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2024-11-10
Affare Unicredit-Commerzbank. La Cdu è pronta a fare le barricate
Andrea Orcel (Ansa)
Crisi economica e ora anche crisi politica. Le nubi sul futuro del governo di Berlino non sono certo una buona notizia per Andrea Orcel. Perchè complicano una trattativa già difficile visto che lo Stato tedesco è ancora grande azionista di Commerzbank. All’amministratore delegato di Unicredit non deve aver fatto piacere il licenziamento del ministro delle Finanze Christian Linder, unico membro dell’esecutivo non apertamente contrario al blitz su Commerzbank. Viceversa vede con qualche preoccupazione crescere l’ostilità della Cdu, il partito che fu di Angela Merkel. Questo partito, insieme agli alleati della Csu bavarese torneranno centrali nei nuovi equilibri politici tedeschi. Sia nell’eventualità di un nuovo governo (la Germania ha una antica tradizione di maggioranze di unità nazionale) sia in caso di nuove elezioni da cui sperano di ottenere grandi vantaggi.
Non stupisce quindi quanto riportato da Bloomberg, secondo cui Unicredit avrebbe intensificato le coperture attraverso Jefferies, per proteggersi da possibili fluttuazioni negative delle azioni Commerz. La partecipazione che ammonta a circa il 21% (9% in azioni dirette e 11,5% tramite derivati), è al centro di una crescente attenzione del mercato.
L’operazione di copertura consentirebbe a Unicredit di mantenere una maggiore flessibilità nelle decisioni finali.
Sebbene gli sviluppi relativi a Unicredit e Commerzbank siano seguiti da vicino dai mercati la questione ha suscitato reazioni forti da parte della politica tedesca. Friedrich Merz, leader dell’opposizione e presidente della Cdu, non nasconde l’ ostilità. A suo parere la fusione tra Unicredit e Commerzbank sarebbe un «disastro per il mercato bancario tedesco», facendo riferimento alla perdita di posti dopo l’acquisizione della HypoVereinsbank nel 2005. Avanza anche il dubbio che l’operazione faccia parte di un accordo con Roma «legato all’ingresso di Lufthansa in Ita»
Markus Söder, primo ministro della Baviera, definisce a proposta di acquisizione un «segnale di deindustrializzazione» per la Germania. Cita la crisi della Volkswagen, la vendita di Deutsche Bahn Schenker (divisione logistica delle ferrovie tedesche) alla Danimarca e «i piani di acquisizione dell’italiana UniCredit per Commerzbank» .
Le critiche appaiono unanimi sul fronte delle opposizioni. La deputata Antje Tillmann, sollecita il governo a considerare non solo gli aspetti finanziari, ma anche quelli strategici e politici nell'affrontare la questione della vendita delle azioni di Commerzbank. In un’intervista a Stern, Tillmann ha evidenziato che una decisione del genere non dovrebbe essere presa esclusivamente sulla base di considerazioni finanziarie, ma dovrebbe anche riflettere gli interessi nazionali.
Altre voci critiche provengono da membri della Csu, tra cui Mechthild Wittmann e Klaus Wiener, che hanno esortato il governo a bloccare la banca italiana. Wittmann vuole «Commerz in Germania». Wiener non è pregiudizialmente ostile anche perchè in questa maniera si favorisce l’Unione Bancaria «Ma» aggiunge «abbiamo un problema se le banche tedesche sono sempre quelle che vengono acquistate».
Matthias Hauer (Cdu, presidente della commissione finanze) accusa il governo di non aver preso le dovute precauzioni quando ha venduto la prima tranche di azioni Commerzbank. Tanta superficialità «ha permesso l’acquisto dell’intero pacchetto da parte di un singolo investitore strategico, la coalizione Semaforo ha aperto le porte Unicredit».
Gitta Connemann deputa Cdu dal 2022 e responsabile di uno degli uffici economico si dichiara contraria all’operazione ricordando che Commerzbank gestisce circa il 30% dei finanziamenti tedeschi al commercio estero
A Piazza Affari le azioni Unicredit hanno raggiunto i massimi dal 2011 spingendosi fino a 42 euro prima di tornare indietro. Significa che il mercato scommette su un esito positivo dell’operazione. Orcel potrebbe ricevere l’approvazione delle autorità di regolamentazione nei tempi previsti, ossia 60 giorni da quando la Bafin (l’autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari) riceverà il dossier, con un possibile estensione di 30 giorni. Il via libera da parte del regolatore sarebbe un passo fondamentale per completare la sua scalata a Commerzbank, sebbene pesino le incertezze legate alle reazioni politiche in Germania
La situazione tra Unicredit e Commerzbank rimane altamente dinamica e piena di implicazioni, sia sul piano finanziario che politico. Se da un lato Unicredit sta cercando di consolidare la posizione in una delle principali banche tedesche, dall’altro l’ostilità di larga parte della politica tedesca sottolineano le preoccupazioni per l’indipendenza del settore bancario nazionale. In un contesto di crescente incertezza geopolitica e di trasformazioni nell’industria bancaria europea, l’esito di questa operazione potrebbe avere ripercussioni significative non solo per le due banche ma sul futuro di tutto il sistema finanziario europeo.
Pressing su Scholz: elezioni subito
La coalizione semaforo è ormai storia. Una storia non esaltante, visti i numerosi insuccessi conseguiti dalla trimurti Spd-Fdp-Verdi. I primati, semmai, sono stati quelli negativi, tra cui quello tutto personale di Olaf Scholz: è stato il cancelliere meno popolare della storia tedesca. Non certo un primato di cui andare fieri.
Ma se la coalizione semaforo è morta e sepolta, ancora permangono dubbi su quando sarà sciolto il Bundestag e saranno indette nuove elezioni.
La naturale scadenza del mandato sarebbe a fine settembre, con annesso ritorno alle urne.
In ogni caso, è chiaro che il governo di minoranza attualmente in carica non è in grado di continuare il suo lavoro parlamentare. Tutto verte, quindi, sul voto di fiducia che Scholz dovrà chiedere al Parlamento, affinché possano essere fatti tutti i passaggi formali che conducono alle elezioni anticipate. Il cancelliere aveva indicato come data il 15 gennaio, con apertura dei seggi a marzo: una soluzione che non è piaciuta a nessuno, in particolare alle opposizioni.
Sia l’Unione (Cdu/Csu) sia l’Afd, cioè prima e seconda forza della nazione, stanno premendo per sciogliere il Bundestag già la prossima settimana: in questo modo, ha dichiarato il leader della Cdu, Friedrich Merz, si potrà votare il 19 gennaio, un giorno prima dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.
A ben vedere, però, non è solo l’opposizione ad avere fretta: anche il vicecancelliere, Robert Habeck (Verdi), ha dichiarato alla Zdf che le elezioni si dovrebbero tenere «il prima possibile». Habeck, che ha già annunciato di voler correre come candidato di punta dei Verdi, si è peraltro mosso in controtendenza rispetto alla sua compagna di partito Annalena Baerbock: «Mentre gli Stati Uniti non hanno un presidente realmente operativo», ha dichiarato il ministro degli Esteri, «la Germania, in quanto prima economia europea, non dovrebbe trovarsi a ridosso di un’elezione». Ma sono, appunto, posizioni isolate di chi ha poca voglia di scollarsi dalla poltrona. Se allarghiamo lo sguardo all’intero elettorato tedesco, infatti, l’umore generale è piuttosto chiaro: secondo due rilevazioni commissionate da Zdf e Ard, la stragrande maggioranza dei cittadini (ben oltre il 50% del campione intervistato) è favorevole a un voto anticipato a gennaio Non stupisce allora che Scholz - pressato sia dalla classe politica che dal mondo industriale - abbia aperto a una discussione sulle tempistiche del voto di fiducia. Naturalmente, tutto ha un prezzo: per accelerare le operazioni, il cancelliere conta sui cristianodemocratici, che dovrebbero appoggiare alcune leggi del governo, tra cui la riforma delle pensioni e degli assegni familiari, nonché il nuovo pacchetto sugli sgravi fiscali. In ogni caso, la decisione di Scholz si saprà mercoledì, quando il leader socialdemocratico terrà il suo intervento al Bundestag.
Cdu e Csu, tuttavia, non hanno alcuna intenzione di farsi prendere per il naso: «Non voteremo riforme proposte dalla coalizione semaforo che non hanno la maggioranza neanche all’interno del governo», ha affermato il leader della Csu, Markus Söder.
A cui ha fatto eco Merz, il candidato di punta dell’Unione: «Non discuteremo azioni comuni con il governo di minoranza di Scholz prima del voto di fiducia. Non ci faremo abbindolare dal cancelliere, divenendo complici dei fallimenti della coalizione semaforo», ha dichiarato all’Ard il capo della Cdu. Mercoledì, insomma, ci sarà la resa dei conti.
Al di là della data delle elezioni, però, è chiaro che la campagna elettorale è già iniziata. Secondo gli ultimi sondaggi, la palma di prima forza del Paese spetterebbe all’Unione, che veleggia oltre il 30% dei consensi. Al secondo posto, invece, avanzano i sovranisti dell’Afd, che si attestano intorno al 18%: per il partito guidato da Alice Weidel, sarebbe un risultato storico. I partiti della coalizione semaforo, ovviamente, sono in coma profondo: la Spd è ferma al 15% e i Verdi sono scesi al 10%, mentre la Fdp si trova addirittura sotto la soglia di sbarramento del 5% e rischia seriamente di rimanere fuori dal Parlamento.
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I cristiano sociali, che avranno comunque un ruolo di primo piano nel prossimo governo tedesco, sono contrari all’operazione. Anche in chiave elettorale, criticano i tagli al lavoro e la perdita di indipendenza del sistema.Il cancelliere tedesco Olaf Scholz punta a ritardare le urne per far passare qualche norma che lo faccia risalire nei sondaggi. L’opposizione e anche gli alleati Verdi insistono: voto a gennaio. Lo speciale contiene due articoli.Crisi economica e ora anche crisi politica. Le nubi sul futuro del governo di Berlino non sono certo una buona notizia per Andrea Orcel. Perchè complicano una trattativa già difficile visto che lo Stato tedesco è ancora grande azionista di Commerzbank. All’amministratore delegato di Unicredit non deve aver fatto piacere il licenziamento del ministro delle Finanze Christian Linder, unico membro dell’esecutivo non apertamente contrario al blitz su Commerzbank. Viceversa vede con qualche preoccupazione crescere l’ostilità della Cdu, il partito che fu di Angela Merkel. Questo partito, insieme agli alleati della Csu bavarese torneranno centrali nei nuovi equilibri politici tedeschi. Sia nell’eventualità di un nuovo governo (la Germania ha una antica tradizione di maggioranze di unità nazionale) sia in caso di nuove elezioni da cui sperano di ottenere grandi vantaggi.Non stupisce quindi quanto riportato da Bloomberg, secondo cui Unicredit avrebbe intensificato le coperture attraverso Jefferies, per proteggersi da possibili fluttuazioni negative delle azioni Commerz. La partecipazione che ammonta a circa il 21% (9% in azioni dirette e 11,5% tramite derivati), è al centro di una crescente attenzione del mercato.L’operazione di copertura consentirebbe a Unicredit di mantenere una maggiore flessibilità nelle decisioni finali.Sebbene gli sviluppi relativi a Unicredit e Commerzbank siano seguiti da vicino dai mercati la questione ha suscitato reazioni forti da parte della politica tedesca. Friedrich Merz, leader dell’opposizione e presidente della Cdu, non nasconde l’ ostilità. A suo parere la fusione tra Unicredit e Commerzbank sarebbe un «disastro per il mercato bancario tedesco», facendo riferimento alla perdita di posti dopo l’acquisizione della HypoVereinsbank nel 2005. Avanza anche il dubbio che l’operazione faccia parte di un accordo con Roma «legato all’ingresso di Lufthansa in Ita» Markus Söder, primo ministro della Baviera, definisce a proposta di acquisizione un «segnale di deindustrializzazione» per la Germania. Cita la crisi della Volkswagen, la vendita di Deutsche Bahn Schenker (divisione logistica delle ferrovie tedesche) alla Danimarca e «i piani di acquisizione dell’italiana UniCredit per Commerzbank» .Le critiche appaiono unanimi sul fronte delle opposizioni. La deputata Antje Tillmann, sollecita il governo a considerare non solo gli aspetti finanziari, ma anche quelli strategici e politici nell'affrontare la questione della vendita delle azioni di Commerzbank. In un’intervista a Stern, Tillmann ha evidenziato che una decisione del genere non dovrebbe essere presa esclusivamente sulla base di considerazioni finanziarie, ma dovrebbe anche riflettere gli interessi nazionali.Altre voci critiche provengono da membri della Csu, tra cui Mechthild Wittmann e Klaus Wiener, che hanno esortato il governo a bloccare la banca italiana. Wittmann vuole «Commerz in Germania». Wiener non è pregiudizialmente ostile anche perchè in questa maniera si favorisce l’Unione Bancaria «Ma» aggiunge «abbiamo un problema se le banche tedesche sono sempre quelle che vengono acquistate».Matthias Hauer (Cdu, presidente della commissione finanze) accusa il governo di non aver preso le dovute precauzioni quando ha venduto la prima tranche di azioni Commerzbank. Tanta superficialità «ha permesso l’acquisto dell’intero pacchetto da parte di un singolo investitore strategico, la coalizione Semaforo ha aperto le porte Unicredit».Gitta Connemann deputa Cdu dal 2022 e responsabile di uno degli uffici economico si dichiara contraria all’operazione ricordando che Commerzbank gestisce circa il 30% dei finanziamenti tedeschi al commercio esteroA Piazza Affari le azioni Unicredit hanno raggiunto i massimi dal 2011 spingendosi fino a 42 euro prima di tornare indietro. Significa che il mercato scommette su un esito positivo dell’operazione. Orcel potrebbe ricevere l’approvazione delle autorità di regolamentazione nei tempi previsti, ossia 60 giorni da quando la Bafin (l’autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari) riceverà il dossier, con un possibile estensione di 30 giorni. Il via libera da parte del regolatore sarebbe un passo fondamentale per completare la sua scalata a Commerzbank, sebbene pesino le incertezze legate alle reazioni politiche in GermaniaLa situazione tra Unicredit e Commerzbank rimane altamente dinamica e piena di implicazioni, sia sul piano finanziario che politico. Se da un lato Unicredit sta cercando di consolidare la posizione in una delle principali banche tedesche, dall’altro l’ostilità di larga parte della politica tedesca sottolineano le preoccupazioni per l’indipendenza del settore bancario nazionale. In un contesto di crescente incertezza geopolitica e di trasformazioni nell’industria bancaria europea, l’esito di questa operazione potrebbe avere ripercussioni significative non solo per le due banche ma sul futuro di tutto il sistema finanziario europeo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/affare-unicredit-commerzbank-2669742036.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pressing-su-scholz-elezioni-subito" data-post-id="2669742036" data-published-at="1731256516" data-use-pagination="False"> Pressing su Scholz: elezioni subito La coalizione semaforo è ormai storia. Una storia non esaltante, visti i numerosi insuccessi conseguiti dalla trimurti Spd-Fdp-Verdi. I primati, semmai, sono stati quelli negativi, tra cui quello tutto personale di Olaf Scholz: è stato il cancelliere meno popolare della storia tedesca. Non certo un primato di cui andare fieri.Ma se la coalizione semaforo è morta e sepolta, ancora permangono dubbi su quando sarà sciolto il Bundestag e saranno indette nuove elezioni.La naturale scadenza del mandato sarebbe a fine settembre, con annesso ritorno alle urne.In ogni caso, è chiaro che il governo di minoranza attualmente in carica non è in grado di continuare il suo lavoro parlamentare. Tutto verte, quindi, sul voto di fiducia che Scholz dovrà chiedere al Parlamento, affinché possano essere fatti tutti i passaggi formali che conducono alle elezioni anticipate. Il cancelliere aveva indicato come data il 15 gennaio, con apertura dei seggi a marzo: una soluzione che non è piaciuta a nessuno, in particolare alle opposizioni.Sia l’Unione (Cdu/Csu) sia l’Afd, cioè prima e seconda forza della nazione, stanno premendo per sciogliere il Bundestag già la prossima settimana: in questo modo, ha dichiarato il leader della Cdu, Friedrich Merz, si potrà votare il 19 gennaio, un giorno prima dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca.A ben vedere, però, non è solo l’opposizione ad avere fretta: anche il vicecancelliere, Robert Habeck (Verdi), ha dichiarato alla Zdf che le elezioni si dovrebbero tenere «il prima possibile». Habeck, che ha già annunciato di voler correre come candidato di punta dei Verdi, si è peraltro mosso in controtendenza rispetto alla sua compagna di partito Annalena Baerbock: «Mentre gli Stati Uniti non hanno un presidente realmente operativo», ha dichiarato il ministro degli Esteri, «la Germania, in quanto prima economia europea, non dovrebbe trovarsi a ridosso di un’elezione». Ma sono, appunto, posizioni isolate di chi ha poca voglia di scollarsi dalla poltrona. Se allarghiamo lo sguardo all’intero elettorato tedesco, infatti, l’umore generale è piuttosto chiaro: secondo due rilevazioni commissionate da Zdf e Ard, la stragrande maggioranza dei cittadini (ben oltre il 50% del campione intervistato) è favorevole a un voto anticipato a gennaio Non stupisce allora che Scholz - pressato sia dalla classe politica che dal mondo industriale - abbia aperto a una discussione sulle tempistiche del voto di fiducia. Naturalmente, tutto ha un prezzo: per accelerare le operazioni, il cancelliere conta sui cristianodemocratici, che dovrebbero appoggiare alcune leggi del governo, tra cui la riforma delle pensioni e degli assegni familiari, nonché il nuovo pacchetto sugli sgravi fiscali. In ogni caso, la decisione di Scholz si saprà mercoledì, quando il leader socialdemocratico terrà il suo intervento al Bundestag.Cdu e Csu, tuttavia, non hanno alcuna intenzione di farsi prendere per il naso: «Non voteremo riforme proposte dalla coalizione semaforo che non hanno la maggioranza neanche all’interno del governo», ha affermato il leader della Csu, Markus Söder.A cui ha fatto eco Merz, il candidato di punta dell’Unione: «Non discuteremo azioni comuni con il governo di minoranza di Scholz prima del voto di fiducia. Non ci faremo abbindolare dal cancelliere, divenendo complici dei fallimenti della coalizione semaforo», ha dichiarato all’Ard il capo della Cdu. Mercoledì, insomma, ci sarà la resa dei conti.Al di là della data delle elezioni, però, è chiaro che la campagna elettorale è già iniziata. Secondo gli ultimi sondaggi, la palma di prima forza del Paese spetterebbe all’Unione, che veleggia oltre il 30% dei consensi. Al secondo posto, invece, avanzano i sovranisti dell’Afd, che si attestano intorno al 18%: per il partito guidato da Alice Weidel, sarebbe un risultato storico. I partiti della coalizione semaforo, ovviamente, sono in coma profondo: la Spd è ferma al 15% e i Verdi sono scesi al 10%, mentre la Fdp si trova addirittura sotto la soglia di sbarramento del 5% e rischia seriamente di rimanere fuori dal Parlamento.
Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Il ministro del Lavoro Marina Calderone
Intervistata dal direttore Maurizio Belpietro, il ministro del Lavoro Marina Calderone ha fatto il punto su salari, formazione e occupazione sul palco de Il giorno della Verità.
Salari, formazione e occupazione. Questi i temi fondamentali toccati dal ministro del Lavoro Marina Calderone, intervistata dal direttore Maurizio Belpietro in occasione de Il giorno della Verità.
Belpietro menziona innanzitutto i dati estremamente positivi sulla disoccupazione al 5,1% (ai minimi dal 2004). Questi risultati, secondo Calderone, derivano da tutto un insieme di fattori che funzionano, ma soprattutto dalla fiducia che le imprese hanno riacquisito grazie alla stabilità del governo Meloni. «Questo fattore è davvero importante quando un imprenditore vuole costruire qualcosa». Inoltre, afferma il ministro con orgoglio «sono in crescita i contratti a tempo indeterminato. Non è vero, come dicono le opposizioni, che il lavoro è precario. Quest'ultimo rappresenta una percentuale normale, che deriva dai periodi dell'anno in cui le aziende hanno bisogno di una certa flessibilità».
I quattro anni di governo, dunque «sono stati anni di dati positivi, costruiti gradualmente, numero su numero. Il governo, ora, deve continuare a dare fiducia e stabilità, a costruire norme che irrobustiscano il lavoro e diano prospettive ai giovani. Le condizioni del nostro mercato del lavoro ci permettono di tenere cinque generazioni diverse a lavorare. Il problema, invece, è trovare lavoratori per le aziende che li richiedono. Ma non bisogna alimentare la competizione fra giovani e anziani. Occorre far entrare prima i giovani nel mondo del lavoro».
Sul fronte dell’occupazione giovanile, Calderone si ritiene soddisfatta del fatto che negli ultimi anni la percentuale dei giovani che non lavorano si sia ridotta sensibilmente, mentre è aumentata quella delle giovani donne che lavorano. Un altro elemento positivo è il cambiamento della mentalità delle famiglie italiane: un tempo si insegnava che bisognava privilegiare i licei, mentre l’istituto professionale era considerato di Serie C. Ora, al contrario, i dati dimostrano che chi fa studi professionali ha possibilità molto elevate di trovare lavoro. Bisogna dunque spiegare ai giovani queste opportunità, al fine di valorizzare talenti diversi».
Stimolata sul tema dell'impresa privata dal direttore Belpietro, il ministro spiega che «esiste un percorso di adattamento a crisi profonde come è stato il Covid. Era già successo nel 2008 e 2010, quando c’era stata la bolla economica e il mondo del lavoro si era fermato. Per farlo ripartire ci vogliono anni. A ogni modo, negli ultimi due anni, l'Italia, anche a livello di salari, è cresciuta molto più di altri Paesi europei».
L'ultimo tema affrontato è quello delIa denatalità e dell'intelligenza artificiale, che potrebbero mettere a rischio l'occupazione e l'Inps. Su questo tema, tuttavia, Calderone ha rassicurato, citando il Rapporto fine mandato consiglio vigilanza dell’Inps: «I conti sono in equilibrio, ma bisogna accompagnare la dinamica demografica che purtroppo non gioca a nostro favore. Bisogna far crescere i montanti contributivi, riducendo gli interventi a sostegno del reddito e trasformando le ore di cassa integrazione in ore di lavoro. Così facendo avremo la possibilità di sostenere il sistema delle pensioni».
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Al «Giorno della Verità» Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma; Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A; e Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, si sono confrontati sul ruolo delle infrastrutture strategiche tra sicurezza energetica, sostenibilità e innovazione tecnologica. Al centro del dibattito aeroporti, reti energetiche, gestione dell’acqua e intelligenza artificiale.
Sicurezza energetica, infrastrutture strategiche e innovazione tecnologica sono stati i temi al centro del panel Le reti della sovranità – Infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi, moderato dalla giornalista Rai Manuela Moreno al «Giorno della Verità».
Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma, ha illustrato il percorso di sostenibilità intrapreso dal gruppo, spiegando come la decarbonizzazione rappresenti non soltanto un obiettivo ambientale ma un approccio strutturale allo sviluppo delle infrastrutture aeroportuali.
Tra gli interventi già realizzati, Giordano ha ricordato l’installazione di oltre 55.000 pannelli fotovoltaici nell’area di Fiumicino, visibili anche durante le fasi di atterraggio. Un investimento che rientra nella strategia di riduzione delle emissioni e che viene sostenuto attraverso strumenti di finanza sostenibile.
Lo stesso manager ha poi affrontato il tema dello sviluppo dello scalo romano, evidenziando come il traffico dell’aeroporto cresca mediamente del 3% ogni anno. Secondo le previsioni di Aeroporti di Roma, dopo il 2040 Fiumicino potrebbe superare la soglia dei 100 milioni di passeggeri annui.
In questo quadro si inserisce il progetto di una nuova pista, che secondo Giordano potrebbe generare una ricaduta economica stimata in circa 18 miliardi di euro e migliaia di nuovi posti di lavoro. Una prospettiva che si lega anche alla crescente competizione con altri grandi hub internazionali del Mediterraneo e d’Europa, da Istanbul a Barcellona fino a Londra.
Sul fronte della sicurezza delle infrastrutture è intervenuto Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, che ha sottolineato come oggi la protezione delle reti non possa più essere considerata soltanto in termini fisici.
«La sicurezza ha ormai anche una dimensione digitale», ha spiegato, soffermandosi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella gestione delle infrastrutture idriche. Secondo Naranjo, le nuove tecnologie consentono di passare da un approccio reattivo a uno preventivo, grazie alla capacità di monitorare i sistemi, individuare anomalie e segnalare possibili criticità prima che si trasformino in guasti o interruzioni del servizio.
In collegamento video è intervenuto anche Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A, che ha affrontato il tema dell’autonomia energetica. Secondo Giussani, l’obiettivo deve essere quello di rendere il sistema energetico meno esposto a condizionamenti esterni e più resiliente rispetto alle crisi.
Per raggiungere questo risultato, ha osservato, occorre puntare sulle fonti rinnovabili, che oggi presentano costi inferiori rispetto a quelle fossili, ma che necessitano di infrastrutture e investimenti adeguati per garantire stabilità e continuità della produzione.
Dal confronto è emersa una visione comune: infrastrutture moderne, innovazione tecnologica e investimenti rappresentano elementi essenziali per rafforzare la competitività del Paese e affrontare le sfide energetiche e industriali dei prossimi anni.
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