True
2024-01-23
Afd spaventa l’Ue: «Referendum per uscire»
Alice Weidel (Ansa)
Il fallimento della maggioranza di centrosinistra che guida la Germania da due anni: Berlino fuori dalla Ue seguendo l’esempio di Londra. Con la differenza che l’uscita della Gran Bretagna ha provocato qualche brivido e nulla più. L’abbandono dei tedeschi ne rappresenterebbe la dissoluzione. A picconare i palazzi del potere di Bruxelles è Alice Weidel, leader di Afd, il partito di estrema destra in testa a tutti i sondaggi elettorali.
In un intervista al Financial Times definisce l’uscita del Regno Unito dall’Ue una scelta «maledettamente giusta». Weidel, leader del partito dal 2022, ha spiegato che un eventuale governo di Afd cercherebbe di riformare l’Ue per far fronte al suo «deficit democratico», limitando i poteri della Commissione europea. «Ma se una riforma non sarà possibile dovremmo lasciare che sia il popolo a decidere, proprio come ha fatto il Regno Unito con un referendum sulla Dexit - l’uscita della Germania dall’Ue». Uno scenario tutt’altro che improponibile considerano che, stando agli ultimi sondaggi citati dal Ft, Afd si attesta al 22%, davanti a tutti e tre i partiti della coalizione del cancelliere Olaf Scholz, socialdemocratici, verdi e liberal. La Weidel fissa anche la data del possibile terremoto: le elezioni del 2029, immaginando la vittoria del fronte conservatore. Già lo scorso anno in Assia, Cdu e Afd insieme hanno ottenuto il 53% dimostrando «che possiamo formare una chiara maggioranza di destra. E la Cdu non può rifiutarsi. soprattutto nei Laender dell’Est». L’ipotesi, per la verità, al momento è solo in divenire. Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo (di cui la Cdu è azionista di riferimento) non lascia dubbi. A suo giudizio la vittoria di Afd significherebbe «la svendita della Germania, la retrocessione e un Paese diverso». In ogni caso per evitare al mondo politico tedesco di cadere in tentazione si moltiplicano le pressioni per mettere al bando la formazione guidata da Alice Weidel. Ma anche questa strada è molto impervia. Un partito politico nella Repubblica federale può essere dichiarato fuorilegge solo dalla Corte costituzionale federale. Le violazioni da giudicare sono rigidamente elencate; minacce alla dignità umana, alla democrazia e allo stato di diritto fondamentale, perché «la volontà della maggioranza non può prevalere sulla tutela delle minoranze, dei diritti fondamentali, dei tribunali indipendenti e altre cose». L’ultimo partito espulso dal panorama politico è stato il Partito comunista tedesco (Kpd) nel 1956. Quest’ultimo punto è stato sottolineato dalla Corte costituzionale nel 2017 quando ha deciso di non cancellare l’Npd, nonostante sia considerato una formazione neonazista. Tuttavia oggi vedremo se qualcosa è cambiato nella giurisprudenza dei giudici tedeschi. La Corte costituzionale deciderà sull’esclusione dal finanziamento pubblico per il partito Die Heimat, come ora si autodefinisce l’Npd. L’eventuale taglio sarebbe un precedente importante anche per il futuro di Afd, la cui sopravvivenza diventerebbe problematica. La condanna di Die Heimat, e quindi indirettamente di Afd, però non risolverebbe il problema politico e soprattutto economico che angoscia la Germania.
In due anni la maggioranza di centro sinistra che guida la Germania ha fatto deragliare la locomotiva d’Europa. Il danno si vede immediatamente attraverso lo spread. Si tratta del differenziale fra il Btp e il Bund tedesco che, secondo la narrazione corrente, misura il diverso grado di affidabilità delle varie economie europee. Chi aveva raccontato che la ghigliottina dello spread avrebbe tagliato la testa al governo Meloni come nel 2011 a Berlusconi sarà rimasto molto deluso, Oggi il differenziale è fermo intorno a 154 punti. Esattamente dove si trovava ad aprile 2022 quando a Palazzo Chigi c’era l’ex banchiere. Un successo ottenuto per merito dell’Italia ma, soprattutto per lo scivolone della Germania. L’economia tedesca si è contratta dello 0,3% nel 2023, dopo un +1,8% nel 2022, poiché l’inflazione persistentemente elevata durante tutto l’anno, insieme all’aumento dei tassi di interesse, ha frenato l’attività e la domanda sia interna che estera. Proprio il settore industriale rappresenta una zavorra, -2% annuo, a causa della minore produzione nel settore dell’approvvigionamento energetico.
La produzione manifatturiera è diminuita dello 0,4% a causa del forte calo nel settore automobilistico e nella costruzione di altri veicoli. Anche nel quarto trimestre il Pil teutonico è calato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, secondo una stima preliminare dell’ufficio statistico, dopo un periodo di stagnazione nei tre mesi fino alla fine di settembre, il che significa che la Germania ha evitato per un soffio una recessione nella seconda metà dell’anno, che scatta dopo due trimestri consecutivi di calo dell’economia, resta però la debolezza dimostrata dal fatto che si moltiplicano le notizie di chiusure di fabbriche. Il più grande fornitore automobilistico del mondo, Bosch, vuole tagliare circa 1.200 posti di lavoro nel settore del software entro la fine del 2026, di cui 950 in Germania.
Alla Sap, gruppo del software, sono iniziati i lavori di ristrutturazione. I sindacati temono licenziamenti. I piani non sono stati ancora formalmente completati, ma l’anno scorso il gruppo ha tagliato quasi 3.000 posti di lavoro in tutto il mondo. E sembra che non sia stato sufficiente. Così come non appaiono sufficienti al mercato le strategie per tornare a una piena redditività alla Bayer, che non ha ancora digerito il costoso acquisto di Monsanto.
Pure i ferrovieri sul piede di guerra. Stop ai treni tedeschi per sei giorni
In Germania sta per prendere il via il più grande sciopero mai messo in atto fino ad oggi. Non si tratta di quello dei contadini tedeschi che ha già messo in difficoltà il governo di Olaf Scholz con i trattori in centro a Berlino a ostacolare la mobilità. Il sindacato dei macchinisti Gdl ha infatti annunciato uno stop al trasporto ferroviario di sei giorni dal 24 al 29 gennaio. Per i servizi di trasporto merci, l’interruzione inizierà, invece, martedì. Si tratta del quarto sciopero indetto dal sindacato negli ultimi mesi, per richiedere a Deutsche Bahn l’aumento dei salari e la riduzione della settimana lavorativa. Dal 10 al 12 gennaio il sindacato tedesco aveva già organizzato uno stop al trasporto su rotaia causando moltissimi disagi a migliaia di passeggeri, con l’80% dei treni a lunga percorrenza non in servizio. L’operatore ferroviario Db ha accusato il sindacato Gdl di «agire in modo assolutamente irresponsabile» con questa nuova mobilitazione. In particolare, oltre agli aumenti salariali per compensare l’inflazione, la Gdl, che rappresenta circa 10.000 dipendenti de settore ferroviario, chiede anche di negoziare il passaggio alla settimana di 35 ore su quattro giorni. L’azienda pubblica, che aveva già proposto un aumento salariale fino a un massimo del 13% e un bonus sull’inflazione, ha presentato la settimana scorsa una nuova offerta per la riduzione dell’orario di lavoro a 37 ore settimanali a partire dal 2026 con piena compensazione salariale. Dopo le accuse mosse da Deutsche Bahn, il sindacato ha spiegato di aver optato per un nuovo sciopero perché l’operatore ferroviario non ha mostrato «alcun segno di volontà di raggiungere un accordo» con la sua terza (e presumibilmente) ultima offerta. Dal canto suo, la società ferroviaria tedesca ha invece detto che il sindacato organizzatore degli scioperi sta «esacerbando il conflitto», sottolineando di aver offerto un aumento del 13% sui salari, oltre ad aver proposto di ridurre la settimana lavorativa di un’ora. Intanto, Deutsche Bahn ha informato i viaggiatori che sarebbe meglio evitare viaggi da e per la Germania in treno duranti i giorni dello sciopero e che i passeggeri già in possesso di un biglietto valido hanno la possibilità di posticipare i loro viaggi senza costi aggiuntivi. In Germania, insomma, il malessere tra i dipendenti del settore ferroviario appare evidente. Molti lavoratori hanno lamentato un esaurimento nervoso sul lavoro a causa della scarsità di personale, fattore che comporta turni di lavoro spesso estenuanti. Il problema, poi, si riflette anche sulla qualità del servizio con treni che nel 2023 sono arrivati in ritardo nel 35% dei casi, nonostante i membri del cda di Deutsche Bahn abbiano ricevuto un bonus da cinque milioni di euro per l’ottimo lavoro svolto, decisione che non ha certo disteso i rapporti con i sindacati. Anche perché con quei soldi si potrebbero pagare diversi macchinisti, professionisti che a Berlino e dintorni al mese percepiscono 2600 euro lordi, che arrivano a 3.000 con gli straordinari. Si tratta di poco meno di 20 euro lordi all’ora in un Paese dove la paga oraria minima è di 12 euro. La locomotiva tedesca, insomma, sembra essere finita su un binario morto, fiaccata da inflazione e costi dell’energia per le aziende della manifattura teutonica alle stelle. Spese che ne appesantiscono i bilanci e il prodotto interno lordo nazionale e che hanno fatto sentire per la prima volta ai cittadini il sapore della disoccupazione e della perdita di potere d’acquisto.
Continua a leggereRiduci
La leader di Alternative für Deutschland, Alice Weidel, apre alla Dexit. La sinistra briga per mettere il partito fuorilegge o tagliare i fondi. La sentenza della Corte costituzionale sui neonazi di Npd sarà un precedente. Ma potrebbe anche essere un boomerang. I sindacati chiedono aumenti salariali e la riduzione della settimana lavorativa. Lo speciale contiene due articoli.Il fallimento della maggioranza di centrosinistra che guida la Germania da due anni: Berlino fuori dalla Ue seguendo l’esempio di Londra. Con la differenza che l’uscita della Gran Bretagna ha provocato qualche brivido e nulla più. L’abbandono dei tedeschi ne rappresenterebbe la dissoluzione. A picconare i palazzi del potere di Bruxelles è Alice Weidel, leader di Afd, il partito di estrema destra in testa a tutti i sondaggi elettorali. In un intervista al Financial Times definisce l’uscita del Regno Unito dall’Ue una scelta «maledettamente giusta». Weidel, leader del partito dal 2022, ha spiegato che un eventuale governo di Afd cercherebbe di riformare l’Ue per far fronte al suo «deficit democratico», limitando i poteri della Commissione europea. «Ma se una riforma non sarà possibile dovremmo lasciare che sia il popolo a decidere, proprio come ha fatto il Regno Unito con un referendum sulla Dexit - l’uscita della Germania dall’Ue». Uno scenario tutt’altro che improponibile considerano che, stando agli ultimi sondaggi citati dal Ft, Afd si attesta al 22%, davanti a tutti e tre i partiti della coalizione del cancelliere Olaf Scholz, socialdemocratici, verdi e liberal. La Weidel fissa anche la data del possibile terremoto: le elezioni del 2029, immaginando la vittoria del fronte conservatore. Già lo scorso anno in Assia, Cdu e Afd insieme hanno ottenuto il 53% dimostrando «che possiamo formare una chiara maggioranza di destra. E la Cdu non può rifiutarsi. soprattutto nei Laender dell’Est». L’ipotesi, per la verità, al momento è solo in divenire. Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo (di cui la Cdu è azionista di riferimento) non lascia dubbi. A suo giudizio la vittoria di Afd significherebbe «la svendita della Germania, la retrocessione e un Paese diverso». In ogni caso per evitare al mondo politico tedesco di cadere in tentazione si moltiplicano le pressioni per mettere al bando la formazione guidata da Alice Weidel. Ma anche questa strada è molto impervia. Un partito politico nella Repubblica federale può essere dichiarato fuorilegge solo dalla Corte costituzionale federale. Le violazioni da giudicare sono rigidamente elencate; minacce alla dignità umana, alla democrazia e allo stato di diritto fondamentale, perché «la volontà della maggioranza non può prevalere sulla tutela delle minoranze, dei diritti fondamentali, dei tribunali indipendenti e altre cose». L’ultimo partito espulso dal panorama politico è stato il Partito comunista tedesco (Kpd) nel 1956. Quest’ultimo punto è stato sottolineato dalla Corte costituzionale nel 2017 quando ha deciso di non cancellare l’Npd, nonostante sia considerato una formazione neonazista. Tuttavia oggi vedremo se qualcosa è cambiato nella giurisprudenza dei giudici tedeschi. La Corte costituzionale deciderà sull’esclusione dal finanziamento pubblico per il partito Die Heimat, come ora si autodefinisce l’Npd. L’eventuale taglio sarebbe un precedente importante anche per il futuro di Afd, la cui sopravvivenza diventerebbe problematica. La condanna di Die Heimat, e quindi indirettamente di Afd, però non risolverebbe il problema politico e soprattutto economico che angoscia la Germania. In due anni la maggioranza di centro sinistra che guida la Germania ha fatto deragliare la locomotiva d’Europa. Il danno si vede immediatamente attraverso lo spread. Si tratta del differenziale fra il Btp e il Bund tedesco che, secondo la narrazione corrente, misura il diverso grado di affidabilità delle varie economie europee. Chi aveva raccontato che la ghigliottina dello spread avrebbe tagliato la testa al governo Meloni come nel 2011 a Berlusconi sarà rimasto molto deluso, Oggi il differenziale è fermo intorno a 154 punti. Esattamente dove si trovava ad aprile 2022 quando a Palazzo Chigi c’era l’ex banchiere. Un successo ottenuto per merito dell’Italia ma, soprattutto per lo scivolone della Germania. L’economia tedesca si è contratta dello 0,3% nel 2023, dopo un +1,8% nel 2022, poiché l’inflazione persistentemente elevata durante tutto l’anno, insieme all’aumento dei tassi di interesse, ha frenato l’attività e la domanda sia interna che estera. Proprio il settore industriale rappresenta una zavorra, -2% annuo, a causa della minore produzione nel settore dell’approvvigionamento energetico. La produzione manifatturiera è diminuita dello 0,4% a causa del forte calo nel settore automobilistico e nella costruzione di altri veicoli. Anche nel quarto trimestre il Pil teutonico è calato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, secondo una stima preliminare dell’ufficio statistico, dopo un periodo di stagnazione nei tre mesi fino alla fine di settembre, il che significa che la Germania ha evitato per un soffio una recessione nella seconda metà dell’anno, che scatta dopo due trimestri consecutivi di calo dell’economia, resta però la debolezza dimostrata dal fatto che si moltiplicano le notizie di chiusure di fabbriche. Il più grande fornitore automobilistico del mondo, Bosch, vuole tagliare circa 1.200 posti di lavoro nel settore del software entro la fine del 2026, di cui 950 in Germania. Alla Sap, gruppo del software, sono iniziati i lavori di ristrutturazione. I sindacati temono licenziamenti. I piani non sono stati ancora formalmente completati, ma l’anno scorso il gruppo ha tagliato quasi 3.000 posti di lavoro in tutto il mondo. E sembra che non sia stato sufficiente. Così come non appaiono sufficienti al mercato le strategie per tornare a una piena redditività alla Bayer, che non ha ancora digerito il costoso acquisto di Monsanto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afd-spaventa-lue-referendum-uscire-2667061325.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-i-ferrovieri-sul-piede-di-guerra-stop-ai-treni-tedeschi-per-sei-giorni" data-post-id="2667061325" data-published-at="1705998874" data-use-pagination="False"> Pure i ferrovieri sul piede di guerra. Stop ai treni tedeschi per sei giorni In Germania sta per prendere il via il più grande sciopero mai messo in atto fino ad oggi. Non si tratta di quello dei contadini tedeschi che ha già messo in difficoltà il governo di Olaf Scholz con i trattori in centro a Berlino a ostacolare la mobilità. Il sindacato dei macchinisti Gdl ha infatti annunciato uno stop al trasporto ferroviario di sei giorni dal 24 al 29 gennaio. Per i servizi di trasporto merci, l’interruzione inizierà, invece, martedì. Si tratta del quarto sciopero indetto dal sindacato negli ultimi mesi, per richiedere a Deutsche Bahn l’aumento dei salari e la riduzione della settimana lavorativa. Dal 10 al 12 gennaio il sindacato tedesco aveva già organizzato uno stop al trasporto su rotaia causando moltissimi disagi a migliaia di passeggeri, con l’80% dei treni a lunga percorrenza non in servizio. L’operatore ferroviario Db ha accusato il sindacato Gdl di «agire in modo assolutamente irresponsabile» con questa nuova mobilitazione. In particolare, oltre agli aumenti salariali per compensare l’inflazione, la Gdl, che rappresenta circa 10.000 dipendenti de settore ferroviario, chiede anche di negoziare il passaggio alla settimana di 35 ore su quattro giorni. L’azienda pubblica, che aveva già proposto un aumento salariale fino a un massimo del 13% e un bonus sull’inflazione, ha presentato la settimana scorsa una nuova offerta per la riduzione dell’orario di lavoro a 37 ore settimanali a partire dal 2026 con piena compensazione salariale. Dopo le accuse mosse da Deutsche Bahn, il sindacato ha spiegato di aver optato per un nuovo sciopero perché l’operatore ferroviario non ha mostrato «alcun segno di volontà di raggiungere un accordo» con la sua terza (e presumibilmente) ultima offerta. Dal canto suo, la società ferroviaria tedesca ha invece detto che il sindacato organizzatore degli scioperi sta «esacerbando il conflitto», sottolineando di aver offerto un aumento del 13% sui salari, oltre ad aver proposto di ridurre la settimana lavorativa di un’ora. Intanto, Deutsche Bahn ha informato i viaggiatori che sarebbe meglio evitare viaggi da e per la Germania in treno duranti i giorni dello sciopero e che i passeggeri già in possesso di un biglietto valido hanno la possibilità di posticipare i loro viaggi senza costi aggiuntivi. In Germania, insomma, il malessere tra i dipendenti del settore ferroviario appare evidente. Molti lavoratori hanno lamentato un esaurimento nervoso sul lavoro a causa della scarsità di personale, fattore che comporta turni di lavoro spesso estenuanti. Il problema, poi, si riflette anche sulla qualità del servizio con treni che nel 2023 sono arrivati in ritardo nel 35% dei casi, nonostante i membri del cda di Deutsche Bahn abbiano ricevuto un bonus da cinque milioni di euro per l’ottimo lavoro svolto, decisione che non ha certo disteso i rapporti con i sindacati. Anche perché con quei soldi si potrebbero pagare diversi macchinisti, professionisti che a Berlino e dintorni al mese percepiscono 2600 euro lordi, che arrivano a 3.000 con gli straordinari. Si tratta di poco meno di 20 euro lordi all’ora in un Paese dove la paga oraria minima è di 12 euro. La locomotiva tedesca, insomma, sembra essere finita su un binario morto, fiaccata da inflazione e costi dell’energia per le aziende della manifattura teutonica alle stelle. Spese che ne appesantiscono i bilanci e il prodotto interno lordo nazionale e che hanno fatto sentire per la prima volta ai cittadini il sapore della disoccupazione e della perdita di potere d’acquisto.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
Continua a leggereRiduci
Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
Continua a leggereRiduci