True
2021-01-04
Zone rosse sì ma di paura
(Ansa)
A Cala Galera, l'anno è finito esattamente come era iniziato. Mentre «lo spiegamento imponente di forze dell'ordine» voluto dal ministro Luciana Lamorgese batteva le strade della penisola per far rispettare le norme anti-Covid, nella notte di Capodanno l'ennesimo barchino approdava a Lampedusa. A bordo 20 tunisini, tra cui due donne, che sono stati trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola per le operazioni di identificazione. Sull'isola il totale degli arrivi è quasi quadruplicato, secondo le stime diffuse dall'Ufficio immigrazione della questura di Agrigento. Nell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, a Lampedusa sono sbarcati 19.253 migranti contro i 4.930 del 2019. Si tratta del 56% degli arrivi complessivi, che nel 2020 hanno superato il tetto dei 34.000, nonostante l'emergenza sanitaria. Da qualche giorno, in mare si rivedono anche le navi delle Ong: il 23 dicembre, dal porto di Barcellona è partita la missione 79 della Open Arms, l'associazione catalana che opera nel Mediterraneo centrale. L'ultimo dell'anno, hanno recuperato 169 persone che viaggiavano su un'imbarcazione di legno alla deriva in acque internazionali. A bordo del barcone, partito da Sabratha la mattina del 30 dicembre, c'erano per lo più eritrei, sudanesi e libici. Appena 24 ore dopo, un altro trasbordo: 96 persone salpate da Zuwarah.
Nelle settimane dei negozi chiusi e degli spostamenti contingentati, al largo delle nostre coste il via vai non si è mai fermato. E mentre l'Italia entra ed esce dalla zona rossa, e già si discute sulle fasce tricolore da assegnare alle regioni e sui divieti dopo l'epifania, lungo la penisola ci sono zone dove le regole sembrano non esistere, quartieri dove le restrizioni non sortiscono alcun effetto. Come raccontiamo in queste pagine, l'epidemia non ha fermato la proliferazione delle «terre di nessuno»: i dormitori a cielo aperto restano tollerati, i mercatini abusivi operano come se nulla fosse. Nelle aree periferiche delle città, ci sono cittadini costretti a vivere tappati in casa per stare alla larga dalle risse tra migranti o per evitare di respirare i fumi tossici che si alzano dai campi rom.
Da queste parti, di controlli se ne vedono ben pochi. Siamo lontani dalla solerzia con la quale vengono eseguite le verifiche sul rispetto dei decreti di Giuseppe Conte. I numeri li ha sciorinati Lamorgese in un'intervista al Corriere della Sera: da marzo a oggi, quasi «30 milioni di controlli sulle persone e 8,5 milioni sugli esercizi commerciali». Come lamentano alcuni comitati di quartiere, nessuno si preoccupa di dare un'occhiata alle condizioni di abbandono in cui versano le stazioni delle città, alcune delle quali ridotte a giacigli di fortuna per i migranti esclusi dal circuito dell'accoglienza. O magari di prendere atto che esistono «zone franche» dove si spara per un regolamento di conti, come è accaduto l'altra notte in via Gigante, a Milano. «E non è la prima volta», ricorda Silvia Sardone, europarlamentare e consigliere comunale della Lega. «Il quartiere di San Siro, ormai di esclusiva proprietà di nordafricani ed etnie dell'Est Europa, non è più sotto il controllo del Comune da tempo».
O, infine, di vigilare sulle situazioni igienico sanitarie in cui vengono lasciati i campi rom. Ad Asti, per esempio, da mesi si chiede di sgomberare le baracche abusive in via Guerra. Il questore, Sebastiano Salvo, ne aveva descritto le criticità sul finire dell'estate dopo un sopralluogo: «I bimbi giocano tra carcasse di topi e rifiuti. Lo stato di degrado mette in forte rischio l'incolumità di chi ci vive». E invece, quelle «condizioni di insalubrità inaccettabili» sono rimaste immutate. Tutto fermo fino alla notte di Capodanno, quando è morto uno degli abitanti, un tredicenne rom. In barba al coprifuoco e ai divieti da zona rossa, nel campo non si è rinunciato a botti e fuochi d'artificio: il ragazzo è rimasto ferito mortalmente da una raffica di petardi. Qui l'occhio vigile del Grande fratello di Stato si è appannato.
«Ormai siamo diventati la cloaca di Roma»
Tra i cittadini che animano i quartieri vicini alle stazioni ferroviarie, circola un sospetto: «Ci usano come delle zone di contenimento: concentrare qui i migranti fa comodo a tutti, alla politica, alle forze dell'ordine, che almeno sanno dove si trovano». Quando i numeri crescono, tuttavia, la strategia mostra i suoi punti deboli: ci sono pezzi di terra in cui lo Stato sembra assente, dove il rispetto delle norme igienico sanitarie è utopia e parlare di vivibilità resta un azzardo. All'Esquilino lo dicono senza troppi giri di parole: «Siamo diventati la cloaca di Roma» racconta Beatrice Manzari, che qui è arrivata più di 20 anni fa, quando le prospettive per il rione sembravano altre. Tra le vie che portano alla stazione Termini, si trasferivano intellettuali, registi, attori. L'entusiasmo ha lasciato spazio alla disillusione, talvolta alla rabbia: negli ultimi anni sono sorti diversi comitati per combattere il degrado, per opporsi ai dormitori a cielo aperto che riempiono i portici. «A volte diventa impossibile anche solo gettare la spazzatura, i bambini li teniamo alla larga il più possibile» raccontano i cittadini. Soluzioni definitive non sono mai state presentate: «Nel tentativo di migliorare la situazione attorno alla stazione, non trovano di meglio che sgomberare i migranti e mandarli a Piazza Vittorio Emanuele, a poco più di un chilometro di distanza» spiega Frank Cappiello, del comitato Rione XV Esquilino. L'emergenza sanitaria ha finito per complicare una situazione esasperata: con le mense e i dormitori chiusi, tutto può diventare un giaciglio di fortuna, anche la statua dedicata a papa Wojtyla, in Piazza dei Cinquecento. «Questa non è accoglienza, né decenza», racconta ancora Beatrice Manzari, che ha intenzione di diffidare una serie di istituzioni, tra cui il ministero dell'Interno, Comune e Prefettura. Molti solleciti e richieste, da queste parti, sono rimasti lettera morta: «Se nulla accadrà anche questa volta, siamo pronti a denunciare», promette.
«Nel cuore di Roma i cittadini devono subire pure gli accampamenti abusivi, da quanto tempo il sindaco Raggi non visita queste zone per capire come vivono i migranti della Capitale?» si chiede Laura Corrotti, consigliere regionale della Lega.
Basta spostarsi di pochi chilometri appena per scorgere altre zone senza controllo, alloggi improvvisati in mano agli irregolari, che nel circuito dell'accoglienza non hanno diritto a entrare. Largo Spadolini, stazione Tiburtina. Tra uno dei due ingressi e il capolinea dell'Atac spuntano sacchi a pelo, coperte, buste piene di effetti personali. Poco più in là, quello che dovrebbe essere un parcheggio interrato è, di fatto, un bagno a cielo aperto. «Nei pressi della stazione dormono in 70», racconta alla Verità Holljwer Paolo, consigliere del II Municipio, iscritto al gruppo di Fratelli d'Italia. «Sono lì, senza alcun tipo di controllo sanitario. Le forze dell'ordine si limitano a delle operazioni di identificazione, ma la situazione è la stessa da troppo tempo». Chi vive qui non si stupisce quasi più, a farsi largo tra gli insediamenti abusivi ci hanno fatto l'abitudine. «Quello che c'è nel piazzale est della stazione, prima era qui, sotto la tangenziale», ricorda Nella Vecchia, dell'associazione Rinascita Tiburtina. «In quelle zone evitiamo di andare, stiamo tutti molto attenti e usciamo poco ormai. Ci hanno imposto il lockdown, ma per noi i “domiciliari" vanno avanti da tempo. Lì intorno c'è da aver paura». Può bastare poco, infatti, per essere aggrediti. Ne sa qualcosa Roberta Angelilli, consigliere regionale di Fratelli d'Italia, che a Largo Spadolini ha subìto un'aggressione nel mese di dicembre. «Dopo la nostra denuncia credevamo in uno sgombero immediato e invece non è successo nulla: qualche annuncio, poche parole, ma quelle persone sono ancora lì, in condizioni impraticabili. Pur conoscendo la gravità della situazione, sia il ministro Lamorgese che il sindaco di Roma continuano ad autorizzare la presenza di questo accampamento illegale, proprio all'ingresso di una dei principali snodi ferroviari italiani». Del resto, attorno alle stazioni del nostro Paese, di illegale non ci sono solo i dormitori. Nell'Italia delle zone rosse e degli esercizi commerciali chiusi, capita che a fare affari siano gli abusivi, che vendono praticamente di tutto. Al quartiere Vasto di Napoli li chiamano i «mercatini della spazzatura». Nei giorni dei controlli a tappeto, erano lì, ben in vista a piazza Garibaldi. Adelaide Dario conosce palmo a palmo la zona, la vive sin dagli anni in cui nei pressi della stazione sono arrivati i primi extracomunitari. «La situazione è peggiorata in pochi anni: in un'unica area hanno concentrato un numero enorme di migranti, troppo rispetto alla presenza dei cittadini» racconta, raggiunta al telefono dalla Verità.
Le case dell'accoglienza sono spuntate come funghi, tutte dislocate in pochi metri quadrati. Come spiegano dal comitato di quartiere, «l'area è stata di fatto occupata: oggi, tante etnie diverse si fanno la guerra. Sotto ai nostri balconi è un via vai continuo: spaccio, risse. I più piccoli restano chiusi in casa». La vigilanza della polizia municipale da sola non basta, può fare poco. Da tempo, qui vorrebbero la presenza dell'esercito. L'ultimo sollecito risale al novembre scorso: «Al Questore si chiede un presidio fisso tra Piazza Garibaldi e le vie limitrofe», si legge in uno dei documenti presentati dai consiglieri regionali.
«Per ora, invece, il Vasto resta un quartiere prigioniero, terra di nessuno» sospira Adelaide Dario. «Certamente, non è più dei napoletani che da anni vivono qui».
Continua a leggereRiduci
Sparatorie, degrado, spaccio. Il governo ci impone la quarantena mentre consegna intere zone del Paese a nomadi e clandestini.I quartieri intorno alle stazioni ferroviarie trasformati in dormitori per migranti, abusivi e tossicodipendenti.Lo speciale contiene due articoli.A Cala Galera, l'anno è finito esattamente come era iniziato. Mentre «lo spiegamento imponente di forze dell'ordine» voluto dal ministro Luciana Lamorgese batteva le strade della penisola per far rispettare le norme anti-Covid, nella notte di Capodanno l'ennesimo barchino approdava a Lampedusa. A bordo 20 tunisini, tra cui due donne, che sono stati trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola per le operazioni di identificazione. Sull'isola il totale degli arrivi è quasi quadruplicato, secondo le stime diffuse dall'Ufficio immigrazione della questura di Agrigento. Nell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, a Lampedusa sono sbarcati 19.253 migranti contro i 4.930 del 2019. Si tratta del 56% degli arrivi complessivi, che nel 2020 hanno superato il tetto dei 34.000, nonostante l'emergenza sanitaria. Da qualche giorno, in mare si rivedono anche le navi delle Ong: il 23 dicembre, dal porto di Barcellona è partita la missione 79 della Open Arms, l'associazione catalana che opera nel Mediterraneo centrale. L'ultimo dell'anno, hanno recuperato 169 persone che viaggiavano su un'imbarcazione di legno alla deriva in acque internazionali. A bordo del barcone, partito da Sabratha la mattina del 30 dicembre, c'erano per lo più eritrei, sudanesi e libici. Appena 24 ore dopo, un altro trasbordo: 96 persone salpate da Zuwarah.Nelle settimane dei negozi chiusi e degli spostamenti contingentati, al largo delle nostre coste il via vai non si è mai fermato. E mentre l'Italia entra ed esce dalla zona rossa, e già si discute sulle fasce tricolore da assegnare alle regioni e sui divieti dopo l'epifania, lungo la penisola ci sono zone dove le regole sembrano non esistere, quartieri dove le restrizioni non sortiscono alcun effetto. Come raccontiamo in queste pagine, l'epidemia non ha fermato la proliferazione delle «terre di nessuno»: i dormitori a cielo aperto restano tollerati, i mercatini abusivi operano come se nulla fosse. Nelle aree periferiche delle città, ci sono cittadini costretti a vivere tappati in casa per stare alla larga dalle risse tra migranti o per evitare di respirare i fumi tossici che si alzano dai campi rom. Da queste parti, di controlli se ne vedono ben pochi. Siamo lontani dalla solerzia con la quale vengono eseguite le verifiche sul rispetto dei decreti di Giuseppe Conte. I numeri li ha sciorinati Lamorgese in un'intervista al Corriere della Sera: da marzo a oggi, quasi «30 milioni di controlli sulle persone e 8,5 milioni sugli esercizi commerciali». Come lamentano alcuni comitati di quartiere, nessuno si preoccupa di dare un'occhiata alle condizioni di abbandono in cui versano le stazioni delle città, alcune delle quali ridotte a giacigli di fortuna per i migranti esclusi dal circuito dell'accoglienza. O magari di prendere atto che esistono «zone franche» dove si spara per un regolamento di conti, come è accaduto l'altra notte in via Gigante, a Milano. «E non è la prima volta», ricorda Silvia Sardone, europarlamentare e consigliere comunale della Lega. «Il quartiere di San Siro, ormai di esclusiva proprietà di nordafricani ed etnie dell'Est Europa, non è più sotto il controllo del Comune da tempo». O, infine, di vigilare sulle situazioni igienico sanitarie in cui vengono lasciati i campi rom. Ad Asti, per esempio, da mesi si chiede di sgomberare le baracche abusive in via Guerra. Il questore, Sebastiano Salvo, ne aveva descritto le criticità sul finire dell'estate dopo un sopralluogo: «I bimbi giocano tra carcasse di topi e rifiuti. Lo stato di degrado mette in forte rischio l'incolumità di chi ci vive». E invece, quelle «condizioni di insalubrità inaccettabili» sono rimaste immutate. Tutto fermo fino alla notte di Capodanno, quando è morto uno degli abitanti, un tredicenne rom. In barba al coprifuoco e ai divieti da zona rossa, nel campo non si è rinunciato a botti e fuochi d'artificio: il ragazzo è rimasto ferito mortalmente da una raffica di petardi. Qui l'occhio vigile del Grande fratello di Stato si è appannato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zone-rosse-si-ma-di-paura-2649724279.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ormai-siamo-diventati-la-cloaca-di-roma" data-post-id="2649724279" data-published-at="1609703645" data-use-pagination="False"> «Ormai siamo diventati la cloaca di Roma» Tra i cittadini che animano i quartieri vicini alle stazioni ferroviarie, circola un sospetto: «Ci usano come delle zone di contenimento: concentrare qui i migranti fa comodo a tutti, alla politica, alle forze dell'ordine, che almeno sanno dove si trovano». Quando i numeri crescono, tuttavia, la strategia mostra i suoi punti deboli: ci sono pezzi di terra in cui lo Stato sembra assente, dove il rispetto delle norme igienico sanitarie è utopia e parlare di vivibilità resta un azzardo. All'Esquilino lo dicono senza troppi giri di parole: «Siamo diventati la cloaca di Roma» racconta Beatrice Manzari, che qui è arrivata più di 20 anni fa, quando le prospettive per il rione sembravano altre. Tra le vie che portano alla stazione Termini, si trasferivano intellettuali, registi, attori. L'entusiasmo ha lasciato spazio alla disillusione, talvolta alla rabbia: negli ultimi anni sono sorti diversi comitati per combattere il degrado, per opporsi ai dormitori a cielo aperto che riempiono i portici. «A volte diventa impossibile anche solo gettare la spazzatura, i bambini li teniamo alla larga il più possibile» raccontano i cittadini. Soluzioni definitive non sono mai state presentate: «Nel tentativo di migliorare la situazione attorno alla stazione, non trovano di meglio che sgomberare i migranti e mandarli a Piazza Vittorio Emanuele, a poco più di un chilometro di distanza» spiega Frank Cappiello, del comitato Rione XV Esquilino. L'emergenza sanitaria ha finito per complicare una situazione esasperata: con le mense e i dormitori chiusi, tutto può diventare un giaciglio di fortuna, anche la statua dedicata a papa Wojtyla, in Piazza dei Cinquecento. «Questa non è accoglienza, né decenza», racconta ancora Beatrice Manzari, che ha intenzione di diffidare una serie di istituzioni, tra cui il ministero dell'Interno, Comune e Prefettura. Molti solleciti e richieste, da queste parti, sono rimasti lettera morta: «Se nulla accadrà anche questa volta, siamo pronti a denunciare», promette. «Nel cuore di Roma i cittadini devono subire pure gli accampamenti abusivi, da quanto tempo il sindaco Raggi non visita queste zone per capire come vivono i migranti della Capitale?» si chiede Laura Corrotti, consigliere regionale della Lega. Basta spostarsi di pochi chilometri appena per scorgere altre zone senza controllo, alloggi improvvisati in mano agli irregolari, che nel circuito dell'accoglienza non hanno diritto a entrare. Largo Spadolini, stazione Tiburtina. Tra uno dei due ingressi e il capolinea dell'Atac spuntano sacchi a pelo, coperte, buste piene di effetti personali. Poco più in là, quello che dovrebbe essere un parcheggio interrato è, di fatto, un bagno a cielo aperto. «Nei pressi della stazione dormono in 70», racconta alla Verità Holljwer Paolo, consigliere del II Municipio, iscritto al gruppo di Fratelli d'Italia. «Sono lì, senza alcun tipo di controllo sanitario. Le forze dell'ordine si limitano a delle operazioni di identificazione, ma la situazione è la stessa da troppo tempo». Chi vive qui non si stupisce quasi più, a farsi largo tra gli insediamenti abusivi ci hanno fatto l'abitudine. «Quello che c'è nel piazzale est della stazione, prima era qui, sotto la tangenziale», ricorda Nella Vecchia, dell'associazione Rinascita Tiburtina. «In quelle zone evitiamo di andare, stiamo tutti molto attenti e usciamo poco ormai. Ci hanno imposto il lockdown, ma per noi i “domiciliari" vanno avanti da tempo. Lì intorno c'è da aver paura». Può bastare poco, infatti, per essere aggrediti. Ne sa qualcosa Roberta Angelilli, consigliere regionale di Fratelli d'Italia, che a Largo Spadolini ha subìto un'aggressione nel mese di dicembre. «Dopo la nostra denuncia credevamo in uno sgombero immediato e invece non è successo nulla: qualche annuncio, poche parole, ma quelle persone sono ancora lì, in condizioni impraticabili. Pur conoscendo la gravità della situazione, sia il ministro Lamorgese che il sindaco di Roma continuano ad autorizzare la presenza di questo accampamento illegale, proprio all'ingresso di una dei principali snodi ferroviari italiani». Del resto, attorno alle stazioni del nostro Paese, di illegale non ci sono solo i dormitori. Nell'Italia delle zone rosse e degli esercizi commerciali chiusi, capita che a fare affari siano gli abusivi, che vendono praticamente di tutto. Al quartiere Vasto di Napoli li chiamano i «mercatini della spazzatura». Nei giorni dei controlli a tappeto, erano lì, ben in vista a piazza Garibaldi. Adelaide Dario conosce palmo a palmo la zona, la vive sin dagli anni in cui nei pressi della stazione sono arrivati i primi extracomunitari. «La situazione è peggiorata in pochi anni: in un'unica area hanno concentrato un numero enorme di migranti, troppo rispetto alla presenza dei cittadini» racconta, raggiunta al telefono dalla Verità. Le case dell'accoglienza sono spuntate come funghi, tutte dislocate in pochi metri quadrati. Come spiegano dal comitato di quartiere, «l'area è stata di fatto occupata: oggi, tante etnie diverse si fanno la guerra. Sotto ai nostri balconi è un via vai continuo: spaccio, risse. I più piccoli restano chiusi in casa». La vigilanza della polizia municipale da sola non basta, può fare poco. Da tempo, qui vorrebbero la presenza dell'esercito. L'ultimo sollecito risale al novembre scorso: «Al Questore si chiede un presidio fisso tra Piazza Garibaldi e le vie limitrofe», si legge in uno dei documenti presentati dai consiglieri regionali. «Per ora, invece, il Vasto resta un quartiere prigioniero, terra di nessuno» sospira Adelaide Dario. «Certamente, non è più dei napoletani che da anni vivono qui».
content.jwplatform.com
Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
Continua a leggereRiduci
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
Continua a leggereRiduci