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2025-02-07
Afd ha libertà di parola, democratici in tilt
(Ansa)
Sta diventando sempre più massiccia la protesta contro la partecipazione di Afd alla fiera dell’istruzione Didacta di Stoccarda, che si terrà dall’11 al 15 febbraio e che ha posto come tema centrale per il 2025 «l’educazione alla democrazia». Alla più grande kermesse del mondo su educazione e formazione si sono registrati la Cdu, i Verdi e Afd, che saranno presenti con un loro stand, però nonostante Alternative für Deutschland sia la seconda forza politica a livello nazionale e il polo fieristico Messe Stuttgart abbia accettato la sua partecipazione, crescono critiche e polemiche.
Ieri anche le organizzazioni umanitarie cristiane Brot für die Welt, (Pane per il mondo), Kindernothilfe (Aiuti d’emergenza ai bambini) e l’Ong Misereor della Conferenza episcopale tedesca hanno chiesto a Didacta di rivedere e inasprire urgentemente le condizioni di ammissione per gli espositori. «L’istruzione deve rimanere un luogo di uguaglianza, rispetto e tolleranza», afferma l’appello di un educatore lanciato su una piattaforma di campagne online. Associazioni di studenti, di insegnanti, Greenpeace chiedono di prendere «una posizione ferma contro gli estremisti di destra».
Messe Stuttgart ha affermato che gli espositori non possono essere respinti per motivi politici: «Una fiera non è un’autorità di censura». Offre una piattaforma per «tutte le opinioni e i punti di vista, purché rimangano all’interno del quadro giuridico», spiega. Inoltre, ha ricordato che Afd è stata «democraticamente eletta». Con l’intensificarsi delle critiche, la Fiera ha fatto sapere che «monitorerà attentamente la presenza fieristica di questo espositore e le discussioni correlate e le valuterà costantemente». Alternative für Deutschland occupa lo stand 7E67 nel padiglione 7 e non intende abbandonare lo spazio che le è stato assegnato. I Verdi sono nello stesso padiglione, allo stand 7D66.
Mancano due settimane alle elezioni anticipate in Germania e ogni pretesto appare buono per fare campagna politica contro l’avversario che sale nei sondaggi. Il patrocinio di Didacta è del ministero della Cultura del Baden-Württemberg, presieduto dalla politica dei Verdi, Theresa Schopper; la presidente del consiglio di amministrazione di Messe Stuttgart è Nicole Hoffmeister-Kraut (Cdu), ministro dell’Economia, del lavoro e del turismo del Land del Baden-Württemberg. La pubblicista ed ex politica Marina Weisband, che dovrebbe essere insignita dell’onorificenza di «ambasciatore dell’istruzione» a Didacta 2025, a Spiegel ha dichiarato: «Non capisco proprio come sia possibile fare dell’educazione alla democrazia, della tolleranza e della diversità un tema e allo stesso tempo normalizzare i più grandi nemici politici di tutto questo». Per poi aggiungere: «Nessuno può tollerarlo».
Norbert Brugger, responsabile del dipartimento dell’istruzione dell’associazione delle città del Baden-Württemberg, invece ha cercato di spegnere le polemiche: «Non dovremmo vedere un segnale di allarme in ogni azione dell’Afd». L’insegnante e influencer Bob Blume, nominato blogger dell’anno 2022, pur dichiarando di aver lasciato la piattaforma X «con la consapevolezza che (soprattutto da quando è subentrato il nuovo proprietario) diffonde e sostiene narrazioni profondamente razziste. X è un partito nazista», ha affermato che le proteste finiranno per ottenere l’effetto opposto. «Se boicotti la fiera perché c’è un solo stand di un partito antidemocratico, temo che otterrai l’effetto opposto a quello che speri: per lanciare un presunto messaggio, stai dando potere ai nemici della democrazia», ha scritto pochi giorni fa.
Curiosamente ieri Anna Paola Concia, coordinatrice del comitato organizzatore di Didacta Italia, spin off di Didacta Germania, che si definisce «una femminista di sinistra e lesbica», postava su X i risultati di un sondaggio sulla comunità gay pubblicati dal sito Web Bild Queer. La rubrica del tabloid tedesco che informa e discute dei principali problemi della comunità arcobaleno, ha riferito che «secondo Romeo, la più grande piattaforma di incontri Lgbt d’Europa, Afd è attualmente di gran lunga la più popolare tra gli utenti prevalentemente omosessuali. In totale, il portale ha valutato le risposte di 60.560 utenti tra il 24 gennaio e il 2 febbraio. Di questi, il 27,9 per cento sceglierebbe il partito di estrema destra. Al secondo posto seguono i Verdi (19,9%), al terzo la Cdu (17,6%) e al quarto la Spd (12,5%). La Sinistra (6,5%), Bsw (4,5%) e Fdp (3,6%) sono chiaramente indietro. Il sostegno all’Afd è particolarmente forte tra gli uomini gay di età compresa tra 18 e 24 anni, di cui il 34,7% voterebbe per il partito. L’Afd è il partito con il minor numero di tifosi tra gli uomini over 60 della comunità Romeo».
A chi le chiedeva come si spiega un tale successo di Alice Weidel, leader di Afd, la Concia scriveva: «Ti potrei a naso rispondere che lei è lesbica dichiarata? Ma c’è dell’altro. Lei dice una cosa che fa presa: “Sono contro l’integralismo islamico proprio perché sono lesbica e mi ucciderebbero”». Un utente metteva scherzosamente in guardia la coordinatrice di Didacta Italia, con tanto di cuoricino come emoticon: «Attenzione che qualcuno finirà per dire che le persone omosessuali sono naziste e, di conseguenza, anche lei».
Congratulazioni e invito a Parigi: Macron si inchina ad Al Jolani
La ragion di Stato non è uguale per tutti. Se il presidente francese, Emmanuel Macron, la pratica invitando a Parigi un ex terrorista islamico, sul quale pendeva anche una taglia americana, va bene. Se invece il governo di Giorgia Meloni rispedisce nel suo Paese un individuo che, nonostante fosse ricercato (e incarcerabile) girava l’Europa prima di arrivare in Italia, allora proprio non va.
È in questi termini, certo sommari, che si può fare un parallelo tra ciò che l’inquilino dell’Eliseo può fare per gestire le relazioni diplomatiche francesi e quanto invece, quello di Palazzo Chigi, non può azzardarsi nemmeno a immaginare per lo svolgimento della politica estera italiana. Questo, almeno secondo quanto pensano le sinistre e una parte dei giudici del nostro Paese. Fatto sta che, mentre a Sud delle Alpi, sinistre e media mainstream si stracciano le vesti per denunciare le scelte del governo Meloni sulla vicenda del generale libico, Osama Almasri, sul versante francese quasi nessuno ha qualcosa da ridire sulla decisione di Macron. Con l’eccezione notabile della sovranista Marion Maréchal, che ha parlato di «una vergogna».
La presidenza siriana ha fatto sapere che il neo presidente ad interim siriano, Ahmad Al Sharaa, «ha ricevuto una telefonata dal suo omologo francese Emmanuel Macron», che si è congratulato per la sua recente «entrata in carica». Il nuovo uomo forte di Damasco fino a qualche mese fa si faceva chiamare con il suo nome di guerra, Abu Mohammad Al Jolani, ed è stato un esponente di spicco di Al Qaeda e Hayat Tahrir al-Sham (Hts). Il leader siriano ha anche ringraziato il suo omologo transalpino per «il suo pieno sostegno alla fase di transizione in Siria» e ha sottolineato «gli sforzi» compiuti dalla presidenza francese «per la rimozione delle sanzioni contro la Siria» e per l’apertura di una «strada per la crescita e la ripresa». Ma Al Sharaa ha espresso la propria gratitudine a Macron anche «per il sostegno della Francia al popolo siriano nel corso degli ultimi 14 anni». Un periodo in cui, come ha ricordato il 17 dicembre scorso al Consiglio di sicurezza dell’Onu il vicerappresentante permanente di Parigi, Jay Dharmadhikari, la Francia è effettivamente «rimasta accanto al popolo siriano» e «continua a sostenere l’opposizione siriana, che può giocare un ruolo centrale nella transizione politica in corso a Damasco».
Di fronte a queste uscite, e volendo essere un po’ maligni, si potrebbe anche ricordare che la Francia, e soprattutto i suoi contribuenti, hanno effettivamente (a loro insaputa) mantenuto tanti foreign fighter transalpini partiti per la Siria e finiti nei ranghi di Daesh o altre formazioni terroristiche. Nel 2017, Le Figaro aveva scritto, citando fonti della polizia e dell’antiterrorismo, che nei cinque anni precedenti, circa mezzo milione di euro era stato spedito a dei foreign fighter francesi attivi in Daesh. L’ingente somma era costituita da sussidi di disoccupazione o simili, percepiti da cittadini francesi anche dopo il loro arruolamento in formazioni terroriste. Formazioni determinate a distruggere anche quella Francia che le ingrassava con i propri soldi
. Non va dimenticato inoltre che, secondo un documento della sottodirezione antiterrorismo francese, citato da Franceinfo, nel dicembre 2024, l’assassino di Samuel Paty, il ceceno Abdoullakh Anzorov, era in contatto con un certo Farrouk Faizimtov, definito «propagandista di Hts di stanza a Idlib».
Questi precedenti non sembrano però impensierire troppo Macron che, già a inizio gennaio, aveva spedito a Damasco il proprio ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, in compagnia della sua omologa tedesca, Annalena Baerbock. In ossequio alla sharia, il presidente siriano non aveva stretto la mano alla titolare della Farnesina tedesca, in quanto donna.
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Levata di scudi per la partecipazione del secondo partito più votato dai tedeschi a Didacta, la fiera dell’istruzione di Stoccarda. Secondo gli ambientalisti, i vescovi e le Ong la destra va esclusa. Ma gli organizzatori non cedono: «Sarebbe una censura politica».Il leader jihadista siriano ringrazia l’Eliseo. L’assassino di Paty aveva legami con Hts.Lo speciale contiene due articoli.Sta diventando sempre più massiccia la protesta contro la partecipazione di Afd alla fiera dell’istruzione Didacta di Stoccarda, che si terrà dall’11 al 15 febbraio e che ha posto come tema centrale per il 2025 «l’educazione alla democrazia». Alla più grande kermesse del mondo su educazione e formazione si sono registrati la Cdu, i Verdi e Afd, che saranno presenti con un loro stand, però nonostante Alternative für Deutschland sia la seconda forza politica a livello nazionale e il polo fieristico Messe Stuttgart abbia accettato la sua partecipazione, crescono critiche e polemiche.Ieri anche le organizzazioni umanitarie cristiane Brot für die Welt, (Pane per il mondo), Kindernothilfe (Aiuti d’emergenza ai bambini) e l’Ong Misereor della Conferenza episcopale tedesca hanno chiesto a Didacta di rivedere e inasprire urgentemente le condizioni di ammissione per gli espositori. «L’istruzione deve rimanere un luogo di uguaglianza, rispetto e tolleranza», afferma l’appello di un educatore lanciato su una piattaforma di campagne online. Associazioni di studenti, di insegnanti, Greenpeace chiedono di prendere «una posizione ferma contro gli estremisti di destra». Messe Stuttgart ha affermato che gli espositori non possono essere respinti per motivi politici: «Una fiera non è un’autorità di censura». Offre una piattaforma per «tutte le opinioni e i punti di vista, purché rimangano all’interno del quadro giuridico», spiega. Inoltre, ha ricordato che Afd è stata «democraticamente eletta». Con l’intensificarsi delle critiche, la Fiera ha fatto sapere che «monitorerà attentamente la presenza fieristica di questo espositore e le discussioni correlate e le valuterà costantemente». Alternative für Deutschland occupa lo stand 7E67 nel padiglione 7 e non intende abbandonare lo spazio che le è stato assegnato. I Verdi sono nello stesso padiglione, allo stand 7D66.Mancano due settimane alle elezioni anticipate in Germania e ogni pretesto appare buono per fare campagna politica contro l’avversario che sale nei sondaggi. Il patrocinio di Didacta è del ministero della Cultura del Baden-Württemberg, presieduto dalla politica dei Verdi, Theresa Schopper; la presidente del consiglio di amministrazione di Messe Stuttgart è Nicole Hoffmeister-Kraut (Cdu), ministro dell’Economia, del lavoro e del turismo del Land del Baden-Württemberg. La pubblicista ed ex politica Marina Weisband, che dovrebbe essere insignita dell’onorificenza di «ambasciatore dell’istruzione» a Didacta 2025, a Spiegel ha dichiarato: «Non capisco proprio come sia possibile fare dell’educazione alla democrazia, della tolleranza e della diversità un tema e allo stesso tempo normalizzare i più grandi nemici politici di tutto questo». Per poi aggiungere: «Nessuno può tollerarlo».Norbert Brugger, responsabile del dipartimento dell’istruzione dell’associazione delle città del Baden-Württemberg, invece ha cercato di spegnere le polemiche: «Non dovremmo vedere un segnale di allarme in ogni azione dell’Afd». L’insegnante e influencer Bob Blume, nominato blogger dell’anno 2022, pur dichiarando di aver lasciato la piattaforma X «con la consapevolezza che (soprattutto da quando è subentrato il nuovo proprietario) diffonde e sostiene narrazioni profondamente razziste. X è un partito nazista», ha affermato che le proteste finiranno per ottenere l’effetto opposto. «Se boicotti la fiera perché c’è un solo stand di un partito antidemocratico, temo che otterrai l’effetto opposto a quello che speri: per lanciare un presunto messaggio, stai dando potere ai nemici della democrazia», ha scritto pochi giorni fa. Curiosamente ieri Anna Paola Concia, coordinatrice del comitato organizzatore di Didacta Italia, spin off di Didacta Germania, che si definisce «una femminista di sinistra e lesbica», postava su X i risultati di un sondaggio sulla comunità gay pubblicati dal sito Web Bild Queer. La rubrica del tabloid tedesco che informa e discute dei principali problemi della comunità arcobaleno, ha riferito che «secondo Romeo, la più grande piattaforma di incontri Lgbt d’Europa, Afd è attualmente di gran lunga la più popolare tra gli utenti prevalentemente omosessuali. In totale, il portale ha valutato le risposte di 60.560 utenti tra il 24 gennaio e il 2 febbraio. Di questi, il 27,9 per cento sceglierebbe il partito di estrema destra. Al secondo posto seguono i Verdi (19,9%), al terzo la Cdu (17,6%) e al quarto la Spd (12,5%). La Sinistra (6,5%), Bsw (4,5%) e Fdp (3,6%) sono chiaramente indietro. Il sostegno all’Afd è particolarmente forte tra gli uomini gay di età compresa tra 18 e 24 anni, di cui il 34,7% voterebbe per il partito. L’Afd è il partito con il minor numero di tifosi tra gli uomini over 60 della comunità Romeo».A chi le chiedeva come si spiega un tale successo di Alice Weidel, leader di Afd, la Concia scriveva: «Ti potrei a naso rispondere che lei è lesbica dichiarata? Ma c’è dell’altro. Lei dice una cosa che fa presa: “Sono contro l’integralismo islamico proprio perché sono lesbica e mi ucciderebbero”». Un utente metteva scherzosamente in guardia la coordinatrice di Didacta Italia, con tanto di cuoricino come emoticon: «Attenzione che qualcuno finirà per dire che le persone omosessuali sono naziste e, di conseguenza, anche lei».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afd-liberta-parola-2671115460.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="congratulazioni-e-invito-a-parigi-macron-si-inchina-ad-al-jolani" data-post-id="2671115460" data-published-at="1738941925" data-use-pagination="False"> Congratulazioni e invito a Parigi: Macron si inchina ad Al Jolani La ragion di Stato non è uguale per tutti. Se il presidente francese, Emmanuel Macron, la pratica invitando a Parigi un ex terrorista islamico, sul quale pendeva anche una taglia americana, va bene. Se invece il governo di Giorgia Meloni rispedisce nel suo Paese un individuo che, nonostante fosse ricercato (e incarcerabile) girava l’Europa prima di arrivare in Italia, allora proprio non va. È in questi termini, certo sommari, che si può fare un parallelo tra ciò che l’inquilino dell’Eliseo può fare per gestire le relazioni diplomatiche francesi e quanto invece, quello di Palazzo Chigi, non può azzardarsi nemmeno a immaginare per lo svolgimento della politica estera italiana. Questo, almeno secondo quanto pensano le sinistre e una parte dei giudici del nostro Paese. Fatto sta che, mentre a Sud delle Alpi, sinistre e media mainstream si stracciano le vesti per denunciare le scelte del governo Meloni sulla vicenda del generale libico, Osama Almasri, sul versante francese quasi nessuno ha qualcosa da ridire sulla decisione di Macron. Con l’eccezione notabile della sovranista Marion Maréchal, che ha parlato di «una vergogna». La presidenza siriana ha fatto sapere che il neo presidente ad interim siriano, Ahmad Al Sharaa, «ha ricevuto una telefonata dal suo omologo francese Emmanuel Macron», che si è congratulato per la sua recente «entrata in carica». Il nuovo uomo forte di Damasco fino a qualche mese fa si faceva chiamare con il suo nome di guerra, Abu Mohammad Al Jolani, ed è stato un esponente di spicco di Al Qaeda e Hayat Tahrir al-Sham (Hts). Il leader siriano ha anche ringraziato il suo omologo transalpino per «il suo pieno sostegno alla fase di transizione in Siria» e ha sottolineato «gli sforzi» compiuti dalla presidenza francese «per la rimozione delle sanzioni contro la Siria» e per l’apertura di una «strada per la crescita e la ripresa». Ma Al Sharaa ha espresso la propria gratitudine a Macron anche «per il sostegno della Francia al popolo siriano nel corso degli ultimi 14 anni». Un periodo in cui, come ha ricordato il 17 dicembre scorso al Consiglio di sicurezza dell’Onu il vicerappresentante permanente di Parigi, Jay Dharmadhikari, la Francia è effettivamente «rimasta accanto al popolo siriano» e «continua a sostenere l’opposizione siriana, che può giocare un ruolo centrale nella transizione politica in corso a Damasco». Di fronte a queste uscite, e volendo essere un po’ maligni, si potrebbe anche ricordare che la Francia, e soprattutto i suoi contribuenti, hanno effettivamente (a loro insaputa) mantenuto tanti foreign fighter transalpini partiti per la Siria e finiti nei ranghi di Daesh o altre formazioni terroristiche. Nel 2017, Le Figaro aveva scritto, citando fonti della polizia e dell’antiterrorismo, che nei cinque anni precedenti, circa mezzo milione di euro era stato spedito a dei foreign fighter francesi attivi in Daesh. L’ingente somma era costituita da sussidi di disoccupazione o simili, percepiti da cittadini francesi anche dopo il loro arruolamento in formazioni terroriste. Formazioni determinate a distruggere anche quella Francia che le ingrassava con i propri soldi . Non va dimenticato inoltre che, secondo un documento della sottodirezione antiterrorismo francese, citato da Franceinfo, nel dicembre 2024, l’assassino di Samuel Paty, il ceceno Abdoullakh Anzorov, era in contatto con un certo Farrouk Faizimtov, definito «propagandista di Hts di stanza a Idlib». Questi precedenti non sembrano però impensierire troppo Macron che, già a inizio gennaio, aveva spedito a Damasco il proprio ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, in compagnia della sua omologa tedesca, Annalena Baerbock. In ossequio alla sharia, il presidente siriano non aveva stretto la mano alla titolare della Farnesina tedesca, in quanto donna.
Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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