pensiero difforme e scorretto. Di fronte a tutto ciò non si può tacere. E che non si possa star zitti quando si osservano casi come quelli di Bibbiano. Camisasca ha detto anche questo. L'intervistatore di Radio Vaticana gli ha chiesto che cosa pensasse della indignazione popolare sollevata dalla vicenda emiliana. E lui ha risposto: «È molto comprensibile, perché, laddove si toccano i bambini si tocca il bene più prezioso che abbiamo. E quindi la gente è preoccupata, perché non ha punti di riferimento, non sa dove attingere per capire cosa è successo e cosa sta dietro a ciò che è successo. Naturalmente la gente non deve essere strumentalizzata, e questa paura non deve diventare una ragione per sobillare anche una rivolta politica». Non bisogna strumentalizzare, certo. Ma provare orrore e perfino rabbia è sacrosanto. E chi blatera di «campagne di odio» montate ad arte contro il Pd da parte dell'estrema destra sta semplicemente cercando di coprire un pozzo profondissimo con un tappeto. Ieri Repubblica, in prima pagina, spiegava che il caso di Bibbiano fa parte di una «strategia della distrazione» ideata dal governo. Finora, tuttavia, gli unici a voler «distrarre» la popolazione sono stati proprio politici e giornali i orientamento progressista. Hanno prima cercato di silenziare tutto, ora provano a confondere le acque, a far passare l'idea che sulla Val d'Enza esistano visioni differenti, quasi che si trattasse di un dibattito accademico. Non è così: in gioco, oltre al benessere dei bimbi, c'è molto di più. È anche in Emilia che si decide che tipo di civiltà vogliamo essere, quali siano i nostri valori fondanti. Ciò di cui dobbiamo preoccuparci, sostiene Camisasca, sono «i trend culturali e i trend ideologici, che naturalmente attraversano anche i partiti, ma che determinano direttamente questa visione sbagliata della famiglia, dei rapporti fra genitori e figli e della necessità di “punire" la famiglia quando invece andrebbe sostenuta, aiutata e appoggiata». La tendenza culturale dominante va contro la famiglia, tenta di sgretolarla colpendo sia i genitori che i figli. E se si resta in silenzio questa tendenza di certo non la combatte. Francesco Borgonovo
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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