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2020-02-24
Così le adozioni internazionali sono
diventate impossibili
Ansa
Le adozioni internazionali sono drasticamente calate, siamo passati da 4.310 bambini accolti come figli da coppie italiane nel 2010, ad appena 1.205 nel 2019. Livelli minimi, segnale di quanto le famiglie siano scoraggiate e di come l'unica risposta delle istituzioni sia di pensare di allargare le adozioni al mondo Lgbt. Nel 2018, su 2.615 richieste di diventare genitori di minori stranieri, i decreti di idoneità riconosciuti sono stati 1.951 e 1.153 i bimbi adottati. Numeri piccoli, se pensiamo che le famiglie italiane senza figli sono più di 5 milioni e oltre 140 milioni i bambini abbandonati nel mondo, secondo i dati Unicef del 2016. Sempre in quell'anno, risultava che a livello mondiale le adozioni erano calate dal 2004 del 77%. Secondo la nostra Cai, Commissione adozioni internazionali, nel 95,3% dei casi la scelta di adottare nasce dall'infertilità, nel 2,4% dal desiderio di aiutare bambini in difficoltà, nello 0,6% dalla conoscenza del minore.
Tempi troppo lunghi per concludere l'iter (possono volerci fino a 3 anni), costi elevati e scarse possibilità di ottenere rimborsi delle spese sostenute scoraggiano sempre più coppie dal rivolgersi fuori Italia, per trovare il figlio che non riescono ad avere o per dare accoglienza a un bimbo abbandonato. Mancanza di supporto economico e sociale alla famiglia che adotta, oltre a cambiamenti culturali, politici, religiosi possono spiegare una flessione così marcata di richieste ai 55 enti italiani autorizzati a operare all'estero. Il calo delle pratiche, infatti, è stato costante negli anni.
Sul fronte costi, l'associazione no profit Servizio polifunzionale per l'adozione internazionale (Spai), segnala le spese che si devono sostenere quando il figlio viene cercato in Paesi come Colombia (servono poco più di 10.000 euro), Bolivia (13.000 euro), Federazione Russa (circa 16.000 euro). Il sito di Bambarco Onlus, i «Bambini dell'Arcobaleno», informa che ci vogliono 18.000 euro per adottare un bimbo in Cina. Tempi previsti, circa 30 mesi, non si possono avere più di 55 anni, bisogna dimostrare di avere un reddito annuo superiore ai 10.000 dollari per ogni componente famigliare, proprietà immobiliari per almeno 80.000 dollari, possedere perlomeno un diploma di scuola superiore e un indice di massa corporea inferiore a 40. Oltre al secondo grado di obesità, niente bimbi dalla terra del coronavirus. L'associazione Nova chiede 15.800 euro per potersi portare a casa un bimbo dichiarato adottabile ad Haiti, 8.800 euro se lo si cerca India, 7.250 euro in Perù.
Sono sempre «voce extra» le spese di viaggio, soggiorno, le visite mediche richieste e un'infinità di altri fuori programma che appesantiscono il budget a disposizione di una coppia, desiderosa di fare del bene. I costi di una procedura di adozione internazionale sono oneri deducibili al 50%. «A partire dal 2008, ogni coppia che aveva un reddito entro i 70.000 euro annui poteva ottenere un rimborso direttamente dalla Cai», precisa Michele Torri, responsabile adozioni internazionali di Amici dei Bambini (Ai.bi), organizzazione non governativa costituita da un movimento di famiglie adottive e affidatarie. «Dal 2013, però, questo rimborso è rimasto congelato e solo dal 2018 il meccanismo ha ripreso a funzionare. L'informazione pubblicata sul sito della Commissione riporta che sono state presentate per gli anni 2013/2017 più di 6.000 istanze e a luglio 2019, ultimo aggiornamento pubblicato, ne erano state liquidate solo circa 2.500».
Nel 2018, il principale Paese di provenienza dei minorenni adottati è stata la Federazione Russa (200 bambini), seguita da Colombia (169), Ungheria (135), Bielorussia (112), India (110). «Il costo totale di una adozione in Bielorussia, comprensivo di viaggi, soggiorno, vitto e spese accessorie quali traduzioni, legalizzazioni e altro, si aggira intorno ai 18.000 euro», fa sapere Manuela Mura, psicologa di Aipa adozioni internazionali. «I tempi variano a seconda della situazione giuridica dei minori e degli accordi vigenti tra i due Paesi. Attualmente si fa riferimento all'accordo bilaterale firmato il 30 novembre del 2017 con il governo Gentiloni. Risultano adottabili i minori residenti in istituto e che siano iscritti da almeno un anno nella banca dati. Quest'anno ci ritroviamo con una trentina di pratiche bloccate, italiani da mesi in attesa di avere i bambini promessi. Le motivazioni addotte sono state le più disparate, pensiamo che in realtà vogliano ridefinire le clausole dell'accordo bilaterale. La Bielorussia si aspetta una nostra delegazione politica». Michele Torri ricorda «gli anni di paralisi che ha vissuto la Cai dal 2014 al 2017, fino alla nomina dell'attuale vicepresidente, Laura Laera. La Commissione è importantissima perché è il motore diplomatico dell'adozione internazionale per la promozione di nuovi accordi bilaterali, il mantenimento e lo sviluppo positivo delle relazioni con i Paesi stranieri. Abbiamo perso tempo prezioso», evidenzia Torri, riferendosi alle polemiche e disservizi che hanno reso ancor più difficile un cammino complesso. «Nel novembre 2011 cadde il governo Berlusconi e si insediò il governo Monti e da allora c'è stato un progressivo disinteresse» per le adozioni all'estero, denunciava lo scorso novembre sulla Nuova Bussola quotidiana Carlo Giovanardi, che della Cai fu presidente dal 2008 al 2011, ricordando il «disastro sotto la gestione di Silvia Della Monica, ex membro del Pd alla Commissione giustizia del Senato, che per due anni è stata contemporaneamente vicepresidente e, con una delega di Matteo Renzi, presidente». Giovanardi, condannando il taglio di oltre 2 milioni di euro al Fondo adozioni per i prossimi tre anni, attribuisce il forte calo delle richieste di bimbi provenienti dall'estero anche alla diffusione della pratica dell'utero in affitto: «I bambini se li vanno a comprare all'estero con 100, 200, 300.000 euro e i committenti li vogliono perfetti, sennò non li portano a casa». Mentre chi adotta, lo fa con autentico altruismo affrontando nuove problematiche.
Si sta modificando, infatti, la tipologia di bambini che hanno bisogno di essere adottati. Pochi sono quelli piccolissimi, «in media hanno 6 anni», precisava Paola Crestani, presidente del Centro italiano aiuti all'infanzia (Ciai), aggiungendo che in molti di questi minori «problemi di salute di varia entità, tra cui sempre più spesso traumi o abusi hanno lasciato problematiche psicologiche importanti». Accertare la consapevolezza dei genitori che possono intraprendere un percorso non facile, diventa quasi più importante della verifica della disponibilità a far arrivare in casa un bimbo straniero. «Le coppie si ritrovano ad affrontare un colloquio in tribunale senza avere dimestichezza con temi complicati come quello dell'abbandono dei minori, dei traumi del maltrattamento e dell'abuso», spiega Michele Torri. «Se alcune persone hanno energia per proseguire e mantengono un elevato livello di motivazione, molte altre abbandonano. E questi abbandoni non sono cosa da poco, per molti bambini si perde l'opportunità di essere accolti e poter tornare a essere figli».
«Negli orfanotrofi della Nigeria si fanno affari vaccinando i piccoli»
Lo scorso anno, annunciando #Vaccineswork, una delle campagne mondiali promosse «per sottolineare la forza e la sicurezza dei vaccini», realizzata in collaborazione con la Bill & Melinda Gates foundation, il responsabile Unicef per le vaccinazioni, Robin Nandy, ricordava che nel 2018 vennero salvati «circa 3 milioni di bambini. Tre milioni di futuri dottori, insegnanti, artisti, leader di comunità, madri e padri che oggi sopravvivono grazie a milioni di operatori e volontari in prima linea. I nostri operatori hanno percorso centinaia di miglia per raggiungere aree remote, attraverso giungle e superando mari per arrivare ad ogni bambino». Tre anni fa, la cifra dei bambini morti nel mondo per malattie prevenibili era di 1,5 milioni; l'anno successivo, secondo il rapporto Supply division 2018, l'Unicef aiutò minori procurando 2,36 miliardi di dosi di vaccini per sconfiggere malattie, soprattutto morbillo, difterite, tetano e papilloma virus. Interventi preziosi, sebbene secondo l'Oms sia di 200 miliardi di dollari l'anno il valore del mercato illegale dei farmaci non conformi alle norme o falsi. In alcune Regioni dell'Africa i farmaci contraffatti rappresenterebbero dal 30% al 60% del mercato interno. Medicinali scaduti o inefficaci, oltre a vaccini distribuiti senza criterio. I bambini che finiscono vaccinati più volte, senza controllo, magari perché risultino «adottabili» sono, infatti, un altro aspetto drammatico, come denuncia Emmanuele Di Leo, presidente dell'organizzazione Steadfast onlus.
Da sette anni siete presenti in Nigeria, aiutando la popolazione locale. Nei prossimi mesi parte il progetto adozioni in collaborazione con Ai.bi. Qual è la situazione dei bambini negli orfanatrofi?
«È molto precaria per mancanza di alloggi, nutrizione, cure. In assenza di genitori capaci di accudire i figli, il governo mette i bambini in orfanotrofio, ma tanti minori, che vivono in aree sperdute, non sono censiti e risultano anche maggiormente indifesi. Organizzazioni diverse, che si aggiudicano fondi per fare prevenzione sanitaria, vaccinano infatti bambini più volte, per la stessa malattia. Una situazione inaudita, aggravata dalla mancanza di un archivio dati».
Non c'è un controllo delle vaccinazioni che vengono effettuate?
«Funziona nelle grandi città, non nei villaggi nelle foreste dove vive una porzione importante della popolazione. L'assenza di educazione e di organizzazione fa sì che quelle aree diventino territori di caccia per chi vuole fare business. È facile immaginare che cosa può succedere quando enti internazionali vengono finanziati per campagne di vaccinazione. Non esistono cartelle cliniche dei piccoli pazienti, non avvengono censimenti, figuriamoci se i bambini possono essere schedati in appositi data base. Oggi arriva un'organizzazione a effettuare il vaccino contro la poliomielite? Domani ne verrà un'altra per lo stesso motivo e il bambino che è stato vaccinato ieri, subisce il medesimo trattamento. Una situazione inaudita, mentre alla base di qualsiasi azione umanitaria, specialmente nella prevenzione sanitaria, deve esserci una struttura organizzata».
Il cinismo delle case farmaceutiche e di alcune Ong è terrificante.
«Ci sono organizzazioni che fanno i propri interessi o sono al servizio di ideologie che ben poco hanno a che fare con le questioni umanitarie. C'è chi utilizza la scusa della prevenzione per trovare facili guadagni, come c'è chi solca i mari, sicuramente salvando vite, ma principalmente per trasmettere un chiaro disegno politico-economico. Questa è l'era dell'immagine, dove la sostanza viene fagocitata da chi sa fare buoni slogan. Però ci sono Ong che nel silenzio, senza telecamere, offrono un aiuto concreto per contrastare carestie, malattie e povertà, cercando di organizzare, educare interi territori».
Quanti bambini risultano abbandonati o adottabili in Nigeria?
«Conosciamo molto bene il territorio nigeriano, specialmente lo Stato di Enugu, dove abbiamo una delle nostre sedi, ma non esistono studi o ricerche che includano i bambini non censiti. Neanche grandi organismi come Onu o Unicef si sono attivati per realizzare uno report mondiale che possa rispondere a questa domanda. L'unica fonte attendibile e più recente è la relazione dell'Unicef del 2012, secondo la quale tra i bambini censiti in Nigeria, nazione che ha più di 200 milioni di abitanti, quelli dichiarati abbandonati o orfani sono 11,5 milioni».
Gli italiani adottano ancora bambini africani? Ne arrivavano molti dall'Etiopia prima che da Addis Abeba arrivasse il no alle coppie straniere, perché orfani e abbandonati vanno «difesi e tutelati da abusi all'estero».
«Siamo molto solidali, il nostro è il secondo Paese di accoglienza dopo gli Stati Uniti. Nel triennio 2017-2019 abbiamo adottato dall'Africa 246 bimbi, una percentuale che è stata del 25,5 % rispetto ad altre nazioni».
Nel 2014 avete realizzato la prima Marcia per la vita in Nigeria, con l'intento di sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica. Problemi come sfruttamento, eutanasia, maternità surrogata, mutilazione genitale, quanto sono ancora lontani dall'essere compresi dalla popolazione?
«La povertà rimane molto forte, l'aborto è condannato, nel Paese più che l'eutanasia si pratica l'abbandono terapeutico. Purtroppo lo sfruttamento procreativo, il cosiddetto utero in affitto sta sostituendo il business della prostituzione, diventare madri surrogate in giro per il mondo rende molto di più alle donne nigeriane. Dobbiamo lavorare perché non diventi cultura».
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Burocrazia e costi (fino a 18.000 euro) scoraggiano le famiglie che vorrebbero accogliere bimbi stranieri. Chi ha i soldi sceglie l'utero in affitto, la politica invece si preoccupa di affidi Lgbt.Il presidente di Steadfast onlus: «Le Ong approfittano degli scarsi controlli per somministrare più volte lo stesso trattamento medico. E nel Paese la maternità surrogata adesso frutta di più della prostituzione».Lo speciale contiene due articoliLe adozioni internazionali sono drasticamente calate, siamo passati da 4.310 bambini accolti come figli da coppie italiane nel 2010, ad appena 1.205 nel 2019. Livelli minimi, segnale di quanto le famiglie siano scoraggiate e di come l'unica risposta delle istituzioni sia di pensare di allargare le adozioni al mondo Lgbt. Nel 2018, su 2.615 richieste di diventare genitori di minori stranieri, i decreti di idoneità riconosciuti sono stati 1.951 e 1.153 i bimbi adottati. Numeri piccoli, se pensiamo che le famiglie italiane senza figli sono più di 5 milioni e oltre 140 milioni i bambini abbandonati nel mondo, secondo i dati Unicef del 2016. Sempre in quell'anno, risultava che a livello mondiale le adozioni erano calate dal 2004 del 77%. Secondo la nostra Cai, Commissione adozioni internazionali, nel 95,3% dei casi la scelta di adottare nasce dall'infertilità, nel 2,4% dal desiderio di aiutare bambini in difficoltà, nello 0,6% dalla conoscenza del minore. Tempi troppo lunghi per concludere l'iter (possono volerci fino a 3 anni), costi elevati e scarse possibilità di ottenere rimborsi delle spese sostenute scoraggiano sempre più coppie dal rivolgersi fuori Italia, per trovare il figlio che non riescono ad avere o per dare accoglienza a un bimbo abbandonato. Mancanza di supporto economico e sociale alla famiglia che adotta, oltre a cambiamenti culturali, politici, religiosi possono spiegare una flessione così marcata di richieste ai 55 enti italiani autorizzati a operare all'estero. Il calo delle pratiche, infatti, è stato costante negli anni. Sul fronte costi, l'associazione no profit Servizio polifunzionale per l'adozione internazionale (Spai), segnala le spese che si devono sostenere quando il figlio viene cercato in Paesi come Colombia (servono poco più di 10.000 euro), Bolivia (13.000 euro), Federazione Russa (circa 16.000 euro). Il sito di Bambarco Onlus, i «Bambini dell'Arcobaleno», informa che ci vogliono 18.000 euro per adottare un bimbo in Cina. Tempi previsti, circa 30 mesi, non si possono avere più di 55 anni, bisogna dimostrare di avere un reddito annuo superiore ai 10.000 dollari per ogni componente famigliare, proprietà immobiliari per almeno 80.000 dollari, possedere perlomeno un diploma di scuola superiore e un indice di massa corporea inferiore a 40. Oltre al secondo grado di obesità, niente bimbi dalla terra del coronavirus. L'associazione Nova chiede 15.800 euro per potersi portare a casa un bimbo dichiarato adottabile ad Haiti, 8.800 euro se lo si cerca India, 7.250 euro in Perù. Sono sempre «voce extra» le spese di viaggio, soggiorno, le visite mediche richieste e un'infinità di altri fuori programma che appesantiscono il budget a disposizione di una coppia, desiderosa di fare del bene. I costi di una procedura di adozione internazionale sono oneri deducibili al 50%. «A partire dal 2008, ogni coppia che aveva un reddito entro i 70.000 euro annui poteva ottenere un rimborso direttamente dalla Cai», precisa Michele Torri, responsabile adozioni internazionali di Amici dei Bambini (Ai.bi), organizzazione non governativa costituita da un movimento di famiglie adottive e affidatarie. «Dal 2013, però, questo rimborso è rimasto congelato e solo dal 2018 il meccanismo ha ripreso a funzionare. L'informazione pubblicata sul sito della Commissione riporta che sono state presentate per gli anni 2013/2017 più di 6.000 istanze e a luglio 2019, ultimo aggiornamento pubblicato, ne erano state liquidate solo circa 2.500».Nel 2018, il principale Paese di provenienza dei minorenni adottati è stata la Federazione Russa (200 bambini), seguita da Colombia (169), Ungheria (135), Bielorussia (112), India (110). «Il costo totale di una adozione in Bielorussia, comprensivo di viaggi, soggiorno, vitto e spese accessorie quali traduzioni, legalizzazioni e altro, si aggira intorno ai 18.000 euro», fa sapere Manuela Mura, psicologa di Aipa adozioni internazionali. «I tempi variano a seconda della situazione giuridica dei minori e degli accordi vigenti tra i due Paesi. Attualmente si fa riferimento all'accordo bilaterale firmato il 30 novembre del 2017 con il governo Gentiloni. Risultano adottabili i minori residenti in istituto e che siano iscritti da almeno un anno nella banca dati. Quest'anno ci ritroviamo con una trentina di pratiche bloccate, italiani da mesi in attesa di avere i bambini promessi. Le motivazioni addotte sono state le più disparate, pensiamo che in realtà vogliano ridefinire le clausole dell'accordo bilaterale. La Bielorussia si aspetta una nostra delegazione politica». Michele Torri ricorda «gli anni di paralisi che ha vissuto la Cai dal 2014 al 2017, fino alla nomina dell'attuale vicepresidente, Laura Laera. La Commissione è importantissima perché è il motore diplomatico dell'adozione internazionale per la promozione di nuovi accordi bilaterali, il mantenimento e lo sviluppo positivo delle relazioni con i Paesi stranieri. Abbiamo perso tempo prezioso», evidenzia Torri, riferendosi alle polemiche e disservizi che hanno reso ancor più difficile un cammino complesso. «Nel novembre 2011 cadde il governo Berlusconi e si insediò il governo Monti e da allora c'è stato un progressivo disinteresse» per le adozioni all'estero, denunciava lo scorso novembre sulla Nuova Bussola quotidiana Carlo Giovanardi, che della Cai fu presidente dal 2008 al 2011, ricordando il «disastro sotto la gestione di Silvia Della Monica, ex membro del Pd alla Commissione giustizia del Senato, che per due anni è stata contemporaneamente vicepresidente e, con una delega di Matteo Renzi, presidente». Giovanardi, condannando il taglio di oltre 2 milioni di euro al Fondo adozioni per i prossimi tre anni, attribuisce il forte calo delle richieste di bimbi provenienti dall'estero anche alla diffusione della pratica dell'utero in affitto: «I bambini se li vanno a comprare all'estero con 100, 200, 300.000 euro e i committenti li vogliono perfetti, sennò non li portano a casa». Mentre chi adotta, lo fa con autentico altruismo affrontando nuove problematiche. Si sta modificando, infatti, la tipologia di bambini che hanno bisogno di essere adottati. Pochi sono quelli piccolissimi, «in media hanno 6 anni», precisava Paola Crestani, presidente del Centro italiano aiuti all'infanzia (Ciai), aggiungendo che in molti di questi minori «problemi di salute di varia entità, tra cui sempre più spesso traumi o abusi hanno lasciato problematiche psicologiche importanti». Accertare la consapevolezza dei genitori che possono intraprendere un percorso non facile, diventa quasi più importante della verifica della disponibilità a far arrivare in casa un bimbo straniero. «Le coppie si ritrovano ad affrontare un colloquio in tribunale senza avere dimestichezza con temi complicati come quello dell'abbandono dei minori, dei traumi del maltrattamento e dell'abuso», spiega Michele Torri. «Se alcune persone hanno energia per proseguire e mantengono un elevato livello di motivazione, molte altre abbandonano. 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Tre milioni di futuri dottori, insegnanti, artisti, leader di comunità, madri e padri che oggi sopravvivono grazie a milioni di operatori e volontari in prima linea. I nostri operatori hanno percorso centinaia di miglia per raggiungere aree remote, attraverso giungle e superando mari per arrivare ad ogni bambino». Tre anni fa, la cifra dei bambini morti nel mondo per malattie prevenibili era di 1,5 milioni; l'anno successivo, secondo il rapporto Supply division 2018, l'Unicef aiutò minori procurando 2,36 miliardi di dosi di vaccini per sconfiggere malattie, soprattutto morbillo, difterite, tetano e papilloma virus. Interventi preziosi, sebbene secondo l'Oms sia di 200 miliardi di dollari l'anno il valore del mercato illegale dei farmaci non conformi alle norme o falsi. In alcune Regioni dell'Africa i farmaci contraffatti rappresenterebbero dal 30% al 60% del mercato interno. Medicinali scaduti o inefficaci, oltre a vaccini distribuiti senza criterio. I bambini che finiscono vaccinati più volte, senza controllo, magari perché risultino «adottabili» sono, infatti, un altro aspetto drammatico, come denuncia Emmanuele Di Leo, presidente dell'organizzazione Steadfast onlus. Da sette anni siete presenti in Nigeria, aiutando la popolazione locale. Nei prossimi mesi parte il progetto adozioni in collaborazione con Ai.bi. Qual è la situazione dei bambini negli orfanatrofi? «È molto precaria per mancanza di alloggi, nutrizione, cure. In assenza di genitori capaci di accudire i figli, il governo mette i bambini in orfanotrofio, ma tanti minori, che vivono in aree sperdute, non sono censiti e risultano anche maggiormente indifesi. Organizzazioni diverse, che si aggiudicano fondi per fare prevenzione sanitaria, vaccinano infatti bambini più volte, per la stessa malattia. Una situazione inaudita, aggravata dalla mancanza di un archivio dati». Non c'è un controllo delle vaccinazioni che vengono effettuate? «Funziona nelle grandi città, non nei villaggi nelle foreste dove vive una porzione importante della popolazione. L'assenza di educazione e di organizzazione fa sì che quelle aree diventino territori di caccia per chi vuole fare business. È facile immaginare che cosa può succedere quando enti internazionali vengono finanziati per campagne di vaccinazione. Non esistono cartelle cliniche dei piccoli pazienti, non avvengono censimenti, figuriamoci se i bambini possono essere schedati in appositi data base. Oggi arriva un'organizzazione a effettuare il vaccino contro la poliomielite? Domani ne verrà un'altra per lo stesso motivo e il bambino che è stato vaccinato ieri, subisce il medesimo trattamento. Una situazione inaudita, mentre alla base di qualsiasi azione umanitaria, specialmente nella prevenzione sanitaria, deve esserci una struttura organizzata». Il cinismo delle case farmaceutiche e di alcune Ong è terrificante. «Ci sono organizzazioni che fanno i propri interessi o sono al servizio di ideologie che ben poco hanno a che fare con le questioni umanitarie. C'è chi utilizza la scusa della prevenzione per trovare facili guadagni, come c'è chi solca i mari, sicuramente salvando vite, ma principalmente per trasmettere un chiaro disegno politico-economico. Questa è l'era dell'immagine, dove la sostanza viene fagocitata da chi sa fare buoni slogan. Però ci sono Ong che nel silenzio, senza telecamere, offrono un aiuto concreto per contrastare carestie, malattie e povertà, cercando di organizzare, educare interi territori». Quanti bambini risultano abbandonati o adottabili in Nigeria? «Conosciamo molto bene il territorio nigeriano, specialmente lo Stato di Enugu, dove abbiamo una delle nostre sedi, ma non esistono studi o ricerche che includano i bambini non censiti. Neanche grandi organismi come Onu o Unicef si sono attivati per realizzare uno report mondiale che possa rispondere a questa domanda. L'unica fonte attendibile e più recente è la relazione dell'Unicef del 2012, secondo la quale tra i bambini censiti in Nigeria, nazione che ha più di 200 milioni di abitanti, quelli dichiarati abbandonati o orfani sono 11,5 milioni». Gli italiani adottano ancora bambini africani? Ne arrivavano molti dall'Etiopia prima che da Addis Abeba arrivasse il no alle coppie straniere, perché orfani e abbandonati vanno «difesi e tutelati da abusi all'estero». «Siamo molto solidali, il nostro è il secondo Paese di accoglienza dopo gli Stati Uniti. Nel triennio 2017-2019 abbiamo adottato dall'Africa 246 bimbi, una percentuale che è stata del 25,5 % rispetto ad altre nazioni». Nel 2014 avete realizzato la prima Marcia per la vita in Nigeria, con l'intento di sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica. Problemi come sfruttamento, eutanasia, maternità surrogata, mutilazione genitale, quanto sono ancora lontani dall'essere compresi dalla popolazione? «La povertà rimane molto forte, l'aborto è condannato, nel Paese più che l'eutanasia si pratica l'abbandono terapeutico. Purtroppo lo sfruttamento procreativo, il cosiddetto utero in affitto sta sostituendo il business della prostituzione, diventare madri surrogate in giro per il mondo rende molto di più alle donne nigeriane. Dobbiamo lavorare perché non diventi cultura».
Rocco Commisso (Ansa)
A 76 anni, li ha compiuti a fine novembre, ha ceduto. È stata la moglie Catherine, che forse dei due era la vera tifosa della Fiorentina, a dire: «Giocate, lui avrebbe voluto così». Nel derby dell’Appennino oggi si incontrano il presente affannato della Fiorentina e il sogno mai nato di Commisso di portare a Firenze un trofeo europeo. Sulla panchina del Bologna c’è Vincenzo Italiano su cui Rocco aveva scommesso. Per tre anni ha guidato la Viola con due finali di Conference Legue perse. Oggi la Serie A si ferma per un minuto; Commisso è ricordato da tutti i presidenti come un gentiluomo del calcio. I tifosi della «Fiesole» fanno oggi pace col presidente: finalmente anche se tristemente. Quest’uomo che nel 2019 aveva rilevato da Diego e Andrea Della Valle il club viola per 150 milioni di dollari lo hanno sempre guardato di sottecchi: voleva la vulgata che come tantissimi emigrati fosse tifoso della Juventus. Ha fatto ottimi affari con i bianconeri, ma Firenze è un sacrilegio. Eppure lui si presentò così: «Ho detto a mia moglie che volevo tornare in Italia per il calcio; lei mi ha detto sì, ma in una città bella e io scelto la più bella». Rocco Commisso era il secondo più facoltoso presidente della serie A – Forbes lo ha accreditato di un patrimonio di 5,9 miliardi di dollari - e i tifosi si aspettavano meraviglie. Lui una l’ha fatta: ha costruito in tre anni a Bagno a Ripoli il Viola Park Rocco B. Commisso; 130 milioni di euro per il miglior centro sportivo del calcio europeo progettato da un architetto fiorentinissimo, Marco Casamonti con lo studio Archea e Associati, con l’idea di un nuovo rinascimento, anche calcistico. Ma è rimasto a metà per la morte di Joe Barone l’uomo a cui Commisso aveva dato pieni poteri in Italia; che non si è sostanziato perché, come già con i Della Valle, a Firenze non gli hanno fatto fare lo stadio che avrebbe dato alla Fiorentina una dimensione «americana». Rocco B Commisso incarnava una doppia natura: italianissimo nel tifo, totalmente yankee negli affari. A New York ci era arrivato bambino, da Gioiosa Jonica, con la mamma e due sorelline per ricongiungersi al padre falegname nel Bronx. Grazie al calcio ha potuto studiare. Lo vedono giocare quelli della Colombia University e lo tesserano per la squadra e lo iscrivono all’Università. Laurea in ingegneria, poi approdo alla Pfizer, ma con un’ idea in testa: mettersi in proprio. L’occasione arriva quando per la Bank of Canada deve occuparsi di comunicazione. Entra nella Cablevision come vicepresidente finanziario e capisce che ci sono zone degli Usa dove le major televisive non arrivano. Stende migliaia di miglia di fibra e in 9 anni porta la Cablevision all’ottava posizione tra le televisioni via cavo. Successiva trasformazione in Mediacom, abbandono di Wall Street con un clamoroso delisting per tenere in famiglia il controllo delle società di cui si occupano ora i figli Joseph e Marisa e che Commisso aveva già avviato sulla frontiera dei nuovi media. Il calcio però era la passione di sempre. Aveva rilevato i Cosmos, la squadra di soccer di New York, dal fallimento rivitalizzandola semplicemente cambiando stadio. Poi l’incontro con i Della Valle, il desiderio d’Italia, la felicità della first lady viola Catherine passeggiando in via Tornabuoni.
La Fiorentina è rimasta una sua incompiuta. Questo calabrese con slang del Bronx in cuor suo forse avrebbe voluto rispondere all’appello di Narciso Parigi che nella «Canzone Viola» intona: «Per esser di Firenze vanto e gloria». Di Rocco oggi resta una commossa memoria.
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@Striscialanotizia
«Resistenza e resilienza» sono parole un po’ di moda, ma Striscia vuole interpretarle da una posizione forse meno strategica di prima, ma pur sempre importante e centrale. Con Ricci anche l’azienda vuole fare le cose in grande, aggiungendo per la prima volta una band, diretta da Demo Morselli. E invitando un’infilata di ospiti, nella prima puntata Alessandro Del Piero e la criminologa Roberta Bruzzone che sarà titolare della rubrica «Striscia criminale» per raccontare «le cose efferate che accadono dietro le quinte delle trasmissioni». Soprattutto, si vedrà Maria De Filippi, inviata a consegnare le «merdine» a chi parcheggia indebitamente nel posto riservato alle persone con disabilità. «Pensavo di doverla convincere, di dover insistere sul fatto che è una cosa interessante anche dal punto di vista sociale», rivela Antonio. «Invece Maria, che avrebbe dovuto rimanere solo un’ora, si è fermata e si è molto divertita».
C’è anche lo spazio per l’orgoglio del grande autore: «Sono 45 anni che faccio trasmissioni di successo, ho più Telegatti di tutti. Conservo soddisfazioni incancellabili», rivela, sbertucciando chi gli dice «poverino» ora che si ritrova «una prima serata su Canale 5. Quello che mi appassiona è fare un buon lavoro, fare una trasmissione satirica e insieme di varietà». Cede con eleganza il testimone dell’access primetime al successore: «Gerry Scotti è bravissimo e La Ruota della fortuna un programma perfetto, rivolto sia a un pubblico giovane che anziano». Ma in coda ci mette un po’ di peperoncino: «Del resto la Settimana enigmistica tiene sveglia la gente nelle Rsa. Mi avevano chiesto di tenermi pronto per metà ottobre nel caso il programma di Gerry avesse toppato». Invece, l’intuizione di far partire il gioco a quiz in anticipo, «mentre la Rai mandava ancora in onda l’esangue Techetechetè, è arrivato come una valanga anche sui pacchi di De Martino. La Rai continua a mandare in onda un programma che induce al gioco d’azzardo». E non dev’essere facile per uno come lui accettare che sia un altro a detronizzare il tradizionale avversario. «Ma noi non siamo una trasmissione vecchia, siamo la trasmissione più giovane e sul pezzo che ci sia», sottolinea Ricci. «Solo l’anno scorso abbiamo mandato in onda più di 20 nuove rubriche e nuovi inviati». Quest’anno rivedremo Luca Abete, Dario Ballantini, Rajae Bezzaz, Antonio Casanova, Jimmy Ghione, Giuseppe Longinotti, Enrico Lucci, Michele Macrì, Francesco Mazza, Moreno Morello e Valerio Staffelli e le rubriche di Cristiano Militello, Barbascura X e Rosaria Rollo.
Sì, Striscia la notizia non striscia più, ma non chiedetele di cambiare titolo.
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«The Rip - Soldi sporchi» (Netflix)
The Rip - Soldi sporchi, su Netflix da venerdì 16 gennaio, non può far leva su una trama accattivante. Non stando alla sinossi. Il film, difatti, sembrerebbe svilupparsi su unico asse, quello della diffidenza generata dal bisogno, dalla brama, dall'insorgere improvviso di individualismi ed egoismi. La città è quella di Miami, i protagonisti della vicenda poliziotti, diversi fra loro per grado e anzianità. Avrebbero potuto lavorare in armonia, coesi e determinati a raggiungere uno stesso obiettivo. Invece, una scoperta estemporanea li mette faccia a faccia con le zone d'ombra della natura umana, quelle che avevano portato Hobbes a coniare la celebre definizione di homo homini lupus. All'interno di un deposito abbandonato, senza più nessuno a vegliare il bottino, viene rinvenuta dal gruppo una mole immensa di banconote: denaro contante, per milioni e milioni di dollari. Di lì, l'iter avrebbe dovuto essere codificato, il ritrovamento dei soldi regolarmente denunciato e nuove indagini avviate per scoprirne la provenienza. Tuttavia, The Rip - Soldi sporchi non racconta l'iter procedurale così come la legge imporrebbe si sviluppasse. Racconta altro: la lotta sotterranea che comincia a prendere piete, la voglia - umana, per carità - di mettere le mani su tanta ricchezza, l'ingresso di forze esterne, criminali, decise a recuperare le proprie risorse materiali
The Rip - Soldi sporchi, dunque, racconta quel che tanti film prima di lui hanno raccontato, sperando a fare la differenza non sia la trama o i suoi colpi di scena, ma la bravura del duo scelto come protagonista. Matt Damon e Ben Affleck, la cui amicizia nella vita si è tradotta più volte in una sinergia professionale, sono stati chiamati ad interpretare, rispettivamente, il tenente Dane Dumars e il detective sergente Jd Byrne. Si tratta di un ritorno, di un nuovo progetto condiviso, della speranza che i due bastino a fare la differenza, permettendo alla piattaforma di inaugurare l'anno nel migliore dei modi.
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