True
2020-02-24
Così le adozioni internazionali sono
diventate impossibili
Ansa
Le adozioni internazionali sono drasticamente calate, siamo passati da 4.310 bambini accolti come figli da coppie italiane nel 2010, ad appena 1.205 nel 2019. Livelli minimi, segnale di quanto le famiglie siano scoraggiate e di come l'unica risposta delle istituzioni sia di pensare di allargare le adozioni al mondo Lgbt. Nel 2018, su 2.615 richieste di diventare genitori di minori stranieri, i decreti di idoneità riconosciuti sono stati 1.951 e 1.153 i bimbi adottati. Numeri piccoli, se pensiamo che le famiglie italiane senza figli sono più di 5 milioni e oltre 140 milioni i bambini abbandonati nel mondo, secondo i dati Unicef del 2016. Sempre in quell'anno, risultava che a livello mondiale le adozioni erano calate dal 2004 del 77%. Secondo la nostra Cai, Commissione adozioni internazionali, nel 95,3% dei casi la scelta di adottare nasce dall'infertilità, nel 2,4% dal desiderio di aiutare bambini in difficoltà, nello 0,6% dalla conoscenza del minore.
Tempi troppo lunghi per concludere l'iter (possono volerci fino a 3 anni), costi elevati e scarse possibilità di ottenere rimborsi delle spese sostenute scoraggiano sempre più coppie dal rivolgersi fuori Italia, per trovare il figlio che non riescono ad avere o per dare accoglienza a un bimbo abbandonato. Mancanza di supporto economico e sociale alla famiglia che adotta, oltre a cambiamenti culturali, politici, religiosi possono spiegare una flessione così marcata di richieste ai 55 enti italiani autorizzati a operare all'estero. Il calo delle pratiche, infatti, è stato costante negli anni.
Sul fronte costi, l'associazione no profit Servizio polifunzionale per l'adozione internazionale (Spai), segnala le spese che si devono sostenere quando il figlio viene cercato in Paesi come Colombia (servono poco più di 10.000 euro), Bolivia (13.000 euro), Federazione Russa (circa 16.000 euro). Il sito di Bambarco Onlus, i «Bambini dell'Arcobaleno», informa che ci vogliono 18.000 euro per adottare un bimbo in Cina. Tempi previsti, circa 30 mesi, non si possono avere più di 55 anni, bisogna dimostrare di avere un reddito annuo superiore ai 10.000 dollari per ogni componente famigliare, proprietà immobiliari per almeno 80.000 dollari, possedere perlomeno un diploma di scuola superiore e un indice di massa corporea inferiore a 40. Oltre al secondo grado di obesità, niente bimbi dalla terra del coronavirus. L'associazione Nova chiede 15.800 euro per potersi portare a casa un bimbo dichiarato adottabile ad Haiti, 8.800 euro se lo si cerca India, 7.250 euro in Perù.
Sono sempre «voce extra» le spese di viaggio, soggiorno, le visite mediche richieste e un'infinità di altri fuori programma che appesantiscono il budget a disposizione di una coppia, desiderosa di fare del bene. I costi di una procedura di adozione internazionale sono oneri deducibili al 50%. «A partire dal 2008, ogni coppia che aveva un reddito entro i 70.000 euro annui poteva ottenere un rimborso direttamente dalla Cai», precisa Michele Torri, responsabile adozioni internazionali di Amici dei Bambini (Ai.bi), organizzazione non governativa costituita da un movimento di famiglie adottive e affidatarie. «Dal 2013, però, questo rimborso è rimasto congelato e solo dal 2018 il meccanismo ha ripreso a funzionare. L'informazione pubblicata sul sito della Commissione riporta che sono state presentate per gli anni 2013/2017 più di 6.000 istanze e a luglio 2019, ultimo aggiornamento pubblicato, ne erano state liquidate solo circa 2.500».
Nel 2018, il principale Paese di provenienza dei minorenni adottati è stata la Federazione Russa (200 bambini), seguita da Colombia (169), Ungheria (135), Bielorussia (112), India (110). «Il costo totale di una adozione in Bielorussia, comprensivo di viaggi, soggiorno, vitto e spese accessorie quali traduzioni, legalizzazioni e altro, si aggira intorno ai 18.000 euro», fa sapere Manuela Mura, psicologa di Aipa adozioni internazionali. «I tempi variano a seconda della situazione giuridica dei minori e degli accordi vigenti tra i due Paesi. Attualmente si fa riferimento all'accordo bilaterale firmato il 30 novembre del 2017 con il governo Gentiloni. Risultano adottabili i minori residenti in istituto e che siano iscritti da almeno un anno nella banca dati. Quest'anno ci ritroviamo con una trentina di pratiche bloccate, italiani da mesi in attesa di avere i bambini promessi. Le motivazioni addotte sono state le più disparate, pensiamo che in realtà vogliano ridefinire le clausole dell'accordo bilaterale. La Bielorussia si aspetta una nostra delegazione politica». Michele Torri ricorda «gli anni di paralisi che ha vissuto la Cai dal 2014 al 2017, fino alla nomina dell'attuale vicepresidente, Laura Laera. La Commissione è importantissima perché è il motore diplomatico dell'adozione internazionale per la promozione di nuovi accordi bilaterali, il mantenimento e lo sviluppo positivo delle relazioni con i Paesi stranieri. Abbiamo perso tempo prezioso», evidenzia Torri, riferendosi alle polemiche e disservizi che hanno reso ancor più difficile un cammino complesso. «Nel novembre 2011 cadde il governo Berlusconi e si insediò il governo Monti e da allora c'è stato un progressivo disinteresse» per le adozioni all'estero, denunciava lo scorso novembre sulla Nuova Bussola quotidiana Carlo Giovanardi, che della Cai fu presidente dal 2008 al 2011, ricordando il «disastro sotto la gestione di Silvia Della Monica, ex membro del Pd alla Commissione giustizia del Senato, che per due anni è stata contemporaneamente vicepresidente e, con una delega di Matteo Renzi, presidente». Giovanardi, condannando il taglio di oltre 2 milioni di euro al Fondo adozioni per i prossimi tre anni, attribuisce il forte calo delle richieste di bimbi provenienti dall'estero anche alla diffusione della pratica dell'utero in affitto: «I bambini se li vanno a comprare all'estero con 100, 200, 300.000 euro e i committenti li vogliono perfetti, sennò non li portano a casa». Mentre chi adotta, lo fa con autentico altruismo affrontando nuove problematiche.
Si sta modificando, infatti, la tipologia di bambini che hanno bisogno di essere adottati. Pochi sono quelli piccolissimi, «in media hanno 6 anni», precisava Paola Crestani, presidente del Centro italiano aiuti all'infanzia (Ciai), aggiungendo che in molti di questi minori «problemi di salute di varia entità, tra cui sempre più spesso traumi o abusi hanno lasciato problematiche psicologiche importanti». Accertare la consapevolezza dei genitori che possono intraprendere un percorso non facile, diventa quasi più importante della verifica della disponibilità a far arrivare in casa un bimbo straniero. «Le coppie si ritrovano ad affrontare un colloquio in tribunale senza avere dimestichezza con temi complicati come quello dell'abbandono dei minori, dei traumi del maltrattamento e dell'abuso», spiega Michele Torri. «Se alcune persone hanno energia per proseguire e mantengono un elevato livello di motivazione, molte altre abbandonano. E questi abbandoni non sono cosa da poco, per molti bambini si perde l'opportunità di essere accolti e poter tornare a essere figli».
«Negli orfanotrofi della Nigeria si fanno affari vaccinando i piccoli»
Lo scorso anno, annunciando #Vaccineswork, una delle campagne mondiali promosse «per sottolineare la forza e la sicurezza dei vaccini», realizzata in collaborazione con la Bill & Melinda Gates foundation, il responsabile Unicef per le vaccinazioni, Robin Nandy, ricordava che nel 2018 vennero salvati «circa 3 milioni di bambini. Tre milioni di futuri dottori, insegnanti, artisti, leader di comunità, madri e padri che oggi sopravvivono grazie a milioni di operatori e volontari in prima linea. I nostri operatori hanno percorso centinaia di miglia per raggiungere aree remote, attraverso giungle e superando mari per arrivare ad ogni bambino». Tre anni fa, la cifra dei bambini morti nel mondo per malattie prevenibili era di 1,5 milioni; l'anno successivo, secondo il rapporto Supply division 2018, l'Unicef aiutò minori procurando 2,36 miliardi di dosi di vaccini per sconfiggere malattie, soprattutto morbillo, difterite, tetano e papilloma virus. Interventi preziosi, sebbene secondo l'Oms sia di 200 miliardi di dollari l'anno il valore del mercato illegale dei farmaci non conformi alle norme o falsi. In alcune Regioni dell'Africa i farmaci contraffatti rappresenterebbero dal 30% al 60% del mercato interno. Medicinali scaduti o inefficaci, oltre a vaccini distribuiti senza criterio. I bambini che finiscono vaccinati più volte, senza controllo, magari perché risultino «adottabili» sono, infatti, un altro aspetto drammatico, come denuncia Emmanuele Di Leo, presidente dell'organizzazione Steadfast onlus.
Da sette anni siete presenti in Nigeria, aiutando la popolazione locale. Nei prossimi mesi parte il progetto adozioni in collaborazione con Ai.bi. Qual è la situazione dei bambini negli orfanatrofi?
«È molto precaria per mancanza di alloggi, nutrizione, cure. In assenza di genitori capaci di accudire i figli, il governo mette i bambini in orfanotrofio, ma tanti minori, che vivono in aree sperdute, non sono censiti e risultano anche maggiormente indifesi. Organizzazioni diverse, che si aggiudicano fondi per fare prevenzione sanitaria, vaccinano infatti bambini più volte, per la stessa malattia. Una situazione inaudita, aggravata dalla mancanza di un archivio dati».
Non c'è un controllo delle vaccinazioni che vengono effettuate?
«Funziona nelle grandi città, non nei villaggi nelle foreste dove vive una porzione importante della popolazione. L'assenza di educazione e di organizzazione fa sì che quelle aree diventino territori di caccia per chi vuole fare business. È facile immaginare che cosa può succedere quando enti internazionali vengono finanziati per campagne di vaccinazione. Non esistono cartelle cliniche dei piccoli pazienti, non avvengono censimenti, figuriamoci se i bambini possono essere schedati in appositi data base. Oggi arriva un'organizzazione a effettuare il vaccino contro la poliomielite? Domani ne verrà un'altra per lo stesso motivo e il bambino che è stato vaccinato ieri, subisce il medesimo trattamento. Una situazione inaudita, mentre alla base di qualsiasi azione umanitaria, specialmente nella prevenzione sanitaria, deve esserci una struttura organizzata».
Il cinismo delle case farmaceutiche e di alcune Ong è terrificante.
«Ci sono organizzazioni che fanno i propri interessi o sono al servizio di ideologie che ben poco hanno a che fare con le questioni umanitarie. C'è chi utilizza la scusa della prevenzione per trovare facili guadagni, come c'è chi solca i mari, sicuramente salvando vite, ma principalmente per trasmettere un chiaro disegno politico-economico. Questa è l'era dell'immagine, dove la sostanza viene fagocitata da chi sa fare buoni slogan. Però ci sono Ong che nel silenzio, senza telecamere, offrono un aiuto concreto per contrastare carestie, malattie e povertà, cercando di organizzare, educare interi territori».
Quanti bambini risultano abbandonati o adottabili in Nigeria?
«Conosciamo molto bene il territorio nigeriano, specialmente lo Stato di Enugu, dove abbiamo una delle nostre sedi, ma non esistono studi o ricerche che includano i bambini non censiti. Neanche grandi organismi come Onu o Unicef si sono attivati per realizzare uno report mondiale che possa rispondere a questa domanda. L'unica fonte attendibile e più recente è la relazione dell'Unicef del 2012, secondo la quale tra i bambini censiti in Nigeria, nazione che ha più di 200 milioni di abitanti, quelli dichiarati abbandonati o orfani sono 11,5 milioni».
Gli italiani adottano ancora bambini africani? Ne arrivavano molti dall'Etiopia prima che da Addis Abeba arrivasse il no alle coppie straniere, perché orfani e abbandonati vanno «difesi e tutelati da abusi all'estero».
«Siamo molto solidali, il nostro è il secondo Paese di accoglienza dopo gli Stati Uniti. Nel triennio 2017-2019 abbiamo adottato dall'Africa 246 bimbi, una percentuale che è stata del 25,5 % rispetto ad altre nazioni».
Nel 2014 avete realizzato la prima Marcia per la vita in Nigeria, con l'intento di sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica. Problemi come sfruttamento, eutanasia, maternità surrogata, mutilazione genitale, quanto sono ancora lontani dall'essere compresi dalla popolazione?
«La povertà rimane molto forte, l'aborto è condannato, nel Paese più che l'eutanasia si pratica l'abbandono terapeutico. Purtroppo lo sfruttamento procreativo, il cosiddetto utero in affitto sta sostituendo il business della prostituzione, diventare madri surrogate in giro per il mondo rende molto di più alle donne nigeriane. Dobbiamo lavorare perché non diventi cultura».
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Burocrazia e costi (fino a 18.000 euro) scoraggiano le famiglie che vorrebbero accogliere bimbi stranieri. Chi ha i soldi sceglie l'utero in affitto, la politica invece si preoccupa di affidi Lgbt.Il presidente di Steadfast onlus: «Le Ong approfittano degli scarsi controlli per somministrare più volte lo stesso trattamento medico. E nel Paese la maternità surrogata adesso frutta di più della prostituzione».Lo speciale contiene due articoliLe adozioni internazionali sono drasticamente calate, siamo passati da 4.310 bambini accolti come figli da coppie italiane nel 2010, ad appena 1.205 nel 2019. Livelli minimi, segnale di quanto le famiglie siano scoraggiate e di come l'unica risposta delle istituzioni sia di pensare di allargare le adozioni al mondo Lgbt. Nel 2018, su 2.615 richieste di diventare genitori di minori stranieri, i decreti di idoneità riconosciuti sono stati 1.951 e 1.153 i bimbi adottati. Numeri piccoli, se pensiamo che le famiglie italiane senza figli sono più di 5 milioni e oltre 140 milioni i bambini abbandonati nel mondo, secondo i dati Unicef del 2016. Sempre in quell'anno, risultava che a livello mondiale le adozioni erano calate dal 2004 del 77%. Secondo la nostra Cai, Commissione adozioni internazionali, nel 95,3% dei casi la scelta di adottare nasce dall'infertilità, nel 2,4% dal desiderio di aiutare bambini in difficoltà, nello 0,6% dalla conoscenza del minore. Tempi troppo lunghi per concludere l'iter (possono volerci fino a 3 anni), costi elevati e scarse possibilità di ottenere rimborsi delle spese sostenute scoraggiano sempre più coppie dal rivolgersi fuori Italia, per trovare il figlio che non riescono ad avere o per dare accoglienza a un bimbo abbandonato. Mancanza di supporto economico e sociale alla famiglia che adotta, oltre a cambiamenti culturali, politici, religiosi possono spiegare una flessione così marcata di richieste ai 55 enti italiani autorizzati a operare all'estero. Il calo delle pratiche, infatti, è stato costante negli anni. Sul fronte costi, l'associazione no profit Servizio polifunzionale per l'adozione internazionale (Spai), segnala le spese che si devono sostenere quando il figlio viene cercato in Paesi come Colombia (servono poco più di 10.000 euro), Bolivia (13.000 euro), Federazione Russa (circa 16.000 euro). Il sito di Bambarco Onlus, i «Bambini dell'Arcobaleno», informa che ci vogliono 18.000 euro per adottare un bimbo in Cina. Tempi previsti, circa 30 mesi, non si possono avere più di 55 anni, bisogna dimostrare di avere un reddito annuo superiore ai 10.000 dollari per ogni componente famigliare, proprietà immobiliari per almeno 80.000 dollari, possedere perlomeno un diploma di scuola superiore e un indice di massa corporea inferiore a 40. Oltre al secondo grado di obesità, niente bimbi dalla terra del coronavirus. L'associazione Nova chiede 15.800 euro per potersi portare a casa un bimbo dichiarato adottabile ad Haiti, 8.800 euro se lo si cerca India, 7.250 euro in Perù. Sono sempre «voce extra» le spese di viaggio, soggiorno, le visite mediche richieste e un'infinità di altri fuori programma che appesantiscono il budget a disposizione di una coppia, desiderosa di fare del bene. I costi di una procedura di adozione internazionale sono oneri deducibili al 50%. «A partire dal 2008, ogni coppia che aveva un reddito entro i 70.000 euro annui poteva ottenere un rimborso direttamente dalla Cai», precisa Michele Torri, responsabile adozioni internazionali di Amici dei Bambini (Ai.bi), organizzazione non governativa costituita da un movimento di famiglie adottive e affidatarie. «Dal 2013, però, questo rimborso è rimasto congelato e solo dal 2018 il meccanismo ha ripreso a funzionare. L'informazione pubblicata sul sito della Commissione riporta che sono state presentate per gli anni 2013/2017 più di 6.000 istanze e a luglio 2019, ultimo aggiornamento pubblicato, ne erano state liquidate solo circa 2.500».Nel 2018, il principale Paese di provenienza dei minorenni adottati è stata la Federazione Russa (200 bambini), seguita da Colombia (169), Ungheria (135), Bielorussia (112), India (110). «Il costo totale di una adozione in Bielorussia, comprensivo di viaggi, soggiorno, vitto e spese accessorie quali traduzioni, legalizzazioni e altro, si aggira intorno ai 18.000 euro», fa sapere Manuela Mura, psicologa di Aipa adozioni internazionali. «I tempi variano a seconda della situazione giuridica dei minori e degli accordi vigenti tra i due Paesi. Attualmente si fa riferimento all'accordo bilaterale firmato il 30 novembre del 2017 con il governo Gentiloni. Risultano adottabili i minori residenti in istituto e che siano iscritti da almeno un anno nella banca dati. Quest'anno ci ritroviamo con una trentina di pratiche bloccate, italiani da mesi in attesa di avere i bambini promessi. Le motivazioni addotte sono state le più disparate, pensiamo che in realtà vogliano ridefinire le clausole dell'accordo bilaterale. La Bielorussia si aspetta una nostra delegazione politica». Michele Torri ricorda «gli anni di paralisi che ha vissuto la Cai dal 2014 al 2017, fino alla nomina dell'attuale vicepresidente, Laura Laera. La Commissione è importantissima perché è il motore diplomatico dell'adozione internazionale per la promozione di nuovi accordi bilaterali, il mantenimento e lo sviluppo positivo delle relazioni con i Paesi stranieri. Abbiamo perso tempo prezioso», evidenzia Torri, riferendosi alle polemiche e disservizi che hanno reso ancor più difficile un cammino complesso. «Nel novembre 2011 cadde il governo Berlusconi e si insediò il governo Monti e da allora c'è stato un progressivo disinteresse» per le adozioni all'estero, denunciava lo scorso novembre sulla Nuova Bussola quotidiana Carlo Giovanardi, che della Cai fu presidente dal 2008 al 2011, ricordando il «disastro sotto la gestione di Silvia Della Monica, ex membro del Pd alla Commissione giustizia del Senato, che per due anni è stata contemporaneamente vicepresidente e, con una delega di Matteo Renzi, presidente». Giovanardi, condannando il taglio di oltre 2 milioni di euro al Fondo adozioni per i prossimi tre anni, attribuisce il forte calo delle richieste di bimbi provenienti dall'estero anche alla diffusione della pratica dell'utero in affitto: «I bambini se li vanno a comprare all'estero con 100, 200, 300.000 euro e i committenti li vogliono perfetti, sennò non li portano a casa». Mentre chi adotta, lo fa con autentico altruismo affrontando nuove problematiche. Si sta modificando, infatti, la tipologia di bambini che hanno bisogno di essere adottati. Pochi sono quelli piccolissimi, «in media hanno 6 anni», precisava Paola Crestani, presidente del Centro italiano aiuti all'infanzia (Ciai), aggiungendo che in molti di questi minori «problemi di salute di varia entità, tra cui sempre più spesso traumi o abusi hanno lasciato problematiche psicologiche importanti». Accertare la consapevolezza dei genitori che possono intraprendere un percorso non facile, diventa quasi più importante della verifica della disponibilità a far arrivare in casa un bimbo straniero. «Le coppie si ritrovano ad affrontare un colloquio in tribunale senza avere dimestichezza con temi complicati come quello dell'abbandono dei minori, dei traumi del maltrattamento e dell'abuso», spiega Michele Torri. «Se alcune persone hanno energia per proseguire e mantengono un elevato livello di motivazione, molte altre abbandonano. 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Tre milioni di futuri dottori, insegnanti, artisti, leader di comunità, madri e padri che oggi sopravvivono grazie a milioni di operatori e volontari in prima linea. I nostri operatori hanno percorso centinaia di miglia per raggiungere aree remote, attraverso giungle e superando mari per arrivare ad ogni bambino». Tre anni fa, la cifra dei bambini morti nel mondo per malattie prevenibili era di 1,5 milioni; l'anno successivo, secondo il rapporto Supply division 2018, l'Unicef aiutò minori procurando 2,36 miliardi di dosi di vaccini per sconfiggere malattie, soprattutto morbillo, difterite, tetano e papilloma virus. Interventi preziosi, sebbene secondo l'Oms sia di 200 miliardi di dollari l'anno il valore del mercato illegale dei farmaci non conformi alle norme o falsi. In alcune Regioni dell'Africa i farmaci contraffatti rappresenterebbero dal 30% al 60% del mercato interno. Medicinali scaduti o inefficaci, oltre a vaccini distribuiti senza criterio. I bambini che finiscono vaccinati più volte, senza controllo, magari perché risultino «adottabili» sono, infatti, un altro aspetto drammatico, come denuncia Emmanuele Di Leo, presidente dell'organizzazione Steadfast onlus. Da sette anni siete presenti in Nigeria, aiutando la popolazione locale. Nei prossimi mesi parte il progetto adozioni in collaborazione con Ai.bi. Qual è la situazione dei bambini negli orfanatrofi? «È molto precaria per mancanza di alloggi, nutrizione, cure. In assenza di genitori capaci di accudire i figli, il governo mette i bambini in orfanotrofio, ma tanti minori, che vivono in aree sperdute, non sono censiti e risultano anche maggiormente indifesi. Organizzazioni diverse, che si aggiudicano fondi per fare prevenzione sanitaria, vaccinano infatti bambini più volte, per la stessa malattia. Una situazione inaudita, aggravata dalla mancanza di un archivio dati». Non c'è un controllo delle vaccinazioni che vengono effettuate? «Funziona nelle grandi città, non nei villaggi nelle foreste dove vive una porzione importante della popolazione. L'assenza di educazione e di organizzazione fa sì che quelle aree diventino territori di caccia per chi vuole fare business. È facile immaginare che cosa può succedere quando enti internazionali vengono finanziati per campagne di vaccinazione. Non esistono cartelle cliniche dei piccoli pazienti, non avvengono censimenti, figuriamoci se i bambini possono essere schedati in appositi data base. Oggi arriva un'organizzazione a effettuare il vaccino contro la poliomielite? Domani ne verrà un'altra per lo stesso motivo e il bambino che è stato vaccinato ieri, subisce il medesimo trattamento. Una situazione inaudita, mentre alla base di qualsiasi azione umanitaria, specialmente nella prevenzione sanitaria, deve esserci una struttura organizzata». Il cinismo delle case farmaceutiche e di alcune Ong è terrificante. «Ci sono organizzazioni che fanno i propri interessi o sono al servizio di ideologie che ben poco hanno a che fare con le questioni umanitarie. C'è chi utilizza la scusa della prevenzione per trovare facili guadagni, come c'è chi solca i mari, sicuramente salvando vite, ma principalmente per trasmettere un chiaro disegno politico-economico. Questa è l'era dell'immagine, dove la sostanza viene fagocitata da chi sa fare buoni slogan. Però ci sono Ong che nel silenzio, senza telecamere, offrono un aiuto concreto per contrastare carestie, malattie e povertà, cercando di organizzare, educare interi territori». Quanti bambini risultano abbandonati o adottabili in Nigeria? «Conosciamo molto bene il territorio nigeriano, specialmente lo Stato di Enugu, dove abbiamo una delle nostre sedi, ma non esistono studi o ricerche che includano i bambini non censiti. Neanche grandi organismi come Onu o Unicef si sono attivati per realizzare uno report mondiale che possa rispondere a questa domanda. L'unica fonte attendibile e più recente è la relazione dell'Unicef del 2012, secondo la quale tra i bambini censiti in Nigeria, nazione che ha più di 200 milioni di abitanti, quelli dichiarati abbandonati o orfani sono 11,5 milioni». Gli italiani adottano ancora bambini africani? Ne arrivavano molti dall'Etiopia prima che da Addis Abeba arrivasse il no alle coppie straniere, perché orfani e abbandonati vanno «difesi e tutelati da abusi all'estero». «Siamo molto solidali, il nostro è il secondo Paese di accoglienza dopo gli Stati Uniti. Nel triennio 2017-2019 abbiamo adottato dall'Africa 246 bimbi, una percentuale che è stata del 25,5 % rispetto ad altre nazioni». Nel 2014 avete realizzato la prima Marcia per la vita in Nigeria, con l'intento di sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica. Problemi come sfruttamento, eutanasia, maternità surrogata, mutilazione genitale, quanto sono ancora lontani dall'essere compresi dalla popolazione? «La povertà rimane molto forte, l'aborto è condannato, nel Paese più che l'eutanasia si pratica l'abbandono terapeutico. Purtroppo lo sfruttamento procreativo, il cosiddetto utero in affitto sta sostituendo il business della prostituzione, diventare madri surrogate in giro per il mondo rende molto di più alle donne nigeriane. Dobbiamo lavorare perché non diventi cultura».
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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