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2024-01-23
Afd spaventa l’Ue: «Referendum per uscire»
Alice Weidel (Ansa)
Il fallimento della maggioranza di centrosinistra che guida la Germania da due anni: Berlino fuori dalla Ue seguendo l’esempio di Londra. Con la differenza che l’uscita della Gran Bretagna ha provocato qualche brivido e nulla più. L’abbandono dei tedeschi ne rappresenterebbe la dissoluzione. A picconare i palazzi del potere di Bruxelles è Alice Weidel, leader di Afd, il partito di estrema destra in testa a tutti i sondaggi elettorali.
In un intervista al Financial Times definisce l’uscita del Regno Unito dall’Ue una scelta «maledettamente giusta». Weidel, leader del partito dal 2022, ha spiegato che un eventuale governo di Afd cercherebbe di riformare l’Ue per far fronte al suo «deficit democratico», limitando i poteri della Commissione europea. «Ma se una riforma non sarà possibile dovremmo lasciare che sia il popolo a decidere, proprio come ha fatto il Regno Unito con un referendum sulla Dexit - l’uscita della Germania dall’Ue». Uno scenario tutt’altro che improponibile considerano che, stando agli ultimi sondaggi citati dal Ft, Afd si attesta al 22%, davanti a tutti e tre i partiti della coalizione del cancelliere Olaf Scholz, socialdemocratici, verdi e liberal. La Weidel fissa anche la data del possibile terremoto: le elezioni del 2029, immaginando la vittoria del fronte conservatore. Già lo scorso anno in Assia, Cdu e Afd insieme hanno ottenuto il 53% dimostrando «che possiamo formare una chiara maggioranza di destra. E la Cdu non può rifiutarsi. soprattutto nei Laender dell’Est». L’ipotesi, per la verità, al momento è solo in divenire. Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo (di cui la Cdu è azionista di riferimento) non lascia dubbi. A suo giudizio la vittoria di Afd significherebbe «la svendita della Germania, la retrocessione e un Paese diverso». In ogni caso per evitare al mondo politico tedesco di cadere in tentazione si moltiplicano le pressioni per mettere al bando la formazione guidata da Alice Weidel. Ma anche questa strada è molto impervia. Un partito politico nella Repubblica federale può essere dichiarato fuorilegge solo dalla Corte costituzionale federale. Le violazioni da giudicare sono rigidamente elencate; minacce alla dignità umana, alla democrazia e allo stato di diritto fondamentale, perché «la volontà della maggioranza non può prevalere sulla tutela delle minoranze, dei diritti fondamentali, dei tribunali indipendenti e altre cose». L’ultimo partito espulso dal panorama politico è stato il Partito comunista tedesco (Kpd) nel 1956. Quest’ultimo punto è stato sottolineato dalla Corte costituzionale nel 2017 quando ha deciso di non cancellare l’Npd, nonostante sia considerato una formazione neonazista. Tuttavia oggi vedremo se qualcosa è cambiato nella giurisprudenza dei giudici tedeschi. La Corte costituzionale deciderà sull’esclusione dal finanziamento pubblico per il partito Die Heimat, come ora si autodefinisce l’Npd. L’eventuale taglio sarebbe un precedente importante anche per il futuro di Afd, la cui sopravvivenza diventerebbe problematica. La condanna di Die Heimat, e quindi indirettamente di Afd, però non risolverebbe il problema politico e soprattutto economico che angoscia la Germania.
In due anni la maggioranza di centro sinistra che guida la Germania ha fatto deragliare la locomotiva d’Europa. Il danno si vede immediatamente attraverso lo spread. Si tratta del differenziale fra il Btp e il Bund tedesco che, secondo la narrazione corrente, misura il diverso grado di affidabilità delle varie economie europee. Chi aveva raccontato che la ghigliottina dello spread avrebbe tagliato la testa al governo Meloni come nel 2011 a Berlusconi sarà rimasto molto deluso, Oggi il differenziale è fermo intorno a 154 punti. Esattamente dove si trovava ad aprile 2022 quando a Palazzo Chigi c’era l’ex banchiere. Un successo ottenuto per merito dell’Italia ma, soprattutto per lo scivolone della Germania. L’economia tedesca si è contratta dello 0,3% nel 2023, dopo un +1,8% nel 2022, poiché l’inflazione persistentemente elevata durante tutto l’anno, insieme all’aumento dei tassi di interesse, ha frenato l’attività e la domanda sia interna che estera. Proprio il settore industriale rappresenta una zavorra, -2% annuo, a causa della minore produzione nel settore dell’approvvigionamento energetico.
La produzione manifatturiera è diminuita dello 0,4% a causa del forte calo nel settore automobilistico e nella costruzione di altri veicoli. Anche nel quarto trimestre il Pil teutonico è calato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, secondo una stima preliminare dell’ufficio statistico, dopo un periodo di stagnazione nei tre mesi fino alla fine di settembre, il che significa che la Germania ha evitato per un soffio una recessione nella seconda metà dell’anno, che scatta dopo due trimestri consecutivi di calo dell’economia, resta però la debolezza dimostrata dal fatto che si moltiplicano le notizie di chiusure di fabbriche. Il più grande fornitore automobilistico del mondo, Bosch, vuole tagliare circa 1.200 posti di lavoro nel settore del software entro la fine del 2026, di cui 950 in Germania.
Alla Sap, gruppo del software, sono iniziati i lavori di ristrutturazione. I sindacati temono licenziamenti. I piani non sono stati ancora formalmente completati, ma l’anno scorso il gruppo ha tagliato quasi 3.000 posti di lavoro in tutto il mondo. E sembra che non sia stato sufficiente. Così come non appaiono sufficienti al mercato le strategie per tornare a una piena redditività alla Bayer, che non ha ancora digerito il costoso acquisto di Monsanto.
Pure i ferrovieri sul piede di guerra. Stop ai treni tedeschi per sei giorni
In Germania sta per prendere il via il più grande sciopero mai messo in atto fino ad oggi. Non si tratta di quello dei contadini tedeschi che ha già messo in difficoltà il governo di Olaf Scholz con i trattori in centro a Berlino a ostacolare la mobilità. Il sindacato dei macchinisti Gdl ha infatti annunciato uno stop al trasporto ferroviario di sei giorni dal 24 al 29 gennaio. Per i servizi di trasporto merci, l’interruzione inizierà, invece, martedì. Si tratta del quarto sciopero indetto dal sindacato negli ultimi mesi, per richiedere a Deutsche Bahn l’aumento dei salari e la riduzione della settimana lavorativa. Dal 10 al 12 gennaio il sindacato tedesco aveva già organizzato uno stop al trasporto su rotaia causando moltissimi disagi a migliaia di passeggeri, con l’80% dei treni a lunga percorrenza non in servizio. L’operatore ferroviario Db ha accusato il sindacato Gdl di «agire in modo assolutamente irresponsabile» con questa nuova mobilitazione. In particolare, oltre agli aumenti salariali per compensare l’inflazione, la Gdl, che rappresenta circa 10.000 dipendenti de settore ferroviario, chiede anche di negoziare il passaggio alla settimana di 35 ore su quattro giorni. L’azienda pubblica, che aveva già proposto un aumento salariale fino a un massimo del 13% e un bonus sull’inflazione, ha presentato la settimana scorsa una nuova offerta per la riduzione dell’orario di lavoro a 37 ore settimanali a partire dal 2026 con piena compensazione salariale. Dopo le accuse mosse da Deutsche Bahn, il sindacato ha spiegato di aver optato per un nuovo sciopero perché l’operatore ferroviario non ha mostrato «alcun segno di volontà di raggiungere un accordo» con la sua terza (e presumibilmente) ultima offerta. Dal canto suo, la società ferroviaria tedesca ha invece detto che il sindacato organizzatore degli scioperi sta «esacerbando il conflitto», sottolineando di aver offerto un aumento del 13% sui salari, oltre ad aver proposto di ridurre la settimana lavorativa di un’ora. Intanto, Deutsche Bahn ha informato i viaggiatori che sarebbe meglio evitare viaggi da e per la Germania in treno duranti i giorni dello sciopero e che i passeggeri già in possesso di un biglietto valido hanno la possibilità di posticipare i loro viaggi senza costi aggiuntivi. In Germania, insomma, il malessere tra i dipendenti del settore ferroviario appare evidente. Molti lavoratori hanno lamentato un esaurimento nervoso sul lavoro a causa della scarsità di personale, fattore che comporta turni di lavoro spesso estenuanti. Il problema, poi, si riflette anche sulla qualità del servizio con treni che nel 2023 sono arrivati in ritardo nel 35% dei casi, nonostante i membri del cda di Deutsche Bahn abbiano ricevuto un bonus da cinque milioni di euro per l’ottimo lavoro svolto, decisione che non ha certo disteso i rapporti con i sindacati. Anche perché con quei soldi si potrebbero pagare diversi macchinisti, professionisti che a Berlino e dintorni al mese percepiscono 2600 euro lordi, che arrivano a 3.000 con gli straordinari. Si tratta di poco meno di 20 euro lordi all’ora in un Paese dove la paga oraria minima è di 12 euro. La locomotiva tedesca, insomma, sembra essere finita su un binario morto, fiaccata da inflazione e costi dell’energia per le aziende della manifattura teutonica alle stelle. Spese che ne appesantiscono i bilanci e il prodotto interno lordo nazionale e che hanno fatto sentire per la prima volta ai cittadini il sapore della disoccupazione e della perdita di potere d’acquisto.
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La leader di Alternative für Deutschland, Alice Weidel, apre alla Dexit. La sinistra briga per mettere il partito fuorilegge o tagliare i fondi. La sentenza della Corte costituzionale sui neonazi di Npd sarà un precedente. Ma potrebbe anche essere un boomerang. I sindacati chiedono aumenti salariali e la riduzione della settimana lavorativa. Lo speciale contiene due articoli.Il fallimento della maggioranza di centrosinistra che guida la Germania da due anni: Berlino fuori dalla Ue seguendo l’esempio di Londra. Con la differenza che l’uscita della Gran Bretagna ha provocato qualche brivido e nulla più. L’abbandono dei tedeschi ne rappresenterebbe la dissoluzione. A picconare i palazzi del potere di Bruxelles è Alice Weidel, leader di Afd, il partito di estrema destra in testa a tutti i sondaggi elettorali. In un intervista al Financial Times definisce l’uscita del Regno Unito dall’Ue una scelta «maledettamente giusta». Weidel, leader del partito dal 2022, ha spiegato che un eventuale governo di Afd cercherebbe di riformare l’Ue per far fronte al suo «deficit democratico», limitando i poteri della Commissione europea. «Ma se una riforma non sarà possibile dovremmo lasciare che sia il popolo a decidere, proprio come ha fatto il Regno Unito con un referendum sulla Dexit - l’uscita della Germania dall’Ue». Uno scenario tutt’altro che improponibile considerano che, stando agli ultimi sondaggi citati dal Ft, Afd si attesta al 22%, davanti a tutti e tre i partiti della coalizione del cancelliere Olaf Scholz, socialdemocratici, verdi e liberal. La Weidel fissa anche la data del possibile terremoto: le elezioni del 2029, immaginando la vittoria del fronte conservatore. Già lo scorso anno in Assia, Cdu e Afd insieme hanno ottenuto il 53% dimostrando «che possiamo formare una chiara maggioranza di destra. E la Cdu non può rifiutarsi. soprattutto nei Laender dell’Est». L’ipotesi, per la verità, al momento è solo in divenire. Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo (di cui la Cdu è azionista di riferimento) non lascia dubbi. A suo giudizio la vittoria di Afd significherebbe «la svendita della Germania, la retrocessione e un Paese diverso». In ogni caso per evitare al mondo politico tedesco di cadere in tentazione si moltiplicano le pressioni per mettere al bando la formazione guidata da Alice Weidel. Ma anche questa strada è molto impervia. Un partito politico nella Repubblica federale può essere dichiarato fuorilegge solo dalla Corte costituzionale federale. Le violazioni da giudicare sono rigidamente elencate; minacce alla dignità umana, alla democrazia e allo stato di diritto fondamentale, perché «la volontà della maggioranza non può prevalere sulla tutela delle minoranze, dei diritti fondamentali, dei tribunali indipendenti e altre cose». L’ultimo partito espulso dal panorama politico è stato il Partito comunista tedesco (Kpd) nel 1956. Quest’ultimo punto è stato sottolineato dalla Corte costituzionale nel 2017 quando ha deciso di non cancellare l’Npd, nonostante sia considerato una formazione neonazista. Tuttavia oggi vedremo se qualcosa è cambiato nella giurisprudenza dei giudici tedeschi. La Corte costituzionale deciderà sull’esclusione dal finanziamento pubblico per il partito Die Heimat, come ora si autodefinisce l’Npd. L’eventuale taglio sarebbe un precedente importante anche per il futuro di Afd, la cui sopravvivenza diventerebbe problematica. La condanna di Die Heimat, e quindi indirettamente di Afd, però non risolverebbe il problema politico e soprattutto economico che angoscia la Germania. In due anni la maggioranza di centro sinistra che guida la Germania ha fatto deragliare la locomotiva d’Europa. Il danno si vede immediatamente attraverso lo spread. Si tratta del differenziale fra il Btp e il Bund tedesco che, secondo la narrazione corrente, misura il diverso grado di affidabilità delle varie economie europee. Chi aveva raccontato che la ghigliottina dello spread avrebbe tagliato la testa al governo Meloni come nel 2011 a Berlusconi sarà rimasto molto deluso, Oggi il differenziale è fermo intorno a 154 punti. Esattamente dove si trovava ad aprile 2022 quando a Palazzo Chigi c’era l’ex banchiere. Un successo ottenuto per merito dell’Italia ma, soprattutto per lo scivolone della Germania. L’economia tedesca si è contratta dello 0,3% nel 2023, dopo un +1,8% nel 2022, poiché l’inflazione persistentemente elevata durante tutto l’anno, insieme all’aumento dei tassi di interesse, ha frenato l’attività e la domanda sia interna che estera. Proprio il settore industriale rappresenta una zavorra, -2% annuo, a causa della minore produzione nel settore dell’approvvigionamento energetico. La produzione manifatturiera è diminuita dello 0,4% a causa del forte calo nel settore automobilistico e nella costruzione di altri veicoli. Anche nel quarto trimestre il Pil teutonico è calato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, secondo una stima preliminare dell’ufficio statistico, dopo un periodo di stagnazione nei tre mesi fino alla fine di settembre, il che significa che la Germania ha evitato per un soffio una recessione nella seconda metà dell’anno, che scatta dopo due trimestri consecutivi di calo dell’economia, resta però la debolezza dimostrata dal fatto che si moltiplicano le notizie di chiusure di fabbriche. Il più grande fornitore automobilistico del mondo, Bosch, vuole tagliare circa 1.200 posti di lavoro nel settore del software entro la fine del 2026, di cui 950 in Germania. Alla Sap, gruppo del software, sono iniziati i lavori di ristrutturazione. I sindacati temono licenziamenti. I piani non sono stati ancora formalmente completati, ma l’anno scorso il gruppo ha tagliato quasi 3.000 posti di lavoro in tutto il mondo. E sembra che non sia stato sufficiente. Così come non appaiono sufficienti al mercato le strategie per tornare a una piena redditività alla Bayer, che non ha ancora digerito il costoso acquisto di Monsanto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afd-spaventa-lue-referendum-uscire-2667061325.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-i-ferrovieri-sul-piede-di-guerra-stop-ai-treni-tedeschi-per-sei-giorni" data-post-id="2667061325" data-published-at="1705998874" data-use-pagination="False"> Pure i ferrovieri sul piede di guerra. Stop ai treni tedeschi per sei giorni In Germania sta per prendere il via il più grande sciopero mai messo in atto fino ad oggi. 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In particolare, oltre agli aumenti salariali per compensare l’inflazione, la Gdl, che rappresenta circa 10.000 dipendenti de settore ferroviario, chiede anche di negoziare il passaggio alla settimana di 35 ore su quattro giorni. L’azienda pubblica, che aveva già proposto un aumento salariale fino a un massimo del 13% e un bonus sull’inflazione, ha presentato la settimana scorsa una nuova offerta per la riduzione dell’orario di lavoro a 37 ore settimanali a partire dal 2026 con piena compensazione salariale. Dopo le accuse mosse da Deutsche Bahn, il sindacato ha spiegato di aver optato per un nuovo sciopero perché l’operatore ferroviario non ha mostrato «alcun segno di volontà di raggiungere un accordo» con la sua terza (e presumibilmente) ultima offerta. Dal canto suo, la società ferroviaria tedesca ha invece detto che il sindacato organizzatore degli scioperi sta «esacerbando il conflitto», sottolineando di aver offerto un aumento del 13% sui salari, oltre ad aver proposto di ridurre la settimana lavorativa di un’ora. Intanto, Deutsche Bahn ha informato i viaggiatori che sarebbe meglio evitare viaggi da e per la Germania in treno duranti i giorni dello sciopero e che i passeggeri già in possesso di un biglietto valido hanno la possibilità di posticipare i loro viaggi senza costi aggiuntivi. In Germania, insomma, il malessere tra i dipendenti del settore ferroviario appare evidente. Molti lavoratori hanno lamentato un esaurimento nervoso sul lavoro a causa della scarsità di personale, fattore che comporta turni di lavoro spesso estenuanti. Il problema, poi, si riflette anche sulla qualità del servizio con treni che nel 2023 sono arrivati in ritardo nel 35% dei casi, nonostante i membri del cda di Deutsche Bahn abbiano ricevuto un bonus da cinque milioni di euro per l’ottimo lavoro svolto, decisione che non ha certo disteso i rapporti con i sindacati. Anche perché con quei soldi si potrebbero pagare diversi macchinisti, professionisti che a Berlino e dintorni al mese percepiscono 2600 euro lordi, che arrivano a 3.000 con gli straordinari. Si tratta di poco meno di 20 euro lordi all’ora in un Paese dove la paga oraria minima è di 12 euro. La locomotiva tedesca, insomma, sembra essere finita su un binario morto, fiaccata da inflazione e costi dell’energia per le aziende della manifattura teutonica alle stelle. Spese che ne appesantiscono i bilanci e il prodotto interno lordo nazionale e che hanno fatto sentire per la prima volta ai cittadini il sapore della disoccupazione e della perdita di potere d’acquisto.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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