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2021-01-04
Zone rosse sì ma di paura
(Ansa)
A Cala Galera, l'anno è finito esattamente come era iniziato. Mentre «lo spiegamento imponente di forze dell'ordine» voluto dal ministro Luciana Lamorgese batteva le strade della penisola per far rispettare le norme anti-Covid, nella notte di Capodanno l'ennesimo barchino approdava a Lampedusa. A bordo 20 tunisini, tra cui due donne, che sono stati trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola per le operazioni di identificazione. Sull'isola il totale degli arrivi è quasi quadruplicato, secondo le stime diffuse dall'Ufficio immigrazione della questura di Agrigento. Nell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, a Lampedusa sono sbarcati 19.253 migranti contro i 4.930 del 2019. Si tratta del 56% degli arrivi complessivi, che nel 2020 hanno superato il tetto dei 34.000, nonostante l'emergenza sanitaria. Da qualche giorno, in mare si rivedono anche le navi delle Ong: il 23 dicembre, dal porto di Barcellona è partita la missione 79 della Open Arms, l'associazione catalana che opera nel Mediterraneo centrale. L'ultimo dell'anno, hanno recuperato 169 persone che viaggiavano su un'imbarcazione di legno alla deriva in acque internazionali. A bordo del barcone, partito da Sabratha la mattina del 30 dicembre, c'erano per lo più eritrei, sudanesi e libici. Appena 24 ore dopo, un altro trasbordo: 96 persone salpate da Zuwarah.
Nelle settimane dei negozi chiusi e degli spostamenti contingentati, al largo delle nostre coste il via vai non si è mai fermato. E mentre l'Italia entra ed esce dalla zona rossa, e già si discute sulle fasce tricolore da assegnare alle regioni e sui divieti dopo l'epifania, lungo la penisola ci sono zone dove le regole sembrano non esistere, quartieri dove le restrizioni non sortiscono alcun effetto. Come raccontiamo in queste pagine, l'epidemia non ha fermato la proliferazione delle «terre di nessuno»: i dormitori a cielo aperto restano tollerati, i mercatini abusivi operano come se nulla fosse. Nelle aree periferiche delle città, ci sono cittadini costretti a vivere tappati in casa per stare alla larga dalle risse tra migranti o per evitare di respirare i fumi tossici che si alzano dai campi rom.
Da queste parti, di controlli se ne vedono ben pochi. Siamo lontani dalla solerzia con la quale vengono eseguite le verifiche sul rispetto dei decreti di Giuseppe Conte. I numeri li ha sciorinati Lamorgese in un'intervista al Corriere della Sera: da marzo a oggi, quasi «30 milioni di controlli sulle persone e 8,5 milioni sugli esercizi commerciali». Come lamentano alcuni comitati di quartiere, nessuno si preoccupa di dare un'occhiata alle condizioni di abbandono in cui versano le stazioni delle città, alcune delle quali ridotte a giacigli di fortuna per i migranti esclusi dal circuito dell'accoglienza. O magari di prendere atto che esistono «zone franche» dove si spara per un regolamento di conti, come è accaduto l'altra notte in via Gigante, a Milano. «E non è la prima volta», ricorda Silvia Sardone, europarlamentare e consigliere comunale della Lega. «Il quartiere di San Siro, ormai di esclusiva proprietà di nordafricani ed etnie dell'Est Europa, non è più sotto il controllo del Comune da tempo».
O, infine, di vigilare sulle situazioni igienico sanitarie in cui vengono lasciati i campi rom. Ad Asti, per esempio, da mesi si chiede di sgomberare le baracche abusive in via Guerra. Il questore, Sebastiano Salvo, ne aveva descritto le criticità sul finire dell'estate dopo un sopralluogo: «I bimbi giocano tra carcasse di topi e rifiuti. Lo stato di degrado mette in forte rischio l'incolumità di chi ci vive». E invece, quelle «condizioni di insalubrità inaccettabili» sono rimaste immutate. Tutto fermo fino alla notte di Capodanno, quando è morto uno degli abitanti, un tredicenne rom. In barba al coprifuoco e ai divieti da zona rossa, nel campo non si è rinunciato a botti e fuochi d'artificio: il ragazzo è rimasto ferito mortalmente da una raffica di petardi. Qui l'occhio vigile del Grande fratello di Stato si è appannato.
«Ormai siamo diventati la cloaca di Roma»
Tra i cittadini che animano i quartieri vicini alle stazioni ferroviarie, circola un sospetto: «Ci usano come delle zone di contenimento: concentrare qui i migranti fa comodo a tutti, alla politica, alle forze dell'ordine, che almeno sanno dove si trovano». Quando i numeri crescono, tuttavia, la strategia mostra i suoi punti deboli: ci sono pezzi di terra in cui lo Stato sembra assente, dove il rispetto delle norme igienico sanitarie è utopia e parlare di vivibilità resta un azzardo. All'Esquilino lo dicono senza troppi giri di parole: «Siamo diventati la cloaca di Roma» racconta Beatrice Manzari, che qui è arrivata più di 20 anni fa, quando le prospettive per il rione sembravano altre. Tra le vie che portano alla stazione Termini, si trasferivano intellettuali, registi, attori. L'entusiasmo ha lasciato spazio alla disillusione, talvolta alla rabbia: negli ultimi anni sono sorti diversi comitati per combattere il degrado, per opporsi ai dormitori a cielo aperto che riempiono i portici. «A volte diventa impossibile anche solo gettare la spazzatura, i bambini li teniamo alla larga il più possibile» raccontano i cittadini. Soluzioni definitive non sono mai state presentate: «Nel tentativo di migliorare la situazione attorno alla stazione, non trovano di meglio che sgomberare i migranti e mandarli a Piazza Vittorio Emanuele, a poco più di un chilometro di distanza» spiega Frank Cappiello, del comitato Rione XV Esquilino. L'emergenza sanitaria ha finito per complicare una situazione esasperata: con le mense e i dormitori chiusi, tutto può diventare un giaciglio di fortuna, anche la statua dedicata a papa Wojtyla, in Piazza dei Cinquecento. «Questa non è accoglienza, né decenza», racconta ancora Beatrice Manzari, che ha intenzione di diffidare una serie di istituzioni, tra cui il ministero dell'Interno, Comune e Prefettura. Molti solleciti e richieste, da queste parti, sono rimasti lettera morta: «Se nulla accadrà anche questa volta, siamo pronti a denunciare», promette.
«Nel cuore di Roma i cittadini devono subire pure gli accampamenti abusivi, da quanto tempo il sindaco Raggi non visita queste zone per capire come vivono i migranti della Capitale?» si chiede Laura Corrotti, consigliere regionale della Lega.
Basta spostarsi di pochi chilometri appena per scorgere altre zone senza controllo, alloggi improvvisati in mano agli irregolari, che nel circuito dell'accoglienza non hanno diritto a entrare. Largo Spadolini, stazione Tiburtina. Tra uno dei due ingressi e il capolinea dell'Atac spuntano sacchi a pelo, coperte, buste piene di effetti personali. Poco più in là, quello che dovrebbe essere un parcheggio interrato è, di fatto, un bagno a cielo aperto. «Nei pressi della stazione dormono in 70», racconta alla Verità Holljwer Paolo, consigliere del II Municipio, iscritto al gruppo di Fratelli d'Italia. «Sono lì, senza alcun tipo di controllo sanitario. Le forze dell'ordine si limitano a delle operazioni di identificazione, ma la situazione è la stessa da troppo tempo». Chi vive qui non si stupisce quasi più, a farsi largo tra gli insediamenti abusivi ci hanno fatto l'abitudine. «Quello che c'è nel piazzale est della stazione, prima era qui, sotto la tangenziale», ricorda Nella Vecchia, dell'associazione Rinascita Tiburtina. «In quelle zone evitiamo di andare, stiamo tutti molto attenti e usciamo poco ormai. Ci hanno imposto il lockdown, ma per noi i “domiciliari" vanno avanti da tempo. Lì intorno c'è da aver paura». Può bastare poco, infatti, per essere aggrediti. Ne sa qualcosa Roberta Angelilli, consigliere regionale di Fratelli d'Italia, che a Largo Spadolini ha subìto un'aggressione nel mese di dicembre. «Dopo la nostra denuncia credevamo in uno sgombero immediato e invece non è successo nulla: qualche annuncio, poche parole, ma quelle persone sono ancora lì, in condizioni impraticabili. Pur conoscendo la gravità della situazione, sia il ministro Lamorgese che il sindaco di Roma continuano ad autorizzare la presenza di questo accampamento illegale, proprio all'ingresso di una dei principali snodi ferroviari italiani». Del resto, attorno alle stazioni del nostro Paese, di illegale non ci sono solo i dormitori. Nell'Italia delle zone rosse e degli esercizi commerciali chiusi, capita che a fare affari siano gli abusivi, che vendono praticamente di tutto. Al quartiere Vasto di Napoli li chiamano i «mercatini della spazzatura». Nei giorni dei controlli a tappeto, erano lì, ben in vista a piazza Garibaldi. Adelaide Dario conosce palmo a palmo la zona, la vive sin dagli anni in cui nei pressi della stazione sono arrivati i primi extracomunitari. «La situazione è peggiorata in pochi anni: in un'unica area hanno concentrato un numero enorme di migranti, troppo rispetto alla presenza dei cittadini» racconta, raggiunta al telefono dalla Verità.
Le case dell'accoglienza sono spuntate come funghi, tutte dislocate in pochi metri quadrati. Come spiegano dal comitato di quartiere, «l'area è stata di fatto occupata: oggi, tante etnie diverse si fanno la guerra. Sotto ai nostri balconi è un via vai continuo: spaccio, risse. I più piccoli restano chiusi in casa». La vigilanza della polizia municipale da sola non basta, può fare poco. Da tempo, qui vorrebbero la presenza dell'esercito. L'ultimo sollecito risale al novembre scorso: «Al Questore si chiede un presidio fisso tra Piazza Garibaldi e le vie limitrofe», si legge in uno dei documenti presentati dai consiglieri regionali.
«Per ora, invece, il Vasto resta un quartiere prigioniero, terra di nessuno» sospira Adelaide Dario. «Certamente, non è più dei napoletani che da anni vivono qui».
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Sparatorie, degrado, spaccio. Il governo ci impone la quarantena mentre consegna intere zone del Paese a nomadi e clandestini.I quartieri intorno alle stazioni ferroviarie trasformati in dormitori per migranti, abusivi e tossicodipendenti.Lo speciale contiene due articoli.A Cala Galera, l'anno è finito esattamente come era iniziato. Mentre «lo spiegamento imponente di forze dell'ordine» voluto dal ministro Luciana Lamorgese batteva le strade della penisola per far rispettare le norme anti-Covid, nella notte di Capodanno l'ennesimo barchino approdava a Lampedusa. A bordo 20 tunisini, tra cui due donne, che sono stati trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola per le operazioni di identificazione. Sull'isola il totale degli arrivi è quasi quadruplicato, secondo le stime diffuse dall'Ufficio immigrazione della questura di Agrigento. Nell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, a Lampedusa sono sbarcati 19.253 migranti contro i 4.930 del 2019. Si tratta del 56% degli arrivi complessivi, che nel 2020 hanno superato il tetto dei 34.000, nonostante l'emergenza sanitaria. Da qualche giorno, in mare si rivedono anche le navi delle Ong: il 23 dicembre, dal porto di Barcellona è partita la missione 79 della Open Arms, l'associazione catalana che opera nel Mediterraneo centrale. L'ultimo dell'anno, hanno recuperato 169 persone che viaggiavano su un'imbarcazione di legno alla deriva in acque internazionali. A bordo del barcone, partito da Sabratha la mattina del 30 dicembre, c'erano per lo più eritrei, sudanesi e libici. Appena 24 ore dopo, un altro trasbordo: 96 persone salpate da Zuwarah.Nelle settimane dei negozi chiusi e degli spostamenti contingentati, al largo delle nostre coste il via vai non si è mai fermato. E mentre l'Italia entra ed esce dalla zona rossa, e già si discute sulle fasce tricolore da assegnare alle regioni e sui divieti dopo l'epifania, lungo la penisola ci sono zone dove le regole sembrano non esistere, quartieri dove le restrizioni non sortiscono alcun effetto. Come raccontiamo in queste pagine, l'epidemia non ha fermato la proliferazione delle «terre di nessuno»: i dormitori a cielo aperto restano tollerati, i mercatini abusivi operano come se nulla fosse. Nelle aree periferiche delle città, ci sono cittadini costretti a vivere tappati in casa per stare alla larga dalle risse tra migranti o per evitare di respirare i fumi tossici che si alzano dai campi rom. Da queste parti, di controlli se ne vedono ben pochi. Siamo lontani dalla solerzia con la quale vengono eseguite le verifiche sul rispetto dei decreti di Giuseppe Conte. I numeri li ha sciorinati Lamorgese in un'intervista al Corriere della Sera: da marzo a oggi, quasi «30 milioni di controlli sulle persone e 8,5 milioni sugli esercizi commerciali». Come lamentano alcuni comitati di quartiere, nessuno si preoccupa di dare un'occhiata alle condizioni di abbandono in cui versano le stazioni delle città, alcune delle quali ridotte a giacigli di fortuna per i migranti esclusi dal circuito dell'accoglienza. O magari di prendere atto che esistono «zone franche» dove si spara per un regolamento di conti, come è accaduto l'altra notte in via Gigante, a Milano. «E non è la prima volta», ricorda Silvia Sardone, europarlamentare e consigliere comunale della Lega. «Il quartiere di San Siro, ormai di esclusiva proprietà di nordafricani ed etnie dell'Est Europa, non è più sotto il controllo del Comune da tempo». O, infine, di vigilare sulle situazioni igienico sanitarie in cui vengono lasciati i campi rom. Ad Asti, per esempio, da mesi si chiede di sgomberare le baracche abusive in via Guerra. Il questore, Sebastiano Salvo, ne aveva descritto le criticità sul finire dell'estate dopo un sopralluogo: «I bimbi giocano tra carcasse di topi e rifiuti. Lo stato di degrado mette in forte rischio l'incolumità di chi ci vive». E invece, quelle «condizioni di insalubrità inaccettabili» sono rimaste immutate. Tutto fermo fino alla notte di Capodanno, quando è morto uno degli abitanti, un tredicenne rom. In barba al coprifuoco e ai divieti da zona rossa, nel campo non si è rinunciato a botti e fuochi d'artificio: il ragazzo è rimasto ferito mortalmente da una raffica di petardi. Qui l'occhio vigile del Grande fratello di Stato si è appannato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zone-rosse-si-ma-di-paura-2649724279.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ormai-siamo-diventati-la-cloaca-di-roma" data-post-id="2649724279" data-published-at="1609703645" data-use-pagination="False"> «Ormai siamo diventati la cloaca di Roma» Tra i cittadini che animano i quartieri vicini alle stazioni ferroviarie, circola un sospetto: «Ci usano come delle zone di contenimento: concentrare qui i migranti fa comodo a tutti, alla politica, alle forze dell'ordine, che almeno sanno dove si trovano». Quando i numeri crescono, tuttavia, la strategia mostra i suoi punti deboli: ci sono pezzi di terra in cui lo Stato sembra assente, dove il rispetto delle norme igienico sanitarie è utopia e parlare di vivibilità resta un azzardo. All'Esquilino lo dicono senza troppi giri di parole: «Siamo diventati la cloaca di Roma» racconta Beatrice Manzari, che qui è arrivata più di 20 anni fa, quando le prospettive per il rione sembravano altre. Tra le vie che portano alla stazione Termini, si trasferivano intellettuali, registi, attori. L'entusiasmo ha lasciato spazio alla disillusione, talvolta alla rabbia: negli ultimi anni sono sorti diversi comitati per combattere il degrado, per opporsi ai dormitori a cielo aperto che riempiono i portici. «A volte diventa impossibile anche solo gettare la spazzatura, i bambini li teniamo alla larga il più possibile» raccontano i cittadini. Soluzioni definitive non sono mai state presentate: «Nel tentativo di migliorare la situazione attorno alla stazione, non trovano di meglio che sgomberare i migranti e mandarli a Piazza Vittorio Emanuele, a poco più di un chilometro di distanza» spiega Frank Cappiello, del comitato Rione XV Esquilino. L'emergenza sanitaria ha finito per complicare una situazione esasperata: con le mense e i dormitori chiusi, tutto può diventare un giaciglio di fortuna, anche la statua dedicata a papa Wojtyla, in Piazza dei Cinquecento. «Questa non è accoglienza, né decenza», racconta ancora Beatrice Manzari, che ha intenzione di diffidare una serie di istituzioni, tra cui il ministero dell'Interno, Comune e Prefettura. Molti solleciti e richieste, da queste parti, sono rimasti lettera morta: «Se nulla accadrà anche questa volta, siamo pronti a denunciare», promette. «Nel cuore di Roma i cittadini devono subire pure gli accampamenti abusivi, da quanto tempo il sindaco Raggi non visita queste zone per capire come vivono i migranti della Capitale?» si chiede Laura Corrotti, consigliere regionale della Lega. Basta spostarsi di pochi chilometri appena per scorgere altre zone senza controllo, alloggi improvvisati in mano agli irregolari, che nel circuito dell'accoglienza non hanno diritto a entrare. Largo Spadolini, stazione Tiburtina. Tra uno dei due ingressi e il capolinea dell'Atac spuntano sacchi a pelo, coperte, buste piene di effetti personali. Poco più in là, quello che dovrebbe essere un parcheggio interrato è, di fatto, un bagno a cielo aperto. «Nei pressi della stazione dormono in 70», racconta alla Verità Holljwer Paolo, consigliere del II Municipio, iscritto al gruppo di Fratelli d'Italia. «Sono lì, senza alcun tipo di controllo sanitario. Le forze dell'ordine si limitano a delle operazioni di identificazione, ma la situazione è la stessa da troppo tempo». Chi vive qui non si stupisce quasi più, a farsi largo tra gli insediamenti abusivi ci hanno fatto l'abitudine. «Quello che c'è nel piazzale est della stazione, prima era qui, sotto la tangenziale», ricorda Nella Vecchia, dell'associazione Rinascita Tiburtina. «In quelle zone evitiamo di andare, stiamo tutti molto attenti e usciamo poco ormai. Ci hanno imposto il lockdown, ma per noi i “domiciliari" vanno avanti da tempo. Lì intorno c'è da aver paura». Può bastare poco, infatti, per essere aggrediti. Ne sa qualcosa Roberta Angelilli, consigliere regionale di Fratelli d'Italia, che a Largo Spadolini ha subìto un'aggressione nel mese di dicembre. «Dopo la nostra denuncia credevamo in uno sgombero immediato e invece non è successo nulla: qualche annuncio, poche parole, ma quelle persone sono ancora lì, in condizioni impraticabili. Pur conoscendo la gravità della situazione, sia il ministro Lamorgese che il sindaco di Roma continuano ad autorizzare la presenza di questo accampamento illegale, proprio all'ingresso di una dei principali snodi ferroviari italiani». Del resto, attorno alle stazioni del nostro Paese, di illegale non ci sono solo i dormitori. Nell'Italia delle zone rosse e degli esercizi commerciali chiusi, capita che a fare affari siano gli abusivi, che vendono praticamente di tutto. Al quartiere Vasto di Napoli li chiamano i «mercatini della spazzatura». Nei giorni dei controlli a tappeto, erano lì, ben in vista a piazza Garibaldi. Adelaide Dario conosce palmo a palmo la zona, la vive sin dagli anni in cui nei pressi della stazione sono arrivati i primi extracomunitari. «La situazione è peggiorata in pochi anni: in un'unica area hanno concentrato un numero enorme di migranti, troppo rispetto alla presenza dei cittadini» racconta, raggiunta al telefono dalla Verità. Le case dell'accoglienza sono spuntate come funghi, tutte dislocate in pochi metri quadrati. Come spiegano dal comitato di quartiere, «l'area è stata di fatto occupata: oggi, tante etnie diverse si fanno la guerra. Sotto ai nostri balconi è un via vai continuo: spaccio, risse. I più piccoli restano chiusi in casa». La vigilanza della polizia municipale da sola non basta, può fare poco. Da tempo, qui vorrebbero la presenza dell'esercito. L'ultimo sollecito risale al novembre scorso: «Al Questore si chiede un presidio fisso tra Piazza Garibaldi e le vie limitrofe», si legge in uno dei documenti presentati dai consiglieri regionali. «Per ora, invece, il Vasto resta un quartiere prigioniero, terra di nessuno» sospira Adelaide Dario. «Certamente, non è più dei napoletani che da anni vivono qui».
Milena Gabanelli (Ansa)
Non solo, nel sottotitolo ecco la fosca previsione: «Con il decreto Caivano saranno multati i genitori, ma si taglia sulla prevenzione». Ma è davvero così? Non è compito dei giornali difendere i governi, anche perché la realtà di solito si difende benissimo da sola, ma l’esplosione della violenza giovanile è un problema talmente grave da meritare più riflessioni e meno slogan.
Cominciamo dai numeri. In base ai dati del ministero della Giustizia, i minori indagati in carico ai servizi sociali erano 20.963 nel 2019 e sono diventati 23.862 alla fine del 2025, con un aumento del 13,8%. Il governo guidato da Giorgia Meloni è in carica da settembre 2022 e in questi tre anni la crescita è stata del 9,3%. Sicuramente sulla dinamica del dato degli indagati incide anche il decreto Caivano, convertito in legge alla fine del 2023, che ha inasprito le pene e ha reso possibile l’arresto dei minori anche per lo spaccio di lieve entità, il furto aggravato e la resistenza alle forze dell’ordine. A parte l’uso discutibile di queste statistiche, comprese quelle sugli arresti preventivi, va detto che se con lo stesso metro si misurassero le politiche di contrasto ai femminicidi si sarebbe costretti ad affermare che le nuove leggi più severe non funzionano, o che l’aumento degli assassinii è colpa della Meloni e di Carlo Nordio. Sono due evidenti bestialità.
Resta aperta l’indagine sulle cause dell’aumento della violenza giovanile. E qui, a patto di sganciarlo dall’uso politico o dalla continua manipolazione dei codici, il dibattito è ovviamente benvenuto e importante. Scrive il giornale diretto da Luciano Fontana che «dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle». Una notazione interessante, ma purtroppo gli autori dell’articolo, Milena Gabanelli e Andrea Priante, non la sviluppano in alcun modo. Forse il motivo è questo, ed è un motivo che i lettori della Verità conosco bene: fin dai tempi del primo lockdown, che colpì sia i lavoratori cinquantenni sia bambini e ragazzi in età scolare, pediatri e psicologi avvertirono che si rischiava un aumento dell’aggressività dei minori. Il fenomeno fu rilevato in tempi abbastanza brevi in famiglia, a danno dei genitori, e poi si vide a scuola quando riaprirono le classi. Nulla di più facile da capire. Se prendi un ragazzino e lo rinchiudi in casa, levandogli la possibilità di socializzare e di fare sport, prima o poi esplode e te la fa pagare. Insomma, se per decreto prendi un dodicenne e lo fai vivere recluso, quando tutto intorno era chiaro che il Covid stava mietendo vittime tra persone già malate o anziane, poi non c’è da stupirsi se rischi di avere una generazione mezzo bruciata. Non per colpa sua, ovviamente. Ma certo, riflessioni del genere su giornali che hanno avallato persino il Green pass non sono ancora possibili.
Se poi si passa ai modi per contrastare questo picco di violenza, il Corriere incolpa il governo attuale (tra il 2019 e il 2022 c’erano Conte e Draghi e i bambini erano tutti buoni) e attacca sul fronte dei fondi disponibili per la prevenzione. A un certo punto scrive che «sui Comuni, sempre a corto di risorse, sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati che rappresentano la vera grande emergenza perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità». Un passaggio notevole, almeno per gli standard buonisti della narrazione democratica ed inclusiva dominante, perché riconosce l’esistenza di minori stranieri che delinquono, un fenomeno che questo giornale segnala da anni in perfetta solitudine, beccandosi anche surreali accuse di razzismo. E accorgersi oggi dei ragazzi stranieri «reclutati» dalla criminalità è fuori tempo massimo, se si pensa che a settembre 2022, quando la Verità osò scrivere di «migranti scaricati» da un porto all’altro, fu accusata di parlarne come pacchi postali. Ma a ben vedere, se si guardano le cronache quasi quotidiane dei minori migranti arrestati, si nota che ci sono molte violenze sessuali. Non è chiaro se anche gli stupri possano essere organizzati dalla criminalità nostrana, ma certo che anche parlare di una vaga, fantomatica e onnipotente «criminalità» che recluta i minori aiuta a non fare i conti con la realtà dell’immigrazione clandestina.
Il Corriere, sistemato il governo, si dedica poi alla consueta predica da barbagianni sull’uso dei telefoni cellulari e sulla violenza dei contenuti online, come se non fossero il terminale ultimo di un disastro educativo e di una disumanizzazione della società. I cellulari sono un mezzo, non un fine e neppure un inizio. Sarebbe molto più interessante ragionare su quali siano gli spazi a disposizione di questi ragazzi per sfogare e gestire la violenza. Ovviamente non è il caso di rimpiangere l’epoca in cui i giovani si prendevano a sprangate per motivi politici o calcistici, ma forse una riflessione su come evitate che tanti minorenni si sentano compressi sarebbe utile. Anche perché se la si lascia allo Stato, la risposta non può che essere in gran parte repressiva. Per il Corriere, «la repressione non serve se non è accompagnata da interventi di politiche sociali, con il diretto coinvolgimento della famiglia e soprattutto, della scuola». In quel soprattutto c’è una buona dose dei motivi per cui siamo conciati così male: il disprezzo della famiglia. E poi, finalino da incorniciare: «A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria». La non violenza ce la insegnerà lo Stato, che come scriveva Max Weber ne ha il monopolio legalizzato.
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Nel riquadro Anna Maria Cisint (Imagoeconomica)
Da anni, Anna Maria Cisint (Lega) segue il fenomeno dell’islamizzazione. Prima da sindaco di Monfalcone e, oggi, da eurodeputata.
Siamo già sottomessi?
«L’Italia deve essere in grado di reagire ora, prima che sia troppo tardi. E io lo so, lo so meglio di altri: l’ho visto e l’ho vissuto sulla mia pelle a Monfalcone già dieci anni fa. Ho ascoltato le voci spezzate di ragazze poco più che bambine, che mi hanno raccontato la gabbia in cui vivevano prima di trovare la forza di denunciare e fuggire da quello che è, a tutti gli effetti, un sistema ideologico di controllo della comunità, nel quale la religione diventa lo strumento di gestione del potere e del terrore su una comunità interamente sottomessa a ciò che impone il sedicente imam all’interno di moschee, per lo più abusive. Sono loro a insegnare ai bambini che è giusto sposarsi con una bambina e alcuni lo dicono anche perché così l’uomo può provare più piacere. Una vera e propria operazione di indottrinamento tramite il lavaggio del cervello».
Cosa intendete fare per fermare l’islamizzazione del Paese?
«Serve un’azione forte. Ed è esattamente ciò che vogliamo fare con l’introduzione di un nuovo impianto normativo. L’obiettivo principale è il raggiungimento dell’intesa prevista dalla Costituzione. Ma per l’inerzia degli islamici tale traguardo è ancora lontano. Per questo è necessario promulgare una legge: regole chiare, che definiscano il perimetro di legalità dell’esercizio del culto islamico in Italia. Sei dentro? Bene. Altrimenti non possiamo concederti nulla, neppure mezzo metro. Intendiamo istituire un registro dei predicatori e dei ministri di culto, vincolandone l’iscrizione alla sottoscrizione di una nuova “Carta dei valori degli enti religiosi”. Una carta che impone precise responsabilità e obblighi sia ai predicatori sia ai referenti delle associazioni islamiche: dal rispetto del nostro ordinamento giuridico, alla tutela della dignità della persona e della donna».
Cosa prevede la proposta di legge a cui state lavorando? Ci può anticipare alcuni punti?
«Vogliamo introdurre requisiti stringenti, come la conoscenza della lingua, la residenza in Italia e l’assenza di condanne penali. A ciò si affiancherà un sistema di monitoraggio costante, anche successivi all’iscrizione. Le sanzioni severe: espulsioni velocizzate, reclusione per chi predica violenza o contenuti contrari all’ordinamento, revoca definitiva dell’iscrizione al registro e quindi l’impossibilità di poter predicare in Italia e sanzioni alle associazioni islamiche che consentano attività di culto a predicatori non iscritti all’albo».
Tra i vari problemi ci sono anche i finanziamenti, poco limpidi, che le moschee ricevono dall’estero…
«Ce lo ha insegnato l’inchiesta sul cosiddetto “pizzo islamico” a Monfalcone, con soldi estorti ai lavoratori bengalesi per essere destinati alle moschee; il report dell’intelligence francese, che accende un faro sui finanziamenti provenienti da organizzazioni, fondazioni e Paesi vicini alla Fratellanza musulmana; e l’inchiesta su Hannoun e sui fondi sporchi utilizzati per finanziare Hamas. Tutto questo ci impone di pretendere trasparenza e tracciabilità nei bilanci di tutte le associazioni islamiche. Nella nostra proposta introduciamo, infatti, l’obbligo di pubblicazione dei bilanci e il blocco dei finanziamenti dall’estero, salvo esplicita autorizzazione. Non possiamo permettere che realtà come l’Ucoii, braccio operativo della Fratellanza musulmana in Italia, non pubblichi i propri bilanci dal 2020 e, nel frattempo, faccia da tramite per il finanziamento di decine di moschee nel nostro Paese per milioni di euro».
L’immigrazione islamica si può fermare? Se sì come?
«Si può fermare e si deve fermare è una questione di sopravvivenza per il nostro Paese e di difesa dei nostri valori e della nostra identità, di un’incompatibilità profonda con un sistema - quello islamico - che punta a espandersi anche attraverso l’arma degli ingressi, sia regolari che irregolari».
È soddisfatta delle misure che sono state messe in atto?
«Su questo il nostro Governo si sta muovendo bene: gli sbarchi sono diminuiti e poi in Europa abbiamo ottenuto l’accordo per schierare uomini e mezzi di Frontex in Bosnia, così da frenare la Rotta balcanica e una nuova lista dei Paesi sicuri dove poter rimpatriare i clandestini; con Molteni abbiamo introdotto nel prossimo decreto sicurezza una stretta importantissima sui ricongiungimenti familiari, che ridurrà ulteriormente gli ingressi; e serve poi introdurre il test osseo per accertare la reale età dei presunti stranieri non accompagnati e rimandare a casa chi truffa lo Stato e commette reati. È inoltre positiva la proposta di un nuovo permesso di soggiorno a punti lanciata da Salvini. Ma se in Italia esiste un problema di islamizzazione, dobbiamo bloccare anche l’arrivo di manodopera a basso costo di fede islamica. Basta bengalesi e pakistani, sì a chi ha radici comuni alle nostre come i popoli latini».
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Commenti di questo genere ne abbiamo letti parecchi nelle ultime settimane, tipo quelli di Ilaria Salis secondo cui «negli Usa la caccia agli immigrati diventa rastrellamento di massa». Queste frasi sono indicative di una strategia nota ma sempre subdolamente efficace che consiste appunto nel sovrapporre ciò che avviene all’estero a quanto accade in Italia. A furia di osservare le immagini degli uomini dell’Ice che battono le città americane in cerca di clandestini, a furia di vedere sparatorie e uccisioni e a furia di sentire le grida di dolore della nostra sinistra, il grande pubblico potrebbe cominciare a pensare che sia davvero in corso chissà quale tentativo di pulizia etnica. E, soprattutto, che ci riguardi. Dunque è bene ribadirlo ed essere molto chiari: ciò che avviene negli Usa è lontano anni luce dalla nostra situazione. Quanto sta accadendo a Minneapolis e altrove ha davvero pochissimi punti di contatto con quanto si verifica da noi. Se proprio vogliamo trovare un punto in comune dobbiamo guardare alla truffa del Minnesota, cioè al mucchio di soldi spesi dai contribuenti americani per sostenere accoglienza e integrazione della comunità somala che in realtà venivano sperperati o usati per finanziare servizi inesistenti. Ecco, questo ricorda in parte quanto fatto in Italia da coop disoneste e amministratori furbetti. Per il resto, qui ci si muove su altre coordinate. Per prima cosa, a differenza degli Usa, l’Italia non è una nazione costruita sull’immigrazione di massa. Non ha ridotto gli africani in schiavitù per coltivare i campi né ha applicato nel passato un modello multiculturale basato sulla creazione di ghetti. Ha una omogeneità culturale e una tradizione differente e paradossalmente risente di più degli ingressi massivi di stranieri. Qui non esistono forze come l’Ice e di sicuro nessuno pensa di inviare la polizia o i carabinieri casa per casa a prelevare i clandestini e i loro figli. Anzi, abbiamo difficoltà a espellere persino i criminali abituali e i soggetti più pericolosi. I metodi delle nostre forze dell’ordine sono - per fortuna - radicalmente diversi, meno esaltati e giustamente più rispettosi. Prima di aprire il fuoco su un uomo indifeso o di sparare dentro una macchina con una donna alla guida ci pensano due volte. Anzi, a dirla tutta qui non appena un agente o un carabiniere apre il fuoco passa enormi guai. Lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio il caso di Emanuele Marroccella, che ha sparato per salvare un collega e ha preso una condanna a tre anni con l’infamante aggiunta di un cospicuo risarcimento da corrispondere ai familiari del migrante irregolare e violento che ha involontariamente ucciso. Lo conferma l’ultimo caso avvenuto proprio ieri a Milano. Durante un controllo antidroga a San Donato Milanese un nordafricano - con precedenti manco a dirlo - pare che abbia estratto una pistola a salve. Un poliziotto presente sul posto ha sparato e lo ha ucciso. Subito vengono aperte indagini sull’accaduto, ma è già chiaro a tutti che i colpi vengono esplosi solo per estrema difesa, e anche così chi preme il grilletto sa che non avrà vita facile. Ed è proprio questo il nocciolo della questione. Non ci piacciono gli Stati di polizia, né i giustizieri invasati che se ne vanno in giro ad ammazzare la gente, anche se si tratta di manifestanti ideologizzati e talvolta minacciosi. Non ci piacciono i bambini trascinati via a forza o altre brutalità di questo tipo. In Italia, in Europa, grazie al cielo non ci si comporta così: abbiamo un rispetto diverso, una cultura diversa. E questa diversità ci terremmo a mantenerla. Ecco perché è necessario, dalle nostre parti, cambiare registro. Non per fare come l’Ice, ma per porre rimedio a violenze e soprusi che sono quotidiani, per permettere a tutti coloro che vivono onestamente di operare liberi e sicuri. Chi suggerisce che una stretta sull’immigrazione in Italia ci precipiterebbe nella brutalità dell’Ice compie un errore gravissimo: servono regole più severe, più espulsioni e più rimpatri proprio per evitare che, un domani non troppo lontano, il clima si esasperi del tutto. A quel punto potremmo trovarci di fronte a qualcosa di perfino peggiore delle retate trumpiane.
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Poco prima di questo post, il presidente americano aveva infatti annunciato di aver inviato Homan nello Stato. «Stasera mando Tom Homan in Minnesota. Non è mai stato coinvolto in quella zona, ma conosce e apprezza molte persone del posto. Tom è duro ma giusto e riferirà a me direttamente», aveva dichiarato.
Attuale responsabile delle frontiere statunitensi, Homan è stato ai vertici dell’Ice ed è specializzato nei rimpatri di immigrati irregolari: attività, questa, per cui fu addirittura premiato da Barack Obama nel 2015. La scelta di inviare Homan in Minnesota potrebbe significare che Trump abbia intenzione, almeno in parte, di commissariare ufficiosamente il segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, oltreché gli attuali vertici locali dell’Ice. E questo sia per avere un più diretto controllo della situazione sul campo sia per impiegare un figura - Homan - particolarmente esperta sul piano tecnico. «Homan gestirà le operazioni dell’Ice sul territorio del Minnesota e si coordinerà con altri nelle indagini sulle frodi in corso», ha chiarito la Casa Bianca, per poi sottolineare che la Noem avrebbe comunque ancora la fiducia di Trump.
Nei mesi scorsi, sia Axios che Fox News avevano riferito di tensioni tra Homan e la stessa Noem. In particolare, i due non si intenderebbero sull’approccio e sugli scopi del contrasto all’immigrazione clandestina. Homan sostiene la necessità di concentrarsi maggiormente sugli immigrati irregolari con precedenti penali, mentre la Noem ha come obiettivo i clandestini in generale. Una linea, la sua, che ha però finito col sovraccaricare di lavoro gli agenti federali. L’invio di Homan in Minnesota potrebbe quindi aver rappresentato un punto di caduta nei difficili rapporti tra Trump e Walz: consente al primo di mantenere la linea dura, mentre il secondo vedrà l’Ice impegnata in azioni più mirate all’interno dello Stato che guida. Del resto, l’ufficio del governatore ha definito la telefonata di ieri come «produttiva», aggiungendo che Trump si sarebbe mostrato aperto sia a una «indagine indipendente» sulle sparatorie che hanno recentemente coinvolto l’Ice sia alla possibilità di «ridurre» il numero di agenti federali attualmente presenti in Minnesota. La Casa Bianca, dal canto suo, ha fatto sapere che la polizia di Minneapolis dovrà consegnare gli immigrati arrestati e cooperare con l’Ice.
La distensione è arrivata dopo che, nei giorni scorsi, il governatore aveva paragonato le azioni dei federali all’occupazione nazista, mentre il presidente americano aveva duramente criticato le cosiddette «città santuario». «I politici dem devono collaborare con il governo federale per proteggere i cittadini americani nella rapida espulsione di tutti gli immigrati clandestini con precedenti penali nel nostro Paese», aveva tuonato Trump l’altro ieri, rivolgendosi a Walz e al sindaco di Minneapolis, Jacob Frey. «Inoltre», aveva aggiunto, «chiedo al Congresso degli Usa di approvare immediatamente una legge per porre fine alle città santuario, che sono la causa principale di tutti questi problemi». «I dem stanno anteponendo gli immigrati clandestini criminali ai cittadini rispettosi della legge e ai contribuenti, creando circostanze pericolose per tutti soggetti coinvolti. Tragicamente, due cittadini americani hanno perso la vita a causa del caos provocato dai democratici», aveva aggiunto, riferendosi alle morti di Alex Pretti e Renee Good, avvenute nel corso di alcune operazioni dell’Ice.
Ricordiamo che le «città santuario» sono quelle amministrazioni municipali, generalmente a guida dem, che si rifiutano di cooperare con gli agenti federali contro l’immigrazione clandestina. Basti pensare che, a inizio dicembre, Frey aveva firmato un’ordinanza volta a ostacolare la collaborazione tra polizia locale e Ice. Vale a tal proposito la pena di sottolineare che, in base al Titolo 8 sezione 1325 del codice degli Stati Uniti, l’ingresso di stranieri senza autorizzazione in territorio americano è un reato federale. Il che rende quantomeno problematica l’azione portata avanti dalle cosiddette «città santuario». A questo si aggiunga che, stando a un’inchiesta pubblicata l’altro ieri da Fox News, le proteste di Minneapolis non risulterebbero affatto spontanee. La testata ha infatti individuato una rete organizzativa che viaggerebbe attraverso messaggi crittografati sulle chat di Signal. Secondo Fox News, molte manifestazioni sarebbero orchestrate da una serie di gruppi di estrema sinistra, alcuni dei quali finanziati da Neville Roy Singham: miliardario americano socialista, accusato di intrattenere collegamenti con il governo cinese. Tutto questo, mentre, domenica, i manifestanti anti-Ice hanno preso di mira un hotel di Minneapolis dove ritenevano che alloggiassero dei funzionari federali: hanno, in particolare, lanciato oggetti contro le persone all’interno, rotto finestre e scritto «fanculo all’Ice» sulla facciata dell’edificio.
Ora, la telefonata distensiva tra Trump e Walz potrebbe mutare il quadro complessivo. E, come detto, se ciò accadesse, assumerebbe una decisa centralità la figura di Homan. Bisognerà tuttavia, in caso, vedere se questo allentamento della tensione politica troverà compatto o meno il Partito democratico.
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