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2021-01-17
«Zegna scommette su tessuti e comfort»
Alessandro Sartori (Ansa)
Il motto di Gildo Zegna è: «Il 2021 non sarà peggio del 2020. È il momento di guardare le cose in modo positivo». Una sferzata d'ottimismo che arriva dal nipote del fondatore e ad di Ermenegildo Zegna, azienda con 110 anni di storia, primo polo del tessile del lusso che rappresenta al meglio il Paese. «Eravamo partiti a marzo senza sapere come sarebbe andata e invece abbiamo finito l'anno meglio di come si pensava e soprattutto più leggeri e più veloci, pronti per il riscatto. Abbiamo resistito, fatto tante cose nuove, un cambio di business model epocale».
Un progetto che continua con un grande cambiamento che porta la firma di Alessandro Sartori, direttore artistico di Zegna dal 2016. E che al futuro guarda da sempre, spesso anticipando i tempi sia nelle collezioni sia nel modo di presentarle passando per quello che è ormai il credo dell'azienda: la sostenibilità. Con un video di 12 minuti (in streaming sul sito del gruppo) ha spiegato la sua idea di moda, quel concetto innovativo che tramuta il digitale in qualcosa di coinvolgente. «Non abbandoneremo il digitale anche quando le cose saranno a posto», spiega Sartori, «Oggi c'è la possibilità di raccontare una storia come se fosse un film, anzi, un fashion film. La narrativa parte dal contenuto e dalla visione dove l'outdoor e l'indoor si uniscono e decretano una nuova estetica. Nell'armadio vediamo un sacco di cose che non riusciamo più a mettere. Non solo perché non ci sono occasioni ma per come è cambiato il nostro modo di approcciare i vestiti. Per esempio, ho un sacco di camicie classiche e non so più cosa farmene ma mi servono dei sottogiacca leggerissimi e non ne ho a sufficienza. Mi servirebbero delle giacche che siano anche camicie ma ne ho una sola». Il film - perché di questo si tratta davvero - girato a Milano è la dimostrazione di come la moda abbia svoltato verso nuovi orizzonti anche in fatto di prodotto grazie alla creatività di Sartori.
Lei è nella moda da sempre. Una vera passione?
«È stato facile fare questa scelta perché mia mamma aveva una sartoria a Biella. Per me era naturale, fin da piccolo, entrare in questo luogo dove lavoravano tante donne. Andavo con mia madre per lanifici in cerca di tessuti e mano a mano mi sono sempre più appassionato. Non mi sono mai posto la domanda su cosa fare, lo sapevo già. Sono innamorato di questo lavoro: ho iniziato con il liceo a indirizzo tessile a Biella, poi la Marangoni a Milano e ho cominciato a lavorare nella moda con gli stage: a 15 anni in un lanificio, a 17 in una piccola azienda, a 18 in una fabbrica. Conosco questo mondo dal filo alla storia del costume, ho un archivio di almeno 3.000 capi perché questa è la mia vita».
Come vive questo particolare momento?
«Con grande riflessione, guardo all'estetica che parte da un concetto totalmente nuovo. L'ho chiamato “zoomwear" e in effetti è il modo di vestirsi indoor, outdooor e ovunque. Siamo vestiti così, liberi di rappresentare noi stessi. Una libertà mentale che manterremo anche dopo. Quindi nuove forme, capi ibridi, multifunzionali, materiali moderni, comfort ovunque mantenendo l'eleganza, l'attitudine e la silhouette con molta maglieria, molto jersey».
Lei ha precorso i tempi in questo senso.
«C'era già un'impronta di libertà. Mi sono sempre sentito così, poi certe cose escono a seconda dell'aria che respiri. La sfilata alla Bicocca di quattro anni fa lavorava su alcuni di questi elementi. Oggi, in una casa dove ormai si condivide tutto anche un capo che va bene a lui lo posso usare io. Quando compro un prodotto devo essere certo che durerà, la qualità è importantissima, non lo butto fra sei mesi, se non lo usi tu lo uso io e lo prestiamo a lei. Capi eterni, da tramandare e collezionare».
Cosa c'è di diverso in questa collezione?
«Le costruzioni sono fatte dal tessuto che sta al centro della nuova estetica. Molte le forme svuotate, non ci sono fodere né spalline. A prescindere dai tanti pesi diversi e dal tipo di prodotto, tutto è declinato in un unico materiale che sembra un panno o una flanella ma si tratta di un'unica storia: jersey di cashmere infeltrito e totalmente elastico pur non avendo all'interno nemmeno l'1% di nylon, parliamo di 100% cashmere. Per me è facile avendo la possibilità di lavorare con Dondi, uno dei lanifici di Zegna, che è geniale. Questo è il materiale che scorre in tutta la collezione. Un guardaroba modulare basato su questo tessuto in tutti i prodotti, maglie, giacche, giacche tailoring e jogger, l'evoluzione del pantalone sportivo. Vige un totale concetto di fluidità, totale assenza degli interni. Abbiamo privilegiato gli uniti e lavorato i disegni classici su macchine jaquard per distorcerli, modernizzarli, evolverli. Pochi pezzi molto ingegnerizzati, oversize, con vecchie tecniche sartoriali».
Capi che indosserebbe anche una donna.
«Lo stesso identico capo lo offriremo anche alle donne. Non entriamo nel womenswear ma la collezione si adatta molto a portare alcuni capi del guardaroba maschile in quello femminile. In negozio ci saranno taglie piccole e se non si trova quella che si cerca si può far confezionare il capo su misura, che arriva in tre-quattro settimane di lavorazione. Un servizio ulteriore che si aggancia a questa collezione».
Il nome, (Re)set, ha davvero resettato tutto?
«Reset è il modo in cui uso le mie conoscenze ma non resto ancorato a quello che ho fatto un minuto prima e cerco di fare il nuovo. Un reset estetico ma con tutta la mia conoscenza. Riparto con quello che serve oggi, con una mentalità nuova e resetto il lato estetico ritarandolo su nuove esigenze. E bisogna leggere anche il sotto titolo (Re)Tailoring The Modern Man. E tutto si spiega».
Brett Johnson

La collezione di Brett Johnson conferma, ancora una volta, l'ispirazione: l'esperienza personale del designer durante il lungo soggiorno a casa dovuto alla pandemia.
L'equilibrio tra la necessità di lavorare da casa e di dover riorganizzare tutte le proprie abitudini quotidiane è stato lo spunto per disegnare una eleganza raffinata e sofisticata abbinata un comfort domestico più casual e rilassato.
«I materiali infondono in ogni capo un profondo senso di calore emotivo e connessione tattile, come a contrastare ogni sensazione di isolamento e distacco dei mesi passati», spiega lo stilista. Cashmere, cashmere suede, pelle di vitello, seta waterproof, cotone sea island, jersey di cotone / cashmere e jersey piqué seta e cotone per capi particolarmente lussuosi.
Il lancio di questa collezione segna anche l'aggiunta di Saks Fifth Avenue www.saks.com come partner esclusivo per il Nord America. Un nuovo tassello strategico nel percorso di crescitainternazionale del marchio che conta già un elenco di importanti rivenditori mondiali quali Bobochka (San Pietroburgo), Trois Pommes (Saint Moritz, Gstaad, Zurigo) e Giò Moretti (Milano).
Carlo Pignatelli

Da una parte la torinese (come azienda) Carlo Pignatelli, da oltre 50 anni sinonimo di alta sartorialità maschile (350 punti vendita, 20 milioni di fatturato nel 2019).
Dall'altro la spagnola Pronovias, colosso del bridal, nato nel 1965 e acquisito dalla società di private equity BC Partners nel luglio 2017, il leader globale nel settore della sposa, con un portafoglio unico di marchi che annoverano Pronovias, House of St Patrick, White One, Nicole Milano e Lady Bird, distribuito in più di 4000 punti vendita in 105 paesi, con 102 boutique nelle capitali della moda come New York, Londra, Milano, Parigi e Shanghai. Hanno annunciato il loro "matrimonio" ed è già nato Carlo Pignatelli for Pronovias: 45 modelli realizzati sotto la direzione creativa di Carlo Pignatelli per il marchio di abiti da sposa di lusso, al debutto in marzo 2021 e in vendita dall'estate.
«La collezione sposo rappresenterà una nuova proposta: un uomo romantico nell'aspetto ma contemporaneo nelle linee, con colori completamente rinnovati, che vanno dai toni pastello chiari, fino ai blu e ai bordeaux. Abbiamo pensato ad un uomo internazionale e ad una proposta a tutto tondo: abiti, camice e accessori con cravatte, foulard, pochette, gemelli da polso… Ci saranno anche smoking, ormai sdoganato anche all'interno del matrimonio», ha spiegato Carlo Pignatelli presidente e designer della Maison italiana.
La nuova collezione sarà distribuita attraverso la rete di flagship store di entrambi i brand, oltre che tramite una selezione di rivenditori multimarca, concentrandosi nel primo biennio sul mercato europeo, per poi proseguire su Stati Uniti e Asia. Il Gruppo Pronovias prevede un potenziale di distribuzione positivo, visto che molti negozi di abiti da sposa vendono anche l'abito da sposo (2/3 della distribuzione in Italia ad esempio).
«Pronovias è leader di mercato nel 95% dei Paesi Europei, con oltre 650 punti vendita solo in Italia ma non abbiamo expertise nel menswear: è la prima volta, in 50 anni, che lanciamo una linea maschile. Per farlo volevamo un partner d'eccellenza del settore, che ne capisse davvero le dinamiche e i trend. Pignatelli è presente in Europa in 450 punti vendita, dal punto di vista maschile è leader sia in termini di venduto che di proposta. Questo matrimonio parte con un accordo decennale, ma speriamo sarà un'unione anche di più lunga data», ha spiegato
Amandine Ohayon, CEO di Pronovias Group.
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Il direttore artistico del marchio: «Nella nuova collezione capi ibridi, adatti sia alla casa sia all'esterno, in cashmere al 100%. Oggi i vestiti devono durare. Le linee vanno bene pure per le donne, a cui offriamo il servizio di confezionamento su misura».Brett Johnson crea capi che infondano «un profondo senso di calore emotivo e connessione tattile».Carlo Pignatelli presenta lo sposo del futuro e stringe una partnership con Pronovias.Lo speciale contiene tre articoli.Il motto di Gildo Zegna è: «Il 2021 non sarà peggio del 2020. È il momento di guardare le cose in modo positivo». Una sferzata d'ottimismo che arriva dal nipote del fondatore e ad di Ermenegildo Zegna, azienda con 110 anni di storia, primo polo del tessile del lusso che rappresenta al meglio il Paese. «Eravamo partiti a marzo senza sapere come sarebbe andata e invece abbiamo finito l'anno meglio di come si pensava e soprattutto più leggeri e più veloci, pronti per il riscatto. Abbiamo resistito, fatto tante cose nuove, un cambio di business model epocale». Un progetto che continua con un grande cambiamento che porta la firma di Alessandro Sartori, direttore artistico di Zegna dal 2016. E che al futuro guarda da sempre, spesso anticipando i tempi sia nelle collezioni sia nel modo di presentarle passando per quello che è ormai il credo dell'azienda: la sostenibilità. Con un video di 12 minuti (in streaming sul sito del gruppo) ha spiegato la sua idea di moda, quel concetto innovativo che tramuta il digitale in qualcosa di coinvolgente. «Non abbandoneremo il digitale anche quando le cose saranno a posto», spiega Sartori, «Oggi c'è la possibilità di raccontare una storia come se fosse un film, anzi, un fashion film. La narrativa parte dal contenuto e dalla visione dove l'outdoor e l'indoor si uniscono e decretano una nuova estetica. Nell'armadio vediamo un sacco di cose che non riusciamo più a mettere. Non solo perché non ci sono occasioni ma per come è cambiato il nostro modo di approcciare i vestiti. Per esempio, ho un sacco di camicie classiche e non so più cosa farmene ma mi servono dei sottogiacca leggerissimi e non ne ho a sufficienza. Mi servirebbero delle giacche che siano anche camicie ma ne ho una sola». Il film - perché di questo si tratta davvero - girato a Milano è la dimostrazione di come la moda abbia svoltato verso nuovi orizzonti anche in fatto di prodotto grazie alla creatività di Sartori. Lei è nella moda da sempre. Una vera passione?«È stato facile fare questa scelta perché mia mamma aveva una sartoria a Biella. Per me era naturale, fin da piccolo, entrare in questo luogo dove lavoravano tante donne. Andavo con mia madre per lanifici in cerca di tessuti e mano a mano mi sono sempre più appassionato. Non mi sono mai posto la domanda su cosa fare, lo sapevo già. Sono innamorato di questo lavoro: ho iniziato con il liceo a indirizzo tessile a Biella, poi la Marangoni a Milano e ho cominciato a lavorare nella moda con gli stage: a 15 anni in un lanificio, a 17 in una piccola azienda, a 18 in una fabbrica. Conosco questo mondo dal filo alla storia del costume, ho un archivio di almeno 3.000 capi perché questa è la mia vita». Come vive questo particolare momento? «Con grande riflessione, guardo all'estetica che parte da un concetto totalmente nuovo. L'ho chiamato “zoomwear" e in effetti è il modo di vestirsi indoor, outdooor e ovunque. Siamo vestiti così, liberi di rappresentare noi stessi. Una libertà mentale che manterremo anche dopo. Quindi nuove forme, capi ibridi, multifunzionali, materiali moderni, comfort ovunque mantenendo l'eleganza, l'attitudine e la silhouette con molta maglieria, molto jersey». Lei ha precorso i tempi in questo senso.«C'era già un'impronta di libertà. Mi sono sempre sentito così, poi certe cose escono a seconda dell'aria che respiri. La sfilata alla Bicocca di quattro anni fa lavorava su alcuni di questi elementi. Oggi, in una casa dove ormai si condivide tutto anche un capo che va bene a lui lo posso usare io. Quando compro un prodotto devo essere certo che durerà, la qualità è importantissima, non lo butto fra sei mesi, se non lo usi tu lo uso io e lo prestiamo a lei. Capi eterni, da tramandare e collezionare». Cosa c'è di diverso in questa collezione?«Le costruzioni sono fatte dal tessuto che sta al centro della nuova estetica. Molte le forme svuotate, non ci sono fodere né spalline. A prescindere dai tanti pesi diversi e dal tipo di prodotto, tutto è declinato in un unico materiale che sembra un panno o una flanella ma si tratta di un'unica storia: jersey di cashmere infeltrito e totalmente elastico pur non avendo all'interno nemmeno l'1% di nylon, parliamo di 100% cashmere. Per me è facile avendo la possibilità di lavorare con Dondi, uno dei lanifici di Zegna, che è geniale. Questo è il materiale che scorre in tutta la collezione. Un guardaroba modulare basato su questo tessuto in tutti i prodotti, maglie, giacche, giacche tailoring e jogger, l'evoluzione del pantalone sportivo. Vige un totale concetto di fluidità, totale assenza degli interni. Abbiamo privilegiato gli uniti e lavorato i disegni classici su macchine jaquard per distorcerli, modernizzarli, evolverli. Pochi pezzi molto ingegnerizzati, oversize, con vecchie tecniche sartoriali». Capi che indosserebbe anche una donna. «Lo stesso identico capo lo offriremo anche alle donne. Non entriamo nel womenswear ma la collezione si adatta molto a portare alcuni capi del guardaroba maschile in quello femminile. In negozio ci saranno taglie piccole e se non si trova quella che si cerca si può far confezionare il capo su misura, che arriva in tre-quattro settimane di lavorazione. Un servizio ulteriore che si aggancia a questa collezione». Il nome, (Re)set, ha davvero resettato tutto?«Reset è il modo in cui uso le mie conoscenze ma non resto ancorato a quello che ho fatto un minuto prima e cerco di fare il nuovo. Un reset estetico ma con tutta la mia conoscenza. Riparto con quello che serve oggi, con una mentalità nuova e resetto il lato estetico ritarandolo su nuove esigenze. E bisogna leggere anche il sotto titolo (Re)Tailoring The Modern Man. E tutto si spiega».<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/zegna-scommette-su-tessuti-e-comfort-2649962984.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="brett-johnson" data-post-id="2649962984" data-published-at="1610829614" data-use-pagination="False"> Brett Johnson La collezione di Brett Johnson conferma, ancora una volta, l'ispirazione: l'esperienza personale del designer durante il lungo soggiorno a casa dovuto alla pandemia.L'equilibrio tra la necessità di lavorare da casa e di dover riorganizzare tutte le proprie abitudini quotidiane è stato lo spunto per disegnare una eleganza raffinata e sofisticata abbinata un comfort domestico più casual e rilassato. «I materiali infondono in ogni capo un profondo senso di calore emotivo e connessione tattile, come a contrastare ogni sensazione di isolamento e distacco dei mesi passati», spiega lo stilista. Cashmere, cashmere suede, pelle di vitello, seta waterproof, cotone sea island, jersey di cotone / cashmere e jersey piqué seta e cotone per capi particolarmente lussuosi.Il lancio di questa collezione segna anche l'aggiunta di Saks Fifth Avenue www.saks.com come partner esclusivo per il Nord America. Un nuovo tassello strategico nel percorso di crescitainternazionale del marchio che conta già un elenco di importanti rivenditori mondiali quali Bobochka (San Pietroburgo), Trois Pommes (Saint Moritz, Gstaad, Zurigo) e Giò Moretti (Milano). <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/zegna-scommette-su-tessuti-e-comfort-2649962984.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="carlo-pignatelli" data-post-id="2649962984" data-published-at="1610829614" data-use-pagination="False"> Carlo Pignatelli Da una parte la torinese (come azienda) Carlo Pignatelli, da oltre 50 anni sinonimo di alta sartorialità maschile (350 punti vendita, 20 milioni di fatturato nel 2019).Dall'altro la spagnola Pronovias, colosso del bridal, nato nel 1965 e acquisito dalla società di private equity BC Partners nel luglio 2017, il leader globale nel settore della sposa, con un portafoglio unico di marchi che annoverano Pronovias, House of St Patrick, White One, Nicole Milano e Lady Bird, distribuito in più di 4000 punti vendita in 105 paesi, con 102 boutique nelle capitali della moda come New York, Londra, Milano, Parigi e Shanghai. Hanno annunciato il loro "matrimonio" ed è già nato Carlo Pignatelli for Pronovias: 45 modelli realizzati sotto la direzione creativa di Carlo Pignatelli per il marchio di abiti da sposa di lusso, al debutto in marzo 2021 e in vendita dall'estate.«La collezione sposo rappresenterà una nuova proposta: un uomo romantico nell'aspetto ma contemporaneo nelle linee, con colori completamente rinnovati, che vanno dai toni pastello chiari, fino ai blu e ai bordeaux. Abbiamo pensato ad un uomo internazionale e ad una proposta a tutto tondo: abiti, camice e accessori con cravatte, foulard, pochette, gemelli da polso… Ci saranno anche smoking, ormai sdoganato anche all'interno del matrimonio», ha spiegato Carlo Pignatelli presidente e designer della Maison italiana.La nuova collezione sarà distribuita attraverso la rete di flagship store di entrambi i brand, oltre che tramite una selezione di rivenditori multimarca, concentrandosi nel primo biennio sul mercato europeo, per poi proseguire su Stati Uniti e Asia. Il Gruppo Pronovias prevede un potenziale di distribuzione positivo, visto che molti negozi di abiti da sposa vendono anche l'abito da sposo (2/3 della distribuzione in Italia ad esempio).«Pronovias è leader di mercato nel 95% dei Paesi Europei, con oltre 650 punti vendita solo in Italia ma non abbiamo expertise nel menswear: è la prima volta, in 50 anni, che lanciamo una linea maschile. Per farlo volevamo un partner d'eccellenza del settore, che ne capisse davvero le dinamiche e i trend. Pignatelli è presente in Europa in 450 punti vendita, dal punto di vista maschile è leader sia in termini di venduto che di proposta. Questo matrimonio parte con un accordo decennale, ma speriamo sarà un'unione anche di più lunga data», ha spiegato Amandine Ohayon, CEO di Pronovias Group.
Il cardinale Camillo Ruini (Getty Images)
L’ultima volta che abbiamo avuto occasione di scambiare due chiacchiere con don Camillo ci ha detto di essere «personalmente molto contento dell’elezione di Robert Francis Prevost», oggi papa Leone XIV.
Il cardinale Camillo Ruini era nato il 19 febbraio 1931 a Sassuolo, bassa emiliana verace. Lì la terra è piatta come il mare e feconda come poche. Una terra laboriosa e passionale come tutta quella «fettaccia di terra» che va dal Po al mare, lì ci nascono personalità che quando devono attraversare una vita da prete lo fanno in modo assai originale. Magari da vescovi e poi da cardinali, perfino vicari del Papa a Roma e magari da presidente dei vescovi italiani per tre lustri abbondanti, dal 1991 al 2007. Magari con la benedizione di un santo Papa polacco, Giovanni Paolo II, e l’appoggio di un teologo di razza di nome Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI.
La sua per la chiesa italiana è stata una vera e propria «era Ruini» che iniziò di fatto con il famoso Convegno di Loreto del 1985, quando Giovanni Paolo II cambiò decisamente rotta alla Chiesa italiana dell’epoca – imponendole una presenza attiva sulla scena pubblica, come «forza trainante» – e ne sostituì la guida. In quell’occasione Camillo Ruini lavorò fianco a fianco con papa Wojtyla e c’è il lavoro dell’allora vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla in quella che fu una vera e propria virata alla chiesa italiana rivolta a realizzare quella presenza forte e visibile del cattolicesimo italiano a livello sociale.
Il rapporto tra Ruini e papa Giovanni Paolo II non si interruppe più, con un legame saldissimo e una visione comune. Il fiuto «politico» di Ruini è stato il suo lato più scintillante e riconosciuto da amici e avversari, attraversando la prima e la seconda Repubblica, passando dall’egemonia della grande balena bianca, la Dc, fino alla fine del partito unico con l’irrompere dei cosiddetti principi non negoziabili (vita, famiglia e libera educazione) e la conseguente possibilità per i cattolici di militare in qualunque partito purché, appunto, fossero uniti su quei principi. Quindi fu il berlusconismo che Ruini ha navigato con sapiente distanza, ma con altrettanta distinzione rispetto a chi, soprattutto certi cattolici «adulti», deragliava sui principi. Memorabile quando durante la battaglia per i cosiddetti Pacs (2007) non esitò a vergare un editoriale sul quotidiano Avvenire intitolato «Non possumus». Un titolo che al cattolico «adulto» Romano Prodi, di cui don Camillo aveva celebrato le nozze, provocò un certo fastidio e i due, da amici che erano, divennero cordialmente ex amici.
Padre del «progetto culturale» della chiesa italiana, sulle ali della convinzione di Giovanni Paolo II che la fede o si fa cultura o muore, a lui non sono state risparmiate critiche, anche intra ecclesiali. Don Giuseppe Dossetti, reggiano come don Camillo, lanciò i suoi strali soprattutto per le scelte «politiche» di Ruini, arrivando persino a cogliere una similitudine tra l’atteggiamento della Chiesa che secondo lui aveva accolto la vittoria di Berlusconi e quella che settant’anni prima aveva spalancato le braccia al regime fascista. Ma il vertice del ruinismo è senza dubbio rappresentato dalla schiacciante vittoria al referendum sulla «procreazione assistita» del 2004, quando la Cei di Ruini mise in campo un comitato, Scienza&Vita, che fu il promotore e motore della linea del «doppio no» al referendum che però aveva proprio nel capo dei vescovi il suo maître à penser. Ruini aveva un obiettivo chiaro: l’invalidazione dei quattro referendum tramite il non voto. E cosi fu, con la Chiesa intera che seguì in modo compatto; forse l’ultima volta in cui si è visto davvero un mondo cattolico unito e battagliero come un sol uomo.
Il cardinale Ruini ha partecipato da protagonista al conclave del 2005 in cui diede un contributo fondamentale per l’elezione di papa Benedetto XVI, insieme a quello che è stato definito «partito del sale della terra», un gruppo di porporati che aveva proprio in Ruini uno dei suoi più illustri rappresentanti e che si contrapponeva alla cosiddetta «mafia di san Gallo», secondo una definizione del cardinale belga Godfried Danneels, membro di quel gruppo di cardinali e vescovi che aveva l’abitudine di trovarsi in Svizzera, a San Gallo, per conversare di vie alternative all’impronta impressa alla Chiesa da Karol Wojtyla. Nel febbraio 2013 con le dimissioni di papa Ratzinger, a cui il cardinale reagì dicendo che, come cattolico, le decisioni del Papa non si discutono ma si accolgono, anche se possono provocare dolore, l’elezione di papa Francesco è stata la sorpresa. «Non ho avuto con papa Francesco», disse in una intervista concessa al Corriere della Sera, «un rapporto analogo a quello che avevo con i due Pontefici precedenti. Però non sono in alcun modo ostile a papa Francesco. E non concordo con coloro che non riconoscono niente di buono nel suo pontificato, o addirittura ne contestano la legittimità».
Quindi ecco il conclave del 2025, dove Ruini ha partecipato da non elettore alle congregazioni generali, le riunioni di cardinali che precedono il voto vero e proprio. In quell’occasione ha diramato un piccolo comunicato con «quattro auspici per la Chiesa di un futuro che spero molto prossimo». Fra di essi ricordava che «serve la capacità di rispondere in chiave cristiana alle sfide intellettuali di oggi, ma servono anche la certezza della verità e la sicurezza della dottrina. Da troppi anni stiamo sperimentando che, se queste si indeboliscono, tutti noi, pastori e fedeli siamo duramente penalizzati».
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I ragazzi italiani non meritano le macerie che si sono accumulate dal 1996 in poi, da quando Luigi Berlinguer fraintese come «distruzione» il nome del ministero affidatogli; e l’insipienza di quel consiglio di classe è uno dei frutti.
Innanzitutto, il provvedimento contro i ragazzi non riguarda certamente l’atto di aver appeso uno striscione, ché il componimento «educativo» non lascia dubbi: s’è inteso punire la scritta sullo striscione o, meglio, l’arbitraria interpretazione che il consiglio di classe ha voluto dare a quella scritta. Parlo di insipienza perché, di tutta evidenza, nel consiglio di classe non c’era alcuno che avesse i fondamentali né della Costituzione italiana né dei diritti/doveri degli insegnanti rapportati agli studenti.
L’articolo 21 della Costituzione - «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» - tutela non soltanto le opinioni comunemente condivise, ma anche quelle controverse. In ogni caso, la frase scritta dagli studenti non ha alcunché di controverso. Né contiene minacce, insulti, istigazioni alla violenza o riferimenti offensivi nei confronti di nessuno. Insomma, l’eventuale «male» era solo nella testa dei professori del consiglio di classe, che hanno voluto vedere razzismo dove non c’è.
A scanso di equivoci: se nello striscione ci fosse stata scritta la frase «Siamo razzisti», anche in quel caso si sarebbe nell’ambito della tutelata libertà di espressione del proprio pensiero. A questo proposito colgo l’occasione di far notare che analoga libertà si ha nel caso qualcuno volesse dichiararsi «fascista», ed è una violazione della Costituzione pretendere da chicchessia una dichiarazione di antifascismo. Preciso questo perché le cronache riportano casi di codeste pretese.
Tornando alla scuola, questa è in difetto anche per aver trasgredito un obbligo della propria missione: mantenere una posizione di neutralità rispetto alle diverse opinioni politiche e ideologiche espresse dagli studenti: è vietato dalla deontologia del docente accettare o rifiutare selettivamente idee degli studenti e discriminarli sulle idee non condivise.
Ma, dicevo, la malizia - per non dire cattiveria - è solo nella testa dei docenti che hanno voluto interpretare «razzista» la frase sullo striscione. L’interpretazione è inequivocabile, visto il titolo del componimento assegnato: «Gli africani siamo noi». Il punto però, qui, non è una cattiva interpretazione del testo - circostanza che meraviglia in un liceo classico ove, immagino, ci sarà stato un professore avvezzo alla traduzione in italiano del pensiero di testi in latino o greco antico: evidentemente non c’è, visto che nessuno ha pensato che la frase non fosse razzista. Il punto, dicevo, è un altro: anche quando la frase fosse stata razzista - anzi anche quando la frase fosse stata «Noi siamo razzisti» - assegnare un compito come strumento di rieducazione ideologica per indurre l’adesione a una determinata impostazione di valori è azione, di nuovo, contro la deontologia del docente. Costui non deve dire agli studenti cosa pensare ma, semmai, come pensare, cioè come articolare un pensiero, come difenderlo e come confutarlo.
La coercizione ideologica è incompatibile col pluralismo educativo previsto dalla Costituzione, ma oggi la scuola pubblica si mostra intollerante, tende a imporre risposte prestabilite alle domande dei ragazzi e inibisce il pensiero critico. Per questo, dicevo all’inizio, va smantellata.
Il consiglio di classe, poi, ha dimostrato di non conoscere i limiti del proprio potere disciplinare. Questo è finalizzato alla tutela dell’ordine scolastico e del rispetto reciproco, non per selezionare quali opinioni siano consentite e quali no. La scuola dovrebbe formare e non è un’autorità chiamata a garantire conformità ideologica tra gli studenti.
Non sono un giurista, ma come sentore personale registro molta violenza. Cercando nel codice penale, leggo che l’art. 610 punisce «chiunque con violenza o minaccia costringe altri a fare qualcosa», e (art. 339) la pena è aumentata se la violenza è esercitata da più persone riunite (nel nostro caso il consiglio di classe). Spetterebbe a un giudice stabilire se è o no violenza l’indebita costrizione della libertà morale degli studenti (peraltro esercitata da chi ha, per così dire, il coltello dalla parte del manico), così lascio aperta la questione.
Autoritarismo, rifiuto del pluralismo, soppressione del dissenso, sono tutte caratteristiche di ciò che additiamo come fascismo. Se ora rammentiamo che la Costituzione vieta «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista», mi chiedo se possa individuarsi nel consiglio di classe una delle «qualsiasi forme» di cui alla Disposizione costituzionale. Quasi sicuramente no, epperò se il consiglio di classe avesse voluto riorganizzare il partito fascista, avrebbe senz’altro agito come ha agito nei confronti dei ragazzi.
Concludo con una nota di colore. Mi ha molto colpito che ci fosse una scuola intitolata a Vincenzo Monti, una figura del tutto marginale della nostra letteratura: il suo massimo pregio fu la versione italiana dell’Iliade, ma non conosceva il greco e fu bollato come «traduttor dei traduttor d’Omero». Però era un patriota. Nel suo poemetto Per la liberazione dell’Italia ebbe a scrivere: «Ben di senso è privo/chi non ti conosce, Italia, e non t’adora». E in una sua lettera a un amico che prendeva moglie, lo rassicurava che l’amore addolcisce tutti gli uomini. Tutti, anche ove essi fossero, diceva, «Cannibali, Traci, o Garamanti». Come a dire i più rozzi, feroci e incivili che ci siano. Insomma, Vincenzo Monti (virgolettato e non): 6 in condotta anche a voi.
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Guido Guidesi (Imagoeconomica)
«Stiamo costruendo un modello che anticipa e interpreta la nuova politica industriale europea, fondato su produzione, innovazione e sovranità tecnologica. Qui si decide il futuro industriale dell’Europa», ha spiegato Guidesi. Poi ha sottolineato che «non è un insieme di misure, ma una strategia organica che definisce la direzione della politica industriale lombarda dei prossimi anni: innovazione, capitale, produzione e territori come unico ecosistema competitivo». Il Pacchetto si articola in una serie di sezioni, ciascuna focalizzata su un’area di intervento. Basket bond Lombardia con una dotazione di 32 milioni di euro, per finanziare progetti per la transizione digitale, l’autonomia produttiva, la crescita dimensionale delle aziende e interventi per la transizione verso l’economia circolare. Poi c’è la Lombardia venture e Lombardia venture Step (140 milioni di euro). La Regione investe in fondi di investimento in capitale di rischio (Venture capital) specializzati e appositamente selezionati, che a loro volta accompagnano e investono nella crescita di startup e Pmi innovative, attraendo capitali privati. L’attenzione è alle tecnologie critiche e strategiche per l’Europa (come digitale avanzato, deep tech e tecnologie green), in linea con le priorità della piattaforma europea Step.
La sezione Re-Impresa con 20 milioni di euro, è un mix di strumenti pubblici e bancari per sostenere la fase di rilancio di Pmi in difficoltà attraverso strumenti finanziari pubblici e privati. Con Quota Lombardia (25 milioni di euro), si vogliono aiutare le Pmi intenzionate a migliorare la loro solidità finanziaria e ad aumentare la visibilità sui mercati attraverso la raccolta di capitali tramite investitori. Questi entrerebbero nel capitale dell’azienda attraverso la Borsa con contributi a fondo perduto a copertura parziale dei costi relativi all’ammissione alla quotazione e dei servizi di consulenza correlati. Startup Radar Lombardia (15 milioni di euro) è il nuovo fondo regionale pensato per sostenere la crescita di startup innovative lombarde attraverso un modello di corporate venture capital pubblico-privato. L’iniziativa punta a promuovere collaborazioni strategiche nei settori chiave della ricerca, dell’innovazione e della transizione tecnologica. Sono previste Misure per startup (15,6 milioni di euro), ad alto contenuto tecnologico nella fase early stage, per accompagnarle nel percorso di crescita e sviluppo industriale. I contributi, a fondo perduto fino all’80% delle spese ammissibili, vengono assegnati sulla base della qualità del progetto, del team e del modello di business. Dei 15,6 milioni di euro complessivi, 7 milioni sono riservati ai progetti legati al settore energetico e alla transizione sostenibile.
La Regione promuove nel 2026 sei competition dedicate alle startup innovative, organizzate in collaborazione con dieci università lombarde e con Innovation federated @Mind, con l’obiettivo di sostenere nuovi progetti imprenditoriali ad alto potenziale innovativo. Sono previsti 36 premi da 25.000 euro ciascuno, per un valore complessivo di 900.000 euro. Un’agevolazione a fondo perduto («Misura Talenti») è destinata all’assunzione da parte delle Pmi lombarde di competenze altamente qualificate per favorire il processo di innovazione, digitalizzazione e transizione ecologica.
Guidesi è intervenuto anche sulla pace tra Usa e Iran sottolineando che «ci saranno conseguenze anche dal punto di vista economico, perché quella situazione noi non potevamo reggerla, ha influenzato notevolmente i costi energetici anche dal punto di vista della speculazione». Ora, quindi, l’attesa è di una stabilizzazione della situazione affinché, ha detto l’assessore, si ponga fine alla spirale inflattiva. «Anche se le previsioni della Commissione europea ci dicono che il prossimo semestre sarà complicato da questo punto di vista». E ha richiamato il «costo della vita estremamente elevato in Lombardia, «per cui un ennesimo periodo di inflazione potrebbe provocarci evidentemente delle situazioni che ci limitano dal punto di vista competitivo e con conseguenze anche nei consumi e dal punto di vista sociale che noi vogliamo evitare».
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Kevin Nader (Getty Images)
Il rappresentante del partito di Marine Le Pen non è impazzito, semplicemente ha inteso così rispondere alla situazione che si è trovato davanti e che, a questo punto, vale la pena riepilogare dall’inizio.
A Ivry-sur-Seine, inespugnabile roccaforte rossa, dove comanda il Partito comunista dalla bellezza di 110 anni, l’11 giugno si è, come da programma, tenuto il Consiglio comunale, che ha tra le sue elette due donne con il velo: Estelle Boufala e Fenda Diarra. Una situazione considerata anomala da Nader, che è l’unico eletto di destra in quella assemblea, il quale, giovedì scorso, rivolgendosi alle due elette musulmane ha proposto un emendamento finalizzato a vietare «durante le sedute» del consiglio qualsivoglia simbolo che mostri «apertamente un’affiliazione religiosa». Una proposta che ha irritato Fenda Diarra, che è anche assessore e che ha risposto: «Sono orgogliosa di essere stata eletta indossando il velo». Parole ben accolte da Philippe Boyssou, il sindaco del Partito comunista appunto eletto lo scorso marzo con oltre il 53% dei voti, che non solo si è compiaciuto della diversità della sua giunta, ma ha pure detto che non avrebbe neppure fatto mettere l’emendamento ai voti. La proposta del politico di Rn è così naufragata, con gli esponenti della maggioranza di sinistra che hanno anche fatto notare al collega di opposizione che la legge del 1905, che effettivamente impone la neutralità ai dipendenti pubblici, non si applica ai funzionari eletti durante le sessioni istituzionali.
Nader però non si è dato per vinto e, tornando a ciò che si diceva in apertura, alla bocciatura del suo emendamento ha reagito così: «È un vero peccato che non abbiate messo ai voti il mio emendamento e lo abbiate respinto per motivi morali: vi rifiutate di farvi guidare dal principio di laicità. Rifiutate la laicità in questo consiglio comunale». «Quindi», ha aggiunto estraendo un crocifisso, «d’ora in poi, saremo sotto il segno della croce». Il consigliere di Rn ha quindi iniziato a recitare un’Ave Maria. Non l’avesse mai fatto.
Il sindaco, visibilmente turbato, ha reagito adirandosi e, da un lato ha immediatamente sospeso la seduta e, dall’altro lato ha definito quello di Nader «crimine politico». «È una vergogna, un vero scandalo. In poche ore di consiglio, avete raggiunto tutti i livelli e oltrepassato tutti i limiti», sono state le esatte parole di Bouyssou, secondo cui «il Consiglio comunale di Ivry non era mai stato insultato in questo modo». Inutile sottolineare come l’episodio, anche grazie ai video circolati in rete che lo documentano, abbia suscitato un certo clamore. Questo il commento che Nader ha condiviso su Facebook con riferimento all’accaduto: «A quanto pare a Ivry, indossare il velo in consiglio comunale è innocuo, ma la croce è inquietante, persino ripugnante».
Bouyssou, contattato da Libération, ha definito l’emendamento del consigliere di opposizione «illegale», a causa, parole sue, «dell’enorme confusione tra laicità e neutralità del servizio pubblico». Non solo. Il sindaco ha pure contattato il prefetto della Val-de-Marne e si è consultato con i legali per capire adesso come muoversi. Tutto questo, lo si ripete, per un’Ave Maria e un piccolo crocifisso. Il che, per quanto ci si faccia scudo con leggi e regolamenti, alimenta il sospetto che davvero a sinistra, e non solo in Francia, la laicità sia un valore, per così dire, a doppio senso di marcia: implacabile con il cristianesimo, sospesa davanti all’Islam.
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