«Volevo uccidere un bianco». Il delitto di Torino è razzista
Ansa
Il killer marocchino Said Machaouat ha ammesso di aver cercato un italiano da colpire. Per i giornali però è soltanto un folle: l’odio razziale esiste solo se la vittima è straniera.

«Sino a quando governanti sconsiderati nutriranno di odio e sospetto il nostro tempo, non ci si dovrà stupire se gesti di morte come quello di Torino si produrranno più spesso lungo la linea del colore». Parola di Roberto Beneduce, di professione psichiatra. A dargliela, la parola, ci ha pensato La Stampa di Torino, che ha chiesto all’esimio docente di commentare il delitto di Stefano Leo, il giovane biellese ucciso da un immigrato marocchino. «Volevo ammazzare un italiano felice», ha detto (…) Said Machaouat, l’assassino, ma secondo l’etnopsichiatra la colpa è dei politici che alimentano l’odio, dunque anche in questo caso di Matteo Salvini. L’immigrato, naturalizzato in Italia a seguito di un’adozione, agli investigatori ha detto che voleva togliere la vita a un giovane, privarlo del futuro, degli amici e dei parenti, dei figli che avrebbe potuto avere. Siccome era stato accolto da Torino, nel capoluogo piemontese era stato adottato e integrato, e in città si era messo con una ragazza italiana, ma la storia era finita male, voleva far pagare a Torino quello che è Torino.

Dunque, siccome a Torino c’è vita e Stefano Leo con la sua aria felice era la rappresentazione della vita, Said Machaouat ha scelto lui. E per essere sicuro di non sbagliare lo ha colpito alla gola con un coltellaccio. Lo ha guardato mentre moriva, mentre Stefano cercava di respirare. «Si è accasciato dopo aver fatto le scale, cercando di prendere aria. Si è inginocchiato e poi è caduto a terra». Il marocchino voleva «una persona la cui morte avesse una buona risonanza. Non un vecchio di cui nessuno parla». Tuttavia, la colpa non è di questa risorsa dell’Italia, che nel nostro Paese aveva trovato una famiglia, un amore e perfino un figlio. No, la colpa, secondo l’etnopsichiatra, un signore che ha passato la vita a studiare i disturbi mentali in base alla provenienza etnica e insegna antropologia medica all’università del capoluogo piemontese, è dei politici che alimentano l’odio. Di più. Secondo Beneduce, nelle nostre democrazie è diventato facile colpire un innocente, poco importa che si tratti di scolari ignari o «di naufraghi ai quali rifiutare per forza di legge soccorso, condannandoli a morte certa». Dalla tesi del professore si deduce che il gesto di Machaouat, cioè l’assassinio di Stefano Leo, sia da mettere sullo stesso piano del gesto di Sy Ousseynou, l’autista senegalese che voleva fare bruciare un bus pieno di ragazzini per protestare contro i migranti morti nel Mediterraneo. Ma allo stesso tempo, leggendo le frasi di Beneduce, si capisce che il razzista di Torino e l’attentatore di Crema si sono comportati nello stesso modo in cui si comporta Salvini quando chiude i porti. Tagliare la gola a un giovane perché è felice, come Machaouat ha fatto, e sequestrare dei dodicenni per fare una strage contro le morti in mare, per l’illustre cattedratico sono modi di colpire persone innocenti esattamente come decidere di non soccorrere dei naufraghi. Anzi. Forse il ministro che decide di chiudere i porti ha maggiori responsabilità, perché lui non è immigrato.

Che il killer dei Murazzi abbia dichiarato di essere andato in cerca di un giovane bianco, uno in cui si potessero riconoscere tutti, i genitori come gli ex compagni di scuola, per l’esperto di etnopsichiatria non è razzismo all’incontrario. È la prova che in Italia c’è una politica razzista che alimenta i conflitti e l’odio. Eh già, non ci fossero stati Salvini, la Lega e gli italiani che dicono basta all’invasione, certo tutto sarebbe filato via liscio. A Machaouat mai sarebbe venuto in mente di tagliare la gola a Stefano Leo. E Sy Ousseynou non avrebbe provato a dar fuoco a 51 ragazzini insieme alle loro insegnanti e alla bidella. Ovvio. Talmente ovvio che Beneduce è in perfetta sintonia con il principe del barocco siciliano che scrive su Repubblica, quel Francesco Merlo che il giorno della sventata strage di San Donato si è messo a sostenere che «la sociologia applicata alla cronaca nera è la madre di tutti i razzismi moderni», salvo poi sostenere che i matti acchiappano per la coda gli odi dell’epoca, cioè quelli generati dai sovranisti o dai governi che non vogliono immigrati. Tutti sociologi o psichiatri pronti a studiare i fenomeni italiani, senza però mai chiamarli con il loro nome.

Le vicende sono semplici. Machaouat e Ousseynou sono due terroristi. Anzi razzisti. Non ce l’avevano in particolare con Stefano Leo o con i 51 ragazzini di Crema. Ce l’avevano con gli italiani in quanto occidentali. Portatori di un modello che volevano colpire, di una felicità che volevano spegnere. Non ce l’avevano con un ministro o un’istituzione. Ce l’avevano con degli innocenti. Proprio come i terroristi. Non è l’odio che produce gesti di morte, come ribaltando i fatti dicono gli scienziati che vorrebbero metterci sul lettino da psicanalista. È la felicità – la nostra – che produce gesti di morte. È tutto molto semplice. Troppo semplice perché qualcuno lo capisca.

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