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2023-04-13
«Soldati ucraini decapitati dai russi» Zelensky trasforma il video in arma
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Un uomo in uniforme taglia la testa di un altro uomo disteso, vivo e con la fascia gialla delle truppe ucraine al braccio. Sono le immagini raccapriccianti di un video che ha fatto il giro del web insieme a delle altre che mostrano i cadaveri decapitati di due militari ucraini. «Sono ovviamente immagini orribili», lo ha detto ai giornalisti lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che non conferma e non smentisce ma precisa: «Nel mondo di fake news in cui viviamo, dobbiamo indagare sull’autenticità di questi video».
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, invece non ha dubbi né sulla loro veridicità né sul fatto che siano stati compiuti da membri dell’esercito russo. «C’è qualcosa che nessuno al mondo può ignorare: con quanta facilità queste bestie uccidono», ha commentato. «Questo video mostra la Russia per quello che è. Questo non è un incidente. Questo non è un episodio. È successo migliaia di volte. Tutti devono reagire. La sconfitta del terrore è necessaria», ha proseguito il presidente ucraino.
Il fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, respinge le accuse e nega ogni coinvolgimento: «Ho visto questo video, è brutto quando le teste delle persone vengono tagliate ma non ho visto da nessuna parte che questo stia accadendo vicino a Bakhmut e che membri della Wagner siano stati coinvolti nell’esecuzione». Anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel è convinto che sia tutto vero: «Sono avvilito da un video atroce che mostra l’assassinio di un prigioniero di guerra ucraino da parte di un soldato russo. Responsabilità e giustizia devono prevalere sul terrore e sull’impunità. L’Ue farà tutto il possibile per garantire ciò. L’Ue continuerà a stare con l’Ucraina finché sarà necessario». La missione Onu per i diritti umani in Ucraina si dice «inorridita» dai video e chiede che «questi episodi siano adeguatamente indagati e che i responsabili ne rispondano».
Accanto alle atrocità che fanno parte di ogni guerra, prosegue lo scandalo legato alla pubblicazione delle carte segrete del Pentagono. L’ultima rivelazione, rilanciata da Reuters, riguarda la Serbia: l’unico Paese europeo a decidere di non porre sanzioni alla Russia a causa della guerra con Kiev, avrebbe accettato di rifornire di armi all’Ucraina. Il documento, scrive l’agenzia, a sua volta citata dall’Ukrainska Pravda, è una lista della risposte Paese per Paese, che include 38 Stati europei, alla richiesta di «armi letali» e di addestramento da parte dell’Ucraina. Nello stesso documento si legge che la Serbia ha la capacità militare e la volontà politica di fornire armi all’Ucraina in futuro.
Il ministro della difesa serbo Milos Vucevic ha parlato di «falsità» ricorrenti messe in circolazione allo scopo di «destabilizzare il nostro Paese e coinvolgerlo in un conflitto al quale non intendiamo partecipare». Anche Londra è stata coinvolta dallo scandalo degli american leak. Secondo uno dei documenti, il Regno Unito sarebbe il primo tra i numerosi Paesi con forze speciali militari operanti sul territorio ucraino. Se ne parla ormai da un anno, ma in questo documento sarebbero definiti anche il numero degli uomini presenti. Nel testo, datato 23 marzo, si legge che il Regno Unito possiede 50 unità di forze speciali su suolo ucraino. Seguito dalla Lettonia che ne ha 17, dalla Francia che ne ha 15, dagli Stati Uniti con 14 unità e dai Paesi Bassi con una sola unità.
Il ministro della Difesa di Kiev, Oleksij Reznikov, interpellato sui documenti segreti trapelati, ha dichiarato che non ci sono truppe Nato in Ucraina, senza specificare però se queste forze speciali ci fossero lo stesso anche se non a titolo Nato.
Ma smentite e precisazioni arrivano da ogni Paese che è stato coinvolto e citato nei rapporti di intelligence americani. L’Egitto ha negato di aver fabbricato 40.000 missili da inviare alla Russia nel quadro della guerra contro l’Ucraina, come scritto dal Washington Post. Smentita che arriva anche dagli Stati Uniti, loro solidi alleati: «Non abbiamo prove che l’Egitto abbia fornito armi letali alla Russia», ha John Kirby, portavoce della Casa Bianca. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno respinto come «totalmente falsa» qualsiasi accusa che li ha visti approfondire i legami con l’intelligence russa. Gli Stati Uniti hanno ribadito la volontà di «continuare a indagare fino a quando non sarà identificata la fonte» che ha dato il via all’incidente diplomatico su larga scala. L’obiettivo è scovare la talpa: è in corso un’indagine per determinare quale persona o gruppo potrebbe aver avuto la capacità e l’intenzione di rilasciare rapporti di intelligence.
Per quanto riguarda la guerra sul campo, è di ieri sera la notizia del bombardamento avvenuto nella regione di Kharkiv da parte delle forze di Mosca. Secondo i media di Kiev, i russi starebbero anche preparando l’evacuazione forzata della centrale nucleare di Energodar. Nel frattempo, primo ministro ucraino Denys Shmyhal ha incontrato al Pentagono il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin, chiedendo «caccia F15 o F16».
Per Macron solo schiaffi in Europa
Non si placano le polemiche scatenate dalle parole di Emmanuel Macron a proposito delle tensioni su Taiwan scatenate dalla Cina. Anzi, ieri il presidente francese ha lasciato che una «fonte diplomatica» citata da vari media come Le Figaro e Reuters dicesse che non aveva intenzione di «ritrattare» le dichiarazioni rilasciate nell’intervista pubblicata domenica da Les Echos e Politico.eu. Il diplomatico ha detto che i francesi sono degli «alleati degli Stati Uniti, affidabili, solidi, impegnati» ma, ha aggiunto, «non siamo al seguito degli Stati Uniti per una semplice ragione» cioè che «il presidente vuole la sovranità europea». La dichiarazione anonima della feluca transalpina mostra chiaramente che l’inquilino dell’Eliseo non si rende conto neanche lontanamente che pochi Stati europei sono disposti a seguirlo. Ma Macron, con la sua solita tracotanza, pensa che ciò che decide lui vada bene anche agli altri. Ieri ha dichiarato: «Essere alleati della Cina non significa essere vassalli». D’altra parte, la Costituzione della V Repubblica voluta dal generale De Gaulle concentra talmente tanti poteri nelle mani del capo dello Stato che forse, chi arriva all’Eliseo, viene colpito da una forma di delirio di onnipotenza. A questo si aggiunga anche che tutti i successori del generale che ha liberato la Francia dai nazisti, si sono creduti delle copie perfezionate dell’originale. Macron non fa eccezione, soprattutto quando parla di Nato. Come dimenticare, ad esempio, le parole da lui pronunciate nel novembre 2019, quando aveva dichiarato che l’Alleanza atlantica era in uno stato di «morte cerebrale»? All’indomani dell’aggressione russa contro l’Ucraina, si può dire che l’attuale capo di Stato francese abbia voluto scimmiottare Charles De Gaulle che, nel 1966, aveva ritirato il suo Paese dal sistema di difesa integrato della Nato. Ma Macron non è De Gaulle, non gode della sua popolarità e, secondo molti francesi, preferisce fare gli interessi di altri piuttosto che quelli della sua nazione. Certo, va detto che in Cina, Macron sembra aver pensato più alla Francia che a Nato, Ue e mondo occidentale. In effetti, grazie alla visita ufficiale del presidente francese, molte aziende d’Oltralpe hanno potuto firmare contratti d’oro con dei partner cinesi. È il caso di Airbus, che raddoppierà la sua capacità produttiva nell’ex Impero di mezzo o di Edf, che ha stretto accordi con il colosso del nucleare del dragone Cgn. Anche l’armatore Cma-Cgm ha firmato un partenariato con Cosco, mentre L’Oréal ha stabilito un accordo con il colosso dell’e-commerce Alibaba. Infine, i produttori transalpini di carne suina hanno ottenuto 15 nuove autorizzazioni per esportare prodotti in Cina. Dopo la visita a Pechino, l’altro ieri il presidente francese ne ha iniziata un’altra in Olanda, dove sono arrivati gli echi delle tensioni sociali francesi. Martedì, mentre teneva un discorso sull’avvenire dell’Europa all’Aia, Macron è stato interrotto da alcuni contestatori che gli hanno gridato: «Dove è la democrazia francese? La convenzione sul clima non è stata rispettata. Presidente della violenza e dell’ipocrisia». Ieri, ad Amsterdam, il presidente francese è stato accolto dal canto da stadio diventato un simbolo dei gilet gialli «On est là!» (noi siamo qui, ndr) intonato da due manifestanti. La polizia li ha fermati immobilizzando uno dei due a terra. Probabilmente, le autorità olandesi hanno voluto evitare che il Macron che aveva fatto le sviolinate al regime di Pechino, si credesse ancora in Cina dove il dissenso non esiste. Tornando alle reazioni internazionali dopo le esternazioni del leader francese sulla crisi in corso a Taiwan e sull’alleanza con gli Usa, ieri l’ex presidente americano Donald Trump ha dichiarato su Fox News che Macron «lecca il culo» alla Cina.
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Il filmato di un uomo in uniforme che taglia la testa a un militare di Kiev ha creato imbarazzi perfino a Mosca. Secondo le carte del Pentagono la Serbia, da sempre filo Cremlino, avrebbe invece fornito armi ai suoi nemici. Il presidente francese Emmanuel Macron non si vuole scusare per le sue frasi sui rapporti con il Dragone. Intanto è stato contestato due volte nella sua visita in Olanda. E pure Donald Trump lo insulta.Lo speciale contiene due articoli.Un uomo in uniforme taglia la testa di un altro uomo disteso, vivo e con la fascia gialla delle truppe ucraine al braccio. Sono le immagini raccapriccianti di un video che ha fatto il giro del web insieme a delle altre che mostrano i cadaveri decapitati di due militari ucraini. «Sono ovviamente immagini orribili», lo ha detto ai giornalisti lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che non conferma e non smentisce ma precisa: «Nel mondo di fake news in cui viviamo, dobbiamo indagare sull’autenticità di questi video».Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, invece non ha dubbi né sulla loro veridicità né sul fatto che siano stati compiuti da membri dell’esercito russo. «C’è qualcosa che nessuno al mondo può ignorare: con quanta facilità queste bestie uccidono», ha commentato. «Questo video mostra la Russia per quello che è. Questo non è un incidente. Questo non è un episodio. È successo migliaia di volte. Tutti devono reagire. La sconfitta del terrore è necessaria», ha proseguito il presidente ucraino.Il fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, respinge le accuse e nega ogni coinvolgimento: «Ho visto questo video, è brutto quando le teste delle persone vengono tagliate ma non ho visto da nessuna parte che questo stia accadendo vicino a Bakhmut e che membri della Wagner siano stati coinvolti nell’esecuzione». Anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel è convinto che sia tutto vero: «Sono avvilito da un video atroce che mostra l’assassinio di un prigioniero di guerra ucraino da parte di un soldato russo. Responsabilità e giustizia devono prevalere sul terrore e sull’impunità. L’Ue farà tutto il possibile per garantire ciò. L’Ue continuerà a stare con l’Ucraina finché sarà necessario». La missione Onu per i diritti umani in Ucraina si dice «inorridita» dai video e chiede che «questi episodi siano adeguatamente indagati e che i responsabili ne rispondano».Accanto alle atrocità che fanno parte di ogni guerra, prosegue lo scandalo legato alla pubblicazione delle carte segrete del Pentagono. L’ultima rivelazione, rilanciata da Reuters, riguarda la Serbia: l’unico Paese europeo a decidere di non porre sanzioni alla Russia a causa della guerra con Kiev, avrebbe accettato di rifornire di armi all’Ucraina. Il documento, scrive l’agenzia, a sua volta citata dall’Ukrainska Pravda, è una lista della risposte Paese per Paese, che include 38 Stati europei, alla richiesta di «armi letali» e di addestramento da parte dell’Ucraina. Nello stesso documento si legge che la Serbia ha la capacità militare e la volontà politica di fornire armi all’Ucraina in futuro.Il ministro della difesa serbo Milos Vucevic ha parlato di «falsità» ricorrenti messe in circolazione allo scopo di «destabilizzare il nostro Paese e coinvolgerlo in un conflitto al quale non intendiamo partecipare». Anche Londra è stata coinvolta dallo scandalo degli american leak. Secondo uno dei documenti, il Regno Unito sarebbe il primo tra i numerosi Paesi con forze speciali militari operanti sul territorio ucraino. Se ne parla ormai da un anno, ma in questo documento sarebbero definiti anche il numero degli uomini presenti. Nel testo, datato 23 marzo, si legge che il Regno Unito possiede 50 unità di forze speciali su suolo ucraino. Seguito dalla Lettonia che ne ha 17, dalla Francia che ne ha 15, dagli Stati Uniti con 14 unità e dai Paesi Bassi con una sola unità.Il ministro della Difesa di Kiev, Oleksij Reznikov, interpellato sui documenti segreti trapelati, ha dichiarato che non ci sono truppe Nato in Ucraina, senza specificare però se queste forze speciali ci fossero lo stesso anche se non a titolo Nato.Ma smentite e precisazioni arrivano da ogni Paese che è stato coinvolto e citato nei rapporti di intelligence americani. L’Egitto ha negato di aver fabbricato 40.000 missili da inviare alla Russia nel quadro della guerra contro l’Ucraina, come scritto dal Washington Post. Smentita che arriva anche dagli Stati Uniti, loro solidi alleati: «Non abbiamo prove che l’Egitto abbia fornito armi letali alla Russia», ha John Kirby, portavoce della Casa Bianca. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno respinto come «totalmente falsa» qualsiasi accusa che li ha visti approfondire i legami con l’intelligence russa. Gli Stati Uniti hanno ribadito la volontà di «continuare a indagare fino a quando non sarà identificata la fonte» che ha dato il via all’incidente diplomatico su larga scala. L’obiettivo è scovare la talpa: è in corso un’indagine per determinare quale persona o gruppo potrebbe aver avuto la capacità e l’intenzione di rilasciare rapporti di intelligence.Per quanto riguarda la guerra sul campo, è di ieri sera la notizia del bombardamento avvenuto nella regione di Kharkiv da parte delle forze di Mosca. Secondo i media di Kiev, i russi starebbero anche preparando l’evacuazione forzata della centrale nucleare di Energodar. Nel frattempo, primo ministro ucraino Denys Shmyhal ha incontrato al Pentagono il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin, chiedendo «caccia F15 o F16».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-trasforma-video-in-arma-2659848677.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-macron-solo-schiaffi-in-europa" data-post-id="2659848677" data-published-at="1681378078" data-use-pagination="False"> Per Macron solo schiaffi in Europa Non si placano le polemiche scatenate dalle parole di Emmanuel Macron a proposito delle tensioni su Taiwan scatenate dalla Cina. Anzi, ieri il presidente francese ha lasciato che una «fonte diplomatica» citata da vari media come Le Figaro e Reuters dicesse che non aveva intenzione di «ritrattare» le dichiarazioni rilasciate nell’intervista pubblicata domenica da Les Echos e Politico.eu. Il diplomatico ha detto che i francesi sono degli «alleati degli Stati Uniti, affidabili, solidi, impegnati» ma, ha aggiunto, «non siamo al seguito degli Stati Uniti per una semplice ragione» cioè che «il presidente vuole la sovranità europea». La dichiarazione anonima della feluca transalpina mostra chiaramente che l’inquilino dell’Eliseo non si rende conto neanche lontanamente che pochi Stati europei sono disposti a seguirlo. Ma Macron, con la sua solita tracotanza, pensa che ciò che decide lui vada bene anche agli altri. Ieri ha dichiarato: «Essere alleati della Cina non significa essere vassalli». D’altra parte, la Costituzione della V Repubblica voluta dal generale De Gaulle concentra talmente tanti poteri nelle mani del capo dello Stato che forse, chi arriva all’Eliseo, viene colpito da una forma di delirio di onnipotenza. A questo si aggiunga anche che tutti i successori del generale che ha liberato la Francia dai nazisti, si sono creduti delle copie perfezionate dell’originale. Macron non fa eccezione, soprattutto quando parla di Nato. Come dimenticare, ad esempio, le parole da lui pronunciate nel novembre 2019, quando aveva dichiarato che l’Alleanza atlantica era in uno stato di «morte cerebrale»? All’indomani dell’aggressione russa contro l’Ucraina, si può dire che l’attuale capo di Stato francese abbia voluto scimmiottare Charles De Gaulle che, nel 1966, aveva ritirato il suo Paese dal sistema di difesa integrato della Nato. Ma Macron non è De Gaulle, non gode della sua popolarità e, secondo molti francesi, preferisce fare gli interessi di altri piuttosto che quelli della sua nazione. Certo, va detto che in Cina, Macron sembra aver pensato più alla Francia che a Nato, Ue e mondo occidentale. In effetti, grazie alla visita ufficiale del presidente francese, molte aziende d’Oltralpe hanno potuto firmare contratti d’oro con dei partner cinesi. È il caso di Airbus, che raddoppierà la sua capacità produttiva nell’ex Impero di mezzo o di Edf, che ha stretto accordi con il colosso del nucleare del dragone Cgn. Anche l’armatore Cma-Cgm ha firmato un partenariato con Cosco, mentre L’Oréal ha stabilito un accordo con il colosso dell’e-commerce Alibaba. Infine, i produttori transalpini di carne suina hanno ottenuto 15 nuove autorizzazioni per esportare prodotti in Cina. Dopo la visita a Pechino, l’altro ieri il presidente francese ne ha iniziata un’altra in Olanda, dove sono arrivati gli echi delle tensioni sociali francesi. Martedì, mentre teneva un discorso sull’avvenire dell’Europa all’Aia, Macron è stato interrotto da alcuni contestatori che gli hanno gridato: «Dove è la democrazia francese? La convenzione sul clima non è stata rispettata. Presidente della violenza e dell’ipocrisia». Ieri, ad Amsterdam, il presidente francese è stato accolto dal canto da stadio diventato un simbolo dei gilet gialli «On est là!» (noi siamo qui, ndr) intonato da due manifestanti. La polizia li ha fermati immobilizzando uno dei due a terra. Probabilmente, le autorità olandesi hanno voluto evitare che il Macron che aveva fatto le sviolinate al regime di Pechino, si credesse ancora in Cina dove il dissenso non esiste. Tornando alle reazioni internazionali dopo le esternazioni del leader francese sulla crisi in corso a Taiwan e sull’alleanza con gli Usa, ieri l’ex presidente americano Donald Trump ha dichiarato su Fox News che Macron «lecca il culo» alla Cina.
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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