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2019-03-16
«A morte gli invasori». Uccisi 49 musulmani alla preghiera del venerdì
Ansa
La notizia del primo attacco nella moschea Masjid Al Noor a Deans Avenue di Christchurch, città della Nuova Zelanda, dove c'erano almeno 300 persone raccolte in preghiera, non si era ancora diffusa quando, carico di adrenalina e con nello stereo a palla The british grenadiers march (la marcia dei granatieri di sua maestà), Brenton Tarrant, 28 anni, australiano, è arrivato con la sua Ford beige - piena di fucili da guerra e taniche di benzina - quasi davanti alla moschea di Linwood, per concludere la sua caccia al musulmano. Il venerdì della preghiera si è trasformato nella strage delle moschee.
Come in una sequenza da film, Tarrant si è fatto strada sparando contro chiunque si trovasse sul suo cammino. La prima vittima è stata un fedele davanti all'ingresso del luogo di culto islamico. All'interno, stanza dopo stanza - con i nervi saldi più di un soldato d'elite - ha freddato decine di persone. Poi è uscito, è tornato alla sua auto, ha sostituito il fucile ed è tornato in moschea per tirare ancora il grilletto. Voleva essere certo che nessuno fosse rimasto in vita: ha sparato di nuovo su un cumulo di esseri umani. Nei punti in cui sentiva qualche rantolo ha indirizzato varie raffiche. L'orrore è documentato: Tarrant si era piazzato addosso una videocamera che ha ripreso tutte le fasi dell'agguato, trasmettendole in diretta streaming sul profilo Facebook dell'uomo. Il risultato sono 17 minuti di sangue impressi nella registrazione, guardata e scaricata da centinaia di utenti, prima che i gestori dei social network realizzassero e oscurassero tutto. «Dio, ti prego, fagli finire le munizioni», ha pregato uno dei sopravvissuti al primo attacco. Alì, questo il suo nome, ha raccontato ai media locali ciò che ha visto, è rimasto immobile per circa 15 minuti, sdraiato su una panca, sapendo che se si fosse alzato o anche solo mosso, sarebbe stato visto e ucciso. L'hanno scampata per miracolo anche i giocatori della nazionale di cricket del Bangladesh. Gli atleti e i membri dello staff si stavano dirigendo proprio alla moschea Masjid Al Noor quando è scoppiata la sparatoria. I testimoni raccontano tutti la stessa storia: «Tre colpi rapidi e dopo 10 secondi una raffica. La gente ha cominciato a correre fuori, alcuni erano coperti di sangue». C'è chi ha visto sparare sui bambini e sulle donne. Terribile uno dei racconti raccolti dai cronisti della tv neozelandese Afp: «Sentivo le urla strazianti di chi veniva colpito a morte. Sono rimasto immobile, pregando Dio di essere risparmiato. Il killer ha ucciso alla mia destra e alla mia sinistra. Poi si è spostato nella stanza dove pregavano le donne e da lì sono arrivate altre urla che non riesco a dimenticare».
I 17 minuti del video sembrano interminabili. Nessuno è riuscito a chiamare la polizia. Tarrant ha sparato anche per strada, mirando contro chiunque si trovasse nei paraggi. La caccia all'uomo è scattata tra un'azione e l'altra.
Dalle prime ricostruzioni, però, il commando aveva intenzione di colpire anche in un ospedale e in una scuola: la polizia ha riferito che nell'auto di Tarrant sono state trovate anche due cariche esplosive. Uno scenario che lascia immaginare una lunga e meticolosa preparazione dell'assalto.
In quattro sono finiti in manette, tra loro una donna. Anche se l'attenzione si è poi concentrata soltanto su uno degli arrestati: Tarrant. È stato lui a rivendicare sui social la responsabilità dell'attacco con un manifesto anti immigrati. L'uomo sostiene di non essere membro di organizzazioni, ma di aver fatto donazioni e interagito con molti gruppi nazionalisti. Ha aggiunto di aver scelto la Nuova Zelanda a causa della sua posizione, per dimostrare che anche le parti più remote del mondo non sono esenti da «immigrazione di massa». Le colpe? di Angela Merkel, Erdogan e del sindaco di Londra, il musulmano Sadiq Khan. «Angela Merkel è la prima della lista. Pochi hanno fatto danni più di lei», scrive Tarrant nel documento in cui ipotizza un progetto legato alla sostituzione etnica: «The great replacement». L'obiettivo dichiarato è liberare l'Europa da tutti gli «invasori»: rom, africani, indiani, turchi, semiti. Tarrant scrive che la persona che lo ha influenzato di più è Candace Owens: un'attivista e commentatrice americana filo Trump. E Anche Trump viene citato, come «simbolo della rinnovata identità bianca». Le parole di Elisabetta II sono piene di dolore: «Sono profondamente rattristata dagli spaventosi eventi di oggi a Christchurch», scrive la regina d'Inghilterra in un messaggio al governatore generale del Regno in Nuova Zelanda diffuso da Buckingham Palace. «Il principe Filippo e io inviamo le nostre condoglianze alle famiglie e agli amici di coloro che hanno perduto la vita. I miei pensieri e le mie preghiere sono con tutti i neozelandesi».
Il cordoglio è unanime: «È il giorno più nero nella storia della Nuova Zelanda», ha commentato il primo ministro laburista Jacinda Ardern. In effetti finora l'arcipelago era stato risparmiato da gravi atti di terrorismo. L'avvocato di Luca Traini, «citato» dal killer, comunica che il suo assistito «è pentito per quanto ha commesso e si dissocia» dai fatti della Nuova Zelanda. l grande imam di Al Azhar, Ahmed el Tayyeb, la più alta autorità dell'Islam sunnita, ha lanciato un appello per criminalizzare l'islamofobia. Il manifesto dell'orrore by Tarrant si chiude con la scelta dell'obiettivo da colpire: «La moschea di Masjid Al Noor è frequentata da un numero ben più grande di invasori». E il giorno nero per i musulmani neozelandesi è cominciato da lì. Il bilancio: 49 morti e 48 feriti.
Fabio Amendolara
Un Doge, Carlo Martello e Traini nell’assurdo pantheon del killer
Se qualcuno gli avesse chiesto di allestire un pantheon di eroi fiorentini, Brenton Tarrant sarebbe stato capace di affiancare Lorenzo il Magnifico a Pietro Pacciani. I caricatori delle armi usate per compiere l'assalto di Christchurch sono coperti di scritte con nomi che non hanno ragioni storiche per essere messi assieme. Un guazzabuglio perverso di rivendicazioni fantasiose e accostamenti impossibili. Carlo Martello e Luca Traini, il pistolero di Macerata. Il crociato Boemondo d'Altavilla e Alexandre Bissonette, che colpì le moschee del Quebec del 2017. E poi la battaglia di Lepanto del 1571 e quella di Vienna del 1683. Il pazzo assassino norvegese Anders Breivik e Bajo Pivlajnin.
Le battaglie di Lepanto e Vienna fanno parte a buon diritto di un immaginario identitario tradizionale che è patrimonio collettivo d'Europa e non va dimenticato. Traviarle per giustificare la mattanza neozelandese, ovviamente, è pura pazzia. Entrambi gli scontri hanno visto prevalere una coalizione formata da potenze europee di religione cristiana che hanno frenato (temporaneamente la prima, in modo piuttosto decisivo la seconda) l'espansione dell'Impero Ottomano in Occidente. A Lepanto si distinse per il suo coraggio contro l'esercito turco Sebastiano Venier, uno fra i nomi scritti sul fucile di Tarrant: aveva 75 anni, era l'ammiraglio comandante della flotta veneziana. Si trovava sul ponte della nave «Capitana», al centro della flotta, accanto alla nave «Real« di don Giovanni d'Austria. Afflitto dalla gotta, era solito indossare pantofole anziché calzari militari. Governò di persona le balestre con cui infilzò circa una trentina di nemici. Al ritorno nella Serenissima, la sua condotta in battaglia lo fece eleggere Doge all'unanimità. Vendicando la morte di Marcantonio Bragadin - provveditore di Famagosta, sull'isola di Cipro - fatto scuoiare vivo dal comandante turco Lalà Mustafa dopo un assedio durato 11 mesi, nel 1571.
Le citazioni di Tarrant vanno anche più indietro nel tempo. C'è Carlo Martello, nonno di Carlo Magno. Fabrizio De Andrè ne canta una divertente parodia nella canzone Re Carlo torna dalla guerra. Maggiordomo di palazzo della dinastia dei Merovingi - prima che i Franchi diventassero la popolazione egemone sull'Europa contribuendo alla costruzione del Sacro Romano Impero - deve la sua fama alla vittoria nella battaglia di Poitiers (o di Tour), verosimilmente avvenuta nell'anno 732 dopo Cristo, dove frenò l'espansionismo arabo che dall'Andalusia mirava alla Provenza. Il cronista dell'epoca, Sigeberto di Gembloux, afferma che durante lo scontro morì il governatore musulmano Abd al Raḥman al Ghafiqi. Gli storici di oggi ridimensionano la portata della battaglia, entrata però nella leggenda come primo momento costitutivo di una consapevolezza culturale e religiosa europea unitaria. Il medioevo ricorre, nella foga citazionista di Tarrant, con Boemondo d'Altavilla e Gastone IV di Bearn. Normanno stabilitosi a Taranto il primo, era figlio di Roberto il Guiscardo. Gastone di Bearn era invece un conte francese, sodale di Raimondo di Tolosa. Sono tra i capi della Prima crociata, quella che nel 1099 portò alla conquista di Gerusalemme contro i Fatimidi d'Egitto e i Turchi Selgiuchidi e alla costituzione di un regno crociato su base feudale affidato a Goffredo di Buglione. Garantendo, secoli dopo, robusto materiale alla letteratura del Tasso.
Diversa è la storia di Bajo Pivljanin e di Novak Vujosevic. Il primo era un aiduco, un combattente montenegrino al soldo della Repubblica di Venezia durante la guerra veneziano-ottamana di metà Seicento. il secondo è l'eroe della Battaglia di Fundina, nel 1876: comandava una schiera di 5.000 montenegrini di religione cristiana che resistettero e vinsero in una dura battaglia contro l'esercito ottomano, quasi dieci volte superiore per numero. Nello scontro la leggenda narra che Vujosevic avrebbe ucciso 28 soldati turchi, ottenendo un riconoscimento solenne dall'imperatore russo. C'è poi la battaglia di Shipka Pass, località della Bulgaria in cui, nel 1877, più di 2.000 soldati russi e 5.000 volontari bulgari respinsero l'Impero Ottomano, che aveva portato sul campo circa 40.000 soldati. E c'è Milos Obilic, cavaliere serbo vissuto nel XIV secolo. Cronisti dell'epoca lo indicano come assassino del sultano ottomano Murad I nel corso della Battaglia del Kosovo, nel 1389. A guidare la resistenza contro le schiere musulmane, in quella circostanza, c'era il principe Lazar Hrebeljanovi della cosiddetta Serbia della Moravia. Se, a una carrellata di episodi e personaggi molto lontani e diversi tra loro, si aggiungono i nomi di Luca Traini, Alexandre Bissonette, Anders Breivik e altri stragisti contemporanei per giustificare le azioni compiute, è facile intuire come il detonatore della strage non siano le idee sovraniste di Tarrant ma la sua cartella psichiatrica.
Gabriele Gambini
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Attacchi in due moschee di Christchurch: l'azione è stata trasmessa in diretta sul Web Fermate quattro persone, avevano anche bombe e altri obiettivi come ospedali e scuole.L'assalitore ha impresso sulle armi i nomi di condottieri cristiani e battaglie campali contro gli ottomani. Accanto però ha messo anche lo sparatore di Macerata e Breivik. Non è sovranista, solo fanatico.Lo speciale contiene due articoli La notizia del primo attacco nella moschea Masjid Al Noor a Deans Avenue di Christchurch, città della Nuova Zelanda, dove c'erano almeno 300 persone raccolte in preghiera, non si era ancora diffusa quando, carico di adrenalina e con nello stereo a palla The british grenadiers march (la marcia dei granatieri di sua maestà), Brenton Tarrant, 28 anni, australiano, è arrivato con la sua Ford beige - piena di fucili da guerra e taniche di benzina - quasi davanti alla moschea di Linwood, per concludere la sua caccia al musulmano. Il venerdì della preghiera si è trasformato nella strage delle moschee. Come in una sequenza da film, Tarrant si è fatto strada sparando contro chiunque si trovasse sul suo cammino. La prima vittima è stata un fedele davanti all'ingresso del luogo di culto islamico. All'interno, stanza dopo stanza - con i nervi saldi più di un soldato d'elite - ha freddato decine di persone. Poi è uscito, è tornato alla sua auto, ha sostituito il fucile ed è tornato in moschea per tirare ancora il grilletto. Voleva essere certo che nessuno fosse rimasto in vita: ha sparato di nuovo su un cumulo di esseri umani. Nei punti in cui sentiva qualche rantolo ha indirizzato varie raffiche. L'orrore è documentato: Tarrant si era piazzato addosso una videocamera che ha ripreso tutte le fasi dell'agguato, trasmettendole in diretta streaming sul profilo Facebook dell'uomo. Il risultato sono 17 minuti di sangue impressi nella registrazione, guardata e scaricata da centinaia di utenti, prima che i gestori dei social network realizzassero e oscurassero tutto. «Dio, ti prego, fagli finire le munizioni», ha pregato uno dei sopravvissuti al primo attacco. Alì, questo il suo nome, ha raccontato ai media locali ciò che ha visto, è rimasto immobile per circa 15 minuti, sdraiato su una panca, sapendo che se si fosse alzato o anche solo mosso, sarebbe stato visto e ucciso. L'hanno scampata per miracolo anche i giocatori della nazionale di cricket del Bangladesh. Gli atleti e i membri dello staff si stavano dirigendo proprio alla moschea Masjid Al Noor quando è scoppiata la sparatoria. I testimoni raccontano tutti la stessa storia: «Tre colpi rapidi e dopo 10 secondi una raffica. La gente ha cominciato a correre fuori, alcuni erano coperti di sangue». C'è chi ha visto sparare sui bambini e sulle donne. Terribile uno dei racconti raccolti dai cronisti della tv neozelandese Afp: «Sentivo le urla strazianti di chi veniva colpito a morte. Sono rimasto immobile, pregando Dio di essere risparmiato. Il killer ha ucciso alla mia destra e alla mia sinistra. Poi si è spostato nella stanza dove pregavano le donne e da lì sono arrivate altre urla che non riesco a dimenticare».I 17 minuti del video sembrano interminabili. Nessuno è riuscito a chiamare la polizia. Tarrant ha sparato anche per strada, mirando contro chiunque si trovasse nei paraggi. La caccia all'uomo è scattata tra un'azione e l'altra. Dalle prime ricostruzioni, però, il commando aveva intenzione di colpire anche in un ospedale e in una scuola: la polizia ha riferito che nell'auto di Tarrant sono state trovate anche due cariche esplosive. Uno scenario che lascia immaginare una lunga e meticolosa preparazione dell'assalto. In quattro sono finiti in manette, tra loro una donna. Anche se l'attenzione si è poi concentrata soltanto su uno degli arrestati: Tarrant. È stato lui a rivendicare sui social la responsabilità dell'attacco con un manifesto anti immigrati. L'uomo sostiene di non essere membro di organizzazioni, ma di aver fatto donazioni e interagito con molti gruppi nazionalisti. Ha aggiunto di aver scelto la Nuova Zelanda a causa della sua posizione, per dimostrare che anche le parti più remote del mondo non sono esenti da «immigrazione di massa». Le colpe? di Angela Merkel, Erdogan e del sindaco di Londra, il musulmano Sadiq Khan. «Angela Merkel è la prima della lista. Pochi hanno fatto danni più di lei», scrive Tarrant nel documento in cui ipotizza un progetto legato alla sostituzione etnica: «The great replacement». L'obiettivo dichiarato è liberare l'Europa da tutti gli «invasori»: rom, africani, indiani, turchi, semiti. Tarrant scrive che la persona che lo ha influenzato di più è Candace Owens: un'attivista e commentatrice americana filo Trump. E Anche Trump viene citato, come «simbolo della rinnovata identità bianca». Le parole di Elisabetta II sono piene di dolore: «Sono profondamente rattristata dagli spaventosi eventi di oggi a Christchurch», scrive la regina d'Inghilterra in un messaggio al governatore generale del Regno in Nuova Zelanda diffuso da Buckingham Palace. «Il principe Filippo e io inviamo le nostre condoglianze alle famiglie e agli amici di coloro che hanno perduto la vita. I miei pensieri e le mie preghiere sono con tutti i neozelandesi».Il cordoglio è unanime: «È il giorno più nero nella storia della Nuova Zelanda», ha commentato il primo ministro laburista Jacinda Ardern. In effetti finora l'arcipelago era stato risparmiato da gravi atti di terrorismo. L'avvocato di Luca Traini, «citato» dal killer, comunica che il suo assistito «è pentito per quanto ha commesso e si dissocia» dai fatti della Nuova Zelanda. l grande imam di Al Azhar, Ahmed el Tayyeb, la più alta autorità dell'Islam sunnita, ha lanciato un appello per criminalizzare l'islamofobia. Il manifesto dell'orrore by Tarrant si chiude con la scelta dell'obiettivo da colpire: «La moschea di Masjid Al Noor è frequentata da un numero ben più grande di invasori». E il giorno nero per i musulmani neozelandesi è cominciato da lì. Il bilancio: 49 morti e 48 feriti.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-morte-gli-invasori-uccisi-49-musulmani-alla-preghiera-del-venerdi-2631762363.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-doge-carlo-martello-e-traini-nellassurdo-pantheon-del-killer" data-post-id="2631762363" data-published-at="1772476036" data-use-pagination="False"> Un Doge, Carlo Martello e Traini nell’assurdo pantheon del killer Se qualcuno gli avesse chiesto di allestire un pantheon di eroi fiorentini, Brenton Tarrant sarebbe stato capace di affiancare Lorenzo il Magnifico a Pietro Pacciani. I caricatori delle armi usate per compiere l'assalto di Christchurch sono coperti di scritte con nomi che non hanno ragioni storiche per essere messi assieme. Un guazzabuglio perverso di rivendicazioni fantasiose e accostamenti impossibili. Carlo Martello e Luca Traini, il pistolero di Macerata. Il crociato Boemondo d'Altavilla e Alexandre Bissonette, che colpì le moschee del Quebec del 2017. E poi la battaglia di Lepanto del 1571 e quella di Vienna del 1683. Il pazzo assassino norvegese Anders Breivik e Bajo Pivlajnin. Le battaglie di Lepanto e Vienna fanno parte a buon diritto di un immaginario identitario tradizionale che è patrimonio collettivo d'Europa e non va dimenticato. Traviarle per giustificare la mattanza neozelandese, ovviamente, è pura pazzia. Entrambi gli scontri hanno visto prevalere una coalizione formata da potenze europee di religione cristiana che hanno frenato (temporaneamente la prima, in modo piuttosto decisivo la seconda) l'espansione dell'Impero Ottomano in Occidente. A Lepanto si distinse per il suo coraggio contro l'esercito turco Sebastiano Venier, uno fra i nomi scritti sul fucile di Tarrant: aveva 75 anni, era l'ammiraglio comandante della flotta veneziana. Si trovava sul ponte della nave «Capitana», al centro della flotta, accanto alla nave «Real« di don Giovanni d'Austria. Afflitto dalla gotta, era solito indossare pantofole anziché calzari militari. Governò di persona le balestre con cui infilzò circa una trentina di nemici. Al ritorno nella Serenissima, la sua condotta in battaglia lo fece eleggere Doge all'unanimità. Vendicando la morte di Marcantonio Bragadin - provveditore di Famagosta, sull'isola di Cipro - fatto scuoiare vivo dal comandante turco Lalà Mustafa dopo un assedio durato 11 mesi, nel 1571. Le citazioni di Tarrant vanno anche più indietro nel tempo. C'è Carlo Martello, nonno di Carlo Magno. Fabrizio De Andrè ne canta una divertente parodia nella canzone Re Carlo torna dalla guerra. Maggiordomo di palazzo della dinastia dei Merovingi - prima che i Franchi diventassero la popolazione egemone sull'Europa contribuendo alla costruzione del Sacro Romano Impero - deve la sua fama alla vittoria nella battaglia di Poitiers (o di Tour), verosimilmente avvenuta nell'anno 732 dopo Cristo, dove frenò l'espansionismo arabo che dall'Andalusia mirava alla Provenza. Il cronista dell'epoca, Sigeberto di Gembloux, afferma che durante lo scontro morì il governatore musulmano Abd al Raḥman al Ghafiqi. Gli storici di oggi ridimensionano la portata della battaglia, entrata però nella leggenda come primo momento costitutivo di una consapevolezza culturale e religiosa europea unitaria. Il medioevo ricorre, nella foga citazionista di Tarrant, con Boemondo d'Altavilla e Gastone IV di Bearn. Normanno stabilitosi a Taranto il primo, era figlio di Roberto il Guiscardo. Gastone di Bearn era invece un conte francese, sodale di Raimondo di Tolosa. Sono tra i capi della Prima crociata, quella che nel 1099 portò alla conquista di Gerusalemme contro i Fatimidi d'Egitto e i Turchi Selgiuchidi e alla costituzione di un regno crociato su base feudale affidato a Goffredo di Buglione. Garantendo, secoli dopo, robusto materiale alla letteratura del Tasso. Diversa è la storia di Bajo Pivljanin e di Novak Vujosevic. Il primo era un aiduco, un combattente montenegrino al soldo della Repubblica di Venezia durante la guerra veneziano-ottamana di metà Seicento. il secondo è l'eroe della Battaglia di Fundina, nel 1876: comandava una schiera di 5.000 montenegrini di religione cristiana che resistettero e vinsero in una dura battaglia contro l'esercito ottomano, quasi dieci volte superiore per numero. Nello scontro la leggenda narra che Vujosevic avrebbe ucciso 28 soldati turchi, ottenendo un riconoscimento solenne dall'imperatore russo. C'è poi la battaglia di Shipka Pass, località della Bulgaria in cui, nel 1877, più di 2.000 soldati russi e 5.000 volontari bulgari respinsero l'Impero Ottomano, che aveva portato sul campo circa 40.000 soldati. E c'è Milos Obilic, cavaliere serbo vissuto nel XIV secolo. Cronisti dell'epoca lo indicano come assassino del sultano ottomano Murad I nel corso della Battaglia del Kosovo, nel 1389. A guidare la resistenza contro le schiere musulmane, in quella circostanza, c'era il principe Lazar Hrebeljanovi della cosiddetta Serbia della Moravia. Se, a una carrellata di episodi e personaggi molto lontani e diversi tra loro, si aggiungono i nomi di Luca Traini, Alexandre Bissonette, Anders Breivik e altri stragisti contemporanei per giustificare le azioni compiute, è facile intuire come il detonatore della strage non siano le idee sovraniste di Tarrant ma la sua cartella psichiatrica. Gabriele Gambini
Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia, spiega che cosa sta succedendo: il Qatar sospende la produzione di Gnl e il prezzo del gas vola al Ttf di Amsterdam.
Ecco #DimmiLaVerità del 2 marzo 2026. Il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba ci racconta la sua odissea da vittima di dossieraggio.
Dal 2008 le nascite sono diminuite del 35,8% e nel 2024 il tasso di fertilità è sceso a 1,18 figli per donna, minimo storico. Numeri che descrivono un trend strutturale di lungo periodo e che proiettano l'Italia verso il cosiddetto «inverno demografico»: entro il 2050 meno residenti, più anziani e un sistema pensionistico a rischio.
Gli italiani non fanno più figli, una frase che ormai da qualche anno sentiamo ripetere quasi meccanicamente nei servizi dei vari telegiornali. Ci sono però diversi aspetti, al di là della magnitudine del calo della popolazione, che meriterebbero un approfondimento. Permetteteci un’anticipazione: la situazione è molto grave.
L'Italia sta attraversando una crisi demografica senza precedenti nella sua storia, un vero e proprio «inverno demografico» che rischia di lasciare il Paese in un gigantesco museo a cielo aperto, dove i visitatori ammireranno bellezze artistiche custodite da una popolazione sempre più anziana e meno numerosa. I dati dell'Istat per il 2024 sono piuttosto evidenti al riguardo.
Il tasso di fertilità, indicatore di riferimento in merito alla salute riproduttiva della popolazione, è crollato a 1,18 figli per donna, il minimo storico assoluto, mentre le proiezioni per il 2025 indicano un ulteriore crollo a 1,13. Per comprendere l'entità del disastro basta confrontare questi numeri con il livello di sostituzione demografica di 2,1 figli per donna, necessario per mantenere stabile una popolazione senza apporto migratorio. L'Italia, anche prendendo in considerazione l’immigrazione, si trova ormai a metà di quel traguardo, e la tendenza è inesorabilmente discendente.
Nel 2024 le nascite sono state 369.944, quasi 10.000 in meno rispetto all'anno precedente, con una contrazione del 2,6% che conferma la media annua del -2,7% registrata dal 2008. Rispetto al picco di quell’anno, quando nacquero oltre 576.000 bambini, il Paese ha perso più di un terzo delle nascite, con una diminuzione complessiva del 35,8%. Ma i dati provvisori relativi ai primi sette mesi del 2025 sono ancora più allarmanti: le nascite sono diminuite di circa 13.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2024, con un crollo del 6,3%.
Molti dei danni non sono più recuperabili, le donne in età riproduttiva (15-49 anni), ad esempio, che oggi ammontano a 11,5 milioni, si ridurranno a 9,1 milioni nel 2050. Anche ipotizzando un recupero della fecondità, il numero assoluto di nascite continuerà a calare per la semplice mancanza di potenziali madri.
Entro il 2050 la popolazione residente scenderà da 59 a 54,7 milioni, con un'età media record che arriverà ai 51 anni. Gli over 65 passeranno dal 24,3% al 34,6% della popolazione, mentre i giovani fino ai 14 anni scenderanno all'11,2%. Anche per questo dato le conseguenze sono autoevidenti: il rapporto tra popolazione attiva (15-64 anni) e anziani diventerà insostenibile, con i lavoratori attivi che diminuiranno da 37,4 a 29,7 milioni, mentre gli ultra-sessantacinquenni cresceranno considerevolmente. L'INPS ha già lanciato l’allarme sul fatto che il sistema pensionistico non sarà più finanziabile senza deficit, con un rapporto attivi/pensionati che diventerà matematicamente ingestibile.
La trasformazione demografica riguarderà anche le famiglie italiane, o forse sarebbe più corretto dire le «non-famiglie», visto che le proiezioni ISTAT per il 2050 indicano che solo famiglia su cinque sarà composta da una coppia con figli (oggi sono tre su dieci). Mentre il 41,1% sarà formata da persone sole, rispetto al 36,8% attuale. La dimensione media familiare si ridurrà da 2,21 a 2,03 componenti, con un incremento del 13% delle persone sole che porterà il loro numero da 9,7 a 11 milioni. Tra queste, gli anziani soli cresceranno da 4,6 a 6,5 milioni, persone che in molti casi dovranno affrontare la vecchiaia senza rete familiare di supporto.
Le conseguenze economiche e sociali si faranno sentire; un Paese con meno consumatori, meno domanda interna, meno innovazione e una popolazione lavorativa in contrazione, vedrà giocoforza la propria competitività globale diminuire. L'economia italiana dovrà fare i conti con una spirale «deflattiva» permanente: meno giovani significano meno imprese innovative, meno startup, meno dinamismo imprenditoriale e, più banalmente, meno forza lavoro disponibile.
L'Italia rischia quindi di diventare un «Paese museo» non solo metaforicamente ma anche nella realtà. Ci vengano perdonati i toni allarmistici, ma di allarme si tratta. Senza interventi strutturali radicali il 2050 potrebbe simbolicamente segnare l'ingresso definitivo dell'Italia in una nuova era demografica, quella di una civiltà che ha smesso di riprodursi e che contempla il proprio declino con la rassegnazione di chi osserva un reperto archeologico.
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Uno specialista del 4° Reggimento Alpini paracadutisti in Alaska (Esercito Italiano)
L’esercitazione, che si è sviluppata in uno scenario warfighting con confronto tra forze contrapposte di pari livello tecnologico (peer-to-peer) in ambiente artico, è stata caratterizzata da un forte realismo ed un elevato grado di complessità, con il coinvolgimento di assetti di varie nazioni, un rilevante numero di personale e mezzi operativi e di supporto nella vasta area addestrativa di Fort Wainwright.
Nel corso dell’attività si è strutturato il confronto sul terreno di due unità di livello Brigata (Infrantry Brigade Combat Team) e i Ranger hanno operato in stretto collegamento con i Berretti Verdi del 10° Special Forces Group dello United States Army Special Operations Command (USASOC), costituendo distaccamenti operativi, per la condotta di Operazioni Speciali nelle aree assegnate e a supporto delle rispettive Forze di manovra.
Durante le tre settimane di esercitazione, il focus addestrativo ha riguardato la condotta di tutto lo spettro delle Operazioni Speciali con specifico riferimento alle attività cinetiche in ambiente artico innevato. Sono state svolte ricognizioni speciali anche a lungo raggio grazie all’impiego di motoslitte, azioni dirette di varia tipologia (sia stand off con guida terminale di munizionamento, raid con l’utilizzo di droni FPV, sia hands on con demolizione di manufatti, recupero di materiali o imboscate) e anche attività di assistenza a favore di possibili forze irregolari.
A conclusione dell’attività addestrativa, il Comandante del COMFOSE, il Generale di Brigata Carmine Vizzuso e il Comandante del 4° reggimento Alpini Paracadutisti, il Colonnello Paolo Rocchi, si sono recati in visita a Fort Wainwright per visionare alcune delle attività condotte dai Ranger e partecipare all’attività dimostrativa organizzata dal JPMRC-AK.
L’esercitazione ha rappresentato un’opportunità addestrativa molto proficua ed unica nel suo genere, permettendo ai membri delle Forze Speciali di operare in uno scenario ad alta intensità e con ritmi operativi serrati, in un ambiente naturale estremo e permettendo ai Ranger di incrementare ulteriormente l’interoperabilità con le forze speciali e le forze convenzionali di altri Paesi.
I Ranger dell’Esercito, preparati a condurre tutto lo spettro delle Operazioni Speciali (Military Assistance, Special Reconnaissance e Direct Action), sono particolarmente addestrati ed equipaggiati per operare in contesti ad alta intensità e complessità, con uno specifico focus sul combattimento in ambiente montano artico.
Il 4° reggimento Alpini paracadutisti rappresenta un’eccellenza assoluta, i cui operatori, apprezzati anche a livello internazionale, sono in grado di intervenire sempre con la massima prontezza e tempestività in ogni situazione.
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