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2024-01-23
Afd spaventa l’Ue: «Referendum per uscire»
Alice Weidel (Ansa)
Il fallimento della maggioranza di centrosinistra che guida la Germania da due anni: Berlino fuori dalla Ue seguendo l’esempio di Londra. Con la differenza che l’uscita della Gran Bretagna ha provocato qualche brivido e nulla più. L’abbandono dei tedeschi ne rappresenterebbe la dissoluzione. A picconare i palazzi del potere di Bruxelles è Alice Weidel, leader di Afd, il partito di estrema destra in testa a tutti i sondaggi elettorali.
In un intervista al Financial Times definisce l’uscita del Regno Unito dall’Ue una scelta «maledettamente giusta». Weidel, leader del partito dal 2022, ha spiegato che un eventuale governo di Afd cercherebbe di riformare l’Ue per far fronte al suo «deficit democratico», limitando i poteri della Commissione europea. «Ma se una riforma non sarà possibile dovremmo lasciare che sia il popolo a decidere, proprio come ha fatto il Regno Unito con un referendum sulla Dexit - l’uscita della Germania dall’Ue». Uno scenario tutt’altro che improponibile considerano che, stando agli ultimi sondaggi citati dal Ft, Afd si attesta al 22%, davanti a tutti e tre i partiti della coalizione del cancelliere Olaf Scholz, socialdemocratici, verdi e liberal. La Weidel fissa anche la data del possibile terremoto: le elezioni del 2029, immaginando la vittoria del fronte conservatore. Già lo scorso anno in Assia, Cdu e Afd insieme hanno ottenuto il 53% dimostrando «che possiamo formare una chiara maggioranza di destra. E la Cdu non può rifiutarsi. soprattutto nei Laender dell’Est». L’ipotesi, per la verità, al momento è solo in divenire. Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo (di cui la Cdu è azionista di riferimento) non lascia dubbi. A suo giudizio la vittoria di Afd significherebbe «la svendita della Germania, la retrocessione e un Paese diverso». In ogni caso per evitare al mondo politico tedesco di cadere in tentazione si moltiplicano le pressioni per mettere al bando la formazione guidata da Alice Weidel. Ma anche questa strada è molto impervia. Un partito politico nella Repubblica federale può essere dichiarato fuorilegge solo dalla Corte costituzionale federale. Le violazioni da giudicare sono rigidamente elencate; minacce alla dignità umana, alla democrazia e allo stato di diritto fondamentale, perché «la volontà della maggioranza non può prevalere sulla tutela delle minoranze, dei diritti fondamentali, dei tribunali indipendenti e altre cose». L’ultimo partito espulso dal panorama politico è stato il Partito comunista tedesco (Kpd) nel 1956. Quest’ultimo punto è stato sottolineato dalla Corte costituzionale nel 2017 quando ha deciso di non cancellare l’Npd, nonostante sia considerato una formazione neonazista. Tuttavia oggi vedremo se qualcosa è cambiato nella giurisprudenza dei giudici tedeschi. La Corte costituzionale deciderà sull’esclusione dal finanziamento pubblico per il partito Die Heimat, come ora si autodefinisce l’Npd. L’eventuale taglio sarebbe un precedente importante anche per il futuro di Afd, la cui sopravvivenza diventerebbe problematica. La condanna di Die Heimat, e quindi indirettamente di Afd, però non risolverebbe il problema politico e soprattutto economico che angoscia la Germania.
In due anni la maggioranza di centro sinistra che guida la Germania ha fatto deragliare la locomotiva d’Europa. Il danno si vede immediatamente attraverso lo spread. Si tratta del differenziale fra il Btp e il Bund tedesco che, secondo la narrazione corrente, misura il diverso grado di affidabilità delle varie economie europee. Chi aveva raccontato che la ghigliottina dello spread avrebbe tagliato la testa al governo Meloni come nel 2011 a Berlusconi sarà rimasto molto deluso, Oggi il differenziale è fermo intorno a 154 punti. Esattamente dove si trovava ad aprile 2022 quando a Palazzo Chigi c’era l’ex banchiere. Un successo ottenuto per merito dell’Italia ma, soprattutto per lo scivolone della Germania. L’economia tedesca si è contratta dello 0,3% nel 2023, dopo un +1,8% nel 2022, poiché l’inflazione persistentemente elevata durante tutto l’anno, insieme all’aumento dei tassi di interesse, ha frenato l’attività e la domanda sia interna che estera. Proprio il settore industriale rappresenta una zavorra, -2% annuo, a causa della minore produzione nel settore dell’approvvigionamento energetico.
La produzione manifatturiera è diminuita dello 0,4% a causa del forte calo nel settore automobilistico e nella costruzione di altri veicoli. Anche nel quarto trimestre il Pil teutonico è calato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, secondo una stima preliminare dell’ufficio statistico, dopo un periodo di stagnazione nei tre mesi fino alla fine di settembre, il che significa che la Germania ha evitato per un soffio una recessione nella seconda metà dell’anno, che scatta dopo due trimestri consecutivi di calo dell’economia, resta però la debolezza dimostrata dal fatto che si moltiplicano le notizie di chiusure di fabbriche. Il più grande fornitore automobilistico del mondo, Bosch, vuole tagliare circa 1.200 posti di lavoro nel settore del software entro la fine del 2026, di cui 950 in Germania.
Alla Sap, gruppo del software, sono iniziati i lavori di ristrutturazione. I sindacati temono licenziamenti. I piani non sono stati ancora formalmente completati, ma l’anno scorso il gruppo ha tagliato quasi 3.000 posti di lavoro in tutto il mondo. E sembra che non sia stato sufficiente. Così come non appaiono sufficienti al mercato le strategie per tornare a una piena redditività alla Bayer, che non ha ancora digerito il costoso acquisto di Monsanto.
Pure i ferrovieri sul piede di guerra. Stop ai treni tedeschi per sei giorni
In Germania sta per prendere il via il più grande sciopero mai messo in atto fino ad oggi. Non si tratta di quello dei contadini tedeschi che ha già messo in difficoltà il governo di Olaf Scholz con i trattori in centro a Berlino a ostacolare la mobilità. Il sindacato dei macchinisti Gdl ha infatti annunciato uno stop al trasporto ferroviario di sei giorni dal 24 al 29 gennaio. Per i servizi di trasporto merci, l’interruzione inizierà, invece, martedì. Si tratta del quarto sciopero indetto dal sindacato negli ultimi mesi, per richiedere a Deutsche Bahn l’aumento dei salari e la riduzione della settimana lavorativa. Dal 10 al 12 gennaio il sindacato tedesco aveva già organizzato uno stop al trasporto su rotaia causando moltissimi disagi a migliaia di passeggeri, con l’80% dei treni a lunga percorrenza non in servizio. L’operatore ferroviario Db ha accusato il sindacato Gdl di «agire in modo assolutamente irresponsabile» con questa nuova mobilitazione. In particolare, oltre agli aumenti salariali per compensare l’inflazione, la Gdl, che rappresenta circa 10.000 dipendenti de settore ferroviario, chiede anche di negoziare il passaggio alla settimana di 35 ore su quattro giorni. L’azienda pubblica, che aveva già proposto un aumento salariale fino a un massimo del 13% e un bonus sull’inflazione, ha presentato la settimana scorsa una nuova offerta per la riduzione dell’orario di lavoro a 37 ore settimanali a partire dal 2026 con piena compensazione salariale. Dopo le accuse mosse da Deutsche Bahn, il sindacato ha spiegato di aver optato per un nuovo sciopero perché l’operatore ferroviario non ha mostrato «alcun segno di volontà di raggiungere un accordo» con la sua terza (e presumibilmente) ultima offerta. Dal canto suo, la società ferroviaria tedesca ha invece detto che il sindacato organizzatore degli scioperi sta «esacerbando il conflitto», sottolineando di aver offerto un aumento del 13% sui salari, oltre ad aver proposto di ridurre la settimana lavorativa di un’ora. Intanto, Deutsche Bahn ha informato i viaggiatori che sarebbe meglio evitare viaggi da e per la Germania in treno duranti i giorni dello sciopero e che i passeggeri già in possesso di un biglietto valido hanno la possibilità di posticipare i loro viaggi senza costi aggiuntivi. In Germania, insomma, il malessere tra i dipendenti del settore ferroviario appare evidente. Molti lavoratori hanno lamentato un esaurimento nervoso sul lavoro a causa della scarsità di personale, fattore che comporta turni di lavoro spesso estenuanti. Il problema, poi, si riflette anche sulla qualità del servizio con treni che nel 2023 sono arrivati in ritardo nel 35% dei casi, nonostante i membri del cda di Deutsche Bahn abbiano ricevuto un bonus da cinque milioni di euro per l’ottimo lavoro svolto, decisione che non ha certo disteso i rapporti con i sindacati. Anche perché con quei soldi si potrebbero pagare diversi macchinisti, professionisti che a Berlino e dintorni al mese percepiscono 2600 euro lordi, che arrivano a 3.000 con gli straordinari. Si tratta di poco meno di 20 euro lordi all’ora in un Paese dove la paga oraria minima è di 12 euro. La locomotiva tedesca, insomma, sembra essere finita su un binario morto, fiaccata da inflazione e costi dell’energia per le aziende della manifattura teutonica alle stelle. Spese che ne appesantiscono i bilanci e il prodotto interno lordo nazionale e che hanno fatto sentire per la prima volta ai cittadini il sapore della disoccupazione e della perdita di potere d’acquisto.
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La leader di Alternative für Deutschland, Alice Weidel, apre alla Dexit. La sinistra briga per mettere il partito fuorilegge o tagliare i fondi. La sentenza della Corte costituzionale sui neonazi di Npd sarà un precedente. Ma potrebbe anche essere un boomerang. I sindacati chiedono aumenti salariali e la riduzione della settimana lavorativa. Lo speciale contiene due articoli.Il fallimento della maggioranza di centrosinistra che guida la Germania da due anni: Berlino fuori dalla Ue seguendo l’esempio di Londra. Con la differenza che l’uscita della Gran Bretagna ha provocato qualche brivido e nulla più. L’abbandono dei tedeschi ne rappresenterebbe la dissoluzione. A picconare i palazzi del potere di Bruxelles è Alice Weidel, leader di Afd, il partito di estrema destra in testa a tutti i sondaggi elettorali. In un intervista al Financial Times definisce l’uscita del Regno Unito dall’Ue una scelta «maledettamente giusta». Weidel, leader del partito dal 2022, ha spiegato che un eventuale governo di Afd cercherebbe di riformare l’Ue per far fronte al suo «deficit democratico», limitando i poteri della Commissione europea. «Ma se una riforma non sarà possibile dovremmo lasciare che sia il popolo a decidere, proprio come ha fatto il Regno Unito con un referendum sulla Dexit - l’uscita della Germania dall’Ue». Uno scenario tutt’altro che improponibile considerano che, stando agli ultimi sondaggi citati dal Ft, Afd si attesta al 22%, davanti a tutti e tre i partiti della coalizione del cancelliere Olaf Scholz, socialdemocratici, verdi e liberal. La Weidel fissa anche la data del possibile terremoto: le elezioni del 2029, immaginando la vittoria del fronte conservatore. Già lo scorso anno in Assia, Cdu e Afd insieme hanno ottenuto il 53% dimostrando «che possiamo formare una chiara maggioranza di destra. E la Cdu non può rifiutarsi. soprattutto nei Laender dell’Est». L’ipotesi, per la verità, al momento è solo in divenire. Manfred Weber, presidente del Partito popolare europeo (di cui la Cdu è azionista di riferimento) non lascia dubbi. A suo giudizio la vittoria di Afd significherebbe «la svendita della Germania, la retrocessione e un Paese diverso». In ogni caso per evitare al mondo politico tedesco di cadere in tentazione si moltiplicano le pressioni per mettere al bando la formazione guidata da Alice Weidel. Ma anche questa strada è molto impervia. Un partito politico nella Repubblica federale può essere dichiarato fuorilegge solo dalla Corte costituzionale federale. Le violazioni da giudicare sono rigidamente elencate; minacce alla dignità umana, alla democrazia e allo stato di diritto fondamentale, perché «la volontà della maggioranza non può prevalere sulla tutela delle minoranze, dei diritti fondamentali, dei tribunali indipendenti e altre cose». L’ultimo partito espulso dal panorama politico è stato il Partito comunista tedesco (Kpd) nel 1956. Quest’ultimo punto è stato sottolineato dalla Corte costituzionale nel 2017 quando ha deciso di non cancellare l’Npd, nonostante sia considerato una formazione neonazista. Tuttavia oggi vedremo se qualcosa è cambiato nella giurisprudenza dei giudici tedeschi. La Corte costituzionale deciderà sull’esclusione dal finanziamento pubblico per il partito Die Heimat, come ora si autodefinisce l’Npd. L’eventuale taglio sarebbe un precedente importante anche per il futuro di Afd, la cui sopravvivenza diventerebbe problematica. La condanna di Die Heimat, e quindi indirettamente di Afd, però non risolverebbe il problema politico e soprattutto economico che angoscia la Germania. In due anni la maggioranza di centro sinistra che guida la Germania ha fatto deragliare la locomotiva d’Europa. Il danno si vede immediatamente attraverso lo spread. Si tratta del differenziale fra il Btp e il Bund tedesco che, secondo la narrazione corrente, misura il diverso grado di affidabilità delle varie economie europee. Chi aveva raccontato che la ghigliottina dello spread avrebbe tagliato la testa al governo Meloni come nel 2011 a Berlusconi sarà rimasto molto deluso, Oggi il differenziale è fermo intorno a 154 punti. Esattamente dove si trovava ad aprile 2022 quando a Palazzo Chigi c’era l’ex banchiere. Un successo ottenuto per merito dell’Italia ma, soprattutto per lo scivolone della Germania. L’economia tedesca si è contratta dello 0,3% nel 2023, dopo un +1,8% nel 2022, poiché l’inflazione persistentemente elevata durante tutto l’anno, insieme all’aumento dei tassi di interesse, ha frenato l’attività e la domanda sia interna che estera. Proprio il settore industriale rappresenta una zavorra, -2% annuo, a causa della minore produzione nel settore dell’approvvigionamento energetico. La produzione manifatturiera è diminuita dello 0,4% a causa del forte calo nel settore automobilistico e nella costruzione di altri veicoli. Anche nel quarto trimestre il Pil teutonico è calato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, secondo una stima preliminare dell’ufficio statistico, dopo un periodo di stagnazione nei tre mesi fino alla fine di settembre, il che significa che la Germania ha evitato per un soffio una recessione nella seconda metà dell’anno, che scatta dopo due trimestri consecutivi di calo dell’economia, resta però la debolezza dimostrata dal fatto che si moltiplicano le notizie di chiusure di fabbriche. Il più grande fornitore automobilistico del mondo, Bosch, vuole tagliare circa 1.200 posti di lavoro nel settore del software entro la fine del 2026, di cui 950 in Germania. Alla Sap, gruppo del software, sono iniziati i lavori di ristrutturazione. I sindacati temono licenziamenti. I piani non sono stati ancora formalmente completati, ma l’anno scorso il gruppo ha tagliato quasi 3.000 posti di lavoro in tutto il mondo. E sembra che non sia stato sufficiente. Così come non appaiono sufficienti al mercato le strategie per tornare a una piena redditività alla Bayer, che non ha ancora digerito il costoso acquisto di Monsanto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afd-spaventa-lue-referendum-uscire-2667061325.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-i-ferrovieri-sul-piede-di-guerra-stop-ai-treni-tedeschi-per-sei-giorni" data-post-id="2667061325" data-published-at="1705998874" data-use-pagination="False"> Pure i ferrovieri sul piede di guerra. Stop ai treni tedeschi per sei giorni In Germania sta per prendere il via il più grande sciopero mai messo in atto fino ad oggi. Non si tratta di quello dei contadini tedeschi che ha già messo in difficoltà il governo di Olaf Scholz con i trattori in centro a Berlino a ostacolare la mobilità. Il sindacato dei macchinisti Gdl ha infatti annunciato uno stop al trasporto ferroviario di sei giorni dal 24 al 29 gennaio. Per i servizi di trasporto merci, l’interruzione inizierà, invece, martedì. Si tratta del quarto sciopero indetto dal sindacato negli ultimi mesi, per richiedere a Deutsche Bahn l’aumento dei salari e la riduzione della settimana lavorativa. Dal 10 al 12 gennaio il sindacato tedesco aveva già organizzato uno stop al trasporto su rotaia causando moltissimi disagi a migliaia di passeggeri, con l’80% dei treni a lunga percorrenza non in servizio. L’operatore ferroviario Db ha accusato il sindacato Gdl di «agire in modo assolutamente irresponsabile» con questa nuova mobilitazione. In particolare, oltre agli aumenti salariali per compensare l’inflazione, la Gdl, che rappresenta circa 10.000 dipendenti de settore ferroviario, chiede anche di negoziare il passaggio alla settimana di 35 ore su quattro giorni. L’azienda pubblica, che aveva già proposto un aumento salariale fino a un massimo del 13% e un bonus sull’inflazione, ha presentato la settimana scorsa una nuova offerta per la riduzione dell’orario di lavoro a 37 ore settimanali a partire dal 2026 con piena compensazione salariale. Dopo le accuse mosse da Deutsche Bahn, il sindacato ha spiegato di aver optato per un nuovo sciopero perché l’operatore ferroviario non ha mostrato «alcun segno di volontà di raggiungere un accordo» con la sua terza (e presumibilmente) ultima offerta. Dal canto suo, la società ferroviaria tedesca ha invece detto che il sindacato organizzatore degli scioperi sta «esacerbando il conflitto», sottolineando di aver offerto un aumento del 13% sui salari, oltre ad aver proposto di ridurre la settimana lavorativa di un’ora. Intanto, Deutsche Bahn ha informato i viaggiatori che sarebbe meglio evitare viaggi da e per la Germania in treno duranti i giorni dello sciopero e che i passeggeri già in possesso di un biglietto valido hanno la possibilità di posticipare i loro viaggi senza costi aggiuntivi. In Germania, insomma, il malessere tra i dipendenti del settore ferroviario appare evidente. Molti lavoratori hanno lamentato un esaurimento nervoso sul lavoro a causa della scarsità di personale, fattore che comporta turni di lavoro spesso estenuanti. Il problema, poi, si riflette anche sulla qualità del servizio con treni che nel 2023 sono arrivati in ritardo nel 35% dei casi, nonostante i membri del cda di Deutsche Bahn abbiano ricevuto un bonus da cinque milioni di euro per l’ottimo lavoro svolto, decisione che non ha certo disteso i rapporti con i sindacati. Anche perché con quei soldi si potrebbero pagare diversi macchinisti, professionisti che a Berlino e dintorni al mese percepiscono 2600 euro lordi, che arrivano a 3.000 con gli straordinari. Si tratta di poco meno di 20 euro lordi all’ora in un Paese dove la paga oraria minima è di 12 euro. La locomotiva tedesca, insomma, sembra essere finita su un binario morto, fiaccata da inflazione e costi dell’energia per le aziende della manifattura teutonica alle stelle. Spese che ne appesantiscono i bilanci e il prodotto interno lordo nazionale e che hanno fatto sentire per la prima volta ai cittadini il sapore della disoccupazione e della perdita di potere d’acquisto.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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