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2022-01-26
Vogliono la gogna anche alle elementari
Ansa
Per la scuola sono in arrivo nuove regole. Solo che, invece di snellire la burocrazia e il rischio Dad per tutti, si continua con le discriminazioni anche per i più piccoli. Il ministero dell’Istruzione e quello della Salute stanno lavorando in seguito alle numerose pressioni arrivate dalle Regioni per snellire la burocrazia nelle scuole.
In questi giorni chi vive nella realtà sa che nelle scuole si sta verificando qualunque cosa. Bambini appena guariti sono costretti a sottoporsi al testing t0 - t5, altri completamente sani si ritrovano a casa perché le classi alla primaria chiudono con due casi. Gli insegnanti devono spiegare la lezione contemporaneamente agli alunni presenti in classe e ai ragazzi rimasti a casa in isolamento tramite video con conseguente caos organizzativo e tecnologico. I genitori degli alunni isolati sono allo stremo, non si riesce a lavorare e i ragazzi ogni giorno non sanno cosa accadrà all’indomani.
Le regole attuali non garantiscono in nessun modo che la scuola prosegua con continuità, ma le vie di semplificazione proposte sembrano andare verso la replicazione del modello delle superiori. Nella scuola secondaria, infatti, si prevede che con due contagiati la classe si divida in vaccinati e guariti a scuola e non vaccinati a casa. L’idea è quella di riproporre lo schema anche per le elementari, dove però il numero di vaccinati è molto più basso rispetto alle percentuali degli over 12.
Sono le Regioni a chiederlo. Il presidente della Toscana, Eugenio Giani, chiede che restino a casa solo i positivi e i non vaccinati, per chi ha completato il ciclo vaccinale invece niente Dad.
L’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, è dello stesso avviso. «È giunto il momento di semplificare la vita a coloro che hanno completato le vaccinazioni».
Verosimilmente, quindi, anche alla scuola primaria ci sarà la distinzione tra alunni vaccinati e non vaccinati. Si tratterebbe della prima modifica al sistema delle quarantene in ambito scolastico e deriverebbe dal risultato delle ultime riunioni tra i tecnici del ministero della Salute e dell’Istruzione.
Sono troppi i bambini sani a casa, peccato che però si perda l’occasione, ancora una volta, di eliminarla del tutto, questa didattica a distanza. Non si coglie infatti quello che risulta essere il problema più grande della scuola in questo momento. Gli alunni in Ddi (didattica digitale integrata) spesso non riescono a prendere il segnale con i docenti perché gli istituti non hanno la copertura sufficiente per svolgere contemporaneamente un numero così alto di connessioni. Non sono casi isolati, tanto che già l’Associazione nazionale presidi di Roma e del Lazio aveva denunciato questa criticità. «Visto l’elevato numero di classi in Dad/Ddi: in diverse scuole si presenta la necessità di aumento della portata della rete Internet».
Si chiede la semplificazione ma non si tiene conto che mantenendo la discriminazione, con queste difficoltà di connessione, chi non ha ricevuto il vaccino o non sia guarito, si ritroverà ad avere grosse difficoltà con la didattica. Per altro è bene sapere che a fronte di 5 ore di scuola al giorno nella scuola primaria (8 per chi fa tempo pieno) le ore di Ddi sono una o due. Quindi appare chiaro che chi seguirà le lezioni in video rimarrà fortemente svantaggiato rispetto ai compagni che invece avranno la possibilità di accedere a scuola. I problemi sono oggettivi, ma l’approccio con cui si affrontano le soluzioni non vanno verso l’inclusività.
Il premier Mario Draghi ha spesso parlato dell’importanza di non lasciare indietro nessuno nella scuola perché l’istruzione deve poter essere un ascensore sociale per tutti gli studenti, a prescindere dalla propria estrazione di origine. Belle parole che però non si sono trasformate in fatti. Se queste nuove regole potranno far tirare un sospiro di sollievo ad alcuni, ad altri non consentiranno di vivere sereni, anzi. La polarizzazione e l’esclusione dei non vaccinati arriverà anche fra i più piccoli e chi per qualsiasi motivo ha deciso di non vaccinare i propri figli dovrà inevitabilmente far loro subire lo svantaggio didattico derivante dalle lezioni a distanza. Il vaccino alla fine diventa un ricatto sociale anche per i più piccini e soprattutto aumenterà il divario che già esiste nei livelli di apprendimento tra classi sociali. Il numero degli abbandoni scolastici rimane altissimo: l’Italia è il quarto Paese in Europa per abbandoni. In Italia nel 2020 si registrava una percentuale di abbandoni pari al 13,1%.
In ogni modo le Regioni e le associazioni non chiedono solo questo ma anche che si possa rientrare dalla Dad senza necessità di sottoporsi al tampone.
Inoltre, si spinge affinché la quarantena per i vaccinati possa scendere dai 10 ai 7 giorni. Queste regole potrebbero essere applicate per tutti, senza distinzioni, ma ancora una volta si ricorre alle divisioni, che per i bambini piccoli rischiano di divenire ancora più odiose.
La conversione dei governatori: «Basta con il sistema dei colori»
I governatori, che solo un mese fa studiavano i lockdown differenziati e il rinvio della ripresa della scuola a gennaio, hanno finalmente fatto fronte comune per «superare definitivamente il sistema a colori delle zone di rischio» e riservare la sorveglianza sanitaria ai positivi al Covid «sintomatici». Sono i capisaldi della lettera che sarà inviata al governo «e che sarà una piattaforma imprescindibile per il futuro confronto fra l’esecutivo e le Regioni», si legge in una nota diffusa ieri. I presidenti delle regioni vogliono «guardare al futuro e procedere rapidamente verso una normalizzazione della situazione che consenta una ripresa più ordinata e il rilancio del nostro Paese», come ha dichiarato Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. La semplificazione è richiesta anche per la sorveglianza nelle scuole, aperte, ma nel caos, data la complessità delle stringenti regole che possono chiudere intere classi con pochi positivi, addirittura con uno solo, alla scuola materna. «Sotto questo profilo», continua la nota, «per non interrompere continuamente l’attività didattica in presenza è opportuno tenere in isolamento solo gli studenti positivi sintomatici». In pratica, le Regioni chiedono che non ci sia didattica a distanza (Dad) per gli alunni delle elementari vaccinati o guariti da meno di 120 giorni: devono poter restare in classe anche con due casi positivi. Più controversa la richiesta di non mandare in Dad gli studenti vaccinati, che determinerebbe l’estensione alle elementari delle discriminazioni già in corso alle superiori. Avanzata anche la richiesta di non effettuare più tampone per tornare a scuola finito il periodo di quarantena, anche per ridurre il tempo previsto per i vaccinati da 10 a 7 giorni.
Sull’altro fronte caldo della politica regionale, quello ospedaliero, unico riferimento chiaro per definire l’andamento della pandemia, i governatori chiedono di «rivedere la classificazione dei ricoveri Covid evitando di includere i pazienti positivi ricoverati per altre patologie».
Sembra che la variante Omicron sia riuscita nell’impresa, impensabile, fino a qualche settimana fa, di mettere d’accordo tutte le Regioni a mollare la presa, convincendo anche il chiusurista campano del Pd Vincenzo De Luca che già venerdì dichiarava: «L’Italia è un manicomio di colori e quarantene. A Roma non sono in grado di fare nulla». La cosa interessante è che, meno di un mese fa, il leghista Luca Zaia si è trovato a fare quasi da sponda proprio a De Luca. In tempo di festività natalizie, il governatore veneto aveva ventilato la possibilità di far «slittare la data di rientro a scuola» dopo il 10 gennaio, mentre, in modo decisamente più colorito, De Luca osservava: «La Dad? Ha permesso di evitare danni sanitari pesanti e anche adesso chiudere le scuole sarebbe la scelta più utile per la salute e la formazione». Del resto, quando il suo Veneto era a un passo dall’arancione, Zaia ipotizzava, a malincuore, forti limitazioni ai no vax. Nello stesso periodo in Liguria, l’ex forzista, ora di Cambiamo!, Giovanni Toti, sul lockdown solo per i non vaccinati, si era espresso ammettendo che non gli avrebbe fatto «scandalo, anche a tutela degli stessi non vaccinati». Ora, davanti all’evidenza dei dati epidemiologici in cui all’impennata dei casi non è seguita la pressione sugli ospedali che ci si sarebbe attesa, tutti i governatori, dal lombardo Attilio Fontana, a Zaia, da Toti a Fedriga, ma anche il toscano Eugenio Giani e Nello Musumeci di Regione Sicilia, hanno fatto fronte comune per azzerare un sistema, quello dei colori in base a contagi e ricoveri, ormai «obsoleto» e «superato». Perfino De Luca non ha intenzione di prevedere nuove restrizioni. Le Regioni, in modo compatto e trasversale chiedono al governo una «semplificazione». Il governo non avrebbe più scuse per allentare la presa.
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Anziché semplificare le regole che bloccano le scuole, il governo starebbe pensando di estendere pure alle primarie le norme discriminatorie già in vigore alle superiori: con due contagiati restano in classe solo i vaccinati (che fra i piccoli sono molti di meno).I presidenti di Regione, sin qui fortemente chiusuristi, chiedono di allentare la morsa.Lo speciale contiene due articoli.Per la scuola sono in arrivo nuove regole. Solo che, invece di snellire la burocrazia e il rischio Dad per tutti, si continua con le discriminazioni anche per i più piccoli. Il ministero dell’Istruzione e quello della Salute stanno lavorando in seguito alle numerose pressioni arrivate dalle Regioni per snellire la burocrazia nelle scuole. In questi giorni chi vive nella realtà sa che nelle scuole si sta verificando qualunque cosa. Bambini appena guariti sono costretti a sottoporsi al testing t0 - t5, altri completamente sani si ritrovano a casa perché le classi alla primaria chiudono con due casi. Gli insegnanti devono spiegare la lezione contemporaneamente agli alunni presenti in classe e ai ragazzi rimasti a casa in isolamento tramite video con conseguente caos organizzativo e tecnologico. I genitori degli alunni isolati sono allo stremo, non si riesce a lavorare e i ragazzi ogni giorno non sanno cosa accadrà all’indomani. Le regole attuali non garantiscono in nessun modo che la scuola prosegua con continuità, ma le vie di semplificazione proposte sembrano andare verso la replicazione del modello delle superiori. Nella scuola secondaria, infatti, si prevede che con due contagiati la classe si divida in vaccinati e guariti a scuola e non vaccinati a casa. L’idea è quella di riproporre lo schema anche per le elementari, dove però il numero di vaccinati è molto più basso rispetto alle percentuali degli over 12.Sono le Regioni a chiederlo. Il presidente della Toscana, Eugenio Giani, chiede che restino a casa solo i positivi e i non vaccinati, per chi ha completato il ciclo vaccinale invece niente Dad. L’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, è dello stesso avviso. «È giunto il momento di semplificare la vita a coloro che hanno completato le vaccinazioni».Verosimilmente, quindi, anche alla scuola primaria ci sarà la distinzione tra alunni vaccinati e non vaccinati. Si tratterebbe della prima modifica al sistema delle quarantene in ambito scolastico e deriverebbe dal risultato delle ultime riunioni tra i tecnici del ministero della Salute e dell’Istruzione.Sono troppi i bambini sani a casa, peccato che però si perda l’occasione, ancora una volta, di eliminarla del tutto, questa didattica a distanza. Non si coglie infatti quello che risulta essere il problema più grande della scuola in questo momento. Gli alunni in Ddi (didattica digitale integrata) spesso non riescono a prendere il segnale con i docenti perché gli istituti non hanno la copertura sufficiente per svolgere contemporaneamente un numero così alto di connessioni. Non sono casi isolati, tanto che già l’Associazione nazionale presidi di Roma e del Lazio aveva denunciato questa criticità. «Visto l’elevato numero di classi in Dad/Ddi: in diverse scuole si presenta la necessità di aumento della portata della rete Internet». Si chiede la semplificazione ma non si tiene conto che mantenendo la discriminazione, con queste difficoltà di connessione, chi non ha ricevuto il vaccino o non sia guarito, si ritroverà ad avere grosse difficoltà con la didattica. Per altro è bene sapere che a fronte di 5 ore di scuola al giorno nella scuola primaria (8 per chi fa tempo pieno) le ore di Ddi sono una o due. Quindi appare chiaro che chi seguirà le lezioni in video rimarrà fortemente svantaggiato rispetto ai compagni che invece avranno la possibilità di accedere a scuola. I problemi sono oggettivi, ma l’approccio con cui si affrontano le soluzioni non vanno verso l’inclusività. Il premier Mario Draghi ha spesso parlato dell’importanza di non lasciare indietro nessuno nella scuola perché l’istruzione deve poter essere un ascensore sociale per tutti gli studenti, a prescindere dalla propria estrazione di origine. Belle parole che però non si sono trasformate in fatti. Se queste nuove regole potranno far tirare un sospiro di sollievo ad alcuni, ad altri non consentiranno di vivere sereni, anzi. La polarizzazione e l’esclusione dei non vaccinati arriverà anche fra i più piccoli e chi per qualsiasi motivo ha deciso di non vaccinare i propri figli dovrà inevitabilmente far loro subire lo svantaggio didattico derivante dalle lezioni a distanza. Il vaccino alla fine diventa un ricatto sociale anche per i più piccini e soprattutto aumenterà il divario che già esiste nei livelli di apprendimento tra classi sociali. Il numero degli abbandoni scolastici rimane altissimo: l’Italia è il quarto Paese in Europa per abbandoni. In Italia nel 2020 si registrava una percentuale di abbandoni pari al 13,1%. In ogni modo le Regioni e le associazioni non chiedono solo questo ma anche che si possa rientrare dalla Dad senza necessità di sottoporsi al tampone. Inoltre, si spinge affinché la quarantena per i vaccinati possa scendere dai 10 ai 7 giorni. 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Sono i capisaldi della lettera che sarà inviata al governo «e che sarà una piattaforma imprescindibile per il futuro confronto fra l’esecutivo e le Regioni», si legge in una nota diffusa ieri. I presidenti delle regioni vogliono «guardare al futuro e procedere rapidamente verso una normalizzazione della situazione che consenta una ripresa più ordinata e il rilancio del nostro Paese», come ha dichiarato Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. La semplificazione è richiesta anche per la sorveglianza nelle scuole, aperte, ma nel caos, data la complessità delle stringenti regole che possono chiudere intere classi con pochi positivi, addirittura con uno solo, alla scuola materna. «Sotto questo profilo», continua la nota, «per non interrompere continuamente l’attività didattica in presenza è opportuno tenere in isolamento solo gli studenti positivi sintomatici». In pratica, le Regioni chiedono che non ci sia didattica a distanza (Dad) per gli alunni delle elementari vaccinati o guariti da meno di 120 giorni: devono poter restare in classe anche con due casi positivi. Più controversa la richiesta di non mandare in Dad gli studenti vaccinati, che determinerebbe l’estensione alle elementari delle discriminazioni già in corso alle superiori. Avanzata anche la richiesta di non effettuare più tampone per tornare a scuola finito il periodo di quarantena, anche per ridurre il tempo previsto per i vaccinati da 10 a 7 giorni. Sull’altro fronte caldo della politica regionale, quello ospedaliero, unico riferimento chiaro per definire l’andamento della pandemia, i governatori chiedono di «rivedere la classificazione dei ricoveri Covid evitando di includere i pazienti positivi ricoverati per altre patologie». Sembra che la variante Omicron sia riuscita nell’impresa, impensabile, fino a qualche settimana fa, di mettere d’accordo tutte le Regioni a mollare la presa, convincendo anche il chiusurista campano del Pd Vincenzo De Luca che già venerdì dichiarava: «L’Italia è un manicomio di colori e quarantene. A Roma non sono in grado di fare nulla». La cosa interessante è che, meno di un mese fa, il leghista Luca Zaia si è trovato a fare quasi da sponda proprio a De Luca. In tempo di festività natalizie, il governatore veneto aveva ventilato la possibilità di far «slittare la data di rientro a scuola» dopo il 10 gennaio, mentre, in modo decisamente più colorito, De Luca osservava: «La Dad? Ha permesso di evitare danni sanitari pesanti e anche adesso chiudere le scuole sarebbe la scelta più utile per la salute e la formazione». Del resto, quando il suo Veneto era a un passo dall’arancione, Zaia ipotizzava, a malincuore, forti limitazioni ai no vax. Nello stesso periodo in Liguria, l’ex forzista, ora di Cambiamo!, Giovanni Toti, sul lockdown solo per i non vaccinati, si era espresso ammettendo che non gli avrebbe fatto «scandalo, anche a tutela degli stessi non vaccinati». Ora, davanti all’evidenza dei dati epidemiologici in cui all’impennata dei casi non è seguita la pressione sugli ospedali che ci si sarebbe attesa, tutti i governatori, dal lombardo Attilio Fontana, a Zaia, da Toti a Fedriga, ma anche il toscano Eugenio Giani e Nello Musumeci di Regione Sicilia, hanno fatto fronte comune per azzerare un sistema, quello dei colori in base a contagi e ricoveri, ormai «obsoleto» e «superato». Perfino De Luca non ha intenzione di prevedere nuove restrizioni. Le Regioni, in modo compatto e trasversale chiedono al governo una «semplificazione». Il governo non avrebbe più scuse per allentare la presa.
Paul Magnier, francese del Team Soudal Quick-Step, festeggia sul podio come vincitore della Maglia Rosa di leader durante la 1ª tappa del 109° Giro d'Italia 2026 (Getty Images)
La corsa rosa parte da Nessebar e incorona subito il francese Paul Magnier, vincitore della volata di Burgas dopo una maxi caduta nel finale. Delusione per Jonathan Milan, solo quarto. Giornata tranquilla per il favorito Vingegaard e gli uomini di classifica.
Il Giro d’Italia 2026 parte dalla Bulgaria e la prima maglia rosa prende la strada della Francia. A Burgas vince Paul Magnier, il più rapido a uscire dal caos di un finale segnato da una maxi caduta a meno di un chilometro dall’arrivo. Il francese della Soudal Quick-Step brucia allo sprint Tobias Lund Andresen e Ethan Vernon, mentre Jonathan Milan, uno dei grandi favoriti di giornata, resta fuori dal podio e chiude quarto.
La prima tappa del Giro numero 109, 147 chilometri da Nessebar a Burgas lungo la costa del Mar Nero, era disegnata per i velocisti. E infatti tutto è andato in quella direzione fino agli ultimi metri, quando una caduta ha spezzato il gruppo e cambiato completamente la volata. Magnier è stato il più lucido nel trovare spazio, Milan invece si è ritrovato senza il suo treno proprio nel momento decisivo. Per il friulano della Lidl-Trek la situazione si era complicata già negli ultimi tre chilometri. La squadra si è disunita nella battaglia per prendere posizione e lui è rimasto costretto a inseguire ruote e varchi in un finale sempre più nervoso. Quando davanti è caduto mezzo gruppo, a giocarsi la vittoria sono rimasti in pochi.
La giornata era vissuta soprattutto sulla fuga di Manuele Tarozzi e dello spagnolo Diego Sevilla, scattati subito dopo il chilometro zero e rimasti all’attacco per oltre cento chilometri. Sevilla si è preso i due Gran premi della montagna e la prima maglia azzurra, mentre Tarozzi ha vinto il traguardo volante e il Red Bull Km davanti allo stesso Sevilla. Dietro, però, il gruppo non ha mai lasciato troppo spazio e la fuga si è chiusa a poco più di venti chilometri dall’arrivo. Tra gli uomini di classifica, invece, come da pronostico nessuna scossa. Jonas Vingegaard, indicato come il grande favorito per la vittoria finale viste le assenze di due fuoriclasse come Tadej Pogačar e Remco Evenepoel, ha corso una tappa prudente, restando lontano dai rischi e senza esporsi nel finale. Con la neutralizzazione dei tempi scattata a cinque chilometri dall’arrivo, la classifica non cambia.
Domani il Giro propone subito una tappa diversa: da Burgas a Veliko Tarnovo, 221 chilometri e un finale più duro, tra le valli dei Balcani e le strade che attraversano la catena montuosa nel cuore della Bulgaria. Ci saranno tre Gran premi della montagna e un ultimo tratto più nervoso, con la salita del monastero di Lyaskovets a undici chilometri dall’arrivo e alcuni settori in pavé nel finale. Sulle strade bulgare, intanto, il Giro ha trovato una cornice inattesa ma molto partecipata. Da Nessebar, antica città sul Mar Nero con tracce greche, romane e ottomane, fino a Burgas, il pubblico ha accompagnato il passaggio della corsa per tutta la giornata: tifosi ai bordi della strada, ponti affollati e bandiere bulgare lungo il percorso. Una partenza dall’estero che il Giro considera ormai una consuetudine: quella di quest’anno è la sedicesima nella storia della corsa rosa.
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