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2022-01-26
Vogliono la gogna anche alle elementari
Ansa
Per la scuola sono in arrivo nuove regole. Solo che, invece di snellire la burocrazia e il rischio Dad per tutti, si continua con le discriminazioni anche per i più piccoli. Il ministero dell’Istruzione e quello della Salute stanno lavorando in seguito alle numerose pressioni arrivate dalle Regioni per snellire la burocrazia nelle scuole.
In questi giorni chi vive nella realtà sa che nelle scuole si sta verificando qualunque cosa. Bambini appena guariti sono costretti a sottoporsi al testing t0 - t5, altri completamente sani si ritrovano a casa perché le classi alla primaria chiudono con due casi. Gli insegnanti devono spiegare la lezione contemporaneamente agli alunni presenti in classe e ai ragazzi rimasti a casa in isolamento tramite video con conseguente caos organizzativo e tecnologico. I genitori degli alunni isolati sono allo stremo, non si riesce a lavorare e i ragazzi ogni giorno non sanno cosa accadrà all’indomani.
Le regole attuali non garantiscono in nessun modo che la scuola prosegua con continuità, ma le vie di semplificazione proposte sembrano andare verso la replicazione del modello delle superiori. Nella scuola secondaria, infatti, si prevede che con due contagiati la classe si divida in vaccinati e guariti a scuola e non vaccinati a casa. L’idea è quella di riproporre lo schema anche per le elementari, dove però il numero di vaccinati è molto più basso rispetto alle percentuali degli over 12.
Sono le Regioni a chiederlo. Il presidente della Toscana, Eugenio Giani, chiede che restino a casa solo i positivi e i non vaccinati, per chi ha completato il ciclo vaccinale invece niente Dad.
L’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, è dello stesso avviso. «È giunto il momento di semplificare la vita a coloro che hanno completato le vaccinazioni».
Verosimilmente, quindi, anche alla scuola primaria ci sarà la distinzione tra alunni vaccinati e non vaccinati. Si tratterebbe della prima modifica al sistema delle quarantene in ambito scolastico e deriverebbe dal risultato delle ultime riunioni tra i tecnici del ministero della Salute e dell’Istruzione.
Sono troppi i bambini sani a casa, peccato che però si perda l’occasione, ancora una volta, di eliminarla del tutto, questa didattica a distanza. Non si coglie infatti quello che risulta essere il problema più grande della scuola in questo momento. Gli alunni in Ddi (didattica digitale integrata) spesso non riescono a prendere il segnale con i docenti perché gli istituti non hanno la copertura sufficiente per svolgere contemporaneamente un numero così alto di connessioni. Non sono casi isolati, tanto che già l’Associazione nazionale presidi di Roma e del Lazio aveva denunciato questa criticità. «Visto l’elevato numero di classi in Dad/Ddi: in diverse scuole si presenta la necessità di aumento della portata della rete Internet».
Si chiede la semplificazione ma non si tiene conto che mantenendo la discriminazione, con queste difficoltà di connessione, chi non ha ricevuto il vaccino o non sia guarito, si ritroverà ad avere grosse difficoltà con la didattica. Per altro è bene sapere che a fronte di 5 ore di scuola al giorno nella scuola primaria (8 per chi fa tempo pieno) le ore di Ddi sono una o due. Quindi appare chiaro che chi seguirà le lezioni in video rimarrà fortemente svantaggiato rispetto ai compagni che invece avranno la possibilità di accedere a scuola. I problemi sono oggettivi, ma l’approccio con cui si affrontano le soluzioni non vanno verso l’inclusività.
Il premier Mario Draghi ha spesso parlato dell’importanza di non lasciare indietro nessuno nella scuola perché l’istruzione deve poter essere un ascensore sociale per tutti gli studenti, a prescindere dalla propria estrazione di origine. Belle parole che però non si sono trasformate in fatti. Se queste nuove regole potranno far tirare un sospiro di sollievo ad alcuni, ad altri non consentiranno di vivere sereni, anzi. La polarizzazione e l’esclusione dei non vaccinati arriverà anche fra i più piccoli e chi per qualsiasi motivo ha deciso di non vaccinare i propri figli dovrà inevitabilmente far loro subire lo svantaggio didattico derivante dalle lezioni a distanza. Il vaccino alla fine diventa un ricatto sociale anche per i più piccini e soprattutto aumenterà il divario che già esiste nei livelli di apprendimento tra classi sociali. Il numero degli abbandoni scolastici rimane altissimo: l’Italia è il quarto Paese in Europa per abbandoni. In Italia nel 2020 si registrava una percentuale di abbandoni pari al 13,1%.
In ogni modo le Regioni e le associazioni non chiedono solo questo ma anche che si possa rientrare dalla Dad senza necessità di sottoporsi al tampone.
Inoltre, si spinge affinché la quarantena per i vaccinati possa scendere dai 10 ai 7 giorni. Queste regole potrebbero essere applicate per tutti, senza distinzioni, ma ancora una volta si ricorre alle divisioni, che per i bambini piccoli rischiano di divenire ancora più odiose.
La conversione dei governatori: «Basta con il sistema dei colori»
I governatori, che solo un mese fa studiavano i lockdown differenziati e il rinvio della ripresa della scuola a gennaio, hanno finalmente fatto fronte comune per «superare definitivamente il sistema a colori delle zone di rischio» e riservare la sorveglianza sanitaria ai positivi al Covid «sintomatici». Sono i capisaldi della lettera che sarà inviata al governo «e che sarà una piattaforma imprescindibile per il futuro confronto fra l’esecutivo e le Regioni», si legge in una nota diffusa ieri. I presidenti delle regioni vogliono «guardare al futuro e procedere rapidamente verso una normalizzazione della situazione che consenta una ripresa più ordinata e il rilancio del nostro Paese», come ha dichiarato Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. La semplificazione è richiesta anche per la sorveglianza nelle scuole, aperte, ma nel caos, data la complessità delle stringenti regole che possono chiudere intere classi con pochi positivi, addirittura con uno solo, alla scuola materna. «Sotto questo profilo», continua la nota, «per non interrompere continuamente l’attività didattica in presenza è opportuno tenere in isolamento solo gli studenti positivi sintomatici». In pratica, le Regioni chiedono che non ci sia didattica a distanza (Dad) per gli alunni delle elementari vaccinati o guariti da meno di 120 giorni: devono poter restare in classe anche con due casi positivi. Più controversa la richiesta di non mandare in Dad gli studenti vaccinati, che determinerebbe l’estensione alle elementari delle discriminazioni già in corso alle superiori. Avanzata anche la richiesta di non effettuare più tampone per tornare a scuola finito il periodo di quarantena, anche per ridurre il tempo previsto per i vaccinati da 10 a 7 giorni.
Sull’altro fronte caldo della politica regionale, quello ospedaliero, unico riferimento chiaro per definire l’andamento della pandemia, i governatori chiedono di «rivedere la classificazione dei ricoveri Covid evitando di includere i pazienti positivi ricoverati per altre patologie».
Sembra che la variante Omicron sia riuscita nell’impresa, impensabile, fino a qualche settimana fa, di mettere d’accordo tutte le Regioni a mollare la presa, convincendo anche il chiusurista campano del Pd Vincenzo De Luca che già venerdì dichiarava: «L’Italia è un manicomio di colori e quarantene. A Roma non sono in grado di fare nulla». La cosa interessante è che, meno di un mese fa, il leghista Luca Zaia si è trovato a fare quasi da sponda proprio a De Luca. In tempo di festività natalizie, il governatore veneto aveva ventilato la possibilità di far «slittare la data di rientro a scuola» dopo il 10 gennaio, mentre, in modo decisamente più colorito, De Luca osservava: «La Dad? Ha permesso di evitare danni sanitari pesanti e anche adesso chiudere le scuole sarebbe la scelta più utile per la salute e la formazione». Del resto, quando il suo Veneto era a un passo dall’arancione, Zaia ipotizzava, a malincuore, forti limitazioni ai no vax. Nello stesso periodo in Liguria, l’ex forzista, ora di Cambiamo!, Giovanni Toti, sul lockdown solo per i non vaccinati, si era espresso ammettendo che non gli avrebbe fatto «scandalo, anche a tutela degli stessi non vaccinati». Ora, davanti all’evidenza dei dati epidemiologici in cui all’impennata dei casi non è seguita la pressione sugli ospedali che ci si sarebbe attesa, tutti i governatori, dal lombardo Attilio Fontana, a Zaia, da Toti a Fedriga, ma anche il toscano Eugenio Giani e Nello Musumeci di Regione Sicilia, hanno fatto fronte comune per azzerare un sistema, quello dei colori in base a contagi e ricoveri, ormai «obsoleto» e «superato». Perfino De Luca non ha intenzione di prevedere nuove restrizioni. Le Regioni, in modo compatto e trasversale chiedono al governo una «semplificazione». Il governo non avrebbe più scuse per allentare la presa.
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Anziché semplificare le regole che bloccano le scuole, il governo starebbe pensando di estendere pure alle primarie le norme discriminatorie già in vigore alle superiori: con due contagiati restano in classe solo i vaccinati (che fra i piccoli sono molti di meno).I presidenti di Regione, sin qui fortemente chiusuristi, chiedono di allentare la morsa.Lo speciale contiene due articoli.Per la scuola sono in arrivo nuove regole. Solo che, invece di snellire la burocrazia e il rischio Dad per tutti, si continua con le discriminazioni anche per i più piccoli. Il ministero dell’Istruzione e quello della Salute stanno lavorando in seguito alle numerose pressioni arrivate dalle Regioni per snellire la burocrazia nelle scuole. In questi giorni chi vive nella realtà sa che nelle scuole si sta verificando qualunque cosa. Bambini appena guariti sono costretti a sottoporsi al testing t0 - t5, altri completamente sani si ritrovano a casa perché le classi alla primaria chiudono con due casi. Gli insegnanti devono spiegare la lezione contemporaneamente agli alunni presenti in classe e ai ragazzi rimasti a casa in isolamento tramite video con conseguente caos organizzativo e tecnologico. I genitori degli alunni isolati sono allo stremo, non si riesce a lavorare e i ragazzi ogni giorno non sanno cosa accadrà all’indomani. Le regole attuali non garantiscono in nessun modo che la scuola prosegua con continuità, ma le vie di semplificazione proposte sembrano andare verso la replicazione del modello delle superiori. Nella scuola secondaria, infatti, si prevede che con due contagiati la classe si divida in vaccinati e guariti a scuola e non vaccinati a casa. L’idea è quella di riproporre lo schema anche per le elementari, dove però il numero di vaccinati è molto più basso rispetto alle percentuali degli over 12.Sono le Regioni a chiederlo. Il presidente della Toscana, Eugenio Giani, chiede che restino a casa solo i positivi e i non vaccinati, per chi ha completato il ciclo vaccinale invece niente Dad. L’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, è dello stesso avviso. «È giunto il momento di semplificare la vita a coloro che hanno completato le vaccinazioni».Verosimilmente, quindi, anche alla scuola primaria ci sarà la distinzione tra alunni vaccinati e non vaccinati. Si tratterebbe della prima modifica al sistema delle quarantene in ambito scolastico e deriverebbe dal risultato delle ultime riunioni tra i tecnici del ministero della Salute e dell’Istruzione.Sono troppi i bambini sani a casa, peccato che però si perda l’occasione, ancora una volta, di eliminarla del tutto, questa didattica a distanza. Non si coglie infatti quello che risulta essere il problema più grande della scuola in questo momento. Gli alunni in Ddi (didattica digitale integrata) spesso non riescono a prendere il segnale con i docenti perché gli istituti non hanno la copertura sufficiente per svolgere contemporaneamente un numero così alto di connessioni. Non sono casi isolati, tanto che già l’Associazione nazionale presidi di Roma e del Lazio aveva denunciato questa criticità. «Visto l’elevato numero di classi in Dad/Ddi: in diverse scuole si presenta la necessità di aumento della portata della rete Internet». Si chiede la semplificazione ma non si tiene conto che mantenendo la discriminazione, con queste difficoltà di connessione, chi non ha ricevuto il vaccino o non sia guarito, si ritroverà ad avere grosse difficoltà con la didattica. Per altro è bene sapere che a fronte di 5 ore di scuola al giorno nella scuola primaria (8 per chi fa tempo pieno) le ore di Ddi sono una o due. Quindi appare chiaro che chi seguirà le lezioni in video rimarrà fortemente svantaggiato rispetto ai compagni che invece avranno la possibilità di accedere a scuola. I problemi sono oggettivi, ma l’approccio con cui si affrontano le soluzioni non vanno verso l’inclusività. Il premier Mario Draghi ha spesso parlato dell’importanza di non lasciare indietro nessuno nella scuola perché l’istruzione deve poter essere un ascensore sociale per tutti gli studenti, a prescindere dalla propria estrazione di origine. Belle parole che però non si sono trasformate in fatti. Se queste nuove regole potranno far tirare un sospiro di sollievo ad alcuni, ad altri non consentiranno di vivere sereni, anzi. La polarizzazione e l’esclusione dei non vaccinati arriverà anche fra i più piccoli e chi per qualsiasi motivo ha deciso di non vaccinare i propri figli dovrà inevitabilmente far loro subire lo svantaggio didattico derivante dalle lezioni a distanza. Il vaccino alla fine diventa un ricatto sociale anche per i più piccini e soprattutto aumenterà il divario che già esiste nei livelli di apprendimento tra classi sociali. Il numero degli abbandoni scolastici rimane altissimo: l’Italia è il quarto Paese in Europa per abbandoni. In Italia nel 2020 si registrava una percentuale di abbandoni pari al 13,1%. In ogni modo le Regioni e le associazioni non chiedono solo questo ma anche che si possa rientrare dalla Dad senza necessità di sottoporsi al tampone. Inoltre, si spinge affinché la quarantena per i vaccinati possa scendere dai 10 ai 7 giorni. 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Sono i capisaldi della lettera che sarà inviata al governo «e che sarà una piattaforma imprescindibile per il futuro confronto fra l’esecutivo e le Regioni», si legge in una nota diffusa ieri. I presidenti delle regioni vogliono «guardare al futuro e procedere rapidamente verso una normalizzazione della situazione che consenta una ripresa più ordinata e il rilancio del nostro Paese», come ha dichiarato Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza delle Regioni. La semplificazione è richiesta anche per la sorveglianza nelle scuole, aperte, ma nel caos, data la complessità delle stringenti regole che possono chiudere intere classi con pochi positivi, addirittura con uno solo, alla scuola materna. «Sotto questo profilo», continua la nota, «per non interrompere continuamente l’attività didattica in presenza è opportuno tenere in isolamento solo gli studenti positivi sintomatici». In pratica, le Regioni chiedono che non ci sia didattica a distanza (Dad) per gli alunni delle elementari vaccinati o guariti da meno di 120 giorni: devono poter restare in classe anche con due casi positivi. Più controversa la richiesta di non mandare in Dad gli studenti vaccinati, che determinerebbe l’estensione alle elementari delle discriminazioni già in corso alle superiori. Avanzata anche la richiesta di non effettuare più tampone per tornare a scuola finito il periodo di quarantena, anche per ridurre il tempo previsto per i vaccinati da 10 a 7 giorni. Sull’altro fronte caldo della politica regionale, quello ospedaliero, unico riferimento chiaro per definire l’andamento della pandemia, i governatori chiedono di «rivedere la classificazione dei ricoveri Covid evitando di includere i pazienti positivi ricoverati per altre patologie». Sembra che la variante Omicron sia riuscita nell’impresa, impensabile, fino a qualche settimana fa, di mettere d’accordo tutte le Regioni a mollare la presa, convincendo anche il chiusurista campano del Pd Vincenzo De Luca che già venerdì dichiarava: «L’Italia è un manicomio di colori e quarantene. A Roma non sono in grado di fare nulla». La cosa interessante è che, meno di un mese fa, il leghista Luca Zaia si è trovato a fare quasi da sponda proprio a De Luca. In tempo di festività natalizie, il governatore veneto aveva ventilato la possibilità di far «slittare la data di rientro a scuola» dopo il 10 gennaio, mentre, in modo decisamente più colorito, De Luca osservava: «La Dad? Ha permesso di evitare danni sanitari pesanti e anche adesso chiudere le scuole sarebbe la scelta più utile per la salute e la formazione». Del resto, quando il suo Veneto era a un passo dall’arancione, Zaia ipotizzava, a malincuore, forti limitazioni ai no vax. Nello stesso periodo in Liguria, l’ex forzista, ora di Cambiamo!, Giovanni Toti, sul lockdown solo per i non vaccinati, si era espresso ammettendo che non gli avrebbe fatto «scandalo, anche a tutela degli stessi non vaccinati». Ora, davanti all’evidenza dei dati epidemiologici in cui all’impennata dei casi non è seguita la pressione sugli ospedali che ci si sarebbe attesa, tutti i governatori, dal lombardo Attilio Fontana, a Zaia, da Toti a Fedriga, ma anche il toscano Eugenio Giani e Nello Musumeci di Regione Sicilia, hanno fatto fronte comune per azzerare un sistema, quello dei colori in base a contagi e ricoveri, ormai «obsoleto» e «superato». Perfino De Luca non ha intenzione di prevedere nuove restrizioni. Le Regioni, in modo compatto e trasversale chiedono al governo una «semplificazione». Il governo non avrebbe più scuse per allentare la presa.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 marzo con Carlo Cambi
Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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Il tribunale dei minori de L'Aquila (Ansa)
I toni utilizzati nell’ordinanza sono durissimi, puntano a descrivere la donna come ostile e fanatica. Sembra quasi che lo scopo di certe affermazioni sia quello di gettare zizzania fra i genitori e, forse, non è un caso che da un paio di giorni circolino sui giornali strane ricostruzioni riguardanti presunte liti fra i coniugi o addirittura un possibile affidamento esclusivo dei bambini al padre. Di fronte a tutto ciò è davvero difficile pensare che il tribunale possa rivedere le sue posizioni o riconsiderare i suoi provvedimenti senza qualche tipo di pressione esterna.
Una pressione che può arrivare soltanto dall’opinione pubblica e, appunto, dalla politica. E per fortuna sembra che qualcosa di importante abbia iniziato a muoversi. Parlando con La Verità, Matteo Salvini sembra cogliere il diffusissimo malumore popolare che da settimane monta attorno a questa vicenda. «Prima hanno portato via tre bambini e una mamma alla loro casa, lasciando solo il papà, adesso dividono i bambini dalla madre. Qui mi sembra si stia esagerando. Molti esperti, a partire dall’Autorità garante per l’infanzia, oltre che grandissima parte dell’opinione pubblica, fanno enorme fatica a comprendere l’accanimento verso una famiglia che certamente non contemplava violenze o abusi», dice il leader leghista. Che coglie il punto della questione: «È come se i magistrati non volessero ammettere errori o forzature. Ci auguriamo vivamente non sia così: il loro ruolo non può e non deve contemplare reazioni arroganti o permalose, e qui c’è in gioco il destino di una famiglia».
La sensazione, molto concreta, è che da settimane il tribunale aquilano e le varie istituzioni coinvolte nel caso della famiglia nel bosco si siano irrigidite su posizioni auto difensive, anche a costo di far passare in secondo piano il benessere dei bambini Trevallion. «Anziché trovare una soluzione, è evidente che questa vicenda si stia addirittura complicando», continua Salvini. «E trovo insopportabile l’ipocrisia di chi prova a difendere queste scelte che appaiono sproporzionate e irragionevoli, quando ci sono migliaia di casi in Italia di famiglie rom che vivono in condizioni igienico sanitarie ben peggiori, senza scolarizzazione e in un ambiente troppo spesso caratterizzato da violenze e illegalità. Ma per i rom i giudici e gli assistenti sociali sembrano meno solerti. La magistratura spero sia equilibrata: va bene che il referendum sulla giustizia potrà spazzare via le correnti e un sistema di potere che non funziona e non fa bene alla democrazia, ma conto che queste ansie non ricadano su tre bambini innocenti e sui loro genitori». Il leader della Lega ha deciso di prendere di petto la questione. «Sono determinato a chiedere, già nelle prossime ore, un incontro al Garante dell’infanzia nazionale e a quello della regione Abruzzo», annuncia. «Altro che festa della donna e festa della mamma, qui ci sono persone senza cuore e senza anima che fanno soffrire mamme e bambini».
Salvini fa sapere anche, tramite nota della Lega, di essere intenzionato a scendere in Abruzzo con l’obiettivo di «fare tutto il possibile perché i bimbi, dopo mesi di allontanamento forzato dalla loro casa e dai loro genitori, vengano dissequestrati e la famiglia possa tornare a vivere insieme».
Ieri sera sulla vicenda è intervenuta anche Giorgia Meloni, in una lunga intervista concessa a Mario Giordano a Fuori dal coro. «A me il caso della famiglia nel bosco lascia senza parole», ha detto il presidente del Consiglio. «Si era deciso di affidare ai servizi sociali questi tre bambini che vivano con i genitori nella natura, ma almeno stavano con la madre. Adesso si è deciso di allontanare la madre dalla struttura protetta. E penso che questa non sia una decisione che fa stare meglio questi bambini. Penso, anzi, che infligga loro un altro pesantissimo trauma. E noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono secondo me figlie anche di letture ideologiche. Lo Stato», ha ribadito Meloni, «non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita, tra l’altro quando nulla si dice a chi i figli li fa vivere nel degrado - penso ai campi rom - o li manda ad accattonare o a rubare. E nessuno può fare nulla». Al di là della valutazione sulla vicenda, però, il presidente del Consiglio ha dato una notizia importante: ha annunciato che «il ministro Nordio sta mandando una ispezione» al tribunale dell’Aquila. A quanto pare, dunque, verrà finalmente preso un provvedimento molto atteso da quanti, in queste settimane, hanno assistito con sgomento alle decisioni dei giudici riguardo ai Trevallion. La politica, dunque, offre l’ultima speranza: la visita di Salvini, l’ispezione che Nordio sta approntando. Vedremo se serviranno a riportare un minimo di buonsenso tra le istituzioni abruzzesi.
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