2018-11-16
Il 5G cinese contro i terremoti
Nel 2020 in Italia arriverà il 5G, cioè la quinta generazione della comunicazione mobile. Queste tecnologia, come è stato illustrato nel primo summit italiano organizzato all'Aquila dalla compagnia cinese Zte, permetterà di ridurre la latenza nell'utilizzo di Internet, cioè renderà le nostre interazioni con i device digitali molto più veloci, quasi istantanee.
La compagnia cinese Zte, che è una delle quattro aziende di telecomunicazioni più importanti al mondo, sta partecipando attivamente alla sperimentazione in Italia attraverso varie iniziative. Una di queste, con il sostegno del Ministero dello sviluppo economico, è ora in atto nelle aree di Prato e dell'Aquila insieme a Open fiber e Wind Tre.
«L'Italia è per noi un Paese molto importante», ha detto Hu Kun, giovane amministratore delegato di Zte Italia. «E il nostro investimento qui è di lunga durata». Nel capoluogo abruzzese – tra le cinque città selezionate dal Mise per la sperimentazione – è stato creato dal colosso cinese lo Zirc, centro di innovazione e ricerca focalizzato su servizi e tecnologie innovative, dove è a disposizione di ricercatori e sperimentatori una data room avanzatissima con gli ultimi dispositivi anche prototipali. Essa è inserita in un ecosistema di imprese e pubbliche amministrazioni locali e centrali allo scopo di testare i casi di utilizzo del 5G.
Si prevede che gli scenari di applicazione di quest'ultimo includeranno la comunicazione mobile massiva, con un'esperienza utente più fluida, ma soprattutto, nel settore dell'Industria, permetteranno il controllo wireless dei processi di produzione, la chirurgia medica a distanza, l'automazione della distribuzione e la sicurezza del trasporto. Inoltre, si sta lavorando all'uso del 5G anche per garantire collegamenti su dispositivi a basso costo e con una durata di batteria molto lunga.
Ieri all'Aquila sono state svolte diverse dimostrazioni pratiche, tra cui quella che offre soluzioni per la prevenzione dei terremoti e la gestione dell'emergenza. Zte, che era stata messa in grave difficoltà dal ban degli Usa (il veto imposto da Trump alle aziende che hanno rapporti commerciali con L'Iran e la Corea del Nord), ha poi ripreso la sua regolare attività ed è pronta a rivoluzionare la comunicazione mobile globale scommettendo proprio sull'Italia. «Questa tecnologia sarà uno spartiacque per il modo di produrre e il modo di lavorare», ha ribadito Kun. «Grazie a una velocità paragonabile a una reazione umana si possono sviluppare innumerevoli applicazioni, tra cui quella della connessione tra le auto o tra le auto e i semafori. Con questa velocità le auto potranno interagire autonomamente in tempo reale, evitando o riducendo significativamente gli incidenti», ha aggiunto. «Continuiamo a lavorare con i partner e a collaborare con il governo affinché la roadmap sia pienamente percorsa», in quanto «siamo l'unica azienda al mondo ad essersi piazzata per otto anni fra i primi tre posti nella classifica mondiale dei brevetti e ad essere stata al primo posto per ben tre anni».
Per Jeffrey Hedberg, ad di Wind Tre, intervenuto al summit, ha spiegato che la sua compagnia «sta realizzando modelli di business che trasformano gli operatori Tlc da fornitori di connettività a sviluppatori di ecosistemi e servizi smart per aziende e cittadini». Dopo la gara 5G, il cui esito è stato reso pubblico dal Mise il 2 ottobre scorso, «nell'accelerazione sui piani di investimento gli operatori delle telecomunicazioni stanno facendo la loro parte, ma è necessario che tutti gli attori politico-istituzionali e i regolatori diano il loro contributo per favorire la creazione di un nuovo ecosistema».
Colosso da 84.000 dipendenti sbarcato in Italia nel 2005
Italia culla della sperimentazione del 5G, la tecnologia che renderà la nostra comunicazione mobile più veloce e fluida. E a guidarci verso questa metà sarà la Zte Corporation, nata nel 1985, oggi quotata alle borse di Shenzhen e Hong Kong. La società cinese, che lavora con più di cinquecento operatori in oltre centosessanta Paesi e che ha in organico 84mila dipendenti, opera in Europa da 15 anni, e solo nel nostro Paese, in cui è presente dal 2005, è passata dall’avere quasi cento dipendenti nel 2016 a più di mille nel 2018. Zte, che a livello globale nel 2017 ha registrato un fatturato di quasi 14 miliardi di euro, con un tasso di crescita del 7.5% rispetto all’anno precedente, investe ogni anno almeno il 10% del fatturato in attività di ricerca e sviluppo, posizionandosi tra le prime società internazionali che partecipano fattivamente alla definizione di nuovi standard nel settore delle telecomunicazioni. Il gruppo, a livello mondiale, conta 20 centri di ricerca e sviluppo all’avanguardia – in Usa, Canada, Cina ed Europa – ed impiega oltre 30mila professionisti della ricerca in tecnologie di nuova generazione come 5G, IoT, NFV, SDN, Cloud computing e Big data. Nel 2017, per il settimo anno consecutivo, Zte è rientrata nella classifica dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (Wipo) tra le prime tre aziende in materia di brevetti: oltre 30mila domande approvate, di cui 1.700 realtive al 5G, settore nel quale è leader indiscussa. Quanto all’Italia, la volontà del gruppo è quella di farne l’hub centrale delle operazioni di Zte in Europa e il cuore delle sperimentazioni del 5G e dei suoi servizi. Una strategia di lungo periodo che prevede l’investimento di circa 500 milioni nei prossimi 5 anni, oltre ai 100 già investiti. Zte Italia consta di due divisioni: Zis (Zte Italia Servizi) e Zirc (che è il centro situato all’Aquila in cui si è appena tenuto il summit sul 5G). A Livello locale, l’azienda ha avviato collaborazioni con oltre 100 aziende italiane. Non solo: «Abbiamo collaborato con l'Università dell'Aquila e con i partner commerciali per dare vita con successo a un'applicazione per il monitoraggio dei terremoti basata su tecniche 5G», ha spiegato Xiao Ming, presidente global sales. «Su questa piattaforma ci dedicheremo ad accelerare lo sviluppo commerciale consentiremo a 5G di penetrare la nostra vita il prima possibile. Credo fermamente che il 5G cambierà la nostra industria, l'agricoltura, il commercio, l'intrattenimento e persino il nostro stile di vita». L’Italia, in tal mondo, andrà sempre di più verso il cosiddetto Internet delle cose (IOT), cioè verso l’implementazione di tecnologie che permettano di collegare ala Rete qualunque tipo di apparato. Tutto ciò, per partire, ha necessità di adeguate infrastrutture, che sono esattamente ciò a cui la cinese Zte sta lavorando, compresa la realizzazione in house di particolari chip per mettere in connessione device e altri strumenti di uso quotidiano. Entrando nel dettaglio di Zte Italia, esistono due business unit: terminali e network. La prima si occupa di automotive e di commercializzazione cosiddetta “a basso rischio” di prodotti di telefonia mobile con i principali operatori sul territorio italiano. La seconda, invece, è diretta a trovare soluzioni per telecomunicazioni wireline e wirless, dispositivi fissi e mobili, con un focus sulle architetture hardware. Negli ultimi anni Zte si è resa protagonista di numerosi accordi e operazioni strategiche nei settori di infrastruttura di rete. Risale al dicembre 2016 la partnership con Wind Tre, finalizzata alla realizzazione di una rete unica che permetterà la riconversione tecnologica di ammortamento orientata al 5G in tutto il Paese. Come ha spiegato durante il summit sul 5G dell’Aquila Benoit Hanssen, cto di Wind Tre, «la nostra rete, che comprende 400 angoli dell’Italia, per ora è stata modernizzata al 50%, ma contiamo di arrivare al 100% nel corso del 2019». Secondo le stime di Jeffrey Hedberg, ceo di Wind Tre, grazie alla tecnologia 5G «verranno generati 151 miliardi di euro».
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Il colosso Zte ha presentato a L'Aquila il centro di ricerca sulle frequenze di quinta generazione. L'ad Hu Kun: «Progetto di lungo termine per integrare la smart city». Lo speciale contiene due articoli. Nel 2020 in Italia arriverà il 5G, cioè la quinta generazione della comunicazione mobile. Queste tecnologia, come è stato illustrato nel primo summit italiano organizzato all'Aquila dalla compagnia cinese Zte, permetterà di ridurre la latenza nell'utilizzo di Internet, cioè renderà le nostre interazioni con i device digitali molto più veloci, quasi istantanee. La compagnia cinese Zte, che è una delle quattro aziende di telecomunicazioni più importanti al mondo, sta partecipando attivamente alla sperimentazione in Italia attraverso varie iniziative. Una di queste, con il sostegno del Ministero dello sviluppo economico, è ora in atto nelle aree di Prato e dell'Aquila insieme a Open fiber e Wind Tre.«L'Italia è per noi un Paese molto importante», ha detto Hu Kun, giovane amministratore delegato di Zte Italia. «E il nostro investimento qui è di lunga durata». Nel capoluogo abruzzese – tra le cinque città selezionate dal Mise per la sperimentazione – è stato creato dal colosso cinese lo Zirc, centro di innovazione e ricerca focalizzato su servizi e tecnologie innovative, dove è a disposizione di ricercatori e sperimentatori una data room avanzatissima con gli ultimi dispositivi anche prototipali. Essa è inserita in un ecosistema di imprese e pubbliche amministrazioni locali e centrali allo scopo di testare i casi di utilizzo del 5G. Si prevede che gli scenari di applicazione di quest'ultimo includeranno la comunicazione mobile massiva, con un'esperienza utente più fluida, ma soprattutto, nel settore dell'Industria, permetteranno il controllo wireless dei processi di produzione, la chirurgia medica a distanza, l'automazione della distribuzione e la sicurezza del trasporto. Inoltre, si sta lavorando all'uso del 5G anche per garantire collegamenti su dispositivi a basso costo e con una durata di batteria molto lunga. Ieri all'Aquila sono state svolte diverse dimostrazioni pratiche, tra cui quella che offre soluzioni per la prevenzione dei terremoti e la gestione dell'emergenza. Zte, che era stata messa in grave difficoltà dal ban degli Usa (il veto imposto da Trump alle aziende che hanno rapporti commerciali con L'Iran e la Corea del Nord), ha poi ripreso la sua regolare attività ed è pronta a rivoluzionare la comunicazione mobile globale scommettendo proprio sull'Italia. «Questa tecnologia sarà uno spartiacque per il modo di produrre e il modo di lavorare», ha ribadito Kun. «Grazie a una velocità paragonabile a una reazione umana si possono sviluppare innumerevoli applicazioni, tra cui quella della connessione tra le auto o tra le auto e i semafori. Con questa velocità le auto potranno interagire autonomamente in tempo reale, evitando o riducendo significativamente gli incidenti», ha aggiunto. «Continuiamo a lavorare con i partner e a collaborare con il governo affinché la roadmap sia pienamente percorsa», in quanto «siamo l'unica azienda al mondo ad essersi piazzata per otto anni fra i primi tre posti nella classifica mondiale dei brevetti e ad essere stata al primo posto per ben tre anni». Per Jeffrey Hedberg, ad di Wind Tre, intervenuto al summit, ha spiegato che la sua compagnia «sta realizzando modelli di business che trasformano gli operatori Tlc da fornitori di connettività a sviluppatori di ecosistemi e servizi smart per aziende e cittadini». Dopo la gara 5G, il cui esito è stato reso pubblico dal Mise il 2 ottobre scorso, «nell'accelerazione sui piani di investimento gli operatori delle telecomunicazioni stanno facendo la loro parte, ma è necessario che tutti gli attori politico-istituzionali e i regolatori diano il loro contributo per favorire la creazione di un nuovo ecosistema».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/5g-in-italia-2619906620.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="colosso-da-84-000-dipendenti-sbarcato-in-italia-nel-2005" data-post-id="2619906620" data-published-at="1771657348" data-use-pagination="False"> Colosso da 84.000 dipendenti sbarcato in Italia nel 2005 Italia culla della sperimentazione del 5G, la tecnologia che renderà la nostra comunicazione mobile più veloce e fluida. E a guidarci verso questa metà sarà la Zte Corporation, nata nel 1985, oggi quotata alle borse di Shenzhen e Hong Kong. La società cinese, che lavora con più di cinquecento operatori in oltre centosessanta Paesi e che ha in organico 84mila dipendenti, opera in Europa da 15 anni, e solo nel nostro Paese, in cui è presente dal 2005, è passata dall’avere quasi cento dipendenti nel 2016 a più di mille nel 2018. Zte, che a livello globale nel 2017 ha registrato un fatturato di quasi 14 miliardi di euro, con un tasso di crescita del 7.5% rispetto all’anno precedente, investe ogni anno almeno il 10% del fatturato in attività di ricerca e sviluppo, posizionandosi tra le prime società internazionali che partecipano fattivamente alla definizione di nuovi standard nel settore delle telecomunicazioni. Il gruppo, a livello mondiale, conta 20 centri di ricerca e sviluppo all’avanguardia – in Usa, Canada, Cina ed Europa – ed impiega oltre 30mila professionisti della ricerca in tecnologie di nuova generazione come 5G, IoT, NFV, SDN, Cloud computing e Big data. Nel 2017, per il settimo anno consecutivo, Zte è rientrata nella classifica dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (Wipo) tra le prime tre aziende in materia di brevetti: oltre 30mila domande approvate, di cui 1.700 realtive al 5G, settore nel quale è leader indiscussa. Quanto all’Italia, la volontà del gruppo è quella di farne l’hub centrale delle operazioni di Zte in Europa e il cuore delle sperimentazioni del 5G e dei suoi servizi. Una strategia di lungo periodo che prevede l’investimento di circa 500 milioni nei prossimi 5 anni, oltre ai 100 già investiti. Zte Italia consta di due divisioni: Zis (Zte Italia Servizi) e Zirc (che è il centro situato all’Aquila in cui si è appena tenuto il summit sul 5G). A Livello locale, l’azienda ha avviato collaborazioni con oltre 100 aziende italiane. Non solo: «Abbiamo collaborato con l'Università dell'Aquila e con i partner commerciali per dare vita con successo a un'applicazione per il monitoraggio dei terremoti basata su tecniche 5G», ha spiegato Xiao Ming, presidente global sales. «Su questa piattaforma ci dedicheremo ad accelerare lo sviluppo commerciale consentiremo a 5G di penetrare la nostra vita il prima possibile. Credo fermamente che il 5G cambierà la nostra industria, l'agricoltura, il commercio, l'intrattenimento e persino il nostro stile di vita». L’Italia, in tal mondo, andrà sempre di più verso il cosiddetto Internet delle cose (IOT), cioè verso l’implementazione di tecnologie che permettano di collegare ala Rete qualunque tipo di apparato. Tutto ciò, per partire, ha necessità di adeguate infrastrutture, che sono esattamente ciò a cui la cinese Zte sta lavorando, compresa la realizzazione in house di particolari chip per mettere in connessione device e altri strumenti di uso quotidiano. Entrando nel dettaglio di Zte Italia, esistono due business unit: terminali e network. La prima si occupa di automotive e di commercializzazione cosiddetta “a basso rischio” di prodotti di telefonia mobile con i principali operatori sul territorio italiano. La seconda, invece, è diretta a trovare soluzioni per telecomunicazioni wireline e wirless, dispositivi fissi e mobili, con un focus sulle architetture hardware. Negli ultimi anni Zte si è resa protagonista di numerosi accordi e operazioni strategiche nei settori di infrastruttura di rete. Risale al dicembre 2016 la partnership con Wind Tre, finalizzata alla realizzazione di una rete unica che permetterà la riconversione tecnologica di ammortamento orientata al 5G in tutto il Paese. Come ha spiegato durante il summit sul 5G dell’Aquila Benoit Hanssen, cto di Wind Tre, «la nostra rete, che comprende 400 angoli dell’Italia, per ora è stata modernizzata al 50%, ma contiamo di arrivare al 100% nel corso del 2019». Secondo le stime di Jeffrey Hedberg, ceo di Wind Tre, grazie alla tecnologia 5G «verranno generati 151 miliardi di euro».
Luigi Di Maio (Imagoeconomica)
La notizia è stata data direttamente su Linkedin da Di Maio, che grazie all’esperienza come ministro degli Esteri nel maggio 2023 è stato nominato rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico. Nelle scorse settimane il suo nome è circolato anche come possibile coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. «Assumerò questo nuovo ruolo con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, le relazioni Europa-Golfo e le dinamiche geopolitiche», ha scritto l’ex ministro.
Il post con la sua nomina ha scatenato gli applausi e i complimenti di sceicchi e manager di fondi e grandi aziende saudite, emiratine e del Qatar. Non è un caso, ovviamente. Si vede che l’ex delfino di Beppe Grillo, in questi due anni e mezzo, si è fatto ben volere da banchieri e manager in tunica bianca. Del resto, come abbiamo imparato a nostre spese, sveglio è sveglio. E anche se da giovane ha pensato più a fare politica che a studiare (ha la maturità classica), tutti coloro che hanno lavorato con lui, ambasciatori compresi, gli riconoscono una grande umiltà e molta voglia di apprendere.
Al King’s College, poi, non fanno certo la carità: i cv li sanno leggere, ma sanno anche pesare le reti relazionali. Così hanno ingaggiato Di Maio per rafforzare il loro prestigioso Dipartimento, dove sui banchi dei master arriva la crema degli ufficiali di Sua Maestà. Di Maio, professionalmente, proviene dal Golfo Persico e guarda caso il primo mercato per l’industria bellica britannica è proprio quello, con l’Arabia saudita in testa alle classifiche con vendite per 4,5 miliardi di sterline tra il 2021 e il 2025 (fonte: governo Regno Unito). E l’anno scorso, per il governo britannico, si è registrato il valore più alto di esportazioni di armi da oltre 40 anni (20 miliardi di sterline).
Di Maio, comunque, era amato a Londra anche prima di essere spedito tra le dune dall’Onu. Ha servito come ministro degli Esteri nel Conte II (2019-2021) e nel governo Draghi (2021-2022) e ha sempre tenuto a rafforzare il più possibile i legami con il Regno Unito, nonostante la Brexit e i tanti dispettucci inglesi ai nostri emigrati. Da ministro e da vicepremier, lo statista di Pomigliano d’Arco ha sempre sostenuto che l’Unione europea non dovesse «punire» il Regno Unito per la sua uscita, allo scopo di evitare choc economici da entrambe le parti. Di Maio ha più volte ribadito «l’amicizia solida» con Londra, anche quando fu eletto Boris Johnson (2019) e ha stretto un grande rapporto con Dominic Raab, ex sottosegretario agli Esteri. Tra i vari campi nei quali ha collaborato con Londra c’è stato anche quello della ricerca sui vaccini. Ma forse uno dei dossier che oggi pesa di più, per la carriera inglese dell’ex grillino, è quello della stabilizzazione della Libia.
L’incarico di docente onorario ha poco peso dal punto di vista didattico, ma consente di fare ricerca. E non è poco per un Di Maio che da ragazzo si iscrisse senza fortuna prima a ingegneria informatica e poi a giurisprudenza. In soli sei anni, è passato da lanciare Lino Banfi sul palco del Teatro Brancaccio come rappresentante dell’Italia all’Unesco a lanciare sé stesso in uno degli atenei più prestigiosi del mondo. Un ateneo che ha sfornato 14 premi Nobel. Difficile che il quindicesimo sia il nostro «Giggino», quello che annunciava da Palazzo Chigi: «Abbiamo abolito la povertà». Ma con uno come lui, mai dire mai.
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Ansa
L’agente, riferiscono ambienti della difesa, è profondamente provato da quanto sta emergendo. Non solo per il peso dell’accusa, ma per la rappresentazione che, giorno dopo giorno, viene restituita del suo operato. Al legale ha ribadito di non aver mai avuto rapporti con gli spacciatori della zona, né contatti opachi con il mondo del boschetto. Una ricostruzione che respinge con decisione e che - sostiene - non ha nulla a che vedere con la sua storia professionale.
Dal punto di vista tecnico, la linea difensiva resta immutata. Per Porciani è difficile sostenere l’ipotesi dell’omicidio volontario a fronte di uno sparo esploso a oltre venti metri di distanza, in un contesto di scarsa visibilità, con una traiettoria che - come emerso dagli accertamenti autoptici - non presenta le caratteristiche di un colpo d’esecuzione. Un solo proiettile, esploso in pochi istanti, dopo essersi visto puntare contro quella che appariva come un’arma vera. «Non avevo alcuna intenzione di uccidere», è il concetto che l’assistente capo continua a ribadire.
In parallelo, dagli interrogatori degli altri poliziotti - difesi dagli avvocati Massimo Pellicciotta, Antonio Buondonno e Matteo Cherubini - emerge una linea difensiva distinta ma convergente su un punto: nessuno di loro avrebbe avuto un ruolo nello sparo. Tutti hanno risposto alle domande del pm Giovanni Tarzia chiarendo di essere arrivati in momenti diversi sulla scena: uno era vicino a C.C. al momento del colpo, gli altri sono giunti subito dopo. Nei verbali, però, ciascuno ha riferito che le fasi successive sarebbero state gestite dal collega più anziano, indicato come il più esperto del gruppo, anche attraverso comunicazioni non veritiere, come quella - contestata - sulla chiamata dell’ambulanza. Per la Procura di Milano uno dei passaggi chiave dell’inchiesta riguarda ciò che sarebbe accaduto nei minuti successivi allo sparo. Dalle verifiche emergerebbe che il collega più vicino all’agente, prima della chiamata al 118 si sarebbe recato al commissariato Mecenate, per poi tornare sul posto con una borsa, di cui gli altri poliziotti avrebbero detto di ignorare il contenuto. Un elemento che rafforza l’ipotesi investigativa secondo cui la pistola a salve trovata accanto al corpo possa essere stata collocata dopo, tesi sostenuta anche dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali della famiglia Mansouri. Sullo sfondo c’è poi il ritardo di circa 23 minuti nell’allertare i soccorsi, punto centrale dell’accusa di omissione contestata agli agenti.
Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: «Sono compiaciuto che la Polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno. Accetteremo con assoluta serenità ciò che emergerà».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
La morte di Virginia Giuffre, la grande accusatrice di Jeffrey Epstein e dell’ormai ex principe Andrea; il libro postumo in cui testimonia ciò che non è riuscita a testimoniare da viva in un’Aula di tribunale e la pressione del mondo Maga vicino a Donald Trump hanno alzato il velo su uno scandalo mondiale. Presidenti, imprenditori, intellettuali e faccendieri, tutti insieme appassionatamente, tutti uniti da lussuria e cupidigia, da interessi e vizi. Non sono un moralista e mi interessa poco in quale letto finiscano la serata gli uomini politici e i grandi imprenditori della rivoluzione digitale. Tuttavia, qui non sono in discussione le vite private delle persone e nemmeno le pratiche sessuali di ciascuno. Nel caso Epstein emerge un sistema fondato sull’abuso, sulla violazione delle regole, sullo sfruttamento delle persone e delle informazioni riservate, sulla capacità di tessere relazioni che andavano oltre gli Stati, gli schieramenti, le aziende.
Dicono che Epstein sia stato un grande manipolatore. Di certo, è stato un uomo che pur non avendo alcun titolo da vantare - non era neppure professore - è riuscito a fingersi prima insegnante, poi banchiere, quindi consigliere speciale di fior di imprenditori e infine intimo amico di magnati e principi. Di lui si può dire che sapeva come sfruttare per il proprio tornaconto l’animo e le debolezze umane. Per anni ha costruito una ragnatela in cui è riuscito a intrappolare aspiranti altezze reali (non c’è solo il figlio prediletto della regina Elisabetta, ma anche qualche altra testa coronata della vecchia Europa), fior di banchieri, capi di Stato, ministri, ambasciatori, artisti. A questi personaggi ricchi e potenti offriva donne, spesso ragazzine minorenni abbacinate dal lusso e dunque facili prede. E negli incontri riservati o nelle feste non mancava neppure la droga, che a quanto pare Epstein faceva coltivare direttamente in una delle sue proprietà, in modo da non rimanere mai senza.
Raccontata così, la storia potrebbe apparire una vicenda assai simile, anche se sviluppata alla grande, a quella di Alberto Genovese, il mago della fintech che a Milano aveva trasformato il suo appartamento in una specie di isola per orge a base di droga. Ma a Terrazza sentimento, dove si impasticcavano e stupravano le ragazze, manca rispetto a Pedophileisland l’elemento del ricatto e del malaffare. Se il fondatore di Facile.it violentava le giovani dopo averle stordite con la droga dello stupro, con Epstein le ragazze erano schiave di una cupola in cui si manipolavano segreti e potere. Le minorenni servivano per ottenere dal principe Andrea le informazioni riservate del governo inglese. I soldi e forse altro erano necessari per avere la compiacenza del primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland. E poi c’era Jack Lang, il superministro della cultura di Mitterand e di tanti governi francesi, uno degli uomini più potenti degli Emirati arabi, Bin Sulayem, l’ex funzionaria della Casa Bianca ai tempi di Obama, Kathryn Ruemmler, ora a capo dell’ufficio legale della Goldman Sachs e, sempre vicino a Obama, l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, fino a ieri presidente della Harvard University, e poi il genio dell’informatica Bill Gates, con il super genio della cinematografia Woody Allen. L’elenco è lungo, ma l’eterogeneità delle persone coinvolte dimostra che Epstein non si poneva limiti. Da ciascuno, americano o non, ricco o solo potente, poteva riuscire in qualche modo a guadagnare, lavorando sull’eugenetica, la geopolitica o i vaccini. Così ha accumulato un patrimonio enorme, stimato da alcuni come assai vicino al miliardo. Sesso, sangue (a Zorro ranch nel New Mexico sarebbero sepolti i cadaverici di due giovani, strangolate durante un rapporto fetish) e soldi. Un intrigo internazionale al cui confronto ogni altro giallo impallidisce, perché nessun’altra storia ha avvolto nella sua tela così tante vittime e si è diffusa in tutto il mondo, occupandosi di governi, monarchie e persino di pontefici da eliminare. Ma quello che abbiamo finora scoperto forse è solo l’inizio.
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Donald Trump (Getty Images)
Se il Congresso avesse inteso conferire il potere distinto e straordinario di imporre tariffe, lo avrebbe fatto espressamente, come ha costantemente fatto in altre leggi tariffarie», si legge nell’opinione di maggioranza, che, secondo il sito specializzato Scotusblog, non ha tuttavia chiarito se il governo federale debba effettuare o meno dei rimborsi.
«La sentenza è profondamente deludente, mi vergogno di alcuni membri della Corte Suprema», ha tuonato il presidente americano, accusando il massimo organo giudiziario statunitense di essere «influenzato da interessi stranieri». L’inquilino della Casa Bianca ha anche annunciato che imporrà «una tariffa globale del 10% ai sensi della Sezione 122».
In sostanza, secondo la Corte Suprema, Trump, usando lo Ieepa per imporre delle tariffe, avrebbe ecceduto nel suo potere, bypassando l’autorità del Congresso. Ricordiamo che i dazi interessati dalla sentenza non sono quelli settoriali, imposti ad acciaio e alluminio, che erano stati decretati ai sensi della Sezione 232 del Trade expansion act del 1962. A essere cassate sono invece in gran parte state le tariffe che Trump aveva definito «reciproche», annunciandole per la prima volta lo scorso aprile in occasione del cosiddetto «Giorno della liberazione». Secondo Fortune, il valore complessivo dei dazi annullati si aggirerebbe attorno ai 175 miliardi di dollari. La sentenza di ieri era in parte attesa, visto che, durante il dibattimento avvenuto l’anno scorso, vari supremi togati avevano espresso scetticismo sulle posizioni espresse dai legali della Casa Bianca.
Il cuore dello scontro ha riguardato il senso stesso della linea tariffaria del presidente americano. Secondo Trump, i dazi rientrano nel perimetro della politica estera, più che di quella economica. Per l’inquilino della Casa Bianca, le tariffe sono da intendersi principalmente come uno strumento di tutela della sicurezza nazionale, per ridurre la dipendenza americana dalla Cina nelle catene di approvvigionamento strategiche. Non a caso, ieri, Trump ha rivendicato di aver usato le tariffe per fermare delle guerre e per bloccare il flusso di fentanyl. La maggioranza dei giudici ha invece interpretato le tariffe in senso classico e non hanno ammesso la visione trumpiana del potere esecutivo.
Come che sia, l’amministrazione americana si era da tempo preparata a ricorrere a delle vie alternative allo Ieepa: e Trump ha detto ieri di essere pronto ad agire in tal senso. Secondo Nbc News, tra gli strumenti a sua disposizione rientrano la Sezione 338 del Tariff act del 1930, la Sezione 232 del Trade expansion act del 1962, la Sezione 201 del Trade act del 1974, la Sezione 301 del Trade act del 1974 e la Sezione 122 del Trade act del 1974. La stessa Goldman Sachs ha riferito che la Casa Bianca sarebbe pronta a usare degli strumenti legislativi alternativi per mantenere i dazi. Il punto è che lo Ieepa garantiva al presidente maggiore rapidità. E questo, per lui, rappresentava un fattore positivo in termini di efficacia. «Nessuno può negare che l’uso dei dazi da parte del presidente abbia fruttato miliardi di dollari e creato un’enorme leva per la strategia commerciale americana e per garantire solidi e reciproci accordi commerciali “America first” con Paesi che avevano sfruttato i lavoratori americani per decenni», ha affermato lo Speaker della Camera, Mike Johnson. «Il Congresso e l’amministrazione», ha proseguito, «determineranno la strada migliore da seguire nelle prossime settimane». Trump ieri ha comunque detto di non aver bisogno di passare per il Congresso.
Un ultimo aspetto da considerare riguarda la Corte Suprema. Per anni una certa vulgata non ha fatto che ripetere che quest’organo fosse prono a Donald Trump, visto che sei dei suoi nove componenti attuali è di nomina repubblicana. Ebbene, la sentenza di ieri ha dimostrato che le cose non stanno così. Tra l’altro, a schierarsi a favore dell’annullamento dei dazi sono stati anche due dei togati nominati dallo stesso Trump durante il primo mandato: Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett. D’altronde, i giudici sono inamovibili e godono dell’intangibilità del loro trattamento economico: il che ne garantisce l’autonomia. Insomma, che la Corte Suprema sia in mano all’attuale presidente americano si conferma un’eclatante sciocchezza. Così come la narrazione che vorrebbe gli Stati Uniti sprofondati in una dittatura.
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