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2022-03-03
Già 2.000 vittime fra i civili ucraini. Si teme un allargamento del conflitto
Ansa
Non si arresta l’offensiva di Mosca contro l’Ucraina. Anzi, rischia addirittura di espandersi. Secondo quanto riferito ieri dagli Stati Uniti, il lungo convoglio militare russo alle porte di Kiev sarebbe rimasto al momento bloccato a causa di intoppi all’approvvigionamento di carburante. La capitale, in cui iniziano a registrarsi problemi di rifornimento per i supermercati, ha continuato comunque a subire una pressione significativa, dopo gli attacchi missilistici che hanno colpito alcuni suoi edifici. «Ci stiamo preparando e difenderemo Kiev», ha detto il sindaco, Vitali Klitschko.
Sempre ieri, i russi hanno proseguito a bombardare pesantemente Kharkiv, mentre andavano avanti gli scontri a fuoco in loco: secondo quanto riferito dal governatore regionale Oleg Synegubov, sarebbero almeno 21 le persone rimaste uccise in città nell’arco di 24 ore (nell’area sono tra l’altro atterrati paracadutisti russi). Quattro vittime, tra cui un bambino, è invece il bilancio di un attacco missilistico lanciato sulla città di Zhytomyr. In tutto questo, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che le proprie forze armate avrebbero conquistato la città meridionale di Kherson: una circostanza, questa, che è stata tuttavia smentita dal governo ucraino.
Sempre restando nel Sud, è proseguito ieri l’accerchiamento di Mariupol, che è stata sottoposta a durissimi bombardamenti: bombardamenti che, secondo il Guardian, hanno severamente colpito edifici civili, tra cui blocchi residenziali, ospedali e dormitori. «Ci stanno bombardando ininterrottamente da 12 ore ormai», ha detto il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Non possiamo nemmeno prendere i feriti dalle strade, dalle case e dagli appartamenti oggi, poiché i bombardamenti non si fermano». L’offensiva militare, condotta dai russi nelle aree meridionali sfruttando come trampolino di lancio la Crimea, dimostra che - nella strategia di Mosca - risulta impellente la conquista della costa e dei principali centri portuali. Il Cremlino punta infatti a bloccare l’accesso al mare al governo di Kiev. Non è quindi escluso che, nelle prossime ore, i russi possano sferrare un attacco su Odessa: città che Mosca considera strategica anche per incrementare la propria influenza sul Mar Nero.
E proprio Odessa potrebbe diventare centrale nell’eventualità che il fronte bellico si allarghi al di fuori del territorio ucraino. L’ipotesi di un simile scenario è sorta dalla mappa militare con cui il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, è stato ripreso in un filmato diffuso dai media statali di Minsk. In particolare, guardando a quella cartina, sembrerebbe che, prendendo proprio le mosse dal porto di Odessa, l’obiettivo dei russi sarebbe quello di arrivare alla Transnistria, dove sorge l’autoproclamata (e filorussa) Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pur non avendola ancora formalmente riconosciuta, il Cremlino ha del resto fatto leva su questa realtà separatista per indebolire geopoliticamente Chisinau nel corso degli anni. Che la Moldavia non sia tranquilla è del resto testimoniato da alcuni fattori. Non solo il parlamento locale ha decretato lo stato d’emergenza poco dopo l’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma, proprio ieri, la presidentessa moldava, Maia Sandu, ha ricevuto l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, nel tentativo di rafforzare i legami del proprio Paese con Bruxelles.
Ora, se la suddetta interpretazione della mappa di Lukashenko risultasse corretta, ciò significherebbe due cose. La prima è che un’occupazione russa della Transnistria aumenterebbe enormemente la pressione di Mosca su Chisinau, con l’obiettivo di sconfessare un suo potenziale avvicinamento all’orbita occidentale. La seconda è l’eventualità di un intervento diretto della Bielorussia nel conflitto in corso: ricordiamo infatti che, negli ultimi giorni, Lukashenko abbia ammassato truppe al confine ucraino e che, quando è iniziata l’invasione giovedì, una parte delle forze russe sia penetrata in Ucraina proprio attraverso il territorio bielorusso. E attenzione: la centralità della Bielorussia si scorge anche da un altro punto di vista. Secondo quanto riferito ieri da alcuni media ucraini, si troverebbe attualmente a Minsk Viktor Janukovyc: l’ex presidente ucraino filorusso, fuggito nel 2014 a seguito delle proteste dell’Euromaidan. Ebbene, parrebbe che Vladimir Putin abbia intenzione di riportarlo al potere in sostituzione dell’attuale presidente, Volodymyr Zelensky: un fattore, questo che, se confermato, potrebbe far deragliare le già difficili trattative diplomatiche in corso.
Il ministero dell’Interno di Kiev, dal canto suo, ha affermato che 80.000 ucraini sono tornati dall’estero per prendere le armi contro le forze russe. Nel frattempo, Mosca ha dichiarato ieri di aver preso il controllo della centrale nucleare di Zaporizzja, che risulta la più grande in Europa. È quindi chiaro che, oltre a isolarlo puntando sui porti, il Cremlino miri a colpire il governo ucraino, bloccandogli i rifornimenti energetici. In tutto questo, la situazione umanitaria si sta significativamente aggravando. «Più di 2.000 ucraini sono morti, senza contare i nostri difensori», ha reso noto ieri il Servizio di emergenza di Stato dell’Ucraina in una nota. «Bambini, donne e le nostre forze di difesa perdono la vita ogni ora», ha aggiunto. Dall’altra parte, il ministero della Difesa di Mosca ha riferito che hanno finora perso la vita 498 soldati russi. Infine, secondo le Nazioni Unite, sono attualmente oltre 800.000 le persone che, dall’inizio dell’invasione, hanno lasciato il Paese.
Il secondo negoziato slittato a oggi
Parte oggi la nuova tornata di colloqui diplomatici tra russi e ucraini, dopo il primo incontro tenutosi lunedì scorso. Stavolta, il luogo scelto è stata la foresta di Bialowieza, in Bielorussia nei pressi del confine con la Polonia. In un primo momento, il secondo meeting era stato fissato già per la serata di ieri. Successivamente si è scelto tuttavia di posticiparlo. Il capo negoziatore di Mosca, Vladimir Medinsky, ha comunque fatto sapere che nel corso dei negoziati odierni sarà principalmente discussa l’ipotesi di un cessate il fuoco.
Mentre 233 sacerdoti ortodossi russi hanno lanciato ieri un appello per la pace, il tavolo diplomatico resta per ora appeso a un filo. È pur vero che, dopo le trattative di lunedì, entrambe le delegazioni avevano espresso cauto ottimismo, sostenendo di aver trovato dei punti di mediazione. È ciononostante altrettanto vero che, in questi ultimissimi giorni, la situazione si è fatta sempre più incandescente. Non solo i bombardamenti e i combattimenti sul campo sono proseguiti. Ma, anche sul piano politico, sono state assunte delle posizioni che rischiano di far naufragare il processo diplomatico. Secondo quanto riferito ieri dai media ucraini, Vladimir Putin avrebbe intenzione di riportare al potere il vecchio presidente ucraino, Viktor Janukovyc: un fattore che, se confermato, implicherebbe che il leader del Cremlino o non riconosce Zelensky come interlocutore o punta a spaccare in due l’Ucraina. Sempre Putin aveva inoltre invocato di recente la demilitarizzazione del Paese: un altro fattore, questo, prevedibilmente inaccettabile per Kiev. Così come, sul fronte opposto, risulta inaccettabile per Mosca la richiesta di adesione all’Unione europea dell’Ucraina, formalizzata da Zelensky due giorni fa. Insomma, da entrambe le parti bisogna capire se ci sia o meno l’effettiva volontà di raggiungere un compromesso concreto.
Secondo indiscrezioni riferite dalla Tass, pare che durante il primo negoziato il Cremlino abbia chiesto la neutralità ucraina, oltre al riconoscimento del Donbass e della Crimea alla Russia: posizioni, queste, di fatto ribadite ieri dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nel corso di un’intervista ad Al Jazeera. Kiev, dal canto suo, avrebbe invece chiesto un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe di Mosca dai propri territori. In tutto questo, il tema della neutralità si annuncia particolarmente spinoso, perché non è ancora chiaro a quale modello ci si voglia rifare. Da una parte, c’è la possibilità di una neutralità integrale, che comporterebbe un’effettiva equidistanza dell’Ucraina tra Mosca e l’Occidente. Dall’altra, c’è l’ipotesi della finlandizzazione, che porterebbe invece il Paese di fatto nell’orbita russa: uno scenario, questo, che assai difficilmente sarebbe accettato dal governo ucraino, oltre che da Stati Uniti, Gran Bretagna e Ue.
Sul processo diplomatico incombe infine il ruolo ambiguo dei mediatori (veri o presunti). Da una parte, troviamo Alexander Lukashenko, il cui comportamento risulta tuttavia piuttosto minaccioso sul piano militare. Dall’altra parte, c’è la Cina che punta ad assumere un ruolo sempre più centrale e che, nel frattempo, ha fatto sapere di non essere intenzionata ad appoggiare le sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia: una posizione, quella di Pechino, che conferisce indirettamente a Mosca una leva negoziale significativa nelle trattative. Insomma, è bene fare estrema attenzione alle mosse del Dragone. L’Occidente deve infatti parare i colpi bassi ed evitare di farsi tagliare fuori.
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Bloccato il lungo convoglio russo verso Kiev, bombardamenti pesanti su Kharkiv e Mariupol. Colpiti pure gli ospedali. Un filmato di Alexander Lukashenko lascia intendere che Vladimir Putin punti anche alla Transnistria.Il secondo negoziato è slittato, le parti si incontrano stasera tra Polonia e Bielorussia. Sul tavolo l’opzione del cessate il fuoco. Appello di 233 sacerdoti ortodossi per la pace.Lo speciale contiene due articoli.Non si arresta l’offensiva di Mosca contro l’Ucraina. Anzi, rischia addirittura di espandersi. Secondo quanto riferito ieri dagli Stati Uniti, il lungo convoglio militare russo alle porte di Kiev sarebbe rimasto al momento bloccato a causa di intoppi all’approvvigionamento di carburante. La capitale, in cui iniziano a registrarsi problemi di rifornimento per i supermercati, ha continuato comunque a subire una pressione significativa, dopo gli attacchi missilistici che hanno colpito alcuni suoi edifici. «Ci stiamo preparando e difenderemo Kiev», ha detto il sindaco, Vitali Klitschko. Sempre ieri, i russi hanno proseguito a bombardare pesantemente Kharkiv, mentre andavano avanti gli scontri a fuoco in loco: secondo quanto riferito dal governatore regionale Oleg Synegubov, sarebbero almeno 21 le persone rimaste uccise in città nell’arco di 24 ore (nell’area sono tra l’altro atterrati paracadutisti russi). Quattro vittime, tra cui un bambino, è invece il bilancio di un attacco missilistico lanciato sulla città di Zhytomyr. In tutto questo, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che le proprie forze armate avrebbero conquistato la città meridionale di Kherson: una circostanza, questa, che è stata tuttavia smentita dal governo ucraino. Sempre restando nel Sud, è proseguito ieri l’accerchiamento di Mariupol, che è stata sottoposta a durissimi bombardamenti: bombardamenti che, secondo il Guardian, hanno severamente colpito edifici civili, tra cui blocchi residenziali, ospedali e dormitori. «Ci stanno bombardando ininterrottamente da 12 ore ormai», ha detto il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Non possiamo nemmeno prendere i feriti dalle strade, dalle case e dagli appartamenti oggi, poiché i bombardamenti non si fermano». L’offensiva militare, condotta dai russi nelle aree meridionali sfruttando come trampolino di lancio la Crimea, dimostra che - nella strategia di Mosca - risulta impellente la conquista della costa e dei principali centri portuali. Il Cremlino punta infatti a bloccare l’accesso al mare al governo di Kiev. Non è quindi escluso che, nelle prossime ore, i russi possano sferrare un attacco su Odessa: città che Mosca considera strategica anche per incrementare la propria influenza sul Mar Nero. E proprio Odessa potrebbe diventare centrale nell’eventualità che il fronte bellico si allarghi al di fuori del territorio ucraino. L’ipotesi di un simile scenario è sorta dalla mappa militare con cui il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, è stato ripreso in un filmato diffuso dai media statali di Minsk. In particolare, guardando a quella cartina, sembrerebbe che, prendendo proprio le mosse dal porto di Odessa, l’obiettivo dei russi sarebbe quello di arrivare alla Transnistria, dove sorge l’autoproclamata (e filorussa) Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pur non avendola ancora formalmente riconosciuta, il Cremlino ha del resto fatto leva su questa realtà separatista per indebolire geopoliticamente Chisinau nel corso degli anni. Che la Moldavia non sia tranquilla è del resto testimoniato da alcuni fattori. Non solo il parlamento locale ha decretato lo stato d’emergenza poco dopo l’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma, proprio ieri, la presidentessa moldava, Maia Sandu, ha ricevuto l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, nel tentativo di rafforzare i legami del proprio Paese con Bruxelles. Ora, se la suddetta interpretazione della mappa di Lukashenko risultasse corretta, ciò significherebbe due cose. La prima è che un’occupazione russa della Transnistria aumenterebbe enormemente la pressione di Mosca su Chisinau, con l’obiettivo di sconfessare un suo potenziale avvicinamento all’orbita occidentale. La seconda è l’eventualità di un intervento diretto della Bielorussia nel conflitto in corso: ricordiamo infatti che, negli ultimi giorni, Lukashenko abbia ammassato truppe al confine ucraino e che, quando è iniziata l’invasione giovedì, una parte delle forze russe sia penetrata in Ucraina proprio attraverso il territorio bielorusso. E attenzione: la centralità della Bielorussia si scorge anche da un altro punto di vista. Secondo quanto riferito ieri da alcuni media ucraini, si troverebbe attualmente a Minsk Viktor Janukovyc: l’ex presidente ucraino filorusso, fuggito nel 2014 a seguito delle proteste dell’Euromaidan. Ebbene, parrebbe che Vladimir Putin abbia intenzione di riportarlo al potere in sostituzione dell’attuale presidente, Volodymyr Zelensky: un fattore, questo che, se confermato, potrebbe far deragliare le già difficili trattative diplomatiche in corso. Il ministero dell’Interno di Kiev, dal canto suo, ha affermato che 80.000 ucraini sono tornati dall’estero per prendere le armi contro le forze russe. Nel frattempo, Mosca ha dichiarato ieri di aver preso il controllo della centrale nucleare di Zaporizzja, che risulta la più grande in Europa. È quindi chiaro che, oltre a isolarlo puntando sui porti, il Cremlino miri a colpire il governo ucraino, bloccandogli i rifornimenti energetici. In tutto questo, la situazione umanitaria si sta significativamente aggravando. «Più di 2.000 ucraini sono morti, senza contare i nostri difensori», ha reso noto ieri il Servizio di emergenza di Stato dell’Ucraina in una nota. «Bambini, donne e le nostre forze di difesa perdono la vita ogni ora», ha aggiunto. Dall’altra parte, il ministero della Difesa di Mosca ha riferito che hanno finora perso la vita 498 soldati russi. Infine, secondo le Nazioni Unite, sono attualmente oltre 800.000 le persone che, dall’inizio dell’invasione, hanno lasciato il Paese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/2000-vittime-civili-ucraini-conflitto-2656828142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-secondo-negoziato-slittato-a-oggi" data-post-id="2656828142" data-published-at="1646250661" data-use-pagination="False"> Il secondo negoziato slittato a oggi Parte oggi la nuova tornata di colloqui diplomatici tra russi e ucraini, dopo il primo incontro tenutosi lunedì scorso. Stavolta, il luogo scelto è stata la foresta di Bialowieza, in Bielorussia nei pressi del confine con la Polonia. In un primo momento, il secondo meeting era stato fissato già per la serata di ieri. Successivamente si è scelto tuttavia di posticiparlo. Il capo negoziatore di Mosca, Vladimir Medinsky, ha comunque fatto sapere che nel corso dei negoziati odierni sarà principalmente discussa l’ipotesi di un cessate il fuoco. Mentre 233 sacerdoti ortodossi russi hanno lanciato ieri un appello per la pace, il tavolo diplomatico resta per ora appeso a un filo. È pur vero che, dopo le trattative di lunedì, entrambe le delegazioni avevano espresso cauto ottimismo, sostenendo di aver trovato dei punti di mediazione. È ciononostante altrettanto vero che, in questi ultimissimi giorni, la situazione si è fatta sempre più incandescente. Non solo i bombardamenti e i combattimenti sul campo sono proseguiti. Ma, anche sul piano politico, sono state assunte delle posizioni che rischiano di far naufragare il processo diplomatico. Secondo quanto riferito ieri dai media ucraini, Vladimir Putin avrebbe intenzione di riportare al potere il vecchio presidente ucraino, Viktor Janukovyc: un fattore che, se confermato, implicherebbe che il leader del Cremlino o non riconosce Zelensky come interlocutore o punta a spaccare in due l’Ucraina. Sempre Putin aveva inoltre invocato di recente la demilitarizzazione del Paese: un altro fattore, questo, prevedibilmente inaccettabile per Kiev. Così come, sul fronte opposto, risulta inaccettabile per Mosca la richiesta di adesione all’Unione europea dell’Ucraina, formalizzata da Zelensky due giorni fa. Insomma, da entrambe le parti bisogna capire se ci sia o meno l’effettiva volontà di raggiungere un compromesso concreto. Secondo indiscrezioni riferite dalla Tass, pare che durante il primo negoziato il Cremlino abbia chiesto la neutralità ucraina, oltre al riconoscimento del Donbass e della Crimea alla Russia: posizioni, queste, di fatto ribadite ieri dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nel corso di un’intervista ad Al Jazeera. Kiev, dal canto suo, avrebbe invece chiesto un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe di Mosca dai propri territori. In tutto questo, il tema della neutralità si annuncia particolarmente spinoso, perché non è ancora chiaro a quale modello ci si voglia rifare. Da una parte, c’è la possibilità di una neutralità integrale, che comporterebbe un’effettiva equidistanza dell’Ucraina tra Mosca e l’Occidente. Dall’altra, c’è l’ipotesi della finlandizzazione, che porterebbe invece il Paese di fatto nell’orbita russa: uno scenario, questo, che assai difficilmente sarebbe accettato dal governo ucraino, oltre che da Stati Uniti, Gran Bretagna e Ue. Sul processo diplomatico incombe infine il ruolo ambiguo dei mediatori (veri o presunti). Da una parte, troviamo Alexander Lukashenko, il cui comportamento risulta tuttavia piuttosto minaccioso sul piano militare. Dall’altra parte, c’è la Cina che punta ad assumere un ruolo sempre più centrale e che, nel frattempo, ha fatto sapere di non essere intenzionata ad appoggiare le sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia: una posizione, quella di Pechino, che conferisce indirettamente a Mosca una leva negoziale significativa nelle trattative. Insomma, è bene fare estrema attenzione alle mosse del Dragone. L’Occidente deve infatti parare i colpi bassi ed evitare di farsi tagliare fuori.
Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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Dieci persone sono state fermate dai carabinieri di Castello di Cisterna nel campo rom di Caivano (Napoli) con accuse che vanno dalla rapina al furto, al riciclaggio, alla resistenza a pubblico ufficiale e al trasferimento fraudolento di valori. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe messo a segno circa 70 colpi tra furti ai danni di negozianti, rapine ad automobilisti e assalti a sportelli bancari, anche utilizzando la tecnica della «spaccata». Gli indagati avrebbero ostentato sui social network i proventi delle attività criminali.