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2023-04-13
«Soldati ucraini decapitati dai russi» Zelensky trasforma il video in arma
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Un uomo in uniforme taglia la testa di un altro uomo disteso, vivo e con la fascia gialla delle truppe ucraine al braccio. Sono le immagini raccapriccianti di un video che ha fatto il giro del web insieme a delle altre che mostrano i cadaveri decapitati di due militari ucraini. «Sono ovviamente immagini orribili», lo ha detto ai giornalisti lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che non conferma e non smentisce ma precisa: «Nel mondo di fake news in cui viviamo, dobbiamo indagare sull’autenticità di questi video».
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, invece non ha dubbi né sulla loro veridicità né sul fatto che siano stati compiuti da membri dell’esercito russo. «C’è qualcosa che nessuno al mondo può ignorare: con quanta facilità queste bestie uccidono», ha commentato. «Questo video mostra la Russia per quello che è. Questo non è un incidente. Questo non è un episodio. È successo migliaia di volte. Tutti devono reagire. La sconfitta del terrore è necessaria», ha proseguito il presidente ucraino.
Il fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, respinge le accuse e nega ogni coinvolgimento: «Ho visto questo video, è brutto quando le teste delle persone vengono tagliate ma non ho visto da nessuna parte che questo stia accadendo vicino a Bakhmut e che membri della Wagner siano stati coinvolti nell’esecuzione». Anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel è convinto che sia tutto vero: «Sono avvilito da un video atroce che mostra l’assassinio di un prigioniero di guerra ucraino da parte di un soldato russo. Responsabilità e giustizia devono prevalere sul terrore e sull’impunità. L’Ue farà tutto il possibile per garantire ciò. L’Ue continuerà a stare con l’Ucraina finché sarà necessario». La missione Onu per i diritti umani in Ucraina si dice «inorridita» dai video e chiede che «questi episodi siano adeguatamente indagati e che i responsabili ne rispondano».
Accanto alle atrocità che fanno parte di ogni guerra, prosegue lo scandalo legato alla pubblicazione delle carte segrete del Pentagono. L’ultima rivelazione, rilanciata da Reuters, riguarda la Serbia: l’unico Paese europeo a decidere di non porre sanzioni alla Russia a causa della guerra con Kiev, avrebbe accettato di rifornire di armi all’Ucraina. Il documento, scrive l’agenzia, a sua volta citata dall’Ukrainska Pravda, è una lista della risposte Paese per Paese, che include 38 Stati europei, alla richiesta di «armi letali» e di addestramento da parte dell’Ucraina. Nello stesso documento si legge che la Serbia ha la capacità militare e la volontà politica di fornire armi all’Ucraina in futuro.
Il ministro della difesa serbo Milos Vucevic ha parlato di «falsità» ricorrenti messe in circolazione allo scopo di «destabilizzare il nostro Paese e coinvolgerlo in un conflitto al quale non intendiamo partecipare». Anche Londra è stata coinvolta dallo scandalo degli american leak. Secondo uno dei documenti, il Regno Unito sarebbe il primo tra i numerosi Paesi con forze speciali militari operanti sul territorio ucraino. Se ne parla ormai da un anno, ma in questo documento sarebbero definiti anche il numero degli uomini presenti. Nel testo, datato 23 marzo, si legge che il Regno Unito possiede 50 unità di forze speciali su suolo ucraino. Seguito dalla Lettonia che ne ha 17, dalla Francia che ne ha 15, dagli Stati Uniti con 14 unità e dai Paesi Bassi con una sola unità.
Il ministro della Difesa di Kiev, Oleksij Reznikov, interpellato sui documenti segreti trapelati, ha dichiarato che non ci sono truppe Nato in Ucraina, senza specificare però se queste forze speciali ci fossero lo stesso anche se non a titolo Nato.
Ma smentite e precisazioni arrivano da ogni Paese che è stato coinvolto e citato nei rapporti di intelligence americani. L’Egitto ha negato di aver fabbricato 40.000 missili da inviare alla Russia nel quadro della guerra contro l’Ucraina, come scritto dal Washington Post. Smentita che arriva anche dagli Stati Uniti, loro solidi alleati: «Non abbiamo prove che l’Egitto abbia fornito armi letali alla Russia», ha John Kirby, portavoce della Casa Bianca. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno respinto come «totalmente falsa» qualsiasi accusa che li ha visti approfondire i legami con l’intelligence russa. Gli Stati Uniti hanno ribadito la volontà di «continuare a indagare fino a quando non sarà identificata la fonte» che ha dato il via all’incidente diplomatico su larga scala. L’obiettivo è scovare la talpa: è in corso un’indagine per determinare quale persona o gruppo potrebbe aver avuto la capacità e l’intenzione di rilasciare rapporti di intelligence.
Per quanto riguarda la guerra sul campo, è di ieri sera la notizia del bombardamento avvenuto nella regione di Kharkiv da parte delle forze di Mosca. Secondo i media di Kiev, i russi starebbero anche preparando l’evacuazione forzata della centrale nucleare di Energodar. Nel frattempo, primo ministro ucraino Denys Shmyhal ha incontrato al Pentagono il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin, chiedendo «caccia F15 o F16».
Per Macron solo schiaffi in Europa
Non si placano le polemiche scatenate dalle parole di Emmanuel Macron a proposito delle tensioni su Taiwan scatenate dalla Cina. Anzi, ieri il presidente francese ha lasciato che una «fonte diplomatica» citata da vari media come Le Figaro e Reuters dicesse che non aveva intenzione di «ritrattare» le dichiarazioni rilasciate nell’intervista pubblicata domenica da Les Echos e Politico.eu. Il diplomatico ha detto che i francesi sono degli «alleati degli Stati Uniti, affidabili, solidi, impegnati» ma, ha aggiunto, «non siamo al seguito degli Stati Uniti per una semplice ragione» cioè che «il presidente vuole la sovranità europea». La dichiarazione anonima della feluca transalpina mostra chiaramente che l’inquilino dell’Eliseo non si rende conto neanche lontanamente che pochi Stati europei sono disposti a seguirlo. Ma Macron, con la sua solita tracotanza, pensa che ciò che decide lui vada bene anche agli altri. Ieri ha dichiarato: «Essere alleati della Cina non significa essere vassalli». D’altra parte, la Costituzione della V Repubblica voluta dal generale De Gaulle concentra talmente tanti poteri nelle mani del capo dello Stato che forse, chi arriva all’Eliseo, viene colpito da una forma di delirio di onnipotenza. A questo si aggiunga anche che tutti i successori del generale che ha liberato la Francia dai nazisti, si sono creduti delle copie perfezionate dell’originale. Macron non fa eccezione, soprattutto quando parla di Nato. Come dimenticare, ad esempio, le parole da lui pronunciate nel novembre 2019, quando aveva dichiarato che l’Alleanza atlantica era in uno stato di «morte cerebrale»? All’indomani dell’aggressione russa contro l’Ucraina, si può dire che l’attuale capo di Stato francese abbia voluto scimmiottare Charles De Gaulle che, nel 1966, aveva ritirato il suo Paese dal sistema di difesa integrato della Nato. Ma Macron non è De Gaulle, non gode della sua popolarità e, secondo molti francesi, preferisce fare gli interessi di altri piuttosto che quelli della sua nazione. Certo, va detto che in Cina, Macron sembra aver pensato più alla Francia che a Nato, Ue e mondo occidentale. In effetti, grazie alla visita ufficiale del presidente francese, molte aziende d’Oltralpe hanno potuto firmare contratti d’oro con dei partner cinesi. È il caso di Airbus, che raddoppierà la sua capacità produttiva nell’ex Impero di mezzo o di Edf, che ha stretto accordi con il colosso del nucleare del dragone Cgn. Anche l’armatore Cma-Cgm ha firmato un partenariato con Cosco, mentre L’Oréal ha stabilito un accordo con il colosso dell’e-commerce Alibaba. Infine, i produttori transalpini di carne suina hanno ottenuto 15 nuove autorizzazioni per esportare prodotti in Cina. Dopo la visita a Pechino, l’altro ieri il presidente francese ne ha iniziata un’altra in Olanda, dove sono arrivati gli echi delle tensioni sociali francesi. Martedì, mentre teneva un discorso sull’avvenire dell’Europa all’Aia, Macron è stato interrotto da alcuni contestatori che gli hanno gridato: «Dove è la democrazia francese? La convenzione sul clima non è stata rispettata. Presidente della violenza e dell’ipocrisia». Ieri, ad Amsterdam, il presidente francese è stato accolto dal canto da stadio diventato un simbolo dei gilet gialli «On est là!» (noi siamo qui, ndr) intonato da due manifestanti. La polizia li ha fermati immobilizzando uno dei due a terra. Probabilmente, le autorità olandesi hanno voluto evitare che il Macron che aveva fatto le sviolinate al regime di Pechino, si credesse ancora in Cina dove il dissenso non esiste. Tornando alle reazioni internazionali dopo le esternazioni del leader francese sulla crisi in corso a Taiwan e sull’alleanza con gli Usa, ieri l’ex presidente americano Donald Trump ha dichiarato su Fox News che Macron «lecca il culo» alla Cina.
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Il filmato di un uomo in uniforme che taglia la testa a un militare di Kiev ha creato imbarazzi perfino a Mosca. Secondo le carte del Pentagono la Serbia, da sempre filo Cremlino, avrebbe invece fornito armi ai suoi nemici. Il presidente francese Emmanuel Macron non si vuole scusare per le sue frasi sui rapporti con il Dragone. Intanto è stato contestato due volte nella sua visita in Olanda. E pure Donald Trump lo insulta.Lo speciale contiene due articoli.Un uomo in uniforme taglia la testa di un altro uomo disteso, vivo e con la fascia gialla delle truppe ucraine al braccio. Sono le immagini raccapriccianti di un video che ha fatto il giro del web insieme a delle altre che mostrano i cadaveri decapitati di due militari ucraini. «Sono ovviamente immagini orribili», lo ha detto ai giornalisti lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che non conferma e non smentisce ma precisa: «Nel mondo di fake news in cui viviamo, dobbiamo indagare sull’autenticità di questi video».Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, invece non ha dubbi né sulla loro veridicità né sul fatto che siano stati compiuti da membri dell’esercito russo. «C’è qualcosa che nessuno al mondo può ignorare: con quanta facilità queste bestie uccidono», ha commentato. «Questo video mostra la Russia per quello che è. Questo non è un incidente. Questo non è un episodio. È successo migliaia di volte. Tutti devono reagire. La sconfitta del terrore è necessaria», ha proseguito il presidente ucraino.Il fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, respinge le accuse e nega ogni coinvolgimento: «Ho visto questo video, è brutto quando le teste delle persone vengono tagliate ma non ho visto da nessuna parte che questo stia accadendo vicino a Bakhmut e che membri della Wagner siano stati coinvolti nell’esecuzione». Anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel è convinto che sia tutto vero: «Sono avvilito da un video atroce che mostra l’assassinio di un prigioniero di guerra ucraino da parte di un soldato russo. Responsabilità e giustizia devono prevalere sul terrore e sull’impunità. L’Ue farà tutto il possibile per garantire ciò. L’Ue continuerà a stare con l’Ucraina finché sarà necessario». La missione Onu per i diritti umani in Ucraina si dice «inorridita» dai video e chiede che «questi episodi siano adeguatamente indagati e che i responsabili ne rispondano».Accanto alle atrocità che fanno parte di ogni guerra, prosegue lo scandalo legato alla pubblicazione delle carte segrete del Pentagono. L’ultima rivelazione, rilanciata da Reuters, riguarda la Serbia: l’unico Paese europeo a decidere di non porre sanzioni alla Russia a causa della guerra con Kiev, avrebbe accettato di rifornire di armi all’Ucraina. Il documento, scrive l’agenzia, a sua volta citata dall’Ukrainska Pravda, è una lista della risposte Paese per Paese, che include 38 Stati europei, alla richiesta di «armi letali» e di addestramento da parte dell’Ucraina. Nello stesso documento si legge che la Serbia ha la capacità militare e la volontà politica di fornire armi all’Ucraina in futuro.Il ministro della difesa serbo Milos Vucevic ha parlato di «falsità» ricorrenti messe in circolazione allo scopo di «destabilizzare il nostro Paese e coinvolgerlo in un conflitto al quale non intendiamo partecipare». Anche Londra è stata coinvolta dallo scandalo degli american leak. Secondo uno dei documenti, il Regno Unito sarebbe il primo tra i numerosi Paesi con forze speciali militari operanti sul territorio ucraino. Se ne parla ormai da un anno, ma in questo documento sarebbero definiti anche il numero degli uomini presenti. Nel testo, datato 23 marzo, si legge che il Regno Unito possiede 50 unità di forze speciali su suolo ucraino. Seguito dalla Lettonia che ne ha 17, dalla Francia che ne ha 15, dagli Stati Uniti con 14 unità e dai Paesi Bassi con una sola unità.Il ministro della Difesa di Kiev, Oleksij Reznikov, interpellato sui documenti segreti trapelati, ha dichiarato che non ci sono truppe Nato in Ucraina, senza specificare però se queste forze speciali ci fossero lo stesso anche se non a titolo Nato.Ma smentite e precisazioni arrivano da ogni Paese che è stato coinvolto e citato nei rapporti di intelligence americani. L’Egitto ha negato di aver fabbricato 40.000 missili da inviare alla Russia nel quadro della guerra contro l’Ucraina, come scritto dal Washington Post. Smentita che arriva anche dagli Stati Uniti, loro solidi alleati: «Non abbiamo prove che l’Egitto abbia fornito armi letali alla Russia», ha John Kirby, portavoce della Casa Bianca. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno respinto come «totalmente falsa» qualsiasi accusa che li ha visti approfondire i legami con l’intelligence russa. Gli Stati Uniti hanno ribadito la volontà di «continuare a indagare fino a quando non sarà identificata la fonte» che ha dato il via all’incidente diplomatico su larga scala. L’obiettivo è scovare la talpa: è in corso un’indagine per determinare quale persona o gruppo potrebbe aver avuto la capacità e l’intenzione di rilasciare rapporti di intelligence.Per quanto riguarda la guerra sul campo, è di ieri sera la notizia del bombardamento avvenuto nella regione di Kharkiv da parte delle forze di Mosca. Secondo i media di Kiev, i russi starebbero anche preparando l’evacuazione forzata della centrale nucleare di Energodar. Nel frattempo, primo ministro ucraino Denys Shmyhal ha incontrato al Pentagono il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin, chiedendo «caccia F15 o F16».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-trasforma-video-in-arma-2659848677.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-macron-solo-schiaffi-in-europa" data-post-id="2659848677" data-published-at="1681378078" data-use-pagination="False"> Per Macron solo schiaffi in Europa Non si placano le polemiche scatenate dalle parole di Emmanuel Macron a proposito delle tensioni su Taiwan scatenate dalla Cina. Anzi, ieri il presidente francese ha lasciato che una «fonte diplomatica» citata da vari media come Le Figaro e Reuters dicesse che non aveva intenzione di «ritrattare» le dichiarazioni rilasciate nell’intervista pubblicata domenica da Les Echos e Politico.eu. Il diplomatico ha detto che i francesi sono degli «alleati degli Stati Uniti, affidabili, solidi, impegnati» ma, ha aggiunto, «non siamo al seguito degli Stati Uniti per una semplice ragione» cioè che «il presidente vuole la sovranità europea». La dichiarazione anonima della feluca transalpina mostra chiaramente che l’inquilino dell’Eliseo non si rende conto neanche lontanamente che pochi Stati europei sono disposti a seguirlo. Ma Macron, con la sua solita tracotanza, pensa che ciò che decide lui vada bene anche agli altri. Ieri ha dichiarato: «Essere alleati della Cina non significa essere vassalli». D’altra parte, la Costituzione della V Repubblica voluta dal generale De Gaulle concentra talmente tanti poteri nelle mani del capo dello Stato che forse, chi arriva all’Eliseo, viene colpito da una forma di delirio di onnipotenza. A questo si aggiunga anche che tutti i successori del generale che ha liberato la Francia dai nazisti, si sono creduti delle copie perfezionate dell’originale. Macron non fa eccezione, soprattutto quando parla di Nato. Come dimenticare, ad esempio, le parole da lui pronunciate nel novembre 2019, quando aveva dichiarato che l’Alleanza atlantica era in uno stato di «morte cerebrale»? All’indomani dell’aggressione russa contro l’Ucraina, si può dire che l’attuale capo di Stato francese abbia voluto scimmiottare Charles De Gaulle che, nel 1966, aveva ritirato il suo Paese dal sistema di difesa integrato della Nato. Ma Macron non è De Gaulle, non gode della sua popolarità e, secondo molti francesi, preferisce fare gli interessi di altri piuttosto che quelli della sua nazione. Certo, va detto che in Cina, Macron sembra aver pensato più alla Francia che a Nato, Ue e mondo occidentale. In effetti, grazie alla visita ufficiale del presidente francese, molte aziende d’Oltralpe hanno potuto firmare contratti d’oro con dei partner cinesi. È il caso di Airbus, che raddoppierà la sua capacità produttiva nell’ex Impero di mezzo o di Edf, che ha stretto accordi con il colosso del nucleare del dragone Cgn. Anche l’armatore Cma-Cgm ha firmato un partenariato con Cosco, mentre L’Oréal ha stabilito un accordo con il colosso dell’e-commerce Alibaba. Infine, i produttori transalpini di carne suina hanno ottenuto 15 nuove autorizzazioni per esportare prodotti in Cina. Dopo la visita a Pechino, l’altro ieri il presidente francese ne ha iniziata un’altra in Olanda, dove sono arrivati gli echi delle tensioni sociali francesi. Martedì, mentre teneva un discorso sull’avvenire dell’Europa all’Aia, Macron è stato interrotto da alcuni contestatori che gli hanno gridato: «Dove è la democrazia francese? La convenzione sul clima non è stata rispettata. Presidente della violenza e dell’ipocrisia». Ieri, ad Amsterdam, il presidente francese è stato accolto dal canto da stadio diventato un simbolo dei gilet gialli «On est là!» (noi siamo qui, ndr) intonato da due manifestanti. La polizia li ha fermati immobilizzando uno dei due a terra. Probabilmente, le autorità olandesi hanno voluto evitare che il Macron che aveva fatto le sviolinate al regime di Pechino, si credesse ancora in Cina dove il dissenso non esiste. Tornando alle reazioni internazionali dopo le esternazioni del leader francese sulla crisi in corso a Taiwan e sull’alleanza con gli Usa, ieri l’ex presidente americano Donald Trump ha dichiarato su Fox News che Macron «lecca il culo» alla Cina.
L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».