True
2022-09-03
«Seppelliamo i feti». E il Pd e la Cirinnà si scatenano contro Fdi
Monica Cirinnà (Getty Images)
È sempre interessante notare come, al momento opportuno, gli intellettuali progressisti siano pronti a serrare i ranghi e trasformarsi in fedeli portatori d’acqua per i partiti di riferimento. Anche persone che, in passato, avevano mostrato notevole apertura mentale e indipendenza di pensiero, quando il dovere chiama si corazzano ed entrano nell’arena, disposte a dimenticare le precedenti posizioni pur di essere utili alla causa. Prendiamo Mirella Serri e Natalia Aspesi. La prima ha pubblicato negli anni saggi interessanti, non esattamente proni all’ortodossia sinistrorsa, tanto che la si sarebbe immaginata «terzista». La seconda, mesi fa, ha deliziato i lettori di Repubblica con furenti attacchi alle menate politicamente corrette e al femminismo plastificato che oggi va per la maggiore. Ebbene, nelle ultime settimane entrambe hanno imbracciato il mitragliatore e hanno iniziato a sparare raffiche contro la destra (o, meglio, contro chiunque non si dichiari di sinistra), scatenando una potenza di fuoco che appare leggermente sovradimensionata. Tradotto: la sparano grossa, troppo grossa, e non si capisce se lo facciano per spaventare i lettori o perché, alla fine dei conti, il vizio di fondo del post comunista non si perde mai.
Fatto sta che le due signore da qualche tempo - e ieri in particolare - firmano editoriali allarmati per sostenere che la destra, una volta giunta al potere, cancellerà ogni possibile diritto per tutte le minoranze disponibili. Non vale la pena riprendere i passaggi dei singoli articoli, che spesso risultano perfino sgradevoli per via dei toni supponenti o del disprezzo riservato all’avversario, lo stesso che saltuariamente si diletta a esibire anche un autore intelligente come Michele Serra. Il succo l’abbiamo capito: con Giorgia Meloni premier e Matteo Salvini in qualche altra posizione di grande potere, dicono i gauchiste di provata fede, torneremo al Medioevo, le donne saranno obbligate a tornare in cucina e non potranno abortire, mentre i gay verranno inseguiti per strada e torturati, e solo agli immigrati spetterà una sorte peggiore (forse il linciaggio o l’impiccagione, a seconda dei programmi dei vari partiti).
Ora, è evidente a chiunque che nulla di tutto questo accadrà. Grazie al cielo, in Italia esistono leggi che puniscono i bruti che aggrediscono le persone per strada, e in teoria basterebbe solo farle rispettare. Esiste pure una norma che disciplina l’interruzione di gravidanza, e non c’è partito che proponga di cancellarla. Quanto all’immigrazione, l’unico rischio è che continui ad aumentare in maniera sproporzionata, costringendo migliaia di persone ad affollarsi in centri di accoglienza già collassati. Insomma, la destra non farà nulla per riportare la nazione al 1250, e non avrebbe i mezzi per farlo nemmeno se volesse.
Qui, semmai, il nodo della questione è un altro e riguarda più direttamente il fronte progressista e il fastidio che ogni volta dimostra per i diritti altrui. Proprio perché esiste una legge, non si capisce perché non si possa proporre di attuarla pienamente, compresa cioè la parte iniziale in cui si ribadisce che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite». La stessa legge, la 194, consente anche di fornire assistenza che contribuisca «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza», e precisa che i consultori possono «avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita» (definizione che ricomprende le organizzazioni pro life).
Finora, gli unici tentativi di aggirare la 194 sono arrivati da sinistra, e ci riferiamo in particolare alle linee guida emesse da Roberto Speranza che consentono la somministrazione della pillola abortiva senza ricovero ospedaliero sostanzialmente ovunque. Si tratta, in questo caso, di un notevole cambiamento di cui in Parlamento non si è discusso: l’ha imposto un ministro espressione di un partito inesistente.
Invece dovrebbe passare dal Parlamento, come le regole della democrazia prevedono, la proposta del senatore di Fdi, Luca De Carlo, per la sepoltura dei feti abortiti. Tale progetto di legge è stato presentato lo scorso novembre e non è mai stato esaminato (questo è l’interesse che i temi cosiddetti etici riscuotono in aula), e pare che De Carlo intenda farsi sotto di nuovo. Il suo testo prevede la modifica dell’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria: oggi la sepoltura del feto è a discrezione dei genitori, se la nuova legge passasse diverrebbe un diritto da riconoscere automaticamente anche per «i bambini non nati di età inferiore a 28 settimane».
Manco a dirlo, le esponenti del Pd e di +Europa hanno già scatenato l’inferno. Gridano che si tratti di una intollerabile violazione dei diritti delle donne, urlano che il corpo della donna non si tocca, eccetera. Sinceramente, tuttavia, non si capisce dove sia la lesione della dignità femminile: mettere il corpicino morto in una cassetta e seppellirlo o cremarlo è una offesa? Attualmente, persino per i genitori che ne facciano richiesta è difficile ottenere la sepoltura del feto: per lo più, i non nati sono trattati come rifiuti organici. Finiscono nel pattume, come bucce di banana o residui di cibo. Per chi ritiene che la vita inizi dal concepimento, si tratta di una situazione angosciante. Per chi invece pensa che un feto abortito non sia vita, beh, in quel caso che differenza fa? Ci tiene a che il corpicino venga buttato in discarica e non in una area apposita dentro un cimitero? Suggestivo. Monica Cirinnà, tanto per fare un esempio, parla con fastidio di «un cavallo di battaglia della destra», che sarebbe emblematico di una cultura «profondamente illiberale». Beh allora ci dica, che ci sarebbe di illiberale nel seppellire degnamente un essere vivente? Sarebbe più liberale gettare un esserino di 27 settimane in un cassonetto dell’umido? A quanto pare, per la Cirinnà, solo i soldi meritano di essere seppelliti, magari in giardino vicino alla cuccia del cane.
La sensazione, qui, è appunto che ai sinceri democratici non interessi affatto ledere la dignità altrui. Se un diritto (vero o soprattutto presunto) non porta vantaggi a fini elettorali, allora si può serenamente calpestare. I bambini si possono eliminare tramite pillola somministrabile anche ai minorenni; ai minori si possono somministrare bloccanti della pubertà in attesa che cambino sesso chirurgicamente, anche in assenza di approfondita riflessione sul tema; gli stessi ragazzini possono tranquillamente essere buttati fuori dai campi di gioco se non si sono vaccinati; se invece i piccoli non sono nemmeno venuti al mondo, è imperativo gettarli nella spazzatura. Chi non è d’accordo - e si limita a chiedere un filo di rispetto in più senza nemmeno sognare di cancellare le libertà altrui - viene trattato come un pericoloso barbaro, un fascista violento. Perché la sinistra, in fondo, riconosce un solo diritto: quello di fare ciò che vuole, sempre e comunque, anche a spese degli altri.
L’ideatore della proposta si difende. «Quei corpicini non sono rifiuti»
«La legge 194 e la libertà delle donne non c’entrano nulla con quanto propongo. Chi li tira in ballo lo fa in modo del tutto strumentale». Nonostante le polemiche di questi giorni e i molteplici attacchi ricevuti, Luca De Carlo, 50 anni, senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario della proposta di legge «disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati», non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi.
«La finalità della mia proposta è che qualsiasi bambino o qualsiasi feto, anche sotto le 28 settimane, possa venir sepolto anche senza il consenso dei genitori», spiega De Carlo alla Verità, aggiungendo che ritiene «questa una questione di civiltà». Anche perché, prosegue l’esponente del partito di Giorgia Meloni, nelle sue intenzioni non c’è affatto quella di dare nome e cognome al figlio abortito («non intendo fare nulla che possa rinnovare il dolore alla donna»), bensì «evitare che i bambini non nati finiscano tra i rifiuti speciali ospedalieri».
Il ddl non intende dunque minimamente interferire con la sfera decisionale della donna; «anche perché interviene ad aborto già effettuato», sottolinea De Carlo il quale non solo non pare spaventato dalle polemiche di cui è al centro, ma rilancia: «Quello che propongo non è affatto aberrante, tutt’altro. Aberrante è semmai che nessuno ci abbia pensato prima. A proposito, dove sono Enrico Letta e i cattolici del Pd su questi temi?». Bella domanda, soprattutto vedendo le reazioni inferocite che dall’area progressista si sono levate in queste ore, dinnanzi alla sua proposta.
Lia Quartapelle del Pd considera quella di De Carlo un’iniziativa su cui riflettere con attenzione, «per chi avesse ancora dubbi su cosa vuole fare Fratelli d’Italia alla libertà di scelta delle donne». La senatrice Monica Cirinnà, sempre del Pd, ritiene quella di dare sepoltura ai non nati «una proposta profondamente sbagliata, che lede l’autonomia e la dignità delle donne che scelgono di interrompere la gravidanza». Più duro il commento di Laura Boldrini, della quale De Carlo non teme le critiche: «Le considero una medaglia». Per l’ex presidente della Camera, l’intenzione del senatore di Fdi è «agghiacciante. Ancora una volta Fratelli d’Italia intende criminalizzare le donne». Le parole più allarmate sono però state quelle della dem Valeria Valente, presidente della commissione sui femminicidi, secondo cui l’idea di seppellire i non nati «è un orrore» che «dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione».
Non tutte le reazioni sono però state così. C’è anche infatti chi considera quella di De Carlo una norma da appoggiare. La pensa così, per esempio, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, che rispedisce ai mittenti le critiche sulla sepoltura dei feti: «Il Partito democratico ancora una volta si rende protagonista di discriminazioni nei confronti di donne e nascituri e non si ferma neanche davanti alla morte dei più piccoli. Trattare i bambini come spazzatura da gettare nei rifiuti organici significa infatti calpestare la dignità di ogni vita umana». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, secondo cui «la sepoltura dei bambini abortiti è un atto di civiltà». «Oggi invece, nel nome di una strumentale e non meglio specificata “difesa dei diritti”», prosegue sempre Gandolfini, «scatta l’isterismo del mainstream progressista non appena sia riconosciuto il valore intrinseco di ogni vita umana».
Continua a leggereRiduci
I progressisti non fanno che lanciare allarmi su diritti violati e leggi calpestate in caso di vittoria della destra. Eppure sono i primi a non voler applicare la 194 nelle parti che tutelano la maternità. E la semplice idea di un cimitero per i bimbi non nati li fa impazzire.Il senatore di Fdi, De Carlo, replica alle accuse: «Non c’è nessun attacco alle donne».Lo speciale contiene due articoli.È sempre interessante notare come, al momento opportuno, gli intellettuali progressisti siano pronti a serrare i ranghi e trasformarsi in fedeli portatori d’acqua per i partiti di riferimento. Anche persone che, in passato, avevano mostrato notevole apertura mentale e indipendenza di pensiero, quando il dovere chiama si corazzano ed entrano nell’arena, disposte a dimenticare le precedenti posizioni pur di essere utili alla causa. Prendiamo Mirella Serri e Natalia Aspesi. La prima ha pubblicato negli anni saggi interessanti, non esattamente proni all’ortodossia sinistrorsa, tanto che la si sarebbe immaginata «terzista». La seconda, mesi fa, ha deliziato i lettori di Repubblica con furenti attacchi alle menate politicamente corrette e al femminismo plastificato che oggi va per la maggiore. Ebbene, nelle ultime settimane entrambe hanno imbracciato il mitragliatore e hanno iniziato a sparare raffiche contro la destra (o, meglio, contro chiunque non si dichiari di sinistra), scatenando una potenza di fuoco che appare leggermente sovradimensionata. Tradotto: la sparano grossa, troppo grossa, e non si capisce se lo facciano per spaventare i lettori o perché, alla fine dei conti, il vizio di fondo del post comunista non si perde mai.Fatto sta che le due signore da qualche tempo - e ieri in particolare - firmano editoriali allarmati per sostenere che la destra, una volta giunta al potere, cancellerà ogni possibile diritto per tutte le minoranze disponibili. Non vale la pena riprendere i passaggi dei singoli articoli, che spesso risultano perfino sgradevoli per via dei toni supponenti o del disprezzo riservato all’avversario, lo stesso che saltuariamente si diletta a esibire anche un autore intelligente come Michele Serra. Il succo l’abbiamo capito: con Giorgia Meloni premier e Matteo Salvini in qualche altra posizione di grande potere, dicono i gauchiste di provata fede, torneremo al Medioevo, le donne saranno obbligate a tornare in cucina e non potranno abortire, mentre i gay verranno inseguiti per strada e torturati, e solo agli immigrati spetterà una sorte peggiore (forse il linciaggio o l’impiccagione, a seconda dei programmi dei vari partiti).Ora, è evidente a chiunque che nulla di tutto questo accadrà. Grazie al cielo, in Italia esistono leggi che puniscono i bruti che aggrediscono le persone per strada, e in teoria basterebbe solo farle rispettare. Esiste pure una norma che disciplina l’interruzione di gravidanza, e non c’è partito che proponga di cancellarla. Quanto all’immigrazione, l’unico rischio è che continui ad aumentare in maniera sproporzionata, costringendo migliaia di persone ad affollarsi in centri di accoglienza già collassati. Insomma, la destra non farà nulla per riportare la nazione al 1250, e non avrebbe i mezzi per farlo nemmeno se volesse.Qui, semmai, il nodo della questione è un altro e riguarda più direttamente il fronte progressista e il fastidio che ogni volta dimostra per i diritti altrui. Proprio perché esiste una legge, non si capisce perché non si possa proporre di attuarla pienamente, compresa cioè la parte iniziale in cui si ribadisce che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite». La stessa legge, la 194, consente anche di fornire assistenza che contribuisca «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza», e precisa che i consultori possono «avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita» (definizione che ricomprende le organizzazioni pro life).Finora, gli unici tentativi di aggirare la 194 sono arrivati da sinistra, e ci riferiamo in particolare alle linee guida emesse da Roberto Speranza che consentono la somministrazione della pillola abortiva senza ricovero ospedaliero sostanzialmente ovunque. Si tratta, in questo caso, di un notevole cambiamento di cui in Parlamento non si è discusso: l’ha imposto un ministro espressione di un partito inesistente.Invece dovrebbe passare dal Parlamento, come le regole della democrazia prevedono, la proposta del senatore di Fdi, Luca De Carlo, per la sepoltura dei feti abortiti. Tale progetto di legge è stato presentato lo scorso novembre e non è mai stato esaminato (questo è l’interesse che i temi cosiddetti etici riscuotono in aula), e pare che De Carlo intenda farsi sotto di nuovo. Il suo testo prevede la modifica dell’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria: oggi la sepoltura del feto è a discrezione dei genitori, se la nuova legge passasse diverrebbe un diritto da riconoscere automaticamente anche per «i bambini non nati di età inferiore a 28 settimane».Manco a dirlo, le esponenti del Pd e di +Europa hanno già scatenato l’inferno. Gridano che si tratti di una intollerabile violazione dei diritti delle donne, urlano che il corpo della donna non si tocca, eccetera. Sinceramente, tuttavia, non si capisce dove sia la lesione della dignità femminile: mettere il corpicino morto in una cassetta e seppellirlo o cremarlo è una offesa? Attualmente, persino per i genitori che ne facciano richiesta è difficile ottenere la sepoltura del feto: per lo più, i non nati sono trattati come rifiuti organici. Finiscono nel pattume, come bucce di banana o residui di cibo. Per chi ritiene che la vita inizi dal concepimento, si tratta di una situazione angosciante. Per chi invece pensa che un feto abortito non sia vita, beh, in quel caso che differenza fa? Ci tiene a che il corpicino venga buttato in discarica e non in una area apposita dentro un cimitero? Suggestivo. Monica Cirinnà, tanto per fare un esempio, parla con fastidio di «un cavallo di battaglia della destra», che sarebbe emblematico di una cultura «profondamente illiberale». Beh allora ci dica, che ci sarebbe di illiberale nel seppellire degnamente un essere vivente? Sarebbe più liberale gettare un esserino di 27 settimane in un cassonetto dell’umido? A quanto pare, per la Cirinnà, solo i soldi meritano di essere seppelliti, magari in giardino vicino alla cuccia del cane. La sensazione, qui, è appunto che ai sinceri democratici non interessi affatto ledere la dignità altrui. Se un diritto (vero o soprattutto presunto) non porta vantaggi a fini elettorali, allora si può serenamente calpestare. I bambini si possono eliminare tramite pillola somministrabile anche ai minorenni; ai minori si possono somministrare bloccanti della pubertà in attesa che cambino sesso chirurgicamente, anche in assenza di approfondita riflessione sul tema; gli stessi ragazzini possono tranquillamente essere buttati fuori dai campi di gioco se non si sono vaccinati; se invece i piccoli non sono nemmeno venuti al mondo, è imperativo gettarli nella spazzatura. Chi non è d’accordo - e si limita a chiedere un filo di rispetto in più senza nemmeno sognare di cancellare le libertà altrui - viene trattato come un pericoloso barbaro, un fascista violento. Perché la sinistra, in fondo, riconosce un solo diritto: quello di fare ciò che vuole, sempre e comunque, anche a spese degli altri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aborto-sepoltura-feti-sinistra-fdi-2658142106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lideatore-della-proposta-si-difende-quei-corpicini-non-sono-rifiuti" data-post-id="2658142106" data-published-at="1662197471" data-use-pagination="False"> L’ideatore della proposta si difende. «Quei corpicini non sono rifiuti» «La legge 194 e la libertà delle donne non c’entrano nulla con quanto propongo. Chi li tira in ballo lo fa in modo del tutto strumentale». Nonostante le polemiche di questi giorni e i molteplici attacchi ricevuti, Luca De Carlo, 50 anni, senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario della proposta di legge «disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati», non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. «La finalità della mia proposta è che qualsiasi bambino o qualsiasi feto, anche sotto le 28 settimane, possa venir sepolto anche senza il consenso dei genitori», spiega De Carlo alla Verità, aggiungendo che ritiene «questa una questione di civiltà». Anche perché, prosegue l’esponente del partito di Giorgia Meloni, nelle sue intenzioni non c’è affatto quella di dare nome e cognome al figlio abortito («non intendo fare nulla che possa rinnovare il dolore alla donna»), bensì «evitare che i bambini non nati finiscano tra i rifiuti speciali ospedalieri». Il ddl non intende dunque minimamente interferire con la sfera decisionale della donna; «anche perché interviene ad aborto già effettuato», sottolinea De Carlo il quale non solo non pare spaventato dalle polemiche di cui è al centro, ma rilancia: «Quello che propongo non è affatto aberrante, tutt’altro. Aberrante è semmai che nessuno ci abbia pensato prima. A proposito, dove sono Enrico Letta e i cattolici del Pd su questi temi?». Bella domanda, soprattutto vedendo le reazioni inferocite che dall’area progressista si sono levate in queste ore, dinnanzi alla sua proposta. Lia Quartapelle del Pd considera quella di De Carlo un’iniziativa su cui riflettere con attenzione, «per chi avesse ancora dubbi su cosa vuole fare Fratelli d’Italia alla libertà di scelta delle donne». La senatrice Monica Cirinnà, sempre del Pd, ritiene quella di dare sepoltura ai non nati «una proposta profondamente sbagliata, che lede l’autonomia e la dignità delle donne che scelgono di interrompere la gravidanza». Più duro il commento di Laura Boldrini, della quale De Carlo non teme le critiche: «Le considero una medaglia». Per l’ex presidente della Camera, l’intenzione del senatore di Fdi è «agghiacciante. Ancora una volta Fratelli d’Italia intende criminalizzare le donne». Le parole più allarmate sono però state quelle della dem Valeria Valente, presidente della commissione sui femminicidi, secondo cui l’idea di seppellire i non nati «è un orrore» che «dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione». Non tutte le reazioni sono però state così. C’è anche infatti chi considera quella di De Carlo una norma da appoggiare. La pensa così, per esempio, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, che rispedisce ai mittenti le critiche sulla sepoltura dei feti: «Il Partito democratico ancora una volta si rende protagonista di discriminazioni nei confronti di donne e nascituri e non si ferma neanche davanti alla morte dei più piccoli. Trattare i bambini come spazzatura da gettare nei rifiuti organici significa infatti calpestare la dignità di ogni vita umana». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, secondo cui «la sepoltura dei bambini abortiti è un atto di civiltà». «Oggi invece, nel nome di una strumentale e non meglio specificata “difesa dei diritti”», prosegue sempre Gandolfini, «scatta l’isterismo del mainstream progressista non appena sia riconosciuto il valore intrinseco di ogni vita umana».
iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
Continua a leggereRiduci
A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
Continua a leggereRiduci