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2022-12-15
007 su Panzeri: ipotesi deputati a libro paga
Antonio Panzeri (Getty Images)
È stata un’operazione dei servizi segreti belgi, svolta in collaborazione con quelli di altri cinque Paesi europei a dare il via al Qatargate. Una notizia clamorosa uscita sul quotidiano belga Le Soir, che l’ha divulgata dopo aver ottenuto la conferma dal ministero della Giustizia. Secondo la ricostruzione, durante un blitz «clandestino» nell’abitazione di Antonio Panzeri, gli 007 della Sûreté de l’Etat (che nel 2021 hanno avviato l’operazione sulla possibile interferenza di una potenza straniera) avrebbero visto i 700.000 euro in contanti, poi formalmente ritrovati in occasione della perquisizione svolta nell’ambito dell’inchiesta condotta dal giudice Michel Claise per sospetta corruzione a opera del Qatar. A quel punto, una parte del dossier raccolto dall’intelligence è stato declassificato e trasferito alla Procura federale. Era il 12 luglio 2022. In sostanza, il ritrovamento che gli uomini dell’Ufficio centrale per la repressione della corruzione (Orc) della polizia federale belga hanno fatto quando hanno bussato alla porta dell’ex eurodeputato, finito poi agli arresti, è avvenuto praticamente a colpo sicuro. Il ministro della Giustizia belga, Vincent Van Quickenborne, ha commentato così la notizia: «La Sûreté de l’Etat lavora da più di un anno, in collaborazione con servizi d’informazione stranieri, per mappare i sospetti di corruzione nei confronti dei deputati europei portati avanti da parte di diversi Paesi».
Intanto ieri, dopo che era circolata l’ipotesi che una gola profonda avesse «accusato» gli arrestati sono cominciati i distinguo. Ebtesam Al Ketbi, presidente e fondatrice dell’Emirates policy center di Abu Dhabi, per sgonfiare le voci che sostengono che possano essere state «spie» del suo Paese a dare il la all’inchiesta ha dichiarato: «Gli Emirati Arabi uniti sono assolutamente estranei a questa indagine». Secondo Al Ketbi, che nel 2018 è stata indicata tra le 50 donne più influenti del mondo arabo, dietro queste notizie ci sarebbero «coloro che sono contro gli Emirati Arabi uniti».
Al netto delle prese di distanza, è proprio sulle banconote viste in anteprima dalle barbe finte che si sta concentrando l’attenzione degli inquirenti di Bruxelles. Banconote nuove, di cui una parte emesse e prelevate in Belgio. È questa la pista a cui gli inquirenti stanno dedicando la maggior parte delle loro energie per identificare la provenienza dei contanti, trovati dalla polizia nell’abitazione di Panzeri, dei 150.000 euro rinvenuti in quella di Eva Kaili e dei 600.000 che il padre dell’eurodeputata ellenica trasportava nel trolley che aveva con sé quando è stato fermato dagli agenti fuori da un albergo di Bruxelles. L’analisi sui soldi è ancora in corso, ma gli investigatori hanno già accertato che una parte di quelle banconote sarebbe stata emessa e prelevata direttamente in Belgio. Un fatto che potrebbe avvantaggiare non poco le indagini della Procura di Bruxelles per la quale, come ricorda la stampa locale, «conoscendo il luogo di emissione, sarà facile individuare la banca in cui sono state prelevate le mazzette, e quindi il conto corrente e l’identità della persona che ha effettuato il prelievo». Alcuni biglietti sarebbero praticamente freschi di stampa e ancora avvolti nella plastica. Una condizione ottimale, che riduce anche il numero di mani da cui il denaro può essere passato e quindi anche quello delle impronte digitali presenti sui pacchi e sulle banconote, che saranno analizzate e confrontate con quelle degli indagati e delle altre persone sentite nell’inchiesta. Un lavoro che, secondo fonti belghe, richiederà, però, diverse settimane, per arrivare a un risultato definitivo.
Le immagini diffuse dalla Polizia federale belga raccontano che le banconote erano principalmente nei due tagli più diffusi: 20 e 50 euro. Ovvero quelli che, essendo distribuiti dai bancomat, attirano meno l’attenzione. Ma non mancano nemmeno i tagli da 100. Pochi invece i 200 euro. Altri 20.000 euro in contanti sono stati sequestrati a casa di Francesco Giorgi ad Abbiategrasso, in provincia di Milano. Giorgi è l’ex assistente parlamentare di Panzeri e soprattutto il compagno della Kaili.
Un altro fronte su cui si stanno concentrando i magistrati è quello dell’uso a cui era destinato il milione e mezzo di euro rinvenuto durante le perquisizioni di venerdì scorso. Una delle ipotesi sul tavolo è che non fossero (o non solo) tangenti destinate agli indagati, ma che si trattasse di una sorta di fondo cassa per muovere pacchetti di voti attraverso ulteriori pagamenti ad alcuni europarlamentari «a libro paga». Un’ipotesi tutta da verificare, su cui si cercano riscontri attraverso interrogatori, documenti e verifica di movimenti bancari.
Ieri intanto è spuntato un vecchio tweet di Panzeri , che potrebbe creare un certo imbarazzo al vicesegretario del Pd Andrea Orlando che, nel 2019, avrebbe telefonato a Panzeri «a nome del segretario Nicola Zingaretti» per verificare la disponibilità dell’eurodeputato a candidarsi di nuovo nelle liste del partito.
L’ex Cgil e Giorgi restano in carcere. Un nuovo filone porta fino all’Iran
In attesa dell’estradizione della moglie e della figlia di Antonio Panzeri, agli arresti domiciliari in Italia nella casa di famiglia a Calusco d’Adda (Bergamo), ieri al Palais de Justice di Bruxelles, ha avuto luogo l’udienza fissata per decidere la posizione delle quattro persone arrestate nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti versate dal Qatar per ammorbidire le posizioni dell’Ue in materia di rispetto dei diritti umani. In serata si è saputo che l’ex eurodeputato Panzeri e Francesco Giorgi (che è stato l’assistente parlamentare di Panzeri) resteranno ancora in carcere per almeno un mese. Per il quarto fermato, Nicolò Figà Talamanca (segretario generale della Ong Non c’è pace senza giustizia) è stato invece disposto il regime di sorveglianza elettronica che gli permette di uscire dal carcere.
Per quanto riguarda l’europarlamentare e compagna di Giorgi, Eva Kaili la decisione è stata rinviata, su richiesta della stessa ex vicepresidente del Parlamento europeo, al 22 dicembre prossimo. «All’odierna udienza non era presente l’imputato E.K.», che «comparirà davanti alle camere il 22 dicembre», si legge in una nota della Procura di Bruxelles, che di fatto conferma lo stralcio della posizione della donna. All’uscita dall’Aula i difensori degli arrestati non hanno rilasciato dichiarazioni ai giornalisti assiepati nei corridoi in attesa della fine dell’udienza, svolta a porte chiuse. Tra un mese i quattro dovranno comparire di nuovo in tribunale. E forse per allora si saprà di più su un possibile terzo filone, che segue quello formalizzato nelle accuse del Qatar e quello, spuntato dagli atti processuali che parla di «regali» fatti a Panzeri dall’ambasciatore del Marocco in Polonia.
La nuova pista, tutta da scoprire, punta invece sull’Iran. Per ora l’unico elemento emerso è la presenza nello staff del gruppo parlamentare S&D, lo stesso di Panzeri e Kaili, di Eldar Mamedov. Cinquant’anni, passaporto lettone, ma origini iraniane e macedoni. Secondo una sua biografia in rete Mamedov ha conseguito due lauree, presso l’università della Lettonia e la Scuola diplomatica di Madrid. Ed è consigliere politico dei socialdemocratici nella commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo, nonché responsabile delle delegazioni per le relazioni interparlamentari con l’Iran, l’Iraq e la Penisola arabica. Alcune indiscrezioni non confermate dagli inquirenti ipotizzavano che tra gli uffici perquisiti potesse esserci anche il suo. Ieri pomeriggio Mamedov ha però smentito, sostenendo di essere tranquillamente al lavoro e pubblicando in un tweet la foto di quella che sarebbe la porta del suo ufficio, definendo l’indiscrezione «un classico esempio di come funziona la disinformazione tossica».
Sul social acquistato di recente da Elon Musk, Mamedov si descrive come « fan di Frank Sinatra, Real Madrid e sigari». Ma per molti l’uomo è «un lobbista iraniano», nonché «ben noto» frequentatore «dei ricevimenti» all’ambasciata iraniana di Bruxelles. E il sito internet Aze media, in un durissimo articolo intitolato «La tragedia dell’agente Mamedov», lo descrive come «un promettente diplomatico e analista politico che negli ultimi 15 anni è diventato un inutile agente dei Pasdaran». Senza riscontri anche questa potrebbe essere «disinformazione tossica». Tra i suoi tweet, in mezzo a scatole di sigari e a una sua foto abbracciato al presidente brasiliano Ignacio Lula Da Silva, ne spunta uno che sembra confermare una sua vicinanza al regime iraniano. Quello del 27 marzo scorso, dove riporta la dichiarazione sulla crisi ucraina dell’ex ministro degli Esteri iraniano e «attuale consulente del Supremo Leader dell’Iran», Kamal Kharazi. Con tanto di foto, scattata mentre Kharazi era sul palco del Doha Forum 2022. In Qatar, ovviamente.
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Sul Qatargate emerge il ruolo dei servizi segreti, che avevano già visto i soldi a casa del politico italiano. Le banconote sono nuove, si indaga sulle impronte. Il malloppo poteva essere destinato a corrompere altri parlamentari. Ancora sequestri ad Abbiategrasso.Assente Eva Kaili all’udienza dei quattro indagati. Fari puntati sul faccendiere Eldar Mamedov.Lo speciale contiene due articoli.È stata un’operazione dei servizi segreti belgi, svolta in collaborazione con quelli di altri cinque Paesi europei a dare il via al Qatargate. Una notizia clamorosa uscita sul quotidiano belga Le Soir, che l’ha divulgata dopo aver ottenuto la conferma dal ministero della Giustizia. Secondo la ricostruzione, durante un blitz «clandestino» nell’abitazione di Antonio Panzeri, gli 007 della Sûreté de l’Etat (che nel 2021 hanno avviato l’operazione sulla possibile interferenza di una potenza straniera) avrebbero visto i 700.000 euro in contanti, poi formalmente ritrovati in occasione della perquisizione svolta nell’ambito dell’inchiesta condotta dal giudice Michel Claise per sospetta corruzione a opera del Qatar. A quel punto, una parte del dossier raccolto dall’intelligence è stato declassificato e trasferito alla Procura federale. Era il 12 luglio 2022. In sostanza, il ritrovamento che gli uomini dell’Ufficio centrale per la repressione della corruzione (Orc) della polizia federale belga hanno fatto quando hanno bussato alla porta dell’ex eurodeputato, finito poi agli arresti, è avvenuto praticamente a colpo sicuro. Il ministro della Giustizia belga, Vincent Van Quickenborne, ha commentato così la notizia: «La Sûreté de l’Etat lavora da più di un anno, in collaborazione con servizi d’informazione stranieri, per mappare i sospetti di corruzione nei confronti dei deputati europei portati avanti da parte di diversi Paesi». Intanto ieri, dopo che era circolata l’ipotesi che una gola profonda avesse «accusato» gli arrestati sono cominciati i distinguo. Ebtesam Al Ketbi, presidente e fondatrice dell’Emirates policy center di Abu Dhabi, per sgonfiare le voci che sostengono che possano essere state «spie» del suo Paese a dare il la all’inchiesta ha dichiarato: «Gli Emirati Arabi uniti sono assolutamente estranei a questa indagine». Secondo Al Ketbi, che nel 2018 è stata indicata tra le 50 donne più influenti del mondo arabo, dietro queste notizie ci sarebbero «coloro che sono contro gli Emirati Arabi uniti».Al netto delle prese di distanza, è proprio sulle banconote viste in anteprima dalle barbe finte che si sta concentrando l’attenzione degli inquirenti di Bruxelles. Banconote nuove, di cui una parte emesse e prelevate in Belgio. È questa la pista a cui gli inquirenti stanno dedicando la maggior parte delle loro energie per identificare la provenienza dei contanti, trovati dalla polizia nell’abitazione di Panzeri, dei 150.000 euro rinvenuti in quella di Eva Kaili e dei 600.000 che il padre dell’eurodeputata ellenica trasportava nel trolley che aveva con sé quando è stato fermato dagli agenti fuori da un albergo di Bruxelles. L’analisi sui soldi è ancora in corso, ma gli investigatori hanno già accertato che una parte di quelle banconote sarebbe stata emessa e prelevata direttamente in Belgio. Un fatto che potrebbe avvantaggiare non poco le indagini della Procura di Bruxelles per la quale, come ricorda la stampa locale, «conoscendo il luogo di emissione, sarà facile individuare la banca in cui sono state prelevate le mazzette, e quindi il conto corrente e l’identità della persona che ha effettuato il prelievo». Alcuni biglietti sarebbero praticamente freschi di stampa e ancora avvolti nella plastica. Una condizione ottimale, che riduce anche il numero di mani da cui il denaro può essere passato e quindi anche quello delle impronte digitali presenti sui pacchi e sulle banconote, che saranno analizzate e confrontate con quelle degli indagati e delle altre persone sentite nell’inchiesta. Un lavoro che, secondo fonti belghe, richiederà, però, diverse settimane, per arrivare a un risultato definitivo. Le immagini diffuse dalla Polizia federale belga raccontano che le banconote erano principalmente nei due tagli più diffusi: 20 e 50 euro. Ovvero quelli che, essendo distribuiti dai bancomat, attirano meno l’attenzione. Ma non mancano nemmeno i tagli da 100. Pochi invece i 200 euro. Altri 20.000 euro in contanti sono stati sequestrati a casa di Francesco Giorgi ad Abbiategrasso, in provincia di Milano. Giorgi è l’ex assistente parlamentare di Panzeri e soprattutto il compagno della Kaili. Un altro fronte su cui si stanno concentrando i magistrati è quello dell’uso a cui era destinato il milione e mezzo di euro rinvenuto durante le perquisizioni di venerdì scorso. Una delle ipotesi sul tavolo è che non fossero (o non solo) tangenti destinate agli indagati, ma che si trattasse di una sorta di fondo cassa per muovere pacchetti di voti attraverso ulteriori pagamenti ad alcuni europarlamentari «a libro paga». Un’ipotesi tutta da verificare, su cui si cercano riscontri attraverso interrogatori, documenti e verifica di movimenti bancari. Ieri intanto è spuntato un vecchio tweet di Panzeri , che potrebbe creare un certo imbarazzo al vicesegretario del Pd Andrea Orlando che, nel 2019, avrebbe telefonato a Panzeri «a nome del segretario Nicola Zingaretti» per verificare la disponibilità dell’eurodeputato a candidarsi di nuovo nelle liste del partito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/007-panzeri-deputati-libro-paga-2658965255.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-cgil-e-giorgi-restano-in-carcere-un-nuovo-filone-porta-fino-alliran" data-post-id="2658965255" data-published-at="1671049152" data-use-pagination="False"> L’ex Cgil e Giorgi restano in carcere. Un nuovo filone porta fino all’Iran In attesa dell’estradizione della moglie e della figlia di Antonio Panzeri, agli arresti domiciliari in Italia nella casa di famiglia a Calusco d’Adda (Bergamo), ieri al Palais de Justice di Bruxelles, ha avuto luogo l’udienza fissata per decidere la posizione delle quattro persone arrestate nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte tangenti versate dal Qatar per ammorbidire le posizioni dell’Ue in materia di rispetto dei diritti umani. In serata si è saputo che l’ex eurodeputato Panzeri e Francesco Giorgi (che è stato l’assistente parlamentare di Panzeri) resteranno ancora in carcere per almeno un mese. Per il quarto fermato, Nicolò Figà Talamanca (segretario generale della Ong Non c’è pace senza giustizia) è stato invece disposto il regime di sorveglianza elettronica che gli permette di uscire dal carcere. Per quanto riguarda l’europarlamentare e compagna di Giorgi, Eva Kaili la decisione è stata rinviata, su richiesta della stessa ex vicepresidente del Parlamento europeo, al 22 dicembre prossimo. «All’odierna udienza non era presente l’imputato E.K.», che «comparirà davanti alle camere il 22 dicembre», si legge in una nota della Procura di Bruxelles, che di fatto conferma lo stralcio della posizione della donna. All’uscita dall’Aula i difensori degli arrestati non hanno rilasciato dichiarazioni ai giornalisti assiepati nei corridoi in attesa della fine dell’udienza, svolta a porte chiuse. Tra un mese i quattro dovranno comparire di nuovo in tribunale. E forse per allora si saprà di più su un possibile terzo filone, che segue quello formalizzato nelle accuse del Qatar e quello, spuntato dagli atti processuali che parla di «regali» fatti a Panzeri dall’ambasciatore del Marocco in Polonia. La nuova pista, tutta da scoprire, punta invece sull’Iran. Per ora l’unico elemento emerso è la presenza nello staff del gruppo parlamentare S&D, lo stesso di Panzeri e Kaili, di Eldar Mamedov. Cinquant’anni, passaporto lettone, ma origini iraniane e macedoni. Secondo una sua biografia in rete Mamedov ha conseguito due lauree, presso l’università della Lettonia e la Scuola diplomatica di Madrid. Ed è consigliere politico dei socialdemocratici nella commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo, nonché responsabile delle delegazioni per le relazioni interparlamentari con l’Iran, l’Iraq e la Penisola arabica. Alcune indiscrezioni non confermate dagli inquirenti ipotizzavano che tra gli uffici perquisiti potesse esserci anche il suo. Ieri pomeriggio Mamedov ha però smentito, sostenendo di essere tranquillamente al lavoro e pubblicando in un tweet la foto di quella che sarebbe la porta del suo ufficio, definendo l’indiscrezione «un classico esempio di come funziona la disinformazione tossica». Sul social acquistato di recente da Elon Musk, Mamedov si descrive come « fan di Frank Sinatra, Real Madrid e sigari». Ma per molti l’uomo è «un lobbista iraniano», nonché «ben noto» frequentatore «dei ricevimenti» all’ambasciata iraniana di Bruxelles. E il sito internet Aze media, in un durissimo articolo intitolato «La tragedia dell’agente Mamedov», lo descrive come «un promettente diplomatico e analista politico che negli ultimi 15 anni è diventato un inutile agente dei Pasdaran». Senza riscontri anche questa potrebbe essere «disinformazione tossica». Tra i suoi tweet, in mezzo a scatole di sigari e a una sua foto abbracciato al presidente brasiliano Ignacio Lula Da Silva, ne spunta uno che sembra confermare una sua vicinanza al regime iraniano. Quello del 27 marzo scorso, dove riporta la dichiarazione sulla crisi ucraina dell’ex ministro degli Esteri iraniano e «attuale consulente del Supremo Leader dell’Iran», Kamal Kharazi. Con tanto di foto, scattata mentre Kharazi era sul palco del Doha Forum 2022. In Qatar, ovviamente.
Andrea Venanzoni (Imagoeconomica)
A poco più di un anno dall’elezione di Trump, come è cambiata la destra americana?
«La destra americana è molto cambiata in questi mesi e il vero turning point è stata la morte di Charlie Kirk. L’ala intransigente dei Maga, che ha reso popolare Donald Trump, si è ritrovata senza il freno di Kirk che a suo modo ne aveva domato gli estremismi e ora il movimento più radicale si è imposto con forza. Fino alla morte di Kirk, in pratica, le frange di estrema destra erano marginalizzate, ma ora sembrano risorgere».
E chi è il riferimento politico di questa fronda di estrema destra?
«Lo abbiamo visto in Italia proprio in questi giorni, si tratta di J.D. Vance: con la sua politica non interventista, concentrata sui confini nazionali e molto comprensiva nei confronti della Russia, il vicepremier Usa è in sintonia con questa frangia. È lui che ha consigliato a Trump di temporeggiare in Iran, per esempio. Questo proprio perché Vance è molto attento al mondo Maga che non considera l’Iran una priorità e tanto meno un nemico. C’è una faglia, una divaricazione oggi nella destra americana: l’altra faccia della luna è Marco Rubio, repubblicano più classico. Rubio è il volto emerso dall’ala di destra più moderata, chiamiamola più istituzionale e liberale».
In pratica si sta giocando un derby,,,per la successione a Trump?
«Sì, da una parte i Maga nazional populisti di Vance, dall’altra i moderati e tradizionalisti di Rubio. Quest’ultimo è il regista dell’operazione Maduro che, dopo la caduta del regime venezuelano, ora fa tremare Messico e Cuba. La sua però non è una politica neoconservatrice, ovvero non c’è la ricerca dell’esportazione della democrazia e del modello americano come fu per l’Iraq, per esempio. La visione di Rubio è più analitica, inquadra le minacce globali e per gli Usa. Per esempio, il Venezuela rappresentava un hub geopolitico per lo smercio della droga, a differenza dell’Iran dove si sono inoculati i cartelli del narcotraffico messicano e colombiano: questo per dire che Rubio ha una visione interventista, quando e se necessario».
La minaccia alla Groenlandia è tra queste necessità?
«No, e infatti non se ne sta più parlando. La Groenlandia, non da oggi, è oggettivamente uno snodo fondamentale per gli Usa, soprattutto per il valore delle terre rare. E si potrà anche arrivare a una trattativa ma i modi trumpiani hanno portato a un inasprimento sul tema. Ritengo che in futuro l’approccio Rubio possa pagare di più in termini di obiettivo finale».
Ci sta dicendo che l’Europa dovrebbe trattare con Rubio?
«Chiunque voglia ragionare sul lungo periodo deve sapere che il movimento Maga ha il respiro corto: stanno emergendo nuovi think tank che vanno oltre la destra che ha portato Trump alla Casa Bianca. Dagli incidenti con l’Ice, agli Epstein files, il partito repubblicano sta vivendo un momento di difficoltà. A dimostrazione di questo subbuglio, c’è la ridefinizione e la crisi della Heritage Foundation, in principio uno dei punti di forza di Trump e di Vance, ora molto indebolita a vantaggio della Advancing American Freedom di Mike Pence. A livello economico, inoltre, basti pensare ai dazi. C’è grande attesa per il pronunciamento della Corte suprema a riguardo, ma è in ogni caso una dottrina protezionista molto lontana dalle coordinate di Reagan e dalla sfera repubblicana. Possiamo dire che è in atto una brusca limitazione della libertà economica americana legata alla mentalità Maga. In questo contesto Giorgia Meloni fa bene a non sbilanciarsi troppo nei rapporti tra Rubio e Vance, fischi a parte…».
A proposito, non abbiamo ancora parlato del presidente Trump: dal video sugli Obama, alle atlete trans fino alle giornaliste, nessuno si salva: Trump è fuori controllo?
«Trump è una stella polare che brilla sempre di meno, anche se in realtà le uscite sono dettate dalla preoccupazione sul fronte interno: la vittoria dei democratici alle elezioni supplettive nel repubblicanissimo Texas, la rimozione di Bovino dal suo incarico nell’Ice e la rinuncia a centinaia di agenti sono segnali di possibile declino e questo aumenta l’aggressività mediatica di Trump in modo esponenziale».
Musk in questo scenario dove si colloca?
«Musk è tornato semplicemente a fare il suo mestiere, ovvero l’imprenditore. Rispetto a un primo tempo del governo che lo ha visto protagonista oggi Musk è tornato a occuparsi dei suoi satelliti, mentre gli americani per l’analisi dei dati si affida sempre di più alla Palantir Technologies».
Se dovesse scommettere 10 dollari, su chi li punterebbe tra Vance e Rubio?
«I due si contendono il trono ma mi rifaccio a un recente sondaggio Paymarket, dove Rubio vince su Vance».
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(Ansa)
Nel verde dei campi e sulle colline coltivate dell’Alta Valtiberina, a cavallo tra Umbria, Toscana e Marche, la Storia ha consegnato uno dei casi più singolari dal punto di vista geopolitico: quello della micro-repubblica di Cospaia, paese di poche anime tra Sansepolcro e Città di Castello. Dai primi documenti risalenti al 1360, il borgo contadino risultava appartenere alla comunità di Città di Castello facente parte dello Stato della Chiesa anche se contesa da Borgo San Sepolcro, allora governato dai Malatesta di Rimini. La svolta che segnerà la storia di Cospaia giunse nel 1440, anno della battaglia di Anghiari. Il periodo segnò anche una fase di crisi finanziaria per lo Stato Pontificio, che il Papa Eugenio IV (il nobile veneziano Gabriele Condulmer) cercò di sanare attraverso la vendita di beni e terreni. Nelle alienazioni cadde anche il territorio di Cospaia, legata alla vendita di Borgo San Sepolcro ai fiorentini di Cosimo Maria de’Medici per 25.000 fiorini. Di fronte alla spartizione del piccolo borgo umbro tra le due grandi potenze, fu la particolare geomorfologia del territorio di Cospaia a cambiarne il destino. Gli incaricati dello Stato Pontificio e quelli di Firenze si diedero appuntamento nel territorio di Cospaia al fine di segnare i nuovi confini tra i due Stati. I nuovi limiti si sarebbero dovuti stabilire lungo il corso del torrente chiamato semplicemente «Rio». Nella realtà Cospaia era lambita da due corsi d’acqua, il «Rio della Gorgaccia» e il Rio detto «Riascolo». Mentre i fiorentini misurarono il torrente posto a Nord (il Gorgaccia), gli uomini del Papa considerarono confine il torrente meridionale, il Riascolo. Le misurazioni tagliarono quindi fuori una parte di territorio di forma triangolare con il vertice verso Nord, che diventò una sorta di «terra di nessuno» e che includeva l’abitato del borgo umbro. Quella fetta di terreno ritagliata per errore diventò una zona libera, non più soggetta al Papa né ceduta ad una Signorìa. La «Repubblica Libera di Cospaia», abitata da poche famiglie contadine divenne una realtà di fatto anche perché i due Stati che la avevano erroneamente creata giudicarono antieconomico iniziare contese per una così piccola parte di territorio. La repubblica non ebbe mai una forma giuridico-istituzionale ben definita. Non aveva giudici, tribunali e carceri. E neppure un parlamento né un esercito. Si basava piuttosto su una forma di autogoverno della «consuetudine», le cui regole erano quelle della secolare vita dei campi, dei casolari contadini, del lavoro scandito dalle stagioni, così come era sempre stato anche sotto un governante esterno. Pertanto non si può giudicarla neppure «anarchia», non certo nel senso moderno del termine. Ciò che fece la differenza e che per i quasi 4 secoli della sua esistenza fu che il territorio libero di Cospaia non pagò più tasse né gabelle, né tributi. Per le contese giuridiche, gli abitanti si rivolgevano ai tribunali di San Sepolcro oppure di Città di Castello. Solo con il tempo si istituì un Consiglio degli anziani e dei capifamiglia, spesso affiancato dalla figura del parroco, l’unico alfabetizzato. A partire dalla metà del Cinquecento Cospaia prosperò grazie all’introduzione della coltivazione estensiva del tabacco introdotta per la prima volta in Italia da Alfonso Tornabuoni, il quale scelse il territorio della microrepubblica per gli evidenti vantaggi della sua natura di porto franco. Ancora oggi il tabacco di Cospaia è considerato tra i più prestigiosi al mondo.
La Repubblica Libera di Cospaia durò fino al 1826, quando in virtù di un accordo fra il Granduca di Toscana Leopoldo II e il Papa Leone XII il territorio fu spartito tra i due Stati pre-unitari.
Le immagini e le mappe della ex Repubblica Libera di Cospaia
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