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2021-09-07
A ottobre green pass obbligato ed esteso a dipendenti statali e diverse categorie
Ansa
Lo scontro ideologico lascia spazio al sano realismo: nell'attesa della cabina di regia che valuterà i dettagli, è ormai certo che l'obbligo del green pass ai primi di ottobre verrà esteso, o allargato, come preferite, a moltissime categorie di lavoratori. L'equazione più green pass uguale meno rischi di chiusure ha convinto praticamente tutti i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi, Lega compresa: «Per la ripresa delle attività economica», sottolinea il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «dobbiamo garantire condizioni di sicurezza, che esigono che chi frequenta i luoghi affollati in qualche modo dia garanzie di non contagiare nessuno. Il green pass è una misura che va esattamente in questa direzione», aggiunge Giorgetti, «quindi ne prevedo un'ulteriore estensione».
Saranno con ogni probabilità obbligati a esibire il green pass per recarsi al lavoro tutti i dipendenti pubblici, che verranno uniformati al personale sanitario e a quello scolastico. Parliamo in totale di più di un milione di lavoratori, il 10% dei quali non risulta ancora vaccinato, che andranno ad aggiungersi ai 3,5 milioni di sanitari e personale scolastico. L'obbligo dovrebbe scattare comunque due settimane dopo il varo del decreto, per consentire a chi non è ancora vaccinato di farsi somministrare il siero. Le nuove norme dovrebbero entrare in vigore il 27 settembre o il 4 ottobre. C'è chi, come il Carroccio, vorrebbe limitare l'obbligo solo a chi lavora a contatto con il pubblico. «Il green pass meno complica la vita alle persone meglio è. Presto vedrò Draghi e gli chiederò che intenzioni ha», dice Matteo Salvini.
Per quel che riguarda il settore privato, il principio che guiderà le scelte del governo è molto semplice: sarà obbligatorio il green pass per i dipendenti delle aziende di quei settori dove vige l'obbligo per gli utenti, ovvero i dipendenti di bar, ristoranti e altri locali pubblici, i gestori di palestre e piscine, chi lavora a bordo di navi, aerei e treni a lunga percorrenza. «La nostra federazione», fa sapere Fipe Confcommercio, la federazione italiana dei pubblici esercizi, «è da sempre a favore dei vaccini e dell'introduzione dell'obbligo di green pass per i dipendenti dei pubblici esercizi. Auspichiamo, anzi, che quest'ultimo sia esteso anche a tutte le altre categorie economiche e che si chiariscano alcuni punti fondamentali. In primis», aggiunge Fipe, «bisogna riflettere sui tempi di introduzione di tale misura per dare un preavviso congruo e consentire a chi non fosse ancora vaccinato di mettersi in regola. Un'imposizione a stretto giro rischierebbe di causare la chiusura di migliaia di esercizi per mancanza di personale».
Prevedibile la soddisfazione del ministro della Salute, Roberto Speranza: «I giovani si stanno vaccinando più delle altre generazioni», commenta Speranza, «condivido le parole del presidente della Repubblica, i numeri dell'Italia sono positivi, importanti, grazie al lavoro delle Regioni, del commissario Figliuolo. Dobbiamo crescere di più, l'estensione del green pass e le ulteriori ipotesi», aggiunge Speranza, «possono consentirci di rafforzare ancora di più la nostra campagna di vaccinazioni». «Nell'immediato», sottolinea il leader del M5s, Giuseppe Conte, «vedo un uso sempre più diffuso del green pass. Se, in prospettiva, dovessimo arrivare anche ad un obbligo vaccinale per alcune categorie ne discuteremo».
Pragmatico e schietto, come di consueto, il ragionamento di Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni: «Dobbiamo mettere in campo», dice Fedriga a Sky Tg24, «il green pass, che è uno strumento utile per mantenere aperte delle attività, ma dove è possibile inserirlo. Se ad esempio venisse inserito il green pass sul trasporto pubblico locale sarebbe impraticabile e quindi vorrebbe dire bloccare la mobilità delle persone e le città».
Forza Italia ieri ha dedicato all'argomento una riunione plenaria, con dirigenti di partito, ministri, sottosegretari e presidenti di regione: «Forza Italia», recita una nota diffusa al termine dell'incontro, «vuole raggiungere l'immunità di gregge entro la prima settimana di ottobre: è dunque necessario potenziare lo strumento del green pass estendendolo verso tutto il mondo del lavoro pubblico e privato e i fruitori dei servizi. È necessario sin da subito intensificare la campagna informativa per convincere i dubbiosi, evitare nuove vittime e lockdown. L'obiettivo della campagna», aggiungono gli azzurri, «è anche distinguere i no vax dagli incerti». Fi è per l'introduzione dell'obbligo anche per gli utenti del trasporto pubblico locale.
«Siamo favorevoli all'estensione del green pass», argomenta il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, a Radio 24,«se questo significa consentire ad alcune attività che oggi sono chiuse, penso alle discoteche, penso agli impianti sciistici, di riaprire. Se estendere il green pass significa andare a comprimere diritti primari e libertà primarie garantite dalla Costituzione, allora questo rischia diventare un problema».
Fa lo sceriffo, invece, il presidente della Toscana, Eugenio Giani: «Dopo il 30 settembre tiriamo i fili: lo farà il governo», dice Giani, «lo vediamo anche nella discussione sul decreto che sta profilando molti livelli di allargamento dell'obbligo di green pass negli spazi pubblici. Dove non arriverà il governo perché ci sono i compromessi a cui costringe il parlamento», annuncia Giani, «ci arriveremo noi con l'ordinanza dal primo di ottobre».
La Lega vuole evitare imbarazzi. Pressing per schivare la fiducia
Se fino a ieri pomeriggio l'ipotesi più probabile, da parte del governo, sembrava quella di porre la fiducia sul dl Green pass, ora le cose potrebbero cambiare. A mettere in discussione ciò che lo stesso premier Mario Draghi aveva ritenuto pressoché certo, e cioè blindare in Parlamento il testo che converte in legge il Dl sull'estensione dell'obbligo della certificazione verde, è stato l'avvio della discussione generale nell'aula di Montecitorio. Nel corso della seduta, infatti, il computo degli emendamenti, associato a una serie di prese di posizione di esponenti del Carroccio, ha dato l'impressione che proprio in queste ore si possa scongiurare la forzatura. Per quanto riguarda gli emendamenti, il modesto afflusso (circa 30) lascia pensare che - al netto di alcune dichiarazioni bellicose dei deputati di Fdi - all'orizzonte non si prospettino ostruzionismi selvaggi o tali da paralizzare l'aula per giorni e da far rischiare al decreto di decadere.
È però sull'altra motivazione che permangono le incognite, e in questo caso si tratta, come è noto, di questione politica ed estremamente delicata, poiché riguarda l'atteggiamento che la Lega terrà nell'emiciclo. Come è noto, dopo l'episodio della settimana scorsa in commissione Affari sociali, in cui alcuni esponenti del Carroccio hanno votato emendamenti contrari all'estensione degli obblighi proprio mentre il premier Draghi stava per annunciare la volontà di andare avanti su questa strada anche sul fronte vaccinazioni, l'esecutivo non si sente al riparo da sorprese spiacevoli. Resta allora da valutare quale sarebbe lo scenario politicamente meno dannoso per la stabilità del governo: il replay in aula di quanto accaduto in commissione, con una pattuglia di leghisti (capeggiati da Claudio Borghi) che votano assieme a Fdi emendamenti per togliere l'estensione dell'obbligo, o un voto di fiducia che metterebbe il Carroccio in serio imbarazzo, poiché da una parte potrebbe portare qualcuno dei deputati leghisti di cui sopra a non partecipare al voto (non mettendone comunque in discussione l'esito positivo) e dall'altra fornirebbe a Fdi - in piena campagna elettorale - un'arma dialettica nella competition interna al centrodestra. In virtù di queste considerazioni, secondo quanto filtrato, Matteo Salvini avrebbe fatto pervenire al rappresentante del governo Federico d'Incà nella conferenza dei capigruppo che si è tenuta ieri, la richiesta di non porre la fiducia. In ogni caso, l'arcano dovrebbe essere svelato oggi, visto che il governo si è riservato di intervenire in aula.
Il consiglio federale leghista che si è tenuto ieri in call tra Roma e il resto d'Italia ha certamente ponderato la questione, inserendola nella partita più ampia che comprende la linea di contrasto da adottare nei confronti della possibile introduzione dell'obbligo vaccinale, all'ordine del giorno della prossima cabina di regia.
Tornando alla discussione parlamentare, che ha visto 12 iscritti a parlare, l'esponente di Fdi, Ylenja Lucaselli, ha parlato dell'obbligo generalizzato del green pass come di una scelta che «blocca la necessità di esercitare una diversa opinione e di esprimere la propria libertà nelle scelte e nella vita sociale», mentre il leghista Giuseppe Paolini ha osservato che «a differenza del messaggio che sta passando, la Lega non sta creando problemi al governo sull'applicazione del green pass ma sta dando voce alle perplessità di una parte dei cittadini che chiedono che non vi sia l'obbligo di vaccinarsi». Tranchant, invece, il dem Andrea Romano, per il quale «l'unica alternativa al green pass sono le chiusure».
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L'equazione più certificati, minori rischi di chiusure lo imporrà ai settori dove vige l'imperativo per gli utenti. Ma non per il TplOggi il governo decide come verrà votato alla Camera il decreto sul lasciapassareLo speciale contiene due articoliLo scontro ideologico lascia spazio al sano realismo: nell'attesa della cabina di regia che valuterà i dettagli, è ormai certo che l'obbligo del green pass ai primi di ottobre verrà esteso, o allargato, come preferite, a moltissime categorie di lavoratori. L'equazione più green pass uguale meno rischi di chiusure ha convinto praticamente tutti i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi, Lega compresa: «Per la ripresa delle attività economica», sottolinea il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «dobbiamo garantire condizioni di sicurezza, che esigono che chi frequenta i luoghi affollati in qualche modo dia garanzie di non contagiare nessuno. Il green pass è una misura che va esattamente in questa direzione», aggiunge Giorgetti, «quindi ne prevedo un'ulteriore estensione».Saranno con ogni probabilità obbligati a esibire il green pass per recarsi al lavoro tutti i dipendenti pubblici, che verranno uniformati al personale sanitario e a quello scolastico. Parliamo in totale di più di un milione di lavoratori, il 10% dei quali non risulta ancora vaccinato, che andranno ad aggiungersi ai 3,5 milioni di sanitari e personale scolastico. L'obbligo dovrebbe scattare comunque due settimane dopo il varo del decreto, per consentire a chi non è ancora vaccinato di farsi somministrare il siero. Le nuove norme dovrebbero entrare in vigore il 27 settembre o il 4 ottobre. C'è chi, come il Carroccio, vorrebbe limitare l'obbligo solo a chi lavora a contatto con il pubblico. «Il green pass meno complica la vita alle persone meglio è. Presto vedrò Draghi e gli chiederò che intenzioni ha», dice Matteo Salvini. Per quel che riguarda il settore privato, il principio che guiderà le scelte del governo è molto semplice: sarà obbligatorio il green pass per i dipendenti delle aziende di quei settori dove vige l'obbligo per gli utenti, ovvero i dipendenti di bar, ristoranti e altri locali pubblici, i gestori di palestre e piscine, chi lavora a bordo di navi, aerei e treni a lunga percorrenza. «La nostra federazione», fa sapere Fipe Confcommercio, la federazione italiana dei pubblici esercizi, «è da sempre a favore dei vaccini e dell'introduzione dell'obbligo di green pass per i dipendenti dei pubblici esercizi. Auspichiamo, anzi, che quest'ultimo sia esteso anche a tutte le altre categorie economiche e che si chiariscano alcuni punti fondamentali. In primis», aggiunge Fipe, «bisogna riflettere sui tempi di introduzione di tale misura per dare un preavviso congruo e consentire a chi non fosse ancora vaccinato di mettersi in regola. Un'imposizione a stretto giro rischierebbe di causare la chiusura di migliaia di esercizi per mancanza di personale».Prevedibile la soddisfazione del ministro della Salute, Roberto Speranza: «I giovani si stanno vaccinando più delle altre generazioni», commenta Speranza, «condivido le parole del presidente della Repubblica, i numeri dell'Italia sono positivi, importanti, grazie al lavoro delle Regioni, del commissario Figliuolo. Dobbiamo crescere di più, l'estensione del green pass e le ulteriori ipotesi», aggiunge Speranza, «possono consentirci di rafforzare ancora di più la nostra campagna di vaccinazioni». «Nell'immediato», sottolinea il leader del M5s, Giuseppe Conte, «vedo un uso sempre più diffuso del green pass. Se, in prospettiva, dovessimo arrivare anche ad un obbligo vaccinale per alcune categorie ne discuteremo».Pragmatico e schietto, come di consueto, il ragionamento di Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni: «Dobbiamo mettere in campo», dice Fedriga a Sky Tg24, «il green pass, che è uno strumento utile per mantenere aperte delle attività, ma dove è possibile inserirlo. Se ad esempio venisse inserito il green pass sul trasporto pubblico locale sarebbe impraticabile e quindi vorrebbe dire bloccare la mobilità delle persone e le città».Forza Italia ieri ha dedicato all'argomento una riunione plenaria, con dirigenti di partito, ministri, sottosegretari e presidenti di regione: «Forza Italia», recita una nota diffusa al termine dell'incontro, «vuole raggiungere l'immunità di gregge entro la prima settimana di ottobre: è dunque necessario potenziare lo strumento del green pass estendendolo verso tutto il mondo del lavoro pubblico e privato e i fruitori dei servizi. È necessario sin da subito intensificare la campagna informativa per convincere i dubbiosi, evitare nuove vittime e lockdown. L'obiettivo della campagna», aggiungono gli azzurri, «è anche distinguere i no vax dagli incerti». Fi è per l'introduzione dell'obbligo anche per gli utenti del trasporto pubblico locale.«Siamo favorevoli all'estensione del green pass», argomenta il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, a Radio 24,«se questo significa consentire ad alcune attività che oggi sono chiuse, penso alle discoteche, penso agli impianti sciistici, di riaprire. Se estendere il green pass significa andare a comprimere diritti primari e libertà primarie garantite dalla Costituzione, allora questo rischia diventare un problema».Fa lo sceriffo, invece, il presidente della Toscana, Eugenio Giani: «Dopo il 30 settembre tiriamo i fili: lo farà il governo», dice Giani, «lo vediamo anche nella discussione sul decreto che sta profilando molti livelli di allargamento dell'obbligo di green pass negli spazi pubblici. Dove non arriverà il governo perché ci sono i compromessi a cui costringe il parlamento», annuncia Giani, «ci arriveremo noi con l'ordinanza dal primo di ottobre».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-ottobre-green-pass-obbligato-ed-esteso-a-dipendenti-statali-e-diverse-categorie-2654920647.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lega-vuole-evitare-imbarazzi-pressing-per-schivare-la-fiducia" data-post-id="2654920647" data-published-at="1630953785" data-use-pagination="False"> La Lega vuole evitare imbarazzi. Pressing per schivare la fiducia Se fino a ieri pomeriggio l'ipotesi più probabile, da parte del governo, sembrava quella di porre la fiducia sul dl Green pass, ora le cose potrebbero cambiare. A mettere in discussione ciò che lo stesso premier Mario Draghi aveva ritenuto pressoché certo, e cioè blindare in Parlamento il testo che converte in legge il Dl sull'estensione dell'obbligo della certificazione verde, è stato l'avvio della discussione generale nell'aula di Montecitorio. Nel corso della seduta, infatti, il computo degli emendamenti, associato a una serie di prese di posizione di esponenti del Carroccio, ha dato l'impressione che proprio in queste ore si possa scongiurare la forzatura. Per quanto riguarda gli emendamenti, il modesto afflusso (circa 30) lascia pensare che - al netto di alcune dichiarazioni bellicose dei deputati di Fdi - all'orizzonte non si prospettino ostruzionismi selvaggi o tali da paralizzare l'aula per giorni e da far rischiare al decreto di decadere. È però sull'altra motivazione che permangono le incognite, e in questo caso si tratta, come è noto, di questione politica ed estremamente delicata, poiché riguarda l'atteggiamento che la Lega terrà nell'emiciclo. Come è noto, dopo l'episodio della settimana scorsa in commissione Affari sociali, in cui alcuni esponenti del Carroccio hanno votato emendamenti contrari all'estensione degli obblighi proprio mentre il premier Draghi stava per annunciare la volontà di andare avanti su questa strada anche sul fronte vaccinazioni, l'esecutivo non si sente al riparo da sorprese spiacevoli. Resta allora da valutare quale sarebbe lo scenario politicamente meno dannoso per la stabilità del governo: il replay in aula di quanto accaduto in commissione, con una pattuglia di leghisti (capeggiati da Claudio Borghi) che votano assieme a Fdi emendamenti per togliere l'estensione dell'obbligo, o un voto di fiducia che metterebbe il Carroccio in serio imbarazzo, poiché da una parte potrebbe portare qualcuno dei deputati leghisti di cui sopra a non partecipare al voto (non mettendone comunque in discussione l'esito positivo) e dall'altra fornirebbe a Fdi - in piena campagna elettorale - un'arma dialettica nella competition interna al centrodestra. In virtù di queste considerazioni, secondo quanto filtrato, Matteo Salvini avrebbe fatto pervenire al rappresentante del governo Federico d'Incà nella conferenza dei capigruppo che si è tenuta ieri, la richiesta di non porre la fiducia. In ogni caso, l'arcano dovrebbe essere svelato oggi, visto che il governo si è riservato di intervenire in aula. Il consiglio federale leghista che si è tenuto ieri in call tra Roma e il resto d'Italia ha certamente ponderato la questione, inserendola nella partita più ampia che comprende la linea di contrasto da adottare nei confronti della possibile introduzione dell'obbligo vaccinale, all'ordine del giorno della prossima cabina di regia. Tornando alla discussione parlamentare, che ha visto 12 iscritti a parlare, l'esponente di Fdi, Ylenja Lucaselli, ha parlato dell'obbligo generalizzato del green pass come di una scelta che «blocca la necessità di esercitare una diversa opinione e di esprimere la propria libertà nelle scelte e nella vita sociale», mentre il leghista Giuseppe Paolini ha osservato che «a differenza del messaggio che sta passando, la Lega non sta creando problemi al governo sull'applicazione del green pass ma sta dando voce alle perplessità di una parte dei cittadini che chiedono che non vi sia l'obbligo di vaccinarsi». Tranchant, invece, il dem Andrea Romano, per il quale «l'unica alternativa al green pass sono le chiusure».
Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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Ecco il risultato del lavoro della Repubblica dei Giudici: Alberto Stasi è in prigione da 16 anni per un delitto che potrebbe non aver commesso e gli indizi ora vedrebbero come colpevole Andrea Sempio. Prove ignorate, perizie ribaltate e l’anomalia della Cassazione. Il sospetto di un errore giudiziario si fa sempre più pesante.