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2023-04-13
«Soldati ucraini decapitati dai russi» Zelensky trasforma il video in arma
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Un uomo in uniforme taglia la testa di un altro uomo disteso, vivo e con la fascia gialla delle truppe ucraine al braccio. Sono le immagini raccapriccianti di un video che ha fatto il giro del web insieme a delle altre che mostrano i cadaveri decapitati di due militari ucraini. «Sono ovviamente immagini orribili», lo ha detto ai giornalisti lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che non conferma e non smentisce ma precisa: «Nel mondo di fake news in cui viviamo, dobbiamo indagare sull’autenticità di questi video».
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, invece non ha dubbi né sulla loro veridicità né sul fatto che siano stati compiuti da membri dell’esercito russo. «C’è qualcosa che nessuno al mondo può ignorare: con quanta facilità queste bestie uccidono», ha commentato. «Questo video mostra la Russia per quello che è. Questo non è un incidente. Questo non è un episodio. È successo migliaia di volte. Tutti devono reagire. La sconfitta del terrore è necessaria», ha proseguito il presidente ucraino.
Il fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, respinge le accuse e nega ogni coinvolgimento: «Ho visto questo video, è brutto quando le teste delle persone vengono tagliate ma non ho visto da nessuna parte che questo stia accadendo vicino a Bakhmut e che membri della Wagner siano stati coinvolti nell’esecuzione». Anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel è convinto che sia tutto vero: «Sono avvilito da un video atroce che mostra l’assassinio di un prigioniero di guerra ucraino da parte di un soldato russo. Responsabilità e giustizia devono prevalere sul terrore e sull’impunità. L’Ue farà tutto il possibile per garantire ciò. L’Ue continuerà a stare con l’Ucraina finché sarà necessario». La missione Onu per i diritti umani in Ucraina si dice «inorridita» dai video e chiede che «questi episodi siano adeguatamente indagati e che i responsabili ne rispondano».
Accanto alle atrocità che fanno parte di ogni guerra, prosegue lo scandalo legato alla pubblicazione delle carte segrete del Pentagono. L’ultima rivelazione, rilanciata da Reuters, riguarda la Serbia: l’unico Paese europeo a decidere di non porre sanzioni alla Russia a causa della guerra con Kiev, avrebbe accettato di rifornire di armi all’Ucraina. Il documento, scrive l’agenzia, a sua volta citata dall’Ukrainska Pravda, è una lista della risposte Paese per Paese, che include 38 Stati europei, alla richiesta di «armi letali» e di addestramento da parte dell’Ucraina. Nello stesso documento si legge che la Serbia ha la capacità militare e la volontà politica di fornire armi all’Ucraina in futuro.
Il ministro della difesa serbo Milos Vucevic ha parlato di «falsità» ricorrenti messe in circolazione allo scopo di «destabilizzare il nostro Paese e coinvolgerlo in un conflitto al quale non intendiamo partecipare». Anche Londra è stata coinvolta dallo scandalo degli american leak. Secondo uno dei documenti, il Regno Unito sarebbe il primo tra i numerosi Paesi con forze speciali militari operanti sul territorio ucraino. Se ne parla ormai da un anno, ma in questo documento sarebbero definiti anche il numero degli uomini presenti. Nel testo, datato 23 marzo, si legge che il Regno Unito possiede 50 unità di forze speciali su suolo ucraino. Seguito dalla Lettonia che ne ha 17, dalla Francia che ne ha 15, dagli Stati Uniti con 14 unità e dai Paesi Bassi con una sola unità.
Il ministro della Difesa di Kiev, Oleksij Reznikov, interpellato sui documenti segreti trapelati, ha dichiarato che non ci sono truppe Nato in Ucraina, senza specificare però se queste forze speciali ci fossero lo stesso anche se non a titolo Nato.
Ma smentite e precisazioni arrivano da ogni Paese che è stato coinvolto e citato nei rapporti di intelligence americani. L’Egitto ha negato di aver fabbricato 40.000 missili da inviare alla Russia nel quadro della guerra contro l’Ucraina, come scritto dal Washington Post. Smentita che arriva anche dagli Stati Uniti, loro solidi alleati: «Non abbiamo prove che l’Egitto abbia fornito armi letali alla Russia», ha John Kirby, portavoce della Casa Bianca. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno respinto come «totalmente falsa» qualsiasi accusa che li ha visti approfondire i legami con l’intelligence russa. Gli Stati Uniti hanno ribadito la volontà di «continuare a indagare fino a quando non sarà identificata la fonte» che ha dato il via all’incidente diplomatico su larga scala. L’obiettivo è scovare la talpa: è in corso un’indagine per determinare quale persona o gruppo potrebbe aver avuto la capacità e l’intenzione di rilasciare rapporti di intelligence.
Per quanto riguarda la guerra sul campo, è di ieri sera la notizia del bombardamento avvenuto nella regione di Kharkiv da parte delle forze di Mosca. Secondo i media di Kiev, i russi starebbero anche preparando l’evacuazione forzata della centrale nucleare di Energodar. Nel frattempo, primo ministro ucraino Denys Shmyhal ha incontrato al Pentagono il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin, chiedendo «caccia F15 o F16».
Per Macron solo schiaffi in Europa
Non si placano le polemiche scatenate dalle parole di Emmanuel Macron a proposito delle tensioni su Taiwan scatenate dalla Cina. Anzi, ieri il presidente francese ha lasciato che una «fonte diplomatica» citata da vari media come Le Figaro e Reuters dicesse che non aveva intenzione di «ritrattare» le dichiarazioni rilasciate nell’intervista pubblicata domenica da Les Echos e Politico.eu. Il diplomatico ha detto che i francesi sono degli «alleati degli Stati Uniti, affidabili, solidi, impegnati» ma, ha aggiunto, «non siamo al seguito degli Stati Uniti per una semplice ragione» cioè che «il presidente vuole la sovranità europea». La dichiarazione anonima della feluca transalpina mostra chiaramente che l’inquilino dell’Eliseo non si rende conto neanche lontanamente che pochi Stati europei sono disposti a seguirlo. Ma Macron, con la sua solita tracotanza, pensa che ciò che decide lui vada bene anche agli altri. Ieri ha dichiarato: «Essere alleati della Cina non significa essere vassalli». D’altra parte, la Costituzione della V Repubblica voluta dal generale De Gaulle concentra talmente tanti poteri nelle mani del capo dello Stato che forse, chi arriva all’Eliseo, viene colpito da una forma di delirio di onnipotenza. A questo si aggiunga anche che tutti i successori del generale che ha liberato la Francia dai nazisti, si sono creduti delle copie perfezionate dell’originale. Macron non fa eccezione, soprattutto quando parla di Nato. Come dimenticare, ad esempio, le parole da lui pronunciate nel novembre 2019, quando aveva dichiarato che l’Alleanza atlantica era in uno stato di «morte cerebrale»? All’indomani dell’aggressione russa contro l’Ucraina, si può dire che l’attuale capo di Stato francese abbia voluto scimmiottare Charles De Gaulle che, nel 1966, aveva ritirato il suo Paese dal sistema di difesa integrato della Nato. Ma Macron non è De Gaulle, non gode della sua popolarità e, secondo molti francesi, preferisce fare gli interessi di altri piuttosto che quelli della sua nazione. Certo, va detto che in Cina, Macron sembra aver pensato più alla Francia che a Nato, Ue e mondo occidentale. In effetti, grazie alla visita ufficiale del presidente francese, molte aziende d’Oltralpe hanno potuto firmare contratti d’oro con dei partner cinesi. È il caso di Airbus, che raddoppierà la sua capacità produttiva nell’ex Impero di mezzo o di Edf, che ha stretto accordi con il colosso del nucleare del dragone Cgn. Anche l’armatore Cma-Cgm ha firmato un partenariato con Cosco, mentre L’Oréal ha stabilito un accordo con il colosso dell’e-commerce Alibaba. Infine, i produttori transalpini di carne suina hanno ottenuto 15 nuove autorizzazioni per esportare prodotti in Cina. Dopo la visita a Pechino, l’altro ieri il presidente francese ne ha iniziata un’altra in Olanda, dove sono arrivati gli echi delle tensioni sociali francesi. Martedì, mentre teneva un discorso sull’avvenire dell’Europa all’Aia, Macron è stato interrotto da alcuni contestatori che gli hanno gridato: «Dove è la democrazia francese? La convenzione sul clima non è stata rispettata. Presidente della violenza e dell’ipocrisia». Ieri, ad Amsterdam, il presidente francese è stato accolto dal canto da stadio diventato un simbolo dei gilet gialli «On est là!» (noi siamo qui, ndr) intonato da due manifestanti. La polizia li ha fermati immobilizzando uno dei due a terra. Probabilmente, le autorità olandesi hanno voluto evitare che il Macron che aveva fatto le sviolinate al regime di Pechino, si credesse ancora in Cina dove il dissenso non esiste. Tornando alle reazioni internazionali dopo le esternazioni del leader francese sulla crisi in corso a Taiwan e sull’alleanza con gli Usa, ieri l’ex presidente americano Donald Trump ha dichiarato su Fox News che Macron «lecca il culo» alla Cina.
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Il filmato di un uomo in uniforme che taglia la testa a un militare di Kiev ha creato imbarazzi perfino a Mosca. Secondo le carte del Pentagono la Serbia, da sempre filo Cremlino, avrebbe invece fornito armi ai suoi nemici. Il presidente francese Emmanuel Macron non si vuole scusare per le sue frasi sui rapporti con il Dragone. Intanto è stato contestato due volte nella sua visita in Olanda. E pure Donald Trump lo insulta.Lo speciale contiene due articoli.Un uomo in uniforme taglia la testa di un altro uomo disteso, vivo e con la fascia gialla delle truppe ucraine al braccio. Sono le immagini raccapriccianti di un video che ha fatto il giro del web insieme a delle altre che mostrano i cadaveri decapitati di due militari ucraini. «Sono ovviamente immagini orribili», lo ha detto ai giornalisti lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che non conferma e non smentisce ma precisa: «Nel mondo di fake news in cui viviamo, dobbiamo indagare sull’autenticità di questi video».Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, invece non ha dubbi né sulla loro veridicità né sul fatto che siano stati compiuti da membri dell’esercito russo. «C’è qualcosa che nessuno al mondo può ignorare: con quanta facilità queste bestie uccidono», ha commentato. «Questo video mostra la Russia per quello che è. Questo non è un incidente. Questo non è un episodio. È successo migliaia di volte. Tutti devono reagire. La sconfitta del terrore è necessaria», ha proseguito il presidente ucraino.Il fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, respinge le accuse e nega ogni coinvolgimento: «Ho visto questo video, è brutto quando le teste delle persone vengono tagliate ma non ho visto da nessuna parte che questo stia accadendo vicino a Bakhmut e che membri della Wagner siano stati coinvolti nell’esecuzione». Anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel è convinto che sia tutto vero: «Sono avvilito da un video atroce che mostra l’assassinio di un prigioniero di guerra ucraino da parte di un soldato russo. Responsabilità e giustizia devono prevalere sul terrore e sull’impunità. L’Ue farà tutto il possibile per garantire ciò. L’Ue continuerà a stare con l’Ucraina finché sarà necessario». La missione Onu per i diritti umani in Ucraina si dice «inorridita» dai video e chiede che «questi episodi siano adeguatamente indagati e che i responsabili ne rispondano».Accanto alle atrocità che fanno parte di ogni guerra, prosegue lo scandalo legato alla pubblicazione delle carte segrete del Pentagono. L’ultima rivelazione, rilanciata da Reuters, riguarda la Serbia: l’unico Paese europeo a decidere di non porre sanzioni alla Russia a causa della guerra con Kiev, avrebbe accettato di rifornire di armi all’Ucraina. Il documento, scrive l’agenzia, a sua volta citata dall’Ukrainska Pravda, è una lista della risposte Paese per Paese, che include 38 Stati europei, alla richiesta di «armi letali» e di addestramento da parte dell’Ucraina. Nello stesso documento si legge che la Serbia ha la capacità militare e la volontà politica di fornire armi all’Ucraina in futuro.Il ministro della difesa serbo Milos Vucevic ha parlato di «falsità» ricorrenti messe in circolazione allo scopo di «destabilizzare il nostro Paese e coinvolgerlo in un conflitto al quale non intendiamo partecipare». Anche Londra è stata coinvolta dallo scandalo degli american leak. Secondo uno dei documenti, il Regno Unito sarebbe il primo tra i numerosi Paesi con forze speciali militari operanti sul territorio ucraino. Se ne parla ormai da un anno, ma in questo documento sarebbero definiti anche il numero degli uomini presenti. Nel testo, datato 23 marzo, si legge che il Regno Unito possiede 50 unità di forze speciali su suolo ucraino. Seguito dalla Lettonia che ne ha 17, dalla Francia che ne ha 15, dagli Stati Uniti con 14 unità e dai Paesi Bassi con una sola unità.Il ministro della Difesa di Kiev, Oleksij Reznikov, interpellato sui documenti segreti trapelati, ha dichiarato che non ci sono truppe Nato in Ucraina, senza specificare però se queste forze speciali ci fossero lo stesso anche se non a titolo Nato.Ma smentite e precisazioni arrivano da ogni Paese che è stato coinvolto e citato nei rapporti di intelligence americani. L’Egitto ha negato di aver fabbricato 40.000 missili da inviare alla Russia nel quadro della guerra contro l’Ucraina, come scritto dal Washington Post. Smentita che arriva anche dagli Stati Uniti, loro solidi alleati: «Non abbiamo prove che l’Egitto abbia fornito armi letali alla Russia», ha John Kirby, portavoce della Casa Bianca. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno respinto come «totalmente falsa» qualsiasi accusa che li ha visti approfondire i legami con l’intelligence russa. Gli Stati Uniti hanno ribadito la volontà di «continuare a indagare fino a quando non sarà identificata la fonte» che ha dato il via all’incidente diplomatico su larga scala. L’obiettivo è scovare la talpa: è in corso un’indagine per determinare quale persona o gruppo potrebbe aver avuto la capacità e l’intenzione di rilasciare rapporti di intelligence.Per quanto riguarda la guerra sul campo, è di ieri sera la notizia del bombardamento avvenuto nella regione di Kharkiv da parte delle forze di Mosca. Secondo i media di Kiev, i russi starebbero anche preparando l’evacuazione forzata della centrale nucleare di Energodar. Nel frattempo, primo ministro ucraino Denys Shmyhal ha incontrato al Pentagono il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin, chiedendo «caccia F15 o F16».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-trasforma-video-in-arma-2659848677.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-macron-solo-schiaffi-in-europa" data-post-id="2659848677" data-published-at="1681378078" data-use-pagination="False"> Per Macron solo schiaffi in Europa Non si placano le polemiche scatenate dalle parole di Emmanuel Macron a proposito delle tensioni su Taiwan scatenate dalla Cina. Anzi, ieri il presidente francese ha lasciato che una «fonte diplomatica» citata da vari media come Le Figaro e Reuters dicesse che non aveva intenzione di «ritrattare» le dichiarazioni rilasciate nell’intervista pubblicata domenica da Les Echos e Politico.eu. Il diplomatico ha detto che i francesi sono degli «alleati degli Stati Uniti, affidabili, solidi, impegnati» ma, ha aggiunto, «non siamo al seguito degli Stati Uniti per una semplice ragione» cioè che «il presidente vuole la sovranità europea». La dichiarazione anonima della feluca transalpina mostra chiaramente che l’inquilino dell’Eliseo non si rende conto neanche lontanamente che pochi Stati europei sono disposti a seguirlo. Ma Macron, con la sua solita tracotanza, pensa che ciò che decide lui vada bene anche agli altri. Ieri ha dichiarato: «Essere alleati della Cina non significa essere vassalli». D’altra parte, la Costituzione della V Repubblica voluta dal generale De Gaulle concentra talmente tanti poteri nelle mani del capo dello Stato che forse, chi arriva all’Eliseo, viene colpito da una forma di delirio di onnipotenza. A questo si aggiunga anche che tutti i successori del generale che ha liberato la Francia dai nazisti, si sono creduti delle copie perfezionate dell’originale. Macron non fa eccezione, soprattutto quando parla di Nato. Come dimenticare, ad esempio, le parole da lui pronunciate nel novembre 2019, quando aveva dichiarato che l’Alleanza atlantica era in uno stato di «morte cerebrale»? All’indomani dell’aggressione russa contro l’Ucraina, si può dire che l’attuale capo di Stato francese abbia voluto scimmiottare Charles De Gaulle che, nel 1966, aveva ritirato il suo Paese dal sistema di difesa integrato della Nato. Ma Macron non è De Gaulle, non gode della sua popolarità e, secondo molti francesi, preferisce fare gli interessi di altri piuttosto che quelli della sua nazione. Certo, va detto che in Cina, Macron sembra aver pensato più alla Francia che a Nato, Ue e mondo occidentale. In effetti, grazie alla visita ufficiale del presidente francese, molte aziende d’Oltralpe hanno potuto firmare contratti d’oro con dei partner cinesi. È il caso di Airbus, che raddoppierà la sua capacità produttiva nell’ex Impero di mezzo o di Edf, che ha stretto accordi con il colosso del nucleare del dragone Cgn. Anche l’armatore Cma-Cgm ha firmato un partenariato con Cosco, mentre L’Oréal ha stabilito un accordo con il colosso dell’e-commerce Alibaba. Infine, i produttori transalpini di carne suina hanno ottenuto 15 nuove autorizzazioni per esportare prodotti in Cina. Dopo la visita a Pechino, l’altro ieri il presidente francese ne ha iniziata un’altra in Olanda, dove sono arrivati gli echi delle tensioni sociali francesi. Martedì, mentre teneva un discorso sull’avvenire dell’Europa all’Aia, Macron è stato interrotto da alcuni contestatori che gli hanno gridato: «Dove è la democrazia francese? La convenzione sul clima non è stata rispettata. Presidente della violenza e dell’ipocrisia». Ieri, ad Amsterdam, il presidente francese è stato accolto dal canto da stadio diventato un simbolo dei gilet gialli «On est là!» (noi siamo qui, ndr) intonato da due manifestanti. La polizia li ha fermati immobilizzando uno dei due a terra. Probabilmente, le autorità olandesi hanno voluto evitare che il Macron che aveva fatto le sviolinate al regime di Pechino, si credesse ancora in Cina dove il dissenso non esiste. Tornando alle reazioni internazionali dopo le esternazioni del leader francese sulla crisi in corso a Taiwan e sull’alleanza con gli Usa, ieri l’ex presidente americano Donald Trump ha dichiarato su Fox News che Macron «lecca il culo» alla Cina.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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