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2018-09-26
Adesso anche Madrid alza il deficit. Da noi il limite esiste solo sui giornali
Ansa
La linea del Piave sarebbe il deficit all'1,6%. A fissare la soglia è stato nei fatti il Corriere della Sera nella firma e nella penna di Federico Fubini. La cifra non è mai stata pronunciata dal ministro dell'Economia Giovanni Tria. Gli è stata attribuita. È vero anche che non è mai stata smentita. Così come è vero che smentirla significherebbe soltanto confermarla. Tutto ciò per dire che, all'interno della maggioranza di governo, si litigherebbe su qualcosa che galleggia sull'acqua ed è scivoloso come una palla insaponata. La percentuale di deficit, come ha dimostrato ieri Emmanuel Macron confermando che una manovra può andare oltre i paletti purché sia chiara e lineare. Critichiamo, semmai, il fatto che gli interventi a sostegno di Sncf (circa 40 miliardi) finiscano nel bilancio pubblico.
Immaginare però che vengano tagliati 25 miliardi di tasse a fronte di uno sforamento non sembra avere controindicazioni. Purtroppo - per i francesi - l'indomani dell'annuncio, Macron ha reso pubblica la fregatura. L'extra gettito della patrimoniale transalpina nel 2019 varrà oltre 1,5 miliardi. In ogni caso si tratta di capire quali siano gli effetti espansivi sull'economia, e quanto riescano ad alzare il Pil. Anche perché il trend del rapporto tra debito e Pil punta decisamente sul 100%. Meno del 132% italiano, ma a Parigi il debito privato è molto più alto del nostro. A breve Bruxelles dovrà pronunciarsi. La Corte dei conti francese ha già bocciato l'iniziativa di Macron, ma la Commissione da ieri si trova un nuovo fronte «anti dogma» del contenimento di spesa.
In Spagna, ad esempio, il governo di minoranza guidato dal premier socialista Pedro Sanchez due settimane fa aveva comunicato a Bruxelles di non riuscire a centrare l'obiettivo di un deficit pari al 2,2% del Pil e puntare anzi a ottenere un 2,7%. Rinunciare ad alcuni tagli alle spese non garantirà comunque l'approvazione del budget, così Sanchez sta trattando con Podemos per ottenerne l'appoggio «trasversale», promettendo in cambio un incremento della tassazione sulle medie e grandi imprese, una stretta anti evasione e un prelievo sulle banche.
In aggiunta le accise sui diesel in tutta la penisola iberica verrebbero alzate sino al livello di quelle sulla benzina e il gettito (stimato in 2,1 miliardi di euro) andrebbe a finanziare la lotta al cambiamento climatico. Si discute anche della possibilità di introdurre una tassa sulle società di e-commerce calcolata sulla base del fatturato, una misura che pare fatta apposta per colpire Amazon e i grandi colossi mondiali dell'e-commerce senza pesare troppo sugli operatori più piccoli. Ieri la banca centrale spagnola ha fatto sapere che nemmeno il 2,7% sarà rispettato, ma si salirà di un ulteriore punto. In pratica, Madrid si allinea a Parigi.
Con ciò nessuno può pensare che la soglia del 2,8% possa essere valida per il nostro Paese. L'uscita di Luigi Di Maio («copiamo Macron») è da intendere sulla filosofia, non sui numeri. Almeno vogliamo sperare, anche se qualche esponente grillino sembra averla presa sul serio. Ieri ci ha pensato Paolo Savona, ministro per gli Affari comunitari, il quale davanti al Parlamento ha tenuto a puntualizzare l'importanza della riduzione del debito pubblico. Se il presidente del Consiglio e i ministri procedono zigzagando sulla manovra economica e sulla presentazione del Def, il ministro Savona, davanti alla commissione della Camera, «si è rivolto a sorpresa al suo stesso governo per sollecitarlo a un bagno di realismo. Un richiamo tanto più significativo dal momento che viene da una personalità spesso sottoposta ad accuse di euroscetticismo. La replica al vicepremier Di Maio, che vorrebbe per l'Italia uno sforamento del deficit sull'esempio francese, è stata secca: il governo italiano, ha assicurato Savona, starà al di sotto del 2,8% perché il debito pubblico rimane il fianco scoperto del nostro Paese, come ha spiegato ieri anche Daniela Ruffino, deputato di Fi. «Da Savona», ha proseguito la Ruffino, «sono venute secchiate di acqua fredda sugli entusiasmi grillini. Ha difeso l'Unione europea della quale c'è sempre necessità e ha evidenziato l'urgenza di ridurre le iniquità fiscali, altrimenti», ha detto citando il ministro, «il popolo vota poi in modo sbagliato».
Ovviamente questo è il punto di vista di Fi, stressato da esigenze di opposizione. Al di là delle opinioni, Savona fa bene a puntualizzare (implicitamente) due fatti. Il primo è che il deficit non è di per sé un dogma. Il secondo è che un elevato debito pubblico consente esigui margini di ampliamento del deficit. La percentuale di sforamento deve essere il punto di equilibrio tra la recessione e il rilancio. Se il punto viene azzeccato, allora c'è la possibilità che l'anno successivo il Pil cresca e di conseguenza scenda il rapporto con il debito. Lo choc fiscale sarebbe il benvenuto. Per questo da subito ci è piaciuta l'idea della flat tax, quella vera che rispetta il nome. Cioè tassa piatta che vale per tutti. Le toppe fiscali non vanno mai bene perché non indicano una strada precisa e se non bastasse ciò per capire che non vanno bene basta pensare che sono state la filosofia che ha caratterizzato gli ultimi anni.
I paletti dei «minimi» ostacolano la flat tax
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Dopo la Francia, la Spagna ha annunciato all'Ue che non rispetterà gli impegni presi. Il dibattito nostrano, invece, è impiccato all'1,6% che Giovanni Tria non ha mai ufficializzato. Sforare si può, basta che la spesa sia «buona».Allargare la platea della tassazione al 15% è inutile se restano i diktat su beni, assunzioni e partecipazioni.Lo speciale contiene due articoli.La linea del Piave sarebbe il deficit all'1,6%. A fissare la soglia è stato nei fatti il Corriere della Sera nella firma e nella penna di Federico Fubini. La cifra non è mai stata pronunciata dal ministro dell'Economia Giovanni Tria. Gli è stata attribuita. È vero anche che non è mai stata smentita. Così come è vero che smentirla significherebbe soltanto confermarla. Tutto ciò per dire che, all'interno della maggioranza di governo, si litigherebbe su qualcosa che galleggia sull'acqua ed è scivoloso come una palla insaponata. La percentuale di deficit, come ha dimostrato ieri Emmanuel Macron confermando che una manovra può andare oltre i paletti purché sia chiara e lineare. Critichiamo, semmai, il fatto che gli interventi a sostegno di Sncf (circa 40 miliardi) finiscano nel bilancio pubblico.Immaginare però che vengano tagliati 25 miliardi di tasse a fronte di uno sforamento non sembra avere controindicazioni. Purtroppo - per i francesi - l'indomani dell'annuncio, Macron ha reso pubblica la fregatura. L'extra gettito della patrimoniale transalpina nel 2019 varrà oltre 1,5 miliardi. In ogni caso si tratta di capire quali siano gli effetti espansivi sull'economia, e quanto riescano ad alzare il Pil. Anche perché il trend del rapporto tra debito e Pil punta decisamente sul 100%. Meno del 132% italiano, ma a Parigi il debito privato è molto più alto del nostro. A breve Bruxelles dovrà pronunciarsi. La Corte dei conti francese ha già bocciato l'iniziativa di Macron, ma la Commissione da ieri si trova un nuovo fronte «anti dogma» del contenimento di spesa. In Spagna, ad esempio, il governo di minoranza guidato dal premier socialista Pedro Sanchez due settimane fa aveva comunicato a Bruxelles di non riuscire a centrare l'obiettivo di un deficit pari al 2,2% del Pil e puntare anzi a ottenere un 2,7%. Rinunciare ad alcuni tagli alle spese non garantirà comunque l'approvazione del budget, così Sanchez sta trattando con Podemos per ottenerne l'appoggio «trasversale», promettendo in cambio un incremento della tassazione sulle medie e grandi imprese, una stretta anti evasione e un prelievo sulle banche. In aggiunta le accise sui diesel in tutta la penisola iberica verrebbero alzate sino al livello di quelle sulla benzina e il gettito (stimato in 2,1 miliardi di euro) andrebbe a finanziare la lotta al cambiamento climatico. Si discute anche della possibilità di introdurre una tassa sulle società di e-commerce calcolata sulla base del fatturato, una misura che pare fatta apposta per colpire Amazon e i grandi colossi mondiali dell'e-commerce senza pesare troppo sugli operatori più piccoli. Ieri la banca centrale spagnola ha fatto sapere che nemmeno il 2,7% sarà rispettato, ma si salirà di un ulteriore punto. In pratica, Madrid si allinea a Parigi.Con ciò nessuno può pensare che la soglia del 2,8% possa essere valida per il nostro Paese. L'uscita di Luigi Di Maio («copiamo Macron») è da intendere sulla filosofia, non sui numeri. Almeno vogliamo sperare, anche se qualche esponente grillino sembra averla presa sul serio. Ieri ci ha pensato Paolo Savona, ministro per gli Affari comunitari, il quale davanti al Parlamento ha tenuto a puntualizzare l'importanza della riduzione del debito pubblico. Se il presidente del Consiglio e i ministri procedono zigzagando sulla manovra economica e sulla presentazione del Def, il ministro Savona, davanti alla commissione della Camera, «si è rivolto a sorpresa al suo stesso governo per sollecitarlo a un bagno di realismo. Un richiamo tanto più significativo dal momento che viene da una personalità spesso sottoposta ad accuse di euroscetticismo. La replica al vicepremier Di Maio, che vorrebbe per l'Italia uno sforamento del deficit sull'esempio francese, è stata secca: il governo italiano, ha assicurato Savona, starà al di sotto del 2,8% perché il debito pubblico rimane il fianco scoperto del nostro Paese, come ha spiegato ieri anche Daniela Ruffino, deputato di Fi. «Da Savona», ha proseguito la Ruffino, «sono venute secchiate di acqua fredda sugli entusiasmi grillini. Ha difeso l'Unione europea della quale c'è sempre necessità e ha evidenziato l'urgenza di ridurre le iniquità fiscali, altrimenti», ha detto citando il ministro, «il popolo vota poi in modo sbagliato».Ovviamente questo è il punto di vista di Fi, stressato da esigenze di opposizione. Al di là delle opinioni, Savona fa bene a puntualizzare (implicitamente) due fatti. Il primo è che il deficit non è di per sé un dogma. Il secondo è che un elevato debito pubblico consente esigui margini di ampliamento del deficit. La percentuale di sforamento deve essere il punto di equilibrio tra la recessione e il rilancio. Se il punto viene azzeccato, allora c'è la possibilità che l'anno successivo il Pil cresca e di conseguenza scenda il rapporto con il debito. Lo choc fiscale sarebbe il benvenuto. Per questo da subito ci è piaciuta l'idea della flat tax, quella vera che rispetta il nome. Cioè tassa piatta che vale per tutti. 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L'obiettivo della delegazione governativa leghista è innalzare fino a 65.000 euro la soglia di fatturato entro cui si potrà accedere al beneficio (oggi oscilla tra i 30 e i 50.000 euro), allargando in modo notevolissimo la platea dei soggetti interessati: così facendo, secondo le prime stime, al milione di partite Iva che già godono di questo regime, se ne potrebbero aggiungere almeno altre 600.000. E un trattamento altrettanto interessante (tassazione al 20%, quindi comunque di favore) potrebbe essere previsto per chi avrà un fatturato tra i 65.000 e i 100.000 euro annui. Su tutto questo, ci sono tre aspetti positivi da sottolineare, a cui va aggiunto un suggerimento, un accorgimento per rendere la misura ancora più larga ed efficace. Il primo aspetto positivo è che siamo davvero a un passo da un primo avvio della flat tax, sia pure con la variante anomala di una doppia aliquota. Ma il fatto nuovo è la volontà di partire sul serio, dando avvio a un'operazione di legislatura, che anno dopo anno - nelle successive manovre - potrà essere ulteriormente estesa e arricchita. Tra l'altro, se fossero confermate le voci di questi giorni, già in questa legge di bilancio dovrebbero trovare spazio, oltre alle misure pro partite Iva, anche un intervento forte per l'abbassamento dell'Ires, l'estensione della cedolare secca agli affitti commerciali, il varo di un regime di speciale vantaggio per le start up, più la «pace fiscale». Complessivamente, quindi, un pacchetto fiscale di notevole interesse: non uno choc fiscale trumpiano, ma comunque un primo, deciso e consistente passo nella direzione giusta. La seconda buona notizia sta nell'attenzione ai piccoli e ai piccolissimi: iniziare dalle partite Iva di dimensione più ridotta è un altro segnale da non sottovalutare. Il terzo aspetto è una scelta apprezzabile anche in termini di tecnica legislativa: proprio per evitare dispute ideologiche sulla flat tax (infondate ma altrimenti inevitabili), ci sembra valida l'idea di partire da uno strumento già esistente (il regime forfettario dei minimi, appunto), estendendolo e allargandolo. I critici che erano già pronti con la matita rossa e blu avranno così più difficoltà a usarla. Tutto ciò premesso, resta un suggerimento e insieme un incoraggiamento al governo, affinché corregga alcuni paletti che derivano dalla situazione pre esistente, e che, se confermati, rischierebbero di depotenziare la misura, restringendo la platea, e paradossalmente premiando meno coloro che più ne avrebbero bisogno (e merito). Di che si tratta? Secondo l'attuale regime dei minimi, per accedere al trattamento agevolato (tasse al 15%), non basta che una partita Iva abbia un fatturato inferiore a una certa soglia (quella che ora la Lega vuole positivamente alzare a 65.000 euro annui, come detto), ma occorre anche che la spesa per i dipendenti sia bassissima (non più di 5.000 euro annui, addirittura lordi) e che il costo dei beni strumentali non superi i 20.000 euro. Un ulteriore limite, anch'esso discutibile, è quello per cui la partita Iva non deve essere socia di società e associazioni professionali. Sarebbe un'eccellente notizia se il governo decidesse di forzare questi paletti un po' angusti: altrimenti, pur nel quadro di un intervento assai positivo, si rischierebbe il paradosso di vedere escluse dal beneficio - a parità di fatturato - le partite Iva che assumono un collaboratore, che lo pagano regolarmente (evitando il nero), oppure che investono per irrobustire la propria attività. Tra l'altro, allentare quei paletti restrittivi produrrebbe un ulteriore elemento di spinta all'economia, evitando che la partita Iva «esageri» nel rimanere piccola, e anzi incoraggiandola a non aver paura di crescere e scommettere sul futuro, e spingendola a mettere in atto comportamenti per potenziare la propria attività, anziché esser tentata di «volare basso» (nel fatturato, negli investimenti, nell'assunzione di collaboratori) nel timore di perdere il beneficio. Non si tratta solo di dettagli tecnici, come si vede: ma di accorgimenti che investono davvero la portata e l'efficacia della misura, oggetto di sollecitazione anche da parte del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti (Cndcec).
Elly Schlein e Beppe Sala (Imagoeconomica)
All’indomani del referendum sulla riforma della giustizia che ha visto trionfare il fronte del No, diventerebbe difficile giustificare un passaggio del genere. Di conseguenza il trasloco da Palazzo Marino a Roma per Sala si complica molto. E i nuovi sviluppi giudiziari non sono passati inosservati all’interno della politica, milanese e nazionale.
Tra i primi a commentare c’è stato Enrico Fedrighini, del Gruppo misto, da sempre contrario alla cessione dello stadio di Milano, operazione di cui ha sempre contestato l’opacità. «Come ripeto da tempo, la partita del Meazza è ancora aperta». La Lega, col segretario provinciale Samuele Piscina, ha definito «inquietanti» le rivelazioni della Procura e invita «la sinistra» a fare «l’unica cosa dignitosa: lasciare Palazzo Marino».
«Registriamo un silenzio imbarazzato e imbarazzante dai vertici del Pd nazionale. Siamo garantisti con tutti, lo siamo anche ora, ma mai come adesso servirebbe un po’ di chiarezza su questa vicenda, coperta da troppe zone d’ombra. Vediamo se il Pd milanese ritrova il dono della parola…», è il duro commento di Massimiliano Romeo, capogruppo dei senatori della Lega e segretario regionale della Lega Lombarda.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, già consigliere a Milano, si aspettava anche questo nuovo filone d’inchiesta sullo stadio: «Lo dissi già a suo tempo, esattamente lo scorso 1° ottobre, quando misi in guardia Sala dicendogli di aspettare a cantar vittoria sulla vendita perché la partita era ancora apertissima. Lo dissi e lo sottolineai, sia per le precedenti vicende relative a molti immobiliaristi ma soprattutto dopo che il centrosinistra tagliò notevolmente numerosi emendamenti in Consiglio comunale». De Corato poi ha puntualizzato: «Dopo i disastri su sicurezza, urbanistica e dulcis in fundo sullo stadio», prosegue, «è arrivato il momento che il sindaco vada a casa. Manca solo un anno e i milanesi non possono continuare a soffrire ed essere succubi di inchieste e vicende giudiziarie. Non se lo meritano». Per Deborah Giovanati, consigliere comunale di Forza Italia, «ciò che sta accadendo solleva interrogativi legittimi che non possono essere ignorati. Assistiamo a un susseguirsi di indagini che troppo spesso non portano a esiti concreti, alimentando il dubbio che si sta andando oltre il perimetro strettamente giudiziario». Poi ha aggiunto di avere «l’impressione che una parte della magistratura, in particolare quella riconducibile a Magistratura democratica, stia esercitando una pressione che finisce per avere un impatto politico diretto, colpendo di fatto il sindaco Sala e l’azione amministrativa della città. Ma il punto politico è ancora più chiaro: siamo di fronte a una lotta tutta interna alla sinistra, una resa dei conti che nulla ha a che fare con l’interesse dei cittadini. Una dinamica che, purtroppo, sta utilizzando anche lo strumento delle inchieste come terreno di scontro».
«La notizia dell’indagine della Procura di Milano sulla vendita dello stadio di San Siro non ci coglie affatto di sorpresa. Da anni il Movimento 5 stelle denuncia l’opacità e le critiche di un’operazione condotta all’insegna della scarsa trasparenza e di un rapporto malsano tra pubblico e interessi privati», il commento dell’europarlamentare Gaetano Pedullà, che puntualizza: «Le informazioni emerse confermano la fondatezza delle nostre preoccupazioni. Chi oggi cade dalle nuvole finge di non ricordare le numerose prese di posizione del M5s, sia in Comune che a livello nazionale ed europeo, contro una gestione del dossier San Siro che abbiamo sempre ritenuto ambigua e potenzialmente dannosa per i milanesi, il patrimonio pubblico e il tessuto urbano».
Per Nicola Di Marco, capogruppo pentastellato nel Consiglio regionale della Lombardia, «la speculazione immobiliare ha raggiunto livelli insostenibili e anche San Siro è stato sacrificato sull’altare del profitto. Nessuna consultazione con i cittadini, nessuna trasparenza nei processi decisionali, nessuna pianificazione chiara. Gli impatti ambientali vengono ignorati, i veri beneficiari delle operazioni restano nascosti dietro fondi di investimento opachi».
Diversa la posizione di Francesco Ascioti, segretario milanese di Azione: «Milano negli ultimi 15 anni si è affermata come capitale europea e un nuovo stadio era necessario. La politica sia all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte», per questo «ribadiamo la necessità di riconoscere alla città di Milano poteri speciali che siano idonei ad affrontare le complessità con cui il sindaco e la giunta si misurano ogni giorno e che siano adatti ad amministrare, anche in chiave metropolitana una grande città internazionale come la nostra».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ennio Flaiano direbbe: «La situazione politica italiana è grave ma non è seria». Il suo giudizio, già valido allora, lo è ancor di più oggi. L’esito del referendum, sul quale evidentemente ogni partito aveva puntato tutto, ha prodotto una serie di conseguenze molto gravi ma a tratti anche grottesche. Sia a sinistra che a destra. Un’isteria collettiva che rischia di generare mostri come quello delle elezioni anticipate che rischierebbero di consegnare il Paese in mano a Giuseppe Conte. Ecco, per scongiurare questa sventura, il governo ha solo una possibilità per poter essere ricordato alle urne: fare qualcosa per il ceto medio. Abbassare le tasse, il costo del lavoro, i carburanti, o qualsiasi altra diavoleria che permetta agli italiani di mettersi un po’ di soldi in tasca. Altrimenti il rischio di regalare la vittoria a Schlein & Co. è molto probabile. La premier Giorgia Meloni tira dritto come un caterpillar. La Camera approva la fiducia al governo sul decreto bollette. Tra le novità c’è un bonus una tantum da 115 euro e alcune misure per le imprese.
A una settimana dalla débâcle referendaria si sta ancora riflettendo su cosa sia andato storto, sul perché gli italiani abbiano bocciato la riforma. La premier, che non è una sprovveduta e sa quello che fa, punta ad archiviare rapidamente la faccenda e a ricucire lo strappo con gli elettori.
Segniamoci questa data: 9 aprile. Meloni esporrà un’informativa alla Camera e al Senato (senza voto dell’aula), per fugare le malsane idee di qualcuno circa un voto anticipato e dimostrare che l’intenzione è quella di andare avanti e che il referendum non ha affossato il suo governo. La premier illustrerà i provvedimenti «su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare», dicono da Palazzo Chigi. Sarà la prima uscita pubblica ufficiale della presidente del Consiglio dopo un lungo e inedito silenzio.
«La premier non sfugge dal Parlamento», commenta il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. «L’informativa sarà l’occasione per raccontare cosa sta facendo sui dossier principali del governo e che non sono le fantasie sul voto anticipato e rimpasti che sono già alle nostre spalle». Parte, dunque, la fase due del governo. «Sapete come dicono i francesi? Reculer pour mieux avancer. Prendere la rincorsa per avanzare meglio», il commento del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Forse la premier annuncerà anche i nuovi nomi della squadra di governo ferma restando la volontà di non andare a un rimpasto che porti a un Meloni bis. Semmai un «rimpastino». Non vuole un Meloni bis e scongiura le elezioni anticipate perché coltiva l’obiettivo di essere a capo del governo più longevo della storia repubblicana. Senza però dover tirare a campare.
All’interno della maggioranza, però, c’è lo stesso chi guarda con preoccupazione all’ultimo miglio della legislatura: una sfida che sembra ancora aperta tra centrosinistra e centrodestra. Per alcuni il voto anticipato servirebbe a spiazzare gli avversari e conservare un bacino elettorale che ancora tiene malgrado l’esito del referendum, evitando così di affrontare alcuni dossier economici delicati e i continui litigi interni. L’indiscrezione circola ma è piuttosto irrealistica. C’è una data che riecheggia nell’aria: domenica 7 giugno. L’unica finestra temporale per garantire lo svolgimento del voto nel 2026, prima dell’estate e della marcia a tappe forzate verso la prossima manovra.
Matteo Salvini da giorni parla il meno possibile. Al suo posto lo fa l’altro vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, in missione verso l’Ucraina: «Nessuno pensa a elezioni anticipate. Si stanno perdendo ore importanti nei dibattiti sul dopo voto». «Non mi risultano elezioni anticipate, ma aggiustamenti di direzione, del tutto compatibili con una impostazione che vede nella stabilità del governo un valore aggiunto per l’Italia», aggiunge il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Il focus adesso è sulla legge elettorale. Partita ieri in commissione Affari Costituzionali alla Camera l’esame dello Stabilicum, la proposta targata centrodestra. La maggioranza cercherà l’intesa con il centrosinistra, ma le opposizioni per il momento fanno muro.
I prossimi mesi non saranno comunque una passeggiata di salute per il governo. Forza Italia è alle prese con un processo di rinnovamento richiesto da Marina Berlusconi: Maurizio Gasparri ieri è stato eletto presidente della commissione Esteri e Difesa al Senato, dopo le dimissioni coatte da capogruppo di Forza Italia al Senato, sostituito da Stefania Craxi. La Lega cerca di spostarsi più a destra per frenare l’emorragia di voti verso Futuro nazionale di Roberto Vannacci che intanto ieri ha votato no al decreto bollette e contro la fiducia al governo.
La presidente del Consiglio per ora rimane in silenzio: non ha impegni istituzionali, non ci sono nemmeno Consigli dei ministri in agenda fino a dopo Pasqua. È concentrata sulle prossime mosse per fronteggiare i rincari energetici: il 7 aprile scade la misura sulle accise mobili. Nuovi «incisivi» interventi, dovrebbero arrivare dopo Pasqua. «Si va avanti», ripete in privato a chiunque le scriva o la chiami: «Lasciamoci il referendum alle spalle».
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Nel riquadro la giornalista americana Shelly Kittleson (Ansa)
La notizia è stata successivamente confermata dal ministero dell’Interno iracheno attraverso una nota ufficiale, nella quale però non veniva indicata l’identità della persona coinvolta. Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità, al sequestro avrebbero partecipato due automobili: una di queste è stata intercettata durante la fuga e si è schiantata, mentre il mezzo su cui viaggiava la giornalista è riuscito ad allontanarsi. «Le forze di sicurezza hanno avviato immediatamente un’operazione per individuare i responsabili, basandosi su informazioni di intelligence accurate», ha fatto sapere il ministero anche se restano da chiarire la dinamica e il movente dell’episodio.
Sul fronte di Teheran, i pasdaran hanno annunciato che dal 1° aprile prenderanno di mira le aziende statunitensi presenti nella regione in risposta agli attacchi contro Teheran. Secondo i media statali, tra le società citate figurano Microsoft, Google, Apple, Intel, Ibm, Tesla e Boeing. Nel comunicato si afferma che queste aziende «devono aspettarsi la distruzione delle loro unità» con l’avvio delle azioni fissato alle 20 ora locale. La tensione è aumentata anche dopo l’attacco contro una petroliera nel porto di Dubai. La Kuwait Petroleum Corporation ha confermato che la nave kuwaitiana al-Salmi, completamente carica, ha subito danni allo scafo e un incendio a bordo successivamente contenuto. Non risultano vittime, mentre proseguono i controlli per escludere perdite di greggio. Sul piano militare, gli Stati Uniti avrebbero colpito un grande deposito di munizioni a Isfahan con bombe antibunker da circa 900 chilogrammi, secondo un funzionario citato dal Wall Street Journal. Nelle stesse ore i media iraniani hanno segnalato esplosioni a Teheran e Zanjan, mentre l’agenzia Tasnim ha riferito di una sottostazione elettrica colpita nella capitale. Israele ha annunciato l’intercettazione di missili lanciati dall’Iran, con sirene d’allarme attivate a Gerusalemme e in altre città del Sud e del Nord. Allarmi anche in Bahrein, mentre l’Arabia Saudita ha comunicato l’intercettazione di tre missili balistici diretti verso Riad. Preoccupazione crescente riguarda anche la missione Onu in Libano: dieci Paesi europei e l’Unione europea hanno chiesto garanzie per il contingente Unifil dopo la morte di tre militari nelle ultime 48 ore. Intanto, secondo fonti diplomatiche, diversi alleati arabi degli Stati Uniti nel Golfo avrebbero sollecitato Washington a proseguire l’offensiva contro Teheran. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe informato il governo di contatti con Paesi arabi per valutare un’azione coordinata. Da Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha negato negoziati diretti con Washington, parlando solo di eventuali contatti indiretti. Un funzionario iraniano ha inoltre dichiarato che nessuna nave potrà attraversare lo Stretto di Hormuz senza autorizzazione, mentre il parlamento ha approvato un piano per introdurre pedaggi alle imbarcazioni in transito. In questo contesto, il Pakistan starebbe valutando di garantire passaggi sicuri registrando navi straniere sotto «bandiera di comodo», con l’Iran che avrebbe già autorizzato il transito di 20 imbarcazioni sotto bandiera pakistana. Infine, l’ambasciatore russo a Teheran afferma che Mojtaba Khamenei è in Iran e non in Russia «ma non si mostra per motivi di sicurezza».
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Donald Trump (Ansa)
Parole, quelle di Trump, arrivate dopo che il Wall Street Journal aveva rivelato che il presidente fosse intenzionato a chiudere il conflitto «anche se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere in gran parte chiuso». D’altronde, sempre ieri, Trump è tornato a mostrare irritazione nei confronti degli alleati europei su questa questione. «A tutti quei Paesi che non possono ottenere carburante per aerei a causa dello Stretto di Hormuz, come il Regno Unito, che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran, ho un suggerimento per voi: numero 1, comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e numero 2, fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo. Dovrete imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi», aveva dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è stato, in sostanza, decimato. La parte difficile è fatta. Andate a procurarvi il vostro petrolio!»
Insomma, Trump sembra meno propenso a intervenire militarmente per sbloccare Hormuz e, al contrario, appare maggiormente intenzionato a concludere in fretta il conflitto. Questo poi non significa che non mantenga per ora sul tavolo la possibilità di invadere l’isola di Kharg o di colpire le infrastrutture energetiche iraniane. Tuttavia, è innegabile che sia orientato a trovare una exit strategy in tempi celeri. Del resto, sia il vicepresidente, JD Vance, che il segretario di Stato, Marco Rubio, temono un pantano, mentre lo stesso senatore repubblicano Lindsey Graham, che ha finora esortato Trump alla linea durissima verso gli ayatollah, lunedì è sembrato ammorbidirsi, invocando un «accordo di pace storico». Vale a tal proposito la pena di ricordare come, negli scorsi giorni, Graham fosse stato criticato da vari parlamentari repubblicani per la sua posizione assai interventista. Più in generale, Trump non ignora che, da quando la guerra è iniziata, il costo della benzina negli Stati Uniti è notevolmente aumentato, raggiungendo il record dal 2022: il che rappresenta un fattore assai pericoloso per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Il punto è che, almeno per adesso, il processo diplomatico resta un po’ sospeso. Pechino e Islamabad hanno presentato ieri un’iniziativa, che prevedrebbe un cessate il fuoco, l’avvio di colloqui di pace, lo stop agli attacchi alle infrastrutture energetiche, la riapertura di Hormuz e l’eventuale raggiungimento di un’intesa sotto l’egida dell’Onu. Secondo un funzionario, la Casa Bianca non sarebbe aprioristicamente contraria al piano. Dall’altra parte, Trump ha però rifiutato di dire al New York Post se stia o meno considerando di inviare Vance e Steve Witkoff in Pakistan per eventuali trattative con l’Iran.
Un Iran che, a sua volta, appare internamente spaccato tra un’ala dialogante e una contraria ai negoziati. Se la seconda fa capo ai pasdaran, la prima vede protagonisti il presidente Masoud Pezeshkian (che ieri ha aperto alla possibilità di chiudere il conflitto pur a determinate condizioni) e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi (che, sempre ieri, pur negando l’esistenza di trattative, ha ammesso di aver ricevuto alcuni «messaggi» diretti da Witkoff). Prova di questa spaccatura risiede nel fatto che, al netto delle critiche di Teheran alle proposte americane, la Repubblica islamica non abbia ancora dato una risposta ufficiale al piano di pace elaborato dalla Casa Bianca. D’altronde, secondo il New York Times, la decapitazione della leadership khomeinista da parte di Israele e degli Stati Uniti ha creato delle grosse difficoltà al processo decisionale interno al regime.
Se vuole raggiungere un accordo diplomatico, Trump deve quindi innanzitutto riuscire a isolare e a depotenziare i pasdaran. In secondo luogo, deve però anche fronteggiare gli alleati che vogliono proseguire il conflitto. Secondo il Times of Israel, ieri Benjamin Netanyahu ha detto che Israele starebbe «stringendo alleanze con i Paesi arabi che stanno valutando la possibilità di combattere insieme al nostro fianco». Sempre ieri, l’Associated Press riferiva che, dietro le quinte, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati arabi starebbero esortando Trump a proseguire la guerra contro la Repubblica islamica. Tutto questo, mentre l’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter, ha esplicitamente invocato un regime change a Teheran. Una posizione, questa, che cozza con quella di Trump, il quale auspica invece una soluzione venezuelana: interloquire, cioè, con alcuni pezzi del vecchio sistema di potere, dopo averli adeguatamente addomesticati. Questo tipo di opzione, ragionano alla Casa Bianca, consentirebbe a Washington di evitare costosi processi di nation building e di avviare in futuro una cooperazione con Teheran nel settore petrolifero.
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