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2022-09-03
«Seppelliamo i feti». E il Pd e la Cirinnà si scatenano contro Fdi
Monica Cirinnà (Getty Images)
È sempre interessante notare come, al momento opportuno, gli intellettuali progressisti siano pronti a serrare i ranghi e trasformarsi in fedeli portatori d’acqua per i partiti di riferimento. Anche persone che, in passato, avevano mostrato notevole apertura mentale e indipendenza di pensiero, quando il dovere chiama si corazzano ed entrano nell’arena, disposte a dimenticare le precedenti posizioni pur di essere utili alla causa. Prendiamo Mirella Serri e Natalia Aspesi. La prima ha pubblicato negli anni saggi interessanti, non esattamente proni all’ortodossia sinistrorsa, tanto che la si sarebbe immaginata «terzista». La seconda, mesi fa, ha deliziato i lettori di Repubblica con furenti attacchi alle menate politicamente corrette e al femminismo plastificato che oggi va per la maggiore. Ebbene, nelle ultime settimane entrambe hanno imbracciato il mitragliatore e hanno iniziato a sparare raffiche contro la destra (o, meglio, contro chiunque non si dichiari di sinistra), scatenando una potenza di fuoco che appare leggermente sovradimensionata. Tradotto: la sparano grossa, troppo grossa, e non si capisce se lo facciano per spaventare i lettori o perché, alla fine dei conti, il vizio di fondo del post comunista non si perde mai.
Fatto sta che le due signore da qualche tempo - e ieri in particolare - firmano editoriali allarmati per sostenere che la destra, una volta giunta al potere, cancellerà ogni possibile diritto per tutte le minoranze disponibili. Non vale la pena riprendere i passaggi dei singoli articoli, che spesso risultano perfino sgradevoli per via dei toni supponenti o del disprezzo riservato all’avversario, lo stesso che saltuariamente si diletta a esibire anche un autore intelligente come Michele Serra. Il succo l’abbiamo capito: con Giorgia Meloni premier e Matteo Salvini in qualche altra posizione di grande potere, dicono i gauchiste di provata fede, torneremo al Medioevo, le donne saranno obbligate a tornare in cucina e non potranno abortire, mentre i gay verranno inseguiti per strada e torturati, e solo agli immigrati spetterà una sorte peggiore (forse il linciaggio o l’impiccagione, a seconda dei programmi dei vari partiti).
Ora, è evidente a chiunque che nulla di tutto questo accadrà. Grazie al cielo, in Italia esistono leggi che puniscono i bruti che aggrediscono le persone per strada, e in teoria basterebbe solo farle rispettare. Esiste pure una norma che disciplina l’interruzione di gravidanza, e non c’è partito che proponga di cancellarla. Quanto all’immigrazione, l’unico rischio è che continui ad aumentare in maniera sproporzionata, costringendo migliaia di persone ad affollarsi in centri di accoglienza già collassati. Insomma, la destra non farà nulla per riportare la nazione al 1250, e non avrebbe i mezzi per farlo nemmeno se volesse.
Qui, semmai, il nodo della questione è un altro e riguarda più direttamente il fronte progressista e il fastidio che ogni volta dimostra per i diritti altrui. Proprio perché esiste una legge, non si capisce perché non si possa proporre di attuarla pienamente, compresa cioè la parte iniziale in cui si ribadisce che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite». La stessa legge, la 194, consente anche di fornire assistenza che contribuisca «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza», e precisa che i consultori possono «avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita» (definizione che ricomprende le organizzazioni pro life).
Finora, gli unici tentativi di aggirare la 194 sono arrivati da sinistra, e ci riferiamo in particolare alle linee guida emesse da Roberto Speranza che consentono la somministrazione della pillola abortiva senza ricovero ospedaliero sostanzialmente ovunque. Si tratta, in questo caso, di un notevole cambiamento di cui in Parlamento non si è discusso: l’ha imposto un ministro espressione di un partito inesistente.
Invece dovrebbe passare dal Parlamento, come le regole della democrazia prevedono, la proposta del senatore di Fdi, Luca De Carlo, per la sepoltura dei feti abortiti. Tale progetto di legge è stato presentato lo scorso novembre e non è mai stato esaminato (questo è l’interesse che i temi cosiddetti etici riscuotono in aula), e pare che De Carlo intenda farsi sotto di nuovo. Il suo testo prevede la modifica dell’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria: oggi la sepoltura del feto è a discrezione dei genitori, se la nuova legge passasse diverrebbe un diritto da riconoscere automaticamente anche per «i bambini non nati di età inferiore a 28 settimane».
Manco a dirlo, le esponenti del Pd e di +Europa hanno già scatenato l’inferno. Gridano che si tratti di una intollerabile violazione dei diritti delle donne, urlano che il corpo della donna non si tocca, eccetera. Sinceramente, tuttavia, non si capisce dove sia la lesione della dignità femminile: mettere il corpicino morto in una cassetta e seppellirlo o cremarlo è una offesa? Attualmente, persino per i genitori che ne facciano richiesta è difficile ottenere la sepoltura del feto: per lo più, i non nati sono trattati come rifiuti organici. Finiscono nel pattume, come bucce di banana o residui di cibo. Per chi ritiene che la vita inizi dal concepimento, si tratta di una situazione angosciante. Per chi invece pensa che un feto abortito non sia vita, beh, in quel caso che differenza fa? Ci tiene a che il corpicino venga buttato in discarica e non in una area apposita dentro un cimitero? Suggestivo. Monica Cirinnà, tanto per fare un esempio, parla con fastidio di «un cavallo di battaglia della destra», che sarebbe emblematico di una cultura «profondamente illiberale». Beh allora ci dica, che ci sarebbe di illiberale nel seppellire degnamente un essere vivente? Sarebbe più liberale gettare un esserino di 27 settimane in un cassonetto dell’umido? A quanto pare, per la Cirinnà, solo i soldi meritano di essere seppelliti, magari in giardino vicino alla cuccia del cane.
La sensazione, qui, è appunto che ai sinceri democratici non interessi affatto ledere la dignità altrui. Se un diritto (vero o soprattutto presunto) non porta vantaggi a fini elettorali, allora si può serenamente calpestare. I bambini si possono eliminare tramite pillola somministrabile anche ai minorenni; ai minori si possono somministrare bloccanti della pubertà in attesa che cambino sesso chirurgicamente, anche in assenza di approfondita riflessione sul tema; gli stessi ragazzini possono tranquillamente essere buttati fuori dai campi di gioco se non si sono vaccinati; se invece i piccoli non sono nemmeno venuti al mondo, è imperativo gettarli nella spazzatura. Chi non è d’accordo - e si limita a chiedere un filo di rispetto in più senza nemmeno sognare di cancellare le libertà altrui - viene trattato come un pericoloso barbaro, un fascista violento. Perché la sinistra, in fondo, riconosce un solo diritto: quello di fare ciò che vuole, sempre e comunque, anche a spese degli altri.
L’ideatore della proposta si difende. «Quei corpicini non sono rifiuti»
«La legge 194 e la libertà delle donne non c’entrano nulla con quanto propongo. Chi li tira in ballo lo fa in modo del tutto strumentale». Nonostante le polemiche di questi giorni e i molteplici attacchi ricevuti, Luca De Carlo, 50 anni, senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario della proposta di legge «disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati», non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi.
«La finalità della mia proposta è che qualsiasi bambino o qualsiasi feto, anche sotto le 28 settimane, possa venir sepolto anche senza il consenso dei genitori», spiega De Carlo alla Verità, aggiungendo che ritiene «questa una questione di civiltà». Anche perché, prosegue l’esponente del partito di Giorgia Meloni, nelle sue intenzioni non c’è affatto quella di dare nome e cognome al figlio abortito («non intendo fare nulla che possa rinnovare il dolore alla donna»), bensì «evitare che i bambini non nati finiscano tra i rifiuti speciali ospedalieri».
Il ddl non intende dunque minimamente interferire con la sfera decisionale della donna; «anche perché interviene ad aborto già effettuato», sottolinea De Carlo il quale non solo non pare spaventato dalle polemiche di cui è al centro, ma rilancia: «Quello che propongo non è affatto aberrante, tutt’altro. Aberrante è semmai che nessuno ci abbia pensato prima. A proposito, dove sono Enrico Letta e i cattolici del Pd su questi temi?». Bella domanda, soprattutto vedendo le reazioni inferocite che dall’area progressista si sono levate in queste ore, dinnanzi alla sua proposta.
Lia Quartapelle del Pd considera quella di De Carlo un’iniziativa su cui riflettere con attenzione, «per chi avesse ancora dubbi su cosa vuole fare Fratelli d’Italia alla libertà di scelta delle donne». La senatrice Monica Cirinnà, sempre del Pd, ritiene quella di dare sepoltura ai non nati «una proposta profondamente sbagliata, che lede l’autonomia e la dignità delle donne che scelgono di interrompere la gravidanza». Più duro il commento di Laura Boldrini, della quale De Carlo non teme le critiche: «Le considero una medaglia». Per l’ex presidente della Camera, l’intenzione del senatore di Fdi è «agghiacciante. Ancora una volta Fratelli d’Italia intende criminalizzare le donne». Le parole più allarmate sono però state quelle della dem Valeria Valente, presidente della commissione sui femminicidi, secondo cui l’idea di seppellire i non nati «è un orrore» che «dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione».
Non tutte le reazioni sono però state così. C’è anche infatti chi considera quella di De Carlo una norma da appoggiare. La pensa così, per esempio, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, che rispedisce ai mittenti le critiche sulla sepoltura dei feti: «Il Partito democratico ancora una volta si rende protagonista di discriminazioni nei confronti di donne e nascituri e non si ferma neanche davanti alla morte dei più piccoli. Trattare i bambini come spazzatura da gettare nei rifiuti organici significa infatti calpestare la dignità di ogni vita umana». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, secondo cui «la sepoltura dei bambini abortiti è un atto di civiltà». «Oggi invece, nel nome di una strumentale e non meglio specificata “difesa dei diritti”», prosegue sempre Gandolfini, «scatta l’isterismo del mainstream progressista non appena sia riconosciuto il valore intrinseco di ogni vita umana».
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I progressisti non fanno che lanciare allarmi su diritti violati e leggi calpestate in caso di vittoria della destra. Eppure sono i primi a non voler applicare la 194 nelle parti che tutelano la maternità. E la semplice idea di un cimitero per i bimbi non nati li fa impazzire.Il senatore di Fdi, De Carlo, replica alle accuse: «Non c’è nessun attacco alle donne».Lo speciale contiene due articoli.È sempre interessante notare come, al momento opportuno, gli intellettuali progressisti siano pronti a serrare i ranghi e trasformarsi in fedeli portatori d’acqua per i partiti di riferimento. Anche persone che, in passato, avevano mostrato notevole apertura mentale e indipendenza di pensiero, quando il dovere chiama si corazzano ed entrano nell’arena, disposte a dimenticare le precedenti posizioni pur di essere utili alla causa. Prendiamo Mirella Serri e Natalia Aspesi. La prima ha pubblicato negli anni saggi interessanti, non esattamente proni all’ortodossia sinistrorsa, tanto che la si sarebbe immaginata «terzista». La seconda, mesi fa, ha deliziato i lettori di Repubblica con furenti attacchi alle menate politicamente corrette e al femminismo plastificato che oggi va per la maggiore. Ebbene, nelle ultime settimane entrambe hanno imbracciato il mitragliatore e hanno iniziato a sparare raffiche contro la destra (o, meglio, contro chiunque non si dichiari di sinistra), scatenando una potenza di fuoco che appare leggermente sovradimensionata. Tradotto: la sparano grossa, troppo grossa, e non si capisce se lo facciano per spaventare i lettori o perché, alla fine dei conti, il vizio di fondo del post comunista non si perde mai.Fatto sta che le due signore da qualche tempo - e ieri in particolare - firmano editoriali allarmati per sostenere che la destra, una volta giunta al potere, cancellerà ogni possibile diritto per tutte le minoranze disponibili. Non vale la pena riprendere i passaggi dei singoli articoli, che spesso risultano perfino sgradevoli per via dei toni supponenti o del disprezzo riservato all’avversario, lo stesso che saltuariamente si diletta a esibire anche un autore intelligente come Michele Serra. Il succo l’abbiamo capito: con Giorgia Meloni premier e Matteo Salvini in qualche altra posizione di grande potere, dicono i gauchiste di provata fede, torneremo al Medioevo, le donne saranno obbligate a tornare in cucina e non potranno abortire, mentre i gay verranno inseguiti per strada e torturati, e solo agli immigrati spetterà una sorte peggiore (forse il linciaggio o l’impiccagione, a seconda dei programmi dei vari partiti).Ora, è evidente a chiunque che nulla di tutto questo accadrà. Grazie al cielo, in Italia esistono leggi che puniscono i bruti che aggrediscono le persone per strada, e in teoria basterebbe solo farle rispettare. Esiste pure una norma che disciplina l’interruzione di gravidanza, e non c’è partito che proponga di cancellarla. Quanto all’immigrazione, l’unico rischio è che continui ad aumentare in maniera sproporzionata, costringendo migliaia di persone ad affollarsi in centri di accoglienza già collassati. Insomma, la destra non farà nulla per riportare la nazione al 1250, e non avrebbe i mezzi per farlo nemmeno se volesse.Qui, semmai, il nodo della questione è un altro e riguarda più direttamente il fronte progressista e il fastidio che ogni volta dimostra per i diritti altrui. Proprio perché esiste una legge, non si capisce perché non si possa proporre di attuarla pienamente, compresa cioè la parte iniziale in cui si ribadisce che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite». La stessa legge, la 194, consente anche di fornire assistenza che contribuisca «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza», e precisa che i consultori possono «avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita» (definizione che ricomprende le organizzazioni pro life).Finora, gli unici tentativi di aggirare la 194 sono arrivati da sinistra, e ci riferiamo in particolare alle linee guida emesse da Roberto Speranza che consentono la somministrazione della pillola abortiva senza ricovero ospedaliero sostanzialmente ovunque. Si tratta, in questo caso, di un notevole cambiamento di cui in Parlamento non si è discusso: l’ha imposto un ministro espressione di un partito inesistente.Invece dovrebbe passare dal Parlamento, come le regole della democrazia prevedono, la proposta del senatore di Fdi, Luca De Carlo, per la sepoltura dei feti abortiti. Tale progetto di legge è stato presentato lo scorso novembre e non è mai stato esaminato (questo è l’interesse che i temi cosiddetti etici riscuotono in aula), e pare che De Carlo intenda farsi sotto di nuovo. Il suo testo prevede la modifica dell’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria: oggi la sepoltura del feto è a discrezione dei genitori, se la nuova legge passasse diverrebbe un diritto da riconoscere automaticamente anche per «i bambini non nati di età inferiore a 28 settimane».Manco a dirlo, le esponenti del Pd e di +Europa hanno già scatenato l’inferno. Gridano che si tratti di una intollerabile violazione dei diritti delle donne, urlano che il corpo della donna non si tocca, eccetera. Sinceramente, tuttavia, non si capisce dove sia la lesione della dignità femminile: mettere il corpicino morto in una cassetta e seppellirlo o cremarlo è una offesa? Attualmente, persino per i genitori che ne facciano richiesta è difficile ottenere la sepoltura del feto: per lo più, i non nati sono trattati come rifiuti organici. Finiscono nel pattume, come bucce di banana o residui di cibo. Per chi ritiene che la vita inizi dal concepimento, si tratta di una situazione angosciante. Per chi invece pensa che un feto abortito non sia vita, beh, in quel caso che differenza fa? Ci tiene a che il corpicino venga buttato in discarica e non in una area apposita dentro un cimitero? Suggestivo. Monica Cirinnà, tanto per fare un esempio, parla con fastidio di «un cavallo di battaglia della destra», che sarebbe emblematico di una cultura «profondamente illiberale». Beh allora ci dica, che ci sarebbe di illiberale nel seppellire degnamente un essere vivente? Sarebbe più liberale gettare un esserino di 27 settimane in un cassonetto dell’umido? A quanto pare, per la Cirinnà, solo i soldi meritano di essere seppelliti, magari in giardino vicino alla cuccia del cane. La sensazione, qui, è appunto che ai sinceri democratici non interessi affatto ledere la dignità altrui. Se un diritto (vero o soprattutto presunto) non porta vantaggi a fini elettorali, allora si può serenamente calpestare. I bambini si possono eliminare tramite pillola somministrabile anche ai minorenni; ai minori si possono somministrare bloccanti della pubertà in attesa che cambino sesso chirurgicamente, anche in assenza di approfondita riflessione sul tema; gli stessi ragazzini possono tranquillamente essere buttati fuori dai campi di gioco se non si sono vaccinati; se invece i piccoli non sono nemmeno venuti al mondo, è imperativo gettarli nella spazzatura. Chi non è d’accordo - e si limita a chiedere un filo di rispetto in più senza nemmeno sognare di cancellare le libertà altrui - viene trattato come un pericoloso barbaro, un fascista violento. Perché la sinistra, in fondo, riconosce un solo diritto: quello di fare ciò che vuole, sempre e comunque, anche a spese degli altri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aborto-sepoltura-feti-sinistra-fdi-2658142106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lideatore-della-proposta-si-difende-quei-corpicini-non-sono-rifiuti" data-post-id="2658142106" data-published-at="1662197471" data-use-pagination="False"> L’ideatore della proposta si difende. «Quei corpicini non sono rifiuti» «La legge 194 e la libertà delle donne non c’entrano nulla con quanto propongo. Chi li tira in ballo lo fa in modo del tutto strumentale». Nonostante le polemiche di questi giorni e i molteplici attacchi ricevuti, Luca De Carlo, 50 anni, senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario della proposta di legge «disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati», non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. «La finalità della mia proposta è che qualsiasi bambino o qualsiasi feto, anche sotto le 28 settimane, possa venir sepolto anche senza il consenso dei genitori», spiega De Carlo alla Verità, aggiungendo che ritiene «questa una questione di civiltà». Anche perché, prosegue l’esponente del partito di Giorgia Meloni, nelle sue intenzioni non c’è affatto quella di dare nome e cognome al figlio abortito («non intendo fare nulla che possa rinnovare il dolore alla donna»), bensì «evitare che i bambini non nati finiscano tra i rifiuti speciali ospedalieri». Il ddl non intende dunque minimamente interferire con la sfera decisionale della donna; «anche perché interviene ad aborto già effettuato», sottolinea De Carlo il quale non solo non pare spaventato dalle polemiche di cui è al centro, ma rilancia: «Quello che propongo non è affatto aberrante, tutt’altro. Aberrante è semmai che nessuno ci abbia pensato prima. A proposito, dove sono Enrico Letta e i cattolici del Pd su questi temi?». Bella domanda, soprattutto vedendo le reazioni inferocite che dall’area progressista si sono levate in queste ore, dinnanzi alla sua proposta. Lia Quartapelle del Pd considera quella di De Carlo un’iniziativa su cui riflettere con attenzione, «per chi avesse ancora dubbi su cosa vuole fare Fratelli d’Italia alla libertà di scelta delle donne». La senatrice Monica Cirinnà, sempre del Pd, ritiene quella di dare sepoltura ai non nati «una proposta profondamente sbagliata, che lede l’autonomia e la dignità delle donne che scelgono di interrompere la gravidanza». Più duro il commento di Laura Boldrini, della quale De Carlo non teme le critiche: «Le considero una medaglia». Per l’ex presidente della Camera, l’intenzione del senatore di Fdi è «agghiacciante. Ancora una volta Fratelli d’Italia intende criminalizzare le donne». Le parole più allarmate sono però state quelle della dem Valeria Valente, presidente della commissione sui femminicidi, secondo cui l’idea di seppellire i non nati «è un orrore» che «dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione». Non tutte le reazioni sono però state così. C’è anche infatti chi considera quella di De Carlo una norma da appoggiare. La pensa così, per esempio, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, che rispedisce ai mittenti le critiche sulla sepoltura dei feti: «Il Partito democratico ancora una volta si rende protagonista di discriminazioni nei confronti di donne e nascituri e non si ferma neanche davanti alla morte dei più piccoli. Trattare i bambini come spazzatura da gettare nei rifiuti organici significa infatti calpestare la dignità di ogni vita umana». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, secondo cui «la sepoltura dei bambini abortiti è un atto di civiltà». «Oggi invece, nel nome di una strumentale e non meglio specificata “difesa dei diritti”», prosegue sempre Gandolfini, «scatta l’isterismo del mainstream progressista non appena sia riconosciuto il valore intrinseco di ogni vita umana».
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
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