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2019-03-16
«A morte gli invasori». Uccisi 49 musulmani alla preghiera del venerdì
Ansa
La notizia del primo attacco nella moschea Masjid Al Noor a Deans Avenue di Christchurch, città della Nuova Zelanda, dove c'erano almeno 300 persone raccolte in preghiera, non si era ancora diffusa quando, carico di adrenalina e con nello stereo a palla The british grenadiers march (la marcia dei granatieri di sua maestà), Brenton Tarrant, 28 anni, australiano, è arrivato con la sua Ford beige - piena di fucili da guerra e taniche di benzina - quasi davanti alla moschea di Linwood, per concludere la sua caccia al musulmano. Il venerdì della preghiera si è trasformato nella strage delle moschee.
Come in una sequenza da film, Tarrant si è fatto strada sparando contro chiunque si trovasse sul suo cammino. La prima vittima è stata un fedele davanti all'ingresso del luogo di culto islamico. All'interno, stanza dopo stanza - con i nervi saldi più di un soldato d'elite - ha freddato decine di persone. Poi è uscito, è tornato alla sua auto, ha sostituito il fucile ed è tornato in moschea per tirare ancora il grilletto. Voleva essere certo che nessuno fosse rimasto in vita: ha sparato di nuovo su un cumulo di esseri umani. Nei punti in cui sentiva qualche rantolo ha indirizzato varie raffiche. L'orrore è documentato: Tarrant si era piazzato addosso una videocamera che ha ripreso tutte le fasi dell'agguato, trasmettendole in diretta streaming sul profilo Facebook dell'uomo. Il risultato sono 17 minuti di sangue impressi nella registrazione, guardata e scaricata da centinaia di utenti, prima che i gestori dei social network realizzassero e oscurassero tutto. «Dio, ti prego, fagli finire le munizioni», ha pregato uno dei sopravvissuti al primo attacco. Alì, questo il suo nome, ha raccontato ai media locali ciò che ha visto, è rimasto immobile per circa 15 minuti, sdraiato su una panca, sapendo che se si fosse alzato o anche solo mosso, sarebbe stato visto e ucciso. L'hanno scampata per miracolo anche i giocatori della nazionale di cricket del Bangladesh. Gli atleti e i membri dello staff si stavano dirigendo proprio alla moschea Masjid Al Noor quando è scoppiata la sparatoria. I testimoni raccontano tutti la stessa storia: «Tre colpi rapidi e dopo 10 secondi una raffica. La gente ha cominciato a correre fuori, alcuni erano coperti di sangue». C'è chi ha visto sparare sui bambini e sulle donne. Terribile uno dei racconti raccolti dai cronisti della tv neozelandese Afp: «Sentivo le urla strazianti di chi veniva colpito a morte. Sono rimasto immobile, pregando Dio di essere risparmiato. Il killer ha ucciso alla mia destra e alla mia sinistra. Poi si è spostato nella stanza dove pregavano le donne e da lì sono arrivate altre urla che non riesco a dimenticare».
I 17 minuti del video sembrano interminabili. Nessuno è riuscito a chiamare la polizia. Tarrant ha sparato anche per strada, mirando contro chiunque si trovasse nei paraggi. La caccia all'uomo è scattata tra un'azione e l'altra.
Dalle prime ricostruzioni, però, il commando aveva intenzione di colpire anche in un ospedale e in una scuola: la polizia ha riferito che nell'auto di Tarrant sono state trovate anche due cariche esplosive. Uno scenario che lascia immaginare una lunga e meticolosa preparazione dell'assalto.
In quattro sono finiti in manette, tra loro una donna. Anche se l'attenzione si è poi concentrata soltanto su uno degli arrestati: Tarrant. È stato lui a rivendicare sui social la responsabilità dell'attacco con un manifesto anti immigrati. L'uomo sostiene di non essere membro di organizzazioni, ma di aver fatto donazioni e interagito con molti gruppi nazionalisti. Ha aggiunto di aver scelto la Nuova Zelanda a causa della sua posizione, per dimostrare che anche le parti più remote del mondo non sono esenti da «immigrazione di massa». Le colpe? di Angela Merkel, Erdogan e del sindaco di Londra, il musulmano Sadiq Khan. «Angela Merkel è la prima della lista. Pochi hanno fatto danni più di lei», scrive Tarrant nel documento in cui ipotizza un progetto legato alla sostituzione etnica: «The great replacement». L'obiettivo dichiarato è liberare l'Europa da tutti gli «invasori»: rom, africani, indiani, turchi, semiti. Tarrant scrive che la persona che lo ha influenzato di più è Candace Owens: un'attivista e commentatrice americana filo Trump. E Anche Trump viene citato, come «simbolo della rinnovata identità bianca». Le parole di Elisabetta II sono piene di dolore: «Sono profondamente rattristata dagli spaventosi eventi di oggi a Christchurch», scrive la regina d'Inghilterra in un messaggio al governatore generale del Regno in Nuova Zelanda diffuso da Buckingham Palace. «Il principe Filippo e io inviamo le nostre condoglianze alle famiglie e agli amici di coloro che hanno perduto la vita. I miei pensieri e le mie preghiere sono con tutti i neozelandesi».
Il cordoglio è unanime: «È il giorno più nero nella storia della Nuova Zelanda», ha commentato il primo ministro laburista Jacinda Ardern. In effetti finora l'arcipelago era stato risparmiato da gravi atti di terrorismo. L'avvocato di Luca Traini, «citato» dal killer, comunica che il suo assistito «è pentito per quanto ha commesso e si dissocia» dai fatti della Nuova Zelanda. l grande imam di Al Azhar, Ahmed el Tayyeb, la più alta autorità dell'Islam sunnita, ha lanciato un appello per criminalizzare l'islamofobia. Il manifesto dell'orrore by Tarrant si chiude con la scelta dell'obiettivo da colpire: «La moschea di Masjid Al Noor è frequentata da un numero ben più grande di invasori». E il giorno nero per i musulmani neozelandesi è cominciato da lì. Il bilancio: 49 morti e 48 feriti.
Fabio Amendolara
Un Doge, Carlo Martello e Traini nell’assurdo pantheon del killer
Se qualcuno gli avesse chiesto di allestire un pantheon di eroi fiorentini, Brenton Tarrant sarebbe stato capace di affiancare Lorenzo il Magnifico a Pietro Pacciani. I caricatori delle armi usate per compiere l'assalto di Christchurch sono coperti di scritte con nomi che non hanno ragioni storiche per essere messi assieme. Un guazzabuglio perverso di rivendicazioni fantasiose e accostamenti impossibili. Carlo Martello e Luca Traini, il pistolero di Macerata. Il crociato Boemondo d'Altavilla e Alexandre Bissonette, che colpì le moschee del Quebec del 2017. E poi la battaglia di Lepanto del 1571 e quella di Vienna del 1683. Il pazzo assassino norvegese Anders Breivik e Bajo Pivlajnin.
Le battaglie di Lepanto e Vienna fanno parte a buon diritto di un immaginario identitario tradizionale che è patrimonio collettivo d'Europa e non va dimenticato. Traviarle per giustificare la mattanza neozelandese, ovviamente, è pura pazzia. Entrambi gli scontri hanno visto prevalere una coalizione formata da potenze europee di religione cristiana che hanno frenato (temporaneamente la prima, in modo piuttosto decisivo la seconda) l'espansione dell'Impero Ottomano in Occidente. A Lepanto si distinse per il suo coraggio contro l'esercito turco Sebastiano Venier, uno fra i nomi scritti sul fucile di Tarrant: aveva 75 anni, era l'ammiraglio comandante della flotta veneziana. Si trovava sul ponte della nave «Capitana», al centro della flotta, accanto alla nave «Real« di don Giovanni d'Austria. Afflitto dalla gotta, era solito indossare pantofole anziché calzari militari. Governò di persona le balestre con cui infilzò circa una trentina di nemici. Al ritorno nella Serenissima, la sua condotta in battaglia lo fece eleggere Doge all'unanimità. Vendicando la morte di Marcantonio Bragadin - provveditore di Famagosta, sull'isola di Cipro - fatto scuoiare vivo dal comandante turco Lalà Mustafa dopo un assedio durato 11 mesi, nel 1571.
Le citazioni di Tarrant vanno anche più indietro nel tempo. C'è Carlo Martello, nonno di Carlo Magno. Fabrizio De Andrè ne canta una divertente parodia nella canzone Re Carlo torna dalla guerra. Maggiordomo di palazzo della dinastia dei Merovingi - prima che i Franchi diventassero la popolazione egemone sull'Europa contribuendo alla costruzione del Sacro Romano Impero - deve la sua fama alla vittoria nella battaglia di Poitiers (o di Tour), verosimilmente avvenuta nell'anno 732 dopo Cristo, dove frenò l'espansionismo arabo che dall'Andalusia mirava alla Provenza. Il cronista dell'epoca, Sigeberto di Gembloux, afferma che durante lo scontro morì il governatore musulmano Abd al Raḥman al Ghafiqi. Gli storici di oggi ridimensionano la portata della battaglia, entrata però nella leggenda come primo momento costitutivo di una consapevolezza culturale e religiosa europea unitaria. Il medioevo ricorre, nella foga citazionista di Tarrant, con Boemondo d'Altavilla e Gastone IV di Bearn. Normanno stabilitosi a Taranto il primo, era figlio di Roberto il Guiscardo. Gastone di Bearn era invece un conte francese, sodale di Raimondo di Tolosa. Sono tra i capi della Prima crociata, quella che nel 1099 portò alla conquista di Gerusalemme contro i Fatimidi d'Egitto e i Turchi Selgiuchidi e alla costituzione di un regno crociato su base feudale affidato a Goffredo di Buglione. Garantendo, secoli dopo, robusto materiale alla letteratura del Tasso.
Diversa è la storia di Bajo Pivljanin e di Novak Vujosevic. Il primo era un aiduco, un combattente montenegrino al soldo della Repubblica di Venezia durante la guerra veneziano-ottamana di metà Seicento. il secondo è l'eroe della Battaglia di Fundina, nel 1876: comandava una schiera di 5.000 montenegrini di religione cristiana che resistettero e vinsero in una dura battaglia contro l'esercito ottomano, quasi dieci volte superiore per numero. Nello scontro la leggenda narra che Vujosevic avrebbe ucciso 28 soldati turchi, ottenendo un riconoscimento solenne dall'imperatore russo. C'è poi la battaglia di Shipka Pass, località della Bulgaria in cui, nel 1877, più di 2.000 soldati russi e 5.000 volontari bulgari respinsero l'Impero Ottomano, che aveva portato sul campo circa 40.000 soldati. E c'è Milos Obilic, cavaliere serbo vissuto nel XIV secolo. Cronisti dell'epoca lo indicano come assassino del sultano ottomano Murad I nel corso della Battaglia del Kosovo, nel 1389. A guidare la resistenza contro le schiere musulmane, in quella circostanza, c'era il principe Lazar Hrebeljanovi della cosiddetta Serbia della Moravia. Se, a una carrellata di episodi e personaggi molto lontani e diversi tra loro, si aggiungono i nomi di Luca Traini, Alexandre Bissonette, Anders Breivik e altri stragisti contemporanei per giustificare le azioni compiute, è facile intuire come il detonatore della strage non siano le idee sovraniste di Tarrant ma la sua cartella psichiatrica.
Gabriele Gambini
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Attacchi in due moschee di Christchurch: l'azione è stata trasmessa in diretta sul Web Fermate quattro persone, avevano anche bombe e altri obiettivi come ospedali e scuole.L'assalitore ha impresso sulle armi i nomi di condottieri cristiani e battaglie campali contro gli ottomani. Accanto però ha messo anche lo sparatore di Macerata e Breivik. Non è sovranista, solo fanatico.Lo speciale contiene due articoli La notizia del primo attacco nella moschea Masjid Al Noor a Deans Avenue di Christchurch, città della Nuova Zelanda, dove c'erano almeno 300 persone raccolte in preghiera, non si era ancora diffusa quando, carico di adrenalina e con nello stereo a palla The british grenadiers march (la marcia dei granatieri di sua maestà), Brenton Tarrant, 28 anni, australiano, è arrivato con la sua Ford beige - piena di fucili da guerra e taniche di benzina - quasi davanti alla moschea di Linwood, per concludere la sua caccia al musulmano. Il venerdì della preghiera si è trasformato nella strage delle moschee. Come in una sequenza da film, Tarrant si è fatto strada sparando contro chiunque si trovasse sul suo cammino. La prima vittima è stata un fedele davanti all'ingresso del luogo di culto islamico. All'interno, stanza dopo stanza - con i nervi saldi più di un soldato d'elite - ha freddato decine di persone. Poi è uscito, è tornato alla sua auto, ha sostituito il fucile ed è tornato in moschea per tirare ancora il grilletto. Voleva essere certo che nessuno fosse rimasto in vita: ha sparato di nuovo su un cumulo di esseri umani. Nei punti in cui sentiva qualche rantolo ha indirizzato varie raffiche. L'orrore è documentato: Tarrant si era piazzato addosso una videocamera che ha ripreso tutte le fasi dell'agguato, trasmettendole in diretta streaming sul profilo Facebook dell'uomo. Il risultato sono 17 minuti di sangue impressi nella registrazione, guardata e scaricata da centinaia di utenti, prima che i gestori dei social network realizzassero e oscurassero tutto. «Dio, ti prego, fagli finire le munizioni», ha pregato uno dei sopravvissuti al primo attacco. Alì, questo il suo nome, ha raccontato ai media locali ciò che ha visto, è rimasto immobile per circa 15 minuti, sdraiato su una panca, sapendo che se si fosse alzato o anche solo mosso, sarebbe stato visto e ucciso. L'hanno scampata per miracolo anche i giocatori della nazionale di cricket del Bangladesh. Gli atleti e i membri dello staff si stavano dirigendo proprio alla moschea Masjid Al Noor quando è scoppiata la sparatoria. I testimoni raccontano tutti la stessa storia: «Tre colpi rapidi e dopo 10 secondi una raffica. La gente ha cominciato a correre fuori, alcuni erano coperti di sangue». C'è chi ha visto sparare sui bambini e sulle donne. Terribile uno dei racconti raccolti dai cronisti della tv neozelandese Afp: «Sentivo le urla strazianti di chi veniva colpito a morte. Sono rimasto immobile, pregando Dio di essere risparmiato. Il killer ha ucciso alla mia destra e alla mia sinistra. Poi si è spostato nella stanza dove pregavano le donne e da lì sono arrivate altre urla che non riesco a dimenticare».I 17 minuti del video sembrano interminabili. Nessuno è riuscito a chiamare la polizia. Tarrant ha sparato anche per strada, mirando contro chiunque si trovasse nei paraggi. La caccia all'uomo è scattata tra un'azione e l'altra. Dalle prime ricostruzioni, però, il commando aveva intenzione di colpire anche in un ospedale e in una scuola: la polizia ha riferito che nell'auto di Tarrant sono state trovate anche due cariche esplosive. Uno scenario che lascia immaginare una lunga e meticolosa preparazione dell'assalto. In quattro sono finiti in manette, tra loro una donna. Anche se l'attenzione si è poi concentrata soltanto su uno degli arrestati: Tarrant. È stato lui a rivendicare sui social la responsabilità dell'attacco con un manifesto anti immigrati. L'uomo sostiene di non essere membro di organizzazioni, ma di aver fatto donazioni e interagito con molti gruppi nazionalisti. Ha aggiunto di aver scelto la Nuova Zelanda a causa della sua posizione, per dimostrare che anche le parti più remote del mondo non sono esenti da «immigrazione di massa». Le colpe? di Angela Merkel, Erdogan e del sindaco di Londra, il musulmano Sadiq Khan. «Angela Merkel è la prima della lista. Pochi hanno fatto danni più di lei», scrive Tarrant nel documento in cui ipotizza un progetto legato alla sostituzione etnica: «The great replacement». L'obiettivo dichiarato è liberare l'Europa da tutti gli «invasori»: rom, africani, indiani, turchi, semiti. Tarrant scrive che la persona che lo ha influenzato di più è Candace Owens: un'attivista e commentatrice americana filo Trump. E Anche Trump viene citato, come «simbolo della rinnovata identità bianca». Le parole di Elisabetta II sono piene di dolore: «Sono profondamente rattristata dagli spaventosi eventi di oggi a Christchurch», scrive la regina d'Inghilterra in un messaggio al governatore generale del Regno in Nuova Zelanda diffuso da Buckingham Palace. «Il principe Filippo e io inviamo le nostre condoglianze alle famiglie e agli amici di coloro che hanno perduto la vita. I miei pensieri e le mie preghiere sono con tutti i neozelandesi».Il cordoglio è unanime: «È il giorno più nero nella storia della Nuova Zelanda», ha commentato il primo ministro laburista Jacinda Ardern. In effetti finora l'arcipelago era stato risparmiato da gravi atti di terrorismo. L'avvocato di Luca Traini, «citato» dal killer, comunica che il suo assistito «è pentito per quanto ha commesso e si dissocia» dai fatti della Nuova Zelanda. l grande imam di Al Azhar, Ahmed el Tayyeb, la più alta autorità dell'Islam sunnita, ha lanciato un appello per criminalizzare l'islamofobia. Il manifesto dell'orrore by Tarrant si chiude con la scelta dell'obiettivo da colpire: «La moschea di Masjid Al Noor è frequentata da un numero ben più grande di invasori». E il giorno nero per i musulmani neozelandesi è cominciato da lì. Il bilancio: 49 morti e 48 feriti.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-morte-gli-invasori-uccisi-49-musulmani-alla-preghiera-del-venerdi-2631762363.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-doge-carlo-martello-e-traini-nellassurdo-pantheon-del-killer" data-post-id="2631762363" data-published-at="1776596328" data-use-pagination="False"> Un Doge, Carlo Martello e Traini nell’assurdo pantheon del killer Se qualcuno gli avesse chiesto di allestire un pantheon di eroi fiorentini, Brenton Tarrant sarebbe stato capace di affiancare Lorenzo il Magnifico a Pietro Pacciani. I caricatori delle armi usate per compiere l'assalto di Christchurch sono coperti di scritte con nomi che non hanno ragioni storiche per essere messi assieme. Un guazzabuglio perverso di rivendicazioni fantasiose e accostamenti impossibili. Carlo Martello e Luca Traini, il pistolero di Macerata. Il crociato Boemondo d'Altavilla e Alexandre Bissonette, che colpì le moschee del Quebec del 2017. E poi la battaglia di Lepanto del 1571 e quella di Vienna del 1683. Il pazzo assassino norvegese Anders Breivik e Bajo Pivlajnin. Le battaglie di Lepanto e Vienna fanno parte a buon diritto di un immaginario identitario tradizionale che è patrimonio collettivo d'Europa e non va dimenticato. Traviarle per giustificare la mattanza neozelandese, ovviamente, è pura pazzia. Entrambi gli scontri hanno visto prevalere una coalizione formata da potenze europee di religione cristiana che hanno frenato (temporaneamente la prima, in modo piuttosto decisivo la seconda) l'espansione dell'Impero Ottomano in Occidente. A Lepanto si distinse per il suo coraggio contro l'esercito turco Sebastiano Venier, uno fra i nomi scritti sul fucile di Tarrant: aveva 75 anni, era l'ammiraglio comandante della flotta veneziana. Si trovava sul ponte della nave «Capitana», al centro della flotta, accanto alla nave «Real« di don Giovanni d'Austria. Afflitto dalla gotta, era solito indossare pantofole anziché calzari militari. Governò di persona le balestre con cui infilzò circa una trentina di nemici. Al ritorno nella Serenissima, la sua condotta in battaglia lo fece eleggere Doge all'unanimità. Vendicando la morte di Marcantonio Bragadin - provveditore di Famagosta, sull'isola di Cipro - fatto scuoiare vivo dal comandante turco Lalà Mustafa dopo un assedio durato 11 mesi, nel 1571. Le citazioni di Tarrant vanno anche più indietro nel tempo. C'è Carlo Martello, nonno di Carlo Magno. Fabrizio De Andrè ne canta una divertente parodia nella canzone Re Carlo torna dalla guerra. Maggiordomo di palazzo della dinastia dei Merovingi - prima che i Franchi diventassero la popolazione egemone sull'Europa contribuendo alla costruzione del Sacro Romano Impero - deve la sua fama alla vittoria nella battaglia di Poitiers (o di Tour), verosimilmente avvenuta nell'anno 732 dopo Cristo, dove frenò l'espansionismo arabo che dall'Andalusia mirava alla Provenza. Il cronista dell'epoca, Sigeberto di Gembloux, afferma che durante lo scontro morì il governatore musulmano Abd al Raḥman al Ghafiqi. Gli storici di oggi ridimensionano la portata della battaglia, entrata però nella leggenda come primo momento costitutivo di una consapevolezza culturale e religiosa europea unitaria. Il medioevo ricorre, nella foga citazionista di Tarrant, con Boemondo d'Altavilla e Gastone IV di Bearn. Normanno stabilitosi a Taranto il primo, era figlio di Roberto il Guiscardo. Gastone di Bearn era invece un conte francese, sodale di Raimondo di Tolosa. Sono tra i capi della Prima crociata, quella che nel 1099 portò alla conquista di Gerusalemme contro i Fatimidi d'Egitto e i Turchi Selgiuchidi e alla costituzione di un regno crociato su base feudale affidato a Goffredo di Buglione. Garantendo, secoli dopo, robusto materiale alla letteratura del Tasso. Diversa è la storia di Bajo Pivljanin e di Novak Vujosevic. Il primo era un aiduco, un combattente montenegrino al soldo della Repubblica di Venezia durante la guerra veneziano-ottamana di metà Seicento. il secondo è l'eroe della Battaglia di Fundina, nel 1876: comandava una schiera di 5.000 montenegrini di religione cristiana che resistettero e vinsero in una dura battaglia contro l'esercito ottomano, quasi dieci volte superiore per numero. Nello scontro la leggenda narra che Vujosevic avrebbe ucciso 28 soldati turchi, ottenendo un riconoscimento solenne dall'imperatore russo. C'è poi la battaglia di Shipka Pass, località della Bulgaria in cui, nel 1877, più di 2.000 soldati russi e 5.000 volontari bulgari respinsero l'Impero Ottomano, che aveva portato sul campo circa 40.000 soldati. E c'è Milos Obilic, cavaliere serbo vissuto nel XIV secolo. Cronisti dell'epoca lo indicano come assassino del sultano ottomano Murad I nel corso della Battaglia del Kosovo, nel 1389. A guidare la resistenza contro le schiere musulmane, in quella circostanza, c'era il principe Lazar Hrebeljanovi della cosiddetta Serbia della Moravia. Se, a una carrellata di episodi e personaggi molto lontani e diversi tra loro, si aggiungono i nomi di Luca Traini, Alexandre Bissonette, Anders Breivik e altri stragisti contemporanei per giustificare le azioni compiute, è facile intuire come il detonatore della strage non siano le idee sovraniste di Tarrant ma la sua cartella psichiatrica. Gabriele Gambini
Matteo Salvini con gli ospiti della manifestazione dei Patrioti di Milano (Ansa)
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
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Elly Schlein a Barcellona con Pedro Sánchez (Ansa)
Mentre Giuseppe Conte, a ogni presentazione del suo libro, ripete come un disco rotto che vuole le primarie di coalizione per la scelta del candidato premier dei progressisti del campo largo, sicuro di avere già la vittoria in tasca, Schlein cerca l’abbraccio affettuoso dei leader progressisti appartenenti a una decina di Paesi: si parte dal premier spagnolo, Pedro Sánchez, organizzatore della «festa», per andare poi verso il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, la presidente messicana, Claudia Sheinbaum, il presidente della Colombia, Gustavo Petro, e poi Mohammed Chahim del partito laburista olandese e vicepresidente del gruppo dei Socialisti democratici al Parlamento europeo, la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue e braccio destro di Sánchez, Teresa Ribera. C’è pure Hillary Clinton.
Schlein non si presenta davanti a loro solo come semplice segretario del Pd italiano, ci va da candidata premier in pectore, come leader del più grande partito della famiglia socialista e democratica europea e, quindi, come la naturale anti Meloni. «Ho detto a tutti che ci candidiamo alla vittoria», convinta che questo sia il suo momentum per provare a tirare la volata. Conte, per esempio, non è stato invitato nonostante la sua scelta di campo «progressista». La Elly «testardamente unitaria» fa spazio a una Schlein più istituzionale. Cerca di darsi un tono, insomma.
Forte anche del fatto che, in tutta Europa, vale il principio che l’incarico a guidare un governo, in caso di vittoria, spetta al leader del partito che prende più voti. E non è un caso che la segretaria pd ignori il piagnisteo di Giuseppi, buttandosi sulle relazioni con i partner internazionali. Schlein sta lavorando su una nuova immagine: figuriamoci che si è fatta anche vedere per la prima volta alla Festa della polizia e poi al Vinitaly, eventi non proprio della sinistra barricadera.
È già convinta della sua candidatura a Palazzo Chigi, con o senza primarie. Tanto più che gli ultimi sondaggi la vedono, per la prima volta, in testa in una possibile competizione con Conte e con il sindaco di Genova, Silvia Salis.
Ma come al solito Schlein inciampa nelle sue contraddizioni. Grida a gran voce «siamo con Sánchez!» ci si fa fotografare insieme, sostenendo, però, nello stesso momento che «non ci sono le condizioni per riprendere le importazioni di gas dalla Russia, poiché in questo momento Vladimir Putin ne trarrebbe profitto per alimentare la sua criminale invasione dell’Ucraina».
Schlein ignora che il buon Pedro è uno dei maggiori finanziatori di Putin, in quanto il suo governo sta aumentando in modo significativo gli acquisti di gas russo. La leader dem attacca Meloni, colpevole di fare «la guerra alle rinnovabili» invece di seguire l’esempio della Spagna. «È bene che nel Pd qualcuno informi la segretaria che la Spagna è oggi il primo Paese d’Europa per importazioni di energia fossile dalla Russia, con un incremento del 124% rispetto al mese precedente», suggerisce l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini.
Elly si sbilancia anche nel commentare la disponibilità espressa venerdì da Meloni alla riunione dei volenterosi, a inviare navi italiane per aiutare lo sminamento dello Stretto di Hormuz e favorire così la ripresa delle forniture di gas e petrolio, «previo via libera del Parlamento». Al «summit rosso» di Barcellona, la segretaria pd arriva con un giorno di ritardo, ripetendo più o meno le stesse cose del premier. Schlein dice di non essere d’accordo sull’invio di militari, a meno che non ci sia «un accordo di pace e un chiaro mandato multilaterale». Senza spiegare quale.
Schlein ha avuto numerosi incontri bilaterali: con il presidente del Pse, Stefan Löfven, con la capogruppo di S&D all’Europarlamento, Iratxe García Pérez, con il leader dell’opposizione turca a Erdogan, con il capo dell’opposizione giapponese, con il segretario del partito rossoverde olandese e col l’ex primo ministro palestinese e la delegazione di Fatah. Ieri sera, cena di gala con Sánchez e Lula. C’è anche la cilena Isabel Allende che la prende a braccetto e le fa i complimenti. L’impressione è che venga apprezzata più fuori che in Italia.
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