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2021-01-17
«Zegna scommette su tessuti e comfort»
Alessandro Sartori (Ansa)
Il motto di Gildo Zegna è: «Il 2021 non sarà peggio del 2020. È il momento di guardare le cose in modo positivo». Una sferzata d'ottimismo che arriva dal nipote del fondatore e ad di Ermenegildo Zegna, azienda con 110 anni di storia, primo polo del tessile del lusso che rappresenta al meglio il Paese. «Eravamo partiti a marzo senza sapere come sarebbe andata e invece abbiamo finito l'anno meglio di come si pensava e soprattutto più leggeri e più veloci, pronti per il riscatto. Abbiamo resistito, fatto tante cose nuove, un cambio di business model epocale».
Un progetto che continua con un grande cambiamento che porta la firma di Alessandro Sartori, direttore artistico di Zegna dal 2016. E che al futuro guarda da sempre, spesso anticipando i tempi sia nelle collezioni sia nel modo di presentarle passando per quello che è ormai il credo dell'azienda: la sostenibilità. Con un video di 12 minuti (in streaming sul sito del gruppo) ha spiegato la sua idea di moda, quel concetto innovativo che tramuta il digitale in qualcosa di coinvolgente. «Non abbandoneremo il digitale anche quando le cose saranno a posto», spiega Sartori, «Oggi c'è la possibilità di raccontare una storia come se fosse un film, anzi, un fashion film. La narrativa parte dal contenuto e dalla visione dove l'outdoor e l'indoor si uniscono e decretano una nuova estetica. Nell'armadio vediamo un sacco di cose che non riusciamo più a mettere. Non solo perché non ci sono occasioni ma per come è cambiato il nostro modo di approcciare i vestiti. Per esempio, ho un sacco di camicie classiche e non so più cosa farmene ma mi servono dei sottogiacca leggerissimi e non ne ho a sufficienza. Mi servirebbero delle giacche che siano anche camicie ma ne ho una sola». Il film - perché di questo si tratta davvero - girato a Milano è la dimostrazione di come la moda abbia svoltato verso nuovi orizzonti anche in fatto di prodotto grazie alla creatività di Sartori.
Lei è nella moda da sempre. Una vera passione?
«È stato facile fare questa scelta perché mia mamma aveva una sartoria a Biella. Per me era naturale, fin da piccolo, entrare in questo luogo dove lavoravano tante donne. Andavo con mia madre per lanifici in cerca di tessuti e mano a mano mi sono sempre più appassionato. Non mi sono mai posto la domanda su cosa fare, lo sapevo già. Sono innamorato di questo lavoro: ho iniziato con il liceo a indirizzo tessile a Biella, poi la Marangoni a Milano e ho cominciato a lavorare nella moda con gli stage: a 15 anni in un lanificio, a 17 in una piccola azienda, a 18 in una fabbrica. Conosco questo mondo dal filo alla storia del costume, ho un archivio di almeno 3.000 capi perché questa è la mia vita».
Come vive questo particolare momento?
«Con grande riflessione, guardo all'estetica che parte da un concetto totalmente nuovo. L'ho chiamato “zoomwear" e in effetti è il modo di vestirsi indoor, outdooor e ovunque. Siamo vestiti così, liberi di rappresentare noi stessi. Una libertà mentale che manterremo anche dopo. Quindi nuove forme, capi ibridi, multifunzionali, materiali moderni, comfort ovunque mantenendo l'eleganza, l'attitudine e la silhouette con molta maglieria, molto jersey».
Lei ha precorso i tempi in questo senso.
«C'era già un'impronta di libertà. Mi sono sempre sentito così, poi certe cose escono a seconda dell'aria che respiri. La sfilata alla Bicocca di quattro anni fa lavorava su alcuni di questi elementi. Oggi, in una casa dove ormai si condivide tutto anche un capo che va bene a lui lo posso usare io. Quando compro un prodotto devo essere certo che durerà, la qualità è importantissima, non lo butto fra sei mesi, se non lo usi tu lo uso io e lo prestiamo a lei. Capi eterni, da tramandare e collezionare».
Cosa c'è di diverso in questa collezione?
«Le costruzioni sono fatte dal tessuto che sta al centro della nuova estetica. Molte le forme svuotate, non ci sono fodere né spalline. A prescindere dai tanti pesi diversi e dal tipo di prodotto, tutto è declinato in un unico materiale che sembra un panno o una flanella ma si tratta di un'unica storia: jersey di cashmere infeltrito e totalmente elastico pur non avendo all'interno nemmeno l'1% di nylon, parliamo di 100% cashmere. Per me è facile avendo la possibilità di lavorare con Dondi, uno dei lanifici di Zegna, che è geniale. Questo è il materiale che scorre in tutta la collezione. Un guardaroba modulare basato su questo tessuto in tutti i prodotti, maglie, giacche, giacche tailoring e jogger, l'evoluzione del pantalone sportivo. Vige un totale concetto di fluidità, totale assenza degli interni. Abbiamo privilegiato gli uniti e lavorato i disegni classici su macchine jaquard per distorcerli, modernizzarli, evolverli. Pochi pezzi molto ingegnerizzati, oversize, con vecchie tecniche sartoriali».
Capi che indosserebbe anche una donna.
«Lo stesso identico capo lo offriremo anche alle donne. Non entriamo nel womenswear ma la collezione si adatta molto a portare alcuni capi del guardaroba maschile in quello femminile. In negozio ci saranno taglie piccole e se non si trova quella che si cerca si può far confezionare il capo su misura, che arriva in tre-quattro settimane di lavorazione. Un servizio ulteriore che si aggancia a questa collezione».
Il nome, (Re)set, ha davvero resettato tutto?
«Reset è il modo in cui uso le mie conoscenze ma non resto ancorato a quello che ho fatto un minuto prima e cerco di fare il nuovo. Un reset estetico ma con tutta la mia conoscenza. Riparto con quello che serve oggi, con una mentalità nuova e resetto il lato estetico ritarandolo su nuove esigenze. E bisogna leggere anche il sotto titolo (Re)Tailoring The Modern Man. E tutto si spiega».
Brett Johnson

La collezione di Brett Johnson conferma, ancora una volta, l'ispirazione: l'esperienza personale del designer durante il lungo soggiorno a casa dovuto alla pandemia.
L'equilibrio tra la necessità di lavorare da casa e di dover riorganizzare tutte le proprie abitudini quotidiane è stato lo spunto per disegnare una eleganza raffinata e sofisticata abbinata un comfort domestico più casual e rilassato.
«I materiali infondono in ogni capo un profondo senso di calore emotivo e connessione tattile, come a contrastare ogni sensazione di isolamento e distacco dei mesi passati», spiega lo stilista. Cashmere, cashmere suede, pelle di vitello, seta waterproof, cotone sea island, jersey di cotone / cashmere e jersey piqué seta e cotone per capi particolarmente lussuosi.
Il lancio di questa collezione segna anche l'aggiunta di Saks Fifth Avenue www.saks.com come partner esclusivo per il Nord America. Un nuovo tassello strategico nel percorso di crescitainternazionale del marchio che conta già un elenco di importanti rivenditori mondiali quali Bobochka (San Pietroburgo), Trois Pommes (Saint Moritz, Gstaad, Zurigo) e Giò Moretti (Milano).
Carlo Pignatelli

Da una parte la torinese (come azienda) Carlo Pignatelli, da oltre 50 anni sinonimo di alta sartorialità maschile (350 punti vendita, 20 milioni di fatturato nel 2019).
Dall'altro la spagnola Pronovias, colosso del bridal, nato nel 1965 e acquisito dalla società di private equity BC Partners nel luglio 2017, il leader globale nel settore della sposa, con un portafoglio unico di marchi che annoverano Pronovias, House of St Patrick, White One, Nicole Milano e Lady Bird, distribuito in più di 4000 punti vendita in 105 paesi, con 102 boutique nelle capitali della moda come New York, Londra, Milano, Parigi e Shanghai. Hanno annunciato il loro "matrimonio" ed è già nato Carlo Pignatelli for Pronovias: 45 modelli realizzati sotto la direzione creativa di Carlo Pignatelli per il marchio di abiti da sposa di lusso, al debutto in marzo 2021 e in vendita dall'estate.
«La collezione sposo rappresenterà una nuova proposta: un uomo romantico nell'aspetto ma contemporaneo nelle linee, con colori completamente rinnovati, che vanno dai toni pastello chiari, fino ai blu e ai bordeaux. Abbiamo pensato ad un uomo internazionale e ad una proposta a tutto tondo: abiti, camice e accessori con cravatte, foulard, pochette, gemelli da polso… Ci saranno anche smoking, ormai sdoganato anche all'interno del matrimonio», ha spiegato Carlo Pignatelli presidente e designer della Maison italiana.
La nuova collezione sarà distribuita attraverso la rete di flagship store di entrambi i brand, oltre che tramite una selezione di rivenditori multimarca, concentrandosi nel primo biennio sul mercato europeo, per poi proseguire su Stati Uniti e Asia. Il Gruppo Pronovias prevede un potenziale di distribuzione positivo, visto che molti negozi di abiti da sposa vendono anche l'abito da sposo (2/3 della distribuzione in Italia ad esempio).
«Pronovias è leader di mercato nel 95% dei Paesi Europei, con oltre 650 punti vendita solo in Italia ma non abbiamo expertise nel menswear: è la prima volta, in 50 anni, che lanciamo una linea maschile. Per farlo volevamo un partner d'eccellenza del settore, che ne capisse davvero le dinamiche e i trend. Pignatelli è presente in Europa in 450 punti vendita, dal punto di vista maschile è leader sia in termini di venduto che di proposta. Questo matrimonio parte con un accordo decennale, ma speriamo sarà un'unione anche di più lunga data», ha spiegato
Amandine Ohayon, CEO di Pronovias Group.
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Il direttore artistico del marchio: «Nella nuova collezione capi ibridi, adatti sia alla casa sia all'esterno, in cashmere al 100%. Oggi i vestiti devono durare. Le linee vanno bene pure per le donne, a cui offriamo il servizio di confezionamento su misura».Brett Johnson crea capi che infondano «un profondo senso di calore emotivo e connessione tattile».Carlo Pignatelli presenta lo sposo del futuro e stringe una partnership con Pronovias.Lo speciale contiene tre articoli.Il motto di Gildo Zegna è: «Il 2021 non sarà peggio del 2020. È il momento di guardare le cose in modo positivo». Una sferzata d'ottimismo che arriva dal nipote del fondatore e ad di Ermenegildo Zegna, azienda con 110 anni di storia, primo polo del tessile del lusso che rappresenta al meglio il Paese. «Eravamo partiti a marzo senza sapere come sarebbe andata e invece abbiamo finito l'anno meglio di come si pensava e soprattutto più leggeri e più veloci, pronti per il riscatto. Abbiamo resistito, fatto tante cose nuove, un cambio di business model epocale». Un progetto che continua con un grande cambiamento che porta la firma di Alessandro Sartori, direttore artistico di Zegna dal 2016. E che al futuro guarda da sempre, spesso anticipando i tempi sia nelle collezioni sia nel modo di presentarle passando per quello che è ormai il credo dell'azienda: la sostenibilità. Con un video di 12 minuti (in streaming sul sito del gruppo) ha spiegato la sua idea di moda, quel concetto innovativo che tramuta il digitale in qualcosa di coinvolgente. «Non abbandoneremo il digitale anche quando le cose saranno a posto», spiega Sartori, «Oggi c'è la possibilità di raccontare una storia come se fosse un film, anzi, un fashion film. La narrativa parte dal contenuto e dalla visione dove l'outdoor e l'indoor si uniscono e decretano una nuova estetica. Nell'armadio vediamo un sacco di cose che non riusciamo più a mettere. Non solo perché non ci sono occasioni ma per come è cambiato il nostro modo di approcciare i vestiti. Per esempio, ho un sacco di camicie classiche e non so più cosa farmene ma mi servono dei sottogiacca leggerissimi e non ne ho a sufficienza. Mi servirebbero delle giacche che siano anche camicie ma ne ho una sola». Il film - perché di questo si tratta davvero - girato a Milano è la dimostrazione di come la moda abbia svoltato verso nuovi orizzonti anche in fatto di prodotto grazie alla creatività di Sartori. Lei è nella moda da sempre. Una vera passione?«È stato facile fare questa scelta perché mia mamma aveva una sartoria a Biella. Per me era naturale, fin da piccolo, entrare in questo luogo dove lavoravano tante donne. Andavo con mia madre per lanifici in cerca di tessuti e mano a mano mi sono sempre più appassionato. Non mi sono mai posto la domanda su cosa fare, lo sapevo già. Sono innamorato di questo lavoro: ho iniziato con il liceo a indirizzo tessile a Biella, poi la Marangoni a Milano e ho cominciato a lavorare nella moda con gli stage: a 15 anni in un lanificio, a 17 in una piccola azienda, a 18 in una fabbrica. Conosco questo mondo dal filo alla storia del costume, ho un archivio di almeno 3.000 capi perché questa è la mia vita». Come vive questo particolare momento? «Con grande riflessione, guardo all'estetica che parte da un concetto totalmente nuovo. L'ho chiamato “zoomwear" e in effetti è il modo di vestirsi indoor, outdooor e ovunque. Siamo vestiti così, liberi di rappresentare noi stessi. Una libertà mentale che manterremo anche dopo. Quindi nuove forme, capi ibridi, multifunzionali, materiali moderni, comfort ovunque mantenendo l'eleganza, l'attitudine e la silhouette con molta maglieria, molto jersey». Lei ha precorso i tempi in questo senso.«C'era già un'impronta di libertà. Mi sono sempre sentito così, poi certe cose escono a seconda dell'aria che respiri. La sfilata alla Bicocca di quattro anni fa lavorava su alcuni di questi elementi. Oggi, in una casa dove ormai si condivide tutto anche un capo che va bene a lui lo posso usare io. Quando compro un prodotto devo essere certo che durerà, la qualità è importantissima, non lo butto fra sei mesi, se non lo usi tu lo uso io e lo prestiamo a lei. Capi eterni, da tramandare e collezionare». Cosa c'è di diverso in questa collezione?«Le costruzioni sono fatte dal tessuto che sta al centro della nuova estetica. Molte le forme svuotate, non ci sono fodere né spalline. A prescindere dai tanti pesi diversi e dal tipo di prodotto, tutto è declinato in un unico materiale che sembra un panno o una flanella ma si tratta di un'unica storia: jersey di cashmere infeltrito e totalmente elastico pur non avendo all'interno nemmeno l'1% di nylon, parliamo di 100% cashmere. Per me è facile avendo la possibilità di lavorare con Dondi, uno dei lanifici di Zegna, che è geniale. Questo è il materiale che scorre in tutta la collezione. Un guardaroba modulare basato su questo tessuto in tutti i prodotti, maglie, giacche, giacche tailoring e jogger, l'evoluzione del pantalone sportivo. Vige un totale concetto di fluidità, totale assenza degli interni. Abbiamo privilegiato gli uniti e lavorato i disegni classici su macchine jaquard per distorcerli, modernizzarli, evolverli. Pochi pezzi molto ingegnerizzati, oversize, con vecchie tecniche sartoriali». Capi che indosserebbe anche una donna. «Lo stesso identico capo lo offriremo anche alle donne. Non entriamo nel womenswear ma la collezione si adatta molto a portare alcuni capi del guardaroba maschile in quello femminile. In negozio ci saranno taglie piccole e se non si trova quella che si cerca si può far confezionare il capo su misura, che arriva in tre-quattro settimane di lavorazione. Un servizio ulteriore che si aggancia a questa collezione». Il nome, (Re)set, ha davvero resettato tutto?«Reset è il modo in cui uso le mie conoscenze ma non resto ancorato a quello che ho fatto un minuto prima e cerco di fare il nuovo. Un reset estetico ma con tutta la mia conoscenza. Riparto con quello che serve oggi, con una mentalità nuova e resetto il lato estetico ritarandolo su nuove esigenze. E bisogna leggere anche il sotto titolo (Re)Tailoring The Modern Man. 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Cashmere, cashmere suede, pelle di vitello, seta waterproof, cotone sea island, jersey di cotone / cashmere e jersey piqué seta e cotone per capi particolarmente lussuosi.Il lancio di questa collezione segna anche l'aggiunta di Saks Fifth Avenue www.saks.com come partner esclusivo per il Nord America. Un nuovo tassello strategico nel percorso di crescitainternazionale del marchio che conta già un elenco di importanti rivenditori mondiali quali Bobochka (San Pietroburgo), Trois Pommes (Saint Moritz, Gstaad, Zurigo) e Giò Moretti (Milano). <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/zegna-scommette-su-tessuti-e-comfort-2649962984.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="carlo-pignatelli" data-post-id="2649962984" data-published-at="1610829614" data-use-pagination="False"> Carlo Pignatelli Da una parte la torinese (come azienda) Carlo Pignatelli, da oltre 50 anni sinonimo di alta sartorialità maschile (350 punti vendita, 20 milioni di fatturato nel 2019).Dall'altro la spagnola Pronovias, colosso del bridal, nato nel 1965 e acquisito dalla società di private equity BC Partners nel luglio 2017, il leader globale nel settore della sposa, con un portafoglio unico di marchi che annoverano Pronovias, House of St Patrick, White One, Nicole Milano e Lady Bird, distribuito in più di 4000 punti vendita in 105 paesi, con 102 boutique nelle capitali della moda come New York, Londra, Milano, Parigi e Shanghai. Hanno annunciato il loro "matrimonio" ed è già nato Carlo Pignatelli for Pronovias: 45 modelli realizzati sotto la direzione creativa di Carlo Pignatelli per il marchio di abiti da sposa di lusso, al debutto in marzo 2021 e in vendita dall'estate.«La collezione sposo rappresenterà una nuova proposta: un uomo romantico nell'aspetto ma contemporaneo nelle linee, con colori completamente rinnovati, che vanno dai toni pastello chiari, fino ai blu e ai bordeaux. Abbiamo pensato ad un uomo internazionale e ad una proposta a tutto tondo: abiti, camice e accessori con cravatte, foulard, pochette, gemelli da polso… Ci saranno anche smoking, ormai sdoganato anche all'interno del matrimonio», ha spiegato Carlo Pignatelli presidente e designer della Maison italiana.La nuova collezione sarà distribuita attraverso la rete di flagship store di entrambi i brand, oltre che tramite una selezione di rivenditori multimarca, concentrandosi nel primo biennio sul mercato europeo, per poi proseguire su Stati Uniti e Asia. Il Gruppo Pronovias prevede un potenziale di distribuzione positivo, visto che molti negozi di abiti da sposa vendono anche l'abito da sposo (2/3 della distribuzione in Italia ad esempio).«Pronovias è leader di mercato nel 95% dei Paesi Europei, con oltre 650 punti vendita solo in Italia ma non abbiamo expertise nel menswear: è la prima volta, in 50 anni, che lanciamo una linea maschile. Per farlo volevamo un partner d'eccellenza del settore, che ne capisse davvero le dinamiche e i trend. Pignatelli è presente in Europa in 450 punti vendita, dal punto di vista maschile è leader sia in termini di venduto che di proposta. Questo matrimonio parte con un accordo decennale, ma speriamo sarà un'unione anche di più lunga data», ha spiegato Amandine Ohayon, CEO di Pronovias Group.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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