Non c’è niente da fare: l’Unione europea non accetta la messa in discussione di un suo «dogma», se pur inventato di sana pianta, inutile anzi dannoso.
Il dogma in questione è la famigerata regola del 3% nel rapporto deficit/Pil, quella su cui da decenni si impiccano i governi, i quali non hanno solo i mercati del debito sovrano come platea da rassicurare, ma hanno soprattutto i cittadini, cioè quel famoso popolo che - Costituzione italiana alla mano - è ancor più sovrano. Considerare quel limite come un valore negoziabile e non un comandamento intoccabile come invece si sta facendo da troppo tempo (nonostante lo stesso «creatore» del valore ammise la totale mancanza di significato tecnico) è pertanto una sfida che questo governo deve portare avanti senza indugio, a maggior ragione ora che sull’energia rischiamo grossi contraccolpi di tenuta sociale oltre che crisi economiche e industriali.
Com’è noto, l’Italia ha chiesto di agire su due leve: la prima è lo sforamento del deficit, anche per toccare le accise; la seconda riguarda un incremento di tassazione sugli «extraprofitti» per le multinazionali dell’energia. Cosa è successo invece? Che il solito commissario del nord Europa, titolare della materia energetica, Dan Jorgensen, si è preso la briga di favellare con il Financial Times e indicare la rotta secondo le intenzioni dell’intera Commissione Ue. Il messaggio della squadra diretta dalla sempre più imbarazzante Ursula von der Leyen è il seguente: la crisi energetica non diventi una crisi fiscale, quindi niente variazioni alla liturgia. Per il nostro Paese, rinunciare a tagliare le accise vorrebbe dire trovarsi, in soldoni, col diesel a circa 2,5 euro al litro. Un massacro.
Mi sia concesso uno sfogo: ma è mai possibile che in Italia ragioniamo su dimissioni e cambi di squadra per via di alcune inchieste e in Europa la signora Von der Leyen può restare al suo posto nonostante due decisioni avverse sulla trasparenza negoziale rispetto all’acquisto dei vaccini, cioè il più grosso contratto mai stipulato dall’Unione? E nonostante ci sia un processo intentato dal New York Times contro di lei proprio sui rapporti con Big Pharma? Possibile che nessuno sollevi la questione, mentre ci appassioniamo delle vicende della Santanchè?
In poche parole l’Unione europea ha cominciato un’azione di contrasto politico contro i governi - Italia in testa, Polonia e Spagna a seguire - che non si vogliono allineare alla rigidità fiscale e che hanno già ridotto le tasse sui carburanti. Contro queste manovre e l’idea di una maggiore flessibilità rispetto al 3%, si è appunto pronunciato in un colloquio con il Financial Times il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen: «Si tratta di uno sforzo coordinato della Commissione. Ciò che accade in un settore dell’economia può avere ripercussioni su tutta la società. Per questo stiamo fornendo consulenza tecnica e un supporto ai Paesi per definire gli strumenti di politica economica che intendono utilizzare all’interno dello spazio fiscale disponibile».
Ora mi domando: ma questi signori che la sinistra manda nel «governo» europeo a trattare le politiche energetiche (Jorgensen è espressione del Pse, quota Partito socialdemocratico danese) hanno capito che non è più aria di rigorismo? Hanno capito che ci sono guerre che destabilizzano tutto? E che nei nuovi scenari, l’Europa non conta un fico secco? Evidentemente no, infatti la signora Ursula coi socialisti ci ha costruito il suo bis presidenziale. Dunque se a Bruxelles non lo capiscono, tocca a Roma mandare dei segnali forti. In primis contro la Von der Leyen, alla quale il governo italiano deve mandare il seguente messaggio: «Non abbiamo intenzione di far pagare il prezzo dell’ennesima crisi ai cittadini, quindi se volete spendere soldi in armi e in altre diavolerie, sappiate che noi spenderemo altrettanto per il popolo». In altre parole, noi sforiamo e voi tenete a bada i sinistrelli vari, specie se arrivano dal nord Europa.
Le ciance e i consigli di Jorgensen per stare dentro gli spazi fiscali disponibili hanno il sapore della presa in giro o, peggio, della difesa delle multinazionali energetiche, alle quale infatti l’idea di aliquote fiscali hard sugli extraprofitti non piace proprio. Infatti dalle parole di Jorgensen, a nome dell’intera Commissione, si capisce l’ostruzionismo europeo verso questa tassa straordinaria a livello continentale e rispetto alle idee di sussidi energetici, tagli fiscali e tetti ai prezzi, più protratti nel tempo. «Il conflitto», ha proseguito il commissario all’Energia, «comporta purtroppo un elevato rischio di un aumento dell’inflazione, con tutti gli effetti negativi che ne derivano. Per questo esortiamo al coordinamento e alla prudenza». Già, tanto ai commissari che importa se la gente si arrabbia? Mica devono fare i conti con il popolo; mica hanno elezioni da vincere, loro; mica devono controllare un equilibrio sociale che rischia di saltare. La democrazia che passa dal giudizio dei cittadini è una questione che a Bruxelles non si sono mai dovuti porre.




