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2022-03-03
Già 2.000 vittime fra i civili ucraini. Si teme un allargamento del conflitto
Ansa
Non si arresta l’offensiva di Mosca contro l’Ucraina. Anzi, rischia addirittura di espandersi. Secondo quanto riferito ieri dagli Stati Uniti, il lungo convoglio militare russo alle porte di Kiev sarebbe rimasto al momento bloccato a causa di intoppi all’approvvigionamento di carburante. La capitale, in cui iniziano a registrarsi problemi di rifornimento per i supermercati, ha continuato comunque a subire una pressione significativa, dopo gli attacchi missilistici che hanno colpito alcuni suoi edifici. «Ci stiamo preparando e difenderemo Kiev», ha detto il sindaco, Vitali Klitschko.
Sempre ieri, i russi hanno proseguito a bombardare pesantemente Kharkiv, mentre andavano avanti gli scontri a fuoco in loco: secondo quanto riferito dal governatore regionale Oleg Synegubov, sarebbero almeno 21 le persone rimaste uccise in città nell’arco di 24 ore (nell’area sono tra l’altro atterrati paracadutisti russi). Quattro vittime, tra cui un bambino, è invece il bilancio di un attacco missilistico lanciato sulla città di Zhytomyr. In tutto questo, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che le proprie forze armate avrebbero conquistato la città meridionale di Kherson: una circostanza, questa, che è stata tuttavia smentita dal governo ucraino.
Sempre restando nel Sud, è proseguito ieri l’accerchiamento di Mariupol, che è stata sottoposta a durissimi bombardamenti: bombardamenti che, secondo il Guardian, hanno severamente colpito edifici civili, tra cui blocchi residenziali, ospedali e dormitori. «Ci stanno bombardando ininterrottamente da 12 ore ormai», ha detto il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Non possiamo nemmeno prendere i feriti dalle strade, dalle case e dagli appartamenti oggi, poiché i bombardamenti non si fermano». L’offensiva militare, condotta dai russi nelle aree meridionali sfruttando come trampolino di lancio la Crimea, dimostra che - nella strategia di Mosca - risulta impellente la conquista della costa e dei principali centri portuali. Il Cremlino punta infatti a bloccare l’accesso al mare al governo di Kiev. Non è quindi escluso che, nelle prossime ore, i russi possano sferrare un attacco su Odessa: città che Mosca considera strategica anche per incrementare la propria influenza sul Mar Nero.
E proprio Odessa potrebbe diventare centrale nell’eventualità che il fronte bellico si allarghi al di fuori del territorio ucraino. L’ipotesi di un simile scenario è sorta dalla mappa militare con cui il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, è stato ripreso in un filmato diffuso dai media statali di Minsk. In particolare, guardando a quella cartina, sembrerebbe che, prendendo proprio le mosse dal porto di Odessa, l’obiettivo dei russi sarebbe quello di arrivare alla Transnistria, dove sorge l’autoproclamata (e filorussa) Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pur non avendola ancora formalmente riconosciuta, il Cremlino ha del resto fatto leva su questa realtà separatista per indebolire geopoliticamente Chisinau nel corso degli anni. Che la Moldavia non sia tranquilla è del resto testimoniato da alcuni fattori. Non solo il parlamento locale ha decretato lo stato d’emergenza poco dopo l’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma, proprio ieri, la presidentessa moldava, Maia Sandu, ha ricevuto l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, nel tentativo di rafforzare i legami del proprio Paese con Bruxelles.
Ora, se la suddetta interpretazione della mappa di Lukashenko risultasse corretta, ciò significherebbe due cose. La prima è che un’occupazione russa della Transnistria aumenterebbe enormemente la pressione di Mosca su Chisinau, con l’obiettivo di sconfessare un suo potenziale avvicinamento all’orbita occidentale. La seconda è l’eventualità di un intervento diretto della Bielorussia nel conflitto in corso: ricordiamo infatti che, negli ultimi giorni, Lukashenko abbia ammassato truppe al confine ucraino e che, quando è iniziata l’invasione giovedì, una parte delle forze russe sia penetrata in Ucraina proprio attraverso il territorio bielorusso. E attenzione: la centralità della Bielorussia si scorge anche da un altro punto di vista. Secondo quanto riferito ieri da alcuni media ucraini, si troverebbe attualmente a Minsk Viktor Janukovyc: l’ex presidente ucraino filorusso, fuggito nel 2014 a seguito delle proteste dell’Euromaidan. Ebbene, parrebbe che Vladimir Putin abbia intenzione di riportarlo al potere in sostituzione dell’attuale presidente, Volodymyr Zelensky: un fattore, questo che, se confermato, potrebbe far deragliare le già difficili trattative diplomatiche in corso.
Il ministero dell’Interno di Kiev, dal canto suo, ha affermato che 80.000 ucraini sono tornati dall’estero per prendere le armi contro le forze russe. Nel frattempo, Mosca ha dichiarato ieri di aver preso il controllo della centrale nucleare di Zaporizzja, che risulta la più grande in Europa. È quindi chiaro che, oltre a isolarlo puntando sui porti, il Cremlino miri a colpire il governo ucraino, bloccandogli i rifornimenti energetici. In tutto questo, la situazione umanitaria si sta significativamente aggravando. «Più di 2.000 ucraini sono morti, senza contare i nostri difensori», ha reso noto ieri il Servizio di emergenza di Stato dell’Ucraina in una nota. «Bambini, donne e le nostre forze di difesa perdono la vita ogni ora», ha aggiunto. Dall’altra parte, il ministero della Difesa di Mosca ha riferito che hanno finora perso la vita 498 soldati russi. Infine, secondo le Nazioni Unite, sono attualmente oltre 800.000 le persone che, dall’inizio dell’invasione, hanno lasciato il Paese.
Il secondo negoziato slittato a oggi
Parte oggi la nuova tornata di colloqui diplomatici tra russi e ucraini, dopo il primo incontro tenutosi lunedì scorso. Stavolta, il luogo scelto è stata la foresta di Bialowieza, in Bielorussia nei pressi del confine con la Polonia. In un primo momento, il secondo meeting era stato fissato già per la serata di ieri. Successivamente si è scelto tuttavia di posticiparlo. Il capo negoziatore di Mosca, Vladimir Medinsky, ha comunque fatto sapere che nel corso dei negoziati odierni sarà principalmente discussa l’ipotesi di un cessate il fuoco.
Mentre 233 sacerdoti ortodossi russi hanno lanciato ieri un appello per la pace, il tavolo diplomatico resta per ora appeso a un filo. È pur vero che, dopo le trattative di lunedì, entrambe le delegazioni avevano espresso cauto ottimismo, sostenendo di aver trovato dei punti di mediazione. È ciononostante altrettanto vero che, in questi ultimissimi giorni, la situazione si è fatta sempre più incandescente. Non solo i bombardamenti e i combattimenti sul campo sono proseguiti. Ma, anche sul piano politico, sono state assunte delle posizioni che rischiano di far naufragare il processo diplomatico. Secondo quanto riferito ieri dai media ucraini, Vladimir Putin avrebbe intenzione di riportare al potere il vecchio presidente ucraino, Viktor Janukovyc: un fattore che, se confermato, implicherebbe che il leader del Cremlino o non riconosce Zelensky come interlocutore o punta a spaccare in due l’Ucraina. Sempre Putin aveva inoltre invocato di recente la demilitarizzazione del Paese: un altro fattore, questo, prevedibilmente inaccettabile per Kiev. Così come, sul fronte opposto, risulta inaccettabile per Mosca la richiesta di adesione all’Unione europea dell’Ucraina, formalizzata da Zelensky due giorni fa. Insomma, da entrambe le parti bisogna capire se ci sia o meno l’effettiva volontà di raggiungere un compromesso concreto.
Secondo indiscrezioni riferite dalla Tass, pare che durante il primo negoziato il Cremlino abbia chiesto la neutralità ucraina, oltre al riconoscimento del Donbass e della Crimea alla Russia: posizioni, queste, di fatto ribadite ieri dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nel corso di un’intervista ad Al Jazeera. Kiev, dal canto suo, avrebbe invece chiesto un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe di Mosca dai propri territori. In tutto questo, il tema della neutralità si annuncia particolarmente spinoso, perché non è ancora chiaro a quale modello ci si voglia rifare. Da una parte, c’è la possibilità di una neutralità integrale, che comporterebbe un’effettiva equidistanza dell’Ucraina tra Mosca e l’Occidente. Dall’altra, c’è l’ipotesi della finlandizzazione, che porterebbe invece il Paese di fatto nell’orbita russa: uno scenario, questo, che assai difficilmente sarebbe accettato dal governo ucraino, oltre che da Stati Uniti, Gran Bretagna e Ue.
Sul processo diplomatico incombe infine il ruolo ambiguo dei mediatori (veri o presunti). Da una parte, troviamo Alexander Lukashenko, il cui comportamento risulta tuttavia piuttosto minaccioso sul piano militare. Dall’altra parte, c’è la Cina che punta ad assumere un ruolo sempre più centrale e che, nel frattempo, ha fatto sapere di non essere intenzionata ad appoggiare le sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia: una posizione, quella di Pechino, che conferisce indirettamente a Mosca una leva negoziale significativa nelle trattative. Insomma, è bene fare estrema attenzione alle mosse del Dragone. L’Occidente deve infatti parare i colpi bassi ed evitare di farsi tagliare fuori.
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Bloccato il lungo convoglio russo verso Kiev, bombardamenti pesanti su Kharkiv e Mariupol. Colpiti pure gli ospedali. Un filmato di Alexander Lukashenko lascia intendere che Vladimir Putin punti anche alla Transnistria.Il secondo negoziato è slittato, le parti si incontrano stasera tra Polonia e Bielorussia. Sul tavolo l’opzione del cessate il fuoco. Appello di 233 sacerdoti ortodossi per la pace.Lo speciale contiene due articoli.Non si arresta l’offensiva di Mosca contro l’Ucraina. Anzi, rischia addirittura di espandersi. Secondo quanto riferito ieri dagli Stati Uniti, il lungo convoglio militare russo alle porte di Kiev sarebbe rimasto al momento bloccato a causa di intoppi all’approvvigionamento di carburante. La capitale, in cui iniziano a registrarsi problemi di rifornimento per i supermercati, ha continuato comunque a subire una pressione significativa, dopo gli attacchi missilistici che hanno colpito alcuni suoi edifici. «Ci stiamo preparando e difenderemo Kiev», ha detto il sindaco, Vitali Klitschko. Sempre ieri, i russi hanno proseguito a bombardare pesantemente Kharkiv, mentre andavano avanti gli scontri a fuoco in loco: secondo quanto riferito dal governatore regionale Oleg Synegubov, sarebbero almeno 21 le persone rimaste uccise in città nell’arco di 24 ore (nell’area sono tra l’altro atterrati paracadutisti russi). Quattro vittime, tra cui un bambino, è invece il bilancio di un attacco missilistico lanciato sulla città di Zhytomyr. In tutto questo, il ministero della Difesa russo ha dichiarato che le proprie forze armate avrebbero conquistato la città meridionale di Kherson: una circostanza, questa, che è stata tuttavia smentita dal governo ucraino. Sempre restando nel Sud, è proseguito ieri l’accerchiamento di Mariupol, che è stata sottoposta a durissimi bombardamenti: bombardamenti che, secondo il Guardian, hanno severamente colpito edifici civili, tra cui blocchi residenziali, ospedali e dormitori. «Ci stanno bombardando ininterrottamente da 12 ore ormai», ha detto il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko. «Non possiamo nemmeno prendere i feriti dalle strade, dalle case e dagli appartamenti oggi, poiché i bombardamenti non si fermano». L’offensiva militare, condotta dai russi nelle aree meridionali sfruttando come trampolino di lancio la Crimea, dimostra che - nella strategia di Mosca - risulta impellente la conquista della costa e dei principali centri portuali. Il Cremlino punta infatti a bloccare l’accesso al mare al governo di Kiev. Non è quindi escluso che, nelle prossime ore, i russi possano sferrare un attacco su Odessa: città che Mosca considera strategica anche per incrementare la propria influenza sul Mar Nero. E proprio Odessa potrebbe diventare centrale nell’eventualità che il fronte bellico si allarghi al di fuori del territorio ucraino. L’ipotesi di un simile scenario è sorta dalla mappa militare con cui il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, è stato ripreso in un filmato diffuso dai media statali di Minsk. In particolare, guardando a quella cartina, sembrerebbe che, prendendo proprio le mosse dal porto di Odessa, l’obiettivo dei russi sarebbe quello di arrivare alla Transnistria, dove sorge l’autoproclamata (e filorussa) Repubblica Moldava di Pridniestrov. Pur non avendola ancora formalmente riconosciuta, il Cremlino ha del resto fatto leva su questa realtà separatista per indebolire geopoliticamente Chisinau nel corso degli anni. Che la Moldavia non sia tranquilla è del resto testimoniato da alcuni fattori. Non solo il parlamento locale ha decretato lo stato d’emergenza poco dopo l’inizio dell’attacco russo all’Ucraina, ma, proprio ieri, la presidentessa moldava, Maia Sandu, ha ricevuto l’Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, nel tentativo di rafforzare i legami del proprio Paese con Bruxelles. Ora, se la suddetta interpretazione della mappa di Lukashenko risultasse corretta, ciò significherebbe due cose. La prima è che un’occupazione russa della Transnistria aumenterebbe enormemente la pressione di Mosca su Chisinau, con l’obiettivo di sconfessare un suo potenziale avvicinamento all’orbita occidentale. La seconda è l’eventualità di un intervento diretto della Bielorussia nel conflitto in corso: ricordiamo infatti che, negli ultimi giorni, Lukashenko abbia ammassato truppe al confine ucraino e che, quando è iniziata l’invasione giovedì, una parte delle forze russe sia penetrata in Ucraina proprio attraverso il territorio bielorusso. E attenzione: la centralità della Bielorussia si scorge anche da un altro punto di vista. Secondo quanto riferito ieri da alcuni media ucraini, si troverebbe attualmente a Minsk Viktor Janukovyc: l’ex presidente ucraino filorusso, fuggito nel 2014 a seguito delle proteste dell’Euromaidan. Ebbene, parrebbe che Vladimir Putin abbia intenzione di riportarlo al potere in sostituzione dell’attuale presidente, Volodymyr Zelensky: un fattore, questo che, se confermato, potrebbe far deragliare le già difficili trattative diplomatiche in corso. Il ministero dell’Interno di Kiev, dal canto suo, ha affermato che 80.000 ucraini sono tornati dall’estero per prendere le armi contro le forze russe. Nel frattempo, Mosca ha dichiarato ieri di aver preso il controllo della centrale nucleare di Zaporizzja, che risulta la più grande in Europa. È quindi chiaro che, oltre a isolarlo puntando sui porti, il Cremlino miri a colpire il governo ucraino, bloccandogli i rifornimenti energetici. In tutto questo, la situazione umanitaria si sta significativamente aggravando. «Più di 2.000 ucraini sono morti, senza contare i nostri difensori», ha reso noto ieri il Servizio di emergenza di Stato dell’Ucraina in una nota. «Bambini, donne e le nostre forze di difesa perdono la vita ogni ora», ha aggiunto. Dall’altra parte, il ministero della Difesa di Mosca ha riferito che hanno finora perso la vita 498 soldati russi. Infine, secondo le Nazioni Unite, sono attualmente oltre 800.000 le persone che, dall’inizio dell’invasione, hanno lasciato il Paese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/2000-vittime-civili-ucraini-conflitto-2656828142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-secondo-negoziato-slittato-a-oggi" data-post-id="2656828142" data-published-at="1646250661" data-use-pagination="False"> Il secondo negoziato slittato a oggi Parte oggi la nuova tornata di colloqui diplomatici tra russi e ucraini, dopo il primo incontro tenutosi lunedì scorso. Stavolta, il luogo scelto è stata la foresta di Bialowieza, in Bielorussia nei pressi del confine con la Polonia. In un primo momento, il secondo meeting era stato fissato già per la serata di ieri. Successivamente si è scelto tuttavia di posticiparlo. Il capo negoziatore di Mosca, Vladimir Medinsky, ha comunque fatto sapere che nel corso dei negoziati odierni sarà principalmente discussa l’ipotesi di un cessate il fuoco. Mentre 233 sacerdoti ortodossi russi hanno lanciato ieri un appello per la pace, il tavolo diplomatico resta per ora appeso a un filo. È pur vero che, dopo le trattative di lunedì, entrambe le delegazioni avevano espresso cauto ottimismo, sostenendo di aver trovato dei punti di mediazione. È ciononostante altrettanto vero che, in questi ultimissimi giorni, la situazione si è fatta sempre più incandescente. Non solo i bombardamenti e i combattimenti sul campo sono proseguiti. Ma, anche sul piano politico, sono state assunte delle posizioni che rischiano di far naufragare il processo diplomatico. Secondo quanto riferito ieri dai media ucraini, Vladimir Putin avrebbe intenzione di riportare al potere il vecchio presidente ucraino, Viktor Janukovyc: un fattore che, se confermato, implicherebbe che il leader del Cremlino o non riconosce Zelensky come interlocutore o punta a spaccare in due l’Ucraina. Sempre Putin aveva inoltre invocato di recente la demilitarizzazione del Paese: un altro fattore, questo, prevedibilmente inaccettabile per Kiev. Così come, sul fronte opposto, risulta inaccettabile per Mosca la richiesta di adesione all’Unione europea dell’Ucraina, formalizzata da Zelensky due giorni fa. Insomma, da entrambe le parti bisogna capire se ci sia o meno l’effettiva volontà di raggiungere un compromesso concreto. Secondo indiscrezioni riferite dalla Tass, pare che durante il primo negoziato il Cremlino abbia chiesto la neutralità ucraina, oltre al riconoscimento del Donbass e della Crimea alla Russia: posizioni, queste, di fatto ribadite ieri dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nel corso di un’intervista ad Al Jazeera. Kiev, dal canto suo, avrebbe invece chiesto un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe di Mosca dai propri territori. In tutto questo, il tema della neutralità si annuncia particolarmente spinoso, perché non è ancora chiaro a quale modello ci si voglia rifare. Da una parte, c’è la possibilità di una neutralità integrale, che comporterebbe un’effettiva equidistanza dell’Ucraina tra Mosca e l’Occidente. Dall’altra, c’è l’ipotesi della finlandizzazione, che porterebbe invece il Paese di fatto nell’orbita russa: uno scenario, questo, che assai difficilmente sarebbe accettato dal governo ucraino, oltre che da Stati Uniti, Gran Bretagna e Ue. Sul processo diplomatico incombe infine il ruolo ambiguo dei mediatori (veri o presunti). Da una parte, troviamo Alexander Lukashenko, il cui comportamento risulta tuttavia piuttosto minaccioso sul piano militare. Dall’altra parte, c’è la Cina che punta ad assumere un ruolo sempre più centrale e che, nel frattempo, ha fatto sapere di non essere intenzionata ad appoggiare le sanzioni finanziarie occidentali contro la Russia: una posizione, quella di Pechino, che conferisce indirettamente a Mosca una leva negoziale significativa nelle trattative. Insomma, è bene fare estrema attenzione alle mosse del Dragone. L’Occidente deve infatti parare i colpi bassi ed evitare di farsi tagliare fuori.
Nicole Minetti (Ansa)
Secondo il procuratore Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa l’ulteriore approfondimento non sarebbe necessario dopo le ricostruzioni ritenute «poco attendibili» fatte da Mabel De Los Santos Torres a mezzo stampa.
«Per ora il parere sulla grazia è confermato». A indurre i magistrati milanesi a prendere questa posizione sarebbero tre novità: l’arrivo di un primo fascicolo dell’Interpol, che non comprova il racconto impressionista della donna; il riscontro negativo dei colleghi di Montevideo che hanno negato l’esistenza di fascicoli aperti per reati contro la morale a carico dell’ex igienista dentale; le smentite della stessa testimone (con ritrattazioni e «non ricordo») durante conversazioni con le televisioni uruguaiane. Un passo avanti che consente anche ai corazzieri del Quirinale di dormire sonni tranquilli.
Qualche giorno fa la signora Torres aveva riaperto i dubbi sull’opportunità di concedere il massimo atto di clemenza, firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un’intervista al Fatto Quotidiano nella quale sosteneva che Minetti non aveva mai cambiato vita e aveva continuato a fare ciò per cui era stata condannata in Italia: il favoreggiamento della prostituzione. La massaggiatrice aveva parlato di «festini con escort di imprenditori e politici anche italiani». E aveva aggiunto - lei che per 20 anni aveva lavorato nella proprietà - che ragazze pure minorenni reclutate in Argentina, Brasile, Italia e Uruguay facevano passerella nella riedizione «gaucha» delle cene eleganti di vecchia memoria.
«Ho cominciato a lavorare per Cipriani a 23 anni», ha detto Mabel De Los Santos Torres. «Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli amici di casa. E lì iniziavano alcool, droga e sesso». Ha anche avanzato accuse di molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi e smisero di chiamarmi». Secondo la sua narrazione, Nicole Minetti «viveva lì per lunghi periodi ed era lei a scegliere le ragazze. Al figlio invece (sempre secondo il racconto della donna, ndr) badava la tata uruguaiana».
Una ricostruzione shock non confermata da nessuna indagine, anzi smentita dagli approfondimenti giudiziari. La massaggiatrice in un primo tempo si era detta disponibile a testimoniare davanti ai pm milanesi «a condizione di essere protetta perché ho paura». I legali di Minetti-Cipriani, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra avevano replicato così alle nuove accuse: «Sono falsità. I giornalisti, invece di prendere atto della realtà, rilanciano diffondendo ulteriori notizie che nulla hanno a che vedere con la verità. Si tratta di circostanze del tutto inveritiere, anche queste facilmente smentibili documenti alla mano. Procederemo in sede giudiziaria nei confronti dei responsabili di questa violenta campagna mediatica».
Ora la Procura generale ha fatto un passo ufficiale. Aveva ricevuto il nullaosta dal ministero della Giustizia per concretizzare la rogatoria ma ha ritenuto di non dover proseguire nelle verifiche per «l’inattendibilità della teste» in una ricostruzione «priva di fondamento». Il nodo di tutto è il cambiamento dello stile di vita di Minetti, alla base del recepimento della domanda di grazia da parte degli uffici del Quirinale. Nel caso che non fosse confermato, l’architrave comincerebbe a scricchiolare. Non sembra così.
Sulla liceità dell’adozione del bambino affetto da grave patologia le certezze sono ormai granitiche: l’iter è stato formalmente validato da una sentenza del tribunale di Maldonado e riconosciuto anche dal Tribunale dei minori di Venezia. Un altro punto riguarda le cure mediche del minore. Nella richiesta di grazia, Minetti aveva riferito di avere consultato in via informale medici italiani - tra cui specialisti dell’ospedale San Raffaele e di una struttura di Padova - prima di decidere di portare il bambino a Boston, dove opera un centro all’avanguardia per quella specifica malattia. L’iter era stato autorizzato dall’Inau (istituto uruguaiano per i minori) poiché il bimbo era ancora in regime di pre-adozione.
In ogni caso la vicenda non si conclude qui. La Procura generale di Milano è alla ricerca di nuove testimonianze e attende per i primi di giugno un nuovo dossier dall’Interpol per completare l’istruttoria. Ci sarebbe anche l’inchiesta di Sigfrido Ranucci, ma da quel fronte nessuna novità. Sta ancora verificando.
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