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2021-01-04
Zone rosse sì ma di paura
(Ansa)
A Cala Galera, l'anno è finito esattamente come era iniziato. Mentre «lo spiegamento imponente di forze dell'ordine» voluto dal ministro Luciana Lamorgese batteva le strade della penisola per far rispettare le norme anti-Covid, nella notte di Capodanno l'ennesimo barchino approdava a Lampedusa. A bordo 20 tunisini, tra cui due donne, che sono stati trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola per le operazioni di identificazione. Sull'isola il totale degli arrivi è quasi quadruplicato, secondo le stime diffuse dall'Ufficio immigrazione della questura di Agrigento. Nell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, a Lampedusa sono sbarcati 19.253 migranti contro i 4.930 del 2019. Si tratta del 56% degli arrivi complessivi, che nel 2020 hanno superato il tetto dei 34.000, nonostante l'emergenza sanitaria. Da qualche giorno, in mare si rivedono anche le navi delle Ong: il 23 dicembre, dal porto di Barcellona è partita la missione 79 della Open Arms, l'associazione catalana che opera nel Mediterraneo centrale. L'ultimo dell'anno, hanno recuperato 169 persone che viaggiavano su un'imbarcazione di legno alla deriva in acque internazionali. A bordo del barcone, partito da Sabratha la mattina del 30 dicembre, c'erano per lo più eritrei, sudanesi e libici. Appena 24 ore dopo, un altro trasbordo: 96 persone salpate da Zuwarah.
Nelle settimane dei negozi chiusi e degli spostamenti contingentati, al largo delle nostre coste il via vai non si è mai fermato. E mentre l'Italia entra ed esce dalla zona rossa, e già si discute sulle fasce tricolore da assegnare alle regioni e sui divieti dopo l'epifania, lungo la penisola ci sono zone dove le regole sembrano non esistere, quartieri dove le restrizioni non sortiscono alcun effetto. Come raccontiamo in queste pagine, l'epidemia non ha fermato la proliferazione delle «terre di nessuno»: i dormitori a cielo aperto restano tollerati, i mercatini abusivi operano come se nulla fosse. Nelle aree periferiche delle città, ci sono cittadini costretti a vivere tappati in casa per stare alla larga dalle risse tra migranti o per evitare di respirare i fumi tossici che si alzano dai campi rom.
Da queste parti, di controlli se ne vedono ben pochi. Siamo lontani dalla solerzia con la quale vengono eseguite le verifiche sul rispetto dei decreti di Giuseppe Conte. I numeri li ha sciorinati Lamorgese in un'intervista al Corriere della Sera: da marzo a oggi, quasi «30 milioni di controlli sulle persone e 8,5 milioni sugli esercizi commerciali». Come lamentano alcuni comitati di quartiere, nessuno si preoccupa di dare un'occhiata alle condizioni di abbandono in cui versano le stazioni delle città, alcune delle quali ridotte a giacigli di fortuna per i migranti esclusi dal circuito dell'accoglienza. O magari di prendere atto che esistono «zone franche» dove si spara per un regolamento di conti, come è accaduto l'altra notte in via Gigante, a Milano. «E non è la prima volta», ricorda Silvia Sardone, europarlamentare e consigliere comunale della Lega. «Il quartiere di San Siro, ormai di esclusiva proprietà di nordafricani ed etnie dell'Est Europa, non è più sotto il controllo del Comune da tempo».
O, infine, di vigilare sulle situazioni igienico sanitarie in cui vengono lasciati i campi rom. Ad Asti, per esempio, da mesi si chiede di sgomberare le baracche abusive in via Guerra. Il questore, Sebastiano Salvo, ne aveva descritto le criticità sul finire dell'estate dopo un sopralluogo: «I bimbi giocano tra carcasse di topi e rifiuti. Lo stato di degrado mette in forte rischio l'incolumità di chi ci vive». E invece, quelle «condizioni di insalubrità inaccettabili» sono rimaste immutate. Tutto fermo fino alla notte di Capodanno, quando è morto uno degli abitanti, un tredicenne rom. In barba al coprifuoco e ai divieti da zona rossa, nel campo non si è rinunciato a botti e fuochi d'artificio: il ragazzo è rimasto ferito mortalmente da una raffica di petardi. Qui l'occhio vigile del Grande fratello di Stato si è appannato.
«Ormai siamo diventati la cloaca di Roma»
Tra i cittadini che animano i quartieri vicini alle stazioni ferroviarie, circola un sospetto: «Ci usano come delle zone di contenimento: concentrare qui i migranti fa comodo a tutti, alla politica, alle forze dell'ordine, che almeno sanno dove si trovano». Quando i numeri crescono, tuttavia, la strategia mostra i suoi punti deboli: ci sono pezzi di terra in cui lo Stato sembra assente, dove il rispetto delle norme igienico sanitarie è utopia e parlare di vivibilità resta un azzardo. All'Esquilino lo dicono senza troppi giri di parole: «Siamo diventati la cloaca di Roma» racconta Beatrice Manzari, che qui è arrivata più di 20 anni fa, quando le prospettive per il rione sembravano altre. Tra le vie che portano alla stazione Termini, si trasferivano intellettuali, registi, attori. L'entusiasmo ha lasciato spazio alla disillusione, talvolta alla rabbia: negli ultimi anni sono sorti diversi comitati per combattere il degrado, per opporsi ai dormitori a cielo aperto che riempiono i portici. «A volte diventa impossibile anche solo gettare la spazzatura, i bambini li teniamo alla larga il più possibile» raccontano i cittadini. Soluzioni definitive non sono mai state presentate: «Nel tentativo di migliorare la situazione attorno alla stazione, non trovano di meglio che sgomberare i migranti e mandarli a Piazza Vittorio Emanuele, a poco più di un chilometro di distanza» spiega Frank Cappiello, del comitato Rione XV Esquilino. L'emergenza sanitaria ha finito per complicare una situazione esasperata: con le mense e i dormitori chiusi, tutto può diventare un giaciglio di fortuna, anche la statua dedicata a papa Wojtyla, in Piazza dei Cinquecento. «Questa non è accoglienza, né decenza», racconta ancora Beatrice Manzari, che ha intenzione di diffidare una serie di istituzioni, tra cui il ministero dell'Interno, Comune e Prefettura. Molti solleciti e richieste, da queste parti, sono rimasti lettera morta: «Se nulla accadrà anche questa volta, siamo pronti a denunciare», promette.
«Nel cuore di Roma i cittadini devono subire pure gli accampamenti abusivi, da quanto tempo il sindaco Raggi non visita queste zone per capire come vivono i migranti della Capitale?» si chiede Laura Corrotti, consigliere regionale della Lega.
Basta spostarsi di pochi chilometri appena per scorgere altre zone senza controllo, alloggi improvvisati in mano agli irregolari, che nel circuito dell'accoglienza non hanno diritto a entrare. Largo Spadolini, stazione Tiburtina. Tra uno dei due ingressi e il capolinea dell'Atac spuntano sacchi a pelo, coperte, buste piene di effetti personali. Poco più in là, quello che dovrebbe essere un parcheggio interrato è, di fatto, un bagno a cielo aperto. «Nei pressi della stazione dormono in 70», racconta alla Verità Holljwer Paolo, consigliere del II Municipio, iscritto al gruppo di Fratelli d'Italia. «Sono lì, senza alcun tipo di controllo sanitario. Le forze dell'ordine si limitano a delle operazioni di identificazione, ma la situazione è la stessa da troppo tempo». Chi vive qui non si stupisce quasi più, a farsi largo tra gli insediamenti abusivi ci hanno fatto l'abitudine. «Quello che c'è nel piazzale est della stazione, prima era qui, sotto la tangenziale», ricorda Nella Vecchia, dell'associazione Rinascita Tiburtina. «In quelle zone evitiamo di andare, stiamo tutti molto attenti e usciamo poco ormai. Ci hanno imposto il lockdown, ma per noi i “domiciliari" vanno avanti da tempo. Lì intorno c'è da aver paura». Può bastare poco, infatti, per essere aggrediti. Ne sa qualcosa Roberta Angelilli, consigliere regionale di Fratelli d'Italia, che a Largo Spadolini ha subìto un'aggressione nel mese di dicembre. «Dopo la nostra denuncia credevamo in uno sgombero immediato e invece non è successo nulla: qualche annuncio, poche parole, ma quelle persone sono ancora lì, in condizioni impraticabili. Pur conoscendo la gravità della situazione, sia il ministro Lamorgese che il sindaco di Roma continuano ad autorizzare la presenza di questo accampamento illegale, proprio all'ingresso di una dei principali snodi ferroviari italiani». Del resto, attorno alle stazioni del nostro Paese, di illegale non ci sono solo i dormitori. Nell'Italia delle zone rosse e degli esercizi commerciali chiusi, capita che a fare affari siano gli abusivi, che vendono praticamente di tutto. Al quartiere Vasto di Napoli li chiamano i «mercatini della spazzatura». Nei giorni dei controlli a tappeto, erano lì, ben in vista a piazza Garibaldi. Adelaide Dario conosce palmo a palmo la zona, la vive sin dagli anni in cui nei pressi della stazione sono arrivati i primi extracomunitari. «La situazione è peggiorata in pochi anni: in un'unica area hanno concentrato un numero enorme di migranti, troppo rispetto alla presenza dei cittadini» racconta, raggiunta al telefono dalla Verità.
Le case dell'accoglienza sono spuntate come funghi, tutte dislocate in pochi metri quadrati. Come spiegano dal comitato di quartiere, «l'area è stata di fatto occupata: oggi, tante etnie diverse si fanno la guerra. Sotto ai nostri balconi è un via vai continuo: spaccio, risse. I più piccoli restano chiusi in casa». La vigilanza della polizia municipale da sola non basta, può fare poco. Da tempo, qui vorrebbero la presenza dell'esercito. L'ultimo sollecito risale al novembre scorso: «Al Questore si chiede un presidio fisso tra Piazza Garibaldi e le vie limitrofe», si legge in uno dei documenti presentati dai consiglieri regionali.
«Per ora, invece, il Vasto resta un quartiere prigioniero, terra di nessuno» sospira Adelaide Dario. «Certamente, non è più dei napoletani che da anni vivono qui».
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Sparatorie, degrado, spaccio. Il governo ci impone la quarantena mentre consegna intere zone del Paese a nomadi e clandestini.I quartieri intorno alle stazioni ferroviarie trasformati in dormitori per migranti, abusivi e tossicodipendenti.Lo speciale contiene due articoli.A Cala Galera, l'anno è finito esattamente come era iniziato. Mentre «lo spiegamento imponente di forze dell'ordine» voluto dal ministro Luciana Lamorgese batteva le strade della penisola per far rispettare le norme anti-Covid, nella notte di Capodanno l'ennesimo barchino approdava a Lampedusa. A bordo 20 tunisini, tra cui due donne, che sono stati trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola per le operazioni di identificazione. Sull'isola il totale degli arrivi è quasi quadruplicato, secondo le stime diffuse dall'Ufficio immigrazione della questura di Agrigento. Nell'anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, a Lampedusa sono sbarcati 19.253 migranti contro i 4.930 del 2019. Si tratta del 56% degli arrivi complessivi, che nel 2020 hanno superato il tetto dei 34.000, nonostante l'emergenza sanitaria. Da qualche giorno, in mare si rivedono anche le navi delle Ong: il 23 dicembre, dal porto di Barcellona è partita la missione 79 della Open Arms, l'associazione catalana che opera nel Mediterraneo centrale. L'ultimo dell'anno, hanno recuperato 169 persone che viaggiavano su un'imbarcazione di legno alla deriva in acque internazionali. A bordo del barcone, partito da Sabratha la mattina del 30 dicembre, c'erano per lo più eritrei, sudanesi e libici. Appena 24 ore dopo, un altro trasbordo: 96 persone salpate da Zuwarah.Nelle settimane dei negozi chiusi e degli spostamenti contingentati, al largo delle nostre coste il via vai non si è mai fermato. E mentre l'Italia entra ed esce dalla zona rossa, e già si discute sulle fasce tricolore da assegnare alle regioni e sui divieti dopo l'epifania, lungo la penisola ci sono zone dove le regole sembrano non esistere, quartieri dove le restrizioni non sortiscono alcun effetto. Come raccontiamo in queste pagine, l'epidemia non ha fermato la proliferazione delle «terre di nessuno»: i dormitori a cielo aperto restano tollerati, i mercatini abusivi operano come se nulla fosse. Nelle aree periferiche delle città, ci sono cittadini costretti a vivere tappati in casa per stare alla larga dalle risse tra migranti o per evitare di respirare i fumi tossici che si alzano dai campi rom. Da queste parti, di controlli se ne vedono ben pochi. Siamo lontani dalla solerzia con la quale vengono eseguite le verifiche sul rispetto dei decreti di Giuseppe Conte. I numeri li ha sciorinati Lamorgese in un'intervista al Corriere della Sera: da marzo a oggi, quasi «30 milioni di controlli sulle persone e 8,5 milioni sugli esercizi commerciali». Come lamentano alcuni comitati di quartiere, nessuno si preoccupa di dare un'occhiata alle condizioni di abbandono in cui versano le stazioni delle città, alcune delle quali ridotte a giacigli di fortuna per i migranti esclusi dal circuito dell'accoglienza. O magari di prendere atto che esistono «zone franche» dove si spara per un regolamento di conti, come è accaduto l'altra notte in via Gigante, a Milano. «E non è la prima volta», ricorda Silvia Sardone, europarlamentare e consigliere comunale della Lega. «Il quartiere di San Siro, ormai di esclusiva proprietà di nordafricani ed etnie dell'Est Europa, non è più sotto il controllo del Comune da tempo». O, infine, di vigilare sulle situazioni igienico sanitarie in cui vengono lasciati i campi rom. Ad Asti, per esempio, da mesi si chiede di sgomberare le baracche abusive in via Guerra. Il questore, Sebastiano Salvo, ne aveva descritto le criticità sul finire dell'estate dopo un sopralluogo: «I bimbi giocano tra carcasse di topi e rifiuti. Lo stato di degrado mette in forte rischio l'incolumità di chi ci vive». E invece, quelle «condizioni di insalubrità inaccettabili» sono rimaste immutate. Tutto fermo fino alla notte di Capodanno, quando è morto uno degli abitanti, un tredicenne rom. In barba al coprifuoco e ai divieti da zona rossa, nel campo non si è rinunciato a botti e fuochi d'artificio: il ragazzo è rimasto ferito mortalmente da una raffica di petardi. 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All'Esquilino lo dicono senza troppi giri di parole: «Siamo diventati la cloaca di Roma» racconta Beatrice Manzari, che qui è arrivata più di 20 anni fa, quando le prospettive per il rione sembravano altre. Tra le vie che portano alla stazione Termini, si trasferivano intellettuali, registi, attori. L'entusiasmo ha lasciato spazio alla disillusione, talvolta alla rabbia: negli ultimi anni sono sorti diversi comitati per combattere il degrado, per opporsi ai dormitori a cielo aperto che riempiono i portici. «A volte diventa impossibile anche solo gettare la spazzatura, i bambini li teniamo alla larga il più possibile» raccontano i cittadini. Soluzioni definitive non sono mai state presentate: «Nel tentativo di migliorare la situazione attorno alla stazione, non trovano di meglio che sgomberare i migranti e mandarli a Piazza Vittorio Emanuele, a poco più di un chilometro di distanza» spiega Frank Cappiello, del comitato Rione XV Esquilino. L'emergenza sanitaria ha finito per complicare una situazione esasperata: con le mense e i dormitori chiusi, tutto può diventare un giaciglio di fortuna, anche la statua dedicata a papa Wojtyla, in Piazza dei Cinquecento. «Questa non è accoglienza, né decenza», racconta ancora Beatrice Manzari, che ha intenzione di diffidare una serie di istituzioni, tra cui il ministero dell'Interno, Comune e Prefettura. Molti solleciti e richieste, da queste parti, sono rimasti lettera morta: «Se nulla accadrà anche questa volta, siamo pronti a denunciare», promette. «Nel cuore di Roma i cittadini devono subire pure gli accampamenti abusivi, da quanto tempo il sindaco Raggi non visita queste zone per capire come vivono i migranti della Capitale?» si chiede Laura Corrotti, consigliere regionale della Lega. Basta spostarsi di pochi chilometri appena per scorgere altre zone senza controllo, alloggi improvvisati in mano agli irregolari, che nel circuito dell'accoglienza non hanno diritto a entrare. Largo Spadolini, stazione Tiburtina. Tra uno dei due ingressi e il capolinea dell'Atac spuntano sacchi a pelo, coperte, buste piene di effetti personali. Poco più in là, quello che dovrebbe essere un parcheggio interrato è, di fatto, un bagno a cielo aperto. «Nei pressi della stazione dormono in 70», racconta alla Verità Holljwer Paolo, consigliere del II Municipio, iscritto al gruppo di Fratelli d'Italia. «Sono lì, senza alcun tipo di controllo sanitario. Le forze dell'ordine si limitano a delle operazioni di identificazione, ma la situazione è la stessa da troppo tempo». Chi vive qui non si stupisce quasi più, a farsi largo tra gli insediamenti abusivi ci hanno fatto l'abitudine. «Quello che c'è nel piazzale est della stazione, prima era qui, sotto la tangenziale», ricorda Nella Vecchia, dell'associazione Rinascita Tiburtina. «In quelle zone evitiamo di andare, stiamo tutti molto attenti e usciamo poco ormai. Ci hanno imposto il lockdown, ma per noi i “domiciliari" vanno avanti da tempo. Lì intorno c'è da aver paura». Può bastare poco, infatti, per essere aggrediti. Ne sa qualcosa Roberta Angelilli, consigliere regionale di Fratelli d'Italia, che a Largo Spadolini ha subìto un'aggressione nel mese di dicembre. «Dopo la nostra denuncia credevamo in uno sgombero immediato e invece non è successo nulla: qualche annuncio, poche parole, ma quelle persone sono ancora lì, in condizioni impraticabili. Pur conoscendo la gravità della situazione, sia il ministro Lamorgese che il sindaco di Roma continuano ad autorizzare la presenza di questo accampamento illegale, proprio all'ingresso di una dei principali snodi ferroviari italiani». Del resto, attorno alle stazioni del nostro Paese, di illegale non ci sono solo i dormitori. Nell'Italia delle zone rosse e degli esercizi commerciali chiusi, capita che a fare affari siano gli abusivi, che vendono praticamente di tutto. Al quartiere Vasto di Napoli li chiamano i «mercatini della spazzatura». Nei giorni dei controlli a tappeto, erano lì, ben in vista a piazza Garibaldi. Adelaide Dario conosce palmo a palmo la zona, la vive sin dagli anni in cui nei pressi della stazione sono arrivati i primi extracomunitari. «La situazione è peggiorata in pochi anni: in un'unica area hanno concentrato un numero enorme di migranti, troppo rispetto alla presenza dei cittadini» racconta, raggiunta al telefono dalla Verità. Le case dell'accoglienza sono spuntate come funghi, tutte dislocate in pochi metri quadrati. Come spiegano dal comitato di quartiere, «l'area è stata di fatto occupata: oggi, tante etnie diverse si fanno la guerra. Sotto ai nostri balconi è un via vai continuo: spaccio, risse. I più piccoli restano chiusi in casa». La vigilanza della polizia municipale da sola non basta, può fare poco. Da tempo, qui vorrebbero la presenza dell'esercito. L'ultimo sollecito risale al novembre scorso: «Al Questore si chiede un presidio fisso tra Piazza Garibaldi e le vie limitrofe», si legge in uno dei documenti presentati dai consiglieri regionali. «Per ora, invece, il Vasto resta un quartiere prigioniero, terra di nessuno» sospira Adelaide Dario. «Certamente, non è più dei napoletani che da anni vivono qui».
Una fabbrica cinese di pannelli fotovoltaici (Ansa)
Gli inverter sono i dispositivi che convertono la corrente continua prodotta dai pannelli solari in corrente alternata per l’immissione in rete e sono connessi a Internet. Circa l’80% di quelli installati in Europa porta il marchio di due aziende cinesi, Huawei e Sungrow. Il timore è che un aggiornamento software coordinato possa accendere e spegnere milioni di questi dispositivi in contemporanea, provocando un blackout su scala continentale. La Commissione dichiara di disporre di «prove sufficienti», fornite dai servizi di intelligence degli Stati membri, che certi Paesi terzi siano effettivamente in grado di compromettere le infrastrutture critiche europee attraverso questa via. Il divieto si applica immediatamente ai nuovi progetti, mentre per quelli già in fase avanzata è previsto un periodo transitorio.
Che il timore sia fondato o meno, la vicenda ha peculiarità tipiche dell’Ue. Da anni Bruxelles spinge in tutti i modi, con sussidi generosi, verso una transizione green che dipende in misura crescente da componenti fabbricati in Cina. Gli inverter cinesi sono in effetti molto economici e affidabili, ma nessuno nei corridoi di Bruxelles si è mai particolarmente preoccupato degli standard di sicurezza. Il fatto che il cervello di un impianto fotovoltaico sia progettato e prodotto in Cina non è mai stata una difficoltà. Ora che l’80% degli inverter installati in Europa sono cinesi, ci si accorge che forse c’è un problema. L’Ue adotta una politica industriale che rende indispensabile un componente specifico, quindi le aziende comprano dal fornitore più conveniente che è anche il quasi-monopolista. Quando la dipendenza è diventata così profonda da essere difficilmente reversibile nel breve periodo, si scopre che quel fornitore rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. Il risultato è che l’Europa oggi non ha, in misura sufficiente, produttori alternativi di inverter ai quali rivolgersi rapidamente. Vi sono pochissime aziende in Europa in grado di fornire il mercato europeo, ma non certo per i volumi che sarebbero necessari.
Bruxelles punta ora su fornitori dal Giappone, dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti o dalla Svizzera. Paesi che evidentemente non hanno rinunciato a mantenere viva un’industria che stava comunque subendo i colpi della concorrenza cinese. Ma non è tutto.
Stando agli ultimi dati, i prezzi dei pannelli solari cinesi sono saliti da 9 centesimi di dollaro per watt di fine dicembre a 11,4 centesimi ad aprile, con previsioni che indicano un’ulteriore salita fino a 15 o 16 centesimi entro fine anno, con un incremento del 75%. Le ragioni di questa inversione sono due. La prima è l’aumento del prezzo dell’argento, componente essenziale nella produzione delle celle fotovoltaiche. La seconda, più rilevante in prospettiva, è la decisione del governo cinese di porre fine a quella che Pechino chiama «involuzione», cioè la guerra dei prezzi interna che ha portato i principali produttori di pannelli a vendere sottocosto per anni, accumulando perdite miliardarie. A partire dal primo aprile 2026, la Cina ha eliminato i rimborsi dell’Iva sulle esportazioni di prodotti fotovoltaici, un incentivo che era già stato ridotto nel 2024. Inoltre, il governo ha ridotto i finanziamenti al settore, abbassando la priorità dell’industria tra le altre.
Questo farà alzare i prezzi, che, finita la droga dei sussidi, gradualmente troveranno un equilibrio più alto dei valori attuali. Il presidente di Jinko Solar, una delle big cinesi, ha dichiarato agli investitori che le politiche governative stanno guidando il settore «lontano dalla pura concorrenza su scala e prezzo, verso un focus sulla qualità e sul valore reali».
Il costo dei pannelli in un impianto fotovoltaico può arrivare al 16% dell’investimento. Per l’Europa, che dipende dai pannelli cinesi per circa il 90% del proprio fabbisogno, la prospettiva è quella di un rialzo dei costi di installazione che si tradurrà in un minor ritorno sugli investimenti. Questo a meno di nuovi sussidi pubblici, cioè nuovi trasferimenti diretti dal contribuente alle casse dei produttori cinesi, o di un aumento dei prezzi dell’elettricità pagata dai consumatori. Dunque, i produttori cinesi hanno conquistato una posizione dominante comprimendo i prezzi fino all’insostenibile e, sbaragliata la concorrenza, ora raccolgono i frutti di una dipendenza che nel frattempo si è consolidata fino a diventare strutturale.
La fine dell’era dei pannelli ultra-economici significa anche la Cina sta smettendo di esportare deflazione e la trappola, di fabbricazione europea, è pronta a scattare sugli europei stessi. Con l’aumento generalizzato dei prezzi energetici e dei prezzi all’importazione, sale l’inflazione e con essa i tassi di interesse, il che rende molti progetti non più realizzabili. La transizione energetica in salsa cinese ha prodotto un vicolo cieco ed è sfociata proprio in quella vulnerabilità strategica che avrebbe dovuto evitare.
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(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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