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2023-11-03
Zelensky vede nero: «Mi stanno mollando»
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Il «dolcetto o scherzetto» a scoppio ritardato continua a far parlare il mondo politico e apre due scenari, uno folcloristico e l’altro di sostanza strategica: la vulnerabilità telefonica di Palazzo Chigi e l’effettiva stanchezza del mondo occidentale nei confronti della guerra in Ucraina. Sull’intervista rubata a Giorgia Meloni da parte dei comici russi Vovan e Lexus (i Ficarra e Picone della steppa) ieri è intervenuto Alfredo Mantovano per dire che «il presidente del Consiglio l’aveva capito subito» che trattavasi di scherzo. Subito? «E certo». Niente di più da parte del sottosegretario alla presidenza, neppure sui 44 giorni in cui la conversazione è rimasta a frollare dentro un registratore digitale senza un annuncio preventivo a disinnescare il petardo.
La vicenda ha creato il consueto temporale nell’opposizione, indignata perché due sconosciuti hanno potuto parlare con la premier spacciandosi per Moussa Faki (numero uno della commissione dell’Unione africana), esattamente com’è accaduto a Recep Tayyip Erdogan e Boris Johnson. E ha messo di cattivo umore anche qualche alleato in maggioranza, come il ministro degli Esteri Antonio Tajani che sottolinea: «C’è stata superficialità in chi ha organizzato la telefonata, e questo non deve più accadere». Sulla sceneggiata Lilli Gruber ha imbastito l’immancabile puntata di Otto e mezzo con Aleksei Stolyarov, uno dei comici felice del bagno di popolarità italiana. Restio a rivelare i dettagli dell’impresa, ha ricordato di aver già gabbato Jens Stoltenberg e Federica Mogherini. A Fanpage, lo stesso Lexus aveva spiegato: «La nostra arma, anche con Meloni, è stata la vanità dei vostri politici». Col premier, però, si è instaurata una certa «empatia. Aveva voglia di parlare, di confrontarsi. Di chiedere oltre che dichiarare. Una persona piena di emozioni. Cosa non comune, quando giochiamo con personaggi di spicco della politica». Nessun attrito governativo sui contenuti della conversazione con i due burloni, visto che Meloni ha descritto con trasparenza uno scenario realistico della situazione. Lo stesso Tajani commenta: «Le sue parole sono un chiaro segnale di conferma della linea politica del nostro Paese. Noi siamo dalla parte dell’Ucraina». Sintesi: se la chiamata era finta, le risposte erano vere e coerenti. Proprio le frasi della premier («C’è molta stanchezza da tutte le parti», «Serve una via d’uscita accettabile senza distruggere la legge internazionale») portano alla luce il tema chiave del momento: nessuno sembra più disposto a svenarsi per Kiev.
A cominciare dagli Stati Uniti, dove il consenso per l’invio delle armi agli ucraini è sceso dal 65% al 41% (sondaggio Reuters). Meloni ha messo il dito nella piaga e il primo a capire che il vento sta cambiando è proprio Volodymyr Zelensky che alla rivista americana Time ha detto: «Nessuno crede più alla nostra vittoria come ci credo io. Nessuno». Il magazine descrive il presidente come «sconfortato perché l’appoggio occidentale vacilla», «non fa più battute per stemperare la tensione nelle riunioni operative», «in lui è sparito l’ottimismo di sempre». A raccontarlo è Simon Shuster, inviato che 20 mesi fa dipinse dal palazzo presidenziale di Kiev il leader in mimetica come un nuovo Winston Churchill e oggi lo vede assediato e triste, praticamente nel bunker in preda ai fantasmi. Poco considerato dagli alleati distratti, mentre la guerra si è impantanata di nuovo nell’inverno napoleonico. Lo scenario è cambiato, la controffensiva langue, sembra passato un secolo dal treno con Emmanuel Macron, Olaf Scholz, Mario Draghi (in Occidente le foto iconiche un tanto al chilo spopolano sempre). E i tank russi non si muovono di lì.
Time scrive che Zelensky «è depresso, arrabbiato con gli alleati perché si sente tradito». Citando un consigliere, Shuster scrive che «Zelensky ha una convinzione messianica nella vittoria, si illude. Non stiamo vincendo ma dirglielo è impossibile». Se la situazione psicologica è questa, la «stanchezza di tutti» evocata da Giorgia Meloni è realistica. Lo stesso Zelensky ammette: «La cosa più spaventosa è che una parte del mondo si è abituata alla guerra in Ucraina. La stanchezza scorre come un’onda, la vedi negli Stati Uniti e in Europa. E vediamo che non appena iniziano a stancarsi un po’, diventa come uno spettacolo». Lui di teatro se ne intende e chiude stancamente: «Come se dicessero tutti assieme, non posso guardare questa replica per la decima volta».
Il reportage è crepuscolare e illuminante, tocca con mano una realtà confermata dall’andamento della guerra stessa. Valery Zaluzhny, comandante in capo delle forze ucraine, ha rivelato all’Economist che «il conflitto sta diventando una guerra di posizione, di combattimento statico e di logoramento come accadde nella prima guerra mondiale. Niente più movimento e velocità. Ciò andrà a beneficio della Russia, permettendole di ricostruire la sua potenza militare, minacciando infine le forze armate ucraine e lo Stato stesso».
Mentre dalle parti di Kiev si parla di guerra vera, a Mosca continua quella della propaganda. E le parole di Giorgia Meloni («Gli ucraini stanno facendo ciò che devono e noi li stiamo aiutando»), distorte secondo le vecchie regole del Kgb, diventano un tema di polemica spicciola. Maria Zahkarova, portavoce del ministero degli Esteri, critica la premier italiana per non aver condannato il nazionalismo ucraino. «Sarebbe pronta a glorificare Achille Starace o Alessandro Pavolini?», si domanda Zahkarova con un’invettiva fuori contesto e fuori dal tempo. Dimentica il recente abbraccio del Cremlino ad Hamas. E curiosamente tralascia di ricordare che la punta di diamante dell’esercito russo era la brigata Wagner. Chiamata così non certo perché composta da amanti di lirica.
Putin rispolvera la minaccia atomica. Cancellato il divieto di test nucleari
Nel momento in cui l’asse del conflitto globale si è spostato dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, Vladimir Putin torna a far discutere e a mettere paura all’Occidente. Ieri, infatti, lo zar ha firmato il decreto di uscita della Russia dal Trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari (Ctbt). Non si tratta, peraltro, di un fulmine a ciel sereno: già a fine ottobre la Duma, la Camera bassa, aveva annunciato la ratifica della decisione presa dal Cremlino.
Il trattato Ctbt, che ha avuto una gestazione di tre anni nell’ambito della Conferenza del disarmo, era stato adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 settembre 1996. Tuttavia, non è mai entrato in vigore. Il motivo? Molte nazioni non lo hanno ratificato, rendendo impossibile raggiungere il quorum previsto dal trattato stesso. Tra i Paesi che hanno firmato l’accordo senza ratificarlo, ci sono anche gli Stati Uniti d’America (la Russia, al contrario, lo ha sia firmato che ratificato). Non a caso, sono stati proprio i tentennamenti di Washington che hanno spinto Putin ad abbandonare il trattato.
Il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, ha dichiarato che la decisione è «la chiara risposta a un atteggiamento odioso da parte degli Stati Uniti» per quel che riguarda la sicurezza globale. Putin, però, ha voluto far intendere che il provvedimento di Mosca non avrà effetti immediati: «Non posso dire ora se riprenderemo i test», ha affermato lo zar a proposito dello sviluppo di progetti su nuovi missili in grado di trasportare testate nucleari. In ogni caso, è da specificare che la dottrina russa prevede che l’uso di armi atomiche sia «strettamente difensivo». In sostanza, solo in caso di attacco alla Russia con armi di distruzione di massa o, in alternativa, in presenza di aggressioni con armi convenzionali «che minacciano l’esistenza stessa dello Stato».
Con questa mossa del Cremlino, quindi, proseguono le tensioni tra Russia e Stati Uniti, che si sono acuite con l’invasione dell’Ucraina. Sempre in tema di armi nucleari, del resto, lo scorso febbraio Putin aveva annunciato la sospensione del trattato Start (Strategic arms reduction treaty), siglato per la prima volta nel 1991, al termine della guerra fredda, e poi rivisto nel 2010 (nella versione cosiddetta New Start). Questo accordo bilaterale prevedeva una riduzione del 60% nel numero di testate nucleari in dotazione a Stati Uniti e Federazione russa (che da sole posseggono il 90% delle armi nucleari a livello mondiale). La decisione dello zar si era resa necessaria a causa delle reciproche ispezioni previste dal trattato. Un’eventualità (ispettori statunitensi in visita in Russia) che, in tempo di guerra in Ucraina, Putin aveva definito «assurda».
Se Mosca si riarma, anche Washington non è da meno. Solo pochi giorni fa, in effetti, il Dipartimento della difesa americano (Dod) ha annunciato di voler far approvare al Congresso la produzione di una nuova bomba nucleare. Si tratta, nello specifico, della B61-13. Un ordigno che avrà la potenza di 350 chilotoni: in pratica, sarà 24 volte più devastante di «Little Boy», la bomba che fu sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945, la quale conteneva circa 15 chilotoni. In proposito, il presidente del Comitato per le forze armate della Camera, Mike Rogers, e il senatore Roger Wicker hanno affermato che «Cina e Russia si stanno riarmando e gli Stati Uniti devono rimanere al passo. Per affrontare questa minaccia, è necessaria una trasformazione radicale del nostro atteggiamento deterrente».
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Su «Time» lo sconforto del presidente: «Impossibile dirgli che Kiev sta perdendo». Ma ora lo ammette pure il capo dell’esercito. Mosca accusa Giorgia Meloni dopo lo scherzo telefonico: «Glorifica i fascisti ucraini». I comici la elogiano: «Una donna piena di emozioni».Stop al trattato del 1996 per la messa al bando degli esperimenti nucleari, mai ratificato dall’America. Che prepara una nuova bomba.Lo speciale contiene due articoli.Il «dolcetto o scherzetto» a scoppio ritardato continua a far parlare il mondo politico e apre due scenari, uno folcloristico e l’altro di sostanza strategica: la vulnerabilità telefonica di Palazzo Chigi e l’effettiva stanchezza del mondo occidentale nei confronti della guerra in Ucraina. Sull’intervista rubata a Giorgia Meloni da parte dei comici russi Vovan e Lexus (i Ficarra e Picone della steppa) ieri è intervenuto Alfredo Mantovano per dire che «il presidente del Consiglio l’aveva capito subito» che trattavasi di scherzo. Subito? «E certo». Niente di più da parte del sottosegretario alla presidenza, neppure sui 44 giorni in cui la conversazione è rimasta a frollare dentro un registratore digitale senza un annuncio preventivo a disinnescare il petardo.La vicenda ha creato il consueto temporale nell’opposizione, indignata perché due sconosciuti hanno potuto parlare con la premier spacciandosi per Moussa Faki (numero uno della commissione dell’Unione africana), esattamente com’è accaduto a Recep Tayyip Erdogan e Boris Johnson. E ha messo di cattivo umore anche qualche alleato in maggioranza, come il ministro degli Esteri Antonio Tajani che sottolinea: «C’è stata superficialità in chi ha organizzato la telefonata, e questo non deve più accadere». Sulla sceneggiata Lilli Gruber ha imbastito l’immancabile puntata di Otto e mezzo con Aleksei Stolyarov, uno dei comici felice del bagno di popolarità italiana. Restio a rivelare i dettagli dell’impresa, ha ricordato di aver già gabbato Jens Stoltenberg e Federica Mogherini. A Fanpage, lo stesso Lexus aveva spiegato: «La nostra arma, anche con Meloni, è stata la vanità dei vostri politici». Col premier, però, si è instaurata una certa «empatia. Aveva voglia di parlare, di confrontarsi. Di chiedere oltre che dichiarare. Una persona piena di emozioni. Cosa non comune, quando giochiamo con personaggi di spicco della politica». Nessun attrito governativo sui contenuti della conversazione con i due burloni, visto che Meloni ha descritto con trasparenza uno scenario realistico della situazione. Lo stesso Tajani commenta: «Le sue parole sono un chiaro segnale di conferma della linea politica del nostro Paese. Noi siamo dalla parte dell’Ucraina». Sintesi: se la chiamata era finta, le risposte erano vere e coerenti. Proprio le frasi della premier («C’è molta stanchezza da tutte le parti», «Serve una via d’uscita accettabile senza distruggere la legge internazionale») portano alla luce il tema chiave del momento: nessuno sembra più disposto a svenarsi per Kiev. A cominciare dagli Stati Uniti, dove il consenso per l’invio delle armi agli ucraini è sceso dal 65% al 41% (sondaggio Reuters). Meloni ha messo il dito nella piaga e il primo a capire che il vento sta cambiando è proprio Volodymyr Zelensky che alla rivista americana Time ha detto: «Nessuno crede più alla nostra vittoria come ci credo io. Nessuno». Il magazine descrive il presidente come «sconfortato perché l’appoggio occidentale vacilla», «non fa più battute per stemperare la tensione nelle riunioni operative», «in lui è sparito l’ottimismo di sempre». A raccontarlo è Simon Shuster, inviato che 20 mesi fa dipinse dal palazzo presidenziale di Kiev il leader in mimetica come un nuovo Winston Churchill e oggi lo vede assediato e triste, praticamente nel bunker in preda ai fantasmi. Poco considerato dagli alleati distratti, mentre la guerra si è impantanata di nuovo nell’inverno napoleonico. Lo scenario è cambiato, la controffensiva langue, sembra passato un secolo dal treno con Emmanuel Macron, Olaf Scholz, Mario Draghi (in Occidente le foto iconiche un tanto al chilo spopolano sempre). E i tank russi non si muovono di lì. Time scrive che Zelensky «è depresso, arrabbiato con gli alleati perché si sente tradito». Citando un consigliere, Shuster scrive che «Zelensky ha una convinzione messianica nella vittoria, si illude. Non stiamo vincendo ma dirglielo è impossibile». Se la situazione psicologica è questa, la «stanchezza di tutti» evocata da Giorgia Meloni è realistica. Lo stesso Zelensky ammette: «La cosa più spaventosa è che una parte del mondo si è abituata alla guerra in Ucraina. La stanchezza scorre come un’onda, la vedi negli Stati Uniti e in Europa. E vediamo che non appena iniziano a stancarsi un po’, diventa come uno spettacolo». Lui di teatro se ne intende e chiude stancamente: «Come se dicessero tutti assieme, non posso guardare questa replica per la decima volta». Il reportage è crepuscolare e illuminante, tocca con mano una realtà confermata dall’andamento della guerra stessa. Valery Zaluzhny, comandante in capo delle forze ucraine, ha rivelato all’Economist che «il conflitto sta diventando una guerra di posizione, di combattimento statico e di logoramento come accadde nella prima guerra mondiale. Niente più movimento e velocità. Ciò andrà a beneficio della Russia, permettendole di ricostruire la sua potenza militare, minacciando infine le forze armate ucraine e lo Stato stesso».Mentre dalle parti di Kiev si parla di guerra vera, a Mosca continua quella della propaganda. E le parole di Giorgia Meloni («Gli ucraini stanno facendo ciò che devono e noi li stiamo aiutando»), distorte secondo le vecchie regole del Kgb, diventano un tema di polemica spicciola. Maria Zahkarova, portavoce del ministero degli Esteri, critica la premier italiana per non aver condannato il nazionalismo ucraino. «Sarebbe pronta a glorificare Achille Starace o Alessandro Pavolini?», si domanda Zahkarova con un’invettiva fuori contesto e fuori dal tempo. Dimentica il recente abbraccio del Cremlino ad Hamas. E curiosamente tralascia di ricordare che la punta di diamante dell’esercito russo era la brigata Wagner. Chiamata così non certo perché composta da amanti di lirica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-mi-stanno-mollando-2666135387.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-rispolvera-la-minaccia-atomica-cancellato-il-divieto-di-test-nucleari" data-post-id="2666135387" data-published-at="1698964313" data-use-pagination="False"> Putin rispolvera la minaccia atomica. Cancellato il divieto di test nucleari Nel momento in cui l’asse del conflitto globale si è spostato dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, Vladimir Putin torna a far discutere e a mettere paura all’Occidente. Ieri, infatti, lo zar ha firmato il decreto di uscita della Russia dal Trattato per la messa al bando degli esperimenti nucleari (Ctbt). Non si tratta, peraltro, di un fulmine a ciel sereno: già a fine ottobre la Duma, la Camera bassa, aveva annunciato la ratifica della decisione presa dal Cremlino. Il trattato Ctbt, che ha avuto una gestazione di tre anni nell’ambito della Conferenza del disarmo, era stato adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 settembre 1996. Tuttavia, non è mai entrato in vigore. Il motivo? Molte nazioni non lo hanno ratificato, rendendo impossibile raggiungere il quorum previsto dal trattato stesso. Tra i Paesi che hanno firmato l’accordo senza ratificarlo, ci sono anche gli Stati Uniti d’America (la Russia, al contrario, lo ha sia firmato che ratificato). Non a caso, sono stati proprio i tentennamenti di Washington che hanno spinto Putin ad abbandonare il trattato. Il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, ha dichiarato che la decisione è «la chiara risposta a un atteggiamento odioso da parte degli Stati Uniti» per quel che riguarda la sicurezza globale. Putin, però, ha voluto far intendere che il provvedimento di Mosca non avrà effetti immediati: «Non posso dire ora se riprenderemo i test», ha affermato lo zar a proposito dello sviluppo di progetti su nuovi missili in grado di trasportare testate nucleari. In ogni caso, è da specificare che la dottrina russa prevede che l’uso di armi atomiche sia «strettamente difensivo». In sostanza, solo in caso di attacco alla Russia con armi di distruzione di massa o, in alternativa, in presenza di aggressioni con armi convenzionali «che minacciano l’esistenza stessa dello Stato». Con questa mossa del Cremlino, quindi, proseguono le tensioni tra Russia e Stati Uniti, che si sono acuite con l’invasione dell’Ucraina. Sempre in tema di armi nucleari, del resto, lo scorso febbraio Putin aveva annunciato la sospensione del trattato Start (Strategic arms reduction treaty), siglato per la prima volta nel 1991, al termine della guerra fredda, e poi rivisto nel 2010 (nella versione cosiddetta New Start). Questo accordo bilaterale prevedeva una riduzione del 60% nel numero di testate nucleari in dotazione a Stati Uniti e Federazione russa (che da sole posseggono il 90% delle armi nucleari a livello mondiale). La decisione dello zar si era resa necessaria a causa delle reciproche ispezioni previste dal trattato. Un’eventualità (ispettori statunitensi in visita in Russia) che, in tempo di guerra in Ucraina, Putin aveva definito «assurda». Se Mosca si riarma, anche Washington non è da meno. Solo pochi giorni fa, in effetti, il Dipartimento della difesa americano (Dod) ha annunciato di voler far approvare al Congresso la produzione di una nuova bomba nucleare. Si tratta, nello specifico, della B61-13. Un ordigno che avrà la potenza di 350 chilotoni: in pratica, sarà 24 volte più devastante di «Little Boy», la bomba che fu sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945, la quale conteneva circa 15 chilotoni. In proposito, il presidente del Comitato per le forze armate della Camera, Mike Rogers, e il senatore Roger Wicker hanno affermato che «Cina e Russia si stanno riarmando e gli Stati Uniti devono rimanere al passo. Per affrontare questa minaccia, è necessaria una trasformazione radicale del nostro atteggiamento deterrente».
Ansa
Così intesa, essa non è un corpo estraneo alla Costituzione, bensì una conseguenza della legalità costituzionale, perché nessun ordinamento serio può riconoscere diritti, doveri, confini, cittadinanza e sicurezza pubblica, per poi rinunciare ad applicare le regole che distinguono chi ha titolo a restare da chi quel titolo non possiede. La Repubblica, infatti, non è un corridoio geografico affidato alla forza dei fatti, né una struttura amministrativa incaricata di registrare passivamente qualunque ingresso. È una comunità politica ordinata, chiamata a custodire il bene comune, la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela del lavoro e l’effettività della legge. L’art. 10 della Costituzione vigente affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero in conformità alle norme internazionali e ai trattati e, proprio questa previsione, esclude l’idea di un diritto assoluto, illimitato e incondizionato alla permanenza. Chi ha diritto alla protezione va protetto. Chi soggiorna regolarmente va garantito. Chi non ha titolo, salvo impedimenti individualmente accertati, deve essere rimpatriato.
Il dovere costituzionale della remigrazione nasce, dunque, da questa distinzione elementare, che è insieme giuridica e morale: la persona va sempre rispettata, ma l’irregolarità non va premiata. La dignità umana, del resto, non autorizza lo Stato a trattare gli stranieri come massa indistinta, non consente espulsioni collettive, non permette automatismi ciechi e non legittima rinvii verso scenari di persecuzione o degradazione. Essa, tuttavia, non trasforma ogni presenza irregolare in diritto acquisito, né impone che l’inefficienza dell’amministrazione diventi una sanatoria permanente di fatto. Dopo il vaglio delle condizioni personali, delle eventuali ragioni di protezione, dei legami familiari giuridicamente rilevanti e dei limiti derivanti dal diritto internazionale, la decisione di rimpatrio non è disumanità: è applicazione della legge.
L’accusa di discriminazione, pertanto, non regge se la remigrazione resta ancorata al titolo giuridico e non all’origine della persona. La discriminazione, semmai, nasce quando il trattamento differenziato dipende da razza, etnia, religione o appartenenza culturale. Qui il criterio è altro: esiste o non esiste un titolo valido di ingresso o soggiorno. Lo Stato costituzionale non giudica ciò che una persona è, giudica la sua posizione dinanzi alla legge. Ed è proprio questa neutralità del criterio giuridico a impedire che il discorso venga deformato in chiave ideologica.
Neppure convince l’obiezione economica secondo cui l’immigrazione irregolare sarebbe necessaria ad alcuni settori produttivi. Uno Stato degno di questo nome non fonda la propria economia sulla presenza di persone fragili, ricattabili e collocate ai margini della legalità. Lavoro povero, concorrenza salariale al ribasso, sfruttamento e insicurezza sociale non sono argomenti contro la remigrazione, sono argomenti a favore di una politica seria degli ingressi, capace di programmare, selezionare, integrare e rimpatriare. La vera integrazione, infatti, nasce dall’ordine, non dal caos. Si integra chi entra secondo legge, chi accetta le regole della comunità ospitante, chi partecipa al bene comune e chi non pretende di imporre allo Stato il fatto compiuto della propria presenza. Dove tutto diventa permanenza tollerata, nulla è davvero integrato, perché la comunità perde la capacità di dire chi appartiene giuridicamente al proprio ordine e a quali condizioni.
Per questo la remigrazione, depurata da ogni abuso e ricondotta al suo significato costituzionale, è un dovere della Repubblica: accogliere chi ha diritto, proteggere chi fugge da persecuzioni reali, integrare chi soggiorna legittimamente e rimpatriare chi non può restare. Uno Stato che non distingue abdica. Uno Stato che non controlla subisce. Uno Stato che non rimpatria chi è privo di titolo insegna che la legge vale solo per chi la rispetta. E questa non è umanità giuridica: è ingiustizia verso i cittadini, verso gli stranieri regolari e verso la stessa Costituzione.
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Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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