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2021-09-07
A ottobre green pass obbligato ed esteso a dipendenti statali e diverse categorie
Ansa
Lo scontro ideologico lascia spazio al sano realismo: nell'attesa della cabina di regia che valuterà i dettagli, è ormai certo che l'obbligo del green pass ai primi di ottobre verrà esteso, o allargato, come preferite, a moltissime categorie di lavoratori. L'equazione più green pass uguale meno rischi di chiusure ha convinto praticamente tutti i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi, Lega compresa: «Per la ripresa delle attività economica», sottolinea il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «dobbiamo garantire condizioni di sicurezza, che esigono che chi frequenta i luoghi affollati in qualche modo dia garanzie di non contagiare nessuno. Il green pass è una misura che va esattamente in questa direzione», aggiunge Giorgetti, «quindi ne prevedo un'ulteriore estensione».
Saranno con ogni probabilità obbligati a esibire il green pass per recarsi al lavoro tutti i dipendenti pubblici, che verranno uniformati al personale sanitario e a quello scolastico. Parliamo in totale di più di un milione di lavoratori, il 10% dei quali non risulta ancora vaccinato, che andranno ad aggiungersi ai 3,5 milioni di sanitari e personale scolastico. L'obbligo dovrebbe scattare comunque due settimane dopo il varo del decreto, per consentire a chi non è ancora vaccinato di farsi somministrare il siero. Le nuove norme dovrebbero entrare in vigore il 27 settembre o il 4 ottobre. C'è chi, come il Carroccio, vorrebbe limitare l'obbligo solo a chi lavora a contatto con il pubblico. «Il green pass meno complica la vita alle persone meglio è. Presto vedrò Draghi e gli chiederò che intenzioni ha», dice Matteo Salvini.
Per quel che riguarda il settore privato, il principio che guiderà le scelte del governo è molto semplice: sarà obbligatorio il green pass per i dipendenti delle aziende di quei settori dove vige l'obbligo per gli utenti, ovvero i dipendenti di bar, ristoranti e altri locali pubblici, i gestori di palestre e piscine, chi lavora a bordo di navi, aerei e treni a lunga percorrenza. «La nostra federazione», fa sapere Fipe Confcommercio, la federazione italiana dei pubblici esercizi, «è da sempre a favore dei vaccini e dell'introduzione dell'obbligo di green pass per i dipendenti dei pubblici esercizi. Auspichiamo, anzi, che quest'ultimo sia esteso anche a tutte le altre categorie economiche e che si chiariscano alcuni punti fondamentali. In primis», aggiunge Fipe, «bisogna riflettere sui tempi di introduzione di tale misura per dare un preavviso congruo e consentire a chi non fosse ancora vaccinato di mettersi in regola. Un'imposizione a stretto giro rischierebbe di causare la chiusura di migliaia di esercizi per mancanza di personale».
Prevedibile la soddisfazione del ministro della Salute, Roberto Speranza: «I giovani si stanno vaccinando più delle altre generazioni», commenta Speranza, «condivido le parole del presidente della Repubblica, i numeri dell'Italia sono positivi, importanti, grazie al lavoro delle Regioni, del commissario Figliuolo. Dobbiamo crescere di più, l'estensione del green pass e le ulteriori ipotesi», aggiunge Speranza, «possono consentirci di rafforzare ancora di più la nostra campagna di vaccinazioni». «Nell'immediato», sottolinea il leader del M5s, Giuseppe Conte, «vedo un uso sempre più diffuso del green pass. Se, in prospettiva, dovessimo arrivare anche ad un obbligo vaccinale per alcune categorie ne discuteremo».
Pragmatico e schietto, come di consueto, il ragionamento di Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni: «Dobbiamo mettere in campo», dice Fedriga a Sky Tg24, «il green pass, che è uno strumento utile per mantenere aperte delle attività, ma dove è possibile inserirlo. Se ad esempio venisse inserito il green pass sul trasporto pubblico locale sarebbe impraticabile e quindi vorrebbe dire bloccare la mobilità delle persone e le città».
Forza Italia ieri ha dedicato all'argomento una riunione plenaria, con dirigenti di partito, ministri, sottosegretari e presidenti di regione: «Forza Italia», recita una nota diffusa al termine dell'incontro, «vuole raggiungere l'immunità di gregge entro la prima settimana di ottobre: è dunque necessario potenziare lo strumento del green pass estendendolo verso tutto il mondo del lavoro pubblico e privato e i fruitori dei servizi. È necessario sin da subito intensificare la campagna informativa per convincere i dubbiosi, evitare nuove vittime e lockdown. L'obiettivo della campagna», aggiungono gli azzurri, «è anche distinguere i no vax dagli incerti». Fi è per l'introduzione dell'obbligo anche per gli utenti del trasporto pubblico locale.
«Siamo favorevoli all'estensione del green pass», argomenta il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, a Radio 24,«se questo significa consentire ad alcune attività che oggi sono chiuse, penso alle discoteche, penso agli impianti sciistici, di riaprire. Se estendere il green pass significa andare a comprimere diritti primari e libertà primarie garantite dalla Costituzione, allora questo rischia diventare un problema».
Fa lo sceriffo, invece, il presidente della Toscana, Eugenio Giani: «Dopo il 30 settembre tiriamo i fili: lo farà il governo», dice Giani, «lo vediamo anche nella discussione sul decreto che sta profilando molti livelli di allargamento dell'obbligo di green pass negli spazi pubblici. Dove non arriverà il governo perché ci sono i compromessi a cui costringe il parlamento», annuncia Giani, «ci arriveremo noi con l'ordinanza dal primo di ottobre».
La Lega vuole evitare imbarazzi. Pressing per schivare la fiducia
Se fino a ieri pomeriggio l'ipotesi più probabile, da parte del governo, sembrava quella di porre la fiducia sul dl Green pass, ora le cose potrebbero cambiare. A mettere in discussione ciò che lo stesso premier Mario Draghi aveva ritenuto pressoché certo, e cioè blindare in Parlamento il testo che converte in legge il Dl sull'estensione dell'obbligo della certificazione verde, è stato l'avvio della discussione generale nell'aula di Montecitorio. Nel corso della seduta, infatti, il computo degli emendamenti, associato a una serie di prese di posizione di esponenti del Carroccio, ha dato l'impressione che proprio in queste ore si possa scongiurare la forzatura. Per quanto riguarda gli emendamenti, il modesto afflusso (circa 30) lascia pensare che - al netto di alcune dichiarazioni bellicose dei deputati di Fdi - all'orizzonte non si prospettino ostruzionismi selvaggi o tali da paralizzare l'aula per giorni e da far rischiare al decreto di decadere.
È però sull'altra motivazione che permangono le incognite, e in questo caso si tratta, come è noto, di questione politica ed estremamente delicata, poiché riguarda l'atteggiamento che la Lega terrà nell'emiciclo. Come è noto, dopo l'episodio della settimana scorsa in commissione Affari sociali, in cui alcuni esponenti del Carroccio hanno votato emendamenti contrari all'estensione degli obblighi proprio mentre il premier Draghi stava per annunciare la volontà di andare avanti su questa strada anche sul fronte vaccinazioni, l'esecutivo non si sente al riparo da sorprese spiacevoli. Resta allora da valutare quale sarebbe lo scenario politicamente meno dannoso per la stabilità del governo: il replay in aula di quanto accaduto in commissione, con una pattuglia di leghisti (capeggiati da Claudio Borghi) che votano assieme a Fdi emendamenti per togliere l'estensione dell'obbligo, o un voto di fiducia che metterebbe il Carroccio in serio imbarazzo, poiché da una parte potrebbe portare qualcuno dei deputati leghisti di cui sopra a non partecipare al voto (non mettendone comunque in discussione l'esito positivo) e dall'altra fornirebbe a Fdi - in piena campagna elettorale - un'arma dialettica nella competition interna al centrodestra. In virtù di queste considerazioni, secondo quanto filtrato, Matteo Salvini avrebbe fatto pervenire al rappresentante del governo Federico d'Incà nella conferenza dei capigruppo che si è tenuta ieri, la richiesta di non porre la fiducia. In ogni caso, l'arcano dovrebbe essere svelato oggi, visto che il governo si è riservato di intervenire in aula.
Il consiglio federale leghista che si è tenuto ieri in call tra Roma e il resto d'Italia ha certamente ponderato la questione, inserendola nella partita più ampia che comprende la linea di contrasto da adottare nei confronti della possibile introduzione dell'obbligo vaccinale, all'ordine del giorno della prossima cabina di regia.
Tornando alla discussione parlamentare, che ha visto 12 iscritti a parlare, l'esponente di Fdi, Ylenja Lucaselli, ha parlato dell'obbligo generalizzato del green pass come di una scelta che «blocca la necessità di esercitare una diversa opinione e di esprimere la propria libertà nelle scelte e nella vita sociale», mentre il leghista Giuseppe Paolini ha osservato che «a differenza del messaggio che sta passando, la Lega non sta creando problemi al governo sull'applicazione del green pass ma sta dando voce alle perplessità di una parte dei cittadini che chiedono che non vi sia l'obbligo di vaccinarsi». Tranchant, invece, il dem Andrea Romano, per il quale «l'unica alternativa al green pass sono le chiusure».
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L'equazione più certificati, minori rischi di chiusure lo imporrà ai settori dove vige l'imperativo per gli utenti. Ma non per il TplOggi il governo decide come verrà votato alla Camera il decreto sul lasciapassareLo speciale contiene due articoliLo scontro ideologico lascia spazio al sano realismo: nell'attesa della cabina di regia che valuterà i dettagli, è ormai certo che l'obbligo del green pass ai primi di ottobre verrà esteso, o allargato, come preferite, a moltissime categorie di lavoratori. L'equazione più green pass uguale meno rischi di chiusure ha convinto praticamente tutti i partiti della variopinta maggioranza che sostiene il governo guidato da Mario Draghi, Lega compresa: «Per la ripresa delle attività economica», sottolinea il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, «dobbiamo garantire condizioni di sicurezza, che esigono che chi frequenta i luoghi affollati in qualche modo dia garanzie di non contagiare nessuno. Il green pass è una misura che va esattamente in questa direzione», aggiunge Giorgetti, «quindi ne prevedo un'ulteriore estensione».Saranno con ogni probabilità obbligati a esibire il green pass per recarsi al lavoro tutti i dipendenti pubblici, che verranno uniformati al personale sanitario e a quello scolastico. Parliamo in totale di più di un milione di lavoratori, il 10% dei quali non risulta ancora vaccinato, che andranno ad aggiungersi ai 3,5 milioni di sanitari e personale scolastico. L'obbligo dovrebbe scattare comunque due settimane dopo il varo del decreto, per consentire a chi non è ancora vaccinato di farsi somministrare il siero. Le nuove norme dovrebbero entrare in vigore il 27 settembre o il 4 ottobre. C'è chi, come il Carroccio, vorrebbe limitare l'obbligo solo a chi lavora a contatto con il pubblico. «Il green pass meno complica la vita alle persone meglio è. Presto vedrò Draghi e gli chiederò che intenzioni ha», dice Matteo Salvini. Per quel che riguarda il settore privato, il principio che guiderà le scelte del governo è molto semplice: sarà obbligatorio il green pass per i dipendenti delle aziende di quei settori dove vige l'obbligo per gli utenti, ovvero i dipendenti di bar, ristoranti e altri locali pubblici, i gestori di palestre e piscine, chi lavora a bordo di navi, aerei e treni a lunga percorrenza. «La nostra federazione», fa sapere Fipe Confcommercio, la federazione italiana dei pubblici esercizi, «è da sempre a favore dei vaccini e dell'introduzione dell'obbligo di green pass per i dipendenti dei pubblici esercizi. Auspichiamo, anzi, che quest'ultimo sia esteso anche a tutte le altre categorie economiche e che si chiariscano alcuni punti fondamentali. In primis», aggiunge Fipe, «bisogna riflettere sui tempi di introduzione di tale misura per dare un preavviso congruo e consentire a chi non fosse ancora vaccinato di mettersi in regola. Un'imposizione a stretto giro rischierebbe di causare la chiusura di migliaia di esercizi per mancanza di personale».Prevedibile la soddisfazione del ministro della Salute, Roberto Speranza: «I giovani si stanno vaccinando più delle altre generazioni», commenta Speranza, «condivido le parole del presidente della Repubblica, i numeri dell'Italia sono positivi, importanti, grazie al lavoro delle Regioni, del commissario Figliuolo. Dobbiamo crescere di più, l'estensione del green pass e le ulteriori ipotesi», aggiunge Speranza, «possono consentirci di rafforzare ancora di più la nostra campagna di vaccinazioni». «Nell'immediato», sottolinea il leader del M5s, Giuseppe Conte, «vedo un uso sempre più diffuso del green pass. Se, in prospettiva, dovessimo arrivare anche ad un obbligo vaccinale per alcune categorie ne discuteremo».Pragmatico e schietto, come di consueto, il ragionamento di Massimiliano Fedriga, presidente leghista del Friuli Venezia Giulia e leader della Conferenza delle regioni: «Dobbiamo mettere in campo», dice Fedriga a Sky Tg24, «il green pass, che è uno strumento utile per mantenere aperte delle attività, ma dove è possibile inserirlo. Se ad esempio venisse inserito il green pass sul trasporto pubblico locale sarebbe impraticabile e quindi vorrebbe dire bloccare la mobilità delle persone e le città».Forza Italia ieri ha dedicato all'argomento una riunione plenaria, con dirigenti di partito, ministri, sottosegretari e presidenti di regione: «Forza Italia», recita una nota diffusa al termine dell'incontro, «vuole raggiungere l'immunità di gregge entro la prima settimana di ottobre: è dunque necessario potenziare lo strumento del green pass estendendolo verso tutto il mondo del lavoro pubblico e privato e i fruitori dei servizi. È necessario sin da subito intensificare la campagna informativa per convincere i dubbiosi, evitare nuove vittime e lockdown. L'obiettivo della campagna», aggiungono gli azzurri, «è anche distinguere i no vax dagli incerti». Fi è per l'introduzione dell'obbligo anche per gli utenti del trasporto pubblico locale.«Siamo favorevoli all'estensione del green pass», argomenta il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, a Radio 24,«se questo significa consentire ad alcune attività che oggi sono chiuse, penso alle discoteche, penso agli impianti sciistici, di riaprire. Se estendere il green pass significa andare a comprimere diritti primari e libertà primarie garantite dalla Costituzione, allora questo rischia diventare un problema».Fa lo sceriffo, invece, il presidente della Toscana, Eugenio Giani: «Dopo il 30 settembre tiriamo i fili: lo farà il governo», dice Giani, «lo vediamo anche nella discussione sul decreto che sta profilando molti livelli di allargamento dell'obbligo di green pass negli spazi pubblici. Dove non arriverà il governo perché ci sono i compromessi a cui costringe il parlamento», annuncia Giani, «ci arriveremo noi con l'ordinanza dal primo di ottobre».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-ottobre-green-pass-obbligato-ed-esteso-a-dipendenti-statali-e-diverse-categorie-2654920647.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lega-vuole-evitare-imbarazzi-pressing-per-schivare-la-fiducia" data-post-id="2654920647" data-published-at="1630953785" data-use-pagination="False"> La Lega vuole evitare imbarazzi. Pressing per schivare la fiducia Se fino a ieri pomeriggio l'ipotesi più probabile, da parte del governo, sembrava quella di porre la fiducia sul dl Green pass, ora le cose potrebbero cambiare. A mettere in discussione ciò che lo stesso premier Mario Draghi aveva ritenuto pressoché certo, e cioè blindare in Parlamento il testo che converte in legge il Dl sull'estensione dell'obbligo della certificazione verde, è stato l'avvio della discussione generale nell'aula di Montecitorio. Nel corso della seduta, infatti, il computo degli emendamenti, associato a una serie di prese di posizione di esponenti del Carroccio, ha dato l'impressione che proprio in queste ore si possa scongiurare la forzatura. Per quanto riguarda gli emendamenti, il modesto afflusso (circa 30) lascia pensare che - al netto di alcune dichiarazioni bellicose dei deputati di Fdi - all'orizzonte non si prospettino ostruzionismi selvaggi o tali da paralizzare l'aula per giorni e da far rischiare al decreto di decadere. È però sull'altra motivazione che permangono le incognite, e in questo caso si tratta, come è noto, di questione politica ed estremamente delicata, poiché riguarda l'atteggiamento che la Lega terrà nell'emiciclo. Come è noto, dopo l'episodio della settimana scorsa in commissione Affari sociali, in cui alcuni esponenti del Carroccio hanno votato emendamenti contrari all'estensione degli obblighi proprio mentre il premier Draghi stava per annunciare la volontà di andare avanti su questa strada anche sul fronte vaccinazioni, l'esecutivo non si sente al riparo da sorprese spiacevoli. Resta allora da valutare quale sarebbe lo scenario politicamente meno dannoso per la stabilità del governo: il replay in aula di quanto accaduto in commissione, con una pattuglia di leghisti (capeggiati da Claudio Borghi) che votano assieme a Fdi emendamenti per togliere l'estensione dell'obbligo, o un voto di fiducia che metterebbe il Carroccio in serio imbarazzo, poiché da una parte potrebbe portare qualcuno dei deputati leghisti di cui sopra a non partecipare al voto (non mettendone comunque in discussione l'esito positivo) e dall'altra fornirebbe a Fdi - in piena campagna elettorale - un'arma dialettica nella competition interna al centrodestra. In virtù di queste considerazioni, secondo quanto filtrato, Matteo Salvini avrebbe fatto pervenire al rappresentante del governo Federico d'Incà nella conferenza dei capigruppo che si è tenuta ieri, la richiesta di non porre la fiducia. In ogni caso, l'arcano dovrebbe essere svelato oggi, visto che il governo si è riservato di intervenire in aula. Il consiglio federale leghista che si è tenuto ieri in call tra Roma e il resto d'Italia ha certamente ponderato la questione, inserendola nella partita più ampia che comprende la linea di contrasto da adottare nei confronti della possibile introduzione dell'obbligo vaccinale, all'ordine del giorno della prossima cabina di regia. Tornando alla discussione parlamentare, che ha visto 12 iscritti a parlare, l'esponente di Fdi, Ylenja Lucaselli, ha parlato dell'obbligo generalizzato del green pass come di una scelta che «blocca la necessità di esercitare una diversa opinione e di esprimere la propria libertà nelle scelte e nella vita sociale», mentre il leghista Giuseppe Paolini ha osservato che «a differenza del messaggio che sta passando, la Lega non sta creando problemi al governo sull'applicazione del green pass ma sta dando voce alle perplessità di una parte dei cittadini che chiedono che non vi sia l'obbligo di vaccinarsi». Tranchant, invece, il dem Andrea Romano, per il quale «l'unica alternativa al green pass sono le chiusure».
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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