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2024-11-10
Affare Unicredit-Commerzbank. La Cdu è pronta a fare le barricate
Andrea Orcel (Ansa)
Crisi economica e ora anche crisi politica. Le nubi sul futuro del governo di Berlino non sono certo una buona notizia per Andrea Orcel. Perchè complicano una trattativa già difficile visto che lo Stato tedesco è ancora grande azionista di Commerzbank. All’amministratore delegato di Unicredit non deve aver fatto piacere il licenziamento del ministro delle Finanze Christian Linder, unico membro dell’esecutivo non apertamente contrario al blitz su Commerzbank. Viceversa vede con qualche preoccupazione crescere l’ostilità della Cdu, il partito che fu di Angela Merkel. Questo partito, insieme agli alleati della Csu bavarese torneranno centrali nei nuovi equilibri politici tedeschi. Sia nell’eventualità di un nuovo governo (la Germania ha una antica tradizione di maggioranze di unità nazionale) sia in caso di nuove elezioni da cui sperano di ottenere grandi vantaggi.
Non stupisce quindi quanto riportato da Bloomberg, secondo cui Unicredit avrebbe intensificato le coperture attraverso Jefferies, per proteggersi da possibili fluttuazioni negative delle azioni Commerz. La partecipazione che ammonta a circa il 21% (9% in azioni dirette e 11,5% tramite derivati), è al centro di una crescente attenzione del mercato.
L’operazione di copertura consentirebbe a Unicredit di mantenere una maggiore flessibilità nelle decisioni finali.
Sebbene gli sviluppi relativi a Unicredit e Commerzbank siano seguiti da vicino dai mercati la questione ha suscitato reazioni forti da parte della politica tedesca. Friedrich Merz, leader dell’opposizione e presidente della Cdu, non nasconde l’ ostilità. A suo parere la fusione tra Unicredit e Commerzbank sarebbe un «disastro per il mercato bancario tedesco», facendo riferimento alla perdita di posti dopo l’acquisizione della HypoVereinsbank nel 2005. Avanza anche il dubbio che l’operazione faccia parte di un accordo con Roma «legato all’ingresso di Lufthansa in Ita»
Markus Söder, primo ministro della Baviera, definisce a proposta di acquisizione un «segnale di deindustrializzazione» per la Germania. Cita la crisi della Volkswagen, la vendita di Deutsche Bahn Schenker (divisione logistica delle ferrovie tedesche) alla Danimarca e «i piani di acquisizione dell’italiana UniCredit per Commerzbank» .
Le critiche appaiono unanimi sul fronte delle opposizioni. La deputata Antje Tillmann, sollecita il governo a considerare non solo gli aspetti finanziari, ma anche quelli strategici e politici nell'affrontare la questione della vendita delle azioni di Commerzbank. In un’intervista a Stern, Tillmann ha evidenziato che una decisione del genere non dovrebbe essere presa esclusivamente sulla base di considerazioni finanziarie, ma dovrebbe anche riflettere gli interessi nazionali.
Altre voci critiche provengono da membri della Csu, tra cui Mechthild Wittmann e Klaus Wiener, che hanno esortato il governo a bloccare la banca italiana. Wittmann vuole «Commerz in Germania». Wiener non è pregiudizialmente ostile anche perchè in questa maniera si favorisce l’Unione Bancaria «Ma» aggiunge «abbiamo un problema se le banche tedesche sono sempre quelle che vengono acquistate».
Matthias Hauer (Cdu, presidente della commissione finanze) accusa il governo di non aver preso le dovute precauzioni quando ha venduto la prima tranche di azioni Commerzbank. Tanta superficialità «ha permesso l’acquisto dell’intero pacchetto da parte di un singolo investitore strategico, la coalizione Semaforo ha aperto le porte Unicredit».
Gitta Connemann deputa Cdu dal 2022 e responsabile di uno degli uffici economico si dichiara contraria all’operazione ricordando che Commerzbank gestisce circa il 30% dei finanziamenti tedeschi al commercio estero
A Piazza Affari le azioni Unicredit hanno raggiunto i massimi dal 2011 spingendosi fino a 42 euro prima di tornare indietro. Significa che il mercato scommette su un esito positivo dell’operazione. Orcel potrebbe ricevere l’approvazione delle autorità di regolamentazione nei tempi previsti, ossia 60 giorni da quando la Bafin (l’autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari) riceverà il dossier, con un possibile estensione di 30 giorni. Il via libera da parte del regolatore sarebbe un passo fondamentale per completare la sua scalata a Commerzbank, sebbene pesino le incertezze legate alle reazioni politiche in Germania
La situazione tra Unicredit e Commerzbank rimane altamente dinamica e piena di implicazioni, sia sul piano finanziario che politico. Se da un lato Unicredit sta cercando di consolidare la posizione in una delle principali banche tedesche, dall’altro l’ostilità di larga parte della politica tedesca sottolineano le preoccupazioni per l’indipendenza del settore bancario nazionale. In un contesto di crescente incertezza geopolitica e di trasformazioni nell’industria bancaria europea, l’esito di questa operazione potrebbe avere ripercussioni significative non solo per le due banche ma sul futuro di tutto il sistema finanziario europeo.
Pressing su Scholz: elezioni subito
La coalizione semaforo è ormai storia. Una storia non esaltante, visti i numerosi insuccessi conseguiti dalla trimurti Spd-Fdp-Verdi. I primati, semmai, sono stati quelli negativi, tra cui quello tutto personale di Olaf Scholz: è stato il cancelliere meno popolare della storia tedesca. Non certo un primato di cui andare fieri.
Ma se la coalizione semaforo è morta e sepolta, ancora permangono dubbi su quando sarà sciolto il Bundestag e saranno indette nuove elezioni.
La naturale scadenza del mandato sarebbe a fine settembre, con annesso ritorno alle urne.
In ogni caso, è chiaro che il governo di minoranza attualmente in carica non è in grado di continuare il suo lavoro parlamentare. Tutto verte, quindi, sul voto di fiducia che Scholz dovrà chiedere al Parlamento, affinché possano essere fatti tutti i passaggi formali che conducono alle elezioni anticipate. Il cancelliere aveva indicato come data il 15 gennaio, con apertura dei seggi a marzo: una soluzione che non è piaciuta a nessuno, in particolare alle opposizioni.
Sia l’Unione (Cdu/Csu) sia l’Afd, cioè prima e seconda forza della nazione, stanno premendo per sciogliere il Bundestag già la prossima settimana: in questo modo, ha dichiarato il leader della Cdu, Friedrich Merz, si potrà votare il 19 gennaio, un giorno prima dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.
A ben vedere, però, non è solo l’opposizione ad avere fretta: anche il vicecancelliere, Robert Habeck (Verdi), ha dichiarato alla Zdf che le elezioni si dovrebbero tenere «il prima possibile». Habeck, che ha già annunciato di voler correre come candidato di punta dei Verdi, si è peraltro mosso in controtendenza rispetto alla sua compagna di partito Annalena Baerbock: «Mentre gli Stati Uniti non hanno un presidente realmente operativo», ha dichiarato il ministro degli Esteri, «la Germania, in quanto prima economia europea, non dovrebbe trovarsi a ridosso di un’elezione». Ma sono, appunto, posizioni isolate di chi ha poca voglia di scollarsi dalla poltrona. Se allarghiamo lo sguardo all’intero elettorato tedesco, infatti, l’umore generale è piuttosto chiaro: secondo due rilevazioni commissionate da Zdf e Ard, la stragrande maggioranza dei cittadini (ben oltre il 50% del campione intervistato) è favorevole a un voto anticipato a gennaio Non stupisce allora che Scholz - pressato sia dalla classe politica che dal mondo industriale - abbia aperto a una discussione sulle tempistiche del voto di fiducia. Naturalmente, tutto ha un prezzo: per accelerare le operazioni, il cancelliere conta sui cristianodemocratici, che dovrebbero appoggiare alcune leggi del governo, tra cui la riforma delle pensioni e degli assegni familiari, nonché il nuovo pacchetto sugli sgravi fiscali. In ogni caso, la decisione di Scholz si saprà mercoledì, quando il leader socialdemocratico terrà il suo intervento al Bundestag.
Cdu e Csu, tuttavia, non hanno alcuna intenzione di farsi prendere per il naso: «Non voteremo riforme proposte dalla coalizione semaforo che non hanno la maggioranza neanche all’interno del governo», ha affermato il leader della Csu, Markus Söder.
A cui ha fatto eco Merz, il candidato di punta dell’Unione: «Non discuteremo azioni comuni con il governo di minoranza di Scholz prima del voto di fiducia. Non ci faremo abbindolare dal cancelliere, divenendo complici dei fallimenti della coalizione semaforo», ha dichiarato all’Ard il capo della Cdu. Mercoledì, insomma, ci sarà la resa dei conti.
Al di là della data delle elezioni, però, è chiaro che la campagna elettorale è già iniziata. Secondo gli ultimi sondaggi, la palma di prima forza del Paese spetterebbe all’Unione, che veleggia oltre il 30% dei consensi. Al secondo posto, invece, avanzano i sovranisti dell’Afd, che si attestano intorno al 18%: per il partito guidato da Alice Weidel, sarebbe un risultato storico. I partiti della coalizione semaforo, ovviamente, sono in coma profondo: la Spd è ferma al 15% e i Verdi sono scesi al 10%, mentre la Fdp si trova addirittura sotto la soglia di sbarramento del 5% e rischia seriamente di rimanere fuori dal Parlamento.
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I cristiano sociali, che avranno comunque un ruolo di primo piano nel prossimo governo tedesco, sono contrari all’operazione. Anche in chiave elettorale, criticano i tagli al lavoro e la perdita di indipendenza del sistema.Il cancelliere tedesco Olaf Scholz punta a ritardare le urne per far passare qualche norma che lo faccia risalire nei sondaggi. L’opposizione e anche gli alleati Verdi insistono: voto a gennaio. Lo speciale contiene due articoli.Crisi economica e ora anche crisi politica. Le nubi sul futuro del governo di Berlino non sono certo una buona notizia per Andrea Orcel. Perchè complicano una trattativa già difficile visto che lo Stato tedesco è ancora grande azionista di Commerzbank. All’amministratore delegato di Unicredit non deve aver fatto piacere il licenziamento del ministro delle Finanze Christian Linder, unico membro dell’esecutivo non apertamente contrario al blitz su Commerzbank. Viceversa vede con qualche preoccupazione crescere l’ostilità della Cdu, il partito che fu di Angela Merkel. Questo partito, insieme agli alleati della Csu bavarese torneranno centrali nei nuovi equilibri politici tedeschi. Sia nell’eventualità di un nuovo governo (la Germania ha una antica tradizione di maggioranze di unità nazionale) sia in caso di nuove elezioni da cui sperano di ottenere grandi vantaggi.Non stupisce quindi quanto riportato da Bloomberg, secondo cui Unicredit avrebbe intensificato le coperture attraverso Jefferies, per proteggersi da possibili fluttuazioni negative delle azioni Commerz. La partecipazione che ammonta a circa il 21% (9% in azioni dirette e 11,5% tramite derivati), è al centro di una crescente attenzione del mercato.L’operazione di copertura consentirebbe a Unicredit di mantenere una maggiore flessibilità nelle decisioni finali.Sebbene gli sviluppi relativi a Unicredit e Commerzbank siano seguiti da vicino dai mercati la questione ha suscitato reazioni forti da parte della politica tedesca. Friedrich Merz, leader dell’opposizione e presidente della Cdu, non nasconde l’ ostilità. A suo parere la fusione tra Unicredit e Commerzbank sarebbe un «disastro per il mercato bancario tedesco», facendo riferimento alla perdita di posti dopo l’acquisizione della HypoVereinsbank nel 2005. Avanza anche il dubbio che l’operazione faccia parte di un accordo con Roma «legato all’ingresso di Lufthansa in Ita» Markus Söder, primo ministro della Baviera, definisce a proposta di acquisizione un «segnale di deindustrializzazione» per la Germania. Cita la crisi della Volkswagen, la vendita di Deutsche Bahn Schenker (divisione logistica delle ferrovie tedesche) alla Danimarca e «i piani di acquisizione dell’italiana UniCredit per Commerzbank» .Le critiche appaiono unanimi sul fronte delle opposizioni. La deputata Antje Tillmann, sollecita il governo a considerare non solo gli aspetti finanziari, ma anche quelli strategici e politici nell'affrontare la questione della vendita delle azioni di Commerzbank. In un’intervista a Stern, Tillmann ha evidenziato che una decisione del genere non dovrebbe essere presa esclusivamente sulla base di considerazioni finanziarie, ma dovrebbe anche riflettere gli interessi nazionali.Altre voci critiche provengono da membri della Csu, tra cui Mechthild Wittmann e Klaus Wiener, che hanno esortato il governo a bloccare la banca italiana. Wittmann vuole «Commerz in Germania». Wiener non è pregiudizialmente ostile anche perchè in questa maniera si favorisce l’Unione Bancaria «Ma» aggiunge «abbiamo un problema se le banche tedesche sono sempre quelle che vengono acquistate».Matthias Hauer (Cdu, presidente della commissione finanze) accusa il governo di non aver preso le dovute precauzioni quando ha venduto la prima tranche di azioni Commerzbank. Tanta superficialità «ha permesso l’acquisto dell’intero pacchetto da parte di un singolo investitore strategico, la coalizione Semaforo ha aperto le porte Unicredit».Gitta Connemann deputa Cdu dal 2022 e responsabile di uno degli uffici economico si dichiara contraria all’operazione ricordando che Commerzbank gestisce circa il 30% dei finanziamenti tedeschi al commercio esteroA Piazza Affari le azioni Unicredit hanno raggiunto i massimi dal 2011 spingendosi fino a 42 euro prima di tornare indietro. Significa che il mercato scommette su un esito positivo dell’operazione. Orcel potrebbe ricevere l’approvazione delle autorità di regolamentazione nei tempi previsti, ossia 60 giorni da quando la Bafin (l’autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari) riceverà il dossier, con un possibile estensione di 30 giorni. Il via libera da parte del regolatore sarebbe un passo fondamentale per completare la sua scalata a Commerzbank, sebbene pesino le incertezze legate alle reazioni politiche in GermaniaLa situazione tra Unicredit e Commerzbank rimane altamente dinamica e piena di implicazioni, sia sul piano finanziario che politico. Se da un lato Unicredit sta cercando di consolidare la posizione in una delle principali banche tedesche, dall’altro l’ostilità di larga parte della politica tedesca sottolineano le preoccupazioni per l’indipendenza del settore bancario nazionale. In un contesto di crescente incertezza geopolitica e di trasformazioni nell’industria bancaria europea, l’esito di questa operazione potrebbe avere ripercussioni significative non solo per le due banche ma sul futuro di tutto il sistema finanziario europeo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/affare-unicredit-commerzbank-2669742036.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pressing-su-scholz-elezioni-subito" data-post-id="2669742036" data-published-at="1731256516" data-use-pagination="False"> Pressing su Scholz: elezioni subito La coalizione semaforo è ormai storia. Una storia non esaltante, visti i numerosi insuccessi conseguiti dalla trimurti Spd-Fdp-Verdi. I primati, semmai, sono stati quelli negativi, tra cui quello tutto personale di Olaf Scholz: è stato il cancelliere meno popolare della storia tedesca. Non certo un primato di cui andare fieri.Ma se la coalizione semaforo è morta e sepolta, ancora permangono dubbi su quando sarà sciolto il Bundestag e saranno indette nuove elezioni.La naturale scadenza del mandato sarebbe a fine settembre, con annesso ritorno alle urne.In ogni caso, è chiaro che il governo di minoranza attualmente in carica non è in grado di continuare il suo lavoro parlamentare. Tutto verte, quindi, sul voto di fiducia che Scholz dovrà chiedere al Parlamento, affinché possano essere fatti tutti i passaggi formali che conducono alle elezioni anticipate. Il cancelliere aveva indicato come data il 15 gennaio, con apertura dei seggi a marzo: una soluzione che non è piaciuta a nessuno, in particolare alle opposizioni.Sia l’Unione (Cdu/Csu) sia l’Afd, cioè prima e seconda forza della nazione, stanno premendo per sciogliere il Bundestag già la prossima settimana: in questo modo, ha dichiarato il leader della Cdu, Friedrich Merz, si potrà votare il 19 gennaio, un giorno prima dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.A ben vedere, però, non è solo l’opposizione ad avere fretta: anche il vicecancelliere, Robert Habeck (Verdi), ha dichiarato alla Zdf che le elezioni si dovrebbero tenere «il prima possibile». Habeck, che ha già annunciato di voler correre come candidato di punta dei Verdi, si è peraltro mosso in controtendenza rispetto alla sua compagna di partito Annalena Baerbock: «Mentre gli Stati Uniti non hanno un presidente realmente operativo», ha dichiarato il ministro degli Esteri, «la Germania, in quanto prima economia europea, non dovrebbe trovarsi a ridosso di un’elezione». Ma sono, appunto, posizioni isolate di chi ha poca voglia di scollarsi dalla poltrona. Se allarghiamo lo sguardo all’intero elettorato tedesco, infatti, l’umore generale è piuttosto chiaro: secondo due rilevazioni commissionate da Zdf e Ard, la stragrande maggioranza dei cittadini (ben oltre il 50% del campione intervistato) è favorevole a un voto anticipato a gennaio Non stupisce allora che Scholz - pressato sia dalla classe politica che dal mondo industriale - abbia aperto a una discussione sulle tempistiche del voto di fiducia. Naturalmente, tutto ha un prezzo: per accelerare le operazioni, il cancelliere conta sui cristianodemocratici, che dovrebbero appoggiare alcune leggi del governo, tra cui la riforma delle pensioni e degli assegni familiari, nonché il nuovo pacchetto sugli sgravi fiscali. In ogni caso, la decisione di Scholz si saprà mercoledì, quando il leader socialdemocratico terrà il suo intervento al Bundestag.Cdu e Csu, tuttavia, non hanno alcuna intenzione di farsi prendere per il naso: «Non voteremo riforme proposte dalla coalizione semaforo che non hanno la maggioranza neanche all’interno del governo», ha affermato il leader della Csu, Markus Söder.A cui ha fatto eco Merz, il candidato di punta dell’Unione: «Non discuteremo azioni comuni con il governo di minoranza di Scholz prima del voto di fiducia. Non ci faremo abbindolare dal cancelliere, divenendo complici dei fallimenti della coalizione semaforo», ha dichiarato all’Ard il capo della Cdu. Mercoledì, insomma, ci sarà la resa dei conti.Al di là della data delle elezioni, però, è chiaro che la campagna elettorale è già iniziata. Secondo gli ultimi sondaggi, la palma di prima forza del Paese spetterebbe all’Unione, che veleggia oltre il 30% dei consensi. Al secondo posto, invece, avanzano i sovranisti dell’Afd, che si attestano intorno al 18%: per il partito guidato da Alice Weidel, sarebbe un risultato storico. I partiti della coalizione semaforo, ovviamente, sono in coma profondo: la Spd è ferma al 15% e i Verdi sono scesi al 10%, mentre la Fdp si trova addirittura sotto la soglia di sbarramento del 5% e rischia seriamente di rimanere fuori dal Parlamento.
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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