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2021-01-04
Zone rosse sì ma di paura
(Ansa)
A Cala Galera, l'anno è finito esattamente come era iniziato. Mentre «lo spiegamento imponente di forze dell'ordine» voluto dal ministro Luciana Lamorgese batteva le strade della penisola per far rispettare le norme anti-Covid, nella notte di Capodanno l'ennesimo barchino approdava a Lampedusa. A bordo 20 tunisini, tra cui due donne, che sono stati trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola per le operazioni di identificazione. Sull'isola il totale degli arrivi è quasi quadruplicato, secondo le stime diffuse dall'Ufficio immigrazione della questura di Agrigento. Nell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, a Lampedusa sono sbarcati 19.253 migranti contro i 4.930 del 2019. Si tratta del 56% degli arrivi complessivi, che nel 2020 hanno superato il tetto dei 34.000, nonostante l'emergenza sanitaria. Da qualche giorno, in mare si rivedono anche le navi delle Ong: il 23 dicembre, dal porto di Barcellona è partita la missione 79 della Open Arms, l'associazione catalana che opera nel Mediterraneo centrale. L'ultimo dell'anno, hanno recuperato 169 persone che viaggiavano su un'imbarcazione di legno alla deriva in acque internazionali. A bordo del barcone, partito da Sabratha la mattina del 30 dicembre, c'erano per lo più eritrei, sudanesi e libici. Appena 24 ore dopo, un altro trasbordo: 96 persone salpate da Zuwarah.
Nelle settimane dei negozi chiusi e degli spostamenti contingentati, al largo delle nostre coste il via vai non si è mai fermato. E mentre l'Italia entra ed esce dalla zona rossa, e già si discute sulle fasce tricolore da assegnare alle regioni e sui divieti dopo l'epifania, lungo la penisola ci sono zone dove le regole sembrano non esistere, quartieri dove le restrizioni non sortiscono alcun effetto. Come raccontiamo in queste pagine, l'epidemia non ha fermato la proliferazione delle «terre di nessuno»: i dormitori a cielo aperto restano tollerati, i mercatini abusivi operano come se nulla fosse. Nelle aree periferiche delle città, ci sono cittadini costretti a vivere tappati in casa per stare alla larga dalle risse tra migranti o per evitare di respirare i fumi tossici che si alzano dai campi rom.
Da queste parti, di controlli se ne vedono ben pochi. Siamo lontani dalla solerzia con la quale vengono eseguite le verifiche sul rispetto dei decreti di Giuseppe Conte. I numeri li ha sciorinati Lamorgese in un'intervista al Corriere della Sera: da marzo a oggi, quasi «30 milioni di controlli sulle persone e 8,5 milioni sugli esercizi commerciali». Come lamentano alcuni comitati di quartiere, nessuno si preoccupa di dare un'occhiata alle condizioni di abbandono in cui versano le stazioni delle città, alcune delle quali ridotte a giacigli di fortuna per i migranti esclusi dal circuito dell'accoglienza. O magari di prendere atto che esistono «zone franche» dove si spara per un regolamento di conti, come è accaduto l'altra notte in via Gigante, a Milano. «E non è la prima volta», ricorda Silvia Sardone, europarlamentare e consigliere comunale della Lega. «Il quartiere di San Siro, ormai di esclusiva proprietà di nordafricani ed etnie dell'Est Europa, non è più sotto il controllo del Comune da tempo».
O, infine, di vigilare sulle situazioni igienico sanitarie in cui vengono lasciati i campi rom. Ad Asti, per esempio, da mesi si chiede di sgomberare le baracche abusive in via Guerra. Il questore, Sebastiano Salvo, ne aveva descritto le criticità sul finire dell'estate dopo un sopralluogo: «I bimbi giocano tra carcasse di topi e rifiuti. Lo stato di degrado mette in forte rischio l'incolumità di chi ci vive». E invece, quelle «condizioni di insalubrità inaccettabili» sono rimaste immutate. Tutto fermo fino alla notte di Capodanno, quando è morto uno degli abitanti, un tredicenne rom. In barba al coprifuoco e ai divieti da zona rossa, nel campo non si è rinunciato a botti e fuochi d'artificio: il ragazzo è rimasto ferito mortalmente da una raffica di petardi. Qui l'occhio vigile del Grande fratello di Stato si è appannato.
«Ormai siamo diventati la cloaca di Roma»
Tra i cittadini che animano i quartieri vicini alle stazioni ferroviarie, circola un sospetto: «Ci usano come delle zone di contenimento: concentrare qui i migranti fa comodo a tutti, alla politica, alle forze dell'ordine, che almeno sanno dove si trovano». Quando i numeri crescono, tuttavia, la strategia mostra i suoi punti deboli: ci sono pezzi di terra in cui lo Stato sembra assente, dove il rispetto delle norme igienico sanitarie è utopia e parlare di vivibilità resta un azzardo. All'Esquilino lo dicono senza troppi giri di parole: «Siamo diventati la cloaca di Roma» racconta Beatrice Manzari, che qui è arrivata più di 20 anni fa, quando le prospettive per il rione sembravano altre. Tra le vie che portano alla stazione Termini, si trasferivano intellettuali, registi, attori. L'entusiasmo ha lasciato spazio alla disillusione, talvolta alla rabbia: negli ultimi anni sono sorti diversi comitati per combattere il degrado, per opporsi ai dormitori a cielo aperto che riempiono i portici. «A volte diventa impossibile anche solo gettare la spazzatura, i bambini li teniamo alla larga il più possibile» raccontano i cittadini. Soluzioni definitive non sono mai state presentate: «Nel tentativo di migliorare la situazione attorno alla stazione, non trovano di meglio che sgomberare i migranti e mandarli a Piazza Vittorio Emanuele, a poco più di un chilometro di distanza» spiega Frank Cappiello, del comitato Rione XV Esquilino. L'emergenza sanitaria ha finito per complicare una situazione esasperata: con le mense e i dormitori chiusi, tutto può diventare un giaciglio di fortuna, anche la statua dedicata a papa Wojtyla, in Piazza dei Cinquecento. «Questa non è accoglienza, né decenza», racconta ancora Beatrice Manzari, che ha intenzione di diffidare una serie di istituzioni, tra cui il ministero dell'Interno, Comune e Prefettura. Molti solleciti e richieste, da queste parti, sono rimasti lettera morta: «Se nulla accadrà anche questa volta, siamo pronti a denunciare», promette.
«Nel cuore di Roma i cittadini devono subire pure gli accampamenti abusivi, da quanto tempo il sindaco Raggi non visita queste zone per capire come vivono i migranti della Capitale?» si chiede Laura Corrotti, consigliere regionale della Lega.
Basta spostarsi di pochi chilometri appena per scorgere altre zone senza controllo, alloggi improvvisati in mano agli irregolari, che nel circuito dell'accoglienza non hanno diritto a entrare. Largo Spadolini, stazione Tiburtina. Tra uno dei due ingressi e il capolinea dell'Atac spuntano sacchi a pelo, coperte, buste piene di effetti personali. Poco più in là, quello che dovrebbe essere un parcheggio interrato è, di fatto, un bagno a cielo aperto. «Nei pressi della stazione dormono in 70», racconta alla Verità Holljwer Paolo, consigliere del II Municipio, iscritto al gruppo di Fratelli d'Italia. «Sono lì, senza alcun tipo di controllo sanitario. Le forze dell'ordine si limitano a delle operazioni di identificazione, ma la situazione è la stessa da troppo tempo». Chi vive qui non si stupisce quasi più, a farsi largo tra gli insediamenti abusivi ci hanno fatto l'abitudine. «Quello che c'è nel piazzale est della stazione, prima era qui, sotto la tangenziale», ricorda Nella Vecchia, dell'associazione Rinascita Tiburtina. «In quelle zone evitiamo di andare, stiamo tutti molto attenti e usciamo poco ormai. Ci hanno imposto il lockdown, ma per noi i “domiciliari" vanno avanti da tempo. Lì intorno c'è da aver paura». Può bastare poco, infatti, per essere aggrediti. Ne sa qualcosa Roberta Angelilli, consigliere regionale di Fratelli d'Italia, che a Largo Spadolini ha subìto un'aggressione nel mese di dicembre. «Dopo la nostra denuncia credevamo in uno sgombero immediato e invece non è successo nulla: qualche annuncio, poche parole, ma quelle persone sono ancora lì, in condizioni impraticabili. Pur conoscendo la gravità della situazione, sia il ministro Lamorgese che il sindaco di Roma continuano ad autorizzare la presenza di questo accampamento illegale, proprio all'ingresso di una dei principali snodi ferroviari italiani». Del resto, attorno alle stazioni del nostro Paese, di illegale non ci sono solo i dormitori. Nell'Italia delle zone rosse e degli esercizi commerciali chiusi, capita che a fare affari siano gli abusivi, che vendono praticamente di tutto. Al quartiere Vasto di Napoli li chiamano i «mercatini della spazzatura». Nei giorni dei controlli a tappeto, erano lì, ben in vista a piazza Garibaldi. Adelaide Dario conosce palmo a palmo la zona, la vive sin dagli anni in cui nei pressi della stazione sono arrivati i primi extracomunitari. «La situazione è peggiorata in pochi anni: in un'unica area hanno concentrato un numero enorme di migranti, troppo rispetto alla presenza dei cittadini» racconta, raggiunta al telefono dalla Verità.
Le case dell'accoglienza sono spuntate come funghi, tutte dislocate in pochi metri quadrati. Come spiegano dal comitato di quartiere, «l'area è stata di fatto occupata: oggi, tante etnie diverse si fanno la guerra. Sotto ai nostri balconi è un via vai continuo: spaccio, risse. I più piccoli restano chiusi in casa». La vigilanza della polizia municipale da sola non basta, può fare poco. Da tempo, qui vorrebbero la presenza dell'esercito. L'ultimo sollecito risale al novembre scorso: «Al Questore si chiede un presidio fisso tra Piazza Garibaldi e le vie limitrofe», si legge in uno dei documenti presentati dai consiglieri regionali.
«Per ora, invece, il Vasto resta un quartiere prigioniero, terra di nessuno» sospira Adelaide Dario. «Certamente, non è più dei napoletani che da anni vivono qui».
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Sparatorie, degrado, spaccio. Il governo ci impone la quarantena mentre consegna intere zone del Paese a nomadi e clandestini.I quartieri intorno alle stazioni ferroviarie trasformati in dormitori per migranti, abusivi e tossicodipendenti.Lo speciale contiene due articoli.A Cala Galera, l'anno è finito esattamente come era iniziato. Mentre «lo spiegamento imponente di forze dell'ordine» voluto dal ministro Luciana Lamorgese batteva le strade della penisola per far rispettare le norme anti-Covid, nella notte di Capodanno l'ennesimo barchino approdava a Lampedusa. A bordo 20 tunisini, tra cui due donne, che sono stati trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola per le operazioni di identificazione. Sull'isola il totale degli arrivi è quasi quadruplicato, secondo le stime diffuse dall'Ufficio immigrazione della questura di Agrigento. Nell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, a Lampedusa sono sbarcati 19.253 migranti contro i 4.930 del 2019. Si tratta del 56% degli arrivi complessivi, che nel 2020 hanno superato il tetto dei 34.000, nonostante l'emergenza sanitaria. Da qualche giorno, in mare si rivedono anche le navi delle Ong: il 23 dicembre, dal porto di Barcellona è partita la missione 79 della Open Arms, l'associazione catalana che opera nel Mediterraneo centrale. L'ultimo dell'anno, hanno recuperato 169 persone che viaggiavano su un'imbarcazione di legno alla deriva in acque internazionali. A bordo del barcone, partito da Sabratha la mattina del 30 dicembre, c'erano per lo più eritrei, sudanesi e libici. Appena 24 ore dopo, un altro trasbordo: 96 persone salpate da Zuwarah.Nelle settimane dei negozi chiusi e degli spostamenti contingentati, al largo delle nostre coste il via vai non si è mai fermato. E mentre l'Italia entra ed esce dalla zona rossa, e già si discute sulle fasce tricolore da assegnare alle regioni e sui divieti dopo l'epifania, lungo la penisola ci sono zone dove le regole sembrano non esistere, quartieri dove le restrizioni non sortiscono alcun effetto. Come raccontiamo in queste pagine, l'epidemia non ha fermato la proliferazione delle «terre di nessuno»: i dormitori a cielo aperto restano tollerati, i mercatini abusivi operano come se nulla fosse. Nelle aree periferiche delle città, ci sono cittadini costretti a vivere tappati in casa per stare alla larga dalle risse tra migranti o per evitare di respirare i fumi tossici che si alzano dai campi rom. Da queste parti, di controlli se ne vedono ben pochi. Siamo lontani dalla solerzia con la quale vengono eseguite le verifiche sul rispetto dei decreti di Giuseppe Conte. I numeri li ha sciorinati Lamorgese in un'intervista al Corriere della Sera: da marzo a oggi, quasi «30 milioni di controlli sulle persone e 8,5 milioni sugli esercizi commerciali». Come lamentano alcuni comitati di quartiere, nessuno si preoccupa di dare un'occhiata alle condizioni di abbandono in cui versano le stazioni delle città, alcune delle quali ridotte a giacigli di fortuna per i migranti esclusi dal circuito dell'accoglienza. O magari di prendere atto che esistono «zone franche» dove si spara per un regolamento di conti, come è accaduto l'altra notte in via Gigante, a Milano. «E non è la prima volta», ricorda Silvia Sardone, europarlamentare e consigliere comunale della Lega. «Il quartiere di San Siro, ormai di esclusiva proprietà di nordafricani ed etnie dell'Est Europa, non è più sotto il controllo del Comune da tempo». O, infine, di vigilare sulle situazioni igienico sanitarie in cui vengono lasciati i campi rom. Ad Asti, per esempio, da mesi si chiede di sgomberare le baracche abusive in via Guerra. Il questore, Sebastiano Salvo, ne aveva descritto le criticità sul finire dell'estate dopo un sopralluogo: «I bimbi giocano tra carcasse di topi e rifiuti. Lo stato di degrado mette in forte rischio l'incolumità di chi ci vive». E invece, quelle «condizioni di insalubrità inaccettabili» sono rimaste immutate. Tutto fermo fino alla notte di Capodanno, quando è morto uno degli abitanti, un tredicenne rom. In barba al coprifuoco e ai divieti da zona rossa, nel campo non si è rinunciato a botti e fuochi d'artificio: il ragazzo è rimasto ferito mortalmente da una raffica di petardi. 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All'Esquilino lo dicono senza troppi giri di parole: «Siamo diventati la cloaca di Roma» racconta Beatrice Manzari, che qui è arrivata più di 20 anni fa, quando le prospettive per il rione sembravano altre. Tra le vie che portano alla stazione Termini, si trasferivano intellettuali, registi, attori. L'entusiasmo ha lasciato spazio alla disillusione, talvolta alla rabbia: negli ultimi anni sono sorti diversi comitati per combattere il degrado, per opporsi ai dormitori a cielo aperto che riempiono i portici. «A volte diventa impossibile anche solo gettare la spazzatura, i bambini li teniamo alla larga il più possibile» raccontano i cittadini. Soluzioni definitive non sono mai state presentate: «Nel tentativo di migliorare la situazione attorno alla stazione, non trovano di meglio che sgomberare i migranti e mandarli a Piazza Vittorio Emanuele, a poco più di un chilometro di distanza» spiega Frank Cappiello, del comitato Rione XV Esquilino. L'emergenza sanitaria ha finito per complicare una situazione esasperata: con le mense e i dormitori chiusi, tutto può diventare un giaciglio di fortuna, anche la statua dedicata a papa Wojtyla, in Piazza dei Cinquecento. «Questa non è accoglienza, né decenza», racconta ancora Beatrice Manzari, che ha intenzione di diffidare una serie di istituzioni, tra cui il ministero dell'Interno, Comune e Prefettura. Molti solleciti e richieste, da queste parti, sono rimasti lettera morta: «Se nulla accadrà anche questa volta, siamo pronti a denunciare», promette. «Nel cuore di Roma i cittadini devono subire pure gli accampamenti abusivi, da quanto tempo il sindaco Raggi non visita queste zone per capire come vivono i migranti della Capitale?» si chiede Laura Corrotti, consigliere regionale della Lega. Basta spostarsi di pochi chilometri appena per scorgere altre zone senza controllo, alloggi improvvisati in mano agli irregolari, che nel circuito dell'accoglienza non hanno diritto a entrare. Largo Spadolini, stazione Tiburtina. Tra uno dei due ingressi e il capolinea dell'Atac spuntano sacchi a pelo, coperte, buste piene di effetti personali. Poco più in là, quello che dovrebbe essere un parcheggio interrato è, di fatto, un bagno a cielo aperto. «Nei pressi della stazione dormono in 70», racconta alla Verità Holljwer Paolo, consigliere del II Municipio, iscritto al gruppo di Fratelli d'Italia. «Sono lì, senza alcun tipo di controllo sanitario. Le forze dell'ordine si limitano a delle operazioni di identificazione, ma la situazione è la stessa da troppo tempo». Chi vive qui non si stupisce quasi più, a farsi largo tra gli insediamenti abusivi ci hanno fatto l'abitudine. «Quello che c'è nel piazzale est della stazione, prima era qui, sotto la tangenziale», ricorda Nella Vecchia, dell'associazione Rinascita Tiburtina. «In quelle zone evitiamo di andare, stiamo tutti molto attenti e usciamo poco ormai. Ci hanno imposto il lockdown, ma per noi i “domiciliari" vanno avanti da tempo. Lì intorno c'è da aver paura». Può bastare poco, infatti, per essere aggrediti. Ne sa qualcosa Roberta Angelilli, consigliere regionale di Fratelli d'Italia, che a Largo Spadolini ha subìto un'aggressione nel mese di dicembre. «Dopo la nostra denuncia credevamo in uno sgombero immediato e invece non è successo nulla: qualche annuncio, poche parole, ma quelle persone sono ancora lì, in condizioni impraticabili. Pur conoscendo la gravità della situazione, sia il ministro Lamorgese che il sindaco di Roma continuano ad autorizzare la presenza di questo accampamento illegale, proprio all'ingresso di una dei principali snodi ferroviari italiani». Del resto, attorno alle stazioni del nostro Paese, di illegale non ci sono solo i dormitori. Nell'Italia delle zone rosse e degli esercizi commerciali chiusi, capita che a fare affari siano gli abusivi, che vendono praticamente di tutto. Al quartiere Vasto di Napoli li chiamano i «mercatini della spazzatura». Nei giorni dei controlli a tappeto, erano lì, ben in vista a piazza Garibaldi. Adelaide Dario conosce palmo a palmo la zona, la vive sin dagli anni in cui nei pressi della stazione sono arrivati i primi extracomunitari. «La situazione è peggiorata in pochi anni: in un'unica area hanno concentrato un numero enorme di migranti, troppo rispetto alla presenza dei cittadini» racconta, raggiunta al telefono dalla Verità. Le case dell'accoglienza sono spuntate come funghi, tutte dislocate in pochi metri quadrati. Come spiegano dal comitato di quartiere, «l'area è stata di fatto occupata: oggi, tante etnie diverse si fanno la guerra. Sotto ai nostri balconi è un via vai continuo: spaccio, risse. I più piccoli restano chiusi in casa». La vigilanza della polizia municipale da sola non basta, può fare poco. Da tempo, qui vorrebbero la presenza dell'esercito. L'ultimo sollecito risale al novembre scorso: «Al Questore si chiede un presidio fisso tra Piazza Garibaldi e le vie limitrofe», si legge in uno dei documenti presentati dai consiglieri regionali. «Per ora, invece, il Vasto resta un quartiere prigioniero, terra di nessuno» sospira Adelaide Dario. «Certamente, non è più dei napoletani che da anni vivono qui».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».