Claudio Bertolotti (Imagoeconomica)
Il direttore di React Claudio Bertolotti: «In Askatasuna ci sono reduci dalla Siria che sanno usare le armi. L’Iran finanzia pro Pal e maranza».
Sono passati pochissimi mesi da quando le piazze delle più importanti città del nostro Paese venivano riempite da manifestazioni per Gaza. Quasi ogni settimana si riversavano per strada migliaia di persone per chiedere la fine della guerra, ma anche una Palestina libera dal fiume al mare, ovvero senza lo Stato di Israele. E che invocavano l’«intifada anche qua», ovvero la rivolta, spesso armata sull’esempio di quella dei giovani palestinesi del 1987. Oggi c’è una nuova guerra, questa volta in Iran e in pochi ormai si preoccupano per Gaza (nonostante la situazione resti ancora drammatica). Una prova, questa, di come quelle manifestazioni fossero innanzitutto politiche e che dei gazawi, alla fine, non importava nulla a nessuno. Oggi si manifesta per un’altra guerra mediorientale. A tenere le bandiere e gli striscioni sono ancora una volta i gruppi legati alla sinistra più estrema e, con sempre maggior frequenza, anche gli immigrati di seconda generazione: i cosiddetti «maranza». Qualcosa si sta muovendo nel nostro Paese. La saldatura tra movimenti antagonisti e immigrati è sempre più forte. La loro non è soltanto una lotta contro il governo, ma anche contro l’Occidente e ciò che rappresenta. Non è solamente una battaglia ideologica, ma anche reale. Si combatte nelle strade, ad ogni manifestazione. E che riguarda anche la pressione che alcuni Paesi riescono a fare sulle comunità straniere, andando a «reclutare» soprattutto i più giovani per portare il caos nelle nostre strade. Ne abbiamo parlato con Claudio Bertolotti, già capo sezione della contro intelligence e della sicurezza Nato in Afghanistan e oggi direttore di React, l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo.
Bertolotti, cosa sta accadendo nel mondo antagonista?
«In Italia e in Grecia, anche se il fenomeno si sta espandendo anche in altri Paesi, si sta verificando una spinta violenta accanto a quelli che sono i gruppi storici dell’antagonismo radicale. Guardiamo per esempio Askatasuna a Torino, che è il caso studio più interessante di tutta l’Europa».
Com’è cambiata la strategia degli antagonisti?
«Nel corso del tempo si è creata una narrativa funzionale all’inclusione di altri gruppi e seguaci. Si è strutturata attorno a grandi idee globali come l’anti occidentalismo e l’opposizione agli Stati Uniti e, al tempo stesso, sposando le cause locali sulle istanze di piccoli gruppi e comitati».
Come Askatasuna, del resto...
«Esatto, che lo ha fatto con la battaglia No Tav. In questo modo si è legato a gruppi inizialmente non violenti, trasformando poi quella causa in una sorta di guerra combattuta in montagna».
La parola guerra non è forse eccessiva?
«Ci sono alcuni membri dentro Askatasuna che hanno combattuto in Siria, al fianco della componente curda, sia contro il regime di Bashar al Assad sia contro lo Stato islamico. Questi membri hanno imparato tecniche e procedure di combattimento che sono state applicate contro obiettivi strategici dell’alta velocità».
In quali occasioni, per esempio?
«Contro i cantieri di Chiomonte, dove oltre all’adozione di piani di inganno, sono state segnalate divisioni per aliquote di combattimento e l’alternanza tra manifestazioni e strumenti atti ad offendere. Ma anche vere e proprie armi, come per esempio i bazooka...».
I bazooka?
«Sì, prendendo tubi di metallo ed inserendo dentro dei fuochi d’artificio. Veri e propri lanciatori di esplosivi che hanno provocato danni ingenti sia contro i poliziotti che presidiavano la valle sia contro le strutture».
E questa è solamente la parte legata al mondo antagonista. C’è però anche quella collegata maggiormente ai cosiddetti pro Pal...
«Si tratta di una galassia minoritaria, però molto rumorosa, che è riuscita di fatto a fondere quelle che sono le istanze dei gruppi anarco-insurrezionalisti e marxisti leninisti a cui Askatasuna si associa. Ma non solo. I pro Pal sono riusciti a fondere quello che è l’asse della sovversione della sinistra estrema con quello anti israeliano in modo estremamente coerente con quelli che erano gli schieramenti durante la Guerra fredda: il blocco sovietico, i gruppi comunisti stavano con la Palestina e ora ripropongono quello che in maniera più strutturata abbiamo visto negli anni Settanta e Ottanta».
A cosa si riferisce esattamente?
«Alla volontà di violenza ai danni dello Stato. In tutto questo si inserisce la posizione anti governativa dei gruppi antagonisti che, di fatto, agiscono anche impunemente attraverso una forma di sostegno della borghesia e dell’élite intellettuale che si colloca nella cosiddetta sinistra moderata e che guarda spesso con favore a questi gruppi antagonisti».
Secondo lei c’è stato un cambio di strategia negli attacchi degli ultimi mesi? Penso per esempio ai sabotaggi contro i treni. Ancora una volta si è andati a colpire l’alta velocità...
«Dobbiamo fare due considerazioni. La prima è che Askatasuna ha compreso, nel corso degli anni, che il danno contro le infrastrutture strategiche impone il blocco di quello che è il movimento delle persone, delle merci e dei materiali in Italia. Se guardiamo ad alcuni obiettivi, pensiamo per esempio a Bologna, ci rendiamo conto che la natura strategica ed essenziale di quello snodo ferroviario rappresenta un’estrema vulnerabilità. Di fatto l’Italia viene divisa in due».
Del resto non è la prima volta che accade...
«Quello è un collo di bottiglia. Lì transita l’alta velocità e non ha percorsi alternativi. Proprio questo è il motivo per cui viene scelto come obiettivo strategico».
Però sembra che delle questioni locali alle frange antagoniste interessi sempre meno. Anzi: pare che ormai siano focalizzate principalmente sulle questioni legate agli Esteri, prima con Gaza e ora con l’Iran...
«Esatto: hanno abbandonato la resistenza locale, ovvero la liberazione degli spazi che erano stati per esempio occupati da Askatasuna, che ha preso atto dell’inutilità di difendere una sede fisica quando invece può imporre la propria volontà colpendo le infrastrutture strategiche che sono sinonimo di modernità, di collegamento, di globalizzazione. Che è tutto ciò a cui si oppone Askatasuna».
Si tratta di una decisione politica quindi?
«Certamente: e non è un caso che, come dicevo prima, questi riferimenti si trovino anche nella sinistra più istituzionale e parlamentare, da Alleanza verdi e sinistra al Movimento 5 stelle, che hanno basato la loro narrazione in campagna elettorale sull’inutilità di tutte le infrastrutture strategiche, non solo dell’alta velocità ma anche del Muos e dei trafori che permettono il transito di beni, mezzi e persone».
Il presidente americano si è spinto oltre, dichiarando alcuni movimenti antifa fuorilegge. Ha esagerato o, come pare anche da questa conversazione, alcuni di essi sono dei terroristi a tutti gli effetti?
«Sono terroristi nei fatti, in quello che commettono. C’è un’agenda politica ben definita che viene perseguita attraverso l’imposizione della propria presenza e della propria narrazione con atti di sabotaggio e di terrorismo».
In Italia però dire che gli antifa sono dei terroristi ha un valore e un peso diverso rispetto agli Stati Uniti...
«Possiamo discutere sul piano giuridico e legale, ma guardando a quella che è la normativa dell’Unione europea, l’atto di terrorismo è nella sua manifestazione e quelli degli antifa sono atti di terrorismo. Che poi non si voglia applicare l’etichetta di “terrorismo” in fase processuale è un altro discorso. Per restare sul piano operativo non possiamo non considerare questi atti come atti di terrorismo».
C’è poi la «questione maranza»...
«La componente pro Pal ha preso spunto da ciò che sta accadendo nel Nord Europa, dove l’Iran finanzia non solo i movimenti che sostengono la Palestina, ma anche le baby gang affinché queste rappresentino strumenti di destabilizzazione all’interno degli Stati in modo che provino a forzare le scelte politiche e perfino gli esiti elettorali. Qualcosa di simile a ciò che avviene qui con i “maranza”, giovani generazioni di magrebini che costituiscono le baby gang delle zone più disagiate di Torino (Barriera di Milano e Aurora), e che ci deve portare ad ascoltare il campanello d’allarme del Nord Europa».
Possiamo aspettarci qualcosa di simile anche da noi?
«Il Nord Europa si trova semplicemente più avanti con la destabilizzazione sociale. La partecipazione a questi eventi e la responsabilità a cui è stata attribuita la distruzione di beni pubblici e privati non può che confermare questo timore».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Caro presidente Zelensky, mi scusi se disturbo il suo tour nei salotti europei, ma avrei una domanda da porle: potrebbe appurare se è vero che sono i suoi guastatori a far saltare le petroliere nel Mediterraneo?
E se fosse vero, come pare, potrebbe dire loro che causare la più grande catastrofe ambientale nel Mare Nostrum non è un bel modo di ringraziare chi in questi anni l’ha riempita di soldi? Mi scusi se mi permetto, ma l’idea che 900 tonnellate di nafta finiscano sulle coste della Sicilia o della Puglia rovinando quel che resta della pesca e affossando definitivamente la stagione turistica che sta per iniziare ci inquieta assai. Non a caso l’altro giorno a Palazzo Chigi è stato convocato un vertice urgente per affrontare l’emergenza. Si teme un disastro. E, purtroppo, ancora una volta il disastro porta il suo nome.
La Arctic Metagaz è una petroliera che fa parte della cosiddetta «flotta ombra» di Mosca. Da un po’ di tempo voi ucraini vi divertite a colpirle qua e là, rivendicando solo ufficiosamente gli attentati. È successo anche qualche tempo fa a una nave ormeggiata a Vado Ligure. I sabotatori di Kiev, riportano le cronache, sono entrati in azione contro la Arctic Metagaz a inizio marzo: vari droni sottomarini hanno colpito la nave, squarciandone la fiancata. C’è stato un incendio. I trenta uomini dell’equipaggio sono stati portati in salvo, e da allora la petroliera vaga alla deriva fra Malta e Lampedusa. Una specie di bomba nel cuore del Mediterraneo. Se dovesse sversare in mare le sue 900 tonnellate di nafta ci troveremmo di fronte al più grande disastro ambientale mai visto da queste parti. Le sembra il modo, caro Zelensky, di ringraziarci per tutti i soldi che le abbiamo dato?
L’altro giorno lei era a Parigi. Dopo aver tubato un po’ con Macron, è andato a fare lezione agli studenti di SciencesPo. Ho letto resoconti commoventi del suo modo «amabile» di rispondere alle domande degli studenti parlando «di morale, sentimenti e valori». «La sua narrazione è quella di un percorso di elevazione morale», ha scritto La Stampa. «È un leader che parla alla nostalgia». E noi siamo lieti, naturalmente, di osservare tutta questa sua amabilità per gli studenti. Non potrebbe averne un po’ anche per il nostro mare? Nel suo percorso di elevazione morale deve proprio rientrare la catastrofe ambientale nel Mediterraneo? Mi scusi, ma visto che si parla alla nostalgia, ecco: noi abbiamo nostalgia di quando gli ucraini non usavano i nostri soldi per venire a sabotare le navi davanti alle nostre coste. Ci tenevo a dirglielo.
Anche per lei, sa. In questi anni, infatti, gli italiani sono stati costretti a perdonarle di tutto. La corruzione, i cessi d’oro dei suoi amici, le leggi liberticide, i ministri ladri, il passato da clown. Sono stati costretti a credere che lei fosse il simbolo della libertà e della democrazia anche quando mandava i suoi sicari in giro a massacrare giovani donne come la figlia di Dugin. Hanno chiuso un occhio di fronte al sabotaggio del North Stream, al caro petrolio, alle sanzioni alla Russia che hanno affossato la nostra economia. Ma se dovessero vedere tonnellate di greggio distruggere il Mediterraneo, chissà, forse aprirebbero gli occhi pure loro. E capirebbero finalmente chi lei è davvero. E cioè un’onda nera come il petrolio.
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Ansa
A quattro lustri dall’ultimo trionfo di un italiano (Fisichella), Kimi conquista la Cina.
Il destino si materializzò quando aveva 7 anni e papà Marco, che correva con le Gran Turismo, non riusciva a farlo entrare nel paddock. Niente badge, troppo piccolo. Allora s’inventò un escamotage: fece impilare una serie di gomme su un carrello, infilò nel buco il pargolo, gli impose di non fiatare, mise un ombrello aperto a coprirlo (necessario per non surriscaldare gli pneumatici al sole) e passò il controllo. Da quei box Andrea Kimi Antonelli non è più uscito. E ieri a Shanghai, a 19 anni e mezzo, è diventato il primo pilota italiano a vincere un gp 20 anni esatti dopo Giancarlo Fisichella. Non solo, è il secondo più giovane a trionfare dopo un certo Max Verstappen.
L’impresa del bolognese era nell’aria. Non solo perché la sua Mercedes vola, ma perché lui ha una marcia in più e non ha scelto il numero 12 a caso: era quello di Ayrton Senna, il più grande di sempre. Kimi - lo chiamava così suo zio, fan di Raikkonen - in Cina ha messo in fila la prima guida Mercedes, George Russell, e le due Ferrari (terzo Lewis Hamilton, primo podio sulla rossa, quarto Charles Leclerc). L’ordine d’arrivo evidenzia una coincidenza urticante: Antonelli è stato promosso dalla marca tedesca un anno fa proprio per sostituire Hamilton che aveva scelto Maranello a 40 anni. Due numeri: costo di quest’ultimo 50 milioni più 20 di bonus a stagione, costo di Kimi 2 milioni più 3 eventuali di bonus. John Elkann aveva il fuoriclasse della porta accanto e se lo è fatto scappare per una questione di marketing. Enzo Ferrari, che amava le scommesse più dei monumenti, l’avrebbe presa malissimo.
«Non ci posso credere», gridava Kimi nell’interfono all’ultimo giro. E quando gli hanno messo davanti il microfono ha pianto. Una favola surreale per un ragazzo che ha preso la licenza dei bolidi prima della patente B. «Fin da bambino i miei giocattoli preferiti erano le macchinine. In ogni negozio, in ogni autogrill, facevo fermare i miei genitori e uscivo con un paio di pacchetti di Hot Wheels». Nelle stagioni dei kart, ad accompagnarlo era mamma Veronica, «mentre io dovevo portare a casa i soldi per mantenere tutti», spiegò il padre, che ha preteso dal figlio la maturità tecnica prima dell’ok a scatenarsi in pista. Famiglia solida, valori di alta cilindrata.
Per la Mercedes è una scommessa vinta. «Con lui abbiamo un solo problema, farlo rallentare». Non proprio il peggiore dei difetti per un pilota di F1. Infatti Toto Wolff, guru austriaco del marchio d’argento, ha creduto in lui fin dall’inizio e lavora di psicologia per aiutarlo a superare l’irruenza giovanile che lo porta a strafare. Rallentare. Vallo a dire a un boys carico di adrenalina da prestazione. Max Verstappen alla sua età era soprannominato «Versbatten» e Gilles Villeneuve «l’aviatore», per la tendenza a decollare. Ora Kimi punta a confermarsi in Giappone. Basta e avanza. In ogni caso l’ultimo italiano a vincere un mondiale piloti di F1 è stato Alberto Ascari 73 anni fa. Troppi.
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2026-03-16
Italia sotto attacco in Kuwait. Colpito un nostro velivolo Tajani: «Non ci intimoriamo»
Predator MQ-9A, il drone italiano colpito in Kuwait (Ansa)
Nessun ferito tra i militari. Il capo di Stato maggiore: «Quel mezzo era indispensabile» Crosetto: «Non ci sono riflessi sulla sicurezza». Ancora stallo sullo stretto di Hormuz.
A distanza di quattro giorni dall’attacco a Erbil, i pasdaran hanno preso di mira una base militare in cui è di stanza un contingente italiano. Questa volta si tratta di Ali Al Salem, in Kuwait. A renderlo noto è stato il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano: «Questa mattina (ieri mattina, ndr) la base di Ali Al Salem, in Kuwait, che ospita capacità e personale americano e italiano, è stata oggetto di un attacco con drone che ha colpito uno shelter, all’interno del quale era ricoverato un velivolo a pilotaggio remoto della Task Force Air italiana, andato distrutto». Non si registrano feriti visto che «al momento dell’attacco tutto il personale era in sicurezza e non è stato coinvolto».
Tuttavia, il raid iraniano non è stato di poco conto. Nel post su X dello stato maggiore della Difesa, viene spiegato che «il velivolo» andato distrutto «costituiva un assetto indispensabile per lo svolgimento delle attività operative ed era rimasto schierato nella base al fine di garantire la continuità delle operazioni».
A ridimensionare però le conseguenze è stato in serata il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «La perdita del velivolo non ha alcun riflesso sulla sicurezza dei nostri militari schierati nell’area».
Tra l’altro, non è la prima volta che la rappresaglia iraniana si scaglia sulla base di Ali Al Salem. All’indomani dell’inizio dell’operazione Furia epica, la zona era finita sotto tiro dei missili iraniani, con le infrastrutture logistiche e operative che avevano riportato lievi danni. E tra il 5 e il 6 marzo era successo di nuovo: il regime aveva colpito il rifornimento di carburante, scatenando un incendio, mentre due caccia F2000 italiani erano stati colpiti da schegge.
A garantire che non c’è «nessun rischio e nessun problema per i nostri militari» è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al Tg4. «Non ci facciamo intimorire, manterremo fede agli impegni internazionali», ha sentenziato, ribadendo che «gli italiani non sono un obiettivo degli iraniani».
Prima dell’annuncio, il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche aveva già rivendicato il colpo, sostenendo che in Kuwait sia la base di Ali Al Salem che quella di Arifjan sono «state distrutte da potenti missili e droni iraniani». La base militare di Ali Al Salem non è stata infatti l’unico target di Teheran in Kuwait. L’esercito kuwaitiano ha riferito che tre velivoli senza pilota hanno preso di mira l’aeroporto internazionale. Nel giro di 24 ore sono stati rilevati 14 droni, di cui otto sono stati abbattuti. E con la caduta dei detriti sono stati feriti tre soldati kuwaitiani.
Proseguono a ritmo serrato gli attacchi iraniani anche negli altri Paesi del Golfo. Negli Emirati Arabi Uniti, il ministero della Difesa ha comunicato che sono stati intercettati quattro missili balistici e sei droni provenienti dall’Iran. In Bahrein sono scattate di nuovo le sirene sin dalla mattina e in Arabia Saudita sono stati intercettati almeno 12 droni diretti a Riad e nelle regioni orientali. Sui cieli sauditi però Teheran non vuole responsabilità. Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha dichiarato che questo attacco «non ha alcun collegamento» con l’Iran. Ma non è tutto. Per il regime, gli autori dei raid sulle infrastrutture civili dei Paesi Arabi sarebbero gli Stati Uniti e Israele con i droni americani Lucas, simili ai Shahed.
Con la situazione incandescente nel Golfo, parallelamente continuano i tentativi dell’amministrazione americana per ripristinare la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Con Teheran che tiene in pugno il mercato energetico globale, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha lanciato il proprio appello, ovvero che «la Cina, la Francia, il Giappone, la Corea del Sud, il Regno Unito e altri Paesi inviino le proprie navi nell’area».
Le reazioni sono state diverse. La Cina si è proposta come mediatore. Pechino infatti «continuerà a intensificare le comunicazioni con le parti interessate e a svolgere un ruolo costruttivo ai fini della de-escalation». Prudenza è stata espressa dal Giappone e dalla Corea del Sud. Il Regno Unito sta già invece «operando intensamente con i Paesi alleati» per capire come «rendere possibile la navigazione». Meno chiara è la posizione francese. Di certo, il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, si è sentito ieri con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Sullo Stretto, in prima battuta, il ministero degli Esteri ha negato l’invio di navi, poco dopo un diplomatico francese ha rivelato al Financial Times che Parigi «sta lavorando con diversi partner per garantire il passaggio delle petroliere». E ha aggiunto che il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ne parlerà oggi con l’Ue.
È infatti prevista a Bruxelles la riunione del Consiglio degli affari esteri, in cui si discuterà anche di Hormuz. A tal proposito, Tajani ha fatto sapere che oggi ribadirà a Bruxelles «la necessità di una posizione comune». Ha poi svelato che «nessun Paese europeo ha dato disponibilità militare per forzare Hormuz». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che diversi Paesi hanno contattato l'Iran per ottenere un passaggio sicuro per le proprie navi.
Peraltro, se da una parte l’Ue temporeggia sullo Stretto, dall’altra sta considerando il rafforzamento della missione navale europea Aspides nel Mar Rosso. Il dossier verrà discusso oggi, ma Tajani ha già confermato che l’Italia è pronta «a sostenere il rafforzamento della missione». A essere scettico a riguardo è l’omologo tedesco, Johann Wadephul: visto l’iniziativa «non si è dimostrata efficace» nel Mar Rosso, non crede che «un’estensione di Aspides» possa avere delle conseguenze positive. Oltre al Golfo, l’Iran insieme all’alleato Hezbollah ha continuato a bersagliare Israele. I missili iraniani hanno fatto scattare le sirene a Eilat, a Gerusalemme e soprattutto nel centro di Israele, dove le munizioni a grappolo hanno ferito lievemente due persone.
Dall’altra parte, con Gerusalemme che prevede almeno tre settimane di guerra, l’aeronautica militare israeliana ha comunicato di aver lanciato attacchi «estesi» nell’Iran occidentale, ad Hamedan. Stando a quanto riferito da Al Jazeera, i raid israeliani e americani avrebbero danneggiato il centro di ricerca spaziale di Teheran. Intanto, pare che agli Stati Uniti l’operazione in Iran sia costata 12 miliardi di dollari.
Sul fronte libanese, il Times of Israel ha riferito che ieri sarebbe stato eliminato un funzionario di Hamas a Sidone. Unifil è stata ancora presa di mira ma non risulta coinvolto nessun militare italiano. Israele e Libano, tuttavia, dovrebbero tenere colloqui nei prossimi giorni con l'obiettivo di raggiungere un cessate il fuoco duraturo che porti al disarmo di Hezbollah.
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