2018-11-16
Il 5G cinese contro i terremoti
Nel 2020 in Italia arriverà il 5G, cioè la quinta generazione della comunicazione mobile. Queste tecnologia, come è stato illustrato nel primo summit italiano organizzato all'Aquila dalla compagnia cinese Zte, permetterà di ridurre la latenza nell'utilizzo di Internet, cioè renderà le nostre interazioni con i device digitali molto più veloci, quasi istantanee.
La compagnia cinese Zte, che è una delle quattro aziende di telecomunicazioni più importanti al mondo, sta partecipando attivamente alla sperimentazione in Italia attraverso varie iniziative. Una di queste, con il sostegno del Ministero dello sviluppo economico, è ora in atto nelle aree di Prato e dell'Aquila insieme a Open fiber e Wind Tre.
«L'Italia è per noi un Paese molto importante», ha detto Hu Kun, giovane amministratore delegato di Zte Italia. «E il nostro investimento qui è di lunga durata». Nel capoluogo abruzzese – tra le cinque città selezionate dal Mise per la sperimentazione – è stato creato dal colosso cinese lo Zirc, centro di innovazione e ricerca focalizzato su servizi e tecnologie innovative, dove è a disposizione di ricercatori e sperimentatori una data room avanzatissima con gli ultimi dispositivi anche prototipali. Essa è inserita in un ecosistema di imprese e pubbliche amministrazioni locali e centrali allo scopo di testare i casi di utilizzo del 5G.
Si prevede che gli scenari di applicazione di quest'ultimo includeranno la comunicazione mobile massiva, con un'esperienza utente più fluida, ma soprattutto, nel settore dell'Industria, permetteranno il controllo wireless dei processi di produzione, la chirurgia medica a distanza, l'automazione della distribuzione e la sicurezza del trasporto. Inoltre, si sta lavorando all'uso del 5G anche per garantire collegamenti su dispositivi a basso costo e con una durata di batteria molto lunga.
Ieri all'Aquila sono state svolte diverse dimostrazioni pratiche, tra cui quella che offre soluzioni per la prevenzione dei terremoti e la gestione dell'emergenza. Zte, che era stata messa in grave difficoltà dal ban degli Usa (il veto imposto da Trump alle aziende che hanno rapporti commerciali con L'Iran e la Corea del Nord), ha poi ripreso la sua regolare attività ed è pronta a rivoluzionare la comunicazione mobile globale scommettendo proprio sull'Italia. «Questa tecnologia sarà uno spartiacque per il modo di produrre e il modo di lavorare», ha ribadito Kun. «Grazie a una velocità paragonabile a una reazione umana si possono sviluppare innumerevoli applicazioni, tra cui quella della connessione tra le auto o tra le auto e i semafori. Con questa velocità le auto potranno interagire autonomamente in tempo reale, evitando o riducendo significativamente gli incidenti», ha aggiunto. «Continuiamo a lavorare con i partner e a collaborare con il governo affinché la roadmap sia pienamente percorsa», in quanto «siamo l'unica azienda al mondo ad essersi piazzata per otto anni fra i primi tre posti nella classifica mondiale dei brevetti e ad essere stata al primo posto per ben tre anni».
Per Jeffrey Hedberg, ad di Wind Tre, intervenuto al summit, ha spiegato che la sua compagnia «sta realizzando modelli di business che trasformano gli operatori Tlc da fornitori di connettività a sviluppatori di ecosistemi e servizi smart per aziende e cittadini». Dopo la gara 5G, il cui esito è stato reso pubblico dal Mise il 2 ottobre scorso, «nell'accelerazione sui piani di investimento gli operatori delle telecomunicazioni stanno facendo la loro parte, ma è necessario che tutti gli attori politico-istituzionali e i regolatori diano il loro contributo per favorire la creazione di un nuovo ecosistema».
Colosso da 84.000 dipendenti sbarcato in Italia nel 2005
Italia culla della sperimentazione del 5G, la tecnologia che renderà la nostra comunicazione mobile più veloce e fluida. E a guidarci verso questa metà sarà la Zte Corporation, nata nel 1985, oggi quotata alle borse di Shenzhen e Hong Kong. La società cinese, che lavora con più di cinquecento operatori in oltre centosessanta Paesi e che ha in organico 84mila dipendenti, opera in Europa da 15 anni, e solo nel nostro Paese, in cui è presente dal 2005, è passata dall’avere quasi cento dipendenti nel 2016 a più di mille nel 2018. Zte, che a livello globale nel 2017 ha registrato un fatturato di quasi 14 miliardi di euro, con un tasso di crescita del 7.5% rispetto all’anno precedente, investe ogni anno almeno il 10% del fatturato in attività di ricerca e sviluppo, posizionandosi tra le prime società internazionali che partecipano fattivamente alla definizione di nuovi standard nel settore delle telecomunicazioni. Il gruppo, a livello mondiale, conta 20 centri di ricerca e sviluppo all’avanguardia – in Usa, Canada, Cina ed Europa – ed impiega oltre 30mila professionisti della ricerca in tecnologie di nuova generazione come 5G, IoT, NFV, SDN, Cloud computing e Big data. Nel 2017, per il settimo anno consecutivo, Zte è rientrata nella classifica dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (Wipo) tra le prime tre aziende in materia di brevetti: oltre 30mila domande approvate, di cui 1.700 realtive al 5G, settore nel quale è leader indiscussa. Quanto all’Italia, la volontà del gruppo è quella di farne l’hub centrale delle operazioni di Zte in Europa e il cuore delle sperimentazioni del 5G e dei suoi servizi. Una strategia di lungo periodo che prevede l’investimento di circa 500 milioni nei prossimi 5 anni, oltre ai 100 già investiti. Zte Italia consta di due divisioni: Zis (Zte Italia Servizi) e Zirc (che è il centro situato all’Aquila in cui si è appena tenuto il summit sul 5G). A Livello locale, l’azienda ha avviato collaborazioni con oltre 100 aziende italiane. Non solo: «Abbiamo collaborato con l'Università dell'Aquila e con i partner commerciali per dare vita con successo a un'applicazione per il monitoraggio dei terremoti basata su tecniche 5G», ha spiegato Xiao Ming, presidente global sales. «Su questa piattaforma ci dedicheremo ad accelerare lo sviluppo commerciale consentiremo a 5G di penetrare la nostra vita il prima possibile. Credo fermamente che il 5G cambierà la nostra industria, l'agricoltura, il commercio, l'intrattenimento e persino il nostro stile di vita». L’Italia, in tal mondo, andrà sempre di più verso il cosiddetto Internet delle cose (IOT), cioè verso l’implementazione di tecnologie che permettano di collegare ala Rete qualunque tipo di apparato. Tutto ciò, per partire, ha necessità di adeguate infrastrutture, che sono esattamente ciò a cui la cinese Zte sta lavorando, compresa la realizzazione in house di particolari chip per mettere in connessione device e altri strumenti di uso quotidiano. Entrando nel dettaglio di Zte Italia, esistono due business unit: terminali e network. La prima si occupa di automotive e di commercializzazione cosiddetta “a basso rischio” di prodotti di telefonia mobile con i principali operatori sul territorio italiano. La seconda, invece, è diretta a trovare soluzioni per telecomunicazioni wireline e wirless, dispositivi fissi e mobili, con un focus sulle architetture hardware. Negli ultimi anni Zte si è resa protagonista di numerosi accordi e operazioni strategiche nei settori di infrastruttura di rete. Risale al dicembre 2016 la partnership con Wind Tre, finalizzata alla realizzazione di una rete unica che permetterà la riconversione tecnologica di ammortamento orientata al 5G in tutto il Paese. Come ha spiegato durante il summit sul 5G dell’Aquila Benoit Hanssen, cto di Wind Tre, «la nostra rete, che comprende 400 angoli dell’Italia, per ora è stata modernizzata al 50%, ma contiamo di arrivare al 100% nel corso del 2019». Secondo le stime di Jeffrey Hedberg, ceo di Wind Tre, grazie alla tecnologia 5G «verranno generati 151 miliardi di euro».
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Il colosso Zte ha presentato a L'Aquila il centro di ricerca sulle frequenze di quinta generazione. L'ad Hu Kun: «Progetto di lungo termine per integrare la smart city». Lo speciale contiene due articoli. Nel 2020 in Italia arriverà il 5G, cioè la quinta generazione della comunicazione mobile. Queste tecnologia, come è stato illustrato nel primo summit italiano organizzato all'Aquila dalla compagnia cinese Zte, permetterà di ridurre la latenza nell'utilizzo di Internet, cioè renderà le nostre interazioni con i device digitali molto più veloci, quasi istantanee. La compagnia cinese Zte, che è una delle quattro aziende di telecomunicazioni più importanti al mondo, sta partecipando attivamente alla sperimentazione in Italia attraverso varie iniziative. Una di queste, con il sostegno del Ministero dello sviluppo economico, è ora in atto nelle aree di Prato e dell'Aquila insieme a Open fiber e Wind Tre.«L'Italia è per noi un Paese molto importante», ha detto Hu Kun, giovane amministratore delegato di Zte Italia. «E il nostro investimento qui è di lunga durata». Nel capoluogo abruzzese – tra le cinque città selezionate dal Mise per la sperimentazione – è stato creato dal colosso cinese lo Zirc, centro di innovazione e ricerca focalizzato su servizi e tecnologie innovative, dove è a disposizione di ricercatori e sperimentatori una data room avanzatissima con gli ultimi dispositivi anche prototipali. Essa è inserita in un ecosistema di imprese e pubbliche amministrazioni locali e centrali allo scopo di testare i casi di utilizzo del 5G. Si prevede che gli scenari di applicazione di quest'ultimo includeranno la comunicazione mobile massiva, con un'esperienza utente più fluida, ma soprattutto, nel settore dell'Industria, permetteranno il controllo wireless dei processi di produzione, la chirurgia medica a distanza, l'automazione della distribuzione e la sicurezza del trasporto. Inoltre, si sta lavorando all'uso del 5G anche per garantire collegamenti su dispositivi a basso costo e con una durata di batteria molto lunga. Ieri all'Aquila sono state svolte diverse dimostrazioni pratiche, tra cui quella che offre soluzioni per la prevenzione dei terremoti e la gestione dell'emergenza. Zte, che era stata messa in grave difficoltà dal ban degli Usa (il veto imposto da Trump alle aziende che hanno rapporti commerciali con L'Iran e la Corea del Nord), ha poi ripreso la sua regolare attività ed è pronta a rivoluzionare la comunicazione mobile globale scommettendo proprio sull'Italia. «Questa tecnologia sarà uno spartiacque per il modo di produrre e il modo di lavorare», ha ribadito Kun. «Grazie a una velocità paragonabile a una reazione umana si possono sviluppare innumerevoli applicazioni, tra cui quella della connessione tra le auto o tra le auto e i semafori. Con questa velocità le auto potranno interagire autonomamente in tempo reale, evitando o riducendo significativamente gli incidenti», ha aggiunto. «Continuiamo a lavorare con i partner e a collaborare con il governo affinché la roadmap sia pienamente percorsa», in quanto «siamo l'unica azienda al mondo ad essersi piazzata per otto anni fra i primi tre posti nella classifica mondiale dei brevetti e ad essere stata al primo posto per ben tre anni». Per Jeffrey Hedberg, ad di Wind Tre, intervenuto al summit, ha spiegato che la sua compagnia «sta realizzando modelli di business che trasformano gli operatori Tlc da fornitori di connettività a sviluppatori di ecosistemi e servizi smart per aziende e cittadini». Dopo la gara 5G, il cui esito è stato reso pubblico dal Mise il 2 ottobre scorso, «nell'accelerazione sui piani di investimento gli operatori delle telecomunicazioni stanno facendo la loro parte, ma è necessario che tutti gli attori politico-istituzionali e i regolatori diano il loro contributo per favorire la creazione di un nuovo ecosistema».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/5g-in-italia-2619906620.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="colosso-da-84-000-dipendenti-sbarcato-in-italia-nel-2005" data-post-id="2619906620" data-published-at="1778163670" data-use-pagination="False"> Colosso da 84.000 dipendenti sbarcato in Italia nel 2005 Italia culla della sperimentazione del 5G, la tecnologia che renderà la nostra comunicazione mobile più veloce e fluida. E a guidarci verso questa metà sarà la Zte Corporation, nata nel 1985, oggi quotata alle borse di Shenzhen e Hong Kong. La società cinese, che lavora con più di cinquecento operatori in oltre centosessanta Paesi e che ha in organico 84mila dipendenti, opera in Europa da 15 anni, e solo nel nostro Paese, in cui è presente dal 2005, è passata dall’avere quasi cento dipendenti nel 2016 a più di mille nel 2018. Zte, che a livello globale nel 2017 ha registrato un fatturato di quasi 14 miliardi di euro, con un tasso di crescita del 7.5% rispetto all’anno precedente, investe ogni anno almeno il 10% del fatturato in attività di ricerca e sviluppo, posizionandosi tra le prime società internazionali che partecipano fattivamente alla definizione di nuovi standard nel settore delle telecomunicazioni. Il gruppo, a livello mondiale, conta 20 centri di ricerca e sviluppo all’avanguardia – in Usa, Canada, Cina ed Europa – ed impiega oltre 30mila professionisti della ricerca in tecnologie di nuova generazione come 5G, IoT, NFV, SDN, Cloud computing e Big data. Nel 2017, per il settimo anno consecutivo, Zte è rientrata nella classifica dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (Wipo) tra le prime tre aziende in materia di brevetti: oltre 30mila domande approvate, di cui 1.700 realtive al 5G, settore nel quale è leader indiscussa. Quanto all’Italia, la volontà del gruppo è quella di farne l’hub centrale delle operazioni di Zte in Europa e il cuore delle sperimentazioni del 5G e dei suoi servizi. Una strategia di lungo periodo che prevede l’investimento di circa 500 milioni nei prossimi 5 anni, oltre ai 100 già investiti. Zte Italia consta di due divisioni: Zis (Zte Italia Servizi) e Zirc (che è il centro situato all’Aquila in cui si è appena tenuto il summit sul 5G). A Livello locale, l’azienda ha avviato collaborazioni con oltre 100 aziende italiane. Non solo: «Abbiamo collaborato con l'Università dell'Aquila e con i partner commerciali per dare vita con successo a un'applicazione per il monitoraggio dei terremoti basata su tecniche 5G», ha spiegato Xiao Ming, presidente global sales. «Su questa piattaforma ci dedicheremo ad accelerare lo sviluppo commerciale consentiremo a 5G di penetrare la nostra vita il prima possibile. Credo fermamente che il 5G cambierà la nostra industria, l'agricoltura, il commercio, l'intrattenimento e persino il nostro stile di vita». L’Italia, in tal mondo, andrà sempre di più verso il cosiddetto Internet delle cose (IOT), cioè verso l’implementazione di tecnologie che permettano di collegare ala Rete qualunque tipo di apparato. Tutto ciò, per partire, ha necessità di adeguate infrastrutture, che sono esattamente ciò a cui la cinese Zte sta lavorando, compresa la realizzazione in house di particolari chip per mettere in connessione device e altri strumenti di uso quotidiano. Entrando nel dettaglio di Zte Italia, esistono due business unit: terminali e network. La prima si occupa di automotive e di commercializzazione cosiddetta “a basso rischio” di prodotti di telefonia mobile con i principali operatori sul territorio italiano. La seconda, invece, è diretta a trovare soluzioni per telecomunicazioni wireline e wirless, dispositivi fissi e mobili, con un focus sulle architetture hardware. Negli ultimi anni Zte si è resa protagonista di numerosi accordi e operazioni strategiche nei settori di infrastruttura di rete. Risale al dicembre 2016 la partnership con Wind Tre, finalizzata alla realizzazione di una rete unica che permetterà la riconversione tecnologica di ammortamento orientata al 5G in tutto il Paese. Come ha spiegato durante il summit sul 5G dell’Aquila Benoit Hanssen, cto di Wind Tre, «la nostra rete, che comprende 400 angoli dell’Italia, per ora è stata modernizzata al 50%, ma contiamo di arrivare al 100% nel corso del 2019». Secondo le stime di Jeffrey Hedberg, ceo di Wind Tre, grazie alla tecnologia 5G «verranno generati 151 miliardi di euro».
Silvia Salis (Imagoeconomica)
A Genova esistono due sindaci. Entrambi vanno ai concerti indossando camicia di jeans e occhialoni. Entrambi hanno sempre la piega perfetta. Entrambi sono il punto di riferimento della sinistra che piace. Sono praticamente la stessa persona. Si fanno chiamare addirittura con lo stesso nome e cognome. Poi però, quando ci sono di mezzo gli alpini, sembrano due persone diverse. Diventano dottor Jekyll e Silvia Salis. Già perché - sfogliando il numero di aprile dell’Alpino, il giornale dell’Associazione nazionale delle penne nere - leggiamo: «L’Adunata è una grande manifestazione di portata nazionale, capace di richiamare migliaia di persone e di trasformare una città in un luogo di incontro e condivisione. Ed è anche il riconoscimento di una storia collettiva fatta di servizio, disciplina, solidarietà e profondo senso della comunità. Gli alpini rappresentano da sempre un patrimonio umano e morale del nostro Paese». Bene, bravo, bis. Proseguiamo la lettura, con il sindaco di Genova che ricorda come questo patrimonio umano e morale sia stato fondamentale «nelle prove più dure» della vita del nostro Paese. Anzi: la Salis si spinge oltre e afferma che quel senso del dovere e quel forte senso morale albergano ancora nel cuore delle penne nere di oggi. «È una presenza operosa e affidabile che merita rispetto e gratitudine». E ancora: «Accogliere l’Adunata significa per noi riconoscere e onorare una tradizione che richiama il senso del dovere, il legame con il Paese e la sua storia, e la responsabilità verso il bene comune». Infine un saluto, che sa di benvenuto: «Genova vi accoglie con amicizia e con la consapevolezza del valore che la vostra presenza porta con sé». Questo è il primo sindaco della città. Quello che prende la penna e che decide di scrivere all’Associazione nazionale alpini per elogiarla. C’è poi un altro sindaco che, invece, dice e soprattutto fa l’opposto. Proprio due giorni fa, la Salis, durante il consiglio comunale, è scesa in campo a favore di Non una di meno, confermando di fatto le accuse delle femministe: «Voglio dirvi che le vostre preoccupazioni non sono rimaste inascoltate. Nessuna donna, mai, dovrebbe sentirsi insicura a camminare per le strade della propria città. Le molestie, anche quelle verbali o travestite da “goliardia”, non sono folklore: sono violenza. Su questo, a Genova, la tolleranza è e sarà sempre pari a zero».
Ora, mettiamo per un attimo da parte le parole e guardiamo i numeri. Nel 2022, durante l’adunata degli Alpini a Rimini, Non una di meno raccolse oltre 500 segnalazione di molestie. A leggere le cronache di quei giorni sembrava quasi che, più che le penne nere, fossero arrivati in città dei giovani in piena tempesta ormonale, incapaci di gestire i propri appetiti. Palpeggiamenti, apprezzamenti non richiesti e volgarità di ogni tipo contro le passanti. Dopo mesi di polemiche e di accuse, però, venne fatta una sola denuncia, che fu peraltro archiviata. Molto rumore per nulla, quindi. Del resto, le adunate degli Alpini sono accompagnate da polemiche unicamente quando a scendere in campo sono Non una di meno o altre associazioni femministe, che trovano un’ottima sponda in gruppi come l’Unione sindacale di base, che ha addirittura messo a disposizione il proprio sportello per le lavoratrici che avranno a che fare con gli Alpini durante il raduno: «Non accetteremo che, dietro la retorica dell’evento e del turismo, si nascondano condizioni di lavoro degradanti e rischiose». Ora, se proprio dovessimo andare a cercare della retorica la troveremmo unicamente nel comunicato dell’Usb. Una retorica che sa tanto di vecchio, di lotta di classe (e di sessi), che francamente ha fatto il suo tempo.
In questa strana diarchia che governa Genova, dev’essere stato il sindaco più ostile agli Alpini ad aver approvato, attraverso ordinanze, la decisione di smantellare il piccolo campo che un gruppo di penne nere aveva allestito in via Cecchi, alla Foce. Tende, canti e bandiere, in pieno stile alpino. Che però sono durate molto poco. La polizia locale infatti, con incredibile solerzia, s’è presentata e ha sgombrato il tutto in un «ta-pum». Un po’ come solitamente non viene fatto per i campi rom o per i capannelli di spacciatori che girano tra i carruggi della città. Oppure per le tante bocca di rosa che aspettano i loro clienti affacciate alle porte della loro casa nella città vecchia.
Chissà se uno dei due sindaci ha mai preso in considerazione l’idea di fare un po’ di ordine in città. Almeno per occupare il tempo tra un concerto e l’altro.
Ha collaborato Enzo Blessent
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Installazione delle turbine Francis nella centrale idroelettrica Bertini (Edison)
La storia dell’energia idroelettrica italiana passò da Cornate d’Adda, sulle rive del fiume lombardo tra le attuali province di Monza Brianza e Bergamo. Alla fine del secolo XX Milano cresceva vertiginosamente, e con lei le industrie che faranno del capoluogo lombardo il motore trainante dell’economia nazionale. La città aveva sete di energia, ed era stata pioniere già dal 1883 nel campo dell’elettricità con la centrale di via Santa Radegonda a due passi da piazza Duomo. Ma la rapidissima crescita delle fabbriche e delle linee tranviarie elettriche imposero un apporto di forza motrice esponenzialmente più grande.
A circa 35 chilometri a Est di Milano, il fiume Adda sembrava venire incontro alle necessità urgenti della capitale industriale, grazie alla presenza delle rapide poco a Nord dell’abitato di Porto d’Adda, presso Cornate. Il progetto della nuova centrale idroelettrica, dedicata nel 1915 ad Angelo Bertini, pioniere dell’energia elettrica e allora direttore della società Edison, iniziò negli anni ’90 del secolo XIX e coinvolse il meglio dell’ingegneria italiana ed estera, il cui cardine fu il Politecnico di Milano. Per un’impresa così difficile, furono reclutati per la parte elettrica Galileo Ferraris (pioniere assoluto della corrente trifase), Charles L. Brown (co-fondatore del colosso svizzero Brown Boveri), l’ingegnere comasco Enrico Carli (per i progetti di ingegneria idraulica) e il giovane Guido Semenza, figlio del fondatore del quotidiano Il Sole. Per la parte relativa alla diga di servizio fu coinvolta la scuola francese di Charles Antoine Francois Poirée, inventore della «griglia ad aghi» che permetteva la navigabilità sugli sbarramenti. Per le turbine furono chiamati gli ingegneri Giuseppe Ponzio e Cesare Saldini, che progettarono le 7 «Francis» realizzate dalla Acciaierie Riva. Il problema più grande da risolvere, tenendo conto della tecnologia dell’epoca, era il trasporto aereo dell’elettricità ad alta tensione su una distanza allora considerata importante (circa 33 km) che implicava una forte dispersione, rendendo inefficace la fornitura di elettricità che a Milano serviva anche per l’alimentazione della nuova rete tranviaria. La soluzione arrivò da Ferraris e Semenza, che decisero per la prima volta in Italia di utilizzare una linea trifase a 13.500 volt, retta da una doppia fila di piloni reticolari metallici (altra novità) protetti da isolanti ceramici Richard Ginori.
I lavori iniziarono alla metà del 1896, e videro la realizzazione di un edificio in perfetto stile liberty, con vetrate artistiche e doccioni a forma di drago che si integravano perfettamente con il paesaggio fluviale. Terminata nel giugno 1898, la centrale Bertini entrò in funzione tre mesi più tardi quando, il 28 settembre di quell’anno, una tensione a 10.500 volt arrivò dall'Adda ad alimentare la centrale ricevente di Milano Porta Volta, che fece muovere i nuovi tram elettrici. E con loro l’economia di una città simbolo del positivismo scientifico e industriale fin-de siècle. All’epoca era la seconda centrale idroelettrica più potente al mondo, dopo quella installata alle cascate del Niagara.
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Firmati nella Capitale due protocolli tra Iapb Italia, Uici e Fispic per rafforzare il legame tra sport, prevenzione visiva e inclusione sociale. Previsti percorsi comuni di classificazione degli atleti, formazione medica ed eventi sul territorio.
Lo sport come strumento di inclusione, riabilitazione e autonomia per le persone con disabilità visiva. È questo il filo conduttore dei due protocolli d’intesa firmati a Roma tra la Fondazione sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (Iapb Italia Ets), la Federazione italiana sport paralimpici ipovedenti e ciechi (Fispic) e l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti (Uici).
La firma è avvenuta negli uffici del ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e punta a rafforzare il rapporto tra prevenzione visiva, attività sportiva e partecipazione sociale.L’intesa tra Iapb Italia e Fispic mira in particolare a unire competenze cliniche e sportive, con un’attenzione specifica alla classificazione visiva degli atleti paralimpici, passaggio necessario per garantire condizioni di partecipazione eque nelle competizioni. Un ruolo centrale sarà svolto dal Polo Nazionale di Ipovisione della Fondazione Iapb Italia, centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità ospitato al Policlinico Universitario A. Gemelli, che si occuperà delle visite di classificazione e delle valutazioni diagnostiche e funzionali degli atleti.
L’accordo prevede anche programmi comuni di formazione per il personale medico e la creazione di un centro studi dedicato al rapporto tra sport e riabilitazione visiva. Parallelamente, il protocollo sottoscritto tra Uici e Fispic punta a rafforzare la collaborazione sul territorio e sul piano associativo per favorire la diffusione dello sport tra le persone cieche e ipovedenti. Tra gli obiettivi previsti ci sono la nascita di una Commissione Paritetica nazionale permanente, l’organizzazione di almeno un grande evento sportivo ogni anno e iniziative di sensibilizzazione pubblica. Ampio spazio sarà riservato anche alla formazione di istruttori e praticanti, oltre alla promozione di percorsi condivisi per rendere più accessibile la pratica sportiva. In questo senso, sarà determinante la rete territoriale delle sezioni Uici presenti nelle province italiane.
«Questo accordo rappresenta un esempio concreto di come la riabilitazione visiva e il benessere sociale promosso tramite lo sport debbano procedere insieme», ha dichiarato Mario Barbuto, sottolineando il valore dello sport come strumento di autonomia, socializzazione e crescita personale. Sulla stessa linea anche il presidente della Fispic Silverio Alviti, secondo cui la collaborazione con Uici e Iapb Italia consentirà sia di rafforzare il ruolo inclusivo dello sport, sia di uniformare le procedure di classificazione visiva degli atleti secondo gli standard internazionali.
Con la firma dei protocolli, le tre realtà coinvolte confermano così l’impegno comune nel promuovere politiche integrate dedicate alla salute, all’inclusione sociale e allo sviluppo dello sport paralimpico.
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Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
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