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2022-01-26
Vogliono la gogna anche alle elementari
Ansa
Per la scuola sono in arrivo nuove regole. Solo che, invece di snellire la burocrazia e il rischio Dad per tutti, si continua con le discriminazioni anche per i più piccoli. Il ministero dell’Istruzione e quello della Salute stanno lavorando in seguito alle numerose pressioni arrivate dalle Regioni per snellire la burocrazia nelle scuole.
In questi giorni chi vive nella realtà sa che nelle scuole si sta verificando qualunque cosa. Bambini appena guariti sono costretti a sottoporsi al testing t0 - t5, altri completamente sani si ritrovano a casa perché le classi alla primaria chiudono con due casi. Gli insegnanti devono spiegare la lezione contemporaneamente agli alunni presenti in classe e ai ragazzi rimasti a casa in isolamento tramite video con conseguente caos organizzativo e tecnologico. I genitori degli alunni isolati sono allo stremo, non si riesce a lavorare e i ragazzi ogni giorno non sanno cosa accadrà all’indomani.
Le regole attuali non garantiscono in nessun modo che la scuola prosegua con continuità, ma le vie di semplificazione proposte sembrano andare verso la replicazione del modello delle superiori. Nella scuola secondaria, infatti, si prevede che con due contagiati la classe si divida in vaccinati e guariti a scuola e non vaccinati a casa. L’idea è quella di riproporre lo schema anche per le elementari, dove però il numero di vaccinati è molto più basso rispetto alle percentuali degli over 12.
Sono le Regioni a chiederlo. Il presidente della Toscana, Eugenio Giani, chiede che restino a casa solo i positivi e i non vaccinati, per chi ha completato il ciclo vaccinale invece niente Dad.
L’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, è dello stesso avviso. «È giunto il momento di semplificare la vita a coloro che hanno completato le vaccinazioni».
Verosimilmente, quindi, anche alla scuola primaria ci sarà la distinzione tra alunni vaccinati e non vaccinati. Si tratterebbe della prima modifica al sistema delle quarantene in ambito scolastico e deriverebbe dal risultato delle ultime riunioni tra i tecnici del ministero della Salute e dell’Istruzione.
Sono troppi i bambini sani a casa, peccato che però si perda l’occasione, ancora una volta, di eliminarla del tutto, questa didattica a distanza. Non si coglie infatti quello che risulta essere il problema più grande della scuola in questo momento. Gli alunni in Ddi (didattica digitale integrata) spesso non riescono a prendere il segnale con i docenti perché gli istituti non hanno la copertura sufficiente per svolgere contemporaneamente un numero così alto di connessioni. Non sono casi isolati, tanto che già l’Associazione nazionale presidi di Roma e del Lazio aveva denunciato questa criticità. «Visto l’elevato numero di classi in Dad/Ddi: in diverse scuole si presenta la necessità di aumento della portata della rete Internet».
Si chiede la semplificazione ma non si tiene conto che mantenendo la discriminazione, con queste difficoltà di connessione, chi non ha ricevuto il vaccino o non sia guarito, si ritroverà ad avere grosse difficoltà con la didattica. Per altro è bene sapere che a fronte di 5 ore di scuola al giorno nella scuola primaria (8 per chi fa tempo pieno) le ore di Ddi sono una o due. Quindi appare chiaro che chi seguirà le lezioni in video rimarrà fortemente svantaggiato rispetto ai compagni che invece avranno la possibilità di accedere a scuola. I problemi sono oggettivi, ma l’approccio con cui si affrontano le soluzioni non vanno verso l’inclusività.
Il premier Mario Draghi ha spesso parlato dell’importanza di non lasciare indietro nessuno nella scuola perché l’istruzione deve poter essere un ascensore sociale per tutti gli studenti, a prescindere dalla propria estrazione di origine. Belle parole che però non si sono trasformate in fatti. Se queste nuove regole potranno far tirare un sospiro di sollievo ad alcuni, ad altri non consentiranno di vivere sereni, anzi. La polarizzazione e l’esclusione dei non vaccinati arriverà anche fra i più piccoli e chi per qualsiasi motivo ha deciso di non vaccinare i propri figli dovrà inevitabilmente far loro subire lo svantaggio didattico derivante dalle lezioni a distanza. Il vaccino alla fine diventa un ricatto sociale anche per i più piccini e soprattutto aumenterà il divario che già esiste nei livelli di apprendimento tra classi sociali. Il numero degli abbandoni scolastici rimane altissimo: l’Italia è il quarto Paese in Europa per abbandoni. In Italia nel 2020 si registrava una percentuale di abbandoni pari al 13,1%.
In ogni modo le Regioni e le associazioni non chiedono solo questo ma anche che si possa rientrare dalla Dad senza necessità di sottoporsi al tampone.
Inoltre, si spinge affinché la quarantena per i vaccinati possa scendere dai 10 ai 7 giorni. Queste regole potrebbero essere applicate per tutti, senza distinzioni, ma ancora una volta si ricorre alle divisioni, che per i bambini piccoli rischiano di divenire ancora più odiose.
La conversione dei governatori: «Basta con il sistema dei colori»
I governatori, che solo un mese fa studiavano i lockdown differenziati e il rinvio della ripresa della scuola a gennaio, hanno finalmente fatto fronte comune per «superare definitivamente il sistema a colori delle zone di rischio» e riservare la sorveglianza sanitaria ai positivi al Covid «sintomatici». Sono i capisaldi della lettera che sarà inviata al governo «e che sarà una piattaforma imprescindibile per il futuro confronto fra l’esecutivo e le Regioni», si legge in una nota diffusa ieri. I presidenti delle regioni vogliono «guardare al futuro e procedere rapidamente verso una normalizzazione della situazione che consenta una ripresa più ordinata e il rilancio del nostro Paese», come ha dichiarato Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. La semplificazione è richiesta anche per la sorveglianza nelle scuole, aperte, ma nel caos, data la complessità delle stringenti regole che possono chiudere intere classi con pochi positivi, addirittura con uno solo, alla scuola materna. «Sotto questo profilo», continua la nota, «per non interrompere continuamente l’attività didattica in presenza è opportuno tenere in isolamento solo gli studenti positivi sintomatici». In pratica, le Regioni chiedono che non ci sia didattica a distanza (Dad) per gli alunni delle elementari vaccinati o guariti da meno di 120 giorni: devono poter restare in classe anche con due casi positivi. Più controversa la richiesta di non mandare in Dad gli studenti vaccinati, che determinerebbe l’estensione alle elementari delle discriminazioni già in corso alle superiori. Avanzata anche la richiesta di non effettuare più tampone per tornare a scuola finito il periodo di quarantena, anche per ridurre il tempo previsto per i vaccinati da 10 a 7 giorni.
Sull’altro fronte caldo della politica regionale, quello ospedaliero, unico riferimento chiaro per definire l’andamento della pandemia, i governatori chiedono di «rivedere la classificazione dei ricoveri Covid evitando di includere i pazienti positivi ricoverati per altre patologie».
Sembra che la variante Omicron sia riuscita nell’impresa, impensabile, fino a qualche settimana fa, di mettere d’accordo tutte le Regioni a mollare la presa, convincendo anche il chiusurista campano del Pd Vincenzo De Luca che già venerdì dichiarava: «L’Italia è un manicomio di colori e quarantene. A Roma non sono in grado di fare nulla». La cosa interessante è che, meno di un mese fa, il leghista Luca Zaia si è trovato a fare quasi da sponda proprio a De Luca. In tempo di festività natalizie, il governatore veneto aveva ventilato la possibilità di far «slittare la data di rientro a scuola» dopo il 10 gennaio, mentre, in modo decisamente più colorito, De Luca osservava: «La Dad? Ha permesso di evitare danni sanitari pesanti e anche adesso chiudere le scuole sarebbe la scelta più utile per la salute e la formazione». Del resto, quando il suo Veneto era a un passo dall’arancione, Zaia ipotizzava, a malincuore, forti limitazioni ai no vax. Nello stesso periodo in Liguria, l’ex forzista, ora di Cambiamo!, Giovanni Toti, sul lockdown solo per i non vaccinati, si era espresso ammettendo che non gli avrebbe fatto «scandalo, anche a tutela degli stessi non vaccinati». Ora, davanti all’evidenza dei dati epidemiologici in cui all’impennata dei casi non è seguita la pressione sugli ospedali che ci si sarebbe attesa, tutti i governatori, dal lombardo Attilio Fontana, a Zaia, da Toti a Fedriga, ma anche il toscano Eugenio Giani e Nello Musumeci di Regione Sicilia, hanno fatto fronte comune per azzerare un sistema, quello dei colori in base a contagi e ricoveri, ormai «obsoleto» e «superato». Perfino De Luca non ha intenzione di prevedere nuove restrizioni. Le Regioni, in modo compatto e trasversale chiedono al governo una «semplificazione». Il governo non avrebbe più scuse per allentare la presa.
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Anziché semplificare le regole che bloccano le scuole, il governo starebbe pensando di estendere pure alle primarie le norme discriminatorie già in vigore alle superiori: con due contagiati restano in classe solo i vaccinati (che fra i piccoli sono molti di meno).I presidenti di Regione, sin qui fortemente chiusuristi, chiedono di allentare la morsa.Lo speciale contiene due articoli.Per la scuola sono in arrivo nuove regole. Solo che, invece di snellire la burocrazia e il rischio Dad per tutti, si continua con le discriminazioni anche per i più piccoli. Il ministero dell’Istruzione e quello della Salute stanno lavorando in seguito alle numerose pressioni arrivate dalle Regioni per snellire la burocrazia nelle scuole. In questi giorni chi vive nella realtà sa che nelle scuole si sta verificando qualunque cosa. Bambini appena guariti sono costretti a sottoporsi al testing t0 - t5, altri completamente sani si ritrovano a casa perché le classi alla primaria chiudono con due casi. Gli insegnanti devono spiegare la lezione contemporaneamente agli alunni presenti in classe e ai ragazzi rimasti a casa in isolamento tramite video con conseguente caos organizzativo e tecnologico. I genitori degli alunni isolati sono allo stremo, non si riesce a lavorare e i ragazzi ogni giorno non sanno cosa accadrà all’indomani. Le regole attuali non garantiscono in nessun modo che la scuola prosegua con continuità, ma le vie di semplificazione proposte sembrano andare verso la replicazione del modello delle superiori. Nella scuola secondaria, infatti, si prevede che con due contagiati la classe si divida in vaccinati e guariti a scuola e non vaccinati a casa. L’idea è quella di riproporre lo schema anche per le elementari, dove però il numero di vaccinati è molto più basso rispetto alle percentuali degli over 12.Sono le Regioni a chiederlo. Il presidente della Toscana, Eugenio Giani, chiede che restino a casa solo i positivi e i non vaccinati, per chi ha completato il ciclo vaccinale invece niente Dad. L’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, è dello stesso avviso. «È giunto il momento di semplificare la vita a coloro che hanno completato le vaccinazioni».Verosimilmente, quindi, anche alla scuola primaria ci sarà la distinzione tra alunni vaccinati e non vaccinati. Si tratterebbe della prima modifica al sistema delle quarantene in ambito scolastico e deriverebbe dal risultato delle ultime riunioni tra i tecnici del ministero della Salute e dell’Istruzione.Sono troppi i bambini sani a casa, peccato che però si perda l’occasione, ancora una volta, di eliminarla del tutto, questa didattica a distanza. Non si coglie infatti quello che risulta essere il problema più grande della scuola in questo momento. Gli alunni in Ddi (didattica digitale integrata) spesso non riescono a prendere il segnale con i docenti perché gli istituti non hanno la copertura sufficiente per svolgere contemporaneamente un numero così alto di connessioni. Non sono casi isolati, tanto che già l’Associazione nazionale presidi di Roma e del Lazio aveva denunciato questa criticità. «Visto l’elevato numero di classi in Dad/Ddi: in diverse scuole si presenta la necessità di aumento della portata della rete Internet». Si chiede la semplificazione ma non si tiene conto che mantenendo la discriminazione, con queste difficoltà di connessione, chi non ha ricevuto il vaccino o non sia guarito, si ritroverà ad avere grosse difficoltà con la didattica. Per altro è bene sapere che a fronte di 5 ore di scuola al giorno nella scuola primaria (8 per chi fa tempo pieno) le ore di Ddi sono una o due. Quindi appare chiaro che chi seguirà le lezioni in video rimarrà fortemente svantaggiato rispetto ai compagni che invece avranno la possibilità di accedere a scuola. I problemi sono oggettivi, ma l’approccio con cui si affrontano le soluzioni non vanno verso l’inclusività. Il premier Mario Draghi ha spesso parlato dell’importanza di non lasciare indietro nessuno nella scuola perché l’istruzione deve poter essere un ascensore sociale per tutti gli studenti, a prescindere dalla propria estrazione di origine. Belle parole che però non si sono trasformate in fatti. Se queste nuove regole potranno far tirare un sospiro di sollievo ad alcuni, ad altri non consentiranno di vivere sereni, anzi. La polarizzazione e l’esclusione dei non vaccinati arriverà anche fra i più piccoli e chi per qualsiasi motivo ha deciso di non vaccinare i propri figli dovrà inevitabilmente far loro subire lo svantaggio didattico derivante dalle lezioni a distanza. Il vaccino alla fine diventa un ricatto sociale anche per i più piccini e soprattutto aumenterà il divario che già esiste nei livelli di apprendimento tra classi sociali. Il numero degli abbandoni scolastici rimane altissimo: l’Italia è il quarto Paese in Europa per abbandoni. In Italia nel 2020 si registrava una percentuale di abbandoni pari al 13,1%. In ogni modo le Regioni e le associazioni non chiedono solo questo ma anche che si possa rientrare dalla Dad senza necessità di sottoporsi al tampone. Inoltre, si spinge affinché la quarantena per i vaccinati possa scendere dai 10 ai 7 giorni. 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Sono i capisaldi della lettera che sarà inviata al governo «e che sarà una piattaforma imprescindibile per il futuro confronto fra l’esecutivo e le Regioni», si legge in una nota diffusa ieri. I presidenti delle regioni vogliono «guardare al futuro e procedere rapidamente verso una normalizzazione della situazione che consenta una ripresa più ordinata e il rilancio del nostro Paese», come ha dichiarato Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. La semplificazione è richiesta anche per la sorveglianza nelle scuole, aperte, ma nel caos, data la complessità delle stringenti regole che possono chiudere intere classi con pochi positivi, addirittura con uno solo, alla scuola materna. «Sotto questo profilo», continua la nota, «per non interrompere continuamente l’attività didattica in presenza è opportuno tenere in isolamento solo gli studenti positivi sintomatici». In pratica, le Regioni chiedono che non ci sia didattica a distanza (Dad) per gli alunni delle elementari vaccinati o guariti da meno di 120 giorni: devono poter restare in classe anche con due casi positivi. Più controversa la richiesta di non mandare in Dad gli studenti vaccinati, che determinerebbe l’estensione alle elementari delle discriminazioni già in corso alle superiori. Avanzata anche la richiesta di non effettuare più tampone per tornare a scuola finito il periodo di quarantena, anche per ridurre il tempo previsto per i vaccinati da 10 a 7 giorni. Sull’altro fronte caldo della politica regionale, quello ospedaliero, unico riferimento chiaro per definire l’andamento della pandemia, i governatori chiedono di «rivedere la classificazione dei ricoveri Covid evitando di includere i pazienti positivi ricoverati per altre patologie». Sembra che la variante Omicron sia riuscita nell’impresa, impensabile, fino a qualche settimana fa, di mettere d’accordo tutte le Regioni a mollare la presa, convincendo anche il chiusurista campano del Pd Vincenzo De Luca che già venerdì dichiarava: «L’Italia è un manicomio di colori e quarantene. A Roma non sono in grado di fare nulla». La cosa interessante è che, meno di un mese fa, il leghista Luca Zaia si è trovato a fare quasi da sponda proprio a De Luca. In tempo di festività natalizie, il governatore veneto aveva ventilato la possibilità di far «slittare la data di rientro a scuola» dopo il 10 gennaio, mentre, in modo decisamente più colorito, De Luca osservava: «La Dad? Ha permesso di evitare danni sanitari pesanti e anche adesso chiudere le scuole sarebbe la scelta più utile per la salute e la formazione». Del resto, quando il suo Veneto era a un passo dall’arancione, Zaia ipotizzava, a malincuore, forti limitazioni ai no vax. Nello stesso periodo in Liguria, l’ex forzista, ora di Cambiamo!, Giovanni Toti, sul lockdown solo per i non vaccinati, si era espresso ammettendo che non gli avrebbe fatto «scandalo, anche a tutela degli stessi non vaccinati». Ora, davanti all’evidenza dei dati epidemiologici in cui all’impennata dei casi non è seguita la pressione sugli ospedali che ci si sarebbe attesa, tutti i governatori, dal lombardo Attilio Fontana, a Zaia, da Toti a Fedriga, ma anche il toscano Eugenio Giani e Nello Musumeci di Regione Sicilia, hanno fatto fronte comune per azzerare un sistema, quello dei colori in base a contagi e ricoveri, ormai «obsoleto» e «superato». Perfino De Luca non ha intenzione di prevedere nuove restrizioni. Le Regioni, in modo compatto e trasversale chiedono al governo una «semplificazione». Il governo non avrebbe più scuse per allentare la presa.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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