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2018-09-26
Adesso anche Madrid alza il deficit. Da noi il limite esiste solo sui giornali
Ansa
La linea del Piave sarebbe il deficit all'1,6%. A fissare la soglia è stato nei fatti il Corriere della Sera nella firma e nella penna di Federico Fubini. La cifra non è mai stata pronunciata dal ministro dell'Economia Giovanni Tria. Gli è stata attribuita. È vero anche che non è mai stata smentita. Così come è vero che smentirla significherebbe soltanto confermarla. Tutto ciò per dire che, all'interno della maggioranza di governo, si litigherebbe su qualcosa che galleggia sull'acqua ed è scivoloso come una palla insaponata. La percentuale di deficit, come ha dimostrato ieri Emmanuel Macron confermando che una manovra può andare oltre i paletti purché sia chiara e lineare. Critichiamo, semmai, il fatto che gli interventi a sostegno di Sncf (circa 40 miliardi) finiscano nel bilancio pubblico.
Immaginare però che vengano tagliati 25 miliardi di tasse a fronte di uno sforamento non sembra avere controindicazioni. Purtroppo - per i francesi - l'indomani dell'annuncio, Macron ha reso pubblica la fregatura. L'extra gettito della patrimoniale transalpina nel 2019 varrà oltre 1,5 miliardi. In ogni caso si tratta di capire quali siano gli effetti espansivi sull'economia, e quanto riescano ad alzare il Pil. Anche perché il trend del rapporto tra debito e Pil punta decisamente sul 100%. Meno del 132% italiano, ma a Parigi il debito privato è molto più alto del nostro. A breve Bruxelles dovrà pronunciarsi. La Corte dei conti francese ha già bocciato l'iniziativa di Macron, ma la Commissione da ieri si trova un nuovo fronte «anti dogma» del contenimento di spesa.
In Spagna, ad esempio, il governo di minoranza guidato dal premier socialista Pedro Sanchez due settimane fa aveva comunicato a Bruxelles di non riuscire a centrare l'obiettivo di un deficit pari al 2,2% del Pil e puntare anzi a ottenere un 2,7%. Rinunciare ad alcuni tagli alle spese non garantirà comunque l'approvazione del budget, così Sanchez sta trattando con Podemos per ottenerne l'appoggio «trasversale», promettendo in cambio un incremento della tassazione sulle medie e grandi imprese, una stretta anti evasione e un prelievo sulle banche.
In aggiunta le accise sui diesel in tutta la penisola iberica verrebbero alzate sino al livello di quelle sulla benzina e il gettito (stimato in 2,1 miliardi di euro) andrebbe a finanziare la lotta al cambiamento climatico. Si discute anche della possibilità di introdurre una tassa sulle società di e-commerce calcolata sulla base del fatturato, una misura che pare fatta apposta per colpire Amazon e i grandi colossi mondiali dell'e-commerce senza pesare troppo sugli operatori più piccoli. Ieri la banca centrale spagnola ha fatto sapere che nemmeno il 2,7% sarà rispettato, ma si salirà di un ulteriore punto. In pratica, Madrid si allinea a Parigi.
Con ciò nessuno può pensare che la soglia del 2,8% possa essere valida per il nostro Paese. L'uscita di Luigi Di Maio («copiamo Macron») è da intendere sulla filosofia, non sui numeri. Almeno vogliamo sperare, anche se qualche esponente grillino sembra averla presa sul serio. Ieri ci ha pensato Paolo Savona, ministro per gli Affari comunitari, il quale davanti al Parlamento ha tenuto a puntualizzare l'importanza della riduzione del debito pubblico. Se il presidente del Consiglio e i ministri procedono zigzagando sulla manovra economica e sulla presentazione del Def, il ministro Savona, davanti alla commissione della Camera, «si è rivolto a sorpresa al suo stesso governo per sollecitarlo a un bagno di realismo. Un richiamo tanto più significativo dal momento che viene da una personalità spesso sottoposta ad accuse di euroscetticismo. La replica al vicepremier Di Maio, che vorrebbe per l'Italia uno sforamento del deficit sull'esempio francese, è stata secca: il governo italiano, ha assicurato Savona, starà al di sotto del 2,8% perché il debito pubblico rimane il fianco scoperto del nostro Paese, come ha spiegato ieri anche Daniela Ruffino, deputato di Fi. «Da Savona», ha proseguito la Ruffino, «sono venute secchiate di acqua fredda sugli entusiasmi grillini. Ha difeso l'Unione europea della quale c'è sempre necessità e ha evidenziato l'urgenza di ridurre le iniquità fiscali, altrimenti», ha detto citando il ministro, «il popolo vota poi in modo sbagliato».
Ovviamente questo è il punto di vista di Fi, stressato da esigenze di opposizione. Al di là delle opinioni, Savona fa bene a puntualizzare (implicitamente) due fatti. Il primo è che il deficit non è di per sé un dogma. Il secondo è che un elevato debito pubblico consente esigui margini di ampliamento del deficit. La percentuale di sforamento deve essere il punto di equilibrio tra la recessione e il rilancio. Se il punto viene azzeccato, allora c'è la possibilità che l'anno successivo il Pil cresca e di conseguenza scenda il rapporto con il debito. Lo choc fiscale sarebbe il benvenuto. Per questo da subito ci è piaciuta l'idea della flat tax, quella vera che rispetta il nome. Cioè tassa piatta che vale per tutti. Le toppe fiscali non vanno mai bene perché non indicano una strada precisa e se non bastasse ciò per capire che non vanno bene basta pensare che sono state la filosofia che ha caratterizzato gli ultimi anni.
I paletti dei «minimi» ostacolano la flat tax
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Dopo la Francia, la Spagna ha annunciato all'Ue che non rispetterà gli impegni presi. Il dibattito nostrano, invece, è impiccato all'1,6% che Giovanni Tria non ha mai ufficializzato. Sforare si può, basta che la spesa sia «buona».Allargare la platea della tassazione al 15% è inutile se restano i diktat su beni, assunzioni e partecipazioni.Lo speciale contiene due articoli.La linea del Piave sarebbe il deficit all'1,6%. A fissare la soglia è stato nei fatti il Corriere della Sera nella firma e nella penna di Federico Fubini. La cifra non è mai stata pronunciata dal ministro dell'Economia Giovanni Tria. Gli è stata attribuita. È vero anche che non è mai stata smentita. Così come è vero che smentirla significherebbe soltanto confermarla. Tutto ciò per dire che, all'interno della maggioranza di governo, si litigherebbe su qualcosa che galleggia sull'acqua ed è scivoloso come una palla insaponata. La percentuale di deficit, come ha dimostrato ieri Emmanuel Macron confermando che una manovra può andare oltre i paletti purché sia chiara e lineare. Critichiamo, semmai, il fatto che gli interventi a sostegno di Sncf (circa 40 miliardi) finiscano nel bilancio pubblico.Immaginare però che vengano tagliati 25 miliardi di tasse a fronte di uno sforamento non sembra avere controindicazioni. Purtroppo - per i francesi - l'indomani dell'annuncio, Macron ha reso pubblica la fregatura. L'extra gettito della patrimoniale transalpina nel 2019 varrà oltre 1,5 miliardi. In ogni caso si tratta di capire quali siano gli effetti espansivi sull'economia, e quanto riescano ad alzare il Pil. Anche perché il trend del rapporto tra debito e Pil punta decisamente sul 100%. Meno del 132% italiano, ma a Parigi il debito privato è molto più alto del nostro. A breve Bruxelles dovrà pronunciarsi. La Corte dei conti francese ha già bocciato l'iniziativa di Macron, ma la Commissione da ieri si trova un nuovo fronte «anti dogma» del contenimento di spesa. In Spagna, ad esempio, il governo di minoranza guidato dal premier socialista Pedro Sanchez due settimane fa aveva comunicato a Bruxelles di non riuscire a centrare l'obiettivo di un deficit pari al 2,2% del Pil e puntare anzi a ottenere un 2,7%. Rinunciare ad alcuni tagli alle spese non garantirà comunque l'approvazione del budget, così Sanchez sta trattando con Podemos per ottenerne l'appoggio «trasversale», promettendo in cambio un incremento della tassazione sulle medie e grandi imprese, una stretta anti evasione e un prelievo sulle banche. In aggiunta le accise sui diesel in tutta la penisola iberica verrebbero alzate sino al livello di quelle sulla benzina e il gettito (stimato in 2,1 miliardi di euro) andrebbe a finanziare la lotta al cambiamento climatico. Si discute anche della possibilità di introdurre una tassa sulle società di e-commerce calcolata sulla base del fatturato, una misura che pare fatta apposta per colpire Amazon e i grandi colossi mondiali dell'e-commerce senza pesare troppo sugli operatori più piccoli. Ieri la banca centrale spagnola ha fatto sapere che nemmeno il 2,7% sarà rispettato, ma si salirà di un ulteriore punto. In pratica, Madrid si allinea a Parigi.Con ciò nessuno può pensare che la soglia del 2,8% possa essere valida per il nostro Paese. L'uscita di Luigi Di Maio («copiamo Macron») è da intendere sulla filosofia, non sui numeri. Almeno vogliamo sperare, anche se qualche esponente grillino sembra averla presa sul serio. Ieri ci ha pensato Paolo Savona, ministro per gli Affari comunitari, il quale davanti al Parlamento ha tenuto a puntualizzare l'importanza della riduzione del debito pubblico. Se il presidente del Consiglio e i ministri procedono zigzagando sulla manovra economica e sulla presentazione del Def, il ministro Savona, davanti alla commissione della Camera, «si è rivolto a sorpresa al suo stesso governo per sollecitarlo a un bagno di realismo. Un richiamo tanto più significativo dal momento che viene da una personalità spesso sottoposta ad accuse di euroscetticismo. La replica al vicepremier Di Maio, che vorrebbe per l'Italia uno sforamento del deficit sull'esempio francese, è stata secca: il governo italiano, ha assicurato Savona, starà al di sotto del 2,8% perché il debito pubblico rimane il fianco scoperto del nostro Paese, come ha spiegato ieri anche Daniela Ruffino, deputato di Fi. «Da Savona», ha proseguito la Ruffino, «sono venute secchiate di acqua fredda sugli entusiasmi grillini. Ha difeso l'Unione europea della quale c'è sempre necessità e ha evidenziato l'urgenza di ridurre le iniquità fiscali, altrimenti», ha detto citando il ministro, «il popolo vota poi in modo sbagliato».Ovviamente questo è il punto di vista di Fi, stressato da esigenze di opposizione. Al di là delle opinioni, Savona fa bene a puntualizzare (implicitamente) due fatti. Il primo è che il deficit non è di per sé un dogma. Il secondo è che un elevato debito pubblico consente esigui margini di ampliamento del deficit. La percentuale di sforamento deve essere il punto di equilibrio tra la recessione e il rilancio. Se il punto viene azzeccato, allora c'è la possibilità che l'anno successivo il Pil cresca e di conseguenza scenda il rapporto con il debito. Lo choc fiscale sarebbe il benvenuto. Per questo da subito ci è piaciuta l'idea della flat tax, quella vera che rispetta il nome. Cioè tassa piatta che vale per tutti. 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L'obiettivo della delegazione governativa leghista è innalzare fino a 65.000 euro la soglia di fatturato entro cui si potrà accedere al beneficio (oggi oscilla tra i 30 e i 50.000 euro), allargando in modo notevolissimo la platea dei soggetti interessati: così facendo, secondo le prime stime, al milione di partite Iva che già godono di questo regime, se ne potrebbero aggiungere almeno altre 600.000. E un trattamento altrettanto interessante (tassazione al 20%, quindi comunque di favore) potrebbe essere previsto per chi avrà un fatturato tra i 65.000 e i 100.000 euro annui. Su tutto questo, ci sono tre aspetti positivi da sottolineare, a cui va aggiunto un suggerimento, un accorgimento per rendere la misura ancora più larga ed efficace. Il primo aspetto positivo è che siamo davvero a un passo da un primo avvio della flat tax, sia pure con la variante anomala di una doppia aliquota. Ma il fatto nuovo è la volontà di partire sul serio, dando avvio a un'operazione di legislatura, che anno dopo anno - nelle successive manovre - potrà essere ulteriormente estesa e arricchita. Tra l'altro, se fossero confermate le voci di questi giorni, già in questa legge di bilancio dovrebbero trovare spazio, oltre alle misure pro partite Iva, anche un intervento forte per l'abbassamento dell'Ires, l'estensione della cedolare secca agli affitti commerciali, il varo di un regime di speciale vantaggio per le start up, più la «pace fiscale». Complessivamente, quindi, un pacchetto fiscale di notevole interesse: non uno choc fiscale trumpiano, ma comunque un primo, deciso e consistente passo nella direzione giusta. La seconda buona notizia sta nell'attenzione ai piccoli e ai piccolissimi: iniziare dalle partite Iva di dimensione più ridotta è un altro segnale da non sottovalutare. Il terzo aspetto è una scelta apprezzabile anche in termini di tecnica legislativa: proprio per evitare dispute ideologiche sulla flat tax (infondate ma altrimenti inevitabili), ci sembra valida l'idea di partire da uno strumento già esistente (il regime forfettario dei minimi, appunto), estendendolo e allargandolo. I critici che erano già pronti con la matita rossa e blu avranno così più difficoltà a usarla. Tutto ciò premesso, resta un suggerimento e insieme un incoraggiamento al governo, affinché corregga alcuni paletti che derivano dalla situazione pre esistente, e che, se confermati, rischierebbero di depotenziare la misura, restringendo la platea, e paradossalmente premiando meno coloro che più ne avrebbero bisogno (e merito). Di che si tratta? Secondo l'attuale regime dei minimi, per accedere al trattamento agevolato (tasse al 15%), non basta che una partita Iva abbia un fatturato inferiore a una certa soglia (quella che ora la Lega vuole positivamente alzare a 65.000 euro annui, come detto), ma occorre anche che la spesa per i dipendenti sia bassissima (non più di 5.000 euro annui, addirittura lordi) e che il costo dei beni strumentali non superi i 20.000 euro. Un ulteriore limite, anch'esso discutibile, è quello per cui la partita Iva non deve essere socia di società e associazioni professionali. Sarebbe un'eccellente notizia se il governo decidesse di forzare questi paletti un po' angusti: altrimenti, pur nel quadro di un intervento assai positivo, si rischierebbe il paradosso di vedere escluse dal beneficio - a parità di fatturato - le partite Iva che assumono un collaboratore, che lo pagano regolarmente (evitando il nero), oppure che investono per irrobustire la propria attività. Tra l'altro, allentare quei paletti restrittivi produrrebbe un ulteriore elemento di spinta all'economia, evitando che la partita Iva «esageri» nel rimanere piccola, e anzi incoraggiandola a non aver paura di crescere e scommettere sul futuro, e spingendola a mettere in atto comportamenti per potenziare la propria attività, anziché esser tentata di «volare basso» (nel fatturato, negli investimenti, nell'assunzione di collaboratori) nel timore di perdere il beneficio. Non si tratta solo di dettagli tecnici, come si vede: ma di accorgimenti che investono davvero la portata e l'efficacia della misura, oggetto di sollecitazione anche da parte del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti (Cndcec).
Marco Rubio (Ansa)
In Vaticano, Rubio dovrebbe incontrare Leone XIV e il cardinale Pietro Parolin. Separatamente, il capo del dipartimento di Stato americano avrà dei faccia a faccia con Antonio Tajani e Guido Crosetto. Non è escluso un incontro con Giorgia Meloni. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, Donald Trump aveva polemizzato tanto con il pontefice quanto con l’inquilina di Palazzo Chigi. L’imminente viaggio del segretario di Stato americano punta quindi, evidentemente, a ricomporre la duplice frattura. In tal senso, non è probabilmente un caso che il presidente statunitense abbia scelto proprio Rubio per questa delicata missione: oltre a essere cattolico, si tratta probabilmente della figura che, all’interno dell’attuale amministrazione di Washington, risulta meno fredda nei confronti della Nato e, più in generale, del Vecchio continente. Ricordiamo, inoltre, che, oltre a essere segretario di Stato, Rubio riveste anche l’incarico di consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che lo rende, insieme a JD Vance, probabilmente l’uomo più vicino a Trump in questo momento.
L’attuale presidente americano ha vinto nettamente il voto cattolico nel 2024 e sa di aver bisogno di questo elettorato in vista delle Midterm di novembre. In prospettiva, tale voto sarà decisivo anche per le presidenziali del 2028. Sotto questo aspetto, non è un mistero che Rubio e Vance, entrambi cattolici, puntino alla nomination del Partito repubblicano. Senza dimenticare che, entrando in rotta di collisione con Leone, Trump rischia di rafforzare indirettamente quei settori filocinesi della Chiesa che uscirono sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Dall’altra parte, è vero che la Casa Bianca è ai ferri corti con i vescovi statunitensi su varie questioni: dall’immigrazione alla guerra in Iran. Tuttavia, è anche vero che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dei cattolici americani per Trump sarebbe aumentato da marzo ad aprile. Inoltre, fin quando non si libererà della sua ala woke, il Partito democratico statunitense farà fatica a recuperare terreno tra i fedeli alla Chiesa di Roma. Al di là delle sue politiche energicamente abortiste, l’amministrazione Biden usò l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti e gli stessi attivisti pro-life.
Veniamo, poi, al rapporto con il governo Meloni. Trump sa che la sponda con l’attuale inquilina di Palazzo Chigi gli è stata necessaria per arginare quei leader europei che, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, volevano (e vogliono ancora) imprimere a Bruxelles una svolta filocinese. Al contempo, la forza della Meloni sul piano internazionale è sempre stata in gran parte dovuta al suo stretto rapporto con gli Usa: rapporto che il premier aveva costruito già ai tempi di Joe Biden. La rottura tra Roma e Washington, significativamente celebrata da ampi settori del campo largo, è un regalo alla Francia di Macron. E questo non è certo un bene per gli interessi italiani. Tra l’altro, è indicativo che Rubio si appresti a venire nel nostro Paese proprio mentre si acuiscono le fibrillazioni tra Trump e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz.
Chiaramente la doppia ricucitura con la Santa Sede e Palazzo Chigi passerà anche da come si evolverà la crisi iraniana: uno scenario di guerra che, notoriamente, è stata alla base della rottura del presidente americano sia con Leone sia con la Meloni. Al momento, la diplomazia sembra attraversare un momento di difficoltà: Trump ha esaminato la nuova proposta iraniana e ha dichiarato di ritenerla «inaccettabile» e non ha escluso una ripresa degli attacchi, qualora gli ayatollah «si comportino male». Nel frattempo, Washington mantiene in vigore il blocco navale ai porti iraniani come strumento di pressione negoziale. «Stiamo soffocando il regime», ha detto, a tal proposito, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
Come che sia, secondo Al Jazeera, il piano iraniano prevedrebbe una prima fase, in cui, il cessate il fuoco si trasformerebbe in una pace permanente nel giro di 30 giorni. Frattanto, lo Stretto di Hormuz verrebbe gradualmente riaperto, mentre gli Usa rinuncerebbero allo sbarramento navale. Nella seconda fase, la Repubblica islamica congelerebbe l’arricchimento dell’uranio per un massimo di 15 anni, riprendendolo poi a un tasso del 3,6%. Il regime khomeinista manterrebbe gli impianti atomici, ma si impegnerebbe a ridurre gradualmente le proprie scorte di uranio arricchito. Washington, dal canto suo, sbloccherebbe man mano i fondi iraniani congelati e revocherebbe le sanzioni sulla base dei progressi in ambito nucleare. La terza fase, infine, vedrebbe l’avvio di un dialogo strategico tra Teheran e i Paesi arabi.
Ieri sera, l’Iran ha reso noto di aver ricevuto la risposta statunitense alla propria proposta. Solo i prossimi giorni ci diranno se il processo diplomatico tra americani e iraniani riuscirà a essere rilanciato.
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Un volo intorno al mondo, una donna pilota decisa a farcela e un aeroplano carico che di più non si sarebbe staccato da terra. Ecco la storia di Jerrie Mock.
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Che è arrivato il Primo maggio con la lettera aperta del presidente Ucoii, Yassine Baradai, «alle lavoratrici e ai lavoratori d’Italia, alle parti sociali, alle istituzioni e al mondo imprenditoriale: una riflessione sulla dignità del lavoro nella tradizione islamica e un richiamo onesto sull’islamofobia, sulle discriminazioni che colpiscono in particolare le donne, e sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Sì, avete letto bene: l’Ucoii, in un’articolata piattaforma politica, ci infila la richiesta «sul mancato riconoscimento delle due festività religiose annuali e della preghiera del venerdì». Riprenderemo tra poco i passaggi della lettera, non prima però di aver sottolineato due aspetti: il ruolo politico che Ucoii vuole giocare e la piattaforma che ne consegue, partendo dai diritti dei lavoratori di fede musulmana, discriminati rispetto alla pratica religiosa.
Più volte avevamo evidenziato che la leva che il mondo islamico avrebbe usato per entrare sempre più nella società italiana sarebbe stata quella del lavoro e così è stato. E lo sarà sempre di più. Qui non si tratta di rivendicare diritti salariali o di altra natura che sono universali e degnissimi di lotte (certo, se blocchi i trasporti con la frequenza degli ultimi tempi, il danno lo fai ai cittadini comuni…); no, in questo caso si mette l’accento sull’appartenenza a una religione e all’equiparazione delle feste islamiche con il Natale, la Pasqua e la domenica. Nella lettera si avverte il peso di chi ha il polso della situazione, di chi sa che ci sono aree produttive del Paese che dipendono da lavoratori stranieri, accomunati dalla pratica islamica. Quindi è la somma di costoro che conferisce peso politico. Religione, presenza notevole sul lavoro, identità: i musulmani in Italia ci sono e vogliono pesare. L’Ucoii oggi si presenta in una declinazione sindacale, domani «elettorale» con una sua appendice organizzata: perché escluderlo visto che poco alla volta le istanze della comunità islamica aumentano di peso? E perché dovrebbero essere solo ospitati nelle liste altrui?
L’Ucoii insomma guadagna terreno e vuole che le impronte siano ben visibili. «Nella tradizione islamica il lavoro lecito è uno dei più nobili atti di adorazione. Il profeta Muhammad (pace e benedizione su di lui) insegnava che nessuno ha mai mangiato cibo migliore di quello guadagnato con il lavoro delle proprie mani, e ammoniva: “Date al lavoratore il suo salario prima che il suo sudore si asciughi”». La lettera di Baradai fa riferimento al «profeta Maometto» per parlare dei diritti, una sottolineatura sottile e persino raffinata se si coglie il senso della scelta del cardinale Prevost di diventare papa Leone XIV, raccogliendo l’eredità di quel Leone XIII, «padre» della Rerum Novarum. Il presidente dell’Ucoii sa che semmai i lavoratori riscoprissero il senso della sfida spirituale contro le tentazioni malefiche dei padroni di Big Tech, quelli di fede musulmana sarebbero più strutturati rispetto agli altri; e questo perché il sindacato cattolico Cisl non ha saputo reggere lo scontro politico con la Cgil (che tra l’altro teme a sinistra Usb e Cobas), non avendo un partito cattolico di riferimento.
È in questo spazio di liquidità e di «secolarizzazione» del lavoro che l’Ucoii penetra avanzando una rivendicazione precisa: «Le discriminazioni esistono e hanno un nome: islamofobia. Sono quelle che colpiscono in fase di assunzione chi porta un nome arabo o un cognome riconoscibile come musulmano. Sono quelle che si traducono in carriere bloccate, in mansioni dequalificanti, in battute “innocenti” che diventano ambiente ostile». E ancora: «Vi sono poi i diritti legati alla dimensione spirituale, che la nostra Costituzione tutela all’art. 19 ma che nel mondo del lavoro restano spesso lettera morta. Le due feste canoniche dell’islam - l’Eid al-fitr, al termine del Ramadan, e l’ʿId al-Adha, la Festa del Sacrificio - sono per noi musulmani ciò che il Natale e la Pasqua rappresentano per i cristiani: due sole giornate l’anno. Eppure ancora oggi un lavoratore musulmano deve troppe volte chiedere ferie, scambiare turni, giustificare la propria assenza come fosse una stranezza, mentre molti datori di lavoro negano il permesso. Servono intese collettive che riconoscano queste due festività come diritto contrattualmente esigibile, sul modello già praticato in altri Paesi europei. La preghiera del venerdì è obbligo religioso comunitario e si svolge in una breve finestra a metà giornata. Una pausa di 40 minuti, una flessibilità d’orario, un permesso retribuito o recuperabile: pratiche semplici, già adottate da aziende lungimiranti, che permettono a milioni di cittadini italiani di onorare la propria fede senza venir meno ai propri doveri professionali. Non sono privilegi: sono accomodamenti ragionevoli».
Nella lettera dal forte sapore sindacale si rimarcano le questioni legate «al mancato rispetto per la donna, in particolare quelle che indossano il velo; alla disponibilità di pasti rispettosi delle prescrizioni alimentari nelle mense aziendali; luoghi dignitosi per la preghiera quotidiana; il rispetto durante il mese di Ramadan per chi pratica il digiuno […] Nessuno dev’essere costretto a scegliere tra la propria fede e il proprio posto di lavoro».
L’islam ha lanciato una sfida precisa al sindacato e soprattutto alla politica: vediamo chi lo ha capito ed è in grado di elaborare una risposta culturale.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Del resto, lei sembra l’uomo adatto. Dopo otto anni di presidenza della Figc, infatti, lascia il mondo del calcio in uno stato comatoso: l’Italia esclusa dal Mondiale per la terza volta di fila, le squadre italiane che collezionano figuracce nelle coppe europee, il mondo arbitrale travolto da un nuovo scandalo. «Bisogna saper sognare, progettare, credere», disse nel 2018 quando fu eletto. Non è riuscito a fare nulla di quello che aveva promesso. E questa mi pare un’ottima premessa per diventare un leader politico. Basta sostituire la Schlein con Gattuso, e Conte (Giuseppe) con Conte (Antonio), e il gioco è fatto. Di Buffon, per altro, in Parlamento ne troverà quanti ne vuole.
Pugliese di Castellaneta (Taranto), trapiantato in Abruzzo, laurea in giurisprudenza, di professione imprenditore, già presidente del Castel di Sangro e consigliere Figc dal 1992 (34 anni!), lei colleziona da sempre poltrone e potere nel mondo dello sport. Però di fronte all’attuale sfascio non si sente responsabile. «Ha fallito?», le ha chiesto Lilli Gruber. «No». Poi ha aggiunto che si sente «capro espiatorio», che ha avuto «penalizzazioni incredibili» e che c’è una «parte endogena e una parte esogena», qualsiasi cosa voglia dire. Non è perfetto per una campagna elettorale? È riuscito a dire in tv che Gattuso, pur facendosi eliminare dai Mondiali, «ha centrato l’obiettivo». A raccontar balle nemmeno Renzi è bravo così.
«Non temo per la qualificazione ai Mondiali in Qatar», disse nel dicembre 2021. Tre mesi dopo siamo stati eliminati dai Mondiali in Qatar. «Andremo ai Mondiali negli Usa anche a nuoto», ha ripetuto nel marzo 2026. Dieci giorni dopo siamo stati eliminati dai Mondiali negli Usa. «Noi siamo professionisti, mica altri sport che sono dilettanti», ha commentato a caldo, suscitando l’ira degli sportivi «dilettanti» che, a differenza degli strapagati calciatori professionisti, con la maglia azzurra vincono eccome. Una gaffe dopo l’altra, insomma: roba che persino il ministro Giuli faticherebbe a starle dietro. «Sono ottimista per gli Europei del 2032 che si giocheranno in Italia e Turchia», ha aggiunto l’altro giorno in tv. E tutti hanno cominciato a toccarsi. Bisogna capirli: la salute del nostro calcio, ormai, è peggio che grave, è Gravina. Ma per lei è venuto il momento di dedicarsi ad altro. Perciò le scriviamo questa cartolina: per augurarle di guidare presto, come solo lei sa fare, il campo largo della sinistra. Non si preoccupi: si troverà a casa. Anche loro, in fondo, sono da tempo nel pallone.
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