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2022-09-03
«Seppelliamo i feti». E il Pd e la Cirinnà si scatenano contro Fdi
Monica Cirinnà (Getty Images)
È sempre interessante notare come, al momento opportuno, gli intellettuali progressisti siano pronti a serrare i ranghi e trasformarsi in fedeli portatori d’acqua per i partiti di riferimento. Anche persone che, in passato, avevano mostrato notevole apertura mentale e indipendenza di pensiero, quando il dovere chiama si corazzano ed entrano nell’arena, disposte a dimenticare le precedenti posizioni pur di essere utili alla causa. Prendiamo Mirella Serri e Natalia Aspesi. La prima ha pubblicato negli anni saggi interessanti, non esattamente proni all’ortodossia sinistrorsa, tanto che la si sarebbe immaginata «terzista». La seconda, mesi fa, ha deliziato i lettori di Repubblica con furenti attacchi alle menate politicamente corrette e al femminismo plastificato che oggi va per la maggiore. Ebbene, nelle ultime settimane entrambe hanno imbracciato il mitragliatore e hanno iniziato a sparare raffiche contro la destra (o, meglio, contro chiunque non si dichiari di sinistra), scatenando una potenza di fuoco che appare leggermente sovradimensionata. Tradotto: la sparano grossa, troppo grossa, e non si capisce se lo facciano per spaventare i lettori o perché, alla fine dei conti, il vizio di fondo del post comunista non si perde mai.
Fatto sta che le due signore da qualche tempo - e ieri in particolare - firmano editoriali allarmati per sostenere che la destra, una volta giunta al potere, cancellerà ogni possibile diritto per tutte le minoranze disponibili. Non vale la pena riprendere i passaggi dei singoli articoli, che spesso risultano perfino sgradevoli per via dei toni supponenti o del disprezzo riservato all’avversario, lo stesso che saltuariamente si diletta a esibire anche un autore intelligente come Michele Serra. Il succo l’abbiamo capito: con Giorgia Meloni premier e Matteo Salvini in qualche altra posizione di grande potere, dicono i gauchiste di provata fede, torneremo al Medioevo, le donne saranno obbligate a tornare in cucina e non potranno abortire, mentre i gay verranno inseguiti per strada e torturati, e solo agli immigrati spetterà una sorte peggiore (forse il linciaggio o l’impiccagione, a seconda dei programmi dei vari partiti).
Ora, è evidente a chiunque che nulla di tutto questo accadrà. Grazie al cielo, in Italia esistono leggi che puniscono i bruti che aggrediscono le persone per strada, e in teoria basterebbe solo farle rispettare. Esiste pure una norma che disciplina l’interruzione di gravidanza, e non c’è partito che proponga di cancellarla. Quanto all’immigrazione, l’unico rischio è che continui ad aumentare in maniera sproporzionata, costringendo migliaia di persone ad affollarsi in centri di accoglienza già collassati. Insomma, la destra non farà nulla per riportare la nazione al 1250, e non avrebbe i mezzi per farlo nemmeno se volesse.
Qui, semmai, il nodo della questione è un altro e riguarda più direttamente il fronte progressista e il fastidio che ogni volta dimostra per i diritti altrui. Proprio perché esiste una legge, non si capisce perché non si possa proporre di attuarla pienamente, compresa cioè la parte iniziale in cui si ribadisce che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite». La stessa legge, la 194, consente anche di fornire assistenza che contribuisca «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza», e precisa che i consultori possono «avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita» (definizione che ricomprende le organizzazioni pro life).
Finora, gli unici tentativi di aggirare la 194 sono arrivati da sinistra, e ci riferiamo in particolare alle linee guida emesse da Roberto Speranza che consentono la somministrazione della pillola abortiva senza ricovero ospedaliero sostanzialmente ovunque. Si tratta, in questo caso, di un notevole cambiamento di cui in Parlamento non si è discusso: l’ha imposto un ministro espressione di un partito inesistente.
Invece dovrebbe passare dal Parlamento, come le regole della democrazia prevedono, la proposta del senatore di Fdi, Luca De Carlo, per la sepoltura dei feti abortiti. Tale progetto di legge è stato presentato lo scorso novembre e non è mai stato esaminato (questo è l’interesse che i temi cosiddetti etici riscuotono in aula), e pare che De Carlo intenda farsi sotto di nuovo. Il suo testo prevede la modifica dell’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria: oggi la sepoltura del feto è a discrezione dei genitori, se la nuova legge passasse diverrebbe un diritto da riconoscere automaticamente anche per «i bambini non nati di età inferiore a 28 settimane».
Manco a dirlo, le esponenti del Pd e di +Europa hanno già scatenato l’inferno. Gridano che si tratti di una intollerabile violazione dei diritti delle donne, urlano che il corpo della donna non si tocca, eccetera. Sinceramente, tuttavia, non si capisce dove sia la lesione della dignità femminile: mettere il corpicino morto in una cassetta e seppellirlo o cremarlo è una offesa? Attualmente, persino per i genitori che ne facciano richiesta è difficile ottenere la sepoltura del feto: per lo più, i non nati sono trattati come rifiuti organici. Finiscono nel pattume, come bucce di banana o residui di cibo. Per chi ritiene che la vita inizi dal concepimento, si tratta di una situazione angosciante. Per chi invece pensa che un feto abortito non sia vita, beh, in quel caso che differenza fa? Ci tiene a che il corpicino venga buttato in discarica e non in una area apposita dentro un cimitero? Suggestivo. Monica Cirinnà, tanto per fare un esempio, parla con fastidio di «un cavallo di battaglia della destra», che sarebbe emblematico di una cultura «profondamente illiberale». Beh allora ci dica, che ci sarebbe di illiberale nel seppellire degnamente un essere vivente? Sarebbe più liberale gettare un esserino di 27 settimane in un cassonetto dell’umido? A quanto pare, per la Cirinnà, solo i soldi meritano di essere seppelliti, magari in giardino vicino alla cuccia del cane.
La sensazione, qui, è appunto che ai sinceri democratici non interessi affatto ledere la dignità altrui. Se un diritto (vero o soprattutto presunto) non porta vantaggi a fini elettorali, allora si può serenamente calpestare. I bambini si possono eliminare tramite pillola somministrabile anche ai minorenni; ai minori si possono somministrare bloccanti della pubertà in attesa che cambino sesso chirurgicamente, anche in assenza di approfondita riflessione sul tema; gli stessi ragazzini possono tranquillamente essere buttati fuori dai campi di gioco se non si sono vaccinati; se invece i piccoli non sono nemmeno venuti al mondo, è imperativo gettarli nella spazzatura. Chi non è d’accordo - e si limita a chiedere un filo di rispetto in più senza nemmeno sognare di cancellare le libertà altrui - viene trattato come un pericoloso barbaro, un fascista violento. Perché la sinistra, in fondo, riconosce un solo diritto: quello di fare ciò che vuole, sempre e comunque, anche a spese degli altri.
L’ideatore della proposta si difende. «Quei corpicini non sono rifiuti»
«La legge 194 e la libertà delle donne non c’entrano nulla con quanto propongo. Chi li tira in ballo lo fa in modo del tutto strumentale». Nonostante le polemiche di questi giorni e i molteplici attacchi ricevuti, Luca De Carlo, 50 anni, senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario della proposta di legge «disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati», non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi.
«La finalità della mia proposta è che qualsiasi bambino o qualsiasi feto, anche sotto le 28 settimane, possa venir sepolto anche senza il consenso dei genitori», spiega De Carlo alla Verità, aggiungendo che ritiene «questa una questione di civiltà». Anche perché, prosegue l’esponente del partito di Giorgia Meloni, nelle sue intenzioni non c’è affatto quella di dare nome e cognome al figlio abortito («non intendo fare nulla che possa rinnovare il dolore alla donna»), bensì «evitare che i bambini non nati finiscano tra i rifiuti speciali ospedalieri».
Il ddl non intende dunque minimamente interferire con la sfera decisionale della donna; «anche perché interviene ad aborto già effettuato», sottolinea De Carlo il quale non solo non pare spaventato dalle polemiche di cui è al centro, ma rilancia: «Quello che propongo non è affatto aberrante, tutt’altro. Aberrante è semmai che nessuno ci abbia pensato prima. A proposito, dove sono Enrico Letta e i cattolici del Pd su questi temi?». Bella domanda, soprattutto vedendo le reazioni inferocite che dall’area progressista si sono levate in queste ore, dinnanzi alla sua proposta.
Lia Quartapelle del Pd considera quella di De Carlo un’iniziativa su cui riflettere con attenzione, «per chi avesse ancora dubbi su cosa vuole fare Fratelli d’Italia alla libertà di scelta delle donne». La senatrice Monica Cirinnà, sempre del Pd, ritiene quella di dare sepoltura ai non nati «una proposta profondamente sbagliata, che lede l’autonomia e la dignità delle donne che scelgono di interrompere la gravidanza». Più duro il commento di Laura Boldrini, della quale De Carlo non teme le critiche: «Le considero una medaglia». Per l’ex presidente della Camera, l’intenzione del senatore di Fdi è «agghiacciante. Ancora una volta Fratelli d’Italia intende criminalizzare le donne». Le parole più allarmate sono però state quelle della dem Valeria Valente, presidente della commissione sui femminicidi, secondo cui l’idea di seppellire i non nati «è un orrore» che «dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione».
Non tutte le reazioni sono però state così. C’è anche infatti chi considera quella di De Carlo una norma da appoggiare. La pensa così, per esempio, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, che rispedisce ai mittenti le critiche sulla sepoltura dei feti: «Il Partito democratico ancora una volta si rende protagonista di discriminazioni nei confronti di donne e nascituri e non si ferma neanche davanti alla morte dei più piccoli. Trattare i bambini come spazzatura da gettare nei rifiuti organici significa infatti calpestare la dignità di ogni vita umana». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, secondo cui «la sepoltura dei bambini abortiti è un atto di civiltà». «Oggi invece, nel nome di una strumentale e non meglio specificata “difesa dei diritti”», prosegue sempre Gandolfini, «scatta l’isterismo del mainstream progressista non appena sia riconosciuto il valore intrinseco di ogni vita umana».
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I progressisti non fanno che lanciare allarmi su diritti violati e leggi calpestate in caso di vittoria della destra. Eppure sono i primi a non voler applicare la 194 nelle parti che tutelano la maternità. E la semplice idea di un cimitero per i bimbi non nati li fa impazzire.Il senatore di Fdi, De Carlo, replica alle accuse: «Non c’è nessun attacco alle donne».Lo speciale contiene due articoli.È sempre interessante notare come, al momento opportuno, gli intellettuali progressisti siano pronti a serrare i ranghi e trasformarsi in fedeli portatori d’acqua per i partiti di riferimento. Anche persone che, in passato, avevano mostrato notevole apertura mentale e indipendenza di pensiero, quando il dovere chiama si corazzano ed entrano nell’arena, disposte a dimenticare le precedenti posizioni pur di essere utili alla causa. Prendiamo Mirella Serri e Natalia Aspesi. La prima ha pubblicato negli anni saggi interessanti, non esattamente proni all’ortodossia sinistrorsa, tanto che la si sarebbe immaginata «terzista». La seconda, mesi fa, ha deliziato i lettori di Repubblica con furenti attacchi alle menate politicamente corrette e al femminismo plastificato che oggi va per la maggiore. Ebbene, nelle ultime settimane entrambe hanno imbracciato il mitragliatore e hanno iniziato a sparare raffiche contro la destra (o, meglio, contro chiunque non si dichiari di sinistra), scatenando una potenza di fuoco che appare leggermente sovradimensionata. Tradotto: la sparano grossa, troppo grossa, e non si capisce se lo facciano per spaventare i lettori o perché, alla fine dei conti, il vizio di fondo del post comunista non si perde mai.Fatto sta che le due signore da qualche tempo - e ieri in particolare - firmano editoriali allarmati per sostenere che la destra, una volta giunta al potere, cancellerà ogni possibile diritto per tutte le minoranze disponibili. Non vale la pena riprendere i passaggi dei singoli articoli, che spesso risultano perfino sgradevoli per via dei toni supponenti o del disprezzo riservato all’avversario, lo stesso che saltuariamente si diletta a esibire anche un autore intelligente come Michele Serra. Il succo l’abbiamo capito: con Giorgia Meloni premier e Matteo Salvini in qualche altra posizione di grande potere, dicono i gauchiste di provata fede, torneremo al Medioevo, le donne saranno obbligate a tornare in cucina e non potranno abortire, mentre i gay verranno inseguiti per strada e torturati, e solo agli immigrati spetterà una sorte peggiore (forse il linciaggio o l’impiccagione, a seconda dei programmi dei vari partiti).Ora, è evidente a chiunque che nulla di tutto questo accadrà. Grazie al cielo, in Italia esistono leggi che puniscono i bruti che aggrediscono le persone per strada, e in teoria basterebbe solo farle rispettare. Esiste pure una norma che disciplina l’interruzione di gravidanza, e non c’è partito che proponga di cancellarla. Quanto all’immigrazione, l’unico rischio è che continui ad aumentare in maniera sproporzionata, costringendo migliaia di persone ad affollarsi in centri di accoglienza già collassati. Insomma, la destra non farà nulla per riportare la nazione al 1250, e non avrebbe i mezzi per farlo nemmeno se volesse.Qui, semmai, il nodo della questione è un altro e riguarda più direttamente il fronte progressista e il fastidio che ogni volta dimostra per i diritti altrui. Proprio perché esiste una legge, non si capisce perché non si possa proporre di attuarla pienamente, compresa cioè la parte iniziale in cui si ribadisce che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite». La stessa legge, la 194, consente anche di fornire assistenza che contribuisca «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza», e precisa che i consultori possono «avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita» (definizione che ricomprende le organizzazioni pro life).Finora, gli unici tentativi di aggirare la 194 sono arrivati da sinistra, e ci riferiamo in particolare alle linee guida emesse da Roberto Speranza che consentono la somministrazione della pillola abortiva senza ricovero ospedaliero sostanzialmente ovunque. Si tratta, in questo caso, di un notevole cambiamento di cui in Parlamento non si è discusso: l’ha imposto un ministro espressione di un partito inesistente.Invece dovrebbe passare dal Parlamento, come le regole della democrazia prevedono, la proposta del senatore di Fdi, Luca De Carlo, per la sepoltura dei feti abortiti. Tale progetto di legge è stato presentato lo scorso novembre e non è mai stato esaminato (questo è l’interesse che i temi cosiddetti etici riscuotono in aula), e pare che De Carlo intenda farsi sotto di nuovo. Il suo testo prevede la modifica dell’articolo 7 del regolamento di polizia mortuaria: oggi la sepoltura del feto è a discrezione dei genitori, se la nuova legge passasse diverrebbe un diritto da riconoscere automaticamente anche per «i bambini non nati di età inferiore a 28 settimane».Manco a dirlo, le esponenti del Pd e di +Europa hanno già scatenato l’inferno. Gridano che si tratti di una intollerabile violazione dei diritti delle donne, urlano che il corpo della donna non si tocca, eccetera. Sinceramente, tuttavia, non si capisce dove sia la lesione della dignità femminile: mettere il corpicino morto in una cassetta e seppellirlo o cremarlo è una offesa? Attualmente, persino per i genitori che ne facciano richiesta è difficile ottenere la sepoltura del feto: per lo più, i non nati sono trattati come rifiuti organici. Finiscono nel pattume, come bucce di banana o residui di cibo. Per chi ritiene che la vita inizi dal concepimento, si tratta di una situazione angosciante. Per chi invece pensa che un feto abortito non sia vita, beh, in quel caso che differenza fa? Ci tiene a che il corpicino venga buttato in discarica e non in una area apposita dentro un cimitero? Suggestivo. Monica Cirinnà, tanto per fare un esempio, parla con fastidio di «un cavallo di battaglia della destra», che sarebbe emblematico di una cultura «profondamente illiberale». Beh allora ci dica, che ci sarebbe di illiberale nel seppellire degnamente un essere vivente? Sarebbe più liberale gettare un esserino di 27 settimane in un cassonetto dell’umido? A quanto pare, per la Cirinnà, solo i soldi meritano di essere seppelliti, magari in giardino vicino alla cuccia del cane. La sensazione, qui, è appunto che ai sinceri democratici non interessi affatto ledere la dignità altrui. Se un diritto (vero o soprattutto presunto) non porta vantaggi a fini elettorali, allora si può serenamente calpestare. I bambini si possono eliminare tramite pillola somministrabile anche ai minorenni; ai minori si possono somministrare bloccanti della pubertà in attesa che cambino sesso chirurgicamente, anche in assenza di approfondita riflessione sul tema; gli stessi ragazzini possono tranquillamente essere buttati fuori dai campi di gioco se non si sono vaccinati; se invece i piccoli non sono nemmeno venuti al mondo, è imperativo gettarli nella spazzatura. Chi non è d’accordo - e si limita a chiedere un filo di rispetto in più senza nemmeno sognare di cancellare le libertà altrui - viene trattato come un pericoloso barbaro, un fascista violento. Perché la sinistra, in fondo, riconosce un solo diritto: quello di fare ciò che vuole, sempre e comunque, anche a spese degli altri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aborto-sepoltura-feti-sinistra-fdi-2658142106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lideatore-della-proposta-si-difende-quei-corpicini-non-sono-rifiuti" data-post-id="2658142106" data-published-at="1662197471" data-use-pagination="False"> L’ideatore della proposta si difende. «Quei corpicini non sono rifiuti» «La legge 194 e la libertà delle donne non c’entrano nulla con quanto propongo. Chi li tira in ballo lo fa in modo del tutto strumentale». Nonostante le polemiche di questi giorni e i molteplici attacchi ricevuti, Luca De Carlo, 50 anni, senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario della proposta di legge «disposizioni in materia di sepoltura dei bambini non nati», non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. «La finalità della mia proposta è che qualsiasi bambino o qualsiasi feto, anche sotto le 28 settimane, possa venir sepolto anche senza il consenso dei genitori», spiega De Carlo alla Verità, aggiungendo che ritiene «questa una questione di civiltà». Anche perché, prosegue l’esponente del partito di Giorgia Meloni, nelle sue intenzioni non c’è affatto quella di dare nome e cognome al figlio abortito («non intendo fare nulla che possa rinnovare il dolore alla donna»), bensì «evitare che i bambini non nati finiscano tra i rifiuti speciali ospedalieri». Il ddl non intende dunque minimamente interferire con la sfera decisionale della donna; «anche perché interviene ad aborto già effettuato», sottolinea De Carlo il quale non solo non pare spaventato dalle polemiche di cui è al centro, ma rilancia: «Quello che propongo non è affatto aberrante, tutt’altro. Aberrante è semmai che nessuno ci abbia pensato prima. A proposito, dove sono Enrico Letta e i cattolici del Pd su questi temi?». Bella domanda, soprattutto vedendo le reazioni inferocite che dall’area progressista si sono levate in queste ore, dinnanzi alla sua proposta. Lia Quartapelle del Pd considera quella di De Carlo un’iniziativa su cui riflettere con attenzione, «per chi avesse ancora dubbi su cosa vuole fare Fratelli d’Italia alla libertà di scelta delle donne». La senatrice Monica Cirinnà, sempre del Pd, ritiene quella di dare sepoltura ai non nati «una proposta profondamente sbagliata, che lede l’autonomia e la dignità delle donne che scelgono di interrompere la gravidanza». Più duro il commento di Laura Boldrini, della quale De Carlo non teme le critiche: «Le considero una medaglia». Per l’ex presidente della Camera, l’intenzione del senatore di Fdi è «agghiacciante. Ancora una volta Fratelli d’Italia intende criminalizzare le donne». Le parole più allarmate sono però state quelle della dem Valeria Valente, presidente della commissione sui femminicidi, secondo cui l’idea di seppellire i non nati «è un orrore» che «dimostra tutto il disprezzo di Fdi per le donne, la loro libertà e il principio di autodeterminazione». Non tutte le reazioni sono però state così. C’è anche infatti chi considera quella di De Carlo una norma da appoggiare. La pensa così, per esempio, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus, che rispedisce ai mittenti le critiche sulla sepoltura dei feti: «Il Partito democratico ancora una volta si rende protagonista di discriminazioni nei confronti di donne e nascituri e non si ferma neanche davanti alla morte dei più piccoli. Trattare i bambini come spazzatura da gettare nei rifiuti organici significa infatti calpestare la dignità di ogni vita umana». Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, secondo cui «la sepoltura dei bambini abortiti è un atto di civiltà». «Oggi invece, nel nome di una strumentale e non meglio specificata “difesa dei diritti”», prosegue sempre Gandolfini, «scatta l’isterismo del mainstream progressista non appena sia riconosciuto il valore intrinseco di ogni vita umana».
Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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