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2023-04-13
«Soldati ucraini decapitati dai russi» Zelensky trasforma il video in arma
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Un uomo in uniforme taglia la testa di un altro uomo disteso, vivo e con la fascia gialla delle truppe ucraine al braccio. Sono le immagini raccapriccianti di un video che ha fatto il giro del web insieme a delle altre che mostrano i cadaveri decapitati di due militari ucraini. «Sono ovviamente immagini orribili», lo ha detto ai giornalisti lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che non conferma e non smentisce ma precisa: «Nel mondo di fake news in cui viviamo, dobbiamo indagare sull’autenticità di questi video».
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, invece non ha dubbi né sulla loro veridicità né sul fatto che siano stati compiuti da membri dell’esercito russo. «C’è qualcosa che nessuno al mondo può ignorare: con quanta facilità queste bestie uccidono», ha commentato. «Questo video mostra la Russia per quello che è. Questo non è un incidente. Questo non è un episodio. È successo migliaia di volte. Tutti devono reagire. La sconfitta del terrore è necessaria», ha proseguito il presidente ucraino.
Il fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, respinge le accuse e nega ogni coinvolgimento: «Ho visto questo video, è brutto quando le teste delle persone vengono tagliate ma non ho visto da nessuna parte che questo stia accadendo vicino a Bakhmut e che membri della Wagner siano stati coinvolti nell’esecuzione». Anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel è convinto che sia tutto vero: «Sono avvilito da un video atroce che mostra l’assassinio di un prigioniero di guerra ucraino da parte di un soldato russo. Responsabilità e giustizia devono prevalere sul terrore e sull’impunità. L’Ue farà tutto il possibile per garantire ciò. L’Ue continuerà a stare con l’Ucraina finché sarà necessario». La missione Onu per i diritti umani in Ucraina si dice «inorridita» dai video e chiede che «questi episodi siano adeguatamente indagati e che i responsabili ne rispondano».
Accanto alle atrocità che fanno parte di ogni guerra, prosegue lo scandalo legato alla pubblicazione delle carte segrete del Pentagono. L’ultima rivelazione, rilanciata da Reuters, riguarda la Serbia: l’unico Paese europeo a decidere di non porre sanzioni alla Russia a causa della guerra con Kiev, avrebbe accettato di rifornire di armi all’Ucraina. Il documento, scrive l’agenzia, a sua volta citata dall’Ukrainska Pravda, è una lista della risposte Paese per Paese, che include 38 Stati europei, alla richiesta di «armi letali» e di addestramento da parte dell’Ucraina. Nello stesso documento si legge che la Serbia ha la capacità militare e la volontà politica di fornire armi all’Ucraina in futuro.
Il ministro della difesa serbo Milos Vucevic ha parlato di «falsità» ricorrenti messe in circolazione allo scopo di «destabilizzare il nostro Paese e coinvolgerlo in un conflitto al quale non intendiamo partecipare». Anche Londra è stata coinvolta dallo scandalo degli american leak. Secondo uno dei documenti, il Regno Unito sarebbe il primo tra i numerosi Paesi con forze speciali militari operanti sul territorio ucraino. Se ne parla ormai da un anno, ma in questo documento sarebbero definiti anche il numero degli uomini presenti. Nel testo, datato 23 marzo, si legge che il Regno Unito possiede 50 unità di forze speciali su suolo ucraino. Seguito dalla Lettonia che ne ha 17, dalla Francia che ne ha 15, dagli Stati Uniti con 14 unità e dai Paesi Bassi con una sola unità.
Il ministro della Difesa di Kiev, Oleksij Reznikov, interpellato sui documenti segreti trapelati, ha dichiarato che non ci sono truppe Nato in Ucraina, senza specificare però se queste forze speciali ci fossero lo stesso anche se non a titolo Nato.
Ma smentite e precisazioni arrivano da ogni Paese che è stato coinvolto e citato nei rapporti di intelligence americani. L’Egitto ha negato di aver fabbricato 40.000 missili da inviare alla Russia nel quadro della guerra contro l’Ucraina, come scritto dal Washington Post. Smentita che arriva anche dagli Stati Uniti, loro solidi alleati: «Non abbiamo prove che l’Egitto abbia fornito armi letali alla Russia», ha John Kirby, portavoce della Casa Bianca. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno respinto come «totalmente falsa» qualsiasi accusa che li ha visti approfondire i legami con l’intelligence russa. Gli Stati Uniti hanno ribadito la volontà di «continuare a indagare fino a quando non sarà identificata la fonte» che ha dato il via all’incidente diplomatico su larga scala. L’obiettivo è scovare la talpa: è in corso un’indagine per determinare quale persona o gruppo potrebbe aver avuto la capacità e l’intenzione di rilasciare rapporti di intelligence.
Per quanto riguarda la guerra sul campo, è di ieri sera la notizia del bombardamento avvenuto nella regione di Kharkiv da parte delle forze di Mosca. Secondo i media di Kiev, i russi starebbero anche preparando l’evacuazione forzata della centrale nucleare di Energodar. Nel frattempo, primo ministro ucraino Denys Shmyhal ha incontrato al Pentagono il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin, chiedendo «caccia F15 o F16».
Per Macron solo schiaffi in Europa
Non si placano le polemiche scatenate dalle parole di Emmanuel Macron a proposito delle tensioni su Taiwan scatenate dalla Cina. Anzi, ieri il presidente francese ha lasciato che una «fonte diplomatica» citata da vari media come Le Figaro e Reuters dicesse che non aveva intenzione di «ritrattare» le dichiarazioni rilasciate nell’intervista pubblicata domenica da Les Echos e Politico.eu. Il diplomatico ha detto che i francesi sono degli «alleati degli Stati Uniti, affidabili, solidi, impegnati» ma, ha aggiunto, «non siamo al seguito degli Stati Uniti per una semplice ragione» cioè che «il presidente vuole la sovranità europea». La dichiarazione anonima della feluca transalpina mostra chiaramente che l’inquilino dell’Eliseo non si rende conto neanche lontanamente che pochi Stati europei sono disposti a seguirlo. Ma Macron, con la sua solita tracotanza, pensa che ciò che decide lui vada bene anche agli altri. Ieri ha dichiarato: «Essere alleati della Cina non significa essere vassalli». D’altra parte, la Costituzione della V Repubblica voluta dal generale De Gaulle concentra talmente tanti poteri nelle mani del capo dello Stato che forse, chi arriva all’Eliseo, viene colpito da una forma di delirio di onnipotenza. A questo si aggiunga anche che tutti i successori del generale che ha liberato la Francia dai nazisti, si sono creduti delle copie perfezionate dell’originale. Macron non fa eccezione, soprattutto quando parla di Nato. Come dimenticare, ad esempio, le parole da lui pronunciate nel novembre 2019, quando aveva dichiarato che l’Alleanza atlantica era in uno stato di «morte cerebrale»? All’indomani dell’aggressione russa contro l’Ucraina, si può dire che l’attuale capo di Stato francese abbia voluto scimmiottare Charles De Gaulle che, nel 1966, aveva ritirato il suo Paese dal sistema di difesa integrato della Nato. Ma Macron non è De Gaulle, non gode della sua popolarità e, secondo molti francesi, preferisce fare gli interessi di altri piuttosto che quelli della sua nazione. Certo, va detto che in Cina, Macron sembra aver pensato più alla Francia che a Nato, Ue e mondo occidentale. In effetti, grazie alla visita ufficiale del presidente francese, molte aziende d’Oltralpe hanno potuto firmare contratti d’oro con dei partner cinesi. È il caso di Airbus, che raddoppierà la sua capacità produttiva nell’ex Impero di mezzo o di Edf, che ha stretto accordi con il colosso del nucleare del dragone Cgn. Anche l’armatore Cma-Cgm ha firmato un partenariato con Cosco, mentre L’Oréal ha stabilito un accordo con il colosso dell’e-commerce Alibaba. Infine, i produttori transalpini di carne suina hanno ottenuto 15 nuove autorizzazioni per esportare prodotti in Cina. Dopo la visita a Pechino, l’altro ieri il presidente francese ne ha iniziata un’altra in Olanda, dove sono arrivati gli echi delle tensioni sociali francesi. Martedì, mentre teneva un discorso sull’avvenire dell’Europa all’Aia, Macron è stato interrotto da alcuni contestatori che gli hanno gridato: «Dove è la democrazia francese? La convenzione sul clima non è stata rispettata. Presidente della violenza e dell’ipocrisia». Ieri, ad Amsterdam, il presidente francese è stato accolto dal canto da stadio diventato un simbolo dei gilet gialli «On est là!» (noi siamo qui, ndr) intonato da due manifestanti. La polizia li ha fermati immobilizzando uno dei due a terra. Probabilmente, le autorità olandesi hanno voluto evitare che il Macron che aveva fatto le sviolinate al regime di Pechino, si credesse ancora in Cina dove il dissenso non esiste. Tornando alle reazioni internazionali dopo le esternazioni del leader francese sulla crisi in corso a Taiwan e sull’alleanza con gli Usa, ieri l’ex presidente americano Donald Trump ha dichiarato su Fox News che Macron «lecca il culo» alla Cina.
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Il filmato di un uomo in uniforme che taglia la testa a un militare di Kiev ha creato imbarazzi perfino a Mosca. Secondo le carte del Pentagono la Serbia, da sempre filo Cremlino, avrebbe invece fornito armi ai suoi nemici. Il presidente francese Emmanuel Macron non si vuole scusare per le sue frasi sui rapporti con il Dragone. Intanto è stato contestato due volte nella sua visita in Olanda. E pure Donald Trump lo insulta.Lo speciale contiene due articoli.Un uomo in uniforme taglia la testa di un altro uomo disteso, vivo e con la fascia gialla delle truppe ucraine al braccio. Sono le immagini raccapriccianti di un video che ha fatto il giro del web insieme a delle altre che mostrano i cadaveri decapitati di due militari ucraini. «Sono ovviamente immagini orribili», lo ha detto ai giornalisti lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che non conferma e non smentisce ma precisa: «Nel mondo di fake news in cui viviamo, dobbiamo indagare sull’autenticità di questi video».Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, invece non ha dubbi né sulla loro veridicità né sul fatto che siano stati compiuti da membri dell’esercito russo. «C’è qualcosa che nessuno al mondo può ignorare: con quanta facilità queste bestie uccidono», ha commentato. «Questo video mostra la Russia per quello che è. Questo non è un incidente. Questo non è un episodio. È successo migliaia di volte. Tutti devono reagire. La sconfitta del terrore è necessaria», ha proseguito il presidente ucraino.Il fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, respinge le accuse e nega ogni coinvolgimento: «Ho visto questo video, è brutto quando le teste delle persone vengono tagliate ma non ho visto da nessuna parte che questo stia accadendo vicino a Bakhmut e che membri della Wagner siano stati coinvolti nell’esecuzione». Anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel è convinto che sia tutto vero: «Sono avvilito da un video atroce che mostra l’assassinio di un prigioniero di guerra ucraino da parte di un soldato russo. Responsabilità e giustizia devono prevalere sul terrore e sull’impunità. L’Ue farà tutto il possibile per garantire ciò. L’Ue continuerà a stare con l’Ucraina finché sarà necessario». La missione Onu per i diritti umani in Ucraina si dice «inorridita» dai video e chiede che «questi episodi siano adeguatamente indagati e che i responsabili ne rispondano».Accanto alle atrocità che fanno parte di ogni guerra, prosegue lo scandalo legato alla pubblicazione delle carte segrete del Pentagono. L’ultima rivelazione, rilanciata da Reuters, riguarda la Serbia: l’unico Paese europeo a decidere di non porre sanzioni alla Russia a causa della guerra con Kiev, avrebbe accettato di rifornire di armi all’Ucraina. Il documento, scrive l’agenzia, a sua volta citata dall’Ukrainska Pravda, è una lista della risposte Paese per Paese, che include 38 Stati europei, alla richiesta di «armi letali» e di addestramento da parte dell’Ucraina. Nello stesso documento si legge che la Serbia ha la capacità militare e la volontà politica di fornire armi all’Ucraina in futuro.Il ministro della difesa serbo Milos Vucevic ha parlato di «falsità» ricorrenti messe in circolazione allo scopo di «destabilizzare il nostro Paese e coinvolgerlo in un conflitto al quale non intendiamo partecipare». Anche Londra è stata coinvolta dallo scandalo degli american leak. Secondo uno dei documenti, il Regno Unito sarebbe il primo tra i numerosi Paesi con forze speciali militari operanti sul territorio ucraino. Se ne parla ormai da un anno, ma in questo documento sarebbero definiti anche il numero degli uomini presenti. Nel testo, datato 23 marzo, si legge che il Regno Unito possiede 50 unità di forze speciali su suolo ucraino. Seguito dalla Lettonia che ne ha 17, dalla Francia che ne ha 15, dagli Stati Uniti con 14 unità e dai Paesi Bassi con una sola unità.Il ministro della Difesa di Kiev, Oleksij Reznikov, interpellato sui documenti segreti trapelati, ha dichiarato che non ci sono truppe Nato in Ucraina, senza specificare però se queste forze speciali ci fossero lo stesso anche se non a titolo Nato.Ma smentite e precisazioni arrivano da ogni Paese che è stato coinvolto e citato nei rapporti di intelligence americani. L’Egitto ha negato di aver fabbricato 40.000 missili da inviare alla Russia nel quadro della guerra contro l’Ucraina, come scritto dal Washington Post. Smentita che arriva anche dagli Stati Uniti, loro solidi alleati: «Non abbiamo prove che l’Egitto abbia fornito armi letali alla Russia», ha John Kirby, portavoce della Casa Bianca. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno respinto come «totalmente falsa» qualsiasi accusa che li ha visti approfondire i legami con l’intelligence russa. Gli Stati Uniti hanno ribadito la volontà di «continuare a indagare fino a quando non sarà identificata la fonte» che ha dato il via all’incidente diplomatico su larga scala. L’obiettivo è scovare la talpa: è in corso un’indagine per determinare quale persona o gruppo potrebbe aver avuto la capacità e l’intenzione di rilasciare rapporti di intelligence.Per quanto riguarda la guerra sul campo, è di ieri sera la notizia del bombardamento avvenuto nella regione di Kharkiv da parte delle forze di Mosca. Secondo i media di Kiev, i russi starebbero anche preparando l’evacuazione forzata della centrale nucleare di Energodar. Nel frattempo, primo ministro ucraino Denys Shmyhal ha incontrato al Pentagono il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin, chiedendo «caccia F15 o F16».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-trasforma-video-in-arma-2659848677.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-macron-solo-schiaffi-in-europa" data-post-id="2659848677" data-published-at="1681378078" data-use-pagination="False"> Per Macron solo schiaffi in Europa Non si placano le polemiche scatenate dalle parole di Emmanuel Macron a proposito delle tensioni su Taiwan scatenate dalla Cina. Anzi, ieri il presidente francese ha lasciato che una «fonte diplomatica» citata da vari media come Le Figaro e Reuters dicesse che non aveva intenzione di «ritrattare» le dichiarazioni rilasciate nell’intervista pubblicata domenica da Les Echos e Politico.eu. Il diplomatico ha detto che i francesi sono degli «alleati degli Stati Uniti, affidabili, solidi, impegnati» ma, ha aggiunto, «non siamo al seguito degli Stati Uniti per una semplice ragione» cioè che «il presidente vuole la sovranità europea». La dichiarazione anonima della feluca transalpina mostra chiaramente che l’inquilino dell’Eliseo non si rende conto neanche lontanamente che pochi Stati europei sono disposti a seguirlo. Ma Macron, con la sua solita tracotanza, pensa che ciò che decide lui vada bene anche agli altri. Ieri ha dichiarato: «Essere alleati della Cina non significa essere vassalli». D’altra parte, la Costituzione della V Repubblica voluta dal generale De Gaulle concentra talmente tanti poteri nelle mani del capo dello Stato che forse, chi arriva all’Eliseo, viene colpito da una forma di delirio di onnipotenza. A questo si aggiunga anche che tutti i successori del generale che ha liberato la Francia dai nazisti, si sono creduti delle copie perfezionate dell’originale. Macron non fa eccezione, soprattutto quando parla di Nato. Come dimenticare, ad esempio, le parole da lui pronunciate nel novembre 2019, quando aveva dichiarato che l’Alleanza atlantica era in uno stato di «morte cerebrale»? All’indomani dell’aggressione russa contro l’Ucraina, si può dire che l’attuale capo di Stato francese abbia voluto scimmiottare Charles De Gaulle che, nel 1966, aveva ritirato il suo Paese dal sistema di difesa integrato della Nato. Ma Macron non è De Gaulle, non gode della sua popolarità e, secondo molti francesi, preferisce fare gli interessi di altri piuttosto che quelli della sua nazione. Certo, va detto che in Cina, Macron sembra aver pensato più alla Francia che a Nato, Ue e mondo occidentale. In effetti, grazie alla visita ufficiale del presidente francese, molte aziende d’Oltralpe hanno potuto firmare contratti d’oro con dei partner cinesi. È il caso di Airbus, che raddoppierà la sua capacità produttiva nell’ex Impero di mezzo o di Edf, che ha stretto accordi con il colosso del nucleare del dragone Cgn. Anche l’armatore Cma-Cgm ha firmato un partenariato con Cosco, mentre L’Oréal ha stabilito un accordo con il colosso dell’e-commerce Alibaba. Infine, i produttori transalpini di carne suina hanno ottenuto 15 nuove autorizzazioni per esportare prodotti in Cina. Dopo la visita a Pechino, l’altro ieri il presidente francese ne ha iniziata un’altra in Olanda, dove sono arrivati gli echi delle tensioni sociali francesi. Martedì, mentre teneva un discorso sull’avvenire dell’Europa all’Aia, Macron è stato interrotto da alcuni contestatori che gli hanno gridato: «Dove è la democrazia francese? La convenzione sul clima non è stata rispettata. Presidente della violenza e dell’ipocrisia». Ieri, ad Amsterdam, il presidente francese è stato accolto dal canto da stadio diventato un simbolo dei gilet gialli «On est là!» (noi siamo qui, ndr) intonato da due manifestanti. La polizia li ha fermati immobilizzando uno dei due a terra. Probabilmente, le autorità olandesi hanno voluto evitare che il Macron che aveva fatto le sviolinate al regime di Pechino, si credesse ancora in Cina dove il dissenso non esiste. Tornando alle reazioni internazionali dopo le esternazioni del leader francese sulla crisi in corso a Taiwan e sull’alleanza con gli Usa, ieri l’ex presidente americano Donald Trump ha dichiarato su Fox News che Macron «lecca il culo» alla Cina.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.