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2022-03-03
Già 2.000 vittime fra i civili ucraini. Si teme un allargamento del conflitto
Ansa
Non si arresta l’offensiva di Mosca contro l’Ucraina. Anzi, rischia addirittura di espandersi. Secondo quanto riferito ieri dagli Stati Uniti, il lungo convoglio militare russo alle porte di Kiev sarebbe rimasto al momento bloccato a causa di intoppi all’approvvigionamento di carburante. La capitale, in cui iniziano a registrarsi problemi di rifornimento per i supermercati, ha continuato comunque a subire una pressione significativa, dopo gli attacchi missilistici che hanno colpito alcuni suoi edifici. «Ci stiamo preparando e difenderemo Kiev», ha detto il sindaco, Vitali Klitschko.
Sempre ieri, i russi hanno proseguito a bombardare pesantemente Kharkiv, mentre andavano avanti gli scontri a fuoco in loco: secondo quanto riferito dal governatore regionale Oleg Synegubov, sarebbero almeno 21 le persone rimaste uccise in città nell’arco di 24 ore (nell’area sono tra l’altro atterrati paracadutisti russi). Quattro vittime, tra cui un bambino, è invece il bilancio di un attacco missilistico lanciato sulla città di Zhytomyr. In tutto questo, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che le proprie forze armate avrebbero conquistato la città meridionale di Kherson: una circostanza, questa, che è stata tuttavia smentita dal governo ucraino.
Sempre restando nel Sud, è proseguito ieri l’accerchiamento di Mariupol, che è stata sottoposta a durissimi bombardamenti: bombardamenti che, secondo il Guardian, hanno severamente colpito edifici civili, tra cui blocchi residenziali, ospedali e dormitori. «Ci stanno bombardando ininterrottamente da 12 ore ormai», ha detto il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Non possiamo nemmeno prendere i feriti dalle strade, dalle case e dagli appartamenti oggi, poiché i bombardamenti non si fermano». L’offensiva militare, condotta dai russi nelle aree meridionali sfruttando come trampolino di lancio la Crimea, dimostra che - nella strategia di Mosca - risulta impellente la conquista della costa e dei principali centri portuali. Il Cremlino punta infatti a bloccare l’accesso al mare al governo di Kiev. Non è quindi escluso che, nelle prossime ore, i russi possano sferrare un attacco su Odessa: città che Mosca considera strategica anche per incrementare la propria influenza sul Mar Nero.
E proprio Odessa potrebbe diventare centrale nell’eventualità che il fronte bellico si allarghi al di fuori del territorio ucraino. L’ipotesi di un simile scenario è sorta dalla mappa militare con cui il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, è stato ripreso in un filmato diffuso dai media statali di Minsk. In particolare, guardando a quella cartina, sembrerebbe che, prendendo proprio le mosse dal porto di Odessa, l’obiettivo dei russi sarebbe quello di arrivare alla Transnistria, dove sorge l’autoproclamata (e filorussa) Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pur non avendola ancora formalmente riconosciuta, il Cremlino ha del resto fatto leva su questa realtà separatista per indebolire geopoliticamente Chisinau nel corso degli anni. Che la Moldavia non sia tranquilla è del resto testimoniato da alcuni fattori. Non solo il parlamento locale ha decretato lo stato d’emergenza poco dopo l’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma, proprio ieri, la presidentessa moldava, Maia Sandu, ha ricevuto l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, nel tentativo di rafforzare i legami del proprio Paese con Bruxelles.
Ora, se la suddetta interpretazione della mappa di Lukashenko risultasse corretta, ciò significherebbe due cose. La prima è che un’occupazione russa della Transnistria aumenterebbe enormemente la pressione di Mosca su Chisinau, con l’obiettivo di sconfessare un suo potenziale avvicinamento all’orbita occidentale. La seconda è l’eventualità di un intervento diretto della Bielorussia nel conflitto in corso: ricordiamo infatti che, negli ultimi giorni, Lukashenko abbia ammassato truppe al confine ucraino e che, quando è iniziata l’invasione giovedì, una parte delle forze russe sia penetrata in Ucraina proprio attraverso il territorio bielorusso. E attenzione: la centralità della Bielorussia si scorge anche da un altro punto di vista. Secondo quanto riferito ieri da alcuni media ucraini, si troverebbe attualmente a Minsk Viktor Janukovyc: l’ex presidente ucraino filorusso, fuggito nel 2014 a seguito delle proteste dell’Euromaidan. Ebbene, parrebbe che Vladimir Putin abbia intenzione di riportarlo al potere in sostituzione dell’attuale presidente, Volodymyr Zelensky: un fattore, questo che, se confermato, potrebbe far deragliare le già difficili trattative diplomatiche in corso.
Il ministero dell’Interno di Kiev, dal canto suo, ha affermato che 80.000 ucraini sono tornati dall’estero per prendere le armi contro le forze russe. Nel frattempo, Mosca ha dichiarato ieri di aver preso il controllo della centrale nucleare di Zaporizzja, che risulta la più grande in Europa. È quindi chiaro che, oltre a isolarlo puntando sui porti, il Cremlino miri a colpire il governo ucraino, bloccandogli i rifornimenti energetici. In tutto questo, la situazione umanitaria si sta significativamente aggravando. «Più di 2.000 ucraini sono morti, senza contare i nostri difensori», ha reso noto ieri il Servizio di emergenza di Stato dell’Ucraina in una nota. «Bambini, donne e le nostre forze di difesa perdono la vita ogni ora», ha aggiunto. Dall’altra parte, il ministero della Difesa di Mosca ha riferito che hanno finora perso la vita 498 soldati russi. Infine, secondo le Nazioni Unite, sono attualmente oltre 800.000 le persone che, dall’inizio dell’invasione, hanno lasciato il Paese.
Il secondo negoziato slittato a oggi
Parte oggi la nuova tornata di colloqui diplomatici tra russi e ucraini, dopo il primo incontro tenutosi lunedì scorso. Stavolta, il luogo scelto è stata la foresta di Bialowieza, in Bielorussia nei pressi del confine con la Polonia. In un primo momento, il secondo meeting era stato fissato già per la serata di ieri. Successivamente si è scelto tuttavia di posticiparlo. Il capo negoziatore di Mosca, Vladimir Medinsky, ha comunque fatto sapere che nel corso dei negoziati odierni sarà principalmente discussa l’ipotesi di un cessate il fuoco.
Mentre 233 sacerdoti ortodossi russi hanno lanciato ieri un appello per la pace, il tavolo diplomatico resta per ora appeso a un filo. È pur vero che, dopo le trattative di lunedì, entrambe le delegazioni avevano espresso cauto ottimismo, sostenendo di aver trovato dei punti di mediazione. È ciononostante altrettanto vero che, in questi ultimissimi giorni, la situazione si è fatta sempre più incandescente. Non solo i bombardamenti e i combattimenti sul campo sono proseguiti. Ma, anche sul piano politico, sono state assunte delle posizioni che rischiano di far naufragare il processo diplomatico. Secondo quanto riferito ieri dai media ucraini, Vladimir Putin avrebbe intenzione di riportare al potere il vecchio presidente ucraino, Viktor Janukovyc: un fattore che, se confermato, implicherebbe che il leader del Cremlino o non riconosce Zelensky come interlocutore o punta a spaccare in due l’Ucraina. Sempre Putin aveva inoltre invocato di recente la demilitarizzazione del Paese: un altro fattore, questo, prevedibilmente inaccettabile per Kiev. Così come, sul fronte opposto, risulta inaccettabile per Mosca la richiesta di adesione all’Unione europea dell’Ucraina, formalizzata da Zelensky due giorni fa. Insomma, da entrambe le parti bisogna capire se ci sia o meno l’effettiva volontà di raggiungere un compromesso concreto.
Secondo indiscrezioni riferite dalla Tass, pare che durante il primo negoziato il Cremlino abbia chiesto la neutralità ucraina, oltre al riconoscimento del Donbass e della Crimea alla Russia: posizioni, queste, di fatto ribadite ieri dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nel corso di un’intervista ad Al Jazeera. Kiev, dal canto suo, avrebbe invece chiesto un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe di Mosca dai propri territori. In tutto questo, il tema della neutralità si annuncia particolarmente spinoso, perché non è ancora chiaro a quale modello ci si voglia rifare. Da una parte, c’è la possibilità di una neutralità integrale, che comporterebbe un’effettiva equidistanza dell’Ucraina tra Mosca e l’Occidente. Dall’altra, c’è l’ipotesi della finlandizzazione, che porterebbe invece il Paese di fatto nell’orbita russa: uno scenario, questo, che assai difficilmente sarebbe accettato dal governo ucraino, oltre che da Stati Uniti, Gran Bretagna e Ue.
Sul processo diplomatico incombe infine il ruolo ambiguo dei mediatori (veri o presunti). Da una parte, troviamo Alexander Lukashenko, il cui comportamento risulta tuttavia piuttosto minaccioso sul piano militare. Dall’altra parte, c’è la Cina che punta ad assumere un ruolo sempre più centrale e che, nel frattempo, ha fatto sapere di non essere intenzionata ad appoggiare le sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia: una posizione, quella di Pechino, che conferisce indirettamente a Mosca una leva negoziale significativa nelle trattative. Insomma, è bene fare estrema attenzione alle mosse del Dragone. L’Occidente deve infatti parare i colpi bassi ed evitare di farsi tagliare fuori.
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Bloccato il lungo convoglio russo verso Kiev, bombardamenti pesanti su Kharkiv e Mariupol. Colpiti pure gli ospedali. Un filmato di Alexander Lukashenko lascia intendere che Vladimir Putin punti anche alla Transnistria.Il secondo negoziato è slittato, le parti si incontrano stasera tra Polonia e Bielorussia. Sul tavolo l’opzione del cessate il fuoco. Appello di 233 sacerdoti ortodossi per la pace.Lo speciale contiene due articoli.Non si arresta l’offensiva di Mosca contro l’Ucraina. Anzi, rischia addirittura di espandersi. Secondo quanto riferito ieri dagli Stati Uniti, il lungo convoglio militare russo alle porte di Kiev sarebbe rimasto al momento bloccato a causa di intoppi all’approvvigionamento di carburante. La capitale, in cui iniziano a registrarsi problemi di rifornimento per i supermercati, ha continuato comunque a subire una pressione significativa, dopo gli attacchi missilistici che hanno colpito alcuni suoi edifici. «Ci stiamo preparando e difenderemo Kiev», ha detto il sindaco, Vitali Klitschko. Sempre ieri, i russi hanno proseguito a bombardare pesantemente Kharkiv, mentre andavano avanti gli scontri a fuoco in loco: secondo quanto riferito dal governatore regionale Oleg Synegubov, sarebbero almeno 21 le persone rimaste uccise in città nell’arco di 24 ore (nell’area sono tra l’altro atterrati paracadutisti russi). Quattro vittime, tra cui un bambino, è invece il bilancio di un attacco missilistico lanciato sulla città di Zhytomyr. In tutto questo, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che le proprie forze armate avrebbero conquistato la città meridionale di Kherson: una circostanza, questa, che è stata tuttavia smentita dal governo ucraino. Sempre restando nel Sud, è proseguito ieri l’accerchiamento di Mariupol, che è stata sottoposta a durissimi bombardamenti: bombardamenti che, secondo il Guardian, hanno severamente colpito edifici civili, tra cui blocchi residenziali, ospedali e dormitori. «Ci stanno bombardando ininterrottamente da 12 ore ormai», ha detto il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Non possiamo nemmeno prendere i feriti dalle strade, dalle case e dagli appartamenti oggi, poiché i bombardamenti non si fermano». L’offensiva militare, condotta dai russi nelle aree meridionali sfruttando come trampolino di lancio la Crimea, dimostra che - nella strategia di Mosca - risulta impellente la conquista della costa e dei principali centri portuali. Il Cremlino punta infatti a bloccare l’accesso al mare al governo di Kiev. Non è quindi escluso che, nelle prossime ore, i russi possano sferrare un attacco su Odessa: città che Mosca considera strategica anche per incrementare la propria influenza sul Mar Nero. E proprio Odessa potrebbe diventare centrale nell’eventualità che il fronte bellico si allarghi al di fuori del territorio ucraino. L’ipotesi di un simile scenario è sorta dalla mappa militare con cui il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, è stato ripreso in un filmato diffuso dai media statali di Minsk. In particolare, guardando a quella cartina, sembrerebbe che, prendendo proprio le mosse dal porto di Odessa, l’obiettivo dei russi sarebbe quello di arrivare alla Transnistria, dove sorge l’autoproclamata (e filorussa) Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pur non avendola ancora formalmente riconosciuta, il Cremlino ha del resto fatto leva su questa realtà separatista per indebolire geopoliticamente Chisinau nel corso degli anni. Che la Moldavia non sia tranquilla è del resto testimoniato da alcuni fattori. Non solo il parlamento locale ha decretato lo stato d’emergenza poco dopo l’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma, proprio ieri, la presidentessa moldava, Maia Sandu, ha ricevuto l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, nel tentativo di rafforzare i legami del proprio Paese con Bruxelles. Ora, se la suddetta interpretazione della mappa di Lukashenko risultasse corretta, ciò significherebbe due cose. La prima è che un’occupazione russa della Transnistria aumenterebbe enormemente la pressione di Mosca su Chisinau, con l’obiettivo di sconfessare un suo potenziale avvicinamento all’orbita occidentale. La seconda è l’eventualità di un intervento diretto della Bielorussia nel conflitto in corso: ricordiamo infatti che, negli ultimi giorni, Lukashenko abbia ammassato truppe al confine ucraino e che, quando è iniziata l’invasione giovedì, una parte delle forze russe sia penetrata in Ucraina proprio attraverso il territorio bielorusso. E attenzione: la centralità della Bielorussia si scorge anche da un altro punto di vista. Secondo quanto riferito ieri da alcuni media ucraini, si troverebbe attualmente a Minsk Viktor Janukovyc: l’ex presidente ucraino filorusso, fuggito nel 2014 a seguito delle proteste dell’Euromaidan. Ebbene, parrebbe che Vladimir Putin abbia intenzione di riportarlo al potere in sostituzione dell’attuale presidente, Volodymyr Zelensky: un fattore, questo che, se confermato, potrebbe far deragliare le già difficili trattative diplomatiche in corso. Il ministero dell’Interno di Kiev, dal canto suo, ha affermato che 80.000 ucraini sono tornati dall’estero per prendere le armi contro le forze russe. Nel frattempo, Mosca ha dichiarato ieri di aver preso il controllo della centrale nucleare di Zaporizzja, che risulta la più grande in Europa. È quindi chiaro che, oltre a isolarlo puntando sui porti, il Cremlino miri a colpire il governo ucraino, bloccandogli i rifornimenti energetici. In tutto questo, la situazione umanitaria si sta significativamente aggravando. «Più di 2.000 ucraini sono morti, senza contare i nostri difensori», ha reso noto ieri il Servizio di emergenza di Stato dell’Ucraina in una nota. «Bambini, donne e le nostre forze di difesa perdono la vita ogni ora», ha aggiunto. Dall’altra parte, il ministero della Difesa di Mosca ha riferito che hanno finora perso la vita 498 soldati russi. Infine, secondo le Nazioni Unite, sono attualmente oltre 800.000 le persone che, dall’inizio dell’invasione, hanno lasciato il Paese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/2000-vittime-civili-ucraini-conflitto-2656828142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-secondo-negoziato-slittato-a-oggi" data-post-id="2656828142" data-published-at="1646250661" data-use-pagination="False"> Il secondo negoziato slittato a oggi Parte oggi la nuova tornata di colloqui diplomatici tra russi e ucraini, dopo il primo incontro tenutosi lunedì scorso. Stavolta, il luogo scelto è stata la foresta di Bialowieza, in Bielorussia nei pressi del confine con la Polonia. In un primo momento, il secondo meeting era stato fissato già per la serata di ieri. Successivamente si è scelto tuttavia di posticiparlo. Il capo negoziatore di Mosca, Vladimir Medinsky, ha comunque fatto sapere che nel corso dei negoziati odierni sarà principalmente discussa l’ipotesi di un cessate il fuoco. Mentre 233 sacerdoti ortodossi russi hanno lanciato ieri un appello per la pace, il tavolo diplomatico resta per ora appeso a un filo. È pur vero che, dopo le trattative di lunedì, entrambe le delegazioni avevano espresso cauto ottimismo, sostenendo di aver trovato dei punti di mediazione. È ciononostante altrettanto vero che, in questi ultimissimi giorni, la situazione si è fatta sempre più incandescente. Non solo i bombardamenti e i combattimenti sul campo sono proseguiti. Ma, anche sul piano politico, sono state assunte delle posizioni che rischiano di far naufragare il processo diplomatico. Secondo quanto riferito ieri dai media ucraini, Vladimir Putin avrebbe intenzione di riportare al potere il vecchio presidente ucraino, Viktor Janukovyc: un fattore che, se confermato, implicherebbe che il leader del Cremlino o non riconosce Zelensky come interlocutore o punta a spaccare in due l’Ucraina. Sempre Putin aveva inoltre invocato di recente la demilitarizzazione del Paese: un altro fattore, questo, prevedibilmente inaccettabile per Kiev. Così come, sul fronte opposto, risulta inaccettabile per Mosca la richiesta di adesione all’Unione europea dell’Ucraina, formalizzata da Zelensky due giorni fa. Insomma, da entrambe le parti bisogna capire se ci sia o meno l’effettiva volontà di raggiungere un compromesso concreto. Secondo indiscrezioni riferite dalla Tass, pare che durante il primo negoziato il Cremlino abbia chiesto la neutralità ucraina, oltre al riconoscimento del Donbass e della Crimea alla Russia: posizioni, queste, di fatto ribadite ieri dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nel corso di un’intervista ad Al Jazeera. Kiev, dal canto suo, avrebbe invece chiesto un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe di Mosca dai propri territori. In tutto questo, il tema della neutralità si annuncia particolarmente spinoso, perché non è ancora chiaro a quale modello ci si voglia rifare. Da una parte, c’è la possibilità di una neutralità integrale, che comporterebbe un’effettiva equidistanza dell’Ucraina tra Mosca e l’Occidente. Dall’altra, c’è l’ipotesi della finlandizzazione, che porterebbe invece il Paese di fatto nell’orbita russa: uno scenario, questo, che assai difficilmente sarebbe accettato dal governo ucraino, oltre che da Stati Uniti, Gran Bretagna e Ue. Sul processo diplomatico incombe infine il ruolo ambiguo dei mediatori (veri o presunti). Da una parte, troviamo Alexander Lukashenko, il cui comportamento risulta tuttavia piuttosto minaccioso sul piano militare. Dall’altra parte, c’è la Cina che punta ad assumere un ruolo sempre più centrale e che, nel frattempo, ha fatto sapere di non essere intenzionata ad appoggiare le sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia: una posizione, quella di Pechino, che conferisce indirettamente a Mosca una leva negoziale significativa nelle trattative. Insomma, è bene fare estrema attenzione alle mosse del Dragone. L’Occidente deve infatti parare i colpi bassi ed evitare di farsi tagliare fuori.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.