True
2018-03-20
Abbuffata di nomine alla faccia del voto
Paolo Gentiloni, seppur bocciato il 4 marzo, invece rimane incollato alla poltrona. Di offrire spontaneamente le dimissioni, come segno di rispetto nei confronti di chi si è recato alle urne, il presidente del Consiglio, capo di un governo che non è mai stato scelto dagli italiani, non ci pensa proprio.E dire che dai seggi è uscito un responso incontestabile nei confronti dell'operato di molti ministri. Basti ricordare che Valeria Fedeli, la capa dell'Istruzione, candidandosi in un collegio rossissimo come quello di Pisa, è riuscita a farsi battere da una semisconosciuta veterinaria leghista. Per non dire poi di Marco Minniti, ministro dell'Interno a cui sono stati preferiti sia un 5 stelle espulso perché indagato, che una rappresentante del centrodestra. Non meglio è andata a Dario Franceschini, che nella sua Ferrara è stato battuto dalla candidata leghista, e a Roberta Pinotti, scavalcata a Genova sia dal candidato di Beppe Grillo che da quello di centrodestra. Se il ministro dell'Istruzione, quelli dell'Interno e dei Beni culturali, più la responsabile della Difesa sono stati spediti a casa nella sfida uninominale (anche se poi tutti quanti a casa non vanno perché dotati di paracadute che li fa atterrare in Parlamento), forse una conclusione bisognerebbe avere il coraggio di tirarla. Almeno per salvare le apparenze. E invece no. Nonostante la batosta, il conte Gentiloni non ha fatto un plissé, quasi come se la colpa fosse solo di Matteo Renzi e fosse l'ex segretario del Partito democratico a essere sotto esame.
Al contrario, noi pensiamo che il 4 marzo a non aver passato l'esame non sia stato solo l'ex presidente del Consiglio, ma anche quello attuale, che con il voto è stato invitato a farsi più in là e a cedere la poltrona. Ma Paolo il Calmo è lungi dal far le valigie. Lui non è né D'Alema e né Renzi il quale, obtorto collo e con grande resistenza, alla fine le dimissioni le ha date. Gentiloni no. Lui di firmare la lettera di addio non ha alcuna voglia. Anzi. Non soltanto prima delle elezioni il governo ha rinnovato i vertici delle forze dell'ordine e della sicurezza dello Stato, ma addirittura progetta di fare nuove nomine anche dopo la sconfitta elettorale. Prova ne sia che per domani è stato convocato un consiglio dei ministri che ha all'ordine del giorno una raffica di promozioni. Ricordate il Cnel, il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, mangiatoia inutile, ma di rango costituzionale? Bene, vista la mancata abolizione dello stesso, il governo si appresta a nominare 48 consiglieri. Già aveva minacciato di farlo mesi fa, allo scadere dei precedenti componenti del cda, ma poi le nomine erano slittate. Nulla osterebbe a rinviarle ancora, prendendo tempo in attesa del nuovo governo, ma a Palazzo Chigi a qualcuno dev'essere venuta fretta, perché il foglio di via incombe e le valigie anche. Risultato, domani la raffica di incarichi è stata messa all'ordine del giorno del consiglio dei ministri.
Ma non è tutto: venerdì, mentre il nuovo Parlamento si insedierà, è convocata anche l'assemblea di Coni servizi, il braccio armato del comitato olimpico. Posseduta al 100% dal ministero dell'Economia, la società è in pratica la cassaforte del Coni e guarda caso ha gli organismi statutari in scadenza. Si potrebbe prendere un po' di tempo e aspettare gli eventi, lasciando che a decidere chi debba occuparsi delle attività operative del Coni sia il nuovo governo. E invece no, Gentiloni e compagni, cioè un governo sfiduciato dagli italiani, pensano che sia compito loro.
A Palazzo Chigi, in pratica, ci si comporta come se il 4 marzo non ci fosse stato e Renzi fosse ancora al largo del Nazareno. Il Pd è stato dimezzato e i 5 stelle sono diventati il primo partito d'Italia? Forse nessuno ha informato il presidente del Consiglio. La Lega ha scavalcato Forza Italia e insieme a Fratelli d'Italia il centrodestra è la prima coalizione del Paese, 14 punti sopra quella di centrosinistra? Forse anche questo non è arrivato alle orecchie del premier. Ma qualcuno prima o poi glielo vorrà dire che è ora di andare a casa e lasciare che a fare le nomine sia chi ha vinto?
Continua a leggereRiduci
Un governo che alle elezioni venisse bocciato senza appello dagli italiani avrebbe il dovere di dimettersi all'istante. Così fece per esempio Massimo D'Alema quando, nel 2000, gli elettori gli voltarono le spalle, regalando otto regioni con 32 milioni di abitanti al centrodestra. Così fece perfino Matteo Renzi il 4 dicembre del 2016, quando il 60 per cento dei votanti mandò al diavolo la riforma della Costituzione confezionata dalle sapienti mani di Maria Elena Boschi. Anche se poi, andandosene, l'ex segretario del Pd lasciò a Palazzo Chigi i suoi pretoriani e le sue pretoriane, facendo nascere un esecutivo fotocopia. Paolo Gentiloni, seppur bocciato il 4 marzo, invece rimane incollato alla poltrona. Di offrire spontaneamente le dimissioni, come segno di rispetto nei confronti di chi si è recato alle urne, il presidente del Consiglio, capo di un governo che non è mai stato scelto dagli italiani, non ci pensa proprio.E dire che dai seggi è uscito un responso incontestabile nei confronti dell'operato di molti ministri. Basti ricordare che Valeria Fedeli, la capa dell'Istruzione, candidandosi in un collegio rossissimo come quello di Pisa, è riuscita a farsi battere da una semisconosciuta veterinaria leghista. Per non dire poi di Marco Minniti, ministro dell'Interno a cui sono stati preferiti sia un 5 stelle espulso perché indagato, che una rappresentante del centrodestra. Non meglio è andata a Dario Franceschini, che nella sua Ferrara è stato battuto dalla candidata leghista, e a Roberta Pinotti, scavalcata a Genova sia dal candidato di Beppe Grillo che da quello di centrodestra. Se il ministro dell'Istruzione, quelli dell'Interno e dei Beni culturali, più la responsabile della Difesa sono stati spediti a casa nella sfida uninominale (anche se poi tutti quanti a casa non vanno perché dotati di paracadute che li fa atterrare in Parlamento), forse una conclusione bisognerebbe avere il coraggio di tirarla. Almeno per salvare le apparenze. E invece no. Nonostante la batosta, il conte Gentiloni non ha fatto un plissé, quasi come se la colpa fosse solo di Matteo Renzi e fosse l'ex segretario del Partito democratico a essere sotto esame.Al contrario, noi pensiamo che il 4 marzo a non aver passato l'esame non sia stato solo l'ex presidente del Consiglio, ma anche quello attuale, che con il voto è stato invitato a farsi più in là e a cedere la poltrona. Ma Paolo il Calmo è lungi dal far le valigie. Lui non è né D'Alema e né Renzi il quale, obtorto collo e con grande resistenza, alla fine le dimissioni le ha date. Gentiloni no. Lui di firmare la lettera di addio non ha alcuna voglia. Anzi. Non soltanto prima delle elezioni il governo ha rinnovato i vertici delle forze dell'ordine e della sicurezza dello Stato, ma addirittura progetta di fare nuove nomine anche dopo la sconfitta elettorale. Prova ne sia che per domani è stato convocato un consiglio dei ministri che ha all'ordine del giorno una raffica di promozioni. Ricordate il Cnel, il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, mangiatoia inutile, ma di rango costituzionale? Bene, vista la mancata abolizione dello stesso, il governo si appresta a nominare 48 consiglieri. Già aveva minacciato di farlo mesi fa, allo scadere dei precedenti componenti del cda, ma poi le nomine erano slittate. Nulla osterebbe a rinviarle ancora, prendendo tempo in attesa del nuovo governo, ma a Palazzo Chigi a qualcuno dev'essere venuta fretta, perché il foglio di via incombe e le valigie anche. Risultato, domani la raffica di incarichi è stata messa all'ordine del giorno del consiglio dei ministri.Ma non è tutto: venerdì, mentre il nuovo Parlamento si insedierà, è convocata anche l'assemblea di Coni servizi, il braccio armato del comitato olimpico. Posseduta al 100% dal ministero dell'Economia, la società è in pratica la cassaforte del Coni e guarda caso ha gli organismi statutari in scadenza. Si potrebbe prendere un po' di tempo e aspettare gli eventi, lasciando che a decidere chi debba occuparsi delle attività operative del Coni sia il nuovo governo. E invece no, Gentiloni e compagni, cioè un governo sfiduciato dagli italiani, pensano che sia compito loro.A Palazzo Chigi, in pratica, ci si comporta come se il 4 marzo non ci fosse stato e Renzi fosse ancora al largo del Nazareno. Il Pd è stato dimezzato e i 5 stelle sono diventati il primo partito d'Italia? Forse nessuno ha informato il presidente del Consiglio. La Lega ha scavalcato Forza Italia e insieme a Fratelli d'Italia il centrodestra è la prima coalizione del Paese, 14 punti sopra quella di centrosinistra? Forse anche questo non è arrivato alle orecchie del premier. Ma qualcuno prima o poi glielo vorrà dire che è ora di andare a casa e lasciare che a fare le nomine sia chi ha vinto?
Getty Images
La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
Continua a leggereRiduci
John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
Continua a leggereRiduci
Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.
«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.