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2018-09-27
A processo per evasione il sistema d’accoglienza della «rossa» Macerata
Ansa
C'è voluto un anno e mezzo, ma alla fine la Procura della Repubblica di Macerata con la firma del procuratore capo, Giovanni Giorgio, ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus e dei loro legali rappresentanti che si occupano sul territorio dell'accoglienza ai migranti. I capi d'accusa sono molti: il più pesante è l'evasione fiscale. Si parla, secondo il dossier, di accuse messe insieme dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Macerata di 40 milioni di euro di redditi non denunciati e di quasi 6 milioni di Iva evasa.
Il processo si farà a gennaio e in Corte d'assise dovranno comparire il Gus e il suo presidente, Paolo Bernabucci - una specie di dominus dell'accoglienza migranti in Italia - la Acsim di cui è legale rappresentante il nigeriano Daniel Chibunna Amanze, che risiede in città da trent'anni e che in passato fu condannato per un reato minore, e la Perigeo di cui è rappresentante Laura Bracalini. Alla sbarra va il cosiddetto sistema Macerata, che ha prodotto un abnorme arrivo di migranti, profughi e richiedenti asilo nella città che ha dato i natali a Laura Boldrini, madrina da sempre di questa politica delle porte aperte e dal contributo facile che ha trasformato il Gus, gestore di fatto in regime di monopolio dei progetti Sprar di tutte le Marche (riceve, compresi i 12 milioni di Macerata, incarichi per oltre 20 milioni di euro in Regione) nella prima azienda per fatturato e dipendenti della provincia di Macerata: 31,5 milioni di introiti, 470 impiegati, 88.000 euro di utile.
Il Gus è una delle più grosse organizzazione di accoglienza dei migranti in ottimi rapporti con il Pd, tanto che Giovanni Lattanzi è stato responsabile nazionale delle politiche di assistenza nella segreteria di Matteo Renzi e Paolo Bernabucci ha avuto una carriera parallela a quella di Laura Boldrini. Il sistema Macerata è venuto alla luce all'indomani della barbara uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni uccisa e fatta a pezzi in un appartamento di via Spalato il 30 gennaio scorso, il cui cadavere fu trovato in due trolley alla periferia di Pollenza poco distante da Macerata. E - sia pure per una coincidenza - il rinvio a giudizio dei vertici delle Onlus che si occupano dei migranti arriva proprio nel giorno in cui sono comparsi in aula con l'accusa di spaccio e di detenzione di droga tre nigeriani: Innocent Oseghale, Desmond Lucky e Lucky Awelima. Oseghale, già ospite del Gus, che dopo i fatti di via Spalato si è affrettato a far sapere che il nigeriano non seguiva i programmi di inserimento come previsto dallo Sprar dopo che già era stato condannato per spaccio, è in carcere con l'accusa di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi Pamela. Lui ha solo ammesso di avere tagliato il cadavere. Ma nell'inchiesta per lo scempio di via Spalato erano entrati anche gli altri due, anche loro ospiti di programmi Sprar gestiti dalla Acsim, un'altra delle tre Onlus rinviate a giudizio. Mentre Awelima e Lucky godevano dell'accoglienza spacciavano senza che nessuno intervenisse. Il capo della Acsim che è anche il referente della numerosa comunità nigeriana a Macerata, Amanze, all'indomani dell'omicidio di Pamela denunciò il furto dei computer della sua Onlus.
Circostanza sulla quale è aperta un'inchiesta parallela. Ma oggi la Procura di Macerata sembra avere raccolto sufficienti elementi per inchiodare Innocent Oseghale (c'è un pentito che lo accusa: avrebbe raccolto le confidenze del nigeriano in carcere e questi gli avrebbe confessato di avere drogato, violentato e fatto a pezzi mentre era ancora viva e infine uccisa la povera Pamela) e contemporaneamente ha ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus. La posizione di gran lunga più pesante è quella del Gus. Sarebbe il Gruppo di umana solidarietà ad aver orchestrato e gestito il sistema Macerata per la spartizione degli appalti per la gestione dei migranti e sul Gus pende l'accusa più pesante di evasione: oltre 10,4 milioni di euro occultati e oltre 5 milioni di Iva evasa. Non solo Bernabucci e Lattanzi sono accusati di essersi attribuiti reciprocamente consulenze attingendo ai fondi del Gus. Ma nel dibattimento si farà luce anche su altre due circostanze che la Guardia di finanza aveva messo in luce e che la Procura ha riversato nell'inchiesta: le donazioni che il Gus ha iscritto a bilancio senza specificare a chi sono state fatte e a quale titolo le elargizioni e la «democraticità» della gestione di questa Onlus, che con soli 13 soci ha però 470 dipendenti.
Proprio su questo punto il procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, ha incardinato l'accusa: il Gus non è più una Onlus, ma è di fatto una società commerciale che tratta merce molto speciale, i migranti. E ora l'inchiesta sta avendo le prime conseguenze. Il Gus sta chiedendo a molti dipendenti di dare le dimissioni volontarie anche per non pagare il Naspi (una specie di cassaintegrazione) e prevede di avere un drastico calo di fatturato in conseguenza della stretta sui migranti. Anche alla Acsim sono stati fatti rilievi analoghi, anche se minori, visto che la moglie di Amanze è dipendente della Onlus con uno stipendio incompatibile con le finalità di una società che non ha scopo di lucro, mentre per la Perigeo i rilievi si appuntano soprattutto su di un'anomala attività immobiliare. L'inchiesta della Guardia di finanza che ha messo sotto monitoraggio i bilanci delle tre Onlus dal 2011 al 2015 era nata da una segnalazione della prefettura per un abnorme arrivo di profughi pakistani che avevano tutti in tasca un biglietto con i riferimenti del Gus. Da lì le fiamme gialle sono partite per mettere in luce il sistema Macerata alimentato dai finanziamenti che il sindaco di Macerata, Romano Carancini (Pd), ha elargito per fare di questa città la capitale dell'accoglienza. Un sistema che si è drammaticamente rotto il 30 gennaio scorso con la barbara uccisione di Pamela, che ha prodotto il crollo verticale dei consensi del Pd. Un sistema che oggi va alla sbarra insieme al Gus.
Carlo Cambi
Prese le belve di Lanciano: sono tre romeni
Un lungo inseguimento sulle strade della provincia di Chieti. Una Volkswagen Golf del 2004 di colore blu, con targa romena, che sfiora i 180 chilometri orari. Sfreccia, compie manovre pericolose cercando di seminare la pattuglia della polizia, che segue i sospetti e intanto chiede rinforzi. Infine l'incidente, la vettura con i fuggitivi che si schianta da sola sulla provinciale e le mani degli agenti che impugnano le semiautomatiche d'ordinanza, puntandole verso i finestrini infranti.
È finita così la fuga dei macellai di Lanciano, tutti di nazionalità romena. Sono tre gli arresti - ma potrebbe presto aumentare il numero delle persone fermate - eseguiti dalle forze dell'ordine per la brutale rapina di domenica scorsa ai danni del chirurgo Carlo Martelli e della moglie Niva Bazzan, entrambi di 69 anni, sequestrati e picchiati selvaggiamente (alla donna è stato mutilato un orecchio). Gli investigatori sono riusciti a bloccarli in località Costa di Chieti: i tre stavano fuggendo in Romania. Sull'automobile i malviventi avevano circa 3.400 euro, un coltello a serramanico e i passamontagna usati durante la rapina. Gli arrestati, in base a quanto emerso, sono due fratelli e un cugino di nazionalità romena, di età compresa tra i 20 e i 30 anni. La vettura utilizzata per la fuga è stata portata al commissariato di Lanciano per essere analizzata dagli esperti della polizia scientifica di Ancona: si cercano riscontri validi attraverso impronte digitali e tracce biologiche.
È ancora caccia aperta invece al capo della banda. Fonti investigative precisano che la persona cercata non necessariamente è di un'area geografica lontana dall'Abruzzo e non si esclude che l'italiano possa essere anche residente nella zona di Lanciano o nella provincia di Chieti. Secondo quanto si apprende già in precedenti rapine alcuni malviventi avevano fatto credere alle vittime di provenire dalla Puglia. Il bandito al vertice del gruppo non è parente degli arrestati, e sarebbe la persona che ha tagliato l'orecchio a Niva Bazzan.
L'operazione congiunta di carabinieri e polizia è scattata poco dopo la mezzanotte di martedì, con un grande dispiegamento di uomini intorno a un palazzo di corso Roma, nel centro della cittadina abruzzese, dopo che il procuratore capo di Lanciano, Mirvana Di Serio, e il questore di Chieti, Ruggiero Borzacchiello, avevano sottolineato a più riprese nella giornata di martedì la necessità di portare avanti gli accertamenti «nel più stretto riserbo». Le indagini ancora in corso sono condotte dalla Squadra mobile di Chieti e dal commissariato di Lanciano, che nelle ultime ore sono stati affiancati dallo Sco (Servizio centrale operativo).
La svolta nella serata del 25, quando è stata registrata la testimonianza del commerciante Massimiliano Delle Vigne, che ha ricordato il pestaggio subito nella sua villa a poche centinaia di metri dalla residenza dei coniugi Martelli. «Anche se ho visto solo occhi dietro un cappuccio e voci, tutto combacia: sono dell'Est Europa». Tutti elementi riscontrabili anche nell'aggressione ai due coniugi di Lanciano. Martelli, chirurgo in pensione nonché fondatore dell'associazione Anffas, e la moglie Niva Bazzan, ex infermiera, sono stati aggrediti alle 4 della notte del 23 settembre nella villa a Carminiello, vicino a Lanciano. In quattro, incappucciati, hanno parcheggiato l'auto poi hanno reciso il catenaccio di una grata in ferro e hanno avuto accesso alla cantina dell'abitazione. È lì che hanno preso la roncola utilizzata per mozzare l'orecchio alla moglie del chirurgo. Un taglio circolare, che ha causato uno sfregio permanente alla donna. Una volta saliti ai piani superiori hanno legato i coniugi e li hanno picchiati facendosi consegnare bancomat e carte di credito. I rapinatori hanno messo a soqquadro anche la stanza del figlio della coppia, disabile.
Attorno alle 6 gli ostaggi sono riusciti a liberarsi e a dare l'allarme chiedendo aiuto alla villa adiacente, abitata dal fratello del medico. Una volta che i quattro balordi sono fuggiti (rubando l'auto del medico, una Fiat Sedici grigio metallizzato), il medico è riuscito a liberarsi dalle fascette di plastica con cui era stato legato, e a liberare anche la moglie.
Nelle indagini sarebbe coinvolta anche una donna romena vicina ai banditi identificati, un'ex collaboratrice domestica dei coniugi Martelli. Tanti i testimoni che nei giorni scorsi hanno parlato con gli inquirenti, anche loro vittime di rapine in casa. Oltre ai coniugi Delle Vigne, la violenza della banda di romeni è stata confermata di nuovo dal commerciante Domenico Iezzi che in un'altra rapina ha subito la mutilazione di un dito. E anche dai familiari di Carlo Iubatti, che fu selvaggiamente picchiato e rapinato a Guardiagrele, sempre in provincia di Chieti: «La violenza feroce di queste rapine sembra quella che è stata usata contro di noi», dicono.
Ieri mattina Niva Bazzan ha detto che non è lei a «dover perdonare i malviventi. È lo Stato che non deve perdonare». In mattinata il prefetto di Chieti, Antonio Corona, si è recato in ospedale a trovare Carlo Martelli che ha accolto con sollievo la notizia degli arresti: «La notizia mi rende più sereno e mi restituisce una maggiore tranquillità nel rientrare a casa. Adesso davvero non vedo l'ora». Confortata anche la figlia Carlotta: «Siamo molto più sollevati, è un rientro migliore per i miei genitori». Tranquillità che dovrà essere resa concreta dalla magistratura. Le forze dell'ordine hanno svolto il loro compito e ieri hanno evitato che l'ira della folla si accanisse sui tre romeni. Tocca ora alle toghe fare in modo che le belve di Lanciano non tornino libere in pochi mesi.
Giancarlo Palombi
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Alla sbarra le tre Onlus che hanno riempito la città di immigrati, lucrandoci milioni di euro: 46 dei quali sarebbero stati distratti.I malviventi arrestati per la rapina in villa hanno tra i 20 e i 30 anni: fuggivano verso l'Est Europa. Nell'auto usata per il colpo avevano 3.400 euro. Sospetti sulla domestica, caccia al capo banda italiano e ai complici. Matteo Salvini: «Devono marcire in galera».Lo speciale contiene due articoliC'è voluto un anno e mezzo, ma alla fine la Procura della Repubblica di Macerata con la firma del procuratore capo, Giovanni Giorgio, ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus e dei loro legali rappresentanti che si occupano sul territorio dell'accoglienza ai migranti. I capi d'accusa sono molti: il più pesante è l'evasione fiscale. Si parla, secondo il dossier, di accuse messe insieme dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Macerata di 40 milioni di euro di redditi non denunciati e di quasi 6 milioni di Iva evasa. Il processo si farà a gennaio e in Corte d'assise dovranno comparire il Gus e il suo presidente, Paolo Bernabucci - una specie di dominus dell'accoglienza migranti in Italia - la Acsim di cui è legale rappresentante il nigeriano Daniel Chibunna Amanze, che risiede in città da trent'anni e che in passato fu condannato per un reato minore, e la Perigeo di cui è rappresentante Laura Bracalini. Alla sbarra va il cosiddetto sistema Macerata, che ha prodotto un abnorme arrivo di migranti, profughi e richiedenti asilo nella città che ha dato i natali a Laura Boldrini, madrina da sempre di questa politica delle porte aperte e dal contributo facile che ha trasformato il Gus, gestore di fatto in regime di monopolio dei progetti Sprar di tutte le Marche (riceve, compresi i 12 milioni di Macerata, incarichi per oltre 20 milioni di euro in Regione) nella prima azienda per fatturato e dipendenti della provincia di Macerata: 31,5 milioni di introiti, 470 impiegati, 88.000 euro di utile. Il Gus è una delle più grosse organizzazione di accoglienza dei migranti in ottimi rapporti con il Pd, tanto che Giovanni Lattanzi è stato responsabile nazionale delle politiche di assistenza nella segreteria di Matteo Renzi e Paolo Bernabucci ha avuto una carriera parallela a quella di Laura Boldrini. Il sistema Macerata è venuto alla luce all'indomani della barbara uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni uccisa e fatta a pezzi in un appartamento di via Spalato il 30 gennaio scorso, il cui cadavere fu trovato in due trolley alla periferia di Pollenza poco distante da Macerata. E - sia pure per una coincidenza - il rinvio a giudizio dei vertici delle Onlus che si occupano dei migranti arriva proprio nel giorno in cui sono comparsi in aula con l'accusa di spaccio e di detenzione di droga tre nigeriani: Innocent Oseghale, Desmond Lucky e Lucky Awelima. Oseghale, già ospite del Gus, che dopo i fatti di via Spalato si è affrettato a far sapere che il nigeriano non seguiva i programmi di inserimento come previsto dallo Sprar dopo che già era stato condannato per spaccio, è in carcere con l'accusa di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi Pamela. Lui ha solo ammesso di avere tagliato il cadavere. Ma nell'inchiesta per lo scempio di via Spalato erano entrati anche gli altri due, anche loro ospiti di programmi Sprar gestiti dalla Acsim, un'altra delle tre Onlus rinviate a giudizio. Mentre Awelima e Lucky godevano dell'accoglienza spacciavano senza che nessuno intervenisse. Il capo della Acsim che è anche il referente della numerosa comunità nigeriana a Macerata, Amanze, all'indomani dell'omicidio di Pamela denunciò il furto dei computer della sua Onlus. Circostanza sulla quale è aperta un'inchiesta parallela. Ma oggi la Procura di Macerata sembra avere raccolto sufficienti elementi per inchiodare Innocent Oseghale (c'è un pentito che lo accusa: avrebbe raccolto le confidenze del nigeriano in carcere e questi gli avrebbe confessato di avere drogato, violentato e fatto a pezzi mentre era ancora viva e infine uccisa la povera Pamela) e contemporaneamente ha ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus. La posizione di gran lunga più pesante è quella del Gus. Sarebbe il Gruppo di umana solidarietà ad aver orchestrato e gestito il sistema Macerata per la spartizione degli appalti per la gestione dei migranti e sul Gus pende l'accusa più pesante di evasione: oltre 10,4 milioni di euro occultati e oltre 5 milioni di Iva evasa. Non solo Bernabucci e Lattanzi sono accusati di essersi attribuiti reciprocamente consulenze attingendo ai fondi del Gus. Ma nel dibattimento si farà luce anche su altre due circostanze che la Guardia di finanza aveva messo in luce e che la Procura ha riversato nell'inchiesta: le donazioni che il Gus ha iscritto a bilancio senza specificare a chi sono state fatte e a quale titolo le elargizioni e la «democraticità» della gestione di questa Onlus, che con soli 13 soci ha però 470 dipendenti. Proprio su questo punto il procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, ha incardinato l'accusa: il Gus non è più una Onlus, ma è di fatto una società commerciale che tratta merce molto speciale, i migranti. E ora l'inchiesta sta avendo le prime conseguenze. Il Gus sta chiedendo a molti dipendenti di dare le dimissioni volontarie anche per non pagare il Naspi (una specie di cassaintegrazione) e prevede di avere un drastico calo di fatturato in conseguenza della stretta sui migranti. Anche alla Acsim sono stati fatti rilievi analoghi, anche se minori, visto che la moglie di Amanze è dipendente della Onlus con uno stipendio incompatibile con le finalità di una società che non ha scopo di lucro, mentre per la Perigeo i rilievi si appuntano soprattutto su di un'anomala attività immobiliare. L'inchiesta della Guardia di finanza che ha messo sotto monitoraggio i bilanci delle tre Onlus dal 2011 al 2015 era nata da una segnalazione della prefettura per un abnorme arrivo di profughi pakistani che avevano tutti in tasca un biglietto con i riferimenti del Gus. Da lì le fiamme gialle sono partite per mettere in luce il sistema Macerata alimentato dai finanziamenti che il sindaco di Macerata, Romano Carancini (Pd), ha elargito per fare di questa città la capitale dell'accoglienza. Un sistema che si è drammaticamente rotto il 30 gennaio scorso con la barbara uccisione di Pamela, che ha prodotto il crollo verticale dei consensi del Pd. 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È finita così la fuga dei macellai di Lanciano, tutti di nazionalità romena. Sono tre gli arresti - ma potrebbe presto aumentare il numero delle persone fermate - eseguiti dalle forze dell'ordine per la brutale rapina di domenica scorsa ai danni del chirurgo Carlo Martelli e della moglie Niva Bazzan, entrambi di 69 anni, sequestrati e picchiati selvaggiamente (alla donna è stato mutilato un orecchio). Gli investigatori sono riusciti a bloccarli in località Costa di Chieti: i tre stavano fuggendo in Romania. Sull'automobile i malviventi avevano circa 3.400 euro, un coltello a serramanico e i passamontagna usati durante la rapina. Gli arrestati, in base a quanto emerso, sono due fratelli e un cugino di nazionalità romena, di età compresa tra i 20 e i 30 anni. La vettura utilizzata per la fuga è stata portata al commissariato di Lanciano per essere analizzata dagli esperti della polizia scientifica di Ancona: si cercano riscontri validi attraverso impronte digitali e tracce biologiche. È ancora caccia aperta invece al capo della banda. Fonti investigative precisano che la persona cercata non necessariamente è di un'area geografica lontana dall'Abruzzo e non si esclude che l'italiano possa essere anche residente nella zona di Lanciano o nella provincia di Chieti. Secondo quanto si apprende già in precedenti rapine alcuni malviventi avevano fatto credere alle vittime di provenire dalla Puglia. Il bandito al vertice del gruppo non è parente degli arrestati, e sarebbe la persona che ha tagliato l'orecchio a Niva Bazzan. L'operazione congiunta di carabinieri e polizia è scattata poco dopo la mezzanotte di martedì, con un grande dispiegamento di uomini intorno a un palazzo di corso Roma, nel centro della cittadina abruzzese, dopo che il procuratore capo di Lanciano, Mirvana Di Serio, e il questore di Chieti, Ruggiero Borzacchiello, avevano sottolineato a più riprese nella giornata di martedì la necessità di portare avanti gli accertamenti «nel più stretto riserbo». Le indagini ancora in corso sono condotte dalla Squadra mobile di Chieti e dal commissariato di Lanciano, che nelle ultime ore sono stati affiancati dallo Sco (Servizio centrale operativo). La svolta nella serata del 25, quando è stata registrata la testimonianza del commerciante Massimiliano Delle Vigne, che ha ricordato il pestaggio subito nella sua villa a poche centinaia di metri dalla residenza dei coniugi Martelli. «Anche se ho visto solo occhi dietro un cappuccio e voci, tutto combacia: sono dell'Est Europa». Tutti elementi riscontrabili anche nell'aggressione ai due coniugi di Lanciano. Martelli, chirurgo in pensione nonché fondatore dell'associazione Anffas, e la moglie Niva Bazzan, ex infermiera, sono stati aggrediti alle 4 della notte del 23 settembre nella villa a Carminiello, vicino a Lanciano. In quattro, incappucciati, hanno parcheggiato l'auto poi hanno reciso il catenaccio di una grata in ferro e hanno avuto accesso alla cantina dell'abitazione. È lì che hanno preso la roncola utilizzata per mozzare l'orecchio alla moglie del chirurgo. Un taglio circolare, che ha causato uno sfregio permanente alla donna. Una volta saliti ai piani superiori hanno legato i coniugi e li hanno picchiati facendosi consegnare bancomat e carte di credito. I rapinatori hanno messo a soqquadro anche la stanza del figlio della coppia, disabile. Attorno alle 6 gli ostaggi sono riusciti a liberarsi e a dare l'allarme chiedendo aiuto alla villa adiacente, abitata dal fratello del medico. Una volta che i quattro balordi sono fuggiti (rubando l'auto del medico, una Fiat Sedici grigio metallizzato), il medico è riuscito a liberarsi dalle fascette di plastica con cui era stato legato, e a liberare anche la moglie. Nelle indagini sarebbe coinvolta anche una donna romena vicina ai banditi identificati, un'ex collaboratrice domestica dei coniugi Martelli. Tanti i testimoni che nei giorni scorsi hanno parlato con gli inquirenti, anche loro vittime di rapine in casa. Oltre ai coniugi Delle Vigne, la violenza della banda di romeni è stata confermata di nuovo dal commerciante Domenico Iezzi che in un'altra rapina ha subito la mutilazione di un dito. E anche dai familiari di Carlo Iubatti, che fu selvaggiamente picchiato e rapinato a Guardiagrele, sempre in provincia di Chieti: «La violenza feroce di queste rapine sembra quella che è stata usata contro di noi», dicono. Ieri mattina Niva Bazzan ha detto che non è lei a «dover perdonare i malviventi. È lo Stato che non deve perdonare». In mattinata il prefetto di Chieti, Antonio Corona, si è recato in ospedale a trovare Carlo Martelli che ha accolto con sollievo la notizia degli arresti: «La notizia mi rende più sereno e mi restituisce una maggiore tranquillità nel rientrare a casa. Adesso davvero non vedo l'ora». Confortata anche la figlia Carlotta: «Siamo molto più sollevati, è un rientro migliore per i miei genitori». Tranquillità che dovrà essere resa concreta dalla magistratura. Le forze dell'ordine hanno svolto il loro compito e ieri hanno evitato che l'ira della folla si accanisse sui tre romeni. Tocca ora alle toghe fare in modo che le belve di Lanciano non tornino libere in pochi mesi. Giancarlo Palombi
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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