Quando Joe Biden ha giurato come presidente degli Stati Uniti, il 20 gennaio 2021, uno dei temi che più divideva il Paese era già l’immigrazione. Ma nessuno, nemmeno i suoi critici più feroci, avrebbe mai immaginato che nel giro di pochi anni la situazione al confine sud si sarebbe trasformata in una delle più gravi crisi migratorie della storia americana. I numeri parlano chiaro: tra il 2021 e il 2024 le autorità di frontiera hanno registrato oltre 10 milioni di «incontri» con persone entrate senza regolare autorizzazione. Il 2024 ha toccato il picco di quasi 3 milioni di encounters, il valore più alto da quando la Customs and Border Protection tiene il conto.
La causa principale era una e una sola: la percezione, largamente diffusa tra chi cerca di raggiungere il suolo statunitense, che la nuova amministrazione democratica sarebbe stata più tollerante, meno incline a separare famiglie o a trattenere per lunghi periodi chi veniva fermato. [...] L’America di Biden era, anche in questo, una sorta di parodia dei peggiori fallimenti europei. [...] L’umanesimo dei diritti universali, diventato il linguaggio stantio della politica europea, si scontra con un punto inaggirabile: nel mondo i confini sono assolutamente necessari per poter «vivere in bene ordinata repubblica». [...] E così l’immigrazione, lungi dall’essere il libero movimento di persone, diviene un atto politico, spesso imposto dall’alto e slegato dalle logiche spontanee del mercato e della reciprocità. Un atto politico di invasione delle proprietà comuni altrui. Chi arriva oggi non entra in una società privata di proprietari consenzienti, ma in una struttura statale che distribuisce risorse collettive, garantisce diritti sociali costosissimi (privilegi travestiti da diritti) e impone obblighi ai cittadini che le ricchezze hanno prodotto. Chi giunge, dunque, occupa spazi e usufruisce di beni e servizi che né lui né tantomeno i suoi avi hanno contribuito a creare. [...] Dove la frontiera cede, si dissolve il principio stesso di responsabilità collettiva: chiunque può accedere ai benefici dello Stato sociale senza averne sostenuto i costi. [...] I governi occidentali, che nel Dopoguerra avevano costruito la loro legittimità sulla capacità di gestire e distribuire - beni, sicurezza, diritto - mostrano oggi tutta la loro intrinseca debolezza istituzionale. [...] Il messaggio implicito che tutti i Paesi europei mandano ai disperati dell’Africa e del Medio Oriente è chiaro: «Se sopravviverete a un periglioso viaggio, nessuno vi rimpatrierà». Una promessa che di fatto ha trasformato la migrazione in una gara darwiniana per la sopravvivenza, in un business senza fine. Le politiche di «accoglienza condizionata» hanno sostituito la selezione con la roulette della fortuna geografica. È la selezione naturale travestita da solidarietà, un modello che premia la violazione e punisce la legalità. [...]
[...] Durante la Guerra fredda, il mondo si divise in due sistemi chiusi, entrambi impermeabili. Il comunismo, pur nella sua brutalità, garantiva una forma di ordine: le popolazioni non potevano muoversi, e l’Occidente si definiva come spazio di libertà. [...] Ma quando il Muro di Berlino crollò nel 1989, quella funzione speculare svanì. Ciò che era stato conquista diventava problema: l’apertura senza selezione. [...] Gli accordi di Dublino, concepiti per distribuire equamente le responsabilità, si sono rivelati uno strumento punitivo per i Paesi di primo approdo: Italia, Grecia e Spagna sopportano il peso dell’accoglienza mentre gli Stati del Nord invocano principi morali che non applicano. La macchina di Bruxelles funziona come una gigantesca cinghia di trasmissione del nulla. [...] Come sostiene Guglielmo Piombini: «Non era mai successo, nella storia umana, che una popolazione finanziasse l’arrivo nella propria terra di una popolazione apertamente ostile e intenzionata a sradicare la cultura ospite per instaurare la propria. Eppure, è proprio questo che da qualche decennio sta accadendo in Europa occidentale con l’arrivo di masse islamiche aggressive e fanatizzate, che in larga misura vivono di sussidi assistenziali» (Guglielmo Piombini, La gabbia delle idee. Il grande inganno del politicamente corretto, 2019). Il multiculturalismo è stato sposato come dottrina politica, economica e sociale così rapidamente dagli intellettuali di sinistra, da lasciar intendere che non sia altro che un riadattamento del comunismo alle esigenze dell’oggi. [...] Non credo che le moltitudini musulmane rimarranno fedeli ai loro piccoli bolscevichi che oggi promettono loro cittadinanza e welfare: con ogni probabilità saranno i primi ad essere liquidati dopo la prossima presa del Palazzo d’Inverno. In ogni caso, se da un lato, la sinistra vuole favorire un’immigrazione tutta sulle spalle della collettività e della tassazione generale, convinta non solo che non debbano essere posti limiti agli ingressi, ma anche che chi arriva debba essere a carico della fiscalità generale, occorre anche rendersi conto che così facendo non rimarrà davvero nulla dell’adorato welfare. Il sistema dello Stato sociale, infatti, è chiuso, nasce in un mondo impermeabile alle migrazioni e con confini rigidissimi. Negli Stati Uniti, una crisi simile a quella che attraversa l’Europa ha generato la rinascita del conservatorismo. L’ascesa di Donald Trump nel 2016 e il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025 non sono semplici eventi politici, ma sintomi di una domanda di ordine che sta attraversando l’intero Occidente. Nell’autunno del 2025 i britannici che hanno dimostrato contro l’invasione del loro Paese scandivano come slogan «We love Trump». Donald Trump rappresenta la rivincita della sovranità, dei confini certi, del fatto che come scriveva Robert Frost in Mending Wall del 1914, «good fences make good neighbours» (le buone staccionate creano buoni vicini). L’era di Biden viene percepita ormai come quella del caos e anche del disordine morale sotto il dominio del pensiero woke. Secondo Trump a costruire le nazioni sono in primo luogo i confini, ossia quando la comunità politica non sa più chi accoglie, smette di essere una vera comunità. Il muro, più che una barriera fisica, è diventato un simbolo sacrale, un totem politico, che rappresenta non tanto la chiusura, quanto la riaffermazione del diritto di decidere e proclamare il proprio spazio politico. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, dunque, la crisi migratoria assume forme diverse ma una sostanza simile: minaccia la perdita della sovranità reale. Gli Stati Uniti rimangono la massima concentrazione di potere militare, economico e culturale della storia umana, ma la definizione del loro spazio politico è sottoposta a pressioni continue. L’Europa, priva di potenza militare e identità condivisa, non riesce semplicemente a difendere i propri confini geografici. È un fallimento duplice - dell’efficienza e del significato - che corrode lentamente la legittimità dell’intero ordine occidentale. Come sostiene Samuel Huntington, infatti, la capacità di una civiltà di mantenere una identità richiede confini culturali e linguistici chiari e condivisi. E l’Occidente, proprio il luogo che è stato maggiormente ossessionato dai confini nel corso dell’età moderna, anzi, la civiltà che con la nascita dello Stato ha reso i confini la condizione di pensabilità della comunità politica, oggi finge di dimenticare la necessità simbolica e politica delle frontiere.
La crisi dell’identità occidentale: senso di colpa e hybris
L’immigrazione non rappresenta soltanto un fenomeno sociale o politico, ma una lente che riflette la crisi più profonda dell’Occidente: lo smarrimento del proprio senso di sé. Ciò che è in gioco non è solo la capacità di gestire le frontiere materiali, ma quella, ben più sottile, di mantenere i confini interiori, culturali e morali. L’Occidente vive da decenni un lungo dopoguerra spirituale, una sorta di penitenza collettiva che ha trasformato il senso di colpa nell’ideologia dominante. Solo quaranta anni fa l’idea di colpa riguardava in particolare la Germania. La parola Schuldfrage (la questione della colpa) rimanda direttamente al saggio di Karl Jaspers, Die Schuldfrage (1946), un testo che divenne un riferimento per il dibattito sulla «rielaborazione del passato». Per circa quattro decenni, non a caso mentre i protagonisti degli anni del Terzo Reich erano ancora gagliardamente in sella, il dibattito pubblico non era attraversato dai sensi di colpa, ma negli anni Ottanta la Schuldfrage riemerse con forza, in una nuova cornice culturale. Come avevano potuto i genitori e i nonni aderire così entusiasticamente a un regime criminale, si chiedevano confusi i tedeschi della mia generazione, chinando il capo contriti. Oggi siamo tutti tedeschi e ogni macchia nel passato, dall’Arkansas all’Alsazia, dalla Sicilia al South Carolina è un nazismo puro e semplice. Dalla tragedia del colonialismo alle due guerre mondiali, fino all’età della globalizzazione, il mondo occidentale ha interiorizzato l’idea che la propria prosperità sia, in definitiva, il frutto di un’ingiustizia profonda. È nato così un nuovo ethos, quello della rinuncia, della contrizione permanente, della ricerca di redenzione nella decadenza economica e spirituale. Come sosteneva Nietzsche nella Genealogia della morale, l’uomo moderno è un animale addomesticato, e questo animale porta la ferita del suo stesso addomesticamento.