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2025-02-07
Afd ha libertà di parola, democratici in tilt
(Ansa)
Sta diventando sempre più massiccia la protesta contro la partecipazione di Afd alla fiera dell’istruzione Didacta di Stoccarda, che si terrà dall’11 al 15 febbraio e che ha posto come tema centrale per il 2025 «l’educazione alla democrazia». Alla più grande kermesse del mondo su educazione e formazione si sono registrati la Cdu, i Verdi e Afd, che saranno presenti con un loro stand, però nonostante Alternative für Deutschland sia la seconda forza politica a livello nazionale e il polo fieristico Messe Stuttgart abbia accettato la sua partecipazione, crescono critiche e polemiche.
Ieri anche le organizzazioni umanitarie cristiane Brot für die Welt, (Pane per il mondo), Kindernothilfe (Aiuti d’emergenza ai bambini) e l’Ong Misereor della Conferenza episcopale tedesca hanno chiesto a Didacta di rivedere e inasprire urgentemente le condizioni di ammissione per gli espositori. «L’istruzione deve rimanere un luogo di uguaglianza, rispetto e tolleranza», afferma l’appello di un educatore lanciato su una piattaforma di campagne online. Associazioni di studenti, di insegnanti, Greenpeace chiedono di prendere «una posizione ferma contro gli estremisti di destra».
Messe Stuttgart ha affermato che gli espositori non possono essere respinti per motivi politici: «Una fiera non è un’autorità di censura». Offre una piattaforma per «tutte le opinioni e i punti di vista, purché rimangano all’interno del quadro giuridico», spiega. Inoltre, ha ricordato che Afd è stata «democraticamente eletta». Con l’intensificarsi delle critiche, la Fiera ha fatto sapere che «monitorerà attentamente la presenza fieristica di questo espositore e le discussioni correlate e le valuterà costantemente». Alternative für Deutschland occupa lo stand 7E67 nel padiglione 7 e non intende abbandonare lo spazio che le è stato assegnato. I Verdi sono nello stesso padiglione, allo stand 7D66.
Mancano due settimane alle elezioni anticipate in Germania e ogni pretesto appare buono per fare campagna politica contro l’avversario che sale nei sondaggi. Il patrocinio di Didacta è del ministero della Cultura del Baden-Württemberg, presieduto dalla politica dei Verdi, Theresa Schopper; la presidente del consiglio di amministrazione di Messe Stuttgart è Nicole Hoffmeister-Kraut (Cdu), ministro dell’Economia, del lavoro e del turismo del Land del Baden-Württemberg. La pubblicista ed ex politica Marina Weisband, che dovrebbe essere insignita dell’onorificenza di «ambasciatore dell’istruzione» a Didacta 2025, a Spiegel ha dichiarato: «Non capisco proprio come sia possibile fare dell’educazione alla democrazia, della tolleranza e della diversità un tema e allo stesso tempo normalizzare i più grandi nemici politici di tutto questo». Per poi aggiungere: «Nessuno può tollerarlo».
Norbert Brugger, responsabile del dipartimento dell’istruzione dell’associazione delle città del Baden-Württemberg, invece ha cercato di spegnere le polemiche: «Non dovremmo vedere un segnale di allarme in ogni azione dell’Afd». L’insegnante e influencer Bob Blume, nominato blogger dell’anno 2022, pur dichiarando di aver lasciato la piattaforma X «con la consapevolezza che (soprattutto da quando è subentrato il nuovo proprietario) diffonde e sostiene narrazioni profondamente razziste. X è un partito nazista», ha affermato che le proteste finiranno per ottenere l’effetto opposto. «Se boicotti la fiera perché c’è un solo stand di un partito antidemocratico, temo che otterrai l’effetto opposto a quello che speri: per lanciare un presunto messaggio, stai dando potere ai nemici della democrazia», ha scritto pochi giorni fa.
Curiosamente ieri Anna Paola Concia, coordinatrice del comitato organizzatore di Didacta Italia, spin off di Didacta Germania, che si definisce «una femminista di sinistra e lesbica», postava su X i risultati di un sondaggio sulla comunità gay pubblicati dal sito Web Bild Queer. La rubrica del tabloid tedesco che informa e discute dei principali problemi della comunità arcobaleno, ha riferito che «secondo Romeo, la più grande piattaforma di incontri Lgbt d’Europa, Afd è attualmente di gran lunga la più popolare tra gli utenti prevalentemente omosessuali. In totale, il portale ha valutato le risposte di 60.560 utenti tra il 24 gennaio e il 2 febbraio. Di questi, il 27,9 per cento sceglierebbe il partito di estrema destra. Al secondo posto seguono i Verdi (19,9%), al terzo la Cdu (17,6%) e al quarto la Spd (12,5%). La Sinistra (6,5%), Bsw (4,5%) e Fdp (3,6%) sono chiaramente indietro. Il sostegno all’Afd è particolarmente forte tra gli uomini gay di età compresa tra 18 e 24 anni, di cui il 34,7% voterebbe per il partito. L’Afd è il partito con il minor numero di tifosi tra gli uomini over 60 della comunità Romeo».
A chi le chiedeva come si spiega un tale successo di Alice Weidel, leader di Afd, la Concia scriveva: «Ti potrei a naso rispondere che lei è lesbica dichiarata? Ma c’è dell’altro. Lei dice una cosa che fa presa: “Sono contro l’integralismo islamico proprio perché sono lesbica e mi ucciderebbero”». Un utente metteva scherzosamente in guardia la coordinatrice di Didacta Italia, con tanto di cuoricino come emoticon: «Attenzione che qualcuno finirà per dire che le persone omosessuali sono naziste e, di conseguenza, anche lei».
Congratulazioni e invito a Parigi: Macron si inchina ad Al Jolani
La ragion di Stato non è uguale per tutti. Se il presidente francese, Emmanuel Macron, la pratica invitando a Parigi un ex terrorista islamico, sul quale pendeva anche una taglia americana, va bene. Se invece il governo di Giorgia Meloni rispedisce nel suo Paese un individuo che, nonostante fosse ricercato (e incarcerabile) girava l’Europa prima di arrivare in Italia, allora proprio non va.
È in questi termini, certo sommari, che si può fare un parallelo tra ciò che l’inquilino dell’Eliseo può fare per gestire le relazioni diplomatiche francesi e quanto invece, quello di Palazzo Chigi, non può azzardarsi nemmeno a immaginare per lo svolgimento della politica estera italiana. Questo, almeno secondo quanto pensano le sinistre e una parte dei giudici del nostro Paese. Fatto sta che, mentre a Sud delle Alpi, sinistre e media mainstream si stracciano le vesti per denunciare le scelte del governo Meloni sulla vicenda del generale libico, Osama Almasri, sul versante francese quasi nessuno ha qualcosa da ridire sulla decisione di Macron. Con l’eccezione notabile della sovranista Marion Maréchal, che ha parlato di «una vergogna».
La presidenza siriana ha fatto sapere che il neo presidente ad interim siriano, Ahmad Al Sharaa, «ha ricevuto una telefonata dal suo omologo francese Emmanuel Macron», che si è congratulato per la sua recente «entrata in carica». Il nuovo uomo forte di Damasco fino a qualche mese fa si faceva chiamare con il suo nome di guerra, Abu Mohammad Al Jolani, ed è stato un esponente di spicco di Al Qaeda e Hayat Tahrir al-Sham (Hts). Il leader siriano ha anche ringraziato il suo omologo transalpino per «il suo pieno sostegno alla fase di transizione in Siria» e ha sottolineato «gli sforzi» compiuti dalla presidenza francese «per la rimozione delle sanzioni contro la Siria» e per l’apertura di una «strada per la crescita e la ripresa». Ma Al Sharaa ha espresso la propria gratitudine a Macron anche «per il sostegno della Francia al popolo siriano nel corso degli ultimi 14 anni». Un periodo in cui, come ha ricordato il 17 dicembre scorso al Consiglio di sicurezza dell’Onu il vicerappresentante permanente di Parigi, Jay Dharmadhikari, la Francia è effettivamente «rimasta accanto al popolo siriano» e «continua a sostenere l’opposizione siriana, che può giocare un ruolo centrale nella transizione politica in corso a Damasco».
Di fronte a queste uscite, e volendo essere un po’ maligni, si potrebbe anche ricordare che la Francia, e soprattutto i suoi contribuenti, hanno effettivamente (a loro insaputa) mantenuto tanti foreign fighter transalpini partiti per la Siria e finiti nei ranghi di Daesh o altre formazioni terroristiche. Nel 2017, Le Figaro aveva scritto, citando fonti della polizia e dell’antiterrorismo, che nei cinque anni precedenti, circa mezzo milione di euro era stato spedito a dei foreign fighter francesi attivi in Daesh. L’ingente somma era costituita da sussidi di disoccupazione o simili, percepiti da cittadini francesi anche dopo il loro arruolamento in formazioni terroriste. Formazioni determinate a distruggere anche quella Francia che le ingrassava con i propri soldi
. Non va dimenticato inoltre che, secondo un documento della sottodirezione antiterrorismo francese, citato da Franceinfo, nel dicembre 2024, l’assassino di Samuel Paty, il ceceno Abdoullakh Anzorov, era in contatto con un certo Farrouk Faizimtov, definito «propagandista di Hts di stanza a Idlib».
Questi precedenti non sembrano però impensierire troppo Macron che, già a inizio gennaio, aveva spedito a Damasco il proprio ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, in compagnia della sua omologa tedesca, Annalena Baerbock. In ossequio alla sharia, il presidente siriano non aveva stretto la mano alla titolare della Farnesina tedesca, in quanto donna.
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Levata di scudi per la partecipazione del secondo partito più votato dai tedeschi a Didacta, la fiera dell’istruzione di Stoccarda. Secondo gli ambientalisti, i vescovi e le Ong la destra va esclusa. Ma gli organizzatori non cedono: «Sarebbe una censura politica».Il leader jihadista siriano ringrazia l’Eliseo. L’assassino di Paty aveva legami con Hts.Lo speciale contiene due articoli.Sta diventando sempre più massiccia la protesta contro la partecipazione di Afd alla fiera dell’istruzione Didacta di Stoccarda, che si terrà dall’11 al 15 febbraio e che ha posto come tema centrale per il 2025 «l’educazione alla democrazia». Alla più grande kermesse del mondo su educazione e formazione si sono registrati la Cdu, i Verdi e Afd, che saranno presenti con un loro stand, però nonostante Alternative für Deutschland sia la seconda forza politica a livello nazionale e il polo fieristico Messe Stuttgart abbia accettato la sua partecipazione, crescono critiche e polemiche.Ieri anche le organizzazioni umanitarie cristiane Brot für die Welt, (Pane per il mondo), Kindernothilfe (Aiuti d’emergenza ai bambini) e l’Ong Misereor della Conferenza episcopale tedesca hanno chiesto a Didacta di rivedere e inasprire urgentemente le condizioni di ammissione per gli espositori. «L’istruzione deve rimanere un luogo di uguaglianza, rispetto e tolleranza», afferma l’appello di un educatore lanciato su una piattaforma di campagne online. Associazioni di studenti, di insegnanti, Greenpeace chiedono di prendere «una posizione ferma contro gli estremisti di destra». Messe Stuttgart ha affermato che gli espositori non possono essere respinti per motivi politici: «Una fiera non è un’autorità di censura». Offre una piattaforma per «tutte le opinioni e i punti di vista, purché rimangano all’interno del quadro giuridico», spiega. Inoltre, ha ricordato che Afd è stata «democraticamente eletta». Con l’intensificarsi delle critiche, la Fiera ha fatto sapere che «monitorerà attentamente la presenza fieristica di questo espositore e le discussioni correlate e le valuterà costantemente». Alternative für Deutschland occupa lo stand 7E67 nel padiglione 7 e non intende abbandonare lo spazio che le è stato assegnato. I Verdi sono nello stesso padiglione, allo stand 7D66.Mancano due settimane alle elezioni anticipate in Germania e ogni pretesto appare buono per fare campagna politica contro l’avversario che sale nei sondaggi. Il patrocinio di Didacta è del ministero della Cultura del Baden-Württemberg, presieduto dalla politica dei Verdi, Theresa Schopper; la presidente del consiglio di amministrazione di Messe Stuttgart è Nicole Hoffmeister-Kraut (Cdu), ministro dell’Economia, del lavoro e del turismo del Land del Baden-Württemberg. La pubblicista ed ex politica Marina Weisband, che dovrebbe essere insignita dell’onorificenza di «ambasciatore dell’istruzione» a Didacta 2025, a Spiegel ha dichiarato: «Non capisco proprio come sia possibile fare dell’educazione alla democrazia, della tolleranza e della diversità un tema e allo stesso tempo normalizzare i più grandi nemici politici di tutto questo». Per poi aggiungere: «Nessuno può tollerarlo».Norbert Brugger, responsabile del dipartimento dell’istruzione dell’associazione delle città del Baden-Württemberg, invece ha cercato di spegnere le polemiche: «Non dovremmo vedere un segnale di allarme in ogni azione dell’Afd». L’insegnante e influencer Bob Blume, nominato blogger dell’anno 2022, pur dichiarando di aver lasciato la piattaforma X «con la consapevolezza che (soprattutto da quando è subentrato il nuovo proprietario) diffonde e sostiene narrazioni profondamente razziste. X è un partito nazista», ha affermato che le proteste finiranno per ottenere l’effetto opposto. «Se boicotti la fiera perché c’è un solo stand di un partito antidemocratico, temo che otterrai l’effetto opposto a quello che speri: per lanciare un presunto messaggio, stai dando potere ai nemici della democrazia», ha scritto pochi giorni fa. Curiosamente ieri Anna Paola Concia, coordinatrice del comitato organizzatore di Didacta Italia, spin off di Didacta Germania, che si definisce «una femminista di sinistra e lesbica», postava su X i risultati di un sondaggio sulla comunità gay pubblicati dal sito Web Bild Queer. La rubrica del tabloid tedesco che informa e discute dei principali problemi della comunità arcobaleno, ha riferito che «secondo Romeo, la più grande piattaforma di incontri Lgbt d’Europa, Afd è attualmente di gran lunga la più popolare tra gli utenti prevalentemente omosessuali. In totale, il portale ha valutato le risposte di 60.560 utenti tra il 24 gennaio e il 2 febbraio. Di questi, il 27,9 per cento sceglierebbe il partito di estrema destra. Al secondo posto seguono i Verdi (19,9%), al terzo la Cdu (17,6%) e al quarto la Spd (12,5%). La Sinistra (6,5%), Bsw (4,5%) e Fdp (3,6%) sono chiaramente indietro. Il sostegno all’Afd è particolarmente forte tra gli uomini gay di età compresa tra 18 e 24 anni, di cui il 34,7% voterebbe per il partito. L’Afd è il partito con il minor numero di tifosi tra gli uomini over 60 della comunità Romeo».A chi le chiedeva come si spiega un tale successo di Alice Weidel, leader di Afd, la Concia scriveva: «Ti potrei a naso rispondere che lei è lesbica dichiarata? Ma c’è dell’altro. Lei dice una cosa che fa presa: “Sono contro l’integralismo islamico proprio perché sono lesbica e mi ucciderebbero”». Un utente metteva scherzosamente in guardia la coordinatrice di Didacta Italia, con tanto di cuoricino come emoticon: «Attenzione che qualcuno finirà per dire che le persone omosessuali sono naziste e, di conseguenza, anche lei».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afd-liberta-parola-2671115460.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="congratulazioni-e-invito-a-parigi-macron-si-inchina-ad-al-jolani" data-post-id="2671115460" data-published-at="1738941925" data-use-pagination="False"> Congratulazioni e invito a Parigi: Macron si inchina ad Al Jolani La ragion di Stato non è uguale per tutti. Se il presidente francese, Emmanuel Macron, la pratica invitando a Parigi un ex terrorista islamico, sul quale pendeva anche una taglia americana, va bene. Se invece il governo di Giorgia Meloni rispedisce nel suo Paese un individuo che, nonostante fosse ricercato (e incarcerabile) girava l’Europa prima di arrivare in Italia, allora proprio non va. È in questi termini, certo sommari, che si può fare un parallelo tra ciò che l’inquilino dell’Eliseo può fare per gestire le relazioni diplomatiche francesi e quanto invece, quello di Palazzo Chigi, non può azzardarsi nemmeno a immaginare per lo svolgimento della politica estera italiana. Questo, almeno secondo quanto pensano le sinistre e una parte dei giudici del nostro Paese. Fatto sta che, mentre a Sud delle Alpi, sinistre e media mainstream si stracciano le vesti per denunciare le scelte del governo Meloni sulla vicenda del generale libico, Osama Almasri, sul versante francese quasi nessuno ha qualcosa da ridire sulla decisione di Macron. Con l’eccezione notabile della sovranista Marion Maréchal, che ha parlato di «una vergogna». La presidenza siriana ha fatto sapere che il neo presidente ad interim siriano, Ahmad Al Sharaa, «ha ricevuto una telefonata dal suo omologo francese Emmanuel Macron», che si è congratulato per la sua recente «entrata in carica». Il nuovo uomo forte di Damasco fino a qualche mese fa si faceva chiamare con il suo nome di guerra, Abu Mohammad Al Jolani, ed è stato un esponente di spicco di Al Qaeda e Hayat Tahrir al-Sham (Hts). Il leader siriano ha anche ringraziato il suo omologo transalpino per «il suo pieno sostegno alla fase di transizione in Siria» e ha sottolineato «gli sforzi» compiuti dalla presidenza francese «per la rimozione delle sanzioni contro la Siria» e per l’apertura di una «strada per la crescita e la ripresa». Ma Al Sharaa ha espresso la propria gratitudine a Macron anche «per il sostegno della Francia al popolo siriano nel corso degli ultimi 14 anni». Un periodo in cui, come ha ricordato il 17 dicembre scorso al Consiglio di sicurezza dell’Onu il vicerappresentante permanente di Parigi, Jay Dharmadhikari, la Francia è effettivamente «rimasta accanto al popolo siriano» e «continua a sostenere l’opposizione siriana, che può giocare un ruolo centrale nella transizione politica in corso a Damasco». Di fronte a queste uscite, e volendo essere un po’ maligni, si potrebbe anche ricordare che la Francia, e soprattutto i suoi contribuenti, hanno effettivamente (a loro insaputa) mantenuto tanti foreign fighter transalpini partiti per la Siria e finiti nei ranghi di Daesh o altre formazioni terroristiche. Nel 2017, Le Figaro aveva scritto, citando fonti della polizia e dell’antiterrorismo, che nei cinque anni precedenti, circa mezzo milione di euro era stato spedito a dei foreign fighter francesi attivi in Daesh. L’ingente somma era costituita da sussidi di disoccupazione o simili, percepiti da cittadini francesi anche dopo il loro arruolamento in formazioni terroriste. Formazioni determinate a distruggere anche quella Francia che le ingrassava con i propri soldi . Non va dimenticato inoltre che, secondo un documento della sottodirezione antiterrorismo francese, citato da Franceinfo, nel dicembre 2024, l’assassino di Samuel Paty, il ceceno Abdoullakh Anzorov, era in contatto con un certo Farrouk Faizimtov, definito «propagandista di Hts di stanza a Idlib». Questi precedenti non sembrano però impensierire troppo Macron che, già a inizio gennaio, aveva spedito a Damasco il proprio ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, in compagnia della sua omologa tedesca, Annalena Baerbock. In ossequio alla sharia, il presidente siriano non aveva stretto la mano alla titolare della Farnesina tedesca, in quanto donna.
Pasquale Stanzione (Imagoeconomica)
Peculato, corruzione e sospette connivenze con colossi come Meta e Ita Airways. Ipotesi che la Procura di Roma ricostruisce in un decreto di perquisizione che ieri ha spinto gli investigatori del Nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di finanza fin nelle stanze dei bottoni del Garante della privacy, per verificare se l’Authority fosse stata trasformata in un bancomat. Oltre al presidente Pasquale Stanzione risultano indagati i membri del collegio: Guido Scorza, Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni. L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, è partita da un’inchiesta di Report, la trasmissione di Sigfrido Ranucci, che aveva sollevato dubbi sulle spese di rappresentanza dell’Autorità e sui rapporti con le due aziende. L’origine è dichiarata nell’introduzione del decreto. Che, subito dopo, riconosce apertamente: molte informazioni provengono «da accessi civici» e altre da «fonti interne» sulle quali al momento la Procura mantiene riserbo. La premessa, insomma, è questa: le condotte, definite dai magistrati «disinvolte» sarebbero emerse «a più riprese e in molteplici occasioni, disvelando comportamenti che da meri illeciti offensivi del decoro dell’ente sarebbero sfociati con facilità nelle ipotesi delittuose provvisoriamente ascritte, oltre a integrare, in molteplici occasioni, la abrogata fattispecie del reato di abuso d’ufficio». Al centro dell’attenzione ci sono le «spese significative» del presidente Stanzione nella macelleria romana di Angelo Feroci. Lo shopping da tirannosauro rex è costato per il 2023 1.551 euro, per il 2024 addirittura 3.318 euro e per il 2025 1.749 euro. Un appetito giustificato, secondo l’accusa, con vaghe ricevute per «pasti pronti». Poi c’è la questione Meta, la multinazionale di Mark Zuckerberg. Gli smart glasses Ray-Ban stories, un concentrato di tecnologia e rischi per la privacy, avevano attirato l’attenzione del Garante, che aveva ipotizzato una sanzione da 44 milioni di euro. Poi progressivamente ridotta e, infine, annullata. E Scorza aveva elogiato gli smart glasses di Meta in un video pubblicato sui social. La sua imparzialità è, quindi, finita sulla graticola. Ora gli investigatori stanno cercando di capire «se e in che modo questi», si legge nel decreto, «si sia astenuto dalle adunanze riguardanti il procedimento a carico della società». Non è tutto: si indaga anche su un incontro, avvenuto il 16 ottobre 2024 durante il Como Lake, tra un’esponente di Meta, Angelo Mazzotti, all’epoca responsabile delle relazioni istituzionali della società, e Ghiglia. Un incontro, secondo l’accusa, «le cui finalità e il cui contenuto non sono noti». La ricostruzione successiva punta i riflettori sui rapporti con Ita Airways. Secondo il pm i membri del Collegio avrebbero chiuso un occhio sulle irregolarità della compagnia, ricevendo in cambio «tessere Volare classe executive», dal valore di 6.000 euro ciascuna. Ed ecco il reato di corruzione: «Omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways […]», scrive il pm, «ricevevano come utilità tessere Volare». E l’ipotizzato conflitto d’interessi si fa ancora più stridente se si considera che «il responsabile della protezione dei dati era, per gli anni 2022 e 2023, un avvocato dello studio legale fondato da Scorza e del quale è partner la moglie». Il contrappasso per gli indagati è che a occuparsi della loro passione per il volo sia l’ufficio guidato da Francesco Lo Voi, che qualche mattacchione ha soprannominato «Lo Volo». La boutade trae origine dalla querelle del procuratore con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il quale aveva messo nero su bianco le ragioni con cui negava al capo della Procura di Roma l’uso dei voli di Stato. Ma non è finita. C’è pure una rimborsopoli (inchieste che in passato sono spesso finite in un nulla di fatto). Vengono contestati anche l’utilizzo di rimborsi per spese «estranee al mandato» e l’uso «dell’auto di servizio per finalità estranee alla funzione». Ghiglia, per esempio, avrebbe usato l’auto di servizio per recarsi nella sede di un partito politico. E poi ci sono i numeri. Le spese di rappresentanza e gestione sarebbero schizzate: da una spesa marginale nel 2021 (poco superiore a 20.000 euro)» a «circa 400.000 euro annui nel 2024». I costi per organi e incarichi istituzionali avrebbero raggiunto, nel 2024, l’importo complessivo di 1 milione e 247.000 euro, in larga parte riconducibile a rimborsi per «viaggi, soggiorni in alberghi a cinque stelle, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, ma anche per fitness e cura della persona». Pure le missioni all’estero sono finite sotto la lente. In particolare, quella del G7 di Tokyo (2023), il cui costo, secondo «fonti interne e documentazione informale», avrebbe superato gli 80.000 euro, di cui 40.000 destinati ai soli voli. E mentre Ranucci non nasconde soddisfazione per la profezia che si è avverata, Stanzione ha assicurato di essere «tranquillo». Ora tocca alla Procura cercare di dare consistenza a quello che nel decreto definisce il «fumus» delle contestazioni.
Pd e M5s gridano allo scandalo. Ma l’Authority l’hanno eletta loro
Monta lo sdegno a sinistra sul caso del Garante della Privacy. Ieri mattina sono partite le perquisizioni nella sede dell’Authority. E Report, la trasmissione Rai condotta da Sigfrido Ranucci che aveva sollevato il caso, sui suoi social scrive: «Tutti i membri del Garante della Privacy sono indagati per peculato e corruzione, in un’inchiesta della Procura di Roma». Si tratta del presidente Pasquale Stanzione e i componenti del Collegio Ginevra Cerrina Feroni (in quota Lega), Agostino Ghiglia (quota Fdi) e Guido Scorza (quota M5s). Al vaglio degli inquirenti ci sono anche le spese della macelleria del presidente Stanzione: dal 2023 al 2025 ben 6.619,95 euro».
Pd, Movimento Cinque Stelle e Avs, già dopo la puntata andata in onda a inizio novembre scorso chiesero a gran voce lo scioglimento del collegio, dimenticandosi però che non è nelle facoltà del governo. Elly Schlein, segretaria del Pd, parlava di un «quadro grave e desolante sulle modalità di gestione» e della necessità di un «segnale forte di discontinuità». Secca la replica del premier Giorgia Meloni: «Questo Garante è stato eletto durante il governo giallorosso. Se il Pd e i 5s non si fidano di chi hanno messo all’Autorità, non se la possono prendere con me», aveva replicato il premier mentre il responsabile organizzativo di Fdi, Giovanni Donzelli, aggiungeva: «Favorevoli allo scioglimento di qualsiasi ente o autorità nominata dalla sinistra».
Anche adesso il registro non cambia. «Le perquisizioni e i sequestri negli uffici del Garante per la privacy, con l’intervento della Guardia di Finanza e un’indagine aperta dalla procura dopo i servizi di Report, rappresentano l’ennesimo colpo durissimo alla credibilità dell’istituzione. Spese di rappresentanza e la mancata sanzione a Meta per i Ray-Ban Stories sono al centro di un’inchiesta che è solo uno degli elementi che da mesi mette in discussione scelte e comportamenti del Collegio». Così gli esponenti del Movimento 5 stelle in commissione vigilanza Rai, Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Gaetano Amato. Nella nota tuttavia non si legge nessuna autocritica sulla selezione del Garante compiuta proprio dal Movimento insieme al Pd quando governavano insieme. Anzi. «Lo stesso presidente Pasquale Stanzione risulterebbe indagato. In una situazione del genere, restare aggrappati alle poltrone è un atto di grave irresponsabilità. Così si espone l’istituzione al pubblico ludibrio e si nega la minima tutela del suo prestigio. Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale: l’intero Collegio si dimetta. Subito. Per rispetto dell’Autorità, dei cittadini e della funzione che essa dovrebbe svolgere».
Ancora più duri quelli di Alleanza Verdi Sinistra. Il portavoce Angelo Bonelli denuncia: «Un problema politico e istituzionale immediato. Un’Authority deve essere indipendente, terza, al di sopra delle parti. Qui emergono elementi che indicano una gestione non trasparente. Il Garante non può essere percepito come sotto l’influenza dell’esecutivo né come una sua succursale. In questo quadro, la permanenza dell’attuale presidente è incompatibile con la funzione di garanzia che l’Autorità deve svolgere. Per ristabilire terzietà, autorevolezza e fiducia, le dimissioni dell’intero collegio sono un atto necessario». Il capogruppo Peppe De Cristofaro parla di «preoccupanti zone d’ombra». Questa vicenda mette in luce alcune criticità su questa autorità di garanzia, come i conflitti di interesse e gli stretti rapporti di alcuni suoi componenti con la politica». Dimenticandosi anche qui di evidenziare quale parte politica abbia messo Stanzione su quella poltrona.
Per il Pd parla Sandro Ruotolo, responsabile Informazione: «Cos’altro dobbiamo aspettare per le dimissioni dei membri del collegio del Garante per la protezione dei dati personali?». E poi: «La credibilità dell’Authority era già stata messa seriamente in discussione nei mesi scorsi» spiega, facendo riferimento «a quando si scoprì che, alla vigilia della multa inflitta a Report, un membro del collegio, Agostino Ghiglia, ex parlamentare ed esponente di Fratelli d’Italia, si era recato il giorno prima in via della Scrofa, sede nazionale del partito di governo». Nessuna prova, solo illazioni. Eppure Ruotolo per conto del Pd parla di «un fatto politicamente e istituzionalmente gravissimo per ciò che compromette sul piano dell’indipendenza e dell’imparzialità. Eppure, nonostante tutto questo, sono rimasti al loro posto. Nessuna assunzione di responsabilità, nessun passo indietro». Cenni alla responsabilità di chi ha messo quelle persone in quelle posizioni? Zero. L’imbarazzo è evidente, tanto che sono in pochi a parlare della vicenda. Sostanzialmente si tratta di uno scontro tra dem e giustizia in qualche modo. Giorgia Meloni e il governo ne escono comunque bene perché la responsabilità non è dell’esecutivo e, se si dimettesse, la nomina del nuovo Garante spetterebbe alla maggioranza.
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Dall’altra parte, non è invece chiaro se Donald Trump voglia o meno ricorrere all’opzione militare. Ieri, il presidente americano ha definito una «buona notizia» il fatto che, secondo Fox News, il regime khomeinista non avrebbe più condannato a morte un manifestante iraniano. Alcune ore prima, l’inviato di Teheran in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, aveva riportato che l’inquilino della Casa Bianca avrebbe fatto sapere alla Repubblica islamica di non avere intenzione di attaccarla. Non solo. Washington, ieri, ha anche abbassato l’allerta di sicurezza nella base aerea di Al Udeid, situata in territorio qatariota. Del resto, secondo quanto riferito dall’Afp, sembrerebbe che i governi di Riad, Doha e Muscat abbiano fatto pressioni sulla Casa Bianca per convincerla a non intervenire militarmente contro Teheran, temendo «gravi contraccolpi nella regione». Infine, secondo il New York Times, sarebbe stato lo stesso Benjamin Netanyahu a chiedere a Trump di rimandare l’attacco.
Eppure non è ancora escluso che Washington possa ricorrere all’opzione bellica. Innanzitutto, il senatore repubblicano Lindsey Graham, notorio falco anti iraniano, ha definito ieri «oltremodo inaccurate» le indiscrezioni, secondo cui il presidente americano non avrebbe intenzione di attaccare. In secondo luogo, nella notte tra mercoledì e giovedì, Nbc News ha riferito che Trump vuole, sì, evitare lo scenario di un conflitto prolungato. Ma ha anche sottolineato che il presidente americano resterebbe solidale con i manifestanti anti khomeinisti e che sarebbe aperto ad azioni militari circoscritte. Inoltre, non è che da Teheran siano arrivate delle dichiarazioni granché concilianti sulle proteste. Ieri, il ministro della Difesa iraniano, Aziz Nasirzadeh, ha affermato che il suo governo sta facendo di tutto per «sopprimere i selvaggi terroristi armati», che, a suo dire, starebbero fomentando le manifestazioni. Ora, se la repressione brutale non dovesse cessare, questo potrebbe aumentare le probabilità di un intervento armato da parte di Washington. «Se le uccisioni continueranno, ci saranno gravi conseguenze», ha affermato ieri sera la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere che l’Iran si sarebbe impegnato ad annullare 800 esecuzioni. Non a caso, già qualche ora prima, i pasdaran avevano fatto sapere di essere militarmente «pronti al massimo livello possibile». Non si può neanche escludere che Washington consideri l’imposizione delle nuove sanzioni come il primo passo verso un ulteriore incremento della pressione in senso militare.
Resta intanto sul tavolo il nodo della transizione di potere a Teheran in caso di regime change. Il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a proporsi per assumere un ruolo di primo piano. Ha inoltre assicurato che, una volta caduto il regime khomeinista, «il programma militare nucleare dell’Iran finirà», per poi aggiungere che avrà luogo la normalizzazione delle relazioni di Teheran con Washington e Gerusalemme. Tuttavia, Trump continua a esprimere scetticismo sul figlio dello scià. «Sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe all’interno del suo Paese. E non siamo ancora arrivati a quel punto. Non so se il suo Paese accetterebbe o meno la sua leadership, e certamente, se lo facesse, per me andrebbe bene», ha affermato il presidente americano.
Il problema, ragionano alla Casa Bianca, è la base sociale e di consenso di un eventuale nuovo governo. Vale la pena di sottolineare che il ceto mercantile sta svolgendo un ruolo significativo nel corso delle proteste in atto contro il regime degli ayatollah. Quello stesso ceto mercantile che, nel 1979, rappresentò l’ossatura economico-finanziaria del khomeinismo, in quanto contrario alle riforme e alle politiche commerciali di Mohammad Reza Pahlavi. Tuttavia l’alleanza tra ceto mercantile e clero sciita è ormai entrata in una fase di turbolenza. I bazar sono sempre più irritati dall’inflazione e dalle politiche nucleari di Teheran che hanno portato alle sanzioni occidentali. Senza poi trascurare il loro astio verso le Guardie della rivoluzione che, soprattutto negli ultimi dieci anni, hanno sempre più messo le mani sui settori chiave dell’economia iraniana. Trump è consapevole che la «ribellione» del ceto mercantile indebolisce enormemente il potere di Ali Khamenei. E probabilmente teme che il figlio dello scià non otterrebbe l’appoggio di questo settore della società iraniana: uno scenario che, agli occhi del presidente americano, creerebbe instabilità nel Paese.
Come che sia, ieri sera, quando La Verità era già andata in stampa, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dedicata alla repressione delle proteste in Iran. Nel frattempo, la Commissione europea ha reso noto che considererà l’imposizione di nuove sanzioni al regime.
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(IStock)
La signora Liliana vive a Reggio Calabria, è cardiopatica e invalida. Ha bisogno di una visita pneumologica. Si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025, la visita viene fissata il 24 marzo 2026. Fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025». Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. L’hanno presa in giro.
Il signor Giovanni vive ad Avellino e soffre di una grave malattia al cuore. Ha bisogno di una visita: si rivolge all’Asl l’8 ottobre 2025, la visita viene fissata il 20 maggio 2026. Ancora una volta: fuori tempo massimo. Fuori da ogni logica. E pure fuori legge. Ma non è tutto: sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per il 6 novembre 2025». Con un piccolo particolare: Giovanni non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai stata proposta. Hanno preso in giro anche lui.
Potremmo continuare: le testimonianze di questo tipo sono a decine. Quello che abbiamo scoperto a Fuori dal Coro è uno scandalo nello scandalo: non bastano le liste d’attesa lunghissime e le visite fissate il giorno di san mai più, hanno deciso di prendere i pazienti per i fondelli indicando sui loro fogli di prenotazioni l’esistenza di prime visite che in realtà non esistono. Sono finte. Inventate. Completamente farlocche. Sui documenti ufficiali dell’Asl c’è scritto che quelle visite (mai esistite) sono state rifiutate dal paziente. Ma le Asl lo sanno benissimo che non è vero. In pratica dichiarano il falso. E lo fanno deliberatamente, per aggirare la legge e taroccare le statistiche. Una delle Regioni dove sono state segnalate più visite farlocche, per esempio, è la Campania, che si autoproclama «eccellenza nella gestione delle liste d’attesa» presentando report con risultati strepitosi. Che sono fasulli, però.
Prendiamo il caso della signora Marisa: la visita per suo figlio è stata fissata nel gennaio 2027, cosa già di per sé completamente illegale. Ma nei report ufficiali della Regione Campania risulterà fissata il 26 marzo 2026, perché, se è stato il paziente a rifiutare, il ritardo non può essere attribuito all’Asl. Peccato che il paziente non abbia rifiutato un bel niente: quella visita rifiutata non è stata proposta. Quella visita (fintamente) rifiutata compare automaticamente sul foglio di prenotazione e molti pazienti, magari, neppure se ne accorgono. Si tratta di un trucco. Un trucco indecente. Anzi di più: si tratta di una vera e propria truffa ai danni di chi sta male. E non capisco come si possa tollerare: se io dichiarassi il falso verrei (giustamente) condannato. Perché se lo fa l’Asl nessuno dice nulla?
Per altro c’è anche un tema economico: sulla base di quelle statistiche (evidentemente taroccate) e di quei report (evidentemente fasulli), infatti, vengono distribuiti premi ai dirigenti che possono dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi, quando invece gli obiettivi non sono stati raggiunti per una beata mazza di niente. Vengono così premiati dirigenti che ogni giorno mettono a repentaglio la vita di chi sta male e non può permettersi visite a pagamento. È chiaro infatti che se a un malato di cuore, a rischio infarto e con insufficienza respiratoria, viene fissata una visita il 22 settembre 2027 (è successo a Mario, ad Avellino), probabilmente lo si condanna a morte. E leggere sul foglio prenotazione la palese falsità che Mario avrebbe rinunciato a una visita il 2 dicembre 2025, è una crudeltà, oltre che una truffa.
«Perché mai avrei dovuto rinunciare a una visita il 2 dicembre scorso se ho ogni notte paura di morire?», ci ha detto Mario. In effetti. Ma sono settimane che raccogliamo testimonianze come la sua. E raccogliamo pure documenti. Ed è incredibile che nessuno si sia ancora mosso per porre fine a questo scandalo. Un ministro della salute ce l’abbiamo ancora? Orazio Schillaci che fa? Dorme?
Faccio notare a buonanotte fiorellino Schillaci, ex collaboratore di Speranza, che lui aveva fatto approvare una legge, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 31 luglio 2024, sulle liste d’attesa: in base a quelle norme le Asl, quando non riescono a rispettare i tempi previsti delle prenotazioni, dovrebbero consentire ai pazienti di fare la visita privatamente senza pagare. Invece non succede. E questo trucchetto delle prime visite rifiutate viene utilizzato anche e proprio per aggirare quella legge, per fare in modo che le visite siano tranquillamente fissate nel maggio 2027 o addirittura nel settembre 2027, senza che nessun direttore Asl si senta obbligato a intervenire. Ovvio, no? «Il ritardo è colpa del paziente». Ma non è vero. È un inganno. Una truffa. Possibile che il ministro non abbia nulla da dire? Possibile che non senta il dovere di almeno muovere gli ispettori? O di far sentire la sua voce? Che cosa aspetta?
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(Imagoeconomica)
Tutto ha origine da una manifestazione tenuta a Massa-Carrara lo scorso 3 ottobre. Quel giorno, per protestare contro Israele ma, soprattutto, contro il governo e in favore della Palestina, un gruppo di dirigenti della Cgil ha pensato bene di occupare i binari, interrompendo la circolazione dei treni sulla linea Pisa-La Spezia. Che cosa c’entrassero con Gaza i convogli in viaggio tra la stazione della torre pendente e quella della cittadina ligure, non è dato sapere.
Ma i sindacalisti, oltre a causare diversi problemi di viabilità, in occasione dello sciopero generale decisero che si dovesse anche fermare il traffico ferroviario. Non risulta che, dopo lo stop a locomotiva e vagoni, la situazione dei palestinesi sia migliorata. In compenso, però, la Polfer ha fatto le sue indagini e, dopo aver visionato le telecamere e identificato alcuni dei partecipanti al corteo, ha segnalato tutto alla Procura, perché perseguisse il reato di «interruzione di pubblico servizio ferroviario». Risultato, i pm hanno fatto i loro accertamenti e, qualche giorno fa, hanno notificato l’avviso di conclusione indagini a 37 persone. La comunicazione dei pubblici ministeri di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio e per questo si informano le persone coinvolte. Ma la notifica dell’atto, che consente agli indagati di prendere visione del procedimento in vista di una decisione del gip, ha suscitato le reazioni furibonde della Cgil.
La succursale toscana dell’organizzazione guidata da Landini non ci è andata piano. «È inaccettabile che il dissenso sociale e politico venga trattato come un problema di ordine pubblico e la protesta venga trasformata in reato», hanno strillato i vertici della confederazione. Ma, oltre a lamentare una presunta repressione delle opinioni politiche, la Cgil è andata oltre, annunciando «valutazioni e iniziative sia politiche che nelle sedi opportune, anche a tutela dei diritti delle persone coinvolte e della libertà di manifestazione». Ovviamente nessuno minaccia il diritto a dissentire e tantomeno quello di sfilare in corteo, ma va da sé che, se la libertà di chi protesta limita quella di chi vuole viaggiare, costringendo quest’ultimo a rimanere ore a bordo di un vagone, qualche cosa non va. Il ragionamento di buon senso, però, non pare attecchire tra i vertici toscani del sindacato, i quali hanno attaccato «l’operazione messa in campo dalla Procura di Massa-Carrara, perché utilizza a piene mani il cosiddetto diritto penale del dissenso, ossia quel microsistema di norme che incriminano, limitando l’esercizio delle libertà costituzionali, tutte le forme di dissenso».
Così, dopo aver accusato i pm di agire fuori dalla Costituzione, la Cgil ha indetto uno sciopero generale in tutta la Toscana. «Faremo una grande manifestazione la mattina di sabato 24 gennaio», ha annunciato l’esecutivo regionale. Ma solo se «si passasse dagli atti di indagine al rinvio a giudizio delle 37 persone raggiunte da un avviso di garanzia». In altre parole, siamo allo sciopero preventivo o, per essere più chiari, allo sciopero interdittivo, per impedire il processo nei confronti delle persone accusate.
Minacciare uno sciopero se i pm chiederanno il processo per i sindacalisti è un curioso modo di sostenere l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. È anche una maniera un po’ originale di interpretare l’obbligatorietà dell’azione penale, oltre che, come detto, la libertà di manifestare. Ma qui non si parla di separazione delle carriere, ma solo di separazione dei cervelli di certi funzionari confederali.
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