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2022-09-03
«Seppelliamo i feti». E il Pd e la Cirinnà si scatenano contro Fdi
Monica Cirinnà (Getty Images)
È sempre interessante notare come, al momento opportuno, gli intellettuali progressisti siano pronti a serrare i ranghi e trasformarsi in fedeli portatori d’acqua per i partiti di riferimento. Anche persone che, in passato, avevano mostrato notevole apertura mentale e indipendenza di pensiero, quando il dovere chiama si corazzano ed entrano nell’arena, disposte a dimenticare le precedenti posizioni pur di essere utili alla causa. Prendiamo Mirella Serri e Natalia Aspesi. La prima ha pubblicato negli anni saggi interessanti, non esattamente proni all’ortodossia sinistrorsa, tanto che la si sarebbe immaginata «terzista». La seconda, mesi fa, ha deliziato i lettori di Repubblica con furenti attacchi alle menate politicamente corrette e al femminismo plastificato che oggi va per la maggiore. Ebbene, nelle ultime settimane entrambe hanno imbracciato il mitragliatore e hanno iniziato a sparare raffiche contro la destra (o, meglio, contro chiunque non si dichiari di sinistra), scatenando una potenza di fuoco che appare leggermente sovradimensionata. Tradotto: la sparano grossa, troppo grossa, e non si capisce se lo facciano per spaventare i lettori o perché, alla fine dei conti, il vizio di fondo del post comunista non si perde mai.
Fatto sta che le due signore da qualche tempo - e ieri in particolare - firmano editoriali allarmati per sostenere che la destra, una volta giunta al potere, cancellerà ogni possibile diritto per tutte le minoranze disponibili. Non vale la pena riprendere i passaggi dei singoli articoli, che spesso risultano perfino sgradevoli per via dei toni supponenti o del disprezzo riservato all’avversario, lo stesso che saltuariamente si diletta a esibire anche un autore intelligente come Michele Serra. Il succo l’abbiamo capito: con Giorgia Meloni premier e Matteo Salvini in qualche altra posizione di grande potere, dicono i gauchiste di provata fede, torneremo al Medioevo, le donne saranno obbligate a tornare in cucina e non potranno abortire, mentre i gay verranno inseguiti per strada e torturati, e solo agli immigrati spetterà una sorte peggiore (forse il linciaggio o l’impiccagione, a seconda dei programmi dei vari partiti).
Ora, è evidente a chiunque che nulla di tutto questo accadrà. Grazie al cielo, in Italia esistono leggi che puniscono i bruti che aggrediscono le persone per strada, e in teoria basterebbe solo farle rispettare. Esiste pure una norma che disciplina l’interruzione di gravidanza, e non c’è partito che proponga di cancellarla. Quanto all’immigrazione, l’unico rischio è che continui ad aumentare in maniera sproporzionata, costringendo migliaia di persone ad affollarsi in centri di accoglienza già collassati. Insomma, la destra non farà nulla per riportare la nazione al 1250, e non avrebbe i mezzi per farlo nemmeno se volesse.
Qui, semmai, il nodo della questione è un altro e riguarda più direttamente il fronte progressista e il fastidio che ogni volta dimostra per i diritti altrui. Proprio perché esiste una legge, non si capisce perché non si possa proporre di attuarla pienamente, compresa cioè la parte iniziale in cui si ribadisce che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite». La stessa legge, la 194, consente anche di fornire assistenza che contribuisca «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza», e precisa che i consultori possono «avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita» (definizione che ricomprende le organizzazioni pro life).
Finora, gli unici tentativi di aggirare la 194 sono arrivati da sinistra, e ci riferiamo in particolare alle linee guida emesse da Roberto Speranza che consentono la somministrazione della pillola abortiva senza ricovero ospedaliero sostanzialmente ovunque. Si tratta, in questo caso, di un notevole cambiamento di cui in Parlamento non si è discusso: l’ha imposto un ministro espressione di un partito inesistente.
Invece dovrebbe passare dal Parlamento, come le regole della democrazia prevedono, la proposta del senatore di Fdi, Luca De Carlo, per la sepoltura dei feti abortiti. Tale progetto di legge è stato presentato lo scorso novembre e non è mai stato esaminato (questo è l’interesse che i temi cosiddetti etici riscuotono in aula), e pare che De Carlo intenda farsi sotto di nuovo. Il suo testo prevede la modifica dell’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria: oggi la sepoltura del feto è a discrezione dei genitori, se la nuova legge passasse diverrebbe un diritto da riconoscere automaticamente anche per «i bambini non nati di età inferiore a 28 settimane».
Manco a dirlo, le esponenti del Pd e di +Europa hanno già scatenato l’inferno. Gridano che si tratti di una intollerabile violazione dei diritti delle donne, urlano che il corpo della donna non si tocca, eccetera. Sinceramente, tuttavia, non si capisce dove sia la lesione della dignità femminile: mettere il corpicino morto in una cassetta e seppellirlo o cremarlo è una offesa? Attualmente, persino per i genitori che ne facciano richiesta è difficile ottenere la sepoltura del feto: per lo più, i non nati sono trattati come rifiuti organici. Finiscono nel pattume, come bucce di banana o residui di cibo. Per chi ritiene che la vita inizi dal concepimento, si tratta di una situazione angosciante. Per chi invece pensa che un feto abortito non sia vita, beh, in quel caso che differenza fa? Ci tiene a che il corpicino venga buttato in discarica e non in una area apposita dentro un cimitero? Suggestivo. Monica Cirinnà, tanto per fare un esempio, parla con fastidio di «un cavallo di battaglia della destra», che sarebbe emblematico di una cultura «profondamente illiberale». Beh allora ci dica, che ci sarebbe di illiberale nel seppellire degnamente un essere vivente? Sarebbe più liberale gettare un esserino di 27 settimane in un cassonetto dell’umido? A quanto pare, per la Cirinnà, solo i soldi meritano di essere seppelliti, magari in giardino vicino alla cuccia del cane.
La sensazione, qui, è appunto che ai sinceri democratici non interessi affatto ledere la dignità altrui. Se un diritto (vero o soprattutto presunto) non porta vantaggi a fini elettorali, allora si può serenamente calpestare. I bambini si possono eliminare tramite pillola somministrabile anche ai minorenni; ai minori si possono somministrare bloccanti della pubertà in attesa che cambino sesso chirurgicamente, anche in assenza di approfondita riflessione sul tema; gli stessi ragazzini possono tranquillamente essere buttati fuori dai campi di gioco se non si sono vaccinati; se invece i piccoli non sono nemmeno venuti al mondo, è imperativo gettarli nella spazzatura. Chi non è d’accordo - e si limita a chiedere un filo di rispetto in più senza nemmeno sognare di cancellare le libertà altrui - viene trattato come un pericoloso barbaro, un fascista violento. Perché la sinistra, in fondo, riconosce un solo diritto: quello di fare ciò che vuole, sempre e comunque, anche a spese degli altri.
L’ideatore della proposta si difende. «Quei corpicini non sono rifiuti»
«La legge 194 e la libertà delle donne non c’entrano nulla con quanto propongo. Chi li tira in ballo lo fa in modo del tutto strumentale». Nonostante le polemiche di questi giorni e i molteplici attacchi ricevuti, Luca De Carlo, 50 anni, senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario della proposta di legge «disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati», non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi.
«La finalità della mia proposta è che qualsiasi bambino o qualsiasi feto, anche sotto le 28 settimane, possa venir sepolto anche senza il consenso dei genitori», spiega De Carlo alla Verità, aggiungendo che ritiene «questa una questione di civiltà». Anche perché, prosegue l’esponente del partito di Giorgia Meloni, nelle sue intenzioni non c’è affatto quella di dare nome e cognome al figlio abortito («non intendo fare nulla che possa rinnovare il dolore alla donna»), bensì «evitare che i bambini non nati finiscano tra i rifiuti speciali ospedalieri».
Il ddl non intende dunque minimamente interferire con la sfera decisionale della donna; «anche perché interviene ad aborto già effettuato», sottolinea De Carlo il quale non solo non pare spaventato dalle polemiche di cui è al centro, ma rilancia: «Quello che propongo non è affatto aberrante, tutt’altro. Aberrante è semmai che nessuno ci abbia pensato prima. A proposito, dove sono Enrico Letta e i cattolici del Pd su questi temi?». Bella domanda, soprattutto vedendo le reazioni inferocite che dall’area progressista si sono levate in queste ore, dinnanzi alla sua proposta.
Lia Quartapelle del Pd considera quella di De Carlo un’iniziativa su cui riflettere con attenzione, «per chi avesse ancora dubbi su cosa vuole fare Fratelli d’Italia alla libertà di scelta delle donne». La senatrice Monica Cirinnà, sempre del Pd, ritiene quella di dare sepoltura ai non nati «una proposta profondamente sbagliata, che lede l’autonomia e la dignità delle donne che scelgono di interrompere la gravidanza». Più duro il commento di Laura Boldrini, della quale De Carlo non teme le critiche: «Le considero una medaglia». Per l’ex presidente della Camera, l’intenzione del senatore di Fdi è «agghiacciante. Ancora una volta Fratelli d’Italia intende criminalizzare le donne». Le parole più allarmate sono però state quelle della dem Valeria Valente, presidente della commissione sui femminicidi, secondo cui l’idea di seppellire i non nati «è un orrore» che «dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione».
Non tutte le reazioni sono però state così. C’è anche infatti chi considera quella di De Carlo una norma da appoggiare. La pensa così, per esempio, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, che rispedisce ai mittenti le critiche sulla sepoltura dei feti: «Il Partito democratico ancora una volta si rende protagonista di discriminazioni nei confronti di donne e nascituri e non si ferma neanche davanti alla morte dei più piccoli. Trattare i bambini come spazzatura da gettare nei rifiuti organici significa infatti calpestare la dignità di ogni vita umana». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, secondo cui «la sepoltura dei bambini abortiti è un atto di civiltà». «Oggi invece, nel nome di una strumentale e non meglio specificata “difesa dei diritti”», prosegue sempre Gandolfini, «scatta l’isterismo del mainstream progressista non appena sia riconosciuto il valore intrinseco di ogni vita umana».
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I progressisti non fanno che lanciare allarmi su diritti violati e leggi calpestate in caso di vittoria della destra. Eppure sono i primi a non voler applicare la 194 nelle parti che tutelano la maternità. E la semplice idea di un cimitero per i bimbi non nati li fa impazzire.Il senatore di Fdi, De Carlo, replica alle accuse: «Non c’è nessun attacco alle donne».Lo speciale contiene due articoli.È sempre interessante notare come, al momento opportuno, gli intellettuali progressisti siano pronti a serrare i ranghi e trasformarsi in fedeli portatori d’acqua per i partiti di riferimento. Anche persone che, in passato, avevano mostrato notevole apertura mentale e indipendenza di pensiero, quando il dovere chiama si corazzano ed entrano nell’arena, disposte a dimenticare le precedenti posizioni pur di essere utili alla causa. Prendiamo Mirella Serri e Natalia Aspesi. La prima ha pubblicato negli anni saggi interessanti, non esattamente proni all’ortodossia sinistrorsa, tanto che la si sarebbe immaginata «terzista». La seconda, mesi fa, ha deliziato i lettori di Repubblica con furenti attacchi alle menate politicamente corrette e al femminismo plastificato che oggi va per la maggiore. Ebbene, nelle ultime settimane entrambe hanno imbracciato il mitragliatore e hanno iniziato a sparare raffiche contro la destra (o, meglio, contro chiunque non si dichiari di sinistra), scatenando una potenza di fuoco che appare leggermente sovradimensionata. Tradotto: la sparano grossa, troppo grossa, e non si capisce se lo facciano per spaventare i lettori o perché, alla fine dei conti, il vizio di fondo del post comunista non si perde mai.Fatto sta che le due signore da qualche tempo - e ieri in particolare - firmano editoriali allarmati per sostenere che la destra, una volta giunta al potere, cancellerà ogni possibile diritto per tutte le minoranze disponibili. Non vale la pena riprendere i passaggi dei singoli articoli, che spesso risultano perfino sgradevoli per via dei toni supponenti o del disprezzo riservato all’avversario, lo stesso che saltuariamente si diletta a esibire anche un autore intelligente come Michele Serra. Il succo l’abbiamo capito: con Giorgia Meloni premier e Matteo Salvini in qualche altra posizione di grande potere, dicono i gauchiste di provata fede, torneremo al Medioevo, le donne saranno obbligate a tornare in cucina e non potranno abortire, mentre i gay verranno inseguiti per strada e torturati, e solo agli immigrati spetterà una sorte peggiore (forse il linciaggio o l’impiccagione, a seconda dei programmi dei vari partiti).Ora, è evidente a chiunque che nulla di tutto questo accadrà. Grazie al cielo, in Italia esistono leggi che puniscono i bruti che aggrediscono le persone per strada, e in teoria basterebbe solo farle rispettare. Esiste pure una norma che disciplina l’interruzione di gravidanza, e non c’è partito che proponga di cancellarla. Quanto all’immigrazione, l’unico rischio è che continui ad aumentare in maniera sproporzionata, costringendo migliaia di persone ad affollarsi in centri di accoglienza già collassati. Insomma, la destra non farà nulla per riportare la nazione al 1250, e non avrebbe i mezzi per farlo nemmeno se volesse.Qui, semmai, il nodo della questione è un altro e riguarda più direttamente il fronte progressista e il fastidio che ogni volta dimostra per i diritti altrui. Proprio perché esiste una legge, non si capisce perché non si possa proporre di attuarla pienamente, compresa cioè la parte iniziale in cui si ribadisce che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite». La stessa legge, la 194, consente anche di fornire assistenza che contribuisca «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza», e precisa che i consultori possono «avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita» (definizione che ricomprende le organizzazioni pro life).Finora, gli unici tentativi di aggirare la 194 sono arrivati da sinistra, e ci riferiamo in particolare alle linee guida emesse da Roberto Speranza che consentono la somministrazione della pillola abortiva senza ricovero ospedaliero sostanzialmente ovunque. Si tratta, in questo caso, di un notevole cambiamento di cui in Parlamento non si è discusso: l’ha imposto un ministro espressione di un partito inesistente.Invece dovrebbe passare dal Parlamento, come le regole della democrazia prevedono, la proposta del senatore di Fdi, Luca De Carlo, per la sepoltura dei feti abortiti. Tale progetto di legge è stato presentato lo scorso novembre e non è mai stato esaminato (questo è l’interesse che i temi cosiddetti etici riscuotono in aula), e pare che De Carlo intenda farsi sotto di nuovo. Il suo testo prevede la modifica dell’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria: oggi la sepoltura del feto è a discrezione dei genitori, se la nuova legge passasse diverrebbe un diritto da riconoscere automaticamente anche per «i bambini non nati di età inferiore a 28 settimane».Manco a dirlo, le esponenti del Pd e di +Europa hanno già scatenato l’inferno. Gridano che si tratti di una intollerabile violazione dei diritti delle donne, urlano che il corpo della donna non si tocca, eccetera. Sinceramente, tuttavia, non si capisce dove sia la lesione della dignità femminile: mettere il corpicino morto in una cassetta e seppellirlo o cremarlo è una offesa? Attualmente, persino per i genitori che ne facciano richiesta è difficile ottenere la sepoltura del feto: per lo più, i non nati sono trattati come rifiuti organici. Finiscono nel pattume, come bucce di banana o residui di cibo. Per chi ritiene che la vita inizi dal concepimento, si tratta di una situazione angosciante. Per chi invece pensa che un feto abortito non sia vita, beh, in quel caso che differenza fa? Ci tiene a che il corpicino venga buttato in discarica e non in una area apposita dentro un cimitero? Suggestivo. Monica Cirinnà, tanto per fare un esempio, parla con fastidio di «un cavallo di battaglia della destra», che sarebbe emblematico di una cultura «profondamente illiberale». Beh allora ci dica, che ci sarebbe di illiberale nel seppellire degnamente un essere vivente? Sarebbe più liberale gettare un esserino di 27 settimane in un cassonetto dell’umido? A quanto pare, per la Cirinnà, solo i soldi meritano di essere seppelliti, magari in giardino vicino alla cuccia del cane. La sensazione, qui, è appunto che ai sinceri democratici non interessi affatto ledere la dignità altrui. Se un diritto (vero o soprattutto presunto) non porta vantaggi a fini elettorali, allora si può serenamente calpestare. I bambini si possono eliminare tramite pillola somministrabile anche ai minorenni; ai minori si possono somministrare bloccanti della pubertà in attesa che cambino sesso chirurgicamente, anche in assenza di approfondita riflessione sul tema; gli stessi ragazzini possono tranquillamente essere buttati fuori dai campi di gioco se non si sono vaccinati; se invece i piccoli non sono nemmeno venuti al mondo, è imperativo gettarli nella spazzatura. Chi non è d’accordo - e si limita a chiedere un filo di rispetto in più senza nemmeno sognare di cancellare le libertà altrui - viene trattato come un pericoloso barbaro, un fascista violento. Perché la sinistra, in fondo, riconosce un solo diritto: quello di fare ciò che vuole, sempre e comunque, anche a spese degli altri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aborto-sepoltura-feti-sinistra-fdi-2658142106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lideatore-della-proposta-si-difende-quei-corpicini-non-sono-rifiuti" data-post-id="2658142106" data-published-at="1662197471" data-use-pagination="False"> L’ideatore della proposta si difende. «Quei corpicini non sono rifiuti» «La legge 194 e la libertà delle donne non c’entrano nulla con quanto propongo. Chi li tira in ballo lo fa in modo del tutto strumentale». Nonostante le polemiche di questi giorni e i molteplici attacchi ricevuti, Luca De Carlo, 50 anni, senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario della proposta di legge «disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati», non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. «La finalità della mia proposta è che qualsiasi bambino o qualsiasi feto, anche sotto le 28 settimane, possa venir sepolto anche senza il consenso dei genitori», spiega De Carlo alla Verità, aggiungendo che ritiene «questa una questione di civiltà». Anche perché, prosegue l’esponente del partito di Giorgia Meloni, nelle sue intenzioni non c’è affatto quella di dare nome e cognome al figlio abortito («non intendo fare nulla che possa rinnovare il dolore alla donna»), bensì «evitare che i bambini non nati finiscano tra i rifiuti speciali ospedalieri». Il ddl non intende dunque minimamente interferire con la sfera decisionale della donna; «anche perché interviene ad aborto già effettuato», sottolinea De Carlo il quale non solo non pare spaventato dalle polemiche di cui è al centro, ma rilancia: «Quello che propongo non è affatto aberrante, tutt’altro. Aberrante è semmai che nessuno ci abbia pensato prima. A proposito, dove sono Enrico Letta e i cattolici del Pd su questi temi?». Bella domanda, soprattutto vedendo le reazioni inferocite che dall’area progressista si sono levate in queste ore, dinnanzi alla sua proposta. Lia Quartapelle del Pd considera quella di De Carlo un’iniziativa su cui riflettere con attenzione, «per chi avesse ancora dubbi su cosa vuole fare Fratelli d’Italia alla libertà di scelta delle donne». La senatrice Monica Cirinnà, sempre del Pd, ritiene quella di dare sepoltura ai non nati «una proposta profondamente sbagliata, che lede l’autonomia e la dignità delle donne che scelgono di interrompere la gravidanza». Più duro il commento di Laura Boldrini, della quale De Carlo non teme le critiche: «Le considero una medaglia». Per l’ex presidente della Camera, l’intenzione del senatore di Fdi è «agghiacciante. Ancora una volta Fratelli d’Italia intende criminalizzare le donne». Le parole più allarmate sono però state quelle della dem Valeria Valente, presidente della commissione sui femminicidi, secondo cui l’idea di seppellire i non nati «è un orrore» che «dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione». Non tutte le reazioni sono però state così. C’è anche infatti chi considera quella di De Carlo una norma da appoggiare. La pensa così, per esempio, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, che rispedisce ai mittenti le critiche sulla sepoltura dei feti: «Il Partito democratico ancora una volta si rende protagonista di discriminazioni nei confronti di donne e nascituri e non si ferma neanche davanti alla morte dei più piccoli. Trattare i bambini come spazzatura da gettare nei rifiuti organici significa infatti calpestare la dignità di ogni vita umana». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, secondo cui «la sepoltura dei bambini abortiti è un atto di civiltà». «Oggi invece, nel nome di una strumentale e non meglio specificata “difesa dei diritti”», prosegue sempre Gandolfini, «scatta l’isterismo del mainstream progressista non appena sia riconosciuto il valore intrinseco di ogni vita umana».
Kaja Kallas (Ansa)
«È passato un anno - gli ha rinfacciato la Kallas - e la Russia non ha fatto alcun passo. Quando finirà la vostra pazienza?». Al sarcasmo della «brillante» euroministra degli Esteri, pare che Rubio non abbia reagito elegantemente e avrebbe freddato la signora con un irritato «Stiamo facendo del nostro meglio per porre fine alla guerra. Se pensate di poter ottenere migliori risultati, fate pure. Noi ci faremo da parte». Ovviamente la baldanza retorica è l’unica arma di cui dispone la Commissione europea, il cui valore della classe dirigente impressiona per inadeguatezza di mese in mese.
Quando poi si tratta di mostrare realmente il valore politico dell’Unione, ecco che si arriva alla firma degli accordi relativi ai dazi, il cui peso negoziale è totalmente sbilanciato a favore della Casa Bianca, che aveva fatto intendere: o firmate l’accordo sui dazi oppure vi tagliamo il gas. E ci mancherebbe pure questo. Solo una cosa appare sempre più certa: nei conflitti in corso l’unico sconfitto di peso chiaro si chiama Unione europea. Una sconfitta pesante che gli ultimi botti di euroretorica potranno celare per poco. Tutto ciò su cui l’Ue aveva puntato è miseramente crollato: il mondo perfetto si è girato contro e si è trasformato in incubo.
Pensate allo slogan «grazie all’euro non avremo più guerre in Europa»: ne sono scoppiate due, una a Est e una in quel Mediterraneo sempre sottovalutato da Bruxelles. E quell’«Ue, no borders», l’abbattimento dei confini con cui la generazione Erasmus doveva essere liberata dai nazionalismi? Ci ritroviamo al protagonismo dei confini, sia politici/militari sia economico/finanziari. E pensate ai deliri delle politiche green, dalla riduzione delle emissioni alla retorica delle batterie come nuovo paradigma energetico. Tutto si è rivoltato per via di confini da riprendersi, regimi da rovesciare e combustibili fossili come presidio da controllare. Eh già: si combatte ancora per il petrolio e per il gas.
A Bruxelles non mollano sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica di almeno il 55% entro il 2030 e di cambiamenti climatici da contrastare, mentre missili e droni fanno saltare in aria oleodotti e infrastrutture inquinando cielo, terra e mare. E che dire delle valutazioni sul mercato del carbonio, quando pure in Italia - per far fronte all’emergenza - si riaccendono i motori delle centrali a carbone, nella speranza che mettano sul mercato 30 miliardi di kWh per consentire un «gioco più largo» d’impiego del petrolio? In poche parole: sarebbe meglio che l’Europa se ne stesse zitta e di contro gli Stati tornassero a pensare a come riparare i propri cittadini e curare i propri interessi nazionali. Anche dal punto di vista energetico. Lungi da me proporre piani «sovranisti», ma almeno pensiamo a come avviare immediatamente l’iter per trasformare i rifiuti in energia: sono il nostro oro e dobbiamo fare in fretta per affidarci ai più bravi (in Italia abbiamo top player a livello mondiale) così da riqualificare anche siti industriali dismessi. Altra questione: riallacciare i rapporti con la Russia per non restare gli ultimi del giro visto che lo faranno gli americani (Exxon), i francesi (la Total è già lì) e altri. Questo rapporto va riaperto soprattutto se la chiusura di Hormuz si protraesse; a quel punto non è difficile ipotizzare uno scenario per cui i carichi saranno soggetti ad aste e andranno verso i Paesi disposti a pagare di più (Cina in testa).
Questa considerazione non può non tenere conto della scelta americana di congelare le sanzioni sul petrolio russo: perché non muoverci a riallacciare i rapporti, invece di sparare pure sulle iniziative della Biennale? Ultima suggestione: tutelare il mercato interno, esattamente come gli altri.
La Commissione dovrebbe proibire alle compagnie petrolifere europee di vendere petrolio e gas fuori dall’Europa e garantire così prioritariamente la domanda interna. Se Bruxelles non lo volesse fare e se per l’Italia fossero chiari i prodromi di una grave crisi energetica, il governo italiano potrebbe emanare una normativa di emergenza per tenere le nostre risorse energetiche per il mercato interno. Non esportare nulla, in poche parole. Ovviamente in questa fase gli utili delle compagnie del settore - a maggior ragione le partecipate - saranno usati anche per far fronte alle difficoltà che la crisi provocherà.
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Elly Schlein (Ansa)
Dopo la vittoria del No al referendum sono stato quasi sommerso da domande da parte dei colleghi stranieri, sintetizzabili in una: vincerà la sinistra le elezioni politiche del 2027? Ho promesso una mia stima probabilistica tra qualche settimana per due motivi: avere dati sulla reazione del governo e delle forze politiche di centrodestra di fronte a questo rischio e, soprattutto, sull’impatto e contenimento dell’eventuale crisi inflazionistica/recessiva dovuta al blocco dei transiti nello stretto di Hormuz.
Sto studiando, ma qui ritengo rilevante riportare lo scenario what if (cosa succede se) che è oggetto di studio da parte di alcuni rilevanti colleghi esteri sull’Italia, con enfasi sull’opportunità o meno di investimenti in Italia. Devo sottolineare che la missione valutativa di questi colleghi non è ideologica, ma finalizzata ad individuare in quali nazioni è remunerativo e ragionevolmente sicuro fare investimenti industriali diretti (partecipazioni) o indiretti (azioni quotate) oppure di obbligazioni statali e private.
Fino a prima del referendum la maggior parte delle valutazioni era molto positiva: l’Italia a conduzione Meloni è un business. Per onestà, con punto interrogativo dovuto all’imposizione di una extratassa motivata da extraprofitto sui soggetti bancari e dintorni, annotato (con orrore) come segnale di degenerazione populista. Un meno, ma superato dalle valutazioni positive delle agenzie di rating che hanno aumentato il punteggio di affidabilità finanziaria dell’Italia nel 2025 anche con conseguenze di riduzione del differenziale tra titoli di debito italiani e tedeschi: il governo di centrodestra ha messo in priorità l’equilibrio del bilancio statale e ciò è una condizione essenziale per attrarre investimenti esteri. In verità c’era un altro meno: un eccesso di fiducia da parte del governo di centrodestra sull’effetto stimolativo della spesa e mano pubbliche mentre l’economia tecnica ritiene più produttiva la detassazione, nonché investimenti mirati e non dispersi, come volano di crescita.
Tuttavia, la considerazione di un miglioramento gestionale del sistema economico italiano in relazione a quella disastrosa dei governi di sinistra precedenti ha reso meno importante questo criterio teoretico. L’aumento dell’occupazione, poi, ha corroborato segnali di fiducia sull’Italia. In sintesi, la gestione del governo Meloni è stata valutata dagli analisti esteri un passo importante per invertire il declino economico dell’Italia. In particolare è stato giudicato molto bene l’attivismo in politica estera con conseguenze stimolative per l’export: partenariati strategici bilaterali a raggio globale, postura convergente con la Commissione europea per estendere i trattati doganali a zero o quasi dazi, piano Mattei per l’Africa con azione di avanguardia, ecc.
Dopo il referendum c’è il timore che la sinistra si compatti dando una forza maggiore ai partiti divergenti dalle condizioni di sviluppo economico come i pentastellati e l’estrema sinistra sulla sinistra più moderata e pragmatica. Per inciso, nella maggior parte delle democrazie sono osservabili quattro formazioni: destra e sinistra centriste/moderate ed estreme. Dove l’azione governativa più compatibile con un modello economico razionale, in questa fase storica, è quella centrista combinata con programmi futurizzanti.
In Italia, diversamente da altre nazioni, la destra si è configurata in modo compatibile con un’economia razionale e di sviluppo, nonché con un nazionalismo aperto e collaborativo (moltiplicatore di forza commerciale) e non con uno chiuso mentre la sinistra compatibile con l’economia tecnica è minoritaria nei confronti di quella che non lo è sia per una conduzione inadeguata tecnicamente della prima sia per la postura irrazionale del movimento pentastellato. Bisogna valutare che in molte democrazie è visibile un processo di impoverimento della classe media. Ma la giusta soluzione a questo problema è un «welfare di investimento» che sostituisca gradualmente quello «redistributivo/assistenziale» con la missione di dare più mobilità cognitiva e valore di mercato agli individui, in particolare in un’epoca di rivoluzione tecnologica discontinua.
La sinistra italiana – spiace annotarlo - non è né sarà a breve in grado di produrre innovazioni produttive e competitive. In tal senso comprendo la valutazione di rischio politico da parte degli analisti stranieri detti sopra che valutano di abbandonare l’Italia sul piano degli investimenti nel caso aumenti la probabilità di vittoria delle sinistre. Nei loro scenari, infatti, la sinistra potrà essere maggioritaria solo se sinistra moderata e populisti estremi si compatteranno in coalizione. L’eccitazione dell’esito referendario alza il rischio che tale compattazione avvenga senza una convergenza tecnica che permetta alla sinistra di governare senza eccessi di divergenza dalla razionalità economica e dal requisito dell’equilibrio della finanza pubblica. Per tale motivo, appunto, chiedono quale capacità abbia il centrodestra di riconquistare un consenso maggioritario. Il tema non è ideologico, ma concreto perché riguarda miliardi di investimenti esteri, una posizione forte e non debole nell’Ue e l’inversione del declino attraverso una strategia di Italia globale che la sinistra né propone né è in grado di attuare. Darò le mie idee, ma sono più importanti soluzioni rapide da parte del centrodestra per invertire una profezia di sconfitta con impatto negativo anticipato sugli interessi economici dell’Italia.
www.carlopelanda.com
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Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
«L’Europa», afferma Conte, «dovrebbe rafforzare la difesa comune europea, è una necessità, dobbiamo iniziare a costruire uno strumento di maggiore integrazione. La difesa unica è un progetto necessario per rispondere alle sfide che abbiamo davanti ma non ha nulla a che vedere col piano di riarmo, che sono soldi buttati». Conte ha ben compreso che le differenze sulla politica estera sono quelle più ostiche da superare per riunire la coalizione progressista alle elezioni politiche del prossimo anno, e così posizione il M5s anche sulla questione della guerra in Ucraina: «Sul conflitto in Ucraina», sottolinea l’ex premier, «io non mi sottraggo mai al confronto. Abbiamo sensibilità diverse ma ci sono passaggi che ci devono unificare. L’aggressione russa va assolutamente sanzionata. Oggi, di fronte all’allettante e conveniente prezzo del gas russo, noi non dobbiamo piegarci. Non dobbiamo acquistarlo fin quando non ci sarà un trattato di pace. Ma non possiamo demandare ad altri. Impegniamoci noi, con tutta la nostra forza, per una svolta negoziale. Non possiamo permetterci che arrivi questa svolta e l'Ue non sia a quel tavolo. Se dovesse succedere, il declino europeo sarà ancora più chiaro».
Il Conte di lotta di qualche settimana fa lascia il posto al Conte di governo: «L’Europa sta attraversando un declino politico spaventoso e preoccupante», argomenta Giuseppi, «sconquassata da una crisi economica, dalle conseguenze della pandemia e da una guerra nel cuore dell’Europa per l’aggressione russa illegale e illegittima. Come abbiamo risposto? L’Europa è balbettante, claudicante, non è riuscita a esprimere una visione e una strategia e ha mostrato tutte le sue carenze. Occorre rafforzare le istituzioni democratiche», aggiunge il leader del M5s, «dando potere d’iniziativa legislativa al parlamento europeo, potere di inchiesta, lì ci sono i nostri rappresentanti, deve essere l’organo dell’accountability, della rendicontazione al popolo europeo».
Sembra passato un secolo e invece sono pochi mesi da quando Conte menava la Ue come un fabbro e si affidava alle doti di pacificatore dell’ex candidato al Nobel Donald Trump: «Lasciamo che a condurre il negoziato siano gli Stati Uniti», diceva l’allora Giuseppi lo scorso 10 dicembre, a proposito della guerra in Ucraina, «i governi europei hanno fallito puntando tutto sulla scommessa di una vittoria sulla Russia, a colpi di invii di armi e di spese militari». Il Conte di governo incassa subito l’ok dell’alleato più ostile, Italia viva: «Bene la svolta di Conte», applaude il senatore Enrico Borghi, vicepresidente di Iv, «su difesa europea comune e sforzo diplomatico per l'Ucraina. Ora andiamo alle primarie del centrosinistra». Esultano anche altri alleati finora ad ora decisamente anti-contiani, come il senatore Pd Filippo Sensi:«Mi pare positivo», commenta Sensi, «che oggi il leader dei cinque stelle abbia fatto retromarcia e sconfessato i suoi esponenti che minacciavano la fine del sostegno alla Ucraina e l’apertura al gas russo. La sua risoluzione era irricevibile. Ma almeno oggi ha fatto un passo indietro. Vedremo».
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Un soldato Huthi yemenita manovra una mitragliatrice montata su un veicolo della polizia accanto a un cartellone pubblicitario che raffigura gli Huthi mentre lanciano attacchi missilistici e con droni (Getty Images)
Già il nome richiama tristezza. Bab el Mandeb, la «Porta delle lacrime». E’ il braccio di mare che separa la Penisola Arabica dal Corno D’Africa, l’area più povera della terra. Yemen e Gibuti, Asia e Africa, due continenti separati dallo Stretto di Bab el Mandeb. Un braccio di mare largo 26 chilometri che ha un’importanza cruciale per i traffici commerciali globali. Ora che gli Huthi tornano ad attaccare, possiamo dire con certezza che a versare le lacrime saremo noi. I In bolletta. Al supermercato. Alla pompa della benzina. I miliziani yemeniti hanno sparato contro Israele. Ora minacciano il blocco dello Stretto.
Ventisei chilometri. Un collo di bottiglia attraverso cui passa più della metà del greggio diretto in Europa. Mentre Hormuz, il gemello ricco del Golfo Persico, spedisce soprattutto in Asia (il 75% del petrolio che l’attraversa è destinato ai mercati orientali), Bab el-Mandeb è il nostro problema. Quello europeo. Quello italiano. Quello di chi fa la spesa al supermercato di Milano o di Palermo convinto che i prezzi dipendano dal direttore del punto vendita.
Dal Golfo di Aden risalendo il Mar Rosso, si attraversa il Canale di Suez ed ecco il Mediterraneo. È la rotta che dal 2023 gli Huthi tengono sotto tiro. Se anche sul Mar Rosso arrivano i missili non passa più niente. Gli armatori hanno fatto i conti. I premi assicurativi per raggiungere Suez sono schizzati a livelli che ricordano quelli dell’era della pirateria somala.
Risultato: le compagnie armatoriali avevano scelto la rotta alternativa. Il periplo dell’Africa. Circumnavigare l’intero continente africano, passare attorno al Capo di Buona Speranza - che di buono, per i costi di carburante e logistica, ha ben poco - e arrivare in Europa con in più di navigazione. Più carburante, più equipaggio, più tempo, più costi. Tutto «più», tranne i margini. Qualcuno paga. Indovinate chi. Il Drewry World Container Index, che misura il costo dei trasporti marittimi ha annunciato che si è appena conclusa la quarta settimana consecutiva di rialzi. L’incremento è del 5% che porta il costo medio a 2.279 dollari per container.
Ma è sulle rotte che ci interessano davvero che i numeri fanno paura. La tratta Shanghai-Genova ha visto i costi aumentare del 12%, attestandosi a 3.474 dollari a container. Sulla Shanghai-Rotterdam, il cuore pulsante del commercio europeo, il rialzo è stato del 3%, con costi a 2.552 dollari.
In altre parole ogni container che parte dalla Cina e arriva in Italia trasportando elettrodomestici, componenti elettronici, tessuti, giocattoli, scarpe, costa 400 dollari in più rispetto a sette giorni fa. E questo prima dell’attacco di ieri. Prima che gli Huthi decidessero di alzare nuovamente il livello della conversazione.
Gli analisti (abituati come sono a dire che al peggio non c’è mai fine) parlano di «scenario da incubo». Non tanto per il prezzo del barile, quanto per la sua persistenza. Se il greggio dovesse superare i 110-115 dollari e restarci per un periodo prolungato diventerebbe la nuova normalità. Il mercato si adatterebbe. Le aziende ricalcolerebbero i prezzi. I consumatori troverebbero i listini aggiornati sugli scaffali.
E l’inflazione tornerebbe a bussare. Con gli interessi.
C’è un dettaglio tecnico che merita menzione: alcuni terminal petroliferi sauditi si trovano già sul Mar Rosso, e quindi non dipendono più da Hormuz. Un piccolo sollievo. Tuttavia, aggiungono gli analisti se Bab el Mandeb viene chiuso è l’intera catena di forniture che viene attaccata. Attraverso lo Stretto passano circa 4,2 milioni di barili al giorno, pari al 5,3% di tutto il petrolio movimentato via mare nel mondo. Circa due terzi arrivano in Europa. Considerando l’intero corridoio Mar Rosso-Suez, si parla del 30% del traffico container mondiale e del 40% degli scambi tra Asia ed Europa.
Questa è la geometria brutale della geopolitica moderna: il conflitto lo fanno altri, in questo caso Usa e Israele, ma il prezzo lo pagano tutti. L’Europa, che dipende da quelle rotte come un malato dai suoi farmaci, si trova nella posizione scomoda di essere il principale mercato di destinazione di tutto ciò che transita per Bab el Mandeb, senza avere né la volontà politica né la capacità militare di decidere da sola le sorti di quello specchio d’acqua.
La «Porta delle Lacrime» potrebbe far piangere milioni di persone. Sono le lacrime silenziose ma concrete che scendono sui bilanci familiari europei ogni volta che il Mar Rosso torna sulle prime pagine.
Il problema con le lacrime, si sa, è che bagnano. E ora rischiamo di bagnarci tutti quanti.
«È solo l’inizio, siamo pieni di razzi»
Dopo un mese di guerra e una serie di minacce di intervento gli Huthi sono ufficialmente entrati nel conflitto.
Il proxy dell’Iran ha lanciato una salva di missili contro Israele, che non hanno raggiunto nessun obiettivo perché sono stati tutti intercettati da Tel Aviv. Questa mossa della tribù yemenita rappresenta l’ennesima escalation di una guerra che sta coinvolgendo sempre più nazioni. Il portavoce delle forze armate degli Huthi, il brigadiere generale Yahya Saree, sentito dalla Verità, ha dichiarato che gli attacchi continueranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati e fino a quando non cesserà l’aggressione contro tutti i fronti della resistenza del nemico sionista e degli invasori statunitensi. «I nostri missili - ha sottolineato Saree - sono stati lanciati contro obiettivi sensibili di Israele in tutto il sud della nazione e non ci fermeremo perché abbiamo scorte balistiche infinite». Il brigadiere generale è stato ancora più duro analizzando le prossime mosse di questa tribù sciita. «Hanno sfidato i nostri fratelli dell’Iran e adesso ne pagheranno le conseguenze. Stiamo valutando molte opzioni e una delle più importanti è sicuramente la chiusura totale di Bab el Mandeb, noi possiamo controllare la via d’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez. In queste ore ci stiamo coordinando con tutti i fratelli che fanno parte della resistenza: abbiamo un dovere morale e religioso sia con Teheran che con Hezbollah in Libano. Abbiamo volutamente atteso il momento giusto e adesso saremo parte dello scontro per rispondere all’aggressione subita dall’Iran e dall’uccisione dei tanti martiri». La minaccia della chiusura di Bab el Mandeb andrebbe a bloccare un transito commerciale per un valore di circa 1.000 miliardi di dollari. Tra novembre 2023 e gennaio 2025, i ribelli Huthi hanno attaccato più di 100 navi mercantili con missili e droni, affondandone due e uccidendo quattro marinai. Da qui passano anche quasi 9 milioni di barili di petrolio ogni giorno che aggiunti al blocco dello stretto di Hormuz, dal quale ne passano circa 20 milioni, andrebbero a peggiorare la situazione energetica soprattutto europea. Israele e gli Stati Uniti nel 2025 avevano ripetutamente colpito Sanaa, la capitale dello Yemen controllata dagli Huthi, e anche il loro porto principale, ma il lancio di missili e droni non si era mai totalmente fermato.
Adesso, dopo mesi di tregua, questi miliziani si dicono pronti a colpire di nuovo e sembra che abbiano fatto scorte balistiche molto importanti che potrebbero impegnare israeliani e statunitensi per diverse settimane. In un momento in cui il Pakistan, la Turchia e anche il Qatar stanno cercando di mediare fra Iran e Stati Uniti, il regime degli ayatollah ha deciso di giocarsi anche la carta dell’ultimo proxy ancora attivo. «Siamo dovuti scendere in guerra perché ce lo richiedeva il nostro popolo - prosegue Yahya Saree - per settimane ci sono state manifestazioni nella nostra capitale e in tutte le principali città che chiedevano di affrontare i sionisti e gli americani. Continueremo ad attaccare Israele, la loro capitale e tutte le loro città, finché non si arrenderanno e libereranno il popolo palestinese dall’oppressione sionista. Anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono un obiettivo, perché non hanno capito che si tratta di uno scontro per la sopravvivenza dell’Islam e permettono agli americani di essere padroni in una terra sacra. Sono anni che combattiamo contro sauditi ed emiratini che cercano di fermare la rivoluzione che è arrivata nello Yemen, appoggiando il falso governo di Aden. Adesso è il nostro momento e dimostreremo a tutti la nostra forza e la nostra fede».
Gli Huthi sono stati strategicamente tenuti fuori dalla guerra dall’Iran, che adesso con l’apertura di un nuovo fronte cercherà di aumentare il suo peso anche dell’eventualità dell’apertura di una trattativa.
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