True
2022-09-03
«Seppelliamo i feti». E il Pd e la Cirinnà si scatenano contro Fdi
Monica Cirinnà (Getty Images)
È sempre interessante notare come, al momento opportuno, gli intellettuali progressisti siano pronti a serrare i ranghi e trasformarsi in fedeli portatori d’acqua per i partiti di riferimento. Anche persone che, in passato, avevano mostrato notevole apertura mentale e indipendenza di pensiero, quando il dovere chiama si corazzano ed entrano nell’arena, disposte a dimenticare le precedenti posizioni pur di essere utili alla causa. Prendiamo Mirella Serri e Natalia Aspesi. La prima ha pubblicato negli anni saggi interessanti, non esattamente proni all’ortodossia sinistrorsa, tanto che la si sarebbe immaginata «terzista». La seconda, mesi fa, ha deliziato i lettori di Repubblica con furenti attacchi alle menate politicamente corrette e al femminismo plastificato che oggi va per la maggiore. Ebbene, nelle ultime settimane entrambe hanno imbracciato il mitragliatore e hanno iniziato a sparare raffiche contro la destra (o, meglio, contro chiunque non si dichiari di sinistra), scatenando una potenza di fuoco che appare leggermente sovradimensionata. Tradotto: la sparano grossa, troppo grossa, e non si capisce se lo facciano per spaventare i lettori o perché, alla fine dei conti, il vizio di fondo del post comunista non si perde mai.
Fatto sta che le due signore da qualche tempo - e ieri in particolare - firmano editoriali allarmati per sostenere che la destra, una volta giunta al potere, cancellerà ogni possibile diritto per tutte le minoranze disponibili. Non vale la pena riprendere i passaggi dei singoli articoli, che spesso risultano perfino sgradevoli per via dei toni supponenti o del disprezzo riservato all’avversario, lo stesso che saltuariamente si diletta a esibire anche un autore intelligente come Michele Serra. Il succo l’abbiamo capito: con Giorgia Meloni premier e Matteo Salvini in qualche altra posizione di grande potere, dicono i gauchiste di provata fede, torneremo al Medioevo, le donne saranno obbligate a tornare in cucina e non potranno abortire, mentre i gay verranno inseguiti per strada e torturati, e solo agli immigrati spetterà una sorte peggiore (forse il linciaggio o l’impiccagione, a seconda dei programmi dei vari partiti).
Ora, è evidente a chiunque che nulla di tutto questo accadrà. Grazie al cielo, in Italia esistono leggi che puniscono i bruti che aggrediscono le persone per strada, e in teoria basterebbe solo farle rispettare. Esiste pure una norma che disciplina l’interruzione di gravidanza, e non c’è partito che proponga di cancellarla. Quanto all’immigrazione, l’unico rischio è che continui ad aumentare in maniera sproporzionata, costringendo migliaia di persone ad affollarsi in centri di accoglienza già collassati. Insomma, la destra non farà nulla per riportare la nazione al 1250, e non avrebbe i mezzi per farlo nemmeno se volesse.
Qui, semmai, il nodo della questione è un altro e riguarda più direttamente il fronte progressista e il fastidio che ogni volta dimostra per i diritti altrui. Proprio perché esiste una legge, non si capisce perché non si possa proporre di attuarla pienamente, compresa cioè la parte iniziale in cui si ribadisce che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite». La stessa legge, la 194, consente anche di fornire assistenza che contribuisca «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza», e precisa che i consultori possono «avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita» (definizione che ricomprende le organizzazioni pro life).
Finora, gli unici tentativi di aggirare la 194 sono arrivati da sinistra, e ci riferiamo in particolare alle linee guida emesse da Roberto Speranza che consentono la somministrazione della pillola abortiva senza ricovero ospedaliero sostanzialmente ovunque. Si tratta, in questo caso, di un notevole cambiamento di cui in Parlamento non si è discusso: l’ha imposto un ministro espressione di un partito inesistente.
Invece dovrebbe passare dal Parlamento, come le regole della democrazia prevedono, la proposta del senatore di Fdi, Luca De Carlo, per la sepoltura dei feti abortiti. Tale progetto di legge è stato presentato lo scorso novembre e non è mai stato esaminato (questo è l’interesse che i temi cosiddetti etici riscuotono in aula), e pare che De Carlo intenda farsi sotto di nuovo. Il suo testo prevede la modifica dell’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria: oggi la sepoltura del feto è a discrezione dei genitori, se la nuova legge passasse diverrebbe un diritto da riconoscere automaticamente anche per «i bambini non nati di età inferiore a 28 settimane».
Manco a dirlo, le esponenti del Pd e di +Europa hanno già scatenato l’inferno. Gridano che si tratti di una intollerabile violazione dei diritti delle donne, urlano che il corpo della donna non si tocca, eccetera. Sinceramente, tuttavia, non si capisce dove sia la lesione della dignità femminile: mettere il corpicino morto in una cassetta e seppellirlo o cremarlo è una offesa? Attualmente, persino per i genitori che ne facciano richiesta è difficile ottenere la sepoltura del feto: per lo più, i non nati sono trattati come rifiuti organici. Finiscono nel pattume, come bucce di banana o residui di cibo. Per chi ritiene che la vita inizi dal concepimento, si tratta di una situazione angosciante. Per chi invece pensa che un feto abortito non sia vita, beh, in quel caso che differenza fa? Ci tiene a che il corpicino venga buttato in discarica e non in una area apposita dentro un cimitero? Suggestivo. Monica Cirinnà, tanto per fare un esempio, parla con fastidio di «un cavallo di battaglia della destra», che sarebbe emblematico di una cultura «profondamente illiberale». Beh allora ci dica, che ci sarebbe di illiberale nel seppellire degnamente un essere vivente? Sarebbe più liberale gettare un esserino di 27 settimane in un cassonetto dell’umido? A quanto pare, per la Cirinnà, solo i soldi meritano di essere seppelliti, magari in giardino vicino alla cuccia del cane.
La sensazione, qui, è appunto che ai sinceri democratici non interessi affatto ledere la dignità altrui. Se un diritto (vero o soprattutto presunto) non porta vantaggi a fini elettorali, allora si può serenamente calpestare. I bambini si possono eliminare tramite pillola somministrabile anche ai minorenni; ai minori si possono somministrare bloccanti della pubertà in attesa che cambino sesso chirurgicamente, anche in assenza di approfondita riflessione sul tema; gli stessi ragazzini possono tranquillamente essere buttati fuori dai campi di gioco se non si sono vaccinati; se invece i piccoli non sono nemmeno venuti al mondo, è imperativo gettarli nella spazzatura. Chi non è d’accordo - e si limita a chiedere un filo di rispetto in più senza nemmeno sognare di cancellare le libertà altrui - viene trattato come un pericoloso barbaro, un fascista violento. Perché la sinistra, in fondo, riconosce un solo diritto: quello di fare ciò che vuole, sempre e comunque, anche a spese degli altri.
L’ideatore della proposta si difende. «Quei corpicini non sono rifiuti»
«La legge 194 e la libertà delle donne non c’entrano nulla con quanto propongo. Chi li tira in ballo lo fa in modo del tutto strumentale». Nonostante le polemiche di questi giorni e i molteplici attacchi ricevuti, Luca De Carlo, 50 anni, senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario della proposta di legge «disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati», non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi.
«La finalità della mia proposta è che qualsiasi bambino o qualsiasi feto, anche sotto le 28 settimane, possa venir sepolto anche senza il consenso dei genitori», spiega De Carlo alla Verità, aggiungendo che ritiene «questa una questione di civiltà». Anche perché, prosegue l’esponente del partito di Giorgia Meloni, nelle sue intenzioni non c’è affatto quella di dare nome e cognome al figlio abortito («non intendo fare nulla che possa rinnovare il dolore alla donna»), bensì «evitare che i bambini non nati finiscano tra i rifiuti speciali ospedalieri».
Il ddl non intende dunque minimamente interferire con la sfera decisionale della donna; «anche perché interviene ad aborto già effettuato», sottolinea De Carlo il quale non solo non pare spaventato dalle polemiche di cui è al centro, ma rilancia: «Quello che propongo non è affatto aberrante, tutt’altro. Aberrante è semmai che nessuno ci abbia pensato prima. A proposito, dove sono Enrico Letta e i cattolici del Pd su questi temi?». Bella domanda, soprattutto vedendo le reazioni inferocite che dall’area progressista si sono levate in queste ore, dinnanzi alla sua proposta.
Lia Quartapelle del Pd considera quella di De Carlo un’iniziativa su cui riflettere con attenzione, «per chi avesse ancora dubbi su cosa vuole fare Fratelli d’Italia alla libertà di scelta delle donne». La senatrice Monica Cirinnà, sempre del Pd, ritiene quella di dare sepoltura ai non nati «una proposta profondamente sbagliata, che lede l’autonomia e la dignità delle donne che scelgono di interrompere la gravidanza». Più duro il commento di Laura Boldrini, della quale De Carlo non teme le critiche: «Le considero una medaglia». Per l’ex presidente della Camera, l’intenzione del senatore di Fdi è «agghiacciante. Ancora una volta Fratelli d’Italia intende criminalizzare le donne». Le parole più allarmate sono però state quelle della dem Valeria Valente, presidente della commissione sui femminicidi, secondo cui l’idea di seppellire i non nati «è un orrore» che «dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione».
Non tutte le reazioni sono però state così. C’è anche infatti chi considera quella di De Carlo una norma da appoggiare. La pensa così, per esempio, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, che rispedisce ai mittenti le critiche sulla sepoltura dei feti: «Il Partito democratico ancora una volta si rende protagonista di discriminazioni nei confronti di donne e nascituri e non si ferma neanche davanti alla morte dei più piccoli. Trattare i bambini come spazzatura da gettare nei rifiuti organici significa infatti calpestare la dignità di ogni vita umana». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, secondo cui «la sepoltura dei bambini abortiti è un atto di civiltà». «Oggi invece, nel nome di una strumentale e non meglio specificata “difesa dei diritti”», prosegue sempre Gandolfini, «scatta l’isterismo del mainstream progressista non appena sia riconosciuto il valore intrinseco di ogni vita umana».
Continua a leggereRiduci
I progressisti non fanno che lanciare allarmi su diritti violati e leggi calpestate in caso di vittoria della destra. Eppure sono i primi a non voler applicare la 194 nelle parti che tutelano la maternità. E la semplice idea di un cimitero per i bimbi non nati li fa impazzire.Il senatore di Fdi, De Carlo, replica alle accuse: «Non c’è nessun attacco alle donne».Lo speciale contiene due articoli.È sempre interessante notare come, al momento opportuno, gli intellettuali progressisti siano pronti a serrare i ranghi e trasformarsi in fedeli portatori d’acqua per i partiti di riferimento. Anche persone che, in passato, avevano mostrato notevole apertura mentale e indipendenza di pensiero, quando il dovere chiama si corazzano ed entrano nell’arena, disposte a dimenticare le precedenti posizioni pur di essere utili alla causa. Prendiamo Mirella Serri e Natalia Aspesi. La prima ha pubblicato negli anni saggi interessanti, non esattamente proni all’ortodossia sinistrorsa, tanto che la si sarebbe immaginata «terzista». La seconda, mesi fa, ha deliziato i lettori di Repubblica con furenti attacchi alle menate politicamente corrette e al femminismo plastificato che oggi va per la maggiore. Ebbene, nelle ultime settimane entrambe hanno imbracciato il mitragliatore e hanno iniziato a sparare raffiche contro la destra (o, meglio, contro chiunque non si dichiari di sinistra), scatenando una potenza di fuoco che appare leggermente sovradimensionata. Tradotto: la sparano grossa, troppo grossa, e non si capisce se lo facciano per spaventare i lettori o perché, alla fine dei conti, il vizio di fondo del post comunista non si perde mai.Fatto sta che le due signore da qualche tempo - e ieri in particolare - firmano editoriali allarmati per sostenere che la destra, una volta giunta al potere, cancellerà ogni possibile diritto per tutte le minoranze disponibili. Non vale la pena riprendere i passaggi dei singoli articoli, che spesso risultano perfino sgradevoli per via dei toni supponenti o del disprezzo riservato all’avversario, lo stesso che saltuariamente si diletta a esibire anche un autore intelligente come Michele Serra. Il succo l’abbiamo capito: con Giorgia Meloni premier e Matteo Salvini in qualche altra posizione di grande potere, dicono i gauchiste di provata fede, torneremo al Medioevo, le donne saranno obbligate a tornare in cucina e non potranno abortire, mentre i gay verranno inseguiti per strada e torturati, e solo agli immigrati spetterà una sorte peggiore (forse il linciaggio o l’impiccagione, a seconda dei programmi dei vari partiti).Ora, è evidente a chiunque che nulla di tutto questo accadrà. Grazie al cielo, in Italia esistono leggi che puniscono i bruti che aggrediscono le persone per strada, e in teoria basterebbe solo farle rispettare. Esiste pure una norma che disciplina l’interruzione di gravidanza, e non c’è partito che proponga di cancellarla. Quanto all’immigrazione, l’unico rischio è che continui ad aumentare in maniera sproporzionata, costringendo migliaia di persone ad affollarsi in centri di accoglienza già collassati. Insomma, la destra non farà nulla per riportare la nazione al 1250, e non avrebbe i mezzi per farlo nemmeno se volesse.Qui, semmai, il nodo della questione è un altro e riguarda più direttamente il fronte progressista e il fastidio che ogni volta dimostra per i diritti altrui. Proprio perché esiste una legge, non si capisce perché non si possa proporre di attuarla pienamente, compresa cioè la parte iniziale in cui si ribadisce che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite». La stessa legge, la 194, consente anche di fornire assistenza che contribuisca «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza», e precisa che i consultori possono «avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita» (definizione che ricomprende le organizzazioni pro life).Finora, gli unici tentativi di aggirare la 194 sono arrivati da sinistra, e ci riferiamo in particolare alle linee guida emesse da Roberto Speranza che consentono la somministrazione della pillola abortiva senza ricovero ospedaliero sostanzialmente ovunque. Si tratta, in questo caso, di un notevole cambiamento di cui in Parlamento non si è discusso: l’ha imposto un ministro espressione di un partito inesistente.Invece dovrebbe passare dal Parlamento, come le regole della democrazia prevedono, la proposta del senatore di Fdi, Luca De Carlo, per la sepoltura dei feti abortiti. Tale progetto di legge è stato presentato lo scorso novembre e non è mai stato esaminato (questo è l’interesse che i temi cosiddetti etici riscuotono in aula), e pare che De Carlo intenda farsi sotto di nuovo. Il suo testo prevede la modifica dell’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria: oggi la sepoltura del feto è a discrezione dei genitori, se la nuova legge passasse diverrebbe un diritto da riconoscere automaticamente anche per «i bambini non nati di età inferiore a 28 settimane».Manco a dirlo, le esponenti del Pd e di +Europa hanno già scatenato l’inferno. Gridano che si tratti di una intollerabile violazione dei diritti delle donne, urlano che il corpo della donna non si tocca, eccetera. Sinceramente, tuttavia, non si capisce dove sia la lesione della dignità femminile: mettere il corpicino morto in una cassetta e seppellirlo o cremarlo è una offesa? Attualmente, persino per i genitori che ne facciano richiesta è difficile ottenere la sepoltura del feto: per lo più, i non nati sono trattati come rifiuti organici. Finiscono nel pattume, come bucce di banana o residui di cibo. Per chi ritiene che la vita inizi dal concepimento, si tratta di una situazione angosciante. Per chi invece pensa che un feto abortito non sia vita, beh, in quel caso che differenza fa? Ci tiene a che il corpicino venga buttato in discarica e non in una area apposita dentro un cimitero? Suggestivo. Monica Cirinnà, tanto per fare un esempio, parla con fastidio di «un cavallo di battaglia della destra», che sarebbe emblematico di una cultura «profondamente illiberale». Beh allora ci dica, che ci sarebbe di illiberale nel seppellire degnamente un essere vivente? Sarebbe più liberale gettare un esserino di 27 settimane in un cassonetto dell’umido? A quanto pare, per la Cirinnà, solo i soldi meritano di essere seppelliti, magari in giardino vicino alla cuccia del cane. La sensazione, qui, è appunto che ai sinceri democratici non interessi affatto ledere la dignità altrui. Se un diritto (vero o soprattutto presunto) non porta vantaggi a fini elettorali, allora si può serenamente calpestare. I bambini si possono eliminare tramite pillola somministrabile anche ai minorenni; ai minori si possono somministrare bloccanti della pubertà in attesa che cambino sesso chirurgicamente, anche in assenza di approfondita riflessione sul tema; gli stessi ragazzini possono tranquillamente essere buttati fuori dai campi di gioco se non si sono vaccinati; se invece i piccoli non sono nemmeno venuti al mondo, è imperativo gettarli nella spazzatura. Chi non è d’accordo - e si limita a chiedere un filo di rispetto in più senza nemmeno sognare di cancellare le libertà altrui - viene trattato come un pericoloso barbaro, un fascista violento. Perché la sinistra, in fondo, riconosce un solo diritto: quello di fare ciò che vuole, sempre e comunque, anche a spese degli altri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aborto-sepoltura-feti-sinistra-fdi-2658142106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lideatore-della-proposta-si-difende-quei-corpicini-non-sono-rifiuti" data-post-id="2658142106" data-published-at="1662197471" data-use-pagination="False"> L’ideatore della proposta si difende. «Quei corpicini non sono rifiuti» «La legge 194 e la libertà delle donne non c’entrano nulla con quanto propongo. Chi li tira in ballo lo fa in modo del tutto strumentale». Nonostante le polemiche di questi giorni e i molteplici attacchi ricevuti, Luca De Carlo, 50 anni, senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario della proposta di legge «disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati», non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. «La finalità della mia proposta è che qualsiasi bambino o qualsiasi feto, anche sotto le 28 settimane, possa venir sepolto anche senza il consenso dei genitori», spiega De Carlo alla Verità, aggiungendo che ritiene «questa una questione di civiltà». Anche perché, prosegue l’esponente del partito di Giorgia Meloni, nelle sue intenzioni non c’è affatto quella di dare nome e cognome al figlio abortito («non intendo fare nulla che possa rinnovare il dolore alla donna»), bensì «evitare che i bambini non nati finiscano tra i rifiuti speciali ospedalieri». Il ddl non intende dunque minimamente interferire con la sfera decisionale della donna; «anche perché interviene ad aborto già effettuato», sottolinea De Carlo il quale non solo non pare spaventato dalle polemiche di cui è al centro, ma rilancia: «Quello che propongo non è affatto aberrante, tutt’altro. Aberrante è semmai che nessuno ci abbia pensato prima. A proposito, dove sono Enrico Letta e i cattolici del Pd su questi temi?». Bella domanda, soprattutto vedendo le reazioni inferocite che dall’area progressista si sono levate in queste ore, dinnanzi alla sua proposta. Lia Quartapelle del Pd considera quella di De Carlo un’iniziativa su cui riflettere con attenzione, «per chi avesse ancora dubbi su cosa vuole fare Fratelli d’Italia alla libertà di scelta delle donne». La senatrice Monica Cirinnà, sempre del Pd, ritiene quella di dare sepoltura ai non nati «una proposta profondamente sbagliata, che lede l’autonomia e la dignità delle donne che scelgono di interrompere la gravidanza». Più duro il commento di Laura Boldrini, della quale De Carlo non teme le critiche: «Le considero una medaglia». Per l’ex presidente della Camera, l’intenzione del senatore di Fdi è «agghiacciante. Ancora una volta Fratelli d’Italia intende criminalizzare le donne». Le parole più allarmate sono però state quelle della dem Valeria Valente, presidente della commissione sui femminicidi, secondo cui l’idea di seppellire i non nati «è un orrore» che «dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione». Non tutte le reazioni sono però state così. C’è anche infatti chi considera quella di De Carlo una norma da appoggiare. La pensa così, per esempio, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, che rispedisce ai mittenti le critiche sulla sepoltura dei feti: «Il Partito democratico ancora una volta si rende protagonista di discriminazioni nei confronti di donne e nascituri e non si ferma neanche davanti alla morte dei più piccoli. Trattare i bambini come spazzatura da gettare nei rifiuti organici significa infatti calpestare la dignità di ogni vita umana». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, secondo cui «la sepoltura dei bambini abortiti è un atto di civiltà». «Oggi invece, nel nome di una strumentale e non meglio specificata “difesa dei diritti”», prosegue sempre Gandolfini, «scatta l’isterismo del mainstream progressista non appena sia riconosciuto il valore intrinseco di ogni vita umana».
Ecco #DimmiLaVerità del 27 aprile 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ci rivela come l'islam può condizionare la politica italiana.
Tutto quello che non torna dell'attentato: dall'acount social inattivo che si riaccende solo per indicare il nome dell'attentatore alla sicurezza che mette in salvo prima il vicepresidente JD Vance e solamente in un secondo tempo Trump. Ne parliamo con Giacomo Gabellini e Stefano Graziosi.
Ansa
Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani e il Fronte di Liberazione dell’Azawad ufficializzano la cooperazione e lanciano un’offensiva coordinata su larga scala: città conquistate, attacchi fino a Bamako e ucciso il ministro della Difesa Sadio Camara. La giunta di Goita sotto pressione, il Paese verso una fase decisiva.
Il Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla) e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) non avevano mai formalizzato pubblicamente la loro cooperazione. La svolta è arrivata il 25 aprile, quando le due formazioni hanno annunciato di fatto la loro alleanza attraverso un’offensiva coordinata su larga scala contro numerosi centri strategici del Mali. Entro il 27 aprile, Kidal risultava sotto il controllo del Fla, mentre il Jnim aveva colpito uno dei principali pilastri del potere militare di Bamako: il ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso in un attentato suicida contro la sua residenza a Kati, alle porte della capitale. L’esplosione che ha devastato la villa del ministro ha provocato anche gravi danni alla moschea adiacente, come documentato da immagini satellitari. Nell’attacco hanno perso la vita anche una delle mogli di Camara e diversi membri della sua famiglia, circostanza confermata con ore di ritardo dalle autorità. Il governo ha reso omaggio al generale proclamando due giorni di lutto nazionale, una misura simbolica che difficilmente basterà a colmare il vuoto lasciato ai vertici della giunta guidata da Assimi Goita.
A partire da sabato, la coalizione jihadista guidata dal Jnim, affiliato ad al-Qaeda, insieme alle milizie del Fla — che riuniscono gruppi tuareg e arabi — ha ampliato l’offensiva conquistando, totalmente o in parte, diverse città sottraendole al controllo dello Stato maliano e dei suoi alleati russi. Si tratta della più vasta operazione militare dal 2012, quando le forze qaediste e i ribelli presero il controllo dell’intero nord del Paese, innescando l’intervento francese. Gli attacchi sono stati lanciati quasi simultaneamente su più fronti: spari ed esplosioni sono stati registrati dalle aree prossime a Bamako fino a Kidal, nel profondo nord. Le milizie hanno combinato assalti convenzionali con tattiche avanzate, impiegando autobombe e droni kamikaze per aumentare l’efficacia dell’azione.
Nel nord, le operazioni congiunte si sono concentrate su Kidal e Gao. La prima è stata rapidamente conquistata, mentre nella seconda la situazione resta fluida: le forze governative e i mercenari russi si sono rifugiati in ex strutture ONU, resistendo all’avanzata. Non mancano voci, al momento non verificate, su possibili contatti tra i contractor russi e i ribelli. Nel centro e nel sud del Paese, l’iniziativa è stata invece condotta dal solo Jnim. I jihadisti hanno colpito obiettivi sensibili a Kati e Bamako, inclusi l’aeroporto e diverse installazioni militari. Attacchi sono stati segnalati anche a Senou, nella regione di Koulikoro, mentre la principale arteria tra Bamako e Sikasso sarebbe stata interrotta. Nel Mali centrale, Mopti e Sevare risultano oggi divise tra le forze governative e i gruppi armati. Sebbene formalmente sotto il controllo statale, queste aree sono da tempo soggette all’influenza del Jnim, che ha imposto sistemi paralleli di tassazione, blocchi economici e l’applicazione della Sharia.
Kidal, storica roccaforte tuareg, era rimasta sotto il controllo delle fazioni ribelli dopo gli Accordi di Algeri del 2015. Tuttavia, nel novembre 2023, l’esercito maliano, sostenuto dai mercenari russi del Gruppo Wagner — oggi riorganizzati nel cosiddetto Corpo Africa — aveva riconquistato la città. Proprio da quella fase è emerso il Fla, nato per coordinare le forze ribelli del nord. Gao, invece, era tornata sotto il controllo di Bamako già nel 2013 grazie all’intervento franco-maliano. Nonostante ciò, l’area resta strategica e contesa.Le dichiarazioni diffuse dai due gruppi confermano la collaborazione: il Jnim ha rivendicato attacchi diretti fino alla capitale e il controllo di diverse città, mentre il Fla ha annunciato la conquista totale di Kidal e parziale di Gao, ribadendo l’alleanza operativa. Entrambe le organizzazioni hanno criticato apertamente il legame tra Bamako e Mosca, anche se il Jnim ha invitato i combattenti russi a non intervenire direttamente. L’offensiva apre interrogativi profondi sul futuro del Mali. Il Paese rischia di cadere sotto l’influenza di una coalizione che include la principale emanazione di al-Qaeda nell’Africa occidentale? E quale equilibrio potrebbe emergere tra jihadisti e gruppi ribelli non islamisti? Il Fla accetterà l’imposizione della Sharia? E quale sarà il destino delle diverse comunità civili, della presenza dello Stato Islamico nel nord e dell’influenza russa?
Al momento non esistono risposte definitive. È però evidente che l’operazione mira a mettere sotto pressione la giunta militare, dimostrando la capacità dei gruppi armati di colpire ovunque, anche nelle aree più protette. Oltre all’aspetto militare, l’offensiva ha un forte valore simbolico: la sua ampiezza punta a delegittimare il potere centrale, evidenziandone la fragilità. Da anni il Jnim esercita un controllo di fatto su ampie porzioni del territorio, soprattutto nel centro e nel sud, imponendo blocchi, tasse e una propria amministrazione, fino a ostacolare i rifornimenti di carburante diretti a Bamako. Negli ultimi mesi, la pressione è aumentata, con attacchi sempre più frequenti e penetranti verso il sud del Paese. Resta da capire se questa offensiva lampo sia destinata a provocare il crollo della giunta, favorire un golpe interno o costringere Bamako a negoziare. Ciò che appare certo è che l’autorità dello Stato maliano si trova oggi in una fase di estrema debolezza. La scelta di sostituire i partner occidentali con i mercenari russi non ha garantito stabilità. Anzi, secondo alcune stime, le forze governative sarebbero responsabili di un numero di vittime civili superiore a quello dei jihadisti, un fattore che potrebbe spingere parte della popolazione a considerare i gruppi armati come alternative più efficaci. Il confronto tra lo Stato e la coalizione ribelle entra così in una fase decisiva, destinata a ridisegnare gli equilibri del Mali nel prossimo futuro.
Continua a leggereRiduci