True
2018-09-27
A processo per evasione il sistema d’accoglienza della «rossa» Macerata
Ansa
C'è voluto un anno e mezzo, ma alla fine la Procura della Repubblica di Macerata con la firma del procuratore capo, Giovanni Giorgio, ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus e dei loro legali rappresentanti che si occupano sul territorio dell'accoglienza ai migranti. I capi d'accusa sono molti: il più pesante è l'evasione fiscale. Si parla, secondo il dossier, di accuse messe insieme dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Macerata di 40 milioni di euro di redditi non denunciati e di quasi 6 milioni di Iva evasa.
Il processo si farà a gennaio e in Corte d'assise dovranno comparire il Gus e il suo presidente, Paolo Bernabucci - una specie di dominus dell'accoglienza migranti in Italia - la Acsim di cui è legale rappresentante il nigeriano Daniel Chibunna Amanze, che risiede in città da trent'anni e che in passato fu condannato per un reato minore, e la Perigeo di cui è rappresentante Laura Bracalini. Alla sbarra va il cosiddetto sistema Macerata, che ha prodotto un abnorme arrivo di migranti, profughi e richiedenti asilo nella città che ha dato i natali a Laura Boldrini, madrina da sempre di questa politica delle porte aperte e dal contributo facile che ha trasformato il Gus, gestore di fatto in regime di monopolio dei progetti Sprar di tutte le Marche (riceve, compresi i 12 milioni di Macerata, incarichi per oltre 20 milioni di euro in Regione) nella prima azienda per fatturato e dipendenti della provincia di Macerata: 31,5 milioni di introiti, 470 impiegati, 88.000 euro di utile.
Il Gus è una delle più grosse organizzazione di accoglienza dei migranti in ottimi rapporti con il Pd, tanto che Giovanni Lattanzi è stato responsabile nazionale delle politiche di assistenza nella segreteria di Matteo Renzi e Paolo Bernabucci ha avuto una carriera parallela a quella di Laura Boldrini. Il sistema Macerata è venuto alla luce all'indomani della barbara uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni uccisa e fatta a pezzi in un appartamento di via Spalato il 30 gennaio scorso, il cui cadavere fu trovato in due trolley alla periferia di Pollenza poco distante da Macerata. E - sia pure per una coincidenza - il rinvio a giudizio dei vertici delle Onlus che si occupano dei migranti arriva proprio nel giorno in cui sono comparsi in aula con l'accusa di spaccio e di detenzione di droga tre nigeriani: Innocent Oseghale, Desmond Lucky e Lucky Awelima. Oseghale, già ospite del Gus, che dopo i fatti di via Spalato si è affrettato a far sapere che il nigeriano non seguiva i programmi di inserimento come previsto dallo Sprar dopo che già era stato condannato per spaccio, è in carcere con l'accusa di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi Pamela. Lui ha solo ammesso di avere tagliato il cadavere. Ma nell'inchiesta per lo scempio di via Spalato erano entrati anche gli altri due, anche loro ospiti di programmi Sprar gestiti dalla Acsim, un'altra delle tre Onlus rinviate a giudizio. Mentre Awelima e Lucky godevano dell'accoglienza spacciavano senza che nessuno intervenisse. Il capo della Acsim che è anche il referente della numerosa comunità nigeriana a Macerata, Amanze, all'indomani dell'omicidio di Pamela denunciò il furto dei computer della sua Onlus.
Circostanza sulla quale è aperta un'inchiesta parallela. Ma oggi la Procura di Macerata sembra avere raccolto sufficienti elementi per inchiodare Innocent Oseghale (c'è un pentito che lo accusa: avrebbe raccolto le confidenze del nigeriano in carcere e questi gli avrebbe confessato di avere drogato, violentato e fatto a pezzi mentre era ancora viva e infine uccisa la povera Pamela) e contemporaneamente ha ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus. La posizione di gran lunga più pesante è quella del Gus. Sarebbe il Gruppo di umana solidarietà ad aver orchestrato e gestito il sistema Macerata per la spartizione degli appalti per la gestione dei migranti e sul Gus pende l'accusa più pesante di evasione: oltre 10,4 milioni di euro occultati e oltre 5 milioni di Iva evasa. Non solo Bernabucci e Lattanzi sono accusati di essersi attribuiti reciprocamente consulenze attingendo ai fondi del Gus. Ma nel dibattimento si farà luce anche su altre due circostanze che la Guardia di finanza aveva messo in luce e che la Procura ha riversato nell'inchiesta: le donazioni che il Gus ha iscritto a bilancio senza specificare a chi sono state fatte e a quale titolo le elargizioni e la «democraticità» della gestione di questa Onlus, che con soli 13 soci ha però 470 dipendenti.
Proprio su questo punto il procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, ha incardinato l'accusa: il Gus non è più una Onlus, ma è di fatto una società commerciale che tratta merce molto speciale, i migranti. E ora l'inchiesta sta avendo le prime conseguenze. Il Gus sta chiedendo a molti dipendenti di dare le dimissioni volontarie anche per non pagare il Naspi (una specie di cassaintegrazione) e prevede di avere un drastico calo di fatturato in conseguenza della stretta sui migranti. Anche alla Acsim sono stati fatti rilievi analoghi, anche se minori, visto che la moglie di Amanze è dipendente della Onlus con uno stipendio incompatibile con le finalità di una società che non ha scopo di lucro, mentre per la Perigeo i rilievi si appuntano soprattutto su di un'anomala attività immobiliare. L'inchiesta della Guardia di finanza che ha messo sotto monitoraggio i bilanci delle tre Onlus dal 2011 al 2015 era nata da una segnalazione della prefettura per un abnorme arrivo di profughi pakistani che avevano tutti in tasca un biglietto con i riferimenti del Gus. Da lì le fiamme gialle sono partite per mettere in luce il sistema Macerata alimentato dai finanziamenti che il sindaco di Macerata, Romano Carancini (Pd), ha elargito per fare di questa città la capitale dell'accoglienza. Un sistema che si è drammaticamente rotto il 30 gennaio scorso con la barbara uccisione di Pamela, che ha prodotto il crollo verticale dei consensi del Pd. Un sistema che oggi va alla sbarra insieme al Gus.
Carlo Cambi
Prese le belve di Lanciano: sono tre romeni
Un lungo inseguimento sulle strade della provincia di Chieti. Una Volkswagen Golf del 2004 di colore blu, con targa romena, che sfiora i 180 chilometri orari. Sfreccia, compie manovre pericolose cercando di seminare la pattuglia della polizia, che segue i sospetti e intanto chiede rinforzi. Infine l'incidente, la vettura con i fuggitivi che si schianta da sola sulla provinciale e le mani degli agenti che impugnano le semiautomatiche d'ordinanza, puntandole verso i finestrini infranti.
È finita così la fuga dei macellai di Lanciano, tutti di nazionalità romena. Sono tre gli arresti - ma potrebbe presto aumentare il numero delle persone fermate - eseguiti dalle forze dell'ordine per la brutale rapina di domenica scorsa ai danni del chirurgo Carlo Martelli e della moglie Niva Bazzan, entrambi di 69 anni, sequestrati e picchiati selvaggiamente (alla donna è stato mutilato un orecchio). Gli investigatori sono riusciti a bloccarli in località Costa di Chieti: i tre stavano fuggendo in Romania. Sull'automobile i malviventi avevano circa 3.400 euro, un coltello a serramanico e i passamontagna usati durante la rapina. Gli arrestati, in base a quanto emerso, sono due fratelli e un cugino di nazionalità romena, di età compresa tra i 20 e i 30 anni. La vettura utilizzata per la fuga è stata portata al commissariato di Lanciano per essere analizzata dagli esperti della polizia scientifica di Ancona: si cercano riscontri validi attraverso impronte digitali e tracce biologiche.
È ancora caccia aperta invece al capo della banda. Fonti investigative precisano che la persona cercata non necessariamente è di un'area geografica lontana dall'Abruzzo e non si esclude che l'italiano possa essere anche residente nella zona di Lanciano o nella provincia di Chieti. Secondo quanto si apprende già in precedenti rapine alcuni malviventi avevano fatto credere alle vittime di provenire dalla Puglia. Il bandito al vertice del gruppo non è parente degli arrestati, e sarebbe la persona che ha tagliato l'orecchio a Niva Bazzan.
L'operazione congiunta di carabinieri e polizia è scattata poco dopo la mezzanotte di martedì, con un grande dispiegamento di uomini intorno a un palazzo di corso Roma, nel centro della cittadina abruzzese, dopo che il procuratore capo di Lanciano, Mirvana Di Serio, e il questore di Chieti, Ruggiero Borzacchiello, avevano sottolineato a più riprese nella giornata di martedì la necessità di portare avanti gli accertamenti «nel più stretto riserbo». Le indagini ancora in corso sono condotte dalla Squadra mobile di Chieti e dal commissariato di Lanciano, che nelle ultime ore sono stati affiancati dallo Sco (Servizio centrale operativo).
La svolta nella serata del 25, quando è stata registrata la testimonianza del commerciante Massimiliano Delle Vigne, che ha ricordato il pestaggio subito nella sua villa a poche centinaia di metri dalla residenza dei coniugi Martelli. «Anche se ho visto solo occhi dietro un cappuccio e voci, tutto combacia: sono dell'Est Europa». Tutti elementi riscontrabili anche nell'aggressione ai due coniugi di Lanciano. Martelli, chirurgo in pensione nonché fondatore dell'associazione Anffas, e la moglie Niva Bazzan, ex infermiera, sono stati aggrediti alle 4 della notte del 23 settembre nella villa a Carminiello, vicino a Lanciano. In quattro, incappucciati, hanno parcheggiato l'auto poi hanno reciso il catenaccio di una grata in ferro e hanno avuto accesso alla cantina dell'abitazione. È lì che hanno preso la roncola utilizzata per mozzare l'orecchio alla moglie del chirurgo. Un taglio circolare, che ha causato uno sfregio permanente alla donna. Una volta saliti ai piani superiori hanno legato i coniugi e li hanno picchiati facendosi consegnare bancomat e carte di credito. I rapinatori hanno messo a soqquadro anche la stanza del figlio della coppia, disabile.
Attorno alle 6 gli ostaggi sono riusciti a liberarsi e a dare l'allarme chiedendo aiuto alla villa adiacente, abitata dal fratello del medico. Una volta che i quattro balordi sono fuggiti (rubando l'auto del medico, una Fiat Sedici grigio metallizzato), il medico è riuscito a liberarsi dalle fascette di plastica con cui era stato legato, e a liberare anche la moglie.
Nelle indagini sarebbe coinvolta anche una donna romena vicina ai banditi identificati, un'ex collaboratrice domestica dei coniugi Martelli. Tanti i testimoni che nei giorni scorsi hanno parlato con gli inquirenti, anche loro vittime di rapine in casa. Oltre ai coniugi Delle Vigne, la violenza della banda di romeni è stata confermata di nuovo dal commerciante Domenico Iezzi che in un'altra rapina ha subito la mutilazione di un dito. E anche dai familiari di Carlo Iubatti, che fu selvaggiamente picchiato e rapinato a Guardiagrele, sempre in provincia di Chieti: «La violenza feroce di queste rapine sembra quella che è stata usata contro di noi», dicono.
Ieri mattina Niva Bazzan ha detto che non è lei a «dover perdonare i malviventi. È lo Stato che non deve perdonare». In mattinata il prefetto di Chieti, Antonio Corona, si è recato in ospedale a trovare Carlo Martelli che ha accolto con sollievo la notizia degli arresti: «La notizia mi rende più sereno e mi restituisce una maggiore tranquillità nel rientrare a casa. Adesso davvero non vedo l'ora». Confortata anche la figlia Carlotta: «Siamo molto più sollevati, è un rientro migliore per i miei genitori». Tranquillità che dovrà essere resa concreta dalla magistratura. Le forze dell'ordine hanno svolto il loro compito e ieri hanno evitato che l'ira della folla si accanisse sui tre romeni. Tocca ora alle toghe fare in modo che le belve di Lanciano non tornino libere in pochi mesi.
Giancarlo Palombi
Continua a leggereRiduci
Alla sbarra le tre Onlus che hanno riempito la città di immigrati, lucrandoci milioni di euro: 46 dei quali sarebbero stati distratti.I malviventi arrestati per la rapina in villa hanno tra i 20 e i 30 anni: fuggivano verso l'Est Europa. Nell'auto usata per il colpo avevano 3.400 euro. Sospetti sulla domestica, caccia al capo banda italiano e ai complici. Matteo Salvini: «Devono marcire in galera».Lo speciale contiene due articoliC'è voluto un anno e mezzo, ma alla fine la Procura della Repubblica di Macerata con la firma del procuratore capo, Giovanni Giorgio, ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus e dei loro legali rappresentanti che si occupano sul territorio dell'accoglienza ai migranti. I capi d'accusa sono molti: il più pesante è l'evasione fiscale. Si parla, secondo il dossier, di accuse messe insieme dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Macerata di 40 milioni di euro di redditi non denunciati e di quasi 6 milioni di Iva evasa. Il processo si farà a gennaio e in Corte d'assise dovranno comparire il Gus e il suo presidente, Paolo Bernabucci - una specie di dominus dell'accoglienza migranti in Italia - la Acsim di cui è legale rappresentante il nigeriano Daniel Chibunna Amanze, che risiede in città da trent'anni e che in passato fu condannato per un reato minore, e la Perigeo di cui è rappresentante Laura Bracalini. Alla sbarra va il cosiddetto sistema Macerata, che ha prodotto un abnorme arrivo di migranti, profughi e richiedenti asilo nella città che ha dato i natali a Laura Boldrini, madrina da sempre di questa politica delle porte aperte e dal contributo facile che ha trasformato il Gus, gestore di fatto in regime di monopolio dei progetti Sprar di tutte le Marche (riceve, compresi i 12 milioni di Macerata, incarichi per oltre 20 milioni di euro in Regione) nella prima azienda per fatturato e dipendenti della provincia di Macerata: 31,5 milioni di introiti, 470 impiegati, 88.000 euro di utile. Il Gus è una delle più grosse organizzazione di accoglienza dei migranti in ottimi rapporti con il Pd, tanto che Giovanni Lattanzi è stato responsabile nazionale delle politiche di assistenza nella segreteria di Matteo Renzi e Paolo Bernabucci ha avuto una carriera parallela a quella di Laura Boldrini. Il sistema Macerata è venuto alla luce all'indomani della barbara uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni uccisa e fatta a pezzi in un appartamento di via Spalato il 30 gennaio scorso, il cui cadavere fu trovato in due trolley alla periferia di Pollenza poco distante da Macerata. E - sia pure per una coincidenza - il rinvio a giudizio dei vertici delle Onlus che si occupano dei migranti arriva proprio nel giorno in cui sono comparsi in aula con l'accusa di spaccio e di detenzione di droga tre nigeriani: Innocent Oseghale, Desmond Lucky e Lucky Awelima. Oseghale, già ospite del Gus, che dopo i fatti di via Spalato si è affrettato a far sapere che il nigeriano non seguiva i programmi di inserimento come previsto dallo Sprar dopo che già era stato condannato per spaccio, è in carcere con l'accusa di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi Pamela. Lui ha solo ammesso di avere tagliato il cadavere. Ma nell'inchiesta per lo scempio di via Spalato erano entrati anche gli altri due, anche loro ospiti di programmi Sprar gestiti dalla Acsim, un'altra delle tre Onlus rinviate a giudizio. Mentre Awelima e Lucky godevano dell'accoglienza spacciavano senza che nessuno intervenisse. Il capo della Acsim che è anche il referente della numerosa comunità nigeriana a Macerata, Amanze, all'indomani dell'omicidio di Pamela denunciò il furto dei computer della sua Onlus. Circostanza sulla quale è aperta un'inchiesta parallela. Ma oggi la Procura di Macerata sembra avere raccolto sufficienti elementi per inchiodare Innocent Oseghale (c'è un pentito che lo accusa: avrebbe raccolto le confidenze del nigeriano in carcere e questi gli avrebbe confessato di avere drogato, violentato e fatto a pezzi mentre era ancora viva e infine uccisa la povera Pamela) e contemporaneamente ha ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus. La posizione di gran lunga più pesante è quella del Gus. Sarebbe il Gruppo di umana solidarietà ad aver orchestrato e gestito il sistema Macerata per la spartizione degli appalti per la gestione dei migranti e sul Gus pende l'accusa più pesante di evasione: oltre 10,4 milioni di euro occultati e oltre 5 milioni di Iva evasa. Non solo Bernabucci e Lattanzi sono accusati di essersi attribuiti reciprocamente consulenze attingendo ai fondi del Gus. Ma nel dibattimento si farà luce anche su altre due circostanze che la Guardia di finanza aveva messo in luce e che la Procura ha riversato nell'inchiesta: le donazioni che il Gus ha iscritto a bilancio senza specificare a chi sono state fatte e a quale titolo le elargizioni e la «democraticità» della gestione di questa Onlus, che con soli 13 soci ha però 470 dipendenti. Proprio su questo punto il procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, ha incardinato l'accusa: il Gus non è più una Onlus, ma è di fatto una società commerciale che tratta merce molto speciale, i migranti. E ora l'inchiesta sta avendo le prime conseguenze. Il Gus sta chiedendo a molti dipendenti di dare le dimissioni volontarie anche per non pagare il Naspi (una specie di cassaintegrazione) e prevede di avere un drastico calo di fatturato in conseguenza della stretta sui migranti. Anche alla Acsim sono stati fatti rilievi analoghi, anche se minori, visto che la moglie di Amanze è dipendente della Onlus con uno stipendio incompatibile con le finalità di una società che non ha scopo di lucro, mentre per la Perigeo i rilievi si appuntano soprattutto su di un'anomala attività immobiliare. L'inchiesta della Guardia di finanza che ha messo sotto monitoraggio i bilanci delle tre Onlus dal 2011 al 2015 era nata da una segnalazione della prefettura per un abnorme arrivo di profughi pakistani che avevano tutti in tasca un biglietto con i riferimenti del Gus. Da lì le fiamme gialle sono partite per mettere in luce il sistema Macerata alimentato dai finanziamenti che il sindaco di Macerata, Romano Carancini (Pd), ha elargito per fare di questa città la capitale dell'accoglienza. Un sistema che si è drammaticamente rotto il 30 gennaio scorso con la barbara uccisione di Pamela, che ha prodotto il crollo verticale dei consensi del Pd. Un sistema che oggi va alla sbarra insieme al Gus.Carlo Cambi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-processo-per-evasione-il-sistema-daccoglienza-della-rossa-macerata-2608189607.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prese-le-belve-di-lanciano-sono-tre-romeni" data-post-id="2608189607" data-published-at="1779299877" data-use-pagination="False"> Prese le belve di Lanciano: sono tre romeni Un lungo inseguimento sulle strade della provincia di Chieti. Una Volkswagen Golf del 2004 di colore blu, con targa romena, che sfiora i 180 chilometri orari. Sfreccia, compie manovre pericolose cercando di seminare la pattuglia della polizia, che segue i sospetti e intanto chiede rinforzi. Infine l'incidente, la vettura con i fuggitivi che si schianta da sola sulla provinciale e le mani degli agenti che impugnano le semiautomatiche d'ordinanza, puntandole verso i finestrini infranti. È finita così la fuga dei macellai di Lanciano, tutti di nazionalità romena. Sono tre gli arresti - ma potrebbe presto aumentare il numero delle persone fermate - eseguiti dalle forze dell'ordine per la brutale rapina di domenica scorsa ai danni del chirurgo Carlo Martelli e della moglie Niva Bazzan, entrambi di 69 anni, sequestrati e picchiati selvaggiamente (alla donna è stato mutilato un orecchio). Gli investigatori sono riusciti a bloccarli in località Costa di Chieti: i tre stavano fuggendo in Romania. Sull'automobile i malviventi avevano circa 3.400 euro, un coltello a serramanico e i passamontagna usati durante la rapina. Gli arrestati, in base a quanto emerso, sono due fratelli e un cugino di nazionalità romena, di età compresa tra i 20 e i 30 anni. La vettura utilizzata per la fuga è stata portata al commissariato di Lanciano per essere analizzata dagli esperti della polizia scientifica di Ancona: si cercano riscontri validi attraverso impronte digitali e tracce biologiche. È ancora caccia aperta invece al capo della banda. Fonti investigative precisano che la persona cercata non necessariamente è di un'area geografica lontana dall'Abruzzo e non si esclude che l'italiano possa essere anche residente nella zona di Lanciano o nella provincia di Chieti. Secondo quanto si apprende già in precedenti rapine alcuni malviventi avevano fatto credere alle vittime di provenire dalla Puglia. Il bandito al vertice del gruppo non è parente degli arrestati, e sarebbe la persona che ha tagliato l'orecchio a Niva Bazzan. L'operazione congiunta di carabinieri e polizia è scattata poco dopo la mezzanotte di martedì, con un grande dispiegamento di uomini intorno a un palazzo di corso Roma, nel centro della cittadina abruzzese, dopo che il procuratore capo di Lanciano, Mirvana Di Serio, e il questore di Chieti, Ruggiero Borzacchiello, avevano sottolineato a più riprese nella giornata di martedì la necessità di portare avanti gli accertamenti «nel più stretto riserbo». Le indagini ancora in corso sono condotte dalla Squadra mobile di Chieti e dal commissariato di Lanciano, che nelle ultime ore sono stati affiancati dallo Sco (Servizio centrale operativo). La svolta nella serata del 25, quando è stata registrata la testimonianza del commerciante Massimiliano Delle Vigne, che ha ricordato il pestaggio subito nella sua villa a poche centinaia di metri dalla residenza dei coniugi Martelli. «Anche se ho visto solo occhi dietro un cappuccio e voci, tutto combacia: sono dell'Est Europa». Tutti elementi riscontrabili anche nell'aggressione ai due coniugi di Lanciano. Martelli, chirurgo in pensione nonché fondatore dell'associazione Anffas, e la moglie Niva Bazzan, ex infermiera, sono stati aggrediti alle 4 della notte del 23 settembre nella villa a Carminiello, vicino a Lanciano. In quattro, incappucciati, hanno parcheggiato l'auto poi hanno reciso il catenaccio di una grata in ferro e hanno avuto accesso alla cantina dell'abitazione. È lì che hanno preso la roncola utilizzata per mozzare l'orecchio alla moglie del chirurgo. Un taglio circolare, che ha causato uno sfregio permanente alla donna. Una volta saliti ai piani superiori hanno legato i coniugi e li hanno picchiati facendosi consegnare bancomat e carte di credito. I rapinatori hanno messo a soqquadro anche la stanza del figlio della coppia, disabile. Attorno alle 6 gli ostaggi sono riusciti a liberarsi e a dare l'allarme chiedendo aiuto alla villa adiacente, abitata dal fratello del medico. Una volta che i quattro balordi sono fuggiti (rubando l'auto del medico, una Fiat Sedici grigio metallizzato), il medico è riuscito a liberarsi dalle fascette di plastica con cui era stato legato, e a liberare anche la moglie. Nelle indagini sarebbe coinvolta anche una donna romena vicina ai banditi identificati, un'ex collaboratrice domestica dei coniugi Martelli. Tanti i testimoni che nei giorni scorsi hanno parlato con gli inquirenti, anche loro vittime di rapine in casa. Oltre ai coniugi Delle Vigne, la violenza della banda di romeni è stata confermata di nuovo dal commerciante Domenico Iezzi che in un'altra rapina ha subito la mutilazione di un dito. E anche dai familiari di Carlo Iubatti, che fu selvaggiamente picchiato e rapinato a Guardiagrele, sempre in provincia di Chieti: «La violenza feroce di queste rapine sembra quella che è stata usata contro di noi», dicono. Ieri mattina Niva Bazzan ha detto che non è lei a «dover perdonare i malviventi. È lo Stato che non deve perdonare». In mattinata il prefetto di Chieti, Antonio Corona, si è recato in ospedale a trovare Carlo Martelli che ha accolto con sollievo la notizia degli arresti: «La notizia mi rende più sereno e mi restituisce una maggiore tranquillità nel rientrare a casa. Adesso davvero non vedo l'ora». Confortata anche la figlia Carlotta: «Siamo molto più sollevati, è un rientro migliore per i miei genitori». Tranquillità che dovrà essere resa concreta dalla magistratura. Le forze dell'ordine hanno svolto il loro compito e ieri hanno evitato che l'ira della folla si accanisse sui tre romeni. Tocca ora alle toghe fare in modo che le belve di Lanciano non tornino libere in pochi mesi. Giancarlo Palombi
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
Continua a leggereRiduci
Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
Continua a leggereRiduci