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2018-09-27
A processo per evasione il sistema d’accoglienza della «rossa» Macerata
Ansa
C'è voluto un anno e mezzo, ma alla fine la Procura della Repubblica di Macerata con la firma del procuratore capo, Giovanni Giorgio, ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus e dei loro legali rappresentanti che si occupano sul territorio dell'accoglienza ai migranti. I capi d'accusa sono molti: il più pesante è l'evasione fiscale. Si parla, secondo il dossier, di accuse messe insieme dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Macerata di 40 milioni di euro di redditi non denunciati e di quasi 6 milioni di Iva evasa.
Il processo si farà a gennaio e in Corte d'assise dovranno comparire il Gus e il suo presidente, Paolo Bernabucci - una specie di dominus dell'accoglienza migranti in Italia - la Acsim di cui è legale rappresentante il nigeriano Daniel Chibunna Amanze, che risiede in città da trent'anni e che in passato fu condannato per un reato minore, e la Perigeo di cui è rappresentante Laura Bracalini. Alla sbarra va il cosiddetto sistema Macerata, che ha prodotto un abnorme arrivo di migranti, profughi e richiedenti asilo nella città che ha dato i natali a Laura Boldrini, madrina da sempre di questa politica delle porte aperte e dal contributo facile che ha trasformato il Gus, gestore di fatto in regime di monopolio dei progetti Sprar di tutte le Marche (riceve, compresi i 12 milioni di Macerata, incarichi per oltre 20 milioni di euro in Regione) nella prima azienda per fatturato e dipendenti della provincia di Macerata: 31,5 milioni di introiti, 470 impiegati, 88.000 euro di utile.
Il Gus è una delle più grosse organizzazione di accoglienza dei migranti in ottimi rapporti con il Pd, tanto che Giovanni Lattanzi è stato responsabile nazionale delle politiche di assistenza nella segreteria di Matteo Renzi e Paolo Bernabucci ha avuto una carriera parallela a quella di Laura Boldrini. Il sistema Macerata è venuto alla luce all'indomani della barbara uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni uccisa e fatta a pezzi in un appartamento di via Spalato il 30 gennaio scorso, il cui cadavere fu trovato in due trolley alla periferia di Pollenza poco distante da Macerata. E - sia pure per una coincidenza - il rinvio a giudizio dei vertici delle Onlus che si occupano dei migranti arriva proprio nel giorno in cui sono comparsi in aula con l'accusa di spaccio e di detenzione di droga tre nigeriani: Innocent Oseghale, Desmond Lucky e Lucky Awelima. Oseghale, già ospite del Gus, che dopo i fatti di via Spalato si è affrettato a far sapere che il nigeriano non seguiva i programmi di inserimento come previsto dallo Sprar dopo che già era stato condannato per spaccio, è in carcere con l'accusa di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi Pamela. Lui ha solo ammesso di avere tagliato il cadavere. Ma nell'inchiesta per lo scempio di via Spalato erano entrati anche gli altri due, anche loro ospiti di programmi Sprar gestiti dalla Acsim, un'altra delle tre Onlus rinviate a giudizio. Mentre Awelima e Lucky godevano dell'accoglienza spacciavano senza che nessuno intervenisse. Il capo della Acsim che è anche il referente della numerosa comunità nigeriana a Macerata, Amanze, all'indomani dell'omicidio di Pamela denunciò il furto dei computer della sua Onlus.
Circostanza sulla quale è aperta un'inchiesta parallela. Ma oggi la Procura di Macerata sembra avere raccolto sufficienti elementi per inchiodare Innocent Oseghale (c'è un pentito che lo accusa: avrebbe raccolto le confidenze del nigeriano in carcere e questi gli avrebbe confessato di avere drogato, violentato e fatto a pezzi mentre era ancora viva e infine uccisa la povera Pamela) e contemporaneamente ha ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus. La posizione di gran lunga più pesante è quella del Gus. Sarebbe il Gruppo di umana solidarietà ad aver orchestrato e gestito il sistema Macerata per la spartizione degli appalti per la gestione dei migranti e sul Gus pende l'accusa più pesante di evasione: oltre 10,4 milioni di euro occultati e oltre 5 milioni di Iva evasa. Non solo Bernabucci e Lattanzi sono accusati di essersi attribuiti reciprocamente consulenze attingendo ai fondi del Gus. Ma nel dibattimento si farà luce anche su altre due circostanze che la Guardia di finanza aveva messo in luce e che la Procura ha riversato nell'inchiesta: le donazioni che il Gus ha iscritto a bilancio senza specificare a chi sono state fatte e a quale titolo le elargizioni e la «democraticità» della gestione di questa Onlus, che con soli 13 soci ha però 470 dipendenti.
Proprio su questo punto il procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, ha incardinato l'accusa: il Gus non è più una Onlus, ma è di fatto una società commerciale che tratta merce molto speciale, i migranti. E ora l'inchiesta sta avendo le prime conseguenze. Il Gus sta chiedendo a molti dipendenti di dare le dimissioni volontarie anche per non pagare il Naspi (una specie di cassaintegrazione) e prevede di avere un drastico calo di fatturato in conseguenza della stretta sui migranti. Anche alla Acsim sono stati fatti rilievi analoghi, anche se minori, visto che la moglie di Amanze è dipendente della Onlus con uno stipendio incompatibile con le finalità di una società che non ha scopo di lucro, mentre per la Perigeo i rilievi si appuntano soprattutto su di un'anomala attività immobiliare. L'inchiesta della Guardia di finanza che ha messo sotto monitoraggio i bilanci delle tre Onlus dal 2011 al 2015 era nata da una segnalazione della prefettura per un abnorme arrivo di profughi pakistani che avevano tutti in tasca un biglietto con i riferimenti del Gus. Da lì le fiamme gialle sono partite per mettere in luce il sistema Macerata alimentato dai finanziamenti che il sindaco di Macerata, Romano Carancini (Pd), ha elargito per fare di questa città la capitale dell'accoglienza. Un sistema che si è drammaticamente rotto il 30 gennaio scorso con la barbara uccisione di Pamela, che ha prodotto il crollo verticale dei consensi del Pd. Un sistema che oggi va alla sbarra insieme al Gus.
Carlo Cambi
Prese le belve di Lanciano: sono tre romeni
Un lungo inseguimento sulle strade della provincia di Chieti. Una Volkswagen Golf del 2004 di colore blu, con targa romena, che sfiora i 180 chilometri orari. Sfreccia, compie manovre pericolose cercando di seminare la pattuglia della polizia, che segue i sospetti e intanto chiede rinforzi. Infine l'incidente, la vettura con i fuggitivi che si schianta da sola sulla provinciale e le mani degli agenti che impugnano le semiautomatiche d'ordinanza, puntandole verso i finestrini infranti.
È finita così la fuga dei macellai di Lanciano, tutti di nazionalità romena. Sono tre gli arresti - ma potrebbe presto aumentare il numero delle persone fermate - eseguiti dalle forze dell'ordine per la brutale rapina di domenica scorsa ai danni del chirurgo Carlo Martelli e della moglie Niva Bazzan, entrambi di 69 anni, sequestrati e picchiati selvaggiamente (alla donna è stato mutilato un orecchio). Gli investigatori sono riusciti a bloccarli in località Costa di Chieti: i tre stavano fuggendo in Romania. Sull'automobile i malviventi avevano circa 3.400 euro, un coltello a serramanico e i passamontagna usati durante la rapina. Gli arrestati, in base a quanto emerso, sono due fratelli e un cugino di nazionalità romena, di età compresa tra i 20 e i 30 anni. La vettura utilizzata per la fuga è stata portata al commissariato di Lanciano per essere analizzata dagli esperti della polizia scientifica di Ancona: si cercano riscontri validi attraverso impronte digitali e tracce biologiche.
È ancora caccia aperta invece al capo della banda. Fonti investigative precisano che la persona cercata non necessariamente è di un'area geografica lontana dall'Abruzzo e non si esclude che l'italiano possa essere anche residente nella zona di Lanciano o nella provincia di Chieti. Secondo quanto si apprende già in precedenti rapine alcuni malviventi avevano fatto credere alle vittime di provenire dalla Puglia. Il bandito al vertice del gruppo non è parente degli arrestati, e sarebbe la persona che ha tagliato l'orecchio a Niva Bazzan.
L'operazione congiunta di carabinieri e polizia è scattata poco dopo la mezzanotte di martedì, con un grande dispiegamento di uomini intorno a un palazzo di corso Roma, nel centro della cittadina abruzzese, dopo che il procuratore capo di Lanciano, Mirvana Di Serio, e il questore di Chieti, Ruggiero Borzacchiello, avevano sottolineato a più riprese nella giornata di martedì la necessità di portare avanti gli accertamenti «nel più stretto riserbo». Le indagini ancora in corso sono condotte dalla Squadra mobile di Chieti e dal commissariato di Lanciano, che nelle ultime ore sono stati affiancati dallo Sco (Servizio centrale operativo).
La svolta nella serata del 25, quando è stata registrata la testimonianza del commerciante Massimiliano Delle Vigne, che ha ricordato il pestaggio subito nella sua villa a poche centinaia di metri dalla residenza dei coniugi Martelli. «Anche se ho visto solo occhi dietro un cappuccio e voci, tutto combacia: sono dell'Est Europa». Tutti elementi riscontrabili anche nell'aggressione ai due coniugi di Lanciano. Martelli, chirurgo in pensione nonché fondatore dell'associazione Anffas, e la moglie Niva Bazzan, ex infermiera, sono stati aggrediti alle 4 della notte del 23 settembre nella villa a Carminiello, vicino a Lanciano. In quattro, incappucciati, hanno parcheggiato l'auto poi hanno reciso il catenaccio di una grata in ferro e hanno avuto accesso alla cantina dell'abitazione. È lì che hanno preso la roncola utilizzata per mozzare l'orecchio alla moglie del chirurgo. Un taglio circolare, che ha causato uno sfregio permanente alla donna. Una volta saliti ai piani superiori hanno legato i coniugi e li hanno picchiati facendosi consegnare bancomat e carte di credito. I rapinatori hanno messo a soqquadro anche la stanza del figlio della coppia, disabile.
Attorno alle 6 gli ostaggi sono riusciti a liberarsi e a dare l'allarme chiedendo aiuto alla villa adiacente, abitata dal fratello del medico. Una volta che i quattro balordi sono fuggiti (rubando l'auto del medico, una Fiat Sedici grigio metallizzato), il medico è riuscito a liberarsi dalle fascette di plastica con cui era stato legato, e a liberare anche la moglie.
Nelle indagini sarebbe coinvolta anche una donna romena vicina ai banditi identificati, un'ex collaboratrice domestica dei coniugi Martelli. Tanti i testimoni che nei giorni scorsi hanno parlato con gli inquirenti, anche loro vittime di rapine in casa. Oltre ai coniugi Delle Vigne, la violenza della banda di romeni è stata confermata di nuovo dal commerciante Domenico Iezzi che in un'altra rapina ha subito la mutilazione di un dito. E anche dai familiari di Carlo Iubatti, che fu selvaggiamente picchiato e rapinato a Guardiagrele, sempre in provincia di Chieti: «La violenza feroce di queste rapine sembra quella che è stata usata contro di noi», dicono.
Ieri mattina Niva Bazzan ha detto che non è lei a «dover perdonare i malviventi. È lo Stato che non deve perdonare». In mattinata il prefetto di Chieti, Antonio Corona, si è recato in ospedale a trovare Carlo Martelli che ha accolto con sollievo la notizia degli arresti: «La notizia mi rende più sereno e mi restituisce una maggiore tranquillità nel rientrare a casa. Adesso davvero non vedo l'ora». Confortata anche la figlia Carlotta: «Siamo molto più sollevati, è un rientro migliore per i miei genitori». Tranquillità che dovrà essere resa concreta dalla magistratura. Le forze dell'ordine hanno svolto il loro compito e ieri hanno evitato che l'ira della folla si accanisse sui tre romeni. Tocca ora alle toghe fare in modo che le belve di Lanciano non tornino libere in pochi mesi.
Giancarlo Palombi
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Alla sbarra le tre Onlus che hanno riempito la città di immigrati, lucrandoci milioni di euro: 46 dei quali sarebbero stati distratti.I malviventi arrestati per la rapina in villa hanno tra i 20 e i 30 anni: fuggivano verso l'Est Europa. Nell'auto usata per il colpo avevano 3.400 euro. Sospetti sulla domestica, caccia al capo banda italiano e ai complici. Matteo Salvini: «Devono marcire in galera».Lo speciale contiene due articoliC'è voluto un anno e mezzo, ma alla fine la Procura della Repubblica di Macerata con la firma del procuratore capo, Giovanni Giorgio, ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus e dei loro legali rappresentanti che si occupano sul territorio dell'accoglienza ai migranti. I capi d'accusa sono molti: il più pesante è l'evasione fiscale. Si parla, secondo il dossier, di accuse messe insieme dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Macerata di 40 milioni di euro di redditi non denunciati e di quasi 6 milioni di Iva evasa. Il processo si farà a gennaio e in Corte d'assise dovranno comparire il Gus e il suo presidente, Paolo Bernabucci - una specie di dominus dell'accoglienza migranti in Italia - la Acsim di cui è legale rappresentante il nigeriano Daniel Chibunna Amanze, che risiede in città da trent'anni e che in passato fu condannato per un reato minore, e la Perigeo di cui è rappresentante Laura Bracalini. Alla sbarra va il cosiddetto sistema Macerata, che ha prodotto un abnorme arrivo di migranti, profughi e richiedenti asilo nella città che ha dato i natali a Laura Boldrini, madrina da sempre di questa politica delle porte aperte e dal contributo facile che ha trasformato il Gus, gestore di fatto in regime di monopolio dei progetti Sprar di tutte le Marche (riceve, compresi i 12 milioni di Macerata, incarichi per oltre 20 milioni di euro in Regione) nella prima azienda per fatturato e dipendenti della provincia di Macerata: 31,5 milioni di introiti, 470 impiegati, 88.000 euro di utile. Il Gus è una delle più grosse organizzazione di accoglienza dei migranti in ottimi rapporti con il Pd, tanto che Giovanni Lattanzi è stato responsabile nazionale delle politiche di assistenza nella segreteria di Matteo Renzi e Paolo Bernabucci ha avuto una carriera parallela a quella di Laura Boldrini. Il sistema Macerata è venuto alla luce all'indomani della barbara uccisione di Pamela Mastropietro, la ragazza romana di 18 anni uccisa e fatta a pezzi in un appartamento di via Spalato il 30 gennaio scorso, il cui cadavere fu trovato in due trolley alla periferia di Pollenza poco distante da Macerata. E - sia pure per una coincidenza - il rinvio a giudizio dei vertici delle Onlus che si occupano dei migranti arriva proprio nel giorno in cui sono comparsi in aula con l'accusa di spaccio e di detenzione di droga tre nigeriani: Innocent Oseghale, Desmond Lucky e Lucky Awelima. Oseghale, già ospite del Gus, che dopo i fatti di via Spalato si è affrettato a far sapere che il nigeriano non seguiva i programmi di inserimento come previsto dallo Sprar dopo che già era stato condannato per spaccio, è in carcere con l'accusa di aver violentato, ucciso e fatto a pezzi Pamela. Lui ha solo ammesso di avere tagliato il cadavere. Ma nell'inchiesta per lo scempio di via Spalato erano entrati anche gli altri due, anche loro ospiti di programmi Sprar gestiti dalla Acsim, un'altra delle tre Onlus rinviate a giudizio. Mentre Awelima e Lucky godevano dell'accoglienza spacciavano senza che nessuno intervenisse. Il capo della Acsim che è anche il referente della numerosa comunità nigeriana a Macerata, Amanze, all'indomani dell'omicidio di Pamela denunciò il furto dei computer della sua Onlus. Circostanza sulla quale è aperta un'inchiesta parallela. Ma oggi la Procura di Macerata sembra avere raccolto sufficienti elementi per inchiodare Innocent Oseghale (c'è un pentito che lo accusa: avrebbe raccolto le confidenze del nigeriano in carcere e questi gli avrebbe confessato di avere drogato, violentato e fatto a pezzi mentre era ancora viva e infine uccisa la povera Pamela) e contemporaneamente ha ottenuto il rinvio a giudizio delle tre Onlus. La posizione di gran lunga più pesante è quella del Gus. Sarebbe il Gruppo di umana solidarietà ad aver orchestrato e gestito il sistema Macerata per la spartizione degli appalti per la gestione dei migranti e sul Gus pende l'accusa più pesante di evasione: oltre 10,4 milioni di euro occultati e oltre 5 milioni di Iva evasa. Non solo Bernabucci e Lattanzi sono accusati di essersi attribuiti reciprocamente consulenze attingendo ai fondi del Gus. Ma nel dibattimento si farà luce anche su altre due circostanze che la Guardia di finanza aveva messo in luce e che la Procura ha riversato nell'inchiesta: le donazioni che il Gus ha iscritto a bilancio senza specificare a chi sono state fatte e a quale titolo le elargizioni e la «democraticità» della gestione di questa Onlus, che con soli 13 soci ha però 470 dipendenti. Proprio su questo punto il procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, ha incardinato l'accusa: il Gus non è più una Onlus, ma è di fatto una società commerciale che tratta merce molto speciale, i migranti. E ora l'inchiesta sta avendo le prime conseguenze. Il Gus sta chiedendo a molti dipendenti di dare le dimissioni volontarie anche per non pagare il Naspi (una specie di cassaintegrazione) e prevede di avere un drastico calo di fatturato in conseguenza della stretta sui migranti. Anche alla Acsim sono stati fatti rilievi analoghi, anche se minori, visto che la moglie di Amanze è dipendente della Onlus con uno stipendio incompatibile con le finalità di una società che non ha scopo di lucro, mentre per la Perigeo i rilievi si appuntano soprattutto su di un'anomala attività immobiliare. L'inchiesta della Guardia di finanza che ha messo sotto monitoraggio i bilanci delle tre Onlus dal 2011 al 2015 era nata da una segnalazione della prefettura per un abnorme arrivo di profughi pakistani che avevano tutti in tasca un biglietto con i riferimenti del Gus. Da lì le fiamme gialle sono partite per mettere in luce il sistema Macerata alimentato dai finanziamenti che il sindaco di Macerata, Romano Carancini (Pd), ha elargito per fare di questa città la capitale dell'accoglienza. Un sistema che si è drammaticamente rotto il 30 gennaio scorso con la barbara uccisione di Pamela, che ha prodotto il crollo verticale dei consensi del Pd. Un sistema che oggi va alla sbarra insieme al Gus.Carlo Cambi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-processo-per-evasione-il-sistema-daccoglienza-della-rossa-macerata-2608189607.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prese-le-belve-di-lanciano-sono-tre-romeni" data-post-id="2608189607" data-published-at="1781657072" data-use-pagination="False"> Prese le belve di Lanciano: sono tre romeni Un lungo inseguimento sulle strade della provincia di Chieti. Una Volkswagen Golf del 2004 di colore blu, con targa romena, che sfiora i 180 chilometri orari. Sfreccia, compie manovre pericolose cercando di seminare la pattuglia della polizia, che segue i sospetti e intanto chiede rinforzi. Infine l'incidente, la vettura con i fuggitivi che si schianta da sola sulla provinciale e le mani degli agenti che impugnano le semiautomatiche d'ordinanza, puntandole verso i finestrini infranti. È finita così la fuga dei macellai di Lanciano, tutti di nazionalità romena. Sono tre gli arresti - ma potrebbe presto aumentare il numero delle persone fermate - eseguiti dalle forze dell'ordine per la brutale rapina di domenica scorsa ai danni del chirurgo Carlo Martelli e della moglie Niva Bazzan, entrambi di 69 anni, sequestrati e picchiati selvaggiamente (alla donna è stato mutilato un orecchio). Gli investigatori sono riusciti a bloccarli in località Costa di Chieti: i tre stavano fuggendo in Romania. Sull'automobile i malviventi avevano circa 3.400 euro, un coltello a serramanico e i passamontagna usati durante la rapina. Gli arrestati, in base a quanto emerso, sono due fratelli e un cugino di nazionalità romena, di età compresa tra i 20 e i 30 anni. La vettura utilizzata per la fuga è stata portata al commissariato di Lanciano per essere analizzata dagli esperti della polizia scientifica di Ancona: si cercano riscontri validi attraverso impronte digitali e tracce biologiche. È ancora caccia aperta invece al capo della banda. Fonti investigative precisano che la persona cercata non necessariamente è di un'area geografica lontana dall'Abruzzo e non si esclude che l'italiano possa essere anche residente nella zona di Lanciano o nella provincia di Chieti. Secondo quanto si apprende già in precedenti rapine alcuni malviventi avevano fatto credere alle vittime di provenire dalla Puglia. Il bandito al vertice del gruppo non è parente degli arrestati, e sarebbe la persona che ha tagliato l'orecchio a Niva Bazzan. L'operazione congiunta di carabinieri e polizia è scattata poco dopo la mezzanotte di martedì, con un grande dispiegamento di uomini intorno a un palazzo di corso Roma, nel centro della cittadina abruzzese, dopo che il procuratore capo di Lanciano, Mirvana Di Serio, e il questore di Chieti, Ruggiero Borzacchiello, avevano sottolineato a più riprese nella giornata di martedì la necessità di portare avanti gli accertamenti «nel più stretto riserbo». Le indagini ancora in corso sono condotte dalla Squadra mobile di Chieti e dal commissariato di Lanciano, che nelle ultime ore sono stati affiancati dallo Sco (Servizio centrale operativo). La svolta nella serata del 25, quando è stata registrata la testimonianza del commerciante Massimiliano Delle Vigne, che ha ricordato il pestaggio subito nella sua villa a poche centinaia di metri dalla residenza dei coniugi Martelli. «Anche se ho visto solo occhi dietro un cappuccio e voci, tutto combacia: sono dell'Est Europa». Tutti elementi riscontrabili anche nell'aggressione ai due coniugi di Lanciano. Martelli, chirurgo in pensione nonché fondatore dell'associazione Anffas, e la moglie Niva Bazzan, ex infermiera, sono stati aggrediti alle 4 della notte del 23 settembre nella villa a Carminiello, vicino a Lanciano. In quattro, incappucciati, hanno parcheggiato l'auto poi hanno reciso il catenaccio di una grata in ferro e hanno avuto accesso alla cantina dell'abitazione. È lì che hanno preso la roncola utilizzata per mozzare l'orecchio alla moglie del chirurgo. Un taglio circolare, che ha causato uno sfregio permanente alla donna. Una volta saliti ai piani superiori hanno legato i coniugi e li hanno picchiati facendosi consegnare bancomat e carte di credito. I rapinatori hanno messo a soqquadro anche la stanza del figlio della coppia, disabile. Attorno alle 6 gli ostaggi sono riusciti a liberarsi e a dare l'allarme chiedendo aiuto alla villa adiacente, abitata dal fratello del medico. Una volta che i quattro balordi sono fuggiti (rubando l'auto del medico, una Fiat Sedici grigio metallizzato), il medico è riuscito a liberarsi dalle fascette di plastica con cui era stato legato, e a liberare anche la moglie. Nelle indagini sarebbe coinvolta anche una donna romena vicina ai banditi identificati, un'ex collaboratrice domestica dei coniugi Martelli. Tanti i testimoni che nei giorni scorsi hanno parlato con gli inquirenti, anche loro vittime di rapine in casa. Oltre ai coniugi Delle Vigne, la violenza della banda di romeni è stata confermata di nuovo dal commerciante Domenico Iezzi che in un'altra rapina ha subito la mutilazione di un dito. E anche dai familiari di Carlo Iubatti, che fu selvaggiamente picchiato e rapinato a Guardiagrele, sempre in provincia di Chieti: «La violenza feroce di queste rapine sembra quella che è stata usata contro di noi», dicono. Ieri mattina Niva Bazzan ha detto che non è lei a «dover perdonare i malviventi. È lo Stato che non deve perdonare». In mattinata il prefetto di Chieti, Antonio Corona, si è recato in ospedale a trovare Carlo Martelli che ha accolto con sollievo la notizia degli arresti: «La notizia mi rende più sereno e mi restituisce una maggiore tranquillità nel rientrare a casa. Adesso davvero non vedo l'ora». Confortata anche la figlia Carlotta: «Siamo molto più sollevati, è un rientro migliore per i miei genitori». Tranquillità che dovrà essere resa concreta dalla magistratura. Le forze dell'ordine hanno svolto il loro compito e ieri hanno evitato che l'ira della folla si accanisse sui tre romeni. Tocca ora alle toghe fare in modo che le belve di Lanciano non tornino libere in pochi mesi. Giancarlo Palombi
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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