Adesso anche Madrid alza il deficit. Da noi il limite esiste solo sui giornali

- Dopo la Francia, la Spagna ha annunciato all'Ue che non rispetterà gli impegni presi. Il dibattito nostrano, invece, è impiccato all'1,6% che Giovanni Tria non ha mai ufficializzato. Sforare si può, basta che la spesa sia «buona».
- Allargare la platea della tassazione al 15% è inutile se restano i diktat su beni, assunzioni e partecipazioni.
Lo speciale contiene due articoli.
La linea del Piave sarebbe il deficit all'1,6%. A fissare la soglia è stato nei fatti il Corriere della Sera nella firma e nella penna di Federico Fubini. La cifra non è mai stata pronunciata dal ministro dell'Economia Giovanni Tria. Gli è stata attribuita. È vero anche che non è mai stata smentita. Così come è vero che smentirla significherebbe soltanto confermarla. Tutto ciò per dire che, all'interno della maggioranza di governo, si litigherebbe su qualcosa che galleggia sull'acqua ed è scivoloso come una palla insaponata. La percentuale di deficit, come ha dimostrato ieri Emmanuel Macron confermando che una manovra può andare oltre i paletti purché sia chiara e lineare. Critichiamo, semmai, il fatto che gli interventi a sostegno di Sncf (circa 40 miliardi) finiscano nel bilancio pubblico.
Immaginare però che vengano tagliati 25 miliardi di tasse a fronte di uno sforamento non sembra avere controindicazioni. Purtroppo - per i francesi - l'indomani dell'annuncio, Macron ha reso pubblica la fregatura. L'extra gettito della patrimoniale transalpina nel 2019 varrà oltre 1,5 miliardi. In ogni caso si tratta di capire quali siano gli effetti espansivi sull'economia, e quanto riescano ad alzare il Pil. Anche perché il trend del rapporto tra debito e Pil punta decisamente sul 100%. Meno del 132% italiano, ma a Parigi il debito privato è molto più alto del nostro. A breve Bruxelles dovrà pronunciarsi. La Corte dei conti francese ha già bocciato l'iniziativa di Macron, ma la Commissione da ieri si trova un nuovo fronte «anti dogma» del contenimento di spesa.
In Spagna, ad esempio, il governo di minoranza guidato dal premier socialista Pedro Sanchez due settimane fa aveva comunicato a Bruxelles di non riuscire a centrare l'obiettivo di un deficit pari al 2,2% del Pil e puntare anzi a ottenere un 2,7%. Rinunciare ad alcuni tagli alle spese non garantirà comunque l'approvazione del budget, così Sanchez sta trattando con Podemos per ottenerne l'appoggio «trasversale», promettendo in cambio un incremento della tassazione sulle medie e grandi imprese, una stretta anti evasione e un prelievo sulle banche.
In aggiunta le accise sui diesel in tutta la penisola iberica verrebbero alzate sino al livello di quelle sulla benzina e il gettito (stimato in 2,1 miliardi di euro) andrebbe a finanziare la lotta al cambiamento climatico. Si discute anche della possibilità di introdurre una tassa sulle società di e-commerce calcolata sulla base del fatturato, una misura che pare fatta apposta per colpire Amazon e i grandi colossi mondiali dell'e-commerce senza pesare troppo sugli operatori più piccoli. Ieri la banca centrale spagnola ha fatto sapere che nemmeno il 2,7% sarà rispettato, ma si salirà di un ulteriore punto. In pratica, Madrid si allinea a Parigi.
Con ciò nessuno può pensare che la soglia del 2,8% possa essere valida per il nostro Paese. L'uscita di Luigi Di Maio («copiamo Macron») è da intendere sulla filosofia, non sui numeri. Almeno vogliamo sperare, anche se qualche esponente grillino sembra averla presa sul serio. Ieri ci ha pensato Paolo Savona, ministro per gli Affari comunitari, il quale davanti al Parlamento ha tenuto a puntualizzare l'importanza della riduzione del debito pubblico. Se il presidente del Consiglio e i ministri procedono zigzagando sulla manovra economica e sulla presentazione del Def, il ministro Savona, davanti alla commissione della Camera, «si è rivolto a sorpresa al suo stesso governo per sollecitarlo a un bagno di realismo. Un richiamo tanto più significativo dal momento che viene da una personalità spesso sottoposta ad accuse di euroscetticismo. La replica al vicepremier Di Maio, che vorrebbe per l'Italia uno sforamento del deficit sull'esempio francese, è stata secca: il governo italiano, ha assicurato Savona, starà al di sotto del 2,8% perché il debito pubblico rimane il fianco scoperto del nostro Paese, come ha spiegato ieri anche Daniela Ruffino, deputato di Fi. «Da Savona», ha proseguito la Ruffino, «sono venute secchiate di acqua fredda sugli entusiasmi grillini. Ha difeso l'Unione europea della quale c'è sempre necessità e ha evidenziato l'urgenza di ridurre le iniquità fiscali, altrimenti», ha detto citando il ministro, «il popolo vota poi in modo sbagliato».
Ovviamente questo è il punto di vista di Fi, stressato da esigenze di opposizione. Al di là delle opinioni, Savona fa bene a puntualizzare (implicitamente) due fatti. Il primo è che il deficit non è di per sé un dogma. Il secondo è che un elevato debito pubblico consente esigui margini di ampliamento del deficit. La percentuale di sforamento deve essere il punto di equilibrio tra la recessione e il rilancio. Se il punto viene azzeccato, allora c'è la possibilità che l'anno successivo il Pil cresca e di conseguenza scenda il rapporto con il debito. Lo choc fiscale sarebbe il benvenuto. Per questo da subito ci è piaciuta l'idea della flat tax, quella vera che rispetta il nome. Cioè tassa piatta che vale per tutti. Le toppe fiscali non vanno mai bene perché non indicano una strada precisa e se non bastasse ciò per capire che non vanno bene basta pensare che sono state la filosofia che ha caratterizzato gli ultimi anni.






