Francesca Michielin (Getty Images)
Michielin & C. contro il consenso informato: a rischio i fondi per le coop di amichetti.
Se non avessero un secondo fine, sarebbero quasi ammirevoli. E in effetti è esattamente così che vogliono apparire: idealisti coraggiosi che sfidano un potere ottuso e retrogrado.
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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2026-06-09
La giunta Salis in confusione. Guerriglia sul ddl Valditara, marcia indietro sui cronisti
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Opposizione all’assalto della scelta dell’esecutivo genovese di boicottare la legge sul consenso: «Eludono le norme». E il sindaco si rimangia i diktat sui giornalisti.
La giunta di Silvia Salis è sull’orlo di una crisi di nervi, travolta com’è dalle critiche per la gestione della sicurezza cittadina e della comunicazione (blindata) con i media. Ma nelle ultime ore è esploso anche il caso della «resistenza» contro il ddl Valditara che, di fatto, boccia il progetto pilota sull’educazione sessuo-affettiva introdotto in quattro asili cittadini.
«Ammettere pubblicamente di voler aggirare una legge dello Stato semplicemente cambiando il nome a un corso pur di mantenerne il contenuto ideologico è un atto di arroganza inaudita», ha protestato ieri Paola Bordilli, capogruppo della Lega in Consiglio comunale. Il punto che ha fatto esplodere la polemica è una frase pronunciata dall’assessore dem Rita Bruzzone, con delega alla Scuola. Parlando della nuova normativa introdotta dal ministro dell’Istruzione, ha spiegato come è pronta ad aggirarla: «Le cambieremo nome (all’educazione alla sessuo-affettività, ndr)», ha detto, aggiungendo che potrebbe diventare «educazione ai diritti». Parole che per il centrodestra equivalgono alla teorizzazione pubblica della violazione delle leggi. «Se le istituzioni sono le prime a voler eludere le leggi, con quale faccia chiedono il rispetto delle regole ai genovesi?», ha chiesto la Bordilli, definendo la trovata della collega «un esempio pessimo e pericoloso». La sperimentazione è partita in quattro scuole comunali dell’infanzia a gennaio, ubicate due in centro e due nell’immediato Ponente. Coinvolge circa 300 bambini e bambine tra i tre e i cinque anni. I percorsi sono dedicati al rispetto del corpo, riconoscimento delle emozioni, consenso, relazioni sane e valorizzazione delle differenze. Il progetto viene realizzato con la collaborazione dei centri antiviolenza Mascherona e Per non subire violenza, che affiancano il personale scolastico. Nel presentare l’iniziativa, il sindaco Salis aveva rivendicato apertamente la scelta politica dell’amministrazione: «Noi pensiamo che lo Stato abbia la responsabilità di educare». Bruzzone aveva, invece, precisato che «educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia non significa insegnare ai bambini cosa sia il sesso», ma costruire «un percorso di consapevolezza di sé e del proprio corpo». Nel frattempo, il clima cittadino si è ulteriormente avvelenato. Sui muri di alcune scuole comunali tra Sampierdarena e Lagaccio sono apparse scritte contro il progetto: «Oms fa insegnar sesso ai bimbi e voi approvate?». Un blitz attribuito ad ambienti no vax e antigender. La stessa Bruzzone ha denunciato di avere ricevuto attacchi sui social dopo il lancio della sperimentazione: «Sono stata minacciata per aver promosso con il Comune il percorso di educazione sessuale e affettiva nelle scuole». Ha, però, anche precisato di non voler fare passi indietro: «La prevenzione è e resta la nostra priorità». L’assessore, con il suo annuncio di «obiezione civile», ha rotto il clima di concordia che aveva circondato la nascita del progetto. Infatti il 12 marzo 2024 il Consiglio comunale di Genova, all’epoca a maggioranza conservatrice, aveva approvato all’unanimità una mozione della Bruzzone e del Pd intitolata «L’educazione emozionale e la cultura del rispetto come strumento strutturale di percorsi formativi dei bambini». L’atto impegnava sindaco e giunta a promuovere percorsi di educazione emozionale, coinvolgere centri antiviolenza e formatori qualificati, formare docenti e personale educativo e costruire percorsi contro la violenza di genere nelle scuole del territorio genovese.
Ma se la giunta genovese fa discutere per la gestione dell’educazione all’affettività dei bimbi, ha suscitato numerose polemiche anche l’idiosincrasia del sindaco per i giornalisti che fanno domande.
La prima cittadina è fortunata, perché a Genova i giornali locali la sostengono senza se e senza ma. Al punto da tacere del tutto pure l’ultima performance. Il Comune ha indetto per giovedì una conferenza stampa con stringenti regole di ingaggio: massimo due domande a testa su argomenti che lo staff del sindaco ha chiesto di conoscere in anticipo. La scusa è quella della completezza delle risposte, il legittimo sospetto è che dietro ci sia la volontà di evitare domande a sorpresa o indigeste. Evidentemente nel primo anniversario del suo mandato l’ex campionessa di lancio del martello vuole regalarsi uno show da prima della classe, senza inciampi o balbettii. Di fronte all’irricevibile richiesta, i quotidiani genovesi si sono limitati a far finta che non esistesse, anche perché il Comune ha gestito la conferenza stampa in stile Corea del Nord, di concerto con l’Ordine dei giornalisti. Che ha provato, di fronte alle prime polemiche, a recitare la parte del pompiere.
Ma l’incendio è divampato lo stesso.
La notizia del goffo tentativo operato da Salis & C. di controllare le domande dei giornalisti è stata data domenica da Verità, Libero e Giornale. A questo punto, ieri, anche il Corriere della sera ha dato conto dell’autogol della Salis.
Ecco allora che al Secolo XIX si è svegliato il direttore, Michele Brambilla, che ha provato, con un breve video editoriale, a criticare in modo non troppo convinto l’iniziativa della Salis: «Sono state mandate, a quanto pare, delle istruzioni ai giornalisti […] io devo dire che se tutto questo è confermato, il sindaco ha commesso un grave errore…». Peccato che tutto questo sia stato concordato, come detto, con l’Ordine dei giornalisti presieduto da un cronista del Secolo XIX. Ma evidentemente qualcuno deve avere tenuto all’oscuro il direttore, che ha scoperto il pasticcio leggendo gli altri quotidiani.
In serata è arrivato un imbarazzatissimo comunicato del Comune che in pratica si è rimangiato tutte le richieste fatte ai cronisti la scorsa settimana. Nel documento si citano «le polemiche suscitate dalle modalità organizzative della conferenza stampa» e si puntualizza che «non è stato in alcun modo chiesto ai giornalisti di fornire preventivamente le domande che intenderanno porre».
La richiesta di anticipare i temi, di fare riferimento solo a questioni che riguardano l’amministrazione della città e di porre al massimo due domande vengono giustificate con la necessità di «garantire la massima trasparenza e fornire risposte complete su tutti i temi di interesse cittadino». Anche perché l’obiettivo è quello di assicurare «al maggior numero possibile di giornalisti la facoltà di intervenire».
Dal Comune fanno sapere che «tuttavia, questo non esclude a priori la consueta disponibilità del sindaco e degli assessori a rispondere a margine anche su altri temi».
Ma se errore c’è stato, i giornalisti liguri sarebbero «complici», fanno sapere dallo staff: «Non si ritiene che le modalità organizzative adottate possano ledere in alcun modo la libertà di stampa, essendo state condivise preventivamente con l’Ordine dei giornalisti della Liguria, organo elettivo rappresentante di tutti i giornalisti della Liguria».
E pensare che la Salis, nei mesi scorsi, si era erta a paladina della libertà dei cronisti. Salvo, poi, dimostrare di essere allergica alle domande. A partire da quelle sul suo corso di studi universitario. Ma ci sarà tempo per avere le risposte anche su quello.
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Nonostante il fallimento del piano per tutelare le minoranze, i «bobby» aprono posizioni per la diversità. Il centro che si occupa di monitorare il presunto razzismo delle forze dell’ordine frigna: «Con la morte di Nowak rischia di saltare il nostro progetto».
Pare che, dopo la morte di Henry Nowak, non sia cambiato nulla nel Regno Unito. Del resto, basta andare sul sito della polizia britannica per rendersene conto. Sezione nuove assunzioni, figure cercate: la prima si dovrebbe occupare di uguaglianza, diversità, inclusione e diritti umani.
Stipendio? 75.000 sterline. Un’altra invece è dedicata a un ruolo di responsabile per la cultura e l’inclusione: 64.000 sterline all’anno. Non male. Peccato però che, oltre all’omicidio di Nowak, nell’ultimo periodo i crimini nel Regno Unito siano aumentati. E parecchio. Come nota il Telegraph, infatti, «a Londra, il tasso di criminalità è aumentato da 83,3 reati ogni 1.000 persone nel periodo 2020-2021 a 106,4 nel periodo 2024-2025, a causa, in parte, dell’esplosione dei furti di telefoni cellulari». Ma non solo. «In Cornovaglia, la criminalità è aumentata dell’11,7% nell’anno terminato a settembre 2025», sottilinea sempre il Telegraph.
Sarebbe bene quindi investire i quattrini dei contribuenti di Sua Maestà in altro. Sulla sicurezza, quella vera. Non su una falsa inclusione, che non porta da nessuna parte. Anzi: che fa solo danni se è vero, come è vero, che molti poliziotti hanno subito fortissime pressioni sia durante l’addestramento sia nelle operazioni in strada per evitare qualsiasi situazione che potesse bollarli come razzisti. Rendendoli di fatto inefficaci e talvolta addirittura dannosi, come nel caso di Southampton.
Un cambio di rotta sarebbe quindi necessario. Ma, per ora, pare impossibile. L’organizzazione che monitora l’operato delle forze di polizia in merito alla discriminazione delle minoranze ha parlato chiaro. E lo ha fatto per bocca di Abimbola Johnson, che presiedeva una commissione ad hoc sul caso Nowak: «La reazione negativa contro le premesse del Piano d’azione della polizia contro il razzismo (Prap) è preoccupante. Per cinque anni ho presieduto il comitato indipendente di controllo e supervisione che ha esaminato il Prap: un programma nazionale, guidato dal Consiglio nazionale dei capi di polizia e dal College of Policing, creato per migliorare l’operato della polizia nelle comunità nere e affrontare il razzismo all’interno delle forze dell’ordine. Uno dei risultati è stato l’impegno della polizia contro il razzismo, che ora sta affrontando forti critiche». Si dice preoccupata, la Johnson, perché tutto il lavoro fatto sin qui ora rischia di esser vanificato. Che alla fine, a causa della morte di Henry, la polizia debba tornare a trattare allo stesso modo bianchi e neri. Indipendentemente dal colore della loro pelle. Senza favoritismo alcuno. Come sarebbe giusto che fosse.
Ma non è così. Anche perché, per un curioso caso della sorte, anche Nowak era un «migrante», visto che aveva anche passaporto polacco. Era un cittadino di un altro Paese, che però condivideva i principi del regno che lo aveva accolto e stava cercando di costruirsi lì il proprio futuro. Un atteggiamento ben diverso rispetto a quello del suo killer che, come dimostra anche una foto rilanciata dal Times ieri, amava passare il tempo provando armi. Due posizioni diverse e inconciliabili.
Per la Johnson, il Piano d’azione della polizia contro il razzismo non può essere messo nel cassetto ora. Anzi, va migliorato. E questo perché «abbiamo sostenuto che l’antirazzismo nelle forze dell’ordine doveva diventare più pratico, operativo e misurabile». Non si è fatto abbastanza, quindi. I poliziotti dovevano essere rieducati meglio e più in fretta. E bisognava rendere tutto più misurabile (come? Con punteggi? Attraverso le delazioni?).
L’unica cosa misurabile oggi è il silenzio attorno alla terribile morte di Nowak. Nessuno si è speso per lui a Hollywood. Nessuna celebrità si è degnata di dedicargli un post a lutto su Instagram. L’unico che ha preso pubblicamente posizione in favore di Henry è stato Miguel Bosé, che ha postato un video, vestito di nero, sui suoi canali social. Poche parole nella descrizione: «“Non riesco a respirare”». In ginocchio per Henry Nowak». L’unico cantante che ha osato sfidare la cappa di silenzio attorno a questa storia. Solamente qualche giorno fa, il vicepresidente americano aveva detto: «È morto come muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui, e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso». Mancava solo una cosa: le civiltà muoiono nel silenzio. Come è accaduto dopo la morte Henry, del resto.
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«Faremo tutto il necessario per portare a termine l’operazione». Lo ha dichiarato il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, a margine della conferenza stampa sull’ipotesi di aggregazione con Banco Monte dei Paschi di Siena.
Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
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