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2022-03-03
Già 2.000 vittime fra i civili ucraini. Si teme un allargamento del conflitto
Ansa
Non si arresta l’offensiva di Mosca contro l’Ucraina. Anzi, rischia addirittura di espandersi. Secondo quanto riferito ieri dagli Stati Uniti, il lungo convoglio militare russo alle porte di Kiev sarebbe rimasto al momento bloccato a causa di intoppi all’approvvigionamento di carburante. La capitale, in cui iniziano a registrarsi problemi di rifornimento per i supermercati, ha continuato comunque a subire una pressione significativa, dopo gli attacchi missilistici che hanno colpito alcuni suoi edifici. «Ci stiamo preparando e difenderemo Kiev», ha detto il sindaco, Vitali Klitschko.
Sempre ieri, i russi hanno proseguito a bombardare pesantemente Kharkiv, mentre andavano avanti gli scontri a fuoco in loco: secondo quanto riferito dal governatore regionale Oleg Synegubov, sarebbero almeno 21 le persone rimaste uccise in città nell’arco di 24 ore (nell’area sono tra l’altro atterrati paracadutisti russi). Quattro vittime, tra cui un bambino, è invece il bilancio di un attacco missilistico lanciato sulla città di Zhytomyr. In tutto questo, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che le proprie forze armate avrebbero conquistato la città meridionale di Kherson: una circostanza, questa, che è stata tuttavia smentita dal governo ucraino.
Sempre restando nel Sud, è proseguito ieri l’accerchiamento di Mariupol, che è stata sottoposta a durissimi bombardamenti: bombardamenti che, secondo il Guardian, hanno severamente colpito edifici civili, tra cui blocchi residenziali, ospedali e dormitori. «Ci stanno bombardando ininterrottamente da 12 ore ormai», ha detto il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Non possiamo nemmeno prendere i feriti dalle strade, dalle case e dagli appartamenti oggi, poiché i bombardamenti non si fermano». L’offensiva militare, condotta dai russi nelle aree meridionali sfruttando come trampolino di lancio la Crimea, dimostra che - nella strategia di Mosca - risulta impellente la conquista della costa e dei principali centri portuali. Il Cremlino punta infatti a bloccare l’accesso al mare al governo di Kiev. Non è quindi escluso che, nelle prossime ore, i russi possano sferrare un attacco su Odessa: città che Mosca considera strategica anche per incrementare la propria influenza sul Mar Nero.
E proprio Odessa potrebbe diventare centrale nell’eventualità che il fronte bellico si allarghi al di fuori del territorio ucraino. L’ipotesi di un simile scenario è sorta dalla mappa militare con cui il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, è stato ripreso in un filmato diffuso dai media statali di Minsk. In particolare, guardando a quella cartina, sembrerebbe che, prendendo proprio le mosse dal porto di Odessa, l’obiettivo dei russi sarebbe quello di arrivare alla Transnistria, dove sorge l’autoproclamata (e filorussa) Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pur non avendola ancora formalmente riconosciuta, il Cremlino ha del resto fatto leva su questa realtà separatista per indebolire geopoliticamente Chisinau nel corso degli anni. Che la Moldavia non sia tranquilla è del resto testimoniato da alcuni fattori. Non solo il parlamento locale ha decretato lo stato d’emergenza poco dopo l’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma, proprio ieri, la presidentessa moldava, Maia Sandu, ha ricevuto l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, nel tentativo di rafforzare i legami del proprio Paese con Bruxelles.
Ora, se la suddetta interpretazione della mappa di Lukashenko risultasse corretta, ciò significherebbe due cose. La prima è che un’occupazione russa della Transnistria aumenterebbe enormemente la pressione di Mosca su Chisinau, con l’obiettivo di sconfessare un suo potenziale avvicinamento all’orbita occidentale. La seconda è l’eventualità di un intervento diretto della Bielorussia nel conflitto in corso: ricordiamo infatti che, negli ultimi giorni, Lukashenko abbia ammassato truppe al confine ucraino e che, quando è iniziata l’invasione giovedì, una parte delle forze russe sia penetrata in Ucraina proprio attraverso il territorio bielorusso. E attenzione: la centralità della Bielorussia si scorge anche da un altro punto di vista. Secondo quanto riferito ieri da alcuni media ucraini, si troverebbe attualmente a Minsk Viktor Janukovyc: l’ex presidente ucraino filorusso, fuggito nel 2014 a seguito delle proteste dell’Euromaidan. Ebbene, parrebbe che Vladimir Putin abbia intenzione di riportarlo al potere in sostituzione dell’attuale presidente, Volodymyr Zelensky: un fattore, questo che, se confermato, potrebbe far deragliare le già difficili trattative diplomatiche in corso.
Il ministero dell’Interno di Kiev, dal canto suo, ha affermato che 80.000 ucraini sono tornati dall’estero per prendere le armi contro le forze russe. Nel frattempo, Mosca ha dichiarato ieri di aver preso il controllo della centrale nucleare di Zaporizzja, che risulta la più grande in Europa. È quindi chiaro che, oltre a isolarlo puntando sui porti, il Cremlino miri a colpire il governo ucraino, bloccandogli i rifornimenti energetici. In tutto questo, la situazione umanitaria si sta significativamente aggravando. «Più di 2.000 ucraini sono morti, senza contare i nostri difensori», ha reso noto ieri il Servizio di emergenza di Stato dell’Ucraina in una nota. «Bambini, donne e le nostre forze di difesa perdono la vita ogni ora», ha aggiunto. Dall’altra parte, il ministero della Difesa di Mosca ha riferito che hanno finora perso la vita 498 soldati russi. Infine, secondo le Nazioni Unite, sono attualmente oltre 800.000 le persone che, dall’inizio dell’invasione, hanno lasciato il Paese.
Il secondo negoziato slittato a oggi
Parte oggi la nuova tornata di colloqui diplomatici tra russi e ucraini, dopo il primo incontro tenutosi lunedì scorso. Stavolta, il luogo scelto è stata la foresta di Bialowieza, in Bielorussia nei pressi del confine con la Polonia. In un primo momento, il secondo meeting era stato fissato già per la serata di ieri. Successivamente si è scelto tuttavia di posticiparlo. Il capo negoziatore di Mosca, Vladimir Medinsky, ha comunque fatto sapere che nel corso dei negoziati odierni sarà principalmente discussa l’ipotesi di un cessate il fuoco.
Mentre 233 sacerdoti ortodossi russi hanno lanciato ieri un appello per la pace, il tavolo diplomatico resta per ora appeso a un filo. È pur vero che, dopo le trattative di lunedì, entrambe le delegazioni avevano espresso cauto ottimismo, sostenendo di aver trovato dei punti di mediazione. È ciononostante altrettanto vero che, in questi ultimissimi giorni, la situazione si è fatta sempre più incandescente. Non solo i bombardamenti e i combattimenti sul campo sono proseguiti. Ma, anche sul piano politico, sono state assunte delle posizioni che rischiano di far naufragare il processo diplomatico. Secondo quanto riferito ieri dai media ucraini, Vladimir Putin avrebbe intenzione di riportare al potere il vecchio presidente ucraino, Viktor Janukovyc: un fattore che, se confermato, implicherebbe che il leader del Cremlino o non riconosce Zelensky come interlocutore o punta a spaccare in due l’Ucraina. Sempre Putin aveva inoltre invocato di recente la demilitarizzazione del Paese: un altro fattore, questo, prevedibilmente inaccettabile per Kiev. Così come, sul fronte opposto, risulta inaccettabile per Mosca la richiesta di adesione all’Unione europea dell’Ucraina, formalizzata da Zelensky due giorni fa. Insomma, da entrambe le parti bisogna capire se ci sia o meno l’effettiva volontà di raggiungere un compromesso concreto.
Secondo indiscrezioni riferite dalla Tass, pare che durante il primo negoziato il Cremlino abbia chiesto la neutralità ucraina, oltre al riconoscimento del Donbass e della Crimea alla Russia: posizioni, queste, di fatto ribadite ieri dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nel corso di un’intervista ad Al Jazeera. Kiev, dal canto suo, avrebbe invece chiesto un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe di Mosca dai propri territori. In tutto questo, il tema della neutralità si annuncia particolarmente spinoso, perché non è ancora chiaro a quale modello ci si voglia rifare. Da una parte, c’è la possibilità di una neutralità integrale, che comporterebbe un’effettiva equidistanza dell’Ucraina tra Mosca e l’Occidente. Dall’altra, c’è l’ipotesi della finlandizzazione, che porterebbe invece il Paese di fatto nell’orbita russa: uno scenario, questo, che assai difficilmente sarebbe accettato dal governo ucraino, oltre che da Stati Uniti, Gran Bretagna e Ue.
Sul processo diplomatico incombe infine il ruolo ambiguo dei mediatori (veri o presunti). Da una parte, troviamo Alexander Lukashenko, il cui comportamento risulta tuttavia piuttosto minaccioso sul piano militare. Dall’altra parte, c’è la Cina che punta ad assumere un ruolo sempre più centrale e che, nel frattempo, ha fatto sapere di non essere intenzionata ad appoggiare le sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia: una posizione, quella di Pechino, che conferisce indirettamente a Mosca una leva negoziale significativa nelle trattative. Insomma, è bene fare estrema attenzione alle mosse del Dragone. L’Occidente deve infatti parare i colpi bassi ed evitare di farsi tagliare fuori.
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Bloccato il lungo convoglio russo verso Kiev, bombardamenti pesanti su Kharkiv e Mariupol. Colpiti pure gli ospedali. Un filmato di Alexander Lukashenko lascia intendere che Vladimir Putin punti anche alla Transnistria.Il secondo negoziato è slittato, le parti si incontrano stasera tra Polonia e Bielorussia. Sul tavolo l’opzione del cessate il fuoco. Appello di 233 sacerdoti ortodossi per la pace.Lo speciale contiene due articoli.Non si arresta l’offensiva di Mosca contro l’Ucraina. Anzi, rischia addirittura di espandersi. Secondo quanto riferito ieri dagli Stati Uniti, il lungo convoglio militare russo alle porte di Kiev sarebbe rimasto al momento bloccato a causa di intoppi all’approvvigionamento di carburante. La capitale, in cui iniziano a registrarsi problemi di rifornimento per i supermercati, ha continuato comunque a subire una pressione significativa, dopo gli attacchi missilistici che hanno colpito alcuni suoi edifici. «Ci stiamo preparando e difenderemo Kiev», ha detto il sindaco, Vitali Klitschko. Sempre ieri, i russi hanno proseguito a bombardare pesantemente Kharkiv, mentre andavano avanti gli scontri a fuoco in loco: secondo quanto riferito dal governatore regionale Oleg Synegubov, sarebbero almeno 21 le persone rimaste uccise in città nell’arco di 24 ore (nell’area sono tra l’altro atterrati paracadutisti russi). Quattro vittime, tra cui un bambino, è invece il bilancio di un attacco missilistico lanciato sulla città di Zhytomyr. In tutto questo, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che le proprie forze armate avrebbero conquistato la città meridionale di Kherson: una circostanza, questa, che è stata tuttavia smentita dal governo ucraino. Sempre restando nel Sud, è proseguito ieri l’accerchiamento di Mariupol, che è stata sottoposta a durissimi bombardamenti: bombardamenti che, secondo il Guardian, hanno severamente colpito edifici civili, tra cui blocchi residenziali, ospedali e dormitori. «Ci stanno bombardando ininterrottamente da 12 ore ormai», ha detto il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Non possiamo nemmeno prendere i feriti dalle strade, dalle case e dagli appartamenti oggi, poiché i bombardamenti non si fermano». L’offensiva militare, condotta dai russi nelle aree meridionali sfruttando come trampolino di lancio la Crimea, dimostra che - nella strategia di Mosca - risulta impellente la conquista della costa e dei principali centri portuali. Il Cremlino punta infatti a bloccare l’accesso al mare al governo di Kiev. Non è quindi escluso che, nelle prossime ore, i russi possano sferrare un attacco su Odessa: città che Mosca considera strategica anche per incrementare la propria influenza sul Mar Nero. E proprio Odessa potrebbe diventare centrale nell’eventualità che il fronte bellico si allarghi al di fuori del territorio ucraino. L’ipotesi di un simile scenario è sorta dalla mappa militare con cui il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, è stato ripreso in un filmato diffuso dai media statali di Minsk. In particolare, guardando a quella cartina, sembrerebbe che, prendendo proprio le mosse dal porto di Odessa, l’obiettivo dei russi sarebbe quello di arrivare alla Transnistria, dove sorge l’autoproclamata (e filorussa) Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pur non avendola ancora formalmente riconosciuta, il Cremlino ha del resto fatto leva su questa realtà separatista per indebolire geopoliticamente Chisinau nel corso degli anni. Che la Moldavia non sia tranquilla è del resto testimoniato da alcuni fattori. Non solo il parlamento locale ha decretato lo stato d’emergenza poco dopo l’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma, proprio ieri, la presidentessa moldava, Maia Sandu, ha ricevuto l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, nel tentativo di rafforzare i legami del proprio Paese con Bruxelles. Ora, se la suddetta interpretazione della mappa di Lukashenko risultasse corretta, ciò significherebbe due cose. La prima è che un’occupazione russa della Transnistria aumenterebbe enormemente la pressione di Mosca su Chisinau, con l’obiettivo di sconfessare un suo potenziale avvicinamento all’orbita occidentale. La seconda è l’eventualità di un intervento diretto della Bielorussia nel conflitto in corso: ricordiamo infatti che, negli ultimi giorni, Lukashenko abbia ammassato truppe al confine ucraino e che, quando è iniziata l’invasione giovedì, una parte delle forze russe sia penetrata in Ucraina proprio attraverso il territorio bielorusso. E attenzione: la centralità della Bielorussia si scorge anche da un altro punto di vista. Secondo quanto riferito ieri da alcuni media ucraini, si troverebbe attualmente a Minsk Viktor Janukovyc: l’ex presidente ucraino filorusso, fuggito nel 2014 a seguito delle proteste dell’Euromaidan. Ebbene, parrebbe che Vladimir Putin abbia intenzione di riportarlo al potere in sostituzione dell’attuale presidente, Volodymyr Zelensky: un fattore, questo che, se confermato, potrebbe far deragliare le già difficili trattative diplomatiche in corso. Il ministero dell’Interno di Kiev, dal canto suo, ha affermato che 80.000 ucraini sono tornati dall’estero per prendere le armi contro le forze russe. Nel frattempo, Mosca ha dichiarato ieri di aver preso il controllo della centrale nucleare di Zaporizzja, che risulta la più grande in Europa. È quindi chiaro che, oltre a isolarlo puntando sui porti, il Cremlino miri a colpire il governo ucraino, bloccandogli i rifornimenti energetici. In tutto questo, la situazione umanitaria si sta significativamente aggravando. «Più di 2.000 ucraini sono morti, senza contare i nostri difensori», ha reso noto ieri il Servizio di emergenza di Stato dell’Ucraina in una nota. «Bambini, donne e le nostre forze di difesa perdono la vita ogni ora», ha aggiunto. Dall’altra parte, il ministero della Difesa di Mosca ha riferito che hanno finora perso la vita 498 soldati russi. Infine, secondo le Nazioni Unite, sono attualmente oltre 800.000 le persone che, dall’inizio dell’invasione, hanno lasciato il Paese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/2000-vittime-civili-ucraini-conflitto-2656828142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-secondo-negoziato-slittato-a-oggi" data-post-id="2656828142" data-published-at="1646250661" data-use-pagination="False"> Il secondo negoziato slittato a oggi Parte oggi la nuova tornata di colloqui diplomatici tra russi e ucraini, dopo il primo incontro tenutosi lunedì scorso. Stavolta, il luogo scelto è stata la foresta di Bialowieza, in Bielorussia nei pressi del confine con la Polonia. In un primo momento, il secondo meeting era stato fissato già per la serata di ieri. Successivamente si è scelto tuttavia di posticiparlo. Il capo negoziatore di Mosca, Vladimir Medinsky, ha comunque fatto sapere che nel corso dei negoziati odierni sarà principalmente discussa l’ipotesi di un cessate il fuoco. Mentre 233 sacerdoti ortodossi russi hanno lanciato ieri un appello per la pace, il tavolo diplomatico resta per ora appeso a un filo. È pur vero che, dopo le trattative di lunedì, entrambe le delegazioni avevano espresso cauto ottimismo, sostenendo di aver trovato dei punti di mediazione. È ciononostante altrettanto vero che, in questi ultimissimi giorni, la situazione si è fatta sempre più incandescente. Non solo i bombardamenti e i combattimenti sul campo sono proseguiti. Ma, anche sul piano politico, sono state assunte delle posizioni che rischiano di far naufragare il processo diplomatico. Secondo quanto riferito ieri dai media ucraini, Vladimir Putin avrebbe intenzione di riportare al potere il vecchio presidente ucraino, Viktor Janukovyc: un fattore che, se confermato, implicherebbe che il leader del Cremlino o non riconosce Zelensky come interlocutore o punta a spaccare in due l’Ucraina. Sempre Putin aveva inoltre invocato di recente la demilitarizzazione del Paese: un altro fattore, questo, prevedibilmente inaccettabile per Kiev. Così come, sul fronte opposto, risulta inaccettabile per Mosca la richiesta di adesione all’Unione europea dell’Ucraina, formalizzata da Zelensky due giorni fa. Insomma, da entrambe le parti bisogna capire se ci sia o meno l’effettiva volontà di raggiungere un compromesso concreto. Secondo indiscrezioni riferite dalla Tass, pare che durante il primo negoziato il Cremlino abbia chiesto la neutralità ucraina, oltre al riconoscimento del Donbass e della Crimea alla Russia: posizioni, queste, di fatto ribadite ieri dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nel corso di un’intervista ad Al Jazeera. Kiev, dal canto suo, avrebbe invece chiesto un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe di Mosca dai propri territori. In tutto questo, il tema della neutralità si annuncia particolarmente spinoso, perché non è ancora chiaro a quale modello ci si voglia rifare. Da una parte, c’è la possibilità di una neutralità integrale, che comporterebbe un’effettiva equidistanza dell’Ucraina tra Mosca e l’Occidente. Dall’altra, c’è l’ipotesi della finlandizzazione, che porterebbe invece il Paese di fatto nell’orbita russa: uno scenario, questo, che assai difficilmente sarebbe accettato dal governo ucraino, oltre che da Stati Uniti, Gran Bretagna e Ue. Sul processo diplomatico incombe infine il ruolo ambiguo dei mediatori (veri o presunti). Da una parte, troviamo Alexander Lukashenko, il cui comportamento risulta tuttavia piuttosto minaccioso sul piano militare. Dall’altra parte, c’è la Cina che punta ad assumere un ruolo sempre più centrale e che, nel frattempo, ha fatto sapere di non essere intenzionata ad appoggiare le sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia: una posizione, quella di Pechino, che conferisce indirettamente a Mosca una leva negoziale significativa nelle trattative. Insomma, è bene fare estrema attenzione alle mosse del Dragone. L’Occidente deve infatti parare i colpi bassi ed evitare di farsi tagliare fuori.
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Prima guida pediatrica «dedicata ai temi dell’identità di genere, dell’orientamento affettivo e sessuale e dell’accoglienza delle differenze nei percorsi di cura pediatrici», è stata pubblicata il 15 giugno e verrà presentata il prossimo 6 novembre a Roma, nientepopodimeno che presso l’Istituto superiore di sanità (Iss).
Dunque, l’Italia preme per un impegno comune contro la gestazione per altri (Gpa), che nel nostro Paese è reato universale punibile anche se commessa all’estero, invece le associazioni che rappresentano i nostri medici dei bambini la descrivono come tecnica procreativa dei padri gay, fornendo istruzioni al pediatra su come gestirne le implicazioni cliniche.
Più che una guida, risulta un manuale di indottrinamento, costruito attorno alla premessa che bambini e adolescenti Lgbtqia+ «sperimentano stigma, incomprensioni e discriminazioni» e che il pediatra deve essere «primo punto di ascolto». Oltre che specialista delle malattie infantili, può anche essere un supporto per il benessere emotivo e psicologico dei bambini e un riferimento per le famiglie, ma secondo Sip e Acp dovrebbe dare assistenza al coming out, inclusa la promozione della carriera alias scolastica. Scorrendo il documento, si resta stupefatti dall’inquadramento suggerito ai pediatri.
Si parte con una annotazione che è già piena adesione al mondo Lgbtqia+, dove il simbolo addizionale è spiegato come «apertura verso un linguaggio in evoluzione, rappresentativo e rispettoso di ogni identità e vissuto». L’excusatio è altrettanto significativa: «Pur consapevoli dei limiti dell’impiego del maschile sovraesteso, si è scelto di aderirvi per garantire maggiore comprensibilità del testo e ridurre il carico cognitivo per il lettore». Insomma, un manifesto delle rivendicazioni di gay o trans anche nel linguaggio. Ma veniamo ai consigli pratici per i poveri medici. Dovrebbero utilizzare «nomi e pronomi elettivi», in base all’identità di genere che il bimbo avrebbe scelto (sic), e un «linguaggio verbale e non verbale inclusivo con bambini e bambine indipendentemente dall’espressione di genere». Ovvero asterischi, schwa che fluttuano nell’aria come nuvolette dei fumetti?
L’ambulatorio deve mostrare «segnali di accoglienza», per esempio un logo con l’arcobaleno, e nella sala d’attesa occorre lasciare in bella vista non giornaletti o giocattoli bensì «brochure/libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie (incluse omogenitoriali) e la diversità di genere». Non è finita, il bagno deve essere «neutro rispetto al genere o con indicazione che l’accesso è libero per tutti». Per chi si fosse distratto, ricordiamo che è una guida per pediatri. Fortemente raccomandata è una modulistica inclusiva: «Indipendentemente dalla presenza di spazio dedicato nel software gestionale della cartella clinica, è importante specificare nelle note il sesso», ovvero se «maschio, femmina o indeterminato». Il genere: «Maschile/femminile/non binario/agender»; il nome d’elezione (alias).
Mamma e papà sono banditi dai moduli di iscrizione, viene suggerita la sostituzione «con diciture neutre come “genitore/genitore” anche se non legalmente riconosciuti in toto per finalità di cura». Per «prevenire il minority stress», dovuto a «stigma sociale e discriminazioni», è vietato chiedere «Che lavoro fa il papà?». Bisogna optare per un neutro «Che lavoro fanno i tuoi genitori?». Già, ma se uno dei due è morto, non si rischia di intristire il piccolo?
Il catalogo delle «parole che feriscono», e che un pediatra non deve mai utilizzare proviene direttamente dall’agenda Lgbtqia+. Guai se il medico chiede a un bimbo che si affaccia al suo studio: «Sei maschio o femmina?». Orrore fare a una bimba ben vestita l’apprezzamento: «Sembri una principessa!», così pure vanno bandite frasi del tipo: «Quando avrai dei figli…». Sì, perché secondo la guida la maternità non è un bene da affermare. Meglio optare per una recriminazione: «In Italia coppie dello stesso sesso possono unirsi civilmente e accedere all’ “adozione speciale del figlio del partner”, ma non possono accedere al matrimonio, all’adozione piena di bambini e alla Pma», lamenta il manualetto.
Attenzione a come Sip e Acp descrivono l’utero in affitto, reato universale in Italia: «Nelle coppie maschili, che ricorrono alla Gpa, il padre biologico fornisce il seme, l’altro è il genitore intenzionale; l’ovocita proviene da una donatrice, mentre la gravidanza viene portata avanti dalla gestante (secondo modalità altruistica o contrattuale), la quale rinuncia alla responsabilità genitoriale mantenendo comunque nella maggior parte dei casi rapporti di comunicazione con la famiglia».
Insomma, una pratica clinica neutra, del tutto normale.
Chissà come mai c’è chi si affanna per una moratoria, con il fine di sviluppare un quadro giuridico internazionale per abolire la Gpa in tutto il mondo. Non bastasse, le associazioni dei pediatri italiani dichiarano con assoluta certezza: «La comunità scientifica concorda, i genitori omosessuali sono adeguati quanto quelli eterosessuali». Sottinteso, ma non troppo: fateli usare il corpo delle donne per ottenere bambini da strappare alle loro mamme.
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Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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Iran, New York socialista e Greenspan: la settimana americana tra diplomazia difficile, sinistra urbana e fine del mito della Fed.