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2021-09-07
A ottobre green pass obbligato ed esteso a dipendenti statali e diverse categorie
Ansa
Lo scontro ideologico lascia spazio al sano realismo: nell'attesa della cabina di regia che valuterà i dettagli, è ormai certo che l'obbligo del green pass ai primi di ottobre verrà esteso, o allargato, come preferite, a moltissime categorie di lavoratori. L'equazione più green pass uguale meno rischi di chiusure ha convinto praticamente tutti i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi, Lega compresa: «Per la ripresa delle attività economica», sottolinea il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «dobbiamo garantire condizioni di sicurezza, che esigono che chi frequenta i luoghi affollati in qualche modo dia garanzie di non contagiare nessuno. Il green pass è una misura che va esattamente in questa direzione», aggiunge Giorgetti, «quindi ne prevedo un'ulteriore estensione».
Saranno con ogni probabilità obbligati a esibire il green pass per recarsi al lavoro tutti i dipendenti pubblici, che verranno uniformati al personale sanitario e a quello scolastico. Parliamo in totale di più di un milione di lavoratori, il 10% dei quali non risulta ancora vaccinato, che andranno ad aggiungersi ai 3,5 milioni di sanitari e personale scolastico. L'obbligo dovrebbe scattare comunque due settimane dopo il varo del decreto, per consentire a chi non è ancora vaccinato di farsi somministrare il siero. Le nuove norme dovrebbero entrare in vigore il 27 settembre o il 4 ottobre. C'è chi, come il Carroccio, vorrebbe limitare l'obbligo solo a chi lavora a contatto con il pubblico. «Il green pass meno complica la vita alle persone meglio è. Presto vedrò Draghi e gli chiederò che intenzioni ha», dice Matteo Salvini.
Per quel che riguarda il settore privato, il principio che guiderà le scelte del governo è molto semplice: sarà obbligatorio il green pass per i dipendenti delle aziende di quei settori dove vige l'obbligo per gli utenti, ovvero i dipendenti di bar, ristoranti e altri locali pubblici, i gestori di palestre e piscine, chi lavora a bordo di navi, aerei e treni a lunga percorrenza. «La nostra federazione», fa sapere Fipe Confcommercio, la federazione italiana dei pubblici esercizi, «è da sempre a favore dei vaccini e dell'introduzione dell'obbligo di green pass per i dipendenti dei pubblici esercizi. Auspichiamo, anzi, che quest'ultimo sia esteso anche a tutte le altre categorie economiche e che si chiariscano alcuni punti fondamentali. In primis», aggiunge Fipe, «bisogna riflettere sui tempi di introduzione di tale misura per dare un preavviso congruo e consentire a chi non fosse ancora vaccinato di mettersi in regola. Un'imposizione a stretto giro rischierebbe di causare la chiusura di migliaia di esercizi per mancanza di personale».
Prevedibile la soddisfazione del ministro della Salute, Roberto Speranza: «I giovani si stanno vaccinando più delle altre generazioni», commenta Speranza, «condivido le parole del presidente della Repubblica, i numeri dell'Italia sono positivi, importanti, grazie al lavoro delle Regioni, del commissario Figliuolo. Dobbiamo crescere di più, l'estensione del green pass e le ulteriori ipotesi», aggiunge Speranza, «possono consentirci di rafforzare ancora di più la nostra campagna di vaccinazioni». «Nell'immediato», sottolinea il leader del M5s, Giuseppe Conte, «vedo un uso sempre più diffuso del green pass. Se, in prospettiva, dovessimo arrivare anche ad un obbligo vaccinale per alcune categorie ne discuteremo».
Pragmatico e schietto, come di consueto, il ragionamento di Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni: «Dobbiamo mettere in campo», dice Fedriga a Sky Tg24, «il green pass, che è uno strumento utile per mantenere aperte delle attività, ma dove è possibile inserirlo. Se ad esempio venisse inserito il green pass sul trasporto pubblico locale sarebbe impraticabile e quindi vorrebbe dire bloccare la mobilità delle persone e le città».
Forza Italia ieri ha dedicato all'argomento una riunione plenaria, con dirigenti di partito, ministri, sottosegretari e presidenti di regione: «Forza Italia», recita una nota diffusa al termine dell'incontro, «vuole raggiungere l'immunità di gregge entro la prima settimana di ottobre: è dunque necessario potenziare lo strumento del green pass estendendolo verso tutto il mondo del lavoro pubblico e privato e i fruitori dei servizi. È necessario sin da subito intensificare la campagna informativa per convincere i dubbiosi, evitare nuove vittime e lockdown. L'obiettivo della campagna», aggiungono gli azzurri, «è anche distinguere i no vax dagli incerti». Fi è per l'introduzione dell'obbligo anche per gli utenti del trasporto pubblico locale.
«Siamo favorevoli all'estensione del green pass», argomenta il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, a Radio 24,«se questo significa consentire ad alcune attività che oggi sono chiuse, penso alle discoteche, penso agli impianti sciistici, di riaprire. Se estendere il green pass significa andare a comprimere diritti primari e libertà primarie garantite dalla Costituzione, allora questo rischia diventare un problema».
Fa lo sceriffo, invece, il presidente della Toscana, Eugenio Giani: «Dopo il 30 settembre tiriamo i fili: lo farà il governo», dice Giani, «lo vediamo anche nella discussione sul decreto che sta profilando molti livelli di allargamento dell'obbligo di green pass negli spazi pubblici. Dove non arriverà il governo perché ci sono i compromessi a cui costringe il parlamento», annuncia Giani, «ci arriveremo noi con l'ordinanza dal primo di ottobre».
La Lega vuole evitare imbarazzi. Pressing per schivare la fiducia
Se fino a ieri pomeriggio l'ipotesi più probabile, da parte del governo, sembrava quella di porre la fiducia sul dl Green pass, ora le cose potrebbero cambiare. A mettere in discussione ciò che lo stesso premier Mario Draghi aveva ritenuto pressoché certo, e cioè blindare in Parlamento il testo che converte in legge il Dl sull'estensione dell'obbligo della certificazione verde, è stato l'avvio della discussione generale nell'aula di Montecitorio. Nel corso della seduta, infatti, il computo degli emendamenti, associato a una serie di prese di posizione di esponenti del Carroccio, ha dato l'impressione che proprio in queste ore si possa scongiurare la forzatura. Per quanto riguarda gli emendamenti, il modesto afflusso (circa 30) lascia pensare che - al netto di alcune dichiarazioni bellicose dei deputati di Fdi - all'orizzonte non si prospettino ostruzionismi selvaggi o tali da paralizzare l'aula per giorni e da far rischiare al decreto di decadere.
È però sull'altra motivazione che permangono le incognite, e in questo caso si tratta, come è noto, di questione politica ed estremamente delicata, poiché riguarda l'atteggiamento che la Lega terrà nell'emiciclo. Come è noto, dopo l'episodio della settimana scorsa in commissione Affari sociali, in cui alcuni esponenti del Carroccio hanno votato emendamenti contrari all'estensione degli obblighi proprio mentre il premier Draghi stava per annunciare la volontà di andare avanti su questa strada anche sul fronte vaccinazioni, l'esecutivo non si sente al riparo da sorprese spiacevoli. Resta allora da valutare quale sarebbe lo scenario politicamente meno dannoso per la stabilità del governo: il replay in aula di quanto accaduto in commissione, con una pattuglia di leghisti (capeggiati da Claudio Borghi) che votano assieme a Fdi emendamenti per togliere l'estensione dell'obbligo, o un voto di fiducia che metterebbe il Carroccio in serio imbarazzo, poiché da una parte potrebbe portare qualcuno dei deputati leghisti di cui sopra a non partecipare al voto (non mettendone comunque in discussione l'esito positivo) e dall'altra fornirebbe a Fdi - in piena campagna elettorale - un'arma dialettica nella competition interna al centrodestra. In virtù di queste considerazioni, secondo quanto filtrato, Matteo Salvini avrebbe fatto pervenire al rappresentante del governo Federico d'Incà nella conferenza dei capigruppo che si è tenuta ieri, la richiesta di non porre la fiducia. In ogni caso, l'arcano dovrebbe essere svelato oggi, visto che il governo si è riservato di intervenire in aula.
Il consiglio federale leghista che si è tenuto ieri in call tra Roma e il resto d'Italia ha certamente ponderato la questione, inserendola nella partita più ampia che comprende la linea di contrasto da adottare nei confronti della possibile introduzione dell'obbligo vaccinale, all'ordine del giorno della prossima cabina di regia.
Tornando alla discussione parlamentare, che ha visto 12 iscritti a parlare, l'esponente di Fdi, Ylenja Lucaselli, ha parlato dell'obbligo generalizzato del green pass come di una scelta che «blocca la necessità di esercitare una diversa opinione e di esprimere la propria libertà nelle scelte e nella vita sociale», mentre il leghista Giuseppe Paolini ha osservato che «a differenza del messaggio che sta passando, la Lega non sta creando problemi al governo sull'applicazione del green pass ma sta dando voce alle perplessità di una parte dei cittadini che chiedono che non vi sia l'obbligo di vaccinarsi». Tranchant, invece, il dem Andrea Romano, per il quale «l'unica alternativa al green pass sono le chiusure».
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L'equazione più certificati, minori rischi di chiusure lo imporrà ai settori dove vige l'imperativo per gli utenti. Ma non per il TplOggi il governo decide come verrà votato alla Camera il decreto sul lasciapassareLo speciale contiene due articoliLo scontro ideologico lascia spazio al sano realismo: nell'attesa della cabina di regia che valuterà i dettagli, è ormai certo che l'obbligo del green pass ai primi di ottobre verrà esteso, o allargato, come preferite, a moltissime categorie di lavoratori. L'equazione più green pass uguale meno rischi di chiusure ha convinto praticamente tutti i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi, Lega compresa: «Per la ripresa delle attività economica», sottolinea il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «dobbiamo garantire condizioni di sicurezza, che esigono che chi frequenta i luoghi affollati in qualche modo dia garanzie di non contagiare nessuno. Il green pass è una misura che va esattamente in questa direzione», aggiunge Giorgetti, «quindi ne prevedo un'ulteriore estensione».Saranno con ogni probabilità obbligati a esibire il green pass per recarsi al lavoro tutti i dipendenti pubblici, che verranno uniformati al personale sanitario e a quello scolastico. Parliamo in totale di più di un milione di lavoratori, il 10% dei quali non risulta ancora vaccinato, che andranno ad aggiungersi ai 3,5 milioni di sanitari e personale scolastico. L'obbligo dovrebbe scattare comunque due settimane dopo il varo del decreto, per consentire a chi non è ancora vaccinato di farsi somministrare il siero. Le nuove norme dovrebbero entrare in vigore il 27 settembre o il 4 ottobre. C'è chi, come il Carroccio, vorrebbe limitare l'obbligo solo a chi lavora a contatto con il pubblico. «Il green pass meno complica la vita alle persone meglio è. Presto vedrò Draghi e gli chiederò che intenzioni ha», dice Matteo Salvini. Per quel che riguarda il settore privato, il principio che guiderà le scelte del governo è molto semplice: sarà obbligatorio il green pass per i dipendenti delle aziende di quei settori dove vige l'obbligo per gli utenti, ovvero i dipendenti di bar, ristoranti e altri locali pubblici, i gestori di palestre e piscine, chi lavora a bordo di navi, aerei e treni a lunga percorrenza. «La nostra federazione», fa sapere Fipe Confcommercio, la federazione italiana dei pubblici esercizi, «è da sempre a favore dei vaccini e dell'introduzione dell'obbligo di green pass per i dipendenti dei pubblici esercizi. Auspichiamo, anzi, che quest'ultimo sia esteso anche a tutte le altre categorie economiche e che si chiariscano alcuni punti fondamentali. In primis», aggiunge Fipe, «bisogna riflettere sui tempi di introduzione di tale misura per dare un preavviso congruo e consentire a chi non fosse ancora vaccinato di mettersi in regola. Un'imposizione a stretto giro rischierebbe di causare la chiusura di migliaia di esercizi per mancanza di personale».Prevedibile la soddisfazione del ministro della Salute, Roberto Speranza: «I giovani si stanno vaccinando più delle altre generazioni», commenta Speranza, «condivido le parole del presidente della Repubblica, i numeri dell'Italia sono positivi, importanti, grazie al lavoro delle Regioni, del commissario Figliuolo. Dobbiamo crescere di più, l'estensione del green pass e le ulteriori ipotesi», aggiunge Speranza, «possono consentirci di rafforzare ancora di più la nostra campagna di vaccinazioni». «Nell'immediato», sottolinea il leader del M5s, Giuseppe Conte, «vedo un uso sempre più diffuso del green pass. Se, in prospettiva, dovessimo arrivare anche ad un obbligo vaccinale per alcune categorie ne discuteremo».Pragmatico e schietto, come di consueto, il ragionamento di Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni: «Dobbiamo mettere in campo», dice Fedriga a Sky Tg24, «il green pass, che è uno strumento utile per mantenere aperte delle attività, ma dove è possibile inserirlo. Se ad esempio venisse inserito il green pass sul trasporto pubblico locale sarebbe impraticabile e quindi vorrebbe dire bloccare la mobilità delle persone e le città».Forza Italia ieri ha dedicato all'argomento una riunione plenaria, con dirigenti di partito, ministri, sottosegretari e presidenti di regione: «Forza Italia», recita una nota diffusa al termine dell'incontro, «vuole raggiungere l'immunità di gregge entro la prima settimana di ottobre: è dunque necessario potenziare lo strumento del green pass estendendolo verso tutto il mondo del lavoro pubblico e privato e i fruitori dei servizi. È necessario sin da subito intensificare la campagna informativa per convincere i dubbiosi, evitare nuove vittime e lockdown. L'obiettivo della campagna», aggiungono gli azzurri, «è anche distinguere i no vax dagli incerti». Fi è per l'introduzione dell'obbligo anche per gli utenti del trasporto pubblico locale.«Siamo favorevoli all'estensione del green pass», argomenta il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, a Radio 24,«se questo significa consentire ad alcune attività che oggi sono chiuse, penso alle discoteche, penso agli impianti sciistici, di riaprire. Se estendere il green pass significa andare a comprimere diritti primari e libertà primarie garantite dalla Costituzione, allora questo rischia diventare un problema».Fa lo sceriffo, invece, il presidente della Toscana, Eugenio Giani: «Dopo il 30 settembre tiriamo i fili: lo farà il governo», dice Giani, «lo vediamo anche nella discussione sul decreto che sta profilando molti livelli di allargamento dell'obbligo di green pass negli spazi pubblici. Dove non arriverà il governo perché ci sono i compromessi a cui costringe il parlamento», annuncia Giani, «ci arriveremo noi con l'ordinanza dal primo di ottobre».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-ottobre-green-pass-obbligato-ed-esteso-a-dipendenti-statali-e-diverse-categorie-2654920647.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lega-vuole-evitare-imbarazzi-pressing-per-schivare-la-fiducia" data-post-id="2654920647" data-published-at="1630953785" data-use-pagination="False"> La Lega vuole evitare imbarazzi. Pressing per schivare la fiducia Se fino a ieri pomeriggio l'ipotesi più probabile, da parte del governo, sembrava quella di porre la fiducia sul dl Green pass, ora le cose potrebbero cambiare. A mettere in discussione ciò che lo stesso premier Mario Draghi aveva ritenuto pressoché certo, e cioè blindare in Parlamento il testo che converte in legge il Dl sull'estensione dell'obbligo della certificazione verde, è stato l'avvio della discussione generale nell'aula di Montecitorio. Nel corso della seduta, infatti, il computo degli emendamenti, associato a una serie di prese di posizione di esponenti del Carroccio, ha dato l'impressione che proprio in queste ore si possa scongiurare la forzatura. Per quanto riguarda gli emendamenti, il modesto afflusso (circa 30) lascia pensare che - al netto di alcune dichiarazioni bellicose dei deputati di Fdi - all'orizzonte non si prospettino ostruzionismi selvaggi o tali da paralizzare l'aula per giorni e da far rischiare al decreto di decadere. È però sull'altra motivazione che permangono le incognite, e in questo caso si tratta, come è noto, di questione politica ed estremamente delicata, poiché riguarda l'atteggiamento che la Lega terrà nell'emiciclo. Come è noto, dopo l'episodio della settimana scorsa in commissione Affari sociali, in cui alcuni esponenti del Carroccio hanno votato emendamenti contrari all'estensione degli obblighi proprio mentre il premier Draghi stava per annunciare la volontà di andare avanti su questa strada anche sul fronte vaccinazioni, l'esecutivo non si sente al riparo da sorprese spiacevoli. Resta allora da valutare quale sarebbe lo scenario politicamente meno dannoso per la stabilità del governo: il replay in aula di quanto accaduto in commissione, con una pattuglia di leghisti (capeggiati da Claudio Borghi) che votano assieme a Fdi emendamenti per togliere l'estensione dell'obbligo, o un voto di fiducia che metterebbe il Carroccio in serio imbarazzo, poiché da una parte potrebbe portare qualcuno dei deputati leghisti di cui sopra a non partecipare al voto (non mettendone comunque in discussione l'esito positivo) e dall'altra fornirebbe a Fdi - in piena campagna elettorale - un'arma dialettica nella competition interna al centrodestra. In virtù di queste considerazioni, secondo quanto filtrato, Matteo Salvini avrebbe fatto pervenire al rappresentante del governo Federico d'Incà nella conferenza dei capigruppo che si è tenuta ieri, la richiesta di non porre la fiducia. In ogni caso, l'arcano dovrebbe essere svelato oggi, visto che il governo si è riservato di intervenire in aula. Il consiglio federale leghista che si è tenuto ieri in call tra Roma e il resto d'Italia ha certamente ponderato la questione, inserendola nella partita più ampia che comprende la linea di contrasto da adottare nei confronti della possibile introduzione dell'obbligo vaccinale, all'ordine del giorno della prossima cabina di regia. Tornando alla discussione parlamentare, che ha visto 12 iscritti a parlare, l'esponente di Fdi, Ylenja Lucaselli, ha parlato dell'obbligo generalizzato del green pass come di una scelta che «blocca la necessità di esercitare una diversa opinione e di esprimere la propria libertà nelle scelte e nella vita sociale», mentre il leghista Giuseppe Paolini ha osservato che «a differenza del messaggio che sta passando, la Lega non sta creando problemi al governo sull'applicazione del green pass ma sta dando voce alle perplessità di una parte dei cittadini che chiedono che non vi sia l'obbligo di vaccinarsi». Tranchant, invece, il dem Andrea Romano, per il quale «l'unica alternativa al green pass sono le chiusure».
Il presidente dell'Anm Cesare Parodi (Ansa)
In dialetto romanesco c’è una espressione assai colorata che descrive lo stato delle cose: «Buttarla in caciara». In napoletano è «fare ammuina», così che quelli che stanno a poppa vanno a prua e viceversa senza che la nave si muova mai. Alcuni la chiamerebbero Pulp fiction o strategia del polpo «de noantri», quella che annebbia di nero fascista ogni cosa. Altri, ancora, lo chiamano con l’acronimo Ucas che, nella pubblica amministrazione italiana, connota il famigerato «Ufficio complicanze affari semplici».
Chi ha accumulato tanti lustri e macinato miglia su miglia di viaggio nella giustizia sa bene di cosa stiamo parlando. Alludiamo alla capacità di confondere ogni cosa, anche la più semplice, con pensieri e motivazioni che servono solo a rendere impossibile ogni giusto esito. Complicatori del pane, li ha definiti Samuele Bersani nella sua meravigliosa canzone Giudizi universali. Gente che - per abito mentale, ideologico o per grave malafede - non fa altro che ingigantire il problema in luogo di evidenziare e raggiungere la soluzione. Il genio di Alessandro Manzoni aveva tinteggiato tutto questo, in modo mirabile, nel personaggio del dottor Azzeccagarbugli allorché il povero Renzo comprende la vera natura dell’ingiustizia. «A sapere bene maneggiare le gride, nessuno è reo e nessuno è innocente», perché «all’avvocato bisogna raccontare le cose chiare poi tocca a loro imbrogliarle».
Così ho ascoltato tante parole «vuote, ma doppiate» dei ventriloqui dei poteri - palesi o occulti - che hanno devastato il corpo della magistratura in questi decenni. «Imbrogliatori» di professione. Tutti lì a piangere sull’orrendo attentato alla Costituzione repubblicana, alla libertà dei magistrati e, infine, alla giustizia del nostro meraviglioso Paese sfregiata dal referendum. Come se la giustizia, in Italia, non si fosse sfregiata da sola. Come se il presidente della Repubblica non avesse rimosso - con un solo gesto - ben sei (sei!) componenti del Csm in carica per quelle che riteneva plateali malversazioni correntizie. Come se il vero attentato alla Costituzione non fosse stato l’avere consentito la tragica deriva di prestigio e credibilità in cui la magistratura è precipitata.
Dalla eroica troposfera dei Livatino, Alessandrini, Amato, Calvosa, Scopelliti (e le altre decine di martiri leali e coraggiosi civil servants dello Stato), agli inferi del vergognoso mercimonio correntizio sintetizzato nella parola «pacchettone», inventata dal «tonno» Palamara per descrivere la fraudolenta redistribuzione degli incarichi giudiziari. Come se il vero attentato alla Costituzione non fosse stato il silenzio sulle parole disperate del giudice Ciaccio Montalto, contro le correnti, prima che i vigliacchi di Cosa Nostra lo uccidessero. Un silenzio, forse anche complice, durato mezzo secolo e che - strage dopo strage, errore dopo errore - ha portato la magistratura italiana (e con lei la giustizia) alla sua definitiva implosione. Come se il vero attentato alla Costituzione non fossero stati i depistaggi sulle stragi ed i processi farlocchi (leggasi Scarantino), in cui nessuno dei magistrati responsabili ha pagato. Ascoltare le bugie quando si conosce la verità può essere pure divertente, ma oggi il contesto non ammette svaghi. Occorre, adesso, dare voce alla Dea che - sarà pure bendata - ma molti vogliono pure muta in un momento in cui il suo urlo silenzioso è udito dal Paese intero. Quello che gli italiani dovranno fare è assai semplice, perché semplicemente dovranno tenersi lontani da coloro che la «buttano in caciara» e fanno «ammuina».
Seppellire, con una risata, i «complicatori del pane», i prezzolati imbonitori televisivi e gli «imbrogliatori» delle cose chiare. Dovranno comprendere che la giustizia non è qualcosa degli altri, ma è l’acqua che permette di soddisfare la sete di verità di un popolo. Senza la giustizia nulla può esistere e nessun futuro di civiltà e di progresso può essere conseguito. Dovranno andare tutti a votare per non morire tutti di sete e dovranno votare allo stesso modo in cui gustano il pane fresco al mattino. Senza complicarlo, perché nessuno vuole più un pane duro, raffermo e ammuffito. Un pane vecchio e rammollito che nessun nutrimento può più dare. Nel gesto di Gesù che divide il pane fresco e lo distribuisce ai suoi apostoli c’è tanta metafora della giustizia che cerchiamo e che tra poco avremo la possibilità di scegliere. In quel gesto si cela la verità che cerca tutta la nazione e che tutta la nazione cerca…
di Lorenzo Matassa (magistrato)
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Che, parlando del referendum sulla giustizia, ha aggiunto: «Io penso che sia molto importante che questa campagna elettorale referendaria rimanga sul merito di quello di cui noi stiamo parlando. Vedo un tentativo di trascinarla in una sorta di lotta nel fango». La riforma della giustizia, ha spiegato, «consente di avere una giustizia più giusta. Tra un anno gli italiani ci giudicheranno, il 22/23 marzo non si vota sul governo ma sulla giustizia».
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, dal canto suo, è ottimista circa la vittoria del Sì, talmente tanto che ha assicurato: «Il giorno successivo alla vittoria apriremo un tavolo di confronto per le norme attuative, che sono importanti quasi quanto la riforma costituzionale, per poter avere un dialogo con la magistratura, il mondo accademico e l’avvocatura». Anche lui ha ribadito di non volere che diventi un «referendum Meloni sì, Meloni no, governo sì, governo no, come accaduto con Renzi. Tanto non avrebbe nessun effetto sul governo un’eventuale sconfitta, che peraltro noi riteniamo impossibile. Così come la vittoria, che invece noi riteniamo certa, non avrà nessun effetto come tema punitivo nei confronti della magistratura». L’ultimo sondaggio di Tecnè commissionato da Paolo Del Debbio per Dritto e Rovescio dà credito all’ottimismo del Guardasigilli perché vede avanti il Sì in una forbice che va dal 54% al 56%, mentre il No si attesta tra il 44% e il 46% di chi andrebbe a votare oggi. Tuttavia è sull’affluenza che il dato non sembra essere confortante perché se si votasse adesso andrebbe a votare solo il 43% degli aventi diritto al voto.
Insomma dopo tanto parlare di rimonta del No sembra che i risultati di questa campagna così aggressiva non stiano portando i frutti sperati. Le opposizioni però insistono nel volerla politicizzare a tutti i costi. Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, che non deve aver visto gli ultimi sondaggi, commenta così: «È chiaro che loro vogliono depoliticizzare, ma tutti questi attacchi alla magistratura sono in vista di un referendum dopo che hanno visto i sondaggi. Ci stanno mettendo la faccia ma la stanno mettendo in modo sbagliato». Per Nicola Fratoianni di Avs, Meloni «attacca la magistratura in modo volgare molto pesante e, aggiungo, pericoloso, i giudici di questo Paese». «Mi sembra che Meloni abbia ormai fatto una scelta molto chiara» ha detto l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, «sta facendo diventare questo referendum un referendum su se stessa. Mi sembra che assuma un atteggiamento durissimo, quotidiano, nei confronti della magistratura. È un governo che vuol mettere i piedi in testa ai magistrati, che nega quindi un principio essenziale che è quello della divisione dei poteri. Io ho molto apprezzato il monito del capo dello Stato e sono sorpreso dal fatto che dopo poche ore Meloni abbia valutato di fare un’uscita così a gamba tesa contro la magistratura». Un commento simile a quello del collega Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia, dem anche lui: «Mi sembra che la Meloni abbia scelto di fare la campagna referendaria ignorando sostanzialmente l’appello del capo dello Stato e che la seconda carica dello Stato abbia fatto altrettanto. Nei giorni in cui c’è un appello a non attaccare la magistratura, la presidente del Consiglio pubblica due video contro i pm, contestando l’abnormità delle sentenze, e non credo che sia una casualità».
Sull’intervento del capo dello Stato ieri è intervenuto anche Giovanbattista Fazzolari, intervistato da Bruno Vespa nel suo Cinque minuti su Rai uno. «Il presidente della Repubblica ha giustamente esortato le istituzioni a un reciproco rispetto. È giusto, abbassare i toni sul referendum e cercare di parlare del merito. Ciò non toglie che credo sia legittimo per il governo, per le forze politiche, ma credo un po’ per tutti i cittadini, esprimere un po’ di sorpresa per alcune sentenze recenti della magistratura in ambito di immigrazione», ha precisato, aggiungendo: «Nel giro di pochi giorni abbiamo avuto il caso del ministero dell’Interno condannato a risarcire un immigrato illegale perché era stato ingiustamente portato in un Cpr in Albania per il suo rimpatrio, un immigrato illegale che aveva alle spalle 23 condanne. Il giorno dopo, abbiamo avuto il governo, lo Stato italiano, condannato a risarcire 90.000 euro alla Sea Watch perché in quel famoso caso, quando la nave capitanata da Rackete aveva speronato una motovedetta della Guardia di finanza, è stato reputato che non era legittimo sequestrare quella nave. E poi oggi è arrivata la notizia del dissequestro anche della nave. Quindi sono oggettivamente delle sentenze che lasciano un po' perplessi». Per il presidente di Magistratura democratica, Silvia Albano «preoccupa, che ogni volta che c’è un provvedimento sgradito, non si critichi il provvedimento ma si additi il magistrato che lo ha emesso come magistrato politicizzato». E su questo punto è il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, a sintetizzare: «È davvero inaccettabile questo uso politico delle sentenze fatto da alcuni magistrati ed è per questo che abbiamo fatto la riforma della giustizia».
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