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2021-01-17
«Zegna scommette su tessuti e comfort»
Alessandro Sartori (Ansa)
Il motto di Gildo Zegna è: «Il 2021 non sarà peggio del 2020. È il momento di guardare le cose in modo positivo». Una sferzata d'ottimismo che arriva dal nipote del fondatore e ad di Ermenegildo Zegna, azienda con 110 anni di storia, primo polo del tessile del lusso che rappresenta al meglio il Paese. «Eravamo partiti a marzo senza sapere come sarebbe andata e invece abbiamo finito l'anno meglio di come si pensava e soprattutto più leggeri e più veloci, pronti per il riscatto. Abbiamo resistito, fatto tante cose nuove, un cambio di business model epocale».
Un progetto che continua con un grande cambiamento che porta la firma di Alessandro Sartori, direttore artistico di Zegna dal 2016. E che al futuro guarda da sempre, spesso anticipando i tempi sia nelle collezioni sia nel modo di presentarle passando per quello che è ormai il credo dell'azienda: la sostenibilità. Con un video di 12 minuti (in streaming sul sito del gruppo) ha spiegato la sua idea di moda, quel concetto innovativo che tramuta il digitale in qualcosa di coinvolgente. «Non abbandoneremo il digitale anche quando le cose saranno a posto», spiega Sartori, «Oggi c'è la possibilità di raccontare una storia come se fosse un film, anzi, un fashion film. La narrativa parte dal contenuto e dalla visione dove l'outdoor e l'indoor si uniscono e decretano una nuova estetica. Nell'armadio vediamo un sacco di cose che non riusciamo più a mettere. Non solo perché non ci sono occasioni ma per come è cambiato il nostro modo di approcciare i vestiti. Per esempio, ho un sacco di camicie classiche e non so più cosa farmene ma mi servono dei sottogiacca leggerissimi e non ne ho a sufficienza. Mi servirebbero delle giacche che siano anche camicie ma ne ho una sola». Il film - perché di questo si tratta davvero - girato a Milano è la dimostrazione di come la moda abbia svoltato verso nuovi orizzonti anche in fatto di prodotto grazie alla creatività di Sartori.
Lei è nella moda da sempre. Una vera passione?
«È stato facile fare questa scelta perché mia mamma aveva una sartoria a Biella. Per me era naturale, fin da piccolo, entrare in questo luogo dove lavoravano tante donne. Andavo con mia madre per lanifici in cerca di tessuti e mano a mano mi sono sempre più appassionato. Non mi sono mai posto la domanda su cosa fare, lo sapevo già. Sono innamorato di questo lavoro: ho iniziato con il liceo a indirizzo tessile a Biella, poi la Marangoni a Milano e ho cominciato a lavorare nella moda con gli stage: a 15 anni in un lanificio, a 17 in una piccola azienda, a 18 in una fabbrica. Conosco questo mondo dal filo alla storia del costume, ho un archivio di almeno 3.000 capi perché questa è la mia vita».
Come vive questo particolare momento?
«Con grande riflessione, guardo all'estetica che parte da un concetto totalmente nuovo. L'ho chiamato “zoomwear" e in effetti è il modo di vestirsi indoor, outdooor e ovunque. Siamo vestiti così, liberi di rappresentare noi stessi. Una libertà mentale che manterremo anche dopo. Quindi nuove forme, capi ibridi, multifunzionali, materiali moderni, comfort ovunque mantenendo l'eleganza, l'attitudine e la silhouette con molta maglieria, molto jersey».
Lei ha precorso i tempi in questo senso.
«C'era già un'impronta di libertà. Mi sono sempre sentito così, poi certe cose escono a seconda dell'aria che respiri. La sfilata alla Bicocca di quattro anni fa lavorava su alcuni di questi elementi. Oggi, in una casa dove ormai si condivide tutto anche un capo che va bene a lui lo posso usare io. Quando compro un prodotto devo essere certo che durerà, la qualità è importantissima, non lo butto fra sei mesi, se non lo usi tu lo uso io e lo prestiamo a lei. Capi eterni, da tramandare e collezionare».
Cosa c'è di diverso in questa collezione?
«Le costruzioni sono fatte dal tessuto che sta al centro della nuova estetica. Molte le forme svuotate, non ci sono fodere né spalline. A prescindere dai tanti pesi diversi e dal tipo di prodotto, tutto è declinato in un unico materiale che sembra un panno o una flanella ma si tratta di un'unica storia: jersey di cashmere infeltrito e totalmente elastico pur non avendo all'interno nemmeno l'1% di nylon, parliamo di 100% cashmere. Per me è facile avendo la possibilità di lavorare con Dondi, uno dei lanifici di Zegna, che è geniale. Questo è il materiale che scorre in tutta la collezione. Un guardaroba modulare basato su questo tessuto in tutti i prodotti, maglie, giacche, giacche tailoring e jogger, l'evoluzione del pantalone sportivo. Vige un totale concetto di fluidità, totale assenza degli interni. Abbiamo privilegiato gli uniti e lavorato i disegni classici su macchine jaquard per distorcerli, modernizzarli, evolverli. Pochi pezzi molto ingegnerizzati, oversize, con vecchie tecniche sartoriali».
Capi che indosserebbe anche una donna.
«Lo stesso identico capo lo offriremo anche alle donne. Non entriamo nel womenswear ma la collezione si adatta molto a portare alcuni capi del guardaroba maschile in quello femminile. In negozio ci saranno taglie piccole e se non si trova quella che si cerca si può far confezionare il capo su misura, che arriva in tre-quattro settimane di lavorazione. Un servizio ulteriore che si aggancia a questa collezione».
Il nome, (Re)set, ha davvero resettato tutto?
«Reset è il modo in cui uso le mie conoscenze ma non resto ancorato a quello che ho fatto un minuto prima e cerco di fare il nuovo. Un reset estetico ma con tutta la mia conoscenza. Riparto con quello che serve oggi, con una mentalità nuova e resetto il lato estetico ritarandolo su nuove esigenze. E bisogna leggere anche il sotto titolo (Re)Tailoring The Modern Man. E tutto si spiega».
Brett Johnson

La collezione di Brett Johnson conferma, ancora una volta, l'ispirazione: l'esperienza personale del designer durante il lungo soggiorno a casa dovuto alla pandemia.
L'equilibrio tra la necessità di lavorare da casa e di dover riorganizzare tutte le proprie abitudini quotidiane è stato lo spunto per disegnare una eleganza raffinata e sofisticata abbinata un comfort domestico più casual e rilassato.
«I materiali infondono in ogni capo un profondo senso di calore emotivo e connessione tattile, come a contrastare ogni sensazione di isolamento e distacco dei mesi passati», spiega lo stilista. Cashmere, cashmere suede, pelle di vitello, seta waterproof, cotone sea island, jersey di cotone / cashmere e jersey piqué seta e cotone per capi particolarmente lussuosi.
Il lancio di questa collezione segna anche l'aggiunta di Saks Fifth Avenue www.saks.com come partner esclusivo per il Nord America. Un nuovo tassello strategico nel percorso di crescitainternazionale del marchio che conta già un elenco di importanti rivenditori mondiali quali Bobochka (San Pietroburgo), Trois Pommes (Saint Moritz, Gstaad, Zurigo) e Giò Moretti (Milano).
Carlo Pignatelli

Da una parte la torinese (come azienda) Carlo Pignatelli, da oltre 50 anni sinonimo di alta sartorialità maschile (350 punti vendita, 20 milioni di fatturato nel 2019).
Dall'altro la spagnola Pronovias, colosso del bridal, nato nel 1965 e acquisito dalla società di private equity BC Partners nel luglio 2017, il leader globale nel settore della sposa, con un portafoglio unico di marchi che annoverano Pronovias, House of St Patrick, White One, Nicole Milano e Lady Bird, distribuito in più di 4000 punti vendita in 105 paesi, con 102 boutique nelle capitali della moda come New York, Londra, Milano, Parigi e Shanghai. Hanno annunciato il loro "matrimonio" ed è già nato Carlo Pignatelli for Pronovias: 45 modelli realizzati sotto la direzione creativa di Carlo Pignatelli per il marchio di abiti da sposa di lusso, al debutto in marzo 2021 e in vendita dall'estate.
«La collezione sposo rappresenterà una nuova proposta: un uomo romantico nell'aspetto ma contemporaneo nelle linee, con colori completamente rinnovati, che vanno dai toni pastello chiari, fino ai blu e ai bordeaux. Abbiamo pensato ad un uomo internazionale e ad una proposta a tutto tondo: abiti, camice e accessori con cravatte, foulard, pochette, gemelli da polso… Ci saranno anche smoking, ormai sdoganato anche all'interno del matrimonio», ha spiegato Carlo Pignatelli presidente e designer della Maison italiana.
La nuova collezione sarà distribuita attraverso la rete di flagship store di entrambi i brand, oltre che tramite una selezione di rivenditori multimarca, concentrandosi nel primo biennio sul mercato europeo, per poi proseguire su Stati Uniti e Asia. Il Gruppo Pronovias prevede un potenziale di distribuzione positivo, visto che molti negozi di abiti da sposa vendono anche l'abito da sposo (2/3 della distribuzione in Italia ad esempio).
«Pronovias è leader di mercato nel 95% dei Paesi Europei, con oltre 650 punti vendita solo in Italia ma non abbiamo expertise nel menswear: è la prima volta, in 50 anni, che lanciamo una linea maschile. Per farlo volevamo un partner d'eccellenza del settore, che ne capisse davvero le dinamiche e i trend. Pignatelli è presente in Europa in 450 punti vendita, dal punto di vista maschile è leader sia in termini di venduto che di proposta. Questo matrimonio parte con un accordo decennale, ma speriamo sarà un'unione anche di più lunga data», ha spiegato
Amandine Ohayon, CEO di Pronovias Group.
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Il direttore artistico del marchio: «Nella nuova collezione capi ibridi, adatti sia alla casa sia all'esterno, in cashmere al 100%. Oggi i vestiti devono durare. Le linee vanno bene pure per le donne, a cui offriamo il servizio di confezionamento su misura».Brett Johnson crea capi che infondano «un profondo senso di calore emotivo e connessione tattile».Carlo Pignatelli presenta lo sposo del futuro e stringe una partnership con Pronovias.Lo speciale contiene tre articoli.Il motto di Gildo Zegna è: «Il 2021 non sarà peggio del 2020. È il momento di guardare le cose in modo positivo». Una sferzata d'ottimismo che arriva dal nipote del fondatore e ad di Ermenegildo Zegna, azienda con 110 anni di storia, primo polo del tessile del lusso che rappresenta al meglio il Paese. «Eravamo partiti a marzo senza sapere come sarebbe andata e invece abbiamo finito l'anno meglio di come si pensava e soprattutto più leggeri e più veloci, pronti per il riscatto. Abbiamo resistito, fatto tante cose nuove, un cambio di business model epocale». Un progetto che continua con un grande cambiamento che porta la firma di Alessandro Sartori, direttore artistico di Zegna dal 2016. E che al futuro guarda da sempre, spesso anticipando i tempi sia nelle collezioni sia nel modo di presentarle passando per quello che è ormai il credo dell'azienda: la sostenibilità. Con un video di 12 minuti (in streaming sul sito del gruppo) ha spiegato la sua idea di moda, quel concetto innovativo che tramuta il digitale in qualcosa di coinvolgente. «Non abbandoneremo il digitale anche quando le cose saranno a posto», spiega Sartori, «Oggi c'è la possibilità di raccontare una storia come se fosse un film, anzi, un fashion film. La narrativa parte dal contenuto e dalla visione dove l'outdoor e l'indoor si uniscono e decretano una nuova estetica. Nell'armadio vediamo un sacco di cose che non riusciamo più a mettere. Non solo perché non ci sono occasioni ma per come è cambiato il nostro modo di approcciare i vestiti. Per esempio, ho un sacco di camicie classiche e non so più cosa farmene ma mi servono dei sottogiacca leggerissimi e non ne ho a sufficienza. Mi servirebbero delle giacche che siano anche camicie ma ne ho una sola». Il film - perché di questo si tratta davvero - girato a Milano è la dimostrazione di come la moda abbia svoltato verso nuovi orizzonti anche in fatto di prodotto grazie alla creatività di Sartori. Lei è nella moda da sempre. Una vera passione?«È stato facile fare questa scelta perché mia mamma aveva una sartoria a Biella. Per me era naturale, fin da piccolo, entrare in questo luogo dove lavoravano tante donne. Andavo con mia madre per lanifici in cerca di tessuti e mano a mano mi sono sempre più appassionato. Non mi sono mai posto la domanda su cosa fare, lo sapevo già. Sono innamorato di questo lavoro: ho iniziato con il liceo a indirizzo tessile a Biella, poi la Marangoni a Milano e ho cominciato a lavorare nella moda con gli stage: a 15 anni in un lanificio, a 17 in una piccola azienda, a 18 in una fabbrica. Conosco questo mondo dal filo alla storia del costume, ho un archivio di almeno 3.000 capi perché questa è la mia vita». Come vive questo particolare momento? «Con grande riflessione, guardo all'estetica che parte da un concetto totalmente nuovo. L'ho chiamato “zoomwear" e in effetti è il modo di vestirsi indoor, outdooor e ovunque. Siamo vestiti così, liberi di rappresentare noi stessi. Una libertà mentale che manterremo anche dopo. Quindi nuove forme, capi ibridi, multifunzionali, materiali moderni, comfort ovunque mantenendo l'eleganza, l'attitudine e la silhouette con molta maglieria, molto jersey». Lei ha precorso i tempi in questo senso.«C'era già un'impronta di libertà. Mi sono sempre sentito così, poi certe cose escono a seconda dell'aria che respiri. La sfilata alla Bicocca di quattro anni fa lavorava su alcuni di questi elementi. Oggi, in una casa dove ormai si condivide tutto anche un capo che va bene a lui lo posso usare io. Quando compro un prodotto devo essere certo che durerà, la qualità è importantissima, non lo butto fra sei mesi, se non lo usi tu lo uso io e lo prestiamo a lei. Capi eterni, da tramandare e collezionare». Cosa c'è di diverso in questa collezione?«Le costruzioni sono fatte dal tessuto che sta al centro della nuova estetica. Molte le forme svuotate, non ci sono fodere né spalline. A prescindere dai tanti pesi diversi e dal tipo di prodotto, tutto è declinato in un unico materiale che sembra un panno o una flanella ma si tratta di un'unica storia: jersey di cashmere infeltrito e totalmente elastico pur non avendo all'interno nemmeno l'1% di nylon, parliamo di 100% cashmere. Per me è facile avendo la possibilità di lavorare con Dondi, uno dei lanifici di Zegna, che è geniale. Questo è il materiale che scorre in tutta la collezione. Un guardaroba modulare basato su questo tessuto in tutti i prodotti, maglie, giacche, giacche tailoring e jogger, l'evoluzione del pantalone sportivo. Vige un totale concetto di fluidità, totale assenza degli interni. Abbiamo privilegiato gli uniti e lavorato i disegni classici su macchine jaquard per distorcerli, modernizzarli, evolverli. Pochi pezzi molto ingegnerizzati, oversize, con vecchie tecniche sartoriali». Capi che indosserebbe anche una donna. «Lo stesso identico capo lo offriremo anche alle donne. Non entriamo nel womenswear ma la collezione si adatta molto a portare alcuni capi del guardaroba maschile in quello femminile. In negozio ci saranno taglie piccole e se non si trova quella che si cerca si può far confezionare il capo su misura, che arriva in tre-quattro settimane di lavorazione. Un servizio ulteriore che si aggancia a questa collezione». Il nome, (Re)set, ha davvero resettato tutto?«Reset è il modo in cui uso le mie conoscenze ma non resto ancorato a quello che ho fatto un minuto prima e cerco di fare il nuovo. Un reset estetico ma con tutta la mia conoscenza. Riparto con quello che serve oggi, con una mentalità nuova e resetto il lato estetico ritarandolo su nuove esigenze. E bisogna leggere anche il sotto titolo (Re)Tailoring The Modern Man. E tutto si spiega».<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/zegna-scommette-su-tessuti-e-comfort-2649962984.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="brett-johnson" data-post-id="2649962984" data-published-at="1610829614" data-use-pagination="False"> Brett Johnson La collezione di Brett Johnson conferma, ancora una volta, l'ispirazione: l'esperienza personale del designer durante il lungo soggiorno a casa dovuto alla pandemia.L'equilibrio tra la necessità di lavorare da casa e di dover riorganizzare tutte le proprie abitudini quotidiane è stato lo spunto per disegnare una eleganza raffinata e sofisticata abbinata un comfort domestico più casual e rilassato. «I materiali infondono in ogni capo un profondo senso di calore emotivo e connessione tattile, come a contrastare ogni sensazione di isolamento e distacco dei mesi passati», spiega lo stilista. Cashmere, cashmere suede, pelle di vitello, seta waterproof, cotone sea island, jersey di cotone / cashmere e jersey piqué seta e cotone per capi particolarmente lussuosi.Il lancio di questa collezione segna anche l'aggiunta di Saks Fifth Avenue www.saks.com come partner esclusivo per il Nord America. Un nuovo tassello strategico nel percorso di crescitainternazionale del marchio che conta già un elenco di importanti rivenditori mondiali quali Bobochka (San Pietroburgo), Trois Pommes (Saint Moritz, Gstaad, Zurigo) e Giò Moretti (Milano). <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/zegna-scommette-su-tessuti-e-comfort-2649962984.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="carlo-pignatelli" data-post-id="2649962984" data-published-at="1610829614" data-use-pagination="False"> Carlo Pignatelli Da una parte la torinese (come azienda) Carlo Pignatelli, da oltre 50 anni sinonimo di alta sartorialità maschile (350 punti vendita, 20 milioni di fatturato nel 2019).Dall'altro la spagnola Pronovias, colosso del bridal, nato nel 1965 e acquisito dalla società di private equity BC Partners nel luglio 2017, il leader globale nel settore della sposa, con un portafoglio unico di marchi che annoverano Pronovias, House of St Patrick, White One, Nicole Milano e Lady Bird, distribuito in più di 4000 punti vendita in 105 paesi, con 102 boutique nelle capitali della moda come New York, Londra, Milano, Parigi e Shanghai. Hanno annunciato il loro "matrimonio" ed è già nato Carlo Pignatelli for Pronovias: 45 modelli realizzati sotto la direzione creativa di Carlo Pignatelli per il marchio di abiti da sposa di lusso, al debutto in marzo 2021 e in vendita dall'estate.«La collezione sposo rappresenterà una nuova proposta: un uomo romantico nell'aspetto ma contemporaneo nelle linee, con colori completamente rinnovati, che vanno dai toni pastello chiari, fino ai blu e ai bordeaux. Abbiamo pensato ad un uomo internazionale e ad una proposta a tutto tondo: abiti, camice e accessori con cravatte, foulard, pochette, gemelli da polso… Ci saranno anche smoking, ormai sdoganato anche all'interno del matrimonio», ha spiegato Carlo Pignatelli presidente e designer della Maison italiana.La nuova collezione sarà distribuita attraverso la rete di flagship store di entrambi i brand, oltre che tramite una selezione di rivenditori multimarca, concentrandosi nel primo biennio sul mercato europeo, per poi proseguire su Stati Uniti e Asia. Il Gruppo Pronovias prevede un potenziale di distribuzione positivo, visto che molti negozi di abiti da sposa vendono anche l'abito da sposo (2/3 della distribuzione in Italia ad esempio).«Pronovias è leader di mercato nel 95% dei Paesi Europei, con oltre 650 punti vendita solo in Italia ma non abbiamo expertise nel menswear: è la prima volta, in 50 anni, che lanciamo una linea maschile. Per farlo volevamo un partner d'eccellenza del settore, che ne capisse davvero le dinamiche e i trend. Pignatelli è presente in Europa in 450 punti vendita, dal punto di vista maschile è leader sia in termini di venduto che di proposta. Questo matrimonio parte con un accordo decennale, ma speriamo sarà un'unione anche di più lunga data», ha spiegato Amandine Ohayon, CEO di Pronovias Group.
Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 maggio con Carlo Cambi
Lo scontro nello Stretto di Hormuz entra in una fase sempre più critica, tra attacchi, incidenti in mare e dichiarazioni contrapposte che rendono il quadro estremamente instabile. Nelle ultime ore, il corridoio strategico per il traffico energetico globale è tornato al centro di un’escalation che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti, con effetti su tutta la regione del Golfo. I primi segnali arrivano dal fronte asiatico. La Corea del Sud ha annunciato verifiche su un possibile attacco contro una nave battente bandiera sudcoreana nello stretto. Secondo l’agenzia Yonhap, non ci sarebbero vittime, ma restano da accertare danni e responsabilità.
Teheran ha poi dichiarato di aver esploso «colpi di avvertimento» contro unità militari statunitensi che si sarebbero avvicinate senza rispondere agli avvisi radio. La televisione di Stato iraniana parla di missili da crociera e droni impiegati per intimidire i cacciatorpediniere americani. In precedenza, l’agenzia Fars aveva sostenuto che una fregata Usa fosse stata colpita da due missili, notizia poi smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti. Sul fronte iraniano, il tono si è ulteriormente alzato anche sul piano retorico. Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie ha dichiarato che «stasera si aprirà un nuovo capitolo di potere, uno che i nemici non hanno mai visto prima», mentre i vertici militari continuano a rivendicare il controllo dell’area.
Washington, dal canto suo, rivendica il controllo della situazione. Il Centcom ha annunciato che due navi mercantili statunitensi hanno attraversato lo Stretto sotto scorta militare nell’ambito dell’operazione «Project Freedom», parlando di «libertà di navigazione ristabilita». Il segretario all’Economia, Scott Bessent, lo ha detto in maniera ancora più chiara: «Abbiamo il completo controllo di «Hormuz». Teheran ha però smentito, affermando che «nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». A rafforzare la linea americana è intervenuto Donald Trump. Il presidente ha minacciato che, in caso di attacchi contro le navi americane impegnate a scortare il traffico commerciale, l’Iran verrebbe «cancellato dalla faccia della Terra», secondo quanto riportato da Fox News. Allo stesso tempo, Trump ha indicato un possibile spiraglio negoziale, affermando che Teheran sarebbe oggi «più malleabile» nelle trattative grazie alla pressione esercitata da Washington. Alla dichiarazione ha risposto l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai pasdaran, sostenendo che Trump «bluffa» e parlando di «nuovo bluff» del presidente americano. La stessa agenzia ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe già «aperto il fuoco contro navi da guerra americane nella regione», alimentando ulteriormente la guerra di narrazioni. Il regime ha inoltre affermato, per bocca del comandante in capo dell’esercito Amir Hatami, che la sicurezza dello Stretto è la sua linea rossa.
Attenzione a quello che si muove sul fronte politico interno statunitense. Un gruppo ristretto di senatori repubblicani sta lavorando a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da attivare nel caso di una ripresa delle ostilità. La proposta potrebbe essere esaminata con procedura accelerata grazie al War Powers Act, consentendo un rapido voto al Senato. Il testo allo studio prevederebbe limiti all’impiego di truppe di terra e una durata definita del conflitto. Le mosse politiche si inseriscono in un contesto operativo sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti ammesso di aver modificato le regole d’ingaggio, autorizzando attacchi preventivi contro minacce imminenti, incluse le imbarcazioni veloci dei pasdaran e le postazioni missilistiche iraniane. Secondo fonti militari americane, sei piccole imbarcazioni iraniane sono state neutralizzate mentre cercavano di interferire con la navigazione commerciale, e sono stati intercettati missili e droni lanciati da Teheran. L’inasprimento dello scontro ha avuto effetti immediati anche su Israele. Un funzionario militare ha riferito che lo Stato ebraico è entrato in «stato di massima allerta» proprio dopo l’intercettazione dei vettori iraniani da parte degli Stati Uniti. «L’esercito israeliano sta monitorando attentamente la situazione e rimane in stato di massima allerta», ha spiegato la fonte, segnalando il timore di un allargamento del conflitto. Teheran, dal canto suo, continua a rilanciare sul piano comunicativo. I media statali hanno diffuso una mappa che attribuirebbe all’Iran il controllo di fatto dell’intero Stretto, estendendo simbolicamente la propria influenza fino alle coste emiratine. Una rappresentazione più politica che militare, accompagnata dall’ipotesi di consentire il transito alle navi non legate a Stati Uniti o Israele previo pagamento di un pedaggio. Intanto proseguono i contatti diplomatici con l’Oman per definire un protocollo di sicurezza marittima, ma le posizioni restano distanti. Teheran accusa Washington di avanzare richieste «massimaliste», mentre gli Stati Uniti insistono su una strategia di pressione. Sul terreno si registrano nuovi episodi. In Oman, a Bukha, un edificio residenziale è stato colpito in circostanze ancora da chiarire, causando due feriti. Nelle stesse ore, una nave mercantile è stata fermata dalle autorità iraniane per un controllo, mentre una petroliera ha segnalato di essere stata colpita al largo di Fujairah. «Ogni centimetro di queste acque è sotto il nostro controllo», ha scritto su X sempre il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami. Una dichiarazione che sintetizza il clima di contrapposizione crescente.
Si ricomincia: altri raid sugli Emirati
Dopo quasi un mese di tregua nei cieli degli Emirati Arabi Uniti, le allerte missilistiche sono scattate di nuovo ieri. Stando a quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, il regime iraniano ha lanciato quattro missili da crociera diretti contro il Paese: tre sono stati intercettati, mentre l’ultimo è precipitato nelle acque del Golfo.
Poco dopo l’annuncio, come riportato dal Khaleej Times, le autorità degli Emirati hanno comunicato lo scoppio di un incendio nell’impianto petrolifero di Fujairah, a seguito di un attacco con droni. Nel raid «tre cittadini indiani hanno riportato ferite di media entità e sono stati trasportati in ospedale per le cure».
Le allerte negli Emirati sono scattate a partire dalle 17.00, con i residenti che hanno ricevuto sui cellulari almeno quattro alert. Come ha mostrato una fonte della Verità presente sul posto, negli avvisi la popolazione è stata invitata «a cercare immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino, tenendosi lontani da finestre, porte e aree aperte». A distanza di dieci minuti dal primo avviso, è arrivato un altro messaggio in cui si comunicava il cessato allarme. Successivamente però sono seguiti altri tre avvisi, a breve distanza l’uno dall’altro. Il ministero della Difesa emiratino ha poi confermato su X che «i rumori uditi in varie parti del Paese sono il risultato dell’intercettazione di missili balistici, missili da crociera e droni da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti». Come rivelato dalla Cnn, Israele avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’intercettazione dei vettori: una fonte ha spiegato che Tel Aviv avrebbe schierato «segretamente» negli Emirati Arabi Uniti un sistema di difesa aerea Iron Dome.
Mentre il Paese non si è fatto cogliere impreparato, sono già state annunciate alcune misure precauzionali. Il ministero dell’Istruzione emiratino ha comunicato che in tutto il Paese sarà introdotta «la didattica a distanza» per tutte le scuole, a partire da oggi fino almeno all’8 maggio. Nel frattempo, i raid iraniani hanno già avuto un impatto diretto sullo spazio aereo. Diversi voli diretti negli Emirati, a Dubai e a Sharjah, sono stati sospesi o dirottati verso Muscat.
Le parole di condanna da parte di Abu Dhabi non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri degli Emirati, tramite una nota su X, ha affermato che «la ripresa degli attacchi da parte della Repubblica Islamica rappresenta una pericolosa escalation, un’azione inaccettabile e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità del Paese». E il Paese del Golfo si è riservato «il pieno e legittimo diritto di risposta alle aggressioni». Stando a quanto riferito da Channel 12, anche un alto funzionario emiratino avrebbe confermato: «Il regime iraniano ha iniziato ad attaccarci, noi reagiremo».
Inizialmente, Teheran ha rispedito le accuse al mittente: una fonte militare del regime ha reso noto all’agenzia Tasnim che l’Iran non ha alcun piano di colpire gli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo, però, sembra che il regime abbia ammesso «l’errore». La televisione iraniana, riportando quanto affermato da un alto funzionario iraniano, ha comunicato che Teheran «non aveva intenzione di colpire gli Emirati Arabi Uniti».
Peraltro, l’agenzia di stampa dell’Oman ha reso noto che a Bukha, vicino allo Stretto di Hormuz, è stato colpito un edificio in cui risiedono gli expat. Nel momento in cui scriviamo, le autorità dell’Oman stanno ancora indagando sull’origine dell’attacco.
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Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal Coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal Coro che con il 6,14% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.
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